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Passeggiando per Via Foria

Quando, tra la fine del VI e gli inizi del V secolo a.C., fu costruita Neapolis, i Greci scelsero un altopiano ampio e aperto, digradante verso il mare per disegnare la scacchiera delle strade lungo le quali nel tempo furono costruiti case, templi, piazze, botteghe, teatri. La città era circondata da una solida cinta muraria in tufo giallo, materiale di cui abbonda il suolo vulcanico di Napoli e dintorni.

Le attuali piazza Cavour e via Foria a nord, via Cirillo e via Carbonara a est e, a ovest, via Pessina e Toledo erano extramoenia, cioè fuori delle mura. L'ultimo lato del rettangolo sul quale sorgeva la città era invece protetto dal mare: la linea di costa, come ci stanno svelando i nuovi scavi archeologici per i cantieri della Linea 1 del metrò, correva pochi metri più a valle dell'attuale Rettifilo.

La spiegazione di questa delimitazione della città che si è conservata per molti secoli è chiara a chiunque si trovi a guardare un plastico del centro antico di Napoli: la zona di piazza Cavour e di via Foria, infatti, costituisce un avvallamento tra l'altopiano della città antica (area del Primo Policlinico) e le colline poste a nord e a est, cioè quelle di Capodimonte, di Miradois e dell'Arenella. Le acque piovane, che scendevano da queste colline, arrivavano a gran velocità a valle, cioè proprio nella zona Cavour-Foria e lì, trovando l'ostacolo di una parete rocciosa, si incanalavano lateralmente e scendevano sia lungo via Pessina e via Cesare Rosaroll, sia verso piazza Carlo III. Fenomeno, questo, che si può osservare ancora oggi dopo i forti temporali autunnali.

Proprio per la sua caratteristica di zona di confine tra il dentro e il fuori della città, quest'area immediatamente a ridosso delle mura appare affascinante. L’itinerario che proponiamo lungo piazza Cavour e via Foria, dal Museo Archeologico Nazionale all'Albergo dei Poveri, permette al visitatore di ripercorrere l'intera storia della città, dalla fondazione di Neapolis fino agli ultimi interventi architettonici e urbanistici della stazione Museo della Linea 1 della metropolitana di Napoli, progettata dall'architetto Gae Aulenti.

Il viale fu costruito tra la seconda metà del Settecento e la prima metà dell'Ottocento, quindi ha un'impronta fortemente neoclassica; questo stile caratterizza i suoi più bei palazzi, anche se non mancano interessanti edifici di stile neorinascimentale.

Non ci sono ancora studi che ci consentano di attribuire con certezza gli edifici neoclassici ai singoli architetti e quindi dobbiamo limitarci alla considerazione che gran parte di essi furono costruiti da Pompeo Schiantarelli e da suoi allievi. Quello che possiamo però subito rilevare è che alcuni palazzi settecenteschi portano il nome del committente nobile (de Franchis, Castelcicala, ecc.) mentre altri, costruiti invece in un periodo in cui andava affermandosi la borghesia, portano il nome dell'architetto a cui veniva affidato il progetto (Schiantarelli, Francesconi...).

Quasi tutti i palazzi avevano sul retro ampi giardini che, purtroppo, la speculazione edilizia del secondo dopoguerra ha in parte distrutto. Tanti, però, ne restano ancora: questo itinerario porterà anche a visitare gli angoli di verde di via Foria, sconosciuti a molti.

Il punto di partenza della passeggiata è l'ingresso della - stazione Museo del metrò collinare, abbellito dalla copia della splendida testa in bronzo del cosiddetto Cavallo Carafa, scultura databile al III secolo a.C., donata nel Quattrocento dal fiorentino Lorenzo de' Medici al duca di Maddaloni, Diomede Carafa, che la pose nell'atrio del suo palazzo in via Tribunali.

Questa scultura dava il benvenuto agli ospiti del duca: all'ingresso della stazione Museo essa svolge ancora il compito di accogliere turisti e cittadini che, scendendo dal metrò, desiderano visitare la parte più antica di Napoli.

Da questo punto è possibile avere una vista d'insieme di alcuni importanti monumenti e farsi un'idea delle vicende storiche e artistiche della città: da un lato infatti, di fronte all'imponente edificio del Museo Archeologico, si noteranno i portici d'accesso alla ottocentesca galleria Principe di Napoli, via Costantinopoli (dove un tempo era la porta omonima) e l'altura dell'acropoli greca! Dall'altro lato (verso piazza Cavour), si noteranno il grigio edificio dell'architetto Camillo Guerra e, dal lato opposto, la chiesa del Rosariello alle Pigne. Alle spalle della nuova stazione metropolitana vi è il caratteristico borgo delle "cavaiole".

Questo è ciò che si vede in superficie: ma scendendo dal numero civico 140 di piazza Cavour si può avere un saggio della "Napoli di sotto", con le grandi caverne che sono state nel tempo cave di tufo, cisterne e, durante la seconda guerra mondiale, rifugi antiaerei. […]

Stefania Paoli

(estratto da "Via Foria", pubbl. da Centroforia Associazione)

L’Albergo dei poveri

Nel 1750 giunse a Napoli Ferdinando Fuga per la realizzazione di un imponente edificio destinato, nelle intenzioni di Carlo III di Borbone e del suo consigliere marchese di Montealegre, ad accogliere ottomila mendicanti senza fissa dimora provenienti da tutte le Province del Regno. La fabbrica avrebbe dovuto ospitare i bisognosi mettendo a loro disposizione refettori, cortili, portici, officine e abitazioni, oltre a una grande chiesa, in modo tale che gli ospiti del Reclusorio, come più tardi essa fu denominata, potessero svolgervi la maggior parte delle loro attività.

Originariamente il sito prescelto era nei pressi del Borgo di Loreto, ma questa ubicazione fu però ben presto scartata, in parte per la funzione prevalentemente militare della zona e per la natura paludosa del suolo; che certamente non avrebbe offerto condizioni salubri di abitabilità e in parte anche perché si temeva che l'Albergo, sorgendo in un luogo alla periferia della città, potesse trasformarsi ben presto in una sorta di ghetto isolato.

Si scelse allora il sito a valle della collina di Miradois al termine nord-orientale di via Foria, in modo da caratterizzare l'accesso alla città, attribuendogli un ruolo di vero e proprio ingresso trionfale, secondo il programmato rinnovamento voluto dal sovrano per conferire alla città il carattere di capitale europea adeguato al suo nuovo stato politico.

In linea con questi intenti, il primo progetto del Fuga prevedeva un edificio di 600 metri per 135 di larghezza con cinque cortili dei quali quello centrale occupato da una chiesa a pianta stellare. Tuttavia il piano dovette essere ben presto ridimensionato: i cortili furono ridotti a tre e la chiesa fu collocata con l'asse principale in corrispondenza dell'atrio e collegata con bracci diagonali ai diversi alloggi.

I lavori furono definitivamente terminati nel 1819, quando i poveri ospitati erano circa duemila. La lunghissima facciata di 354 metri, contro i 600 metri previsti, era scandita da un ritmo di finestre e di lesene alternate e dal prevalere dei vuoti sui pieni nel corpo centrale con il portico d'ingresso a tre archi. L'interno, come l'esterno, si informò ai criteri della semplicità, dettati in quegli anni dai trattati miliziani, per rispecchiare la vita che si sarebbe dovuta svolgere al suo interno.

Dal XIX secolo fino al 1980, anno del terremoto che ne segnò il definitivo abbandono, si sono svolte all'interno della fabbrica diverse attività, con conseguenti trasformazioni per adeguarsi alle sempre nuove esigenze, ma tuttavia conservando fortunatamente l'unitarietà della volumetria generale. Tra queste: corsi scolastici di aritmetica e lingua italiana e corsi per sordomuti, laboratori, palestre, cinema, casa per anziani, ecc...

Dal momento che la costruzione del monumentale edificio non è giunta mai a un definitivo compimento, l'interrogativo che l'Albergo dei Poveri ha in questi ultimi anni insistentemente suscitato è stato quello della sua sorte, dando adito alla formulazione (da parte di enti, istituti, studiosi e singoli cittadini) di una serie di ipotesi sulle destinazioni d'uso, più o meno credibili, per una sua rivitalizzazione. Ricordiamo tra di esse, segnalando che comunque il loro comune denominatore è la necessità di tornare ad usufruire in pieno di un edificio simbolo per una città da sempre bisognosa di strutture aggreganti: "cittadella del potere" dove concentrare tutti gli uffici provinciali, comunali e regionali con i relativi servizi; "area culturale polifunzionale" comprendente oltre a un museo sulla cultura mediterranea strutture e servizi per il turismo culturale; "casinò internazionale" con alberghi, ristoranti e discoteche; centro museografico e documentario in cui esporre la grande statuaria del Museo Archeologico Nazionale per risolvere in un solo progetto unitario l'ampliamento del museo e il riuso dell'Albergo dei Poveri; centro studi, mostra e valorizzazione della "cultura napoletana nel mondo", ecc...

Le ipotesi più attendibili sono senza dubbio quelle che nel rispetto del monumento propongono soluzioni che integrino le attività da svolgere al suo interno con la vita reale della città, nonché con le ipotesi di sviluppo previste dai piani comunali; quindi la soluzione sembra profilarsi nell'istituzione di attività didattiche, culturali, assistenziali e amministrative. L'ultima ipotesi avanzata a livello comunale è quella di destinare l'intero edificio alla Città dei Giovani, una struttura polifunzionale relativa alla formazione di livello universitario, alla ricerca, alla musica e al tempo libero, così da consentire un uso della struttura a tempo pieno. In tal senso sono stati siglati Protocolli d'intesa con la Provincia di Napoli, l'Università degli Studi di Napoli Federico II, l'Università L'Orientale, lo Stoà, l'Associazione sportiva KodoKan.

Attualmente però sono in corso soltanto interventi di consolidamento strutturale e di restauro dell'involucro esterno, che procedendo su di una via esclusivamente tecnica non sembrano tenere in nessun conto le esigenze legate ad una qualsivoglia destinazione d'uso. Comunque è stata definita nel giugno del 2005, dall'architetto Giancarlo Alisio, anche il progetto per la cromia definitiva dell'edificio basata sui soli due colori "bianco e rosa", così come ricavato dalle analisi sui resti degli intonaci originali della facciata e dagli opportuni studi che hanno tenuto conto: del disegno autografo di Ferdinando Fuga, conservato presso la Società Napoletana di Storia Patria in Castel Nuovo, che rappresenta se stesso mentre progetta lo scalone monumentale a due colori; del quadro in collezione privata di Salvatore Fergola rappresentante una Parata militare da Capodichino lungo la via Foria con la veduta dell'Albergo dei Poveri; della Reggia di Caserta, progettata da Luigi Vanvitelli negli stessi anni in cui veniva realizzato l'Albergo dei Poveri e anch'essa fondamentalmente bicroma, in quanto prevalgono il rosa dei mattoni appositamente realizzati e il beige pallido del travertinio di Santo Iorio, nonostante la ricca presenza di marmi provenienti dall'Italia meridionale e dalla Sicilia.

Claudio Grimellini

(estratto da "Via Foria", pubbl. da Centroforia Associazione)


    

 

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Ultimo aggiornamento:  10-05-07