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Proposte di lettura:

Lana - Seneca e i giovani

Garbarino - Il tema del viaggio in Seneca

Torre - La concezione senecana del "sapiens"

Grimal - Seneca

Setaioli - Seneca e i Greci

Lana - I principi del buon governo secondo Cicerone e Seneca

Scarpat - Il pensiero religioso di Seneca e l'ambiente ebraico e cristiano

Lana - Seneca e la politica

Giancotti - Saggio sulle tragedie di Seneca

 

 

Il concetto del tempo in Seneca

Seneca, che deriva la sua concezione sul tempo dagli stoici (rivalutazione del tempo nel suo dinamismo e nel suo perenne fluire), si sofferma a riflettere in numerosi passi delle sue opere sul concetto di tempo, senza però mai farne oggetto di una trattazione specifica. Il tempo assume in S. una connotazione prevalentemente etica : è il tempo vissuto nell'inquietudine di una ricerca esistenziale e nel timore che esso sfugga all'uomo troppo preso da occupazioni terrene e quindi incapace di farne buon uso.

La riflessione sul tempo, tema centrale nell'opera senecana, ruota essenzialmente attorno a due poli: il tempo come entità fuggevole e caduca, dalla quale il sapiens deve affrancarsi e che l'uomo comune impiega in occupazioni dispersive, e, viceversa, il tempo come unico bene in possesso dell'uomo, strumento per raggiungere la perfezione morale e la saggezza. Questi due aspetti apparentemente contraddittori fra loro sono accomunati da un unico presupposto filosofico, che fa leva non sulla "quantità" ma sulla "qualità" del tempo: il tempo è fuggevole, labile e per definizione caduco, ma, se usato proficuamente, al fine di raggiungere la saggezza, è l'unica nostra vera ricchezza. Non il tempo, ma il suo uso dipende da noi: a dispetto della sua precarietà, il tempo della nostra vita è l'unica dimensione attraverso la quale ci è dato assurgere alle verità filosofiche, raggiungere la perfezione della saggezza. Il sapiens, che avrà fatto buon uso del suo tempo, riuscirà ad elevarsi al di sopra della condizione mortale e a vivere, simile ad un dio, in un presente atemporale, privo di desideri, timori e speranze.

In particolare la IL e la L epistola parlano del tempo che adesso Seneca vede bene come trascorre in fretta. E cerca di dare a se stesso consigli e conforto sul modo di vivere il tempo che gli rimane, al meglio.

Nella traduzione si troveranno spesso delle note; esse saranno messe tra parentesi ed in corsivo.

IL (49)

Traduzione.

Seneca dice salve al suo Lucilio.

1) In verità, o mio Lucilio, è un uomo apatico (supinus) e trascurato (neglegens), chi per riavere il ricordo di un amico deve essere stimolato (admonitus) da un qualche luogo; tutta via, talvolta, luoghi familiari, evocano nel nostro animo un desiderio dimenticato, non riconducono un ricordo svanito, ma stimolano quello che è latente, così come, una veste, o una stanza, o un servo caro a chi si è perso, rinnovano il dolore di chi piange, anche se è mitigato dal passare del tempo. Ecco la Campania e soprattutto Napoli e la vista (conspectus) della tua Pompei, è incredibile quanto abbiano reso (congiuntivo potenziale) pressante (recens) il desiderio di te (tui): sei tutto nei miei occhi; sopra tutto nel momento in cui me ne vado da te; ti vedo mentre inghiotti le lacrime e non resisti abbastanza ai tuoi affetti che tracimano (exeuntis, participio presente ablativo da exeo) nel tentativo stesso di reprimerli (inter ipsam coercitionem).

2) Mi sembra di averti lasciato poco fa; e infatti cosa è “poco fa”, se non aver ricordato? (futuro anteriore). “Poco fa” ero seduto, fanciullo, presso Sozione il filosofo. “Poco fa” ho iniziato a fare cause in tribunale. “Poco fa” ho smesso di volerlo fare. “Poco fa” ho smesso di potere. (Ecco che cominciamo a sentire la eco del riferimento alla caduta in disgrazia di Seneca presso Nerone, nel 62. Egli infatti dopo l’uccisione del suo amico Burro Prefetto del Pretorio, si era allontanato dalla vita pubblica e da Roma. Burro era stato ucciso con l’accusa di alto tradimento; con l’accusa cioè di aver congiurato contro l’Imperatore. In realtà era tutta una manovra politica di Tigellino, che voleva sbarazzarsi di lui e prendere il suo posto, cosa che fece. Tigellino, sotto Claudio, era vissuto nell’oscurità, ma non sotto Nerone, che prima lo nominò Praefectus Vigilum, e poi, tolto di mezzo Burro, Praefectus Praetorius). La velocità del tempo non ha fine e questa ‘infinitezza’ pesa sopra tutto su coloro che guardano indietro. Infatti tale infinitezza scompare per coloro che sono intenti al presente; a tal punto il passare è lieve nella sua fuga precipite.

3) Mi chiedi la causa di ciò?  qualunque ‘pezzo’ di tempo passi, tutta via si trova nello stesso luogo; si vede tutto, e sta in un unico punto; tutte le cose cadono nello stesso sprofondo. E d’altronde non possono esserci lunghi intervalli di tempo in tutta quella ‘porzione’ che è breve. È un punto il tempo che viviamo e anche meno di un punto; ma questo minimo spazio, la natura ci illude come se fosse uno spazio più lungo. Da questo infatti ha tirato fuori l’infanzia, la puerizia, l’adolescenza, una certa inclinazione dall’adolescenza alla vecchiaia, e la vecchiaia stessa. In che piccolo spazio ha stipato (posuit) tanta varietà!

4) Poco fa ti ho accompagnato; e tutta via  questo “poco fa” è una buona fetta della nostra vita, della cui brevità ci accorgiamo, quando essa (la vita) sta per finire. (Molto probabilmente Seneca ha accompagnato, o si immagina di averlo fatto come artificio retorico proprio di un’epistola, Lucilio alla partenza; mentre Lucilio era andato a trovare l’amico, che, dopo il 62, si era trasferito fuori Roma). Non ero abituato a contemplare tanta velocità  del tempo: ora invece appare la sua corsa incredibile, e sento che si avvicina la fine (lineas). (Seneca pensa di fare la fine di Burro, con un Tigellino disposto a fare ‘piazza pulita’ fra lui e l’Imperatore. Infatti poi si avvereranno davvero i presagii più funesti del filosofo, che solo tre anni più tardi, nel 65, sarà costretto a suicidarsi – lo prevedeva anche l’etica stoica – accusato da Tigellino, appunto, di avere preso parte alla fallita congiura dei Pisoni contro l’Imperatore. E ormai Nerone è totalmente succube del potere di Tigellino). E ho iniziato a capire e a rendermi conto del mio danno.

5) Ecco così sono ancora più indignato, perché alcuni, di questo tempo che non può essere sufficiente neppure per le cose necessarie, anche se fosse stato usato in modo ottimale, ne sacrificano la maggior parte in cose inutili. Cicerone dice che, anche se avesse una seconda vita, non avrebbe tempo per leggere i Lirici; alla stessa stregua io metto i Dialettici: sono stolti in modo assai triste (i Dialettici, sono stolti, per lo Stoico Seneca, perché ricercano la verità nel dialogo; i Lirici, perché ‘perdono tempo’ a parlare di amore e simili nugae). I Lirici si divertono apertamente, i Dialettici invece pensano di fare qualcosa di buono.

6) Io non dico che non si debbano guardare costoro, ma guardiamoli soltanto dalla soglia e salutiamoli e, solo questo, non si prendano (cong. esortativo) le loro parole, e non si pensi che ci sia in loro qualcosa di grande, o un bene segreto. Perché ti arrovelli (torques > torqueo) e ti maceri su tale questione, quando è più utile disprezzarla, che risolverla? È proprio di chi viaggia tranquillo ed in  occasione favorevole (ex commodo) occuparsi delle piccole cose : quando invece il nemico sta alle spalle ed il soldato ha l’ordine di andare avanti, la necessità sconquassa (excutit) ciò che la pace senza guerra aveva racimolato  (collegerat).

7) Non mi manca di seguire le loro parole  che cadono in modo dubbio, e con esse mettere alla prova la mia sottigliezza.

“Guarda quali popoli si adunano,

e quali mura, chiuse

le porte, affilino il ferro”

(Eneide, VIII 385,6. ‘ferro’ > metonìmia; il materiale per l’oggetto)

Bisogna che io ascolti questo fragore di guerra circostante, con animo fermo (riferim. al suo stato attuale di precarietà sotto Nerone).

8) A buon diritto sembrerei a tutti un pazzo se, mentre vecchi e donne si dànno da fare a fortificare le mura con  sassi, e mentre i giovani armati dentro le porte aspettano il segno della sortita e lo invocano, e quando i dardi nemici (metonimia; i dardi di per sé non sono né amici, né nemici) fanno vibrare le porte e il terreno addirittura trema a causa delle fosse e dei cunicoli, [sembrerei a tutti un pazzo se – della riga iniziale del paragrafo], sedessi senza far nulla , occupandomi di questioncelle di tal genere: ‘quello che non hai perso, lo hai; non hai perso le corna, e dunque (ergo) hai le corna’ (qui sembra che Seneca faccia dell’ironia sul sillogismo aristotelico; anche la forma è la medesima, con ‘ergo’ nella stessa posizione), o altre cose prodotte sull’esempio di questa delirazione.

9) E ugualmente sarebbe giusto che tu mi ritenessi demente se perdessi il mio tempo in queste cose: anche ora sono assediato. Allora il pericolo, per me che sono stretto d’assedio, verrebbe dall’esterno e un muro mi separerebbe dal nemico; ma invece sono dentro di me cose mortali (mortifera). (Simile al “sunt tecum quae fugias” di altro scritto senechiano, il tema del portarsi dentro le cose che ci opprimono è da lui fortemente sentito. Le cose ‘mortifera’ di cui qui Seneca parla, sono forse quelle che gli derivano dal paradosso della sua vita; un filosofo stoico che ha condotto una vita del tutto contraria ai dettami del proprio Credo. Ma potrebbe anche pensare alle cose fatte e dette a Nerone, le quali adesso gli stanno causando tale situazione precaria e pericolosa.). Non mi occupo di queste sciocchezze; ho un’immensa difficoltà (negotium) fra le mani, ora. (È stato ucciso Burro. Seneca si è ormai ben reso conto che Tigellino farà fare anche a lui la stessa fine. Tigellino ha preso il suo posto accanto a Nerone). Che faccio? la morte mi insegue, la vita fugge da me.

10) Contro queste cose insegnami; fai che io non fugga la morte (questo lo dice a se stesso, è ovvio, secondo il dettame stoico che prevede il suicidio in casi di estrema necessità) e che la vita non fugga me. Esortami contro le cose difficili, e contro quelle inevitabili; prolunga la brevità del mio tempo. Insegnami che il buono della vita non è riposto nella sua durata, ma nell’uso (che se ne è fatto, della vita), e che può accadere, e anzi spessissimo accade, che chi a lungo ha vissuto, meno ha vissuto. Dì a me che sto per andare a dormire ‘potresti non alzarti’; dì a me che mi sono alzato ‘potresti non andare più a dormire’. Dì a me che sto per uscire ‘potresti non tornare a casa’; dì a me che sono tornato ‘potresti non uscire più’.

11) Sbagli se pensi che solo in una traversata per mare la vita sia meno lontana dalla morte: in ogni luogo, in egual misura, l’intervallo è minimo. Comunque non in tutti i luoghi la morte si mostra così vicina: ma in ogni luogo è più tosto vicina.  Togli queste tenebre e più facilmente mi tramanderai quelle cose per cui sono già preparato. (Qui Seneca parla con il se stesso filosofo Stoico; preparato alla morte, ma ancora ottenebrato dalla vita mondana, piena di lussuria, fama e potere; cose di cui egli fino a quel momento ha goduto a piene mani). La natura ci ha creati docili e ci ha dato una capacità di raziocinio (rationem dedit) imperfetta, ma che può essere resa perfetta.

12) Discuti con me della giustizia, della ‘pietas’, [‘pietas’ > intraducibile con un unico termine. È il tipico atteggiamento romano di rispetto e sottomissione verso gli Dèi, la patria, i genitori e gli altri parenti. È spesso rappresentata con aspetto umano, a volte con una cicogna, simbolo della pietà filiale. Sotto l’Impero la Pietas Augusta appare sulle monete e nelle iscrizioni. Alcuni Romani adottarono l’aggettivo ‘Pio’ come cognomen. Il ‘Pius Aeneas’ virgiliano rappresenta l’ideale romano; uomo dotato di enorme spirito religioso. Latore  di una missione patriottica – esule da Troia con il padre ed il figlio Iulo, sarà il capostipite fondatore di Roma e della Gens Julia. -  Devoto oltremodo verso il padre, verso il figlio e verso i compagni. Ecco perché, quando si trova tale parola in latino, si preferisce non darle nessuna traduzione, ma riportarla nella sua forma latina.] della moderazione, dell’onore, entrambe quelle (giustizia e pietas) si astengono dall’altrui corpo, e queste due ultime  (moderazione e onore) hanno rispetto per il proprio. Se non vorrai condurmi per strade devianti, più facilmente giungerò là dove voglio andare; (ancora parla Seneca-uomo a Seneca-filosofo); infatti come dice Euripide (Fenicie 469) ‘semplice è il linguaggio della verità’, e per ciò non è opportuno complicarlo; infatti a quegli animi che tentano di raggiungere (conantibus) grandi finezze mentali (calliditas), pochissimo convengono tali subdole cose.

Vale.

(Qui Seneca parla della morte. Invoca il se stesso filosofo affinchè lo aiuti a ‘prepararsi’. In realtà ancora troppa mondanità è, per così dire, ‘attaccata’ alla sua anima, affinchè essa possa essere ‘netta e pura’, tanto  da poter raggiungere quelle ‘raffinatezze mentali’, proprie del filosofo, e del filosofo Stoico, che permetterebbero a Seneca di accogliere degnamente la propria morte.)

Chiaramente la lettera L (50) è il continuum logico di un pensiero iniziato nella IL (49); di un filo logico che si dipana, senza soluzione di continuità, dall’una, all’altra.

Nella lettera IL (49) Seneca impone una specie di ‘ricapitolazione morale’ a se stesso: del suo stato e delle cose che vengono fuori dal suo vissuto; e queste non gli piacciono.

Anche nella L (50) Seneca ‘parla’ a Lucilio, ma anche qui sembra che parli piuttosto a se stesso.

Egli in questa lettera, non certo coscientemente, dà spiegazione del paradosso che lui stesso è: uomo e filosofo. Come cittadino di Roma infatti, che vive a Corte, in quel particolare periodo, egli è dovuto addivenire a dei compromessi per rimanere a ‘galla’. Così in 50,3 sgg. dice che ‘siamo dei ciechi e non vediamo i mali che albergano dentro di noi’. Ma in 50,3,3 dice anche che noi ‘ciechi’ offriamo motivazioni a nostra discolpa: ‘io non sono ambizioso, ma nessuno a Roma può vivere diversamente; non sono uno spendaccione, ma la città stessa impone grandi spese; non è un mio vizio quello di essere collerico…’ Ecco, come si diceva in altro luogo, che Seneca stesso ci dà dimostrazione che, per stare in una città come Roma, nel tempo in cui egli vive, è necessario essere nel modo in cui descrive.

Egli poi, ovviamente, come filosofo e Stoico, afferma questi come vizi che stanno dentro di noi, ma in realtà, anche a non volersi sottomettere a tali vizi, si corre il mortifero rischio di perdere il favore dell’Imperatore…

Per Seneca questo fatto rappresenterà suo malgrado una vera e propria fonte di lacerazione interiore, che egli potrà ricomporre solo alla fine della sua vita, morendo da vero filosofo Stoico: dandosi la morte, poiché la situazione lo richiedeva.

La lacerazione dell’Io di Seneca dà vita al Corpus delle Epistulae e l’Opera, didascalica e morale nella sua totalità, sembra che l’Autore la scriva per se stesso;  per rammentare, ricordare, riportare la sua vita a vivere ‘secondo natura’.

L (50)

Traduzione.

Seneca dice salve al suo Lucilio.

1) Ho ricevuto la tua lettera dopo molti mesi da quando la inviasti; così ho ritenuto inutile chiedere a chi la portava cosa tu facessi. Certo di buona memoria sarebbe, se se lo fosse ricordato; e tutta via spero tu viva in modo tale che, dovunque tu vada, sappia sempre cosa fai. Infatti cosa altro fai ogni giorno se non essere migliore, estrapolare (ponas) qualcosa dagli errori, capire che le manchevolezze (vitia) che ritieni proprie delle cose, in realtà sono le tue? Noi infatti le ascriviamo ai tempi ed ai luoghi, ma quelle manchevolezze, dovunque andremo, verranno con noi. (Si ripropone prepotentemente il “sunt tecum quae fugias”. Anche Seneca è fuggito dall’Urbe, ma la sua interiorità, la sua consapevolezza, il suo vissuto, lo hanno accompagnato là dove ora si trova. Alle spalle si è lasciato la vita dissennata, fatta di potere e lussi e sfrenatezze, ma dentro porta tutto con sé.)

2) Arpaste la buffonesca (fatuam) (ancella) di mia moglie, sai che è rimasta in casa mia  come onere ereditario. Io infatti sono assolutamente contrario a queste storie; se mi voglio divertire con un buffone, non devo cercare tanto lontano: rido di me. (Amara è la considerazione di Seneca che si sente adesso poco più che un buffone. Dagli onori più alti di tutore prima, e consigliere poi, di Nerone, adesso si trova fra i presunti congiurati. E forse Seneca vorrebbe ridere di sé, amaramente, è ovvio, per la sua cecità di anni; per non essersi reso conto della follia di Nerone, che pure era ben evidente, così come ci racconta evidente, la cecità di questa vecchia ancella la quale tutta via, più tosto di ammettere di essere cieca, dice che è ‘buia la casa’! Anche Seneca si sente come questa ancella; anche lui sa di non avere affrontato la realtà dei fatti, negli anni durante i quali, sin dalla giovinezza, è stato accanto a Nerone. Forse ha pensato, come a suo tempo pensò Platone, di poter ‘guidare’ l’Imperatore, ma avrebbe dovuto imparare dagli errori del suo antico antenato che per poco non ci rimise la vita!, cosa che lui, invece ci rimetterà purtroppo.). Questa buffona all’improvviso ha perso la vista. Ti racconto una cosa incredibile, ma vera; lei non sa di essere cieca; e continuamente chiede alla sua guida (paedagogum) di andare via, dice che la casa è buia. 

3) Ciò che in lei ci fa ridere, sia chiaro (liqueat cong. obliquo > liqueo) accade a tutti noi.  Nessuno capisce di essere avaro, nessuno bramoso. Almeno i ciechi chiedono una guida, noi invece, senza guida alcuna andiamo errando e diciamo, ‘non sono io che sono ambizioso, ma nessuno può vivere diversamente a Roma; non sono io ad essere uno spendaccione, ma la città stessa impone spese enormi; non è un mio vizio quello di essere collerico, o di non aver ancora trovato un indirizzo sicuro alla mia vita: è la giovinezza a provocare queste cose’. (Qui Seneca elenca quattro situazioni di dissennatezza proprie del mondo in cui egli ha vissuto e di cui certo è stato lungamente partecipe: ambizione/avidità, denaro, sfrenatezza di costumi e potere. Seneca è ben consapevole di quanto potere, fama e ricchezza egli abbia stretto nelle proprie mani. E qui si fa censore di se stesso. Ma in realtà, per vivere al fianco dell’Imperatore ed essere considerato da lui, in modo da tentare almeno di guidarlo, egli non poteva fare altro se non adeguarsi al modus vivendi di Nerone  e della sua Corte, ormai preda della follia e della  corruzione. Ci rendiamo conto comunque, dalle parole del filosofo, che la condanna al proprio vissuto, prima che dal pubblico, viene da lui stesso.)

4) Perché vogliamo illuderci? non sta fuori da noi il male; è dentro di noi, cova (sedet) proprio nel nostro animo, e per ciò giungiamo difficilmente alla guarigione, perché non sappiamo di essere malati. Se cominciassimo a curarci (coeperimus può essere fut. anteriore o perfetto cong. Periodo Ipotetico III tipo, irrealtà – apodosi), quando riusciremo a dissipare (discutiemus, futuro, III coniugaz. > discutio > dis + quatio. Protasi Periodo Ipotetico III tipo, irrealtà) così tante forze di malattie?  Ma in realtà neppure lo cerchiamo un medico, che avrebbe meno problemi (per curare la malattia), se arrivasse presto alla malattia;  indoli versatili (teneri) e ingenue (rudes) seguirebbero (cong. imperf. potenz.) lui che mostra le cose giuste. 

5)  Nessuno difficilmente è ricondotto allo stato di natura, se non è proprio lui che lo abbandona: ci vergogniamo di imparare una retta condotta. Ma per Ercole!, se è vergognoso richiedere un insegnante di tale cosa (della retta condotta), dobbiamo disperare che un così grande bene (tantum bonum) possa istillarsi in noi per caso: dobbiamo darci da fare e, come è vero ciò che dico, non sarà (est) neppure una grande fatica, se solo, come ho detto,  cominciamo ad istruire e migliorare il nostro animo, prima che la sua malvagità si sclerotizzi (indurescat). 

6)  Ma io non mi rassegno nemmeno per le cose ormai indurite (indurata, participio passato, passivo > induresco), non c’è niente che un lavoro costante, insieme ad un trattamento incessante e coscienzioso, non possa debellare. Puoi riportare (revocabis, fut.) ‘in linea’  (in rectum) anche alberi ormai incurvati (robora…quamvis flexa); il calore distende tavole curve e anche se fatte per altro scopo (trabes…aliter natae) possono essere plasmate secondo quello che la nostra esigenza richiede. Molto più facilmente l’animo accoglie una disposizione (formam), perché è flessibile, e più versatile di qualsiasi liquido. Che altro è l’animo infatti, se non un qualcosa che ha in sé lo spirito? e infatti tu puoi vedere quanto lo spirito sia più docile di ogni altro materiale e quanto sia più tenue. 

7) E questo, o mio Lucilio, non deve impedirti di sperare un minor bene per noi, per il fatto che la malignità (malitia) ormai ci occupa, ed è in possesso di noi da tempo (diu in possessione nostri est); per nessuno giunge un’indole positiva, prima di un’indole prava; siamo tutti così predisposti (praeoccupati > invasi prima – da un’indole prava); imparare le virtù significa disimparare i vizi. 

8) Ma dobbiamo darci da fare per la nostra purificazione con sempre maggior coraggio, poiché basta una volta e dopo il possedimento del bene è trasmesso per sempre; e non viene più disimparata neppure la saggezza. Le cose contrarie (a quanto detto sopra) invece si attaccano male in un luogo estraneo, così possono essere rimosse (depello) e scacciate (exturbo); pacificamente stanno invece le cose che si trovano nel loro posto appropriato. La virtù esiste secondo natura, ma i vizi sono suoi nemici e a lei ostili.

9)  Ma come non possono sparire le virtù ormai recepite ed è facile la loro tutela, così è difficile l’inizio, per portarci verso quelle, poiché questo è proprio di una mente senza mezzi  (inbecillam – notare la ‘in’ prefisso negativizzante, che deriva dalla sonante-vocale Indoeuropea ‘Ņ’, che, attraverso la rotazione consonantica germanica dà, in greco alfa privativo; in latino ed in italiano ‘in’. Qui il prefisso è mantenuto nella sua forma.) e debole (aegrae), avere paura di tutte le cose sconosciute (inexperta); così è necessario costringerla, affinchè inizi. Poi non è aspra (acerba) la medicina; ma subito piace, fino a che porta a guarigione.  Il piacere di altri rimedi è successivo alla guarigione; la filosofia, allo stesso modo, è apportatrice di salute ed è dolce.

Vale.

Le due lettere IL e L. - Commento di Cristina Tarabella.

Dapprima Seneca pone considerazioni di ordine generale. Parla della durata del tempo, e della sua brevità. In realtà, leggendo tra le righe, Seneca dà sfogo alle sue paure; 49,4,2, …”non ero abituato a vedere questo tempo così veloce”).    Adesso che le cose politicamente e personalmente per lui sono precipitate in un abisso dal quale lui stesso, assai improbabilmente riemergerà (e seneca è consapevole di ciò), si ferma a guardare, come non ha mai fatto, il passare del tempo: è veloce, e gli sfugge ormai di mano.

Non abita più nell’Urbe; non è più tra i favoriti di Nerone, anzi è fra i ‘dannati’; non ha più le sue ricchezze; non ha più nessun potere. Il suo buon amico Burro è stato ucciso, per volere di Tigellino (che, ovviamente vuole morto anche Seneca stesso). Gli intrighi di corte si fanno sempre più folli.

E adesso, con tutta la sua vita che gli crolla addosso, Seneca sente il peso potente dell’evanescente, e immemore, passare del tempo.

Lui si dice ‘pronto a combattere’; non starà come un imbelle seduto con le mani in mano  senza far niente. Ma come potrà mai combattere, quando al fine sarà accusato di avere preso parte alla congiura dei Pisoni?

49,9,4 “..adesso ho un’immensa difficoltà fra le mani…la morte mi insegue, fugge la vita…”  Lo sente, lo sa che sta per succedere qualcosa anche a lui. Vista la sorte che è toccata a Burro. Visto che ormai Tigellino si è insediato nella mente malata di Nerone e ne ha acquistato la credibilità…

E allora Seneca chiede aiuto a Lucilio, ma è a se stesso che si rivolge in realtà; 49,10,3  “…insegnami che il buono della vita non è riposto nella sua durata, ma nell’uso che si fa di essa…”  Eppure, anche questo non può dargli molto conforto, perché non ha vissuto, in quegli anni, nella maniera ortodossa dello Stoico. Però almeno ha tentato di arginare la follia soverchiante di Nerone; questa certamente è una grande azione, anche se a Seneca, censore  di se stesso, nemmeno ciò è sufficiente per assolversi.

Nella lettera 50 egli dice che almeno Lucilio si è sempre comportato in modo da migliorarsi giorno dopo giorno (cosa che, come Stoico, avrebbe dovuto fare anche lui!). Ed è appunto con tale osservazione che intende riferirsi alla vita che egli ha condotto fino a quel momento, la quale non lo ha portato in altro luogo, se non in esilio. E tutti i suoi trascorsi; il potere; le ricchezze; la vita dissennata e lussuriosa e adesso i sensi di colpa per tutto ciò, Seneca li ha dentro di sé, ed è il suo senso di colpa il nemico peggiore; 50,1,7 “…quelle cose, dovunque andremo, ci seguiranno”, che riecheggiano molto fortemente il “sunt tecum quae fugias” di altro scritto senechiano.  Non si può sfuggire alla propria interiorità.

Nella lettera 50, Seneca parla di ciechi, e partendo da un caso di cecità fisica, passa a parlare di quella dell’animo.  Si è tutti ciechi e non ce ne accorgiamo. E lui è stato forse il più cieco di tutti, perché non si è voluto avvedere di chi veramente fosse Nerone; eppure è stato con lui sin da quando l’Imperatore era piccolo!, e non ostante ciò non ha voluto vedere tutta la sua follia.

E adesso, con grande affanno, Seneca cerca di dare una spiegazione, se non una giustificazione, perché quella non la cerca, alla propria cecità; ciò si è detto anche altrove: 50,3,3 “…nessuno potrebbe vivere a Roma in maniera diversa…”  Infatti, come già  detto, anche Seneca si è dovuto adeguare ad un modus vivendi; altrimenti non avrebbe avuto accesso al potere; al comando; alla possibilità, in fine, di cambiare qualcosa e al tentativo di arginare la sesquipedale follia di Nerone.

Ma ha fallito!

E comunque pensa, o spera, di essere ancora in tempo per salvare il suo animo dal ‘vizio’, perché 50,6,2 “…si posono riportare nella giusta posizione, anche alberi ormai incurvati…L’animo riceve assai facilmente un’educazione…” e ancora, 50,7,3 “…imparare le virtù, vuol dire disimparare i vizi….”

50,8,4  “..la virtù è secondo natura…” e quindi 50,9,4 “…bisogna costringere la mente, affinché inizii (ad apprendere la virtù)..”    E la chiusa della lettera ci informa che Seneca è tornato ad essere solo ed esclusivamente il Filosofo Stoico:  50,9,6  “…la filosofia è allo stesso tempo apportatrice di salute e cosa dolce…”.

Quindi ci ritroviamo di fronte un uomo che ha lasciato tutta la mondanità (potere, fama, denaro), per riappropriarsi della santità e sanità della filosofia e che inizia a ‘vivere secondo natura’.

Un uomo che, d’ora in poi, sarà esclusivamente dedito alla pietas.

Gli ultimi anni della sua vita infatti saranno da Seneca interamente dedicati alla pratica e allo studio della filosofia e della sua applicazione.


Fugacità del tempo

Il senso della fuga del tempo e della precarietà delle cose umane percorre tutta l'opera di S. ; a dargli espressione S. utilizza tre metafore; il tempo come un fiume che scorre inarrestabile (De brev. vit. 8,5" andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità; scorrerà in silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste") , il punto nel quale si risolve e si vanifica l'esistenza umana (Ep. ad Luc. 49,3 "è un punto quello che viviamo, e ancor meno di un punto"), l'abisso nel quale si perde ogni cosa (Ep. ad Luc. 49,3 "tutte le cose cadono nel medesimo abisso")

In S. il motivo della fuga "rapinosa" del tempo si tinge spesso dei toni di un'angosciosa consapevolezza, che guarda all'instabilità e alla precarietà delle sorti umane; la riflessione sul tempo che scorre si trasforma così, spesso, in una penosa riflessione sulla morte (Ep. ad Luc.99,9 " in tanta fluttuazione delle cose umane niente per alcuno è certo se non la morte"; De brev. vit.7,3" ci vuole tutta una vita per imparare a vivere, e, ciò che ti stupirà di più, ci vuole una vita per imparare a morire").

Il Tempo nel De brevitate vitae e nelle Epistole ad Lucilium

Al tempo, al suo significato e al suo uso, S. dedica un intero dialogo, il De brevitate vitae, composto tra il 49 ed il 54d.C. ; il dialogo sviluppa come tema centrale l'opposizione tra l'atteggiamento degli "occupati" che "scialacquano" il proprio tempo disperdendosi in occupazioni futili, ed il "sapiens", che, vivendo in aristocratica solitudine, dedica il proprio tempo alla sola conquista della saggezza.

La riflessione senecana sul tempo, che trova una sua prima, articolata espressione, nel De brev. vit. , si completa nell'epistolario. Se l'antidoto al fluire incessante del tempo è costituito dalla conquista di un'immortalità che "supera" il tempo, nel dialogo questa conquista si circoscrive ad una dimensione puramente intellettuale di "evasione" dal presente; il saggio è in grado di dominare col pensiero anche le età che lo hanno preceduto, in un'ideale comunione con i grandi spiriti del passato (De brev vit. 14,1" Soli fra tutti sono sfaccendati quelli che dedicano il loro tempo alla saggezza, solo essi vivono; né solo della loro vita sono attenti custodi: vi aggiungono ogni età; tutti gli anni alle loro spalle sono un loro acquisto. Se non siamo mostri di ingratitudine, quei fari di luce, fondatori di sacre dottrine, sono nati per noi, hanno predisposto la vita per noi..., non siamo esclusi da nessun secolo, a tutti abbiamo libero accesso, e, se vogliamo evadere dalle angustie della debolezza dello spirito, è molto il tempo per cui spaziare") .

Nelle Epistole l'ideale dell'atemporalità del saggio si concreta e si estende: il sapiens usa del tempo per uscire dal tempo, nella conquista di valori che del tempo non hanno più bisogno (101,8-9 " Chi ogni giorno dà alla sua vita l'ultima mano, non sente il bisogno del tempo; da questo bisogno nascono il timore, la brama del futuro che ci rode l'animo...Come riusciremo a sfuggire a tale agitazione? In un solo modo: se la nostra vita non si espanderà al di fuori, ma si concentra in se stessa; giacché è in balia del futuro colui per il quale il presente è vano. Ma quando non ho più alcun debito verso di me, e quando l'animo, ben saldo, sa che non c'è differenza fra un giorno e un secolo, esso guarda dall'alto tutti i giorni e gli eventi futuri e considera ridendo allegramente il succedersi del tempo"; 92,25 " Qual è la caratteristica della virtù? Essa non ha bisogno dell'avvenire e non fa il computo dei suoi giorni: in uno spazio di tempo quanto vuoi breve giunge al pieno possesso dei beni eterni") .

Seneca ed il "carpe diem" epicureo

La valorizzazione attenta di ogni attimo dell'esistenza è il mezzo attraverso il quale è possibile raggiungere la saggezza e superare la debole condizione umana (Ep. 101,10 "perciò affrettati, o mio Lucilio, a vivere, e considera ogni giorno una vita"). Il concetto del vivere pienamente in ogni istante della propria vita è, anche, ideale epicureo, e ricorre come si sa in Orazio, Odi I,11 vv7-8 "dum loquimur, fugerit invida/ aetas; carpe diem, quam minimum credula postero"; Odi III,29 vv41ss." Ho vissuto. Offenda pure domani Giove di nere nubi il cielo o brilli il sole, non potrà rendere vano il passato, né disperdere o mutare quello che mi ha dato l'ora fuggitiva".

Le analogie tra il concetto espresso da Orazio e quello espresso da Seneca tradiscono però una grande differenza di impianto : alla base del carpe diem epicureo c'è il concetto del vivere intensamente ogni attimo dell'esistenza, capitalizzandone gioie e piaceri, in un'ottica "distensiva" dello spirito. Nel concetto stoico del "vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo" si concretizza invece l'ideale di una pratica filosofica sempre tesa alla conquista della saggezza , in lotta con il tempo che scorre implacabile ; un'ottica, quindi, che non mira alla distensione, quanto piuttosto alla tensione dello spirito. Padroneggiare il presente ed affrancarsi dal domani diventa in Seneca un invito al possesso integrale di se stessi , non solo e non tanto, quindi, un richiamo al carattere effimero dell'esistenza.


DAL "DE BREVITATE VITAE"

I. La maggior parte dei mortali, o Paolino, si lagna per la cattiveria della natura, perché siamo messi al mondo per un esiguo periodo di tempo, perché questi periodi di tempo a noi concessi trascorrono così velocemente, così in fretta che, tranne pochissimi, la vita abbandoni gli altri nello stesso sorgere della vita. Né di tale calamità, comune a tutti, come credono, si lamentò solo la folla e il dissennato popolino; questo stato d’animo suscitò le lamentele anche di personaggi famosi. Da qui deriva la famosa esclamazione del più illustre dei medici [Ippocrate, V-IV sec. a.C.], che la vita è breve, l’arte lunga; di qui la contesa, poco decorosa per un saggio, dell’esigente Aristotele con la natura delle cose, perché essa è stata tanto benevola nei confronti degli animali, che possono vivere cinque o dieci generazioni, ed invece ha concesso un tempo tanto più breve all’uomo, nato a tante e così grandi cose. Noi non disponiamo di poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga abbastanza e ci è stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando essa trascorre nello spreco e nell’indifferenza, quando non viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall’estrema necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita breve, ma l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo, ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si estende per chi sa bene gestirla.

II Perché ci lamentiamo della natura delle cose? Essa si è comportata in maniera benevola: la vita è lunga, se sai farne uso. C’è chi è preso da insaziabile avidità, chi dalle vuote occupazioni di una frenetica attività; uno è fradicio di vino, un altro languisce nell’inerzia; uno è stressato da un’ambizione sempre dipendente dai giudizi altrui, un altro è sballottato per tutte le terre da un’avventata bramosia del commercio, per tutti i mari dal miraggio del guadagno; alcuni tortura la smania della guerra, vogliosi di creare pericoli agli altri o preoccupati dei propri; vi sono altri che logora l’ingrato servilismo dei potenti in una volontaria schiavitù; molti sono prigionieri della brama dell’altrui bellezza o della cura della propria; la maggior parte, che non ha riferimenti stabili, viene sospinta a mutar parere da una leggerezza volubile ed instabile e scontenta di sé; a certuni non piace nulla a cui drizzar la rotta, ma vengono sorpresi dal destino intorpiditi e neghittosi, sicché non ho alcun dubbio che sia vero ciò che vien detto, sotto forma di oracolo, nel più grande dei poeti [forse si riferisce a Menandro (IV sec. a.C), il più grande dei poeti comici]: "Piccola è la porzione di vita che viviamo". Infatti tutto lo spazio rimanente non è vita, ma tempo. I vizi premono ed assediano da ogni parte e non permettono di risollevarsi o alzare gli occhi a discernere il vero, ma li schiacciano immersi ed inchiodati al piacere. Giammai ad essi è permesso rifugiarsi in se stessi; se talora gli tocca per caso un attimo di tregua, come in alto mare, dove anche dopo il vento vi è perturbazione, ondeggiano e mai trovano pace alle loro passioni. Pensi che io parli di costoro, i cui mali sono evidenti? Guarda quelli, alla cui buona sorte si accorre: sono soffocati dai loro beni. Per quanti le ricchezze costituiscono un fardello! A quanti fa sputar sangue l’eloquenza e la quotidiana ostentazione del proprio ingegno! Quanti sono pallidi per i continui piaceri! A quanti non lascia un attimo di respiro l’ossessionante calca dei clienti! Dunque, passa in rassegna tutti costoro, dai più umili ai più potenti: questo cerca un avvocato, questo è presente, quello cerca di esibire le prove, quello difende, quello è giudice, nessuno rivendica per se stesso la propria libertà, ci si consuma l’uno per l’altro. Infòrmati di costoro, i cui nomi si imparano, vedrai che essi si riconoscono da questi segni: questo è cultore di quello, quello di quell’altro; nessuno appartiene a se stesso. Insomma è estremamente irragionevole lo sdegno di taluni: si lamentano dell’alterigia dei potenti, perché questi non hanno il tempo di venire incontro ai loro desideri. Osa lagnarsi della superbia altrui chi non ha tempo per sé? Quello almeno, chiunque tu sia, benché con volto arrogante ma qualche volta ti ha guardato, ha abbassato le orecchie alle tue parole, ti ha accolto al suo fianco: tu non ti sei mai degnato di guardare dentro di te, di ascoltarti. Non vi è motivo perciò di rinfacciare ad alcuno questi servigi, poiché li hai fatti non perché desideravi stare con altri, ma perché non potevi stare con te stesso.

III Per quanto siano concordi su questo solo punto gli ingegni più illustri che mai rifulsero, mai abbastanza si meraviglieranno di questo appannamento delle menti umane: non tollerano che i propri campi vengano occupati da nessuno e, se sorge una pur minima disputa sulla modalità dei confini, si precipitano alle pietre ed alle armi: permettono che altri invadano la propria vita, anzi essi stessi vi fanno entrare i suoi futuri padroni; non si trova nessuno che sia disposto a dividere il proprio denaro: a quanti ciascuno distribuisce la propria vita! Sono avari nel tenere i beni; appena si giunge alla perdita di tempo, diventano molto prodighi in quell’unica cosa in cui l’avarizia è un pregio. E così piace citare uno dalla folla degli anziani: "Vediamo che sei arrivato al termine della vita umana, hai su di te cento o più anni: suvvia, fa un bilancio della tua vita. Calcola quanto da questo tempo hanno sottratto i creditori, quanto le donne, quanto i patroni, quanto i clienti, quanto i litigi con tua moglie, quanto i castighi dei servi, quanto le visite di dovere attraverso la città; aggiungi le malattie, che ci siamo procurati con le nostre mani, aggiungi il tempo che giacque inutilizzato: vedrai che hai meno anni di quanti ne conti. Ritorna con la mente a quando sei stato fermo in un proposito, quanti pochi giorni si sono svolti così come li avevi programmati, a quando hai avuto la disponibilità di te stesso, a quando il tuo volto non ha mutato espressione, a quando il tuo animo è stato coraggioso, che cosa di positivo hai realizzato in un periodo tanto lungo, quanti hanno depredato la tua vita mentre non ti accorgevi di cosa stavi perdendo, quanto ne ha sottratto un vano dispiacere, una stupida gioia, un’avida bramosia, una piacevole discussione, quanto poco ti è rimasto del tuo: capirai che muori anzitempo". Dunque qual è il motivo? Vivete come se doveste vivere in eterno, mai vi sovviene della vostra caducità, non ponete mente a quanto tempo è già trascorso; ne perdete come da una rendita ricca ed abbondante, quando forse proprio quel giorno, che si regala ad una certa persona od attività, è l’ultimo. Avete paura di tutto come mortali, desiderate tutto come immortali. Udirai la maggior parte dire: "Dai cinquant’anni mi metterò a riposo, a sessant’anni mi ritirerò a vita privata". E che garanzia hai di una vita tanto lunga? Chi permetterà che queste cose vadano così come hai programmato? Non ti vergogni di riservare per te i rimasugli della vita e di destinare alla sana riflessione solo il tempo che non può essere utilizzato in nessun’altra cosa? Quanto tardi è allora cominciare a vivere, quando si deve finire! Che sciocca mancanza della natura umana differire i buoni propositi ai cinquanta e sessanta anni e quindi voler iniziare la vita lì dove pochi sono arrivati!

traduzione di Luigi Chiosi


L'APOKOLOKYNTOSIS

I

I fatti che si svolsero nei cieli il tredici ottobre dell'anno di grazia, primo di un'era di beatitudine, ecco quanto voglio tramandare alla storia. Qui non si farà posto né ai risentimenti né alle simpatie. Se per caso qualcuno domanderà come faccio a sapere le cose così precise, prima di tutto, se non mi garba, non risponderò: e chi mi può obbligare? So pure di essere diventato un uomo libero sin da quando finì i suoi giorni colui che aveva confermato la verità del proverbio: "o si nasce re o si nasce cretino". Se mi piacerà di rispondere, dirò quello che mi viene alla bocca. Gli storici? Chi ha mai preteso da loro dei testimoni giurati? E poi, se proprio bisognerà mettere avanti la fonte, domandatelo a quello che vide Drusilla salire al cielo: lui vi dirà magari anche di aver visto fare a Claudio "trimpellando coi suoi passetti" quello stesso viaggio. Volere o no, gli tocca pure di vedere tutto quello che succede in cielo; soprintende alla via Appia, che presero, lo sai, anche Augusto e Tiberio Cesare, per andare fra gli dèi. Se lo domandi a lui, a quattr'occhi, te lo dirà: davanti a più persone non si lascerà cavare una parola: perché dal giorno che in senato giurò di avere visto Drusilla salire in cielo, e, per ringraziamento di una notizia così bella, nessuno volle credere quello che egli aveva pur visto, proclamò solennemente che non avrebbe fatto più rivelazioni neanche se avesse visto ammazzare un uomo nel mezzo del foro. Quanto seppi da lui allora, io ve lo riporto pari pari, per quanto mi è caro saperlo contento e in buona salute.

II

Febo avea già con più breve cammino affrettato il suo corso

E delle tenebre le ore allungavano il sonno e il riposo,

E già Cinzia vedea vittoriosa più vasto il suo regno;

Squallido l'inverno strappava i doni giocondi

Dell'autunno ferace, e da Bacco, omai declinante,

Attardandosi, rari cogliea frutti il vendemmiatore.

Forse si intenderà meglio se dirò: era ottobre, il tredici del mese. L'ora non te la so dire precisa: è più facile si trovino d'accordo due filosofi che due orologi; a ogni modo si era fra l'ora sesta e la settima. "Tu fai le cose troppo alla buona per fermarti costì: tutti i poeti non si contentano di descrivere la levata e il tramonto, e magari scomodano anche il mezzogiorno; tu passi così alla leggera su un'ora tanto fortunata?"

Ecco già Febo col carro a metà avea diviso il suo corso

E più verso la notte agitava ormai stanco le briglie,

Per l'obliquo sentiero traendo al declino la luce.

III

Claudio dispose la sua anima alla partenza, ma non trovava l'uscita. Allora Mercurio, che si era sempre compiaciuto del sottile ingegno di lui, chiama in disparte una delle Parche e le dice: "Donna spietata, perché lasci nelle pene dell'agonia quel disgraziato? Ma non avrà mai riposo da questi lunghi tormenti? Sono sessantaquattro anni che è alle prese con la sua anima: perché non vuoi far piacere a lui e al suo popolo? Lascia che abbiano ragione per una volta gli astrologi, che, da quando è diventato imperatore, non passa anno, non passa mese, che non lo spediscano all’altro mondo. Però nulla di strano se non si raccapezzano e se nessuno sa quando suona la sua ora: nessuno credeva che egli fosse mai di questo mondo. Fa’ il tuo ufficio:

"Muoia, e tu lascia che un altro al suo posto governi più degno".

Ma Cloto: "E dire che proprio io, per Ercole, esclamò, gli volevo aggiungere qualche poco di giorni, tanto perché desse la cittadinanza a quei tre o quattro che rimangono ancora: s'era proposto di vedere tutti in toga: Greci, Galli, Ispani, Britanni. Ma, se è decretato che rimanga qualche straniero, perché non se ne perda il seme, e tu vuoi così, sia pure". Allora apre una cassettina e mette fuori tre fusi: uno era di Augurino, uno di Baba, il terzo di Claudio. "Questi tre, disse, li farò morire nello spazio di un anno, a poca distanza di tempo, e così non lo lascerò partire senza compagnia. Non è bello che uno, che finora vedeva tante migliaia di persone al suo seguito, e tante per staffetta, e tante ai lati, si trovi a un tratto abbandonato da tutti. Si contenterà per ora di questi tre camerati".

IV

Disse, e sul fuso funesto i suoi stami avvolgendo,

Della stolida vita di un principe il corso troncava.

Ma Lachesi redimita le chiome, adorna i capelli,

Pierio lauro cingendo attorno alla fronte ed al crine,

Candidi fili da fiocchi simili a neve deduce

Con sicura mano volgendoli: e, mentre li trae,

Prendono nuovo colore: miran le sorelle il lavoro,

Mentre la rozza lana si muta in prezioso metallo,

Sì che secoli d'oro discendono in fulgido stame.

Elle non trovan riposo: il ricco filano vello

Liete mirandone piene le mani; sì è dolce il lavoro.

L'opera volge alacre da sé; senza alcuna fatica

Morbidi stami si allungano giù dal fuso che gira:

Vincono di Titòno l’età, di Nèstore gli anni

Febo vicino seconda col canto e gioisce ai presagi,

E sereno ora muove il suo plettro, ora porge la lana:

Col canto le avvince, dimentiche della fatica:

Mentre alla cetra e al canto fraterno indugian le lodi,

Più del solito filan le mani, ed i fati mortali

L'opra ammirata trascende. "Parche, non recidete"

Febo ammonisce: "di ogni mortal vita superi il corso

Quei che a me simile è nel sembiante, e pari di grazia,

E nella cetra e nel canto non cede. Beati ai mortali

Ridarà gli anni, romperà delle leggi il silenzio.

Quale Lucifero sperde la luce degli astri cadenti,

quale Espero sorge annunciando il ritorno degli astri,

Quale, al primo svanir delle tenebre, Aurora la luce

Rosseggiando diffonde, e il sole saluta la terra

Fulgido, e in corsa il suo cocchio avventa fuor dalle sbarre,

Tale Cesare appare, tale fra poco Nerone

Roma saluterà. Mite raggia chiarore di luce

Dal volto, dal collo cui adornan le chiome fluendo".

Così Apollo; e Lachesi già propizia verso l'uomo sì bello lo accontentò largamente donando a Nerone ancora molti anni per suo conto. A Claudio tutti gridano,

"Con lieti evviva, che da casa il seguano."

Ed egli intanto esalò il fiato come da una bolla, e da allora finì di parer vivo. Spirò mentre assisteva a una commedia: tanto perché tu sappia che ho le mie ragioni di guardarmi dagli attori. L'ultima frase che di lui si udì nel mondo, dopo che ebbe lasciato partire un suono più forte del solito da quella parte con la quale si esprimeva con maggior facilità, fu questa:"Povero me, forse me la son fatta addosso". Se l'avesse fatta, non lo so; certo è che egli ha sempre scacazzato dappertutto.

V

Quel che successe poi sulla terra è superfluo riferirlo. Lo sapete benissimo, e non c'è pericolo che esca di mente quello che la gioia popolare ha segnato bene nella memoria: nessuno si dimentica della propria felicità. Sentite piuttosto quello che accadde in cielo: la conferma la troverete nella mia fonte.

Annunciano a Giove l'arrivo di un personaggio di statura discreta, e discretamente imbiancato: doveva avere chi sa che brutte intenzioni, perché tentennava continuamente la testa; strascicava il piede destro. Gli avevano domandato di che paese fosse, e lui aveva borbottato qualcosa con suoni inarticolati e indistinti; ma la sua lingua non la capivano: non era né greco né romano, né di altro paese conosciuto5. Allora Giove chiama Ercole, che aveva girato il mondo in lungo e in largo e doveva conoscere tutti i popoli, e gli dice di andar lui e veder di scoprire di che razza fosse. Ercole, al primo vederlo, ne ebbe sgomento, accorgendosi che ancora non aveva finito di avere a che fare coi mostri. Appena si trovò davanti quel ceffo di nuovo stampo, quel modo di camminare strano, quella voce che non era di animale terrestre, ma come quella dei mostri marini, cavernosa e cincischiata, ebbe paura che fosse venuta la sua tredicesima fatica. Guardandolo poi più attentamente, ci trovò una parvenza di uomo. Allora gli si avvicinò e, cosa molto facile per un greculo, lo apostrofò in greco:

"Chi, d'onde sei? dove mai a te sono patria e famiglia?"

Claudio si sente allargare il cuore, che ci siano là dei classicisti, e spera di trovare accoglienza per le sue storie. Allora, volendo indicare, con un verso omerico anche lui, di essere Cesare, rispose:

"L'aure da Troia ai Cìconi trasportando m'han spinto".

Più vero sarebbe stato il verso seguente, non meno omerico:

"Là per me la città fu distrutta, e perduta coi suoi".

VI

E l'aveva data a bere a Ercole, che non è punto malizioso, se là non ci fosse stata la Febbre, che sola era venuta con lui, lasciando il proprio tempio: tutti gli altri dèi erano rimasti a Roma. "Costui, disse, ti racconta frottole belle e buone. Te lo dico io, che son vissuta tanti anni con lui: è nato a Lione: ti presento un concittadino di Planco. Ti ripeto, è nato a sedici miglia da Vienna, è un Gallo di razza. E così, da buon Gallo, si impadronì di Roma. Costui ti garantisco che è nato a Lione, proprio dove regnò tanti anni Licino. Tu che hai battuto più contrade d’un mulattiere di professione, devi conoscere quelli di Lione e sapere che dallo Xanto al Rodano ci corrono molte miglia". A questo punto Claudio piglia fuoco e si sfoga facendo più chiasso che può. Che cosa dicesse, non lo capiva nessuno; ma intanto lui voleva che mettessero a morte la Febbre, con quel suo gesto della mano tremolante, abbastanza ferma soltanto per il cenno con cui mandava la gente al taglio della testa. L'ordine di mozzarle il collo lo aveva dato; ma si sarebbe detto che lì fossero tutti liberti suoi, tanto nessuno gli dava retta.

VII

"Ascoltami, tu, disse allora Ercole, e smettila di dare in ismanie. Tu sei in un paese dove i topi rodono il ferro. Presto, qua la verità, se non vuoi che ti faccia passare io codeste frenesie". E, per fargli più paura, prende una posa da attore tragico e declama:

"Di' fuori, presto, da qual terra hai origine,

Che questa clava non ti stenda esanime:

Già molti re più volte uccisi barbari,

Che cosa dunque ciangottando brontoli?

Fra quali genti crebbe il capo tremulo?

Racconta. I regni io già del re trigemino

Lontano visitando, dall'Esperia

Per trarre il gregge nobile ad Inachia,

Sovra due fiumi vidi costa pendere

Che il raggio mattutin di Febo visita.

Veloce la lambisce il grande Rodano,

E l'Arar, con il corso suo volubile,

Le rive bagna ristagnando tacito.

È quella terra di tua vita pascolo?"

Queste parole le pronunciò abbastanza deciso e ardito; eppure non era proprio sicuro di sé, e si aspettava sempre i "fulmini dell'indemoniato". Claudio, vedendosi davanti quella figura massiccia, lascia da parte le ciancie e capisce che, se a Roma nessuno ce la poteva con lui, lì era altro affare, e non ci aveva lo stesso potere. Un gallo è padrone solo nel suo letamaio. Allora, per quanto si poté capire, parve dicesse così: "Io speravo in te, fortissimo Ercole, che saresti stato dalla mia parte al cospetto degli altri, e, se mi avessero chiesto chi mi presentasse, avrei fatto il nome tuo, che mi conosci meglio degli altri. Perché, se vedi di ricordare, ero io quello che a Tivoli davanti al tuo tempio rendeva giustizia per giornate intere nei mesi di luglio e di agosto. Lo sai tu se ho raccattato poche meschinità a sentire quei causidici giorno e notte: se ci fossi capitato tu, crediti bravo quanto vuoi, ma avresti preferito ripulire le stalle di Augia: ché ho spazzato più letame io di te. Ma poiché voglio... [lacuna nel testo]

VIII

..."Nulla di strano se ti sei intruso nella curia: per te non c'è sbarramento che tenga. Dicci almeno quale dio vuoi che facciamo di costui. Un "dio epicureo" non è possibile: quello "non si prende cura di nulla, e non dà brighe agli altri". Stoico? E come potrebbe essere "rotondo", come dice Varrone, "senza capo né prepuzio?" Anzi, ora che ci penso, qualcosa ce l'ha del dio stoico: non ha né capo né cervello. Per Ercole, se anche avesse chiesto a Saturno questo favore, lui che festeggiava il suo mese tutto l'anno, vero principe di tutte le feste, non l'avrebbe ottenuto; figuratevi poi da Giove che, per quanto dipese da lui, dichiarò reo di incesto. Non mise a morte infatti Silano, suo genero, ...[lacuna nel testo] di grazia, perché? Perché a sua sorella, la più carina delle ragazze, che chiamavano Venere, preferì dare il titolo di Giunone. Perché, dice, vorrei saperlo, perché proprio la sorella? Ignorante, va' a imparare: a Atene è lecito per la metà, a Alessandria tutto. Siccome a Roma, racconta lui, i topi si contentano di leccare le macine, costui pretende di venir qui a farci da maestro. Non sa quel che accade nel suo talamo, e ancora "ficca gli occhi negli spazi celesti?". Vuol diventare un dio; non gli basta di avere un tempio in Britannia, né che ora i barbari lo venerino e gli levino preghiere come a un Dio, 'per propiziarsi lo stolto'."

IX

Alla fine Giove si sovvenne che neppure per gli dèi è regola fare proposte finché persone estranee sono presenti dentro la Curia: "Io, disse, padri coscritti, vi avevo dato di facoltà di interloquire, ma voi mi avete fatto addirittura una fiera. Voglio che osserviate le regole della Curia. Costui, chiunque sarà, che concetto può farsi di noi?". Allora lo congedano, e per primo ha la parola Giano padre. Egli era stato designato per le calende di luglio console del pomeriggio, uno che sempre guarda 'a un tempo dinanzi e dietro a sé'... dove gli arriva la vista. Parlò a lungo e con foga da persona che vive nel Foro, e lo stenografo non riuscì a tenergli dietro; perciò non riporto le sue parole, per non doverle parafrasare. Parlò a lungo della maestà degli dèi; non era un onore da concedersi a tutti. "Una volta, concluse, non era cosa da ridere diventare un dio; ma ora ne avete fatto il mimo della Fava. E allora, per non aver l'aria di parlare più per una questione di persona che di principio, propongo: da oggi in poi nessuno sarà divinizzato di coloro che 'mangiano i frutti della terra' o di coloro che 'nutre la terra prodiga di messi'. Chiunque, violando questo senatoconsulto, sarà divinizzato e dipinto o scolpito in effigie divina, si decide che sarà consegnato agli spiriti, e nel prossimo spettacolo di gladiatori sarà frustato a dovere insieme coi nuovi arruolati". Subito dopo si dà la parola a Dièspiter, figlio di Vica Pota, console designato anche lui. Era un piccolo cambiavalute; ma campava la vita con un altro mestiere: vendeva cittadinanze da poco prezzo. Gli si accostò con bel garbo Ercole, e gli toccò l'orecchio. Quello allora avanzò la sua proposta in questi termini: "Considerato che il divo Claudio ha legami di sangue anche col divo Augusto, nonché con la diva Augusta sua ava, che egli stesso volle divinizzata; che egli supera di gran lunga per saggezza tutti i mortali; che infine è nel pubblico interesse vi sia qualcuno in grado di 'mangiar le rape bollite' con Romolo, propongo che il divo Claudio, a partire da oggi, sia una divinità, con le clausole di chi prima di lui lo è stato di pieno diritto, e che questa decisione sia inserita nelle Metamorfosi di Ovidio". I pareri erano discordi; ma sembrava che Claudio riportasse più voti: perché Ercole, vedendo in giuoco gli affari suoi, si affannava a correre di qua e di là e diceva a tutti: "Non negarmi un favore; è per me una questione personale; un'altra volta, se tu avrai bisogno di qualcosa, ti ricambierò: si sa, una mano lava l'altra".

X

Quindi si levò a parlare, secondo il turno, il divo Augusto; e svolse la sua tesi con impareggiabile eloquenza. "Padri coscritti, disse, voi mi siete testimoni, che, da quando fui divinizzato, non ho mai aperto bocca: sempre bado ai fatti miei. Ma ora non posso più seguitare a far conto di niente, e frenare il cruccio, che il mio ritegno renderebbe più acuto che mai. Per questo assicurai la pace sulla terra e sui mari? Per questo soffocai le guerre civili? Per questo consolidai Roma con i miei ordinamenti, la abbellii di opere pubbliche, perché poi... Padri coscritti, non so neppure io che cosa dire: qualunque parola è poco per il mio sdegno: non mi resta che ricorrere al celebre detto di Messala Corvino, uomo di alta eloquenza: 'ho vergogna del potere'. Costui, padri coscritti, che a voi sembra incapace di dar noia a una mosca, ammazzava la gente con la stessa disinvoltura con cui un cane si divorerebbe una trippa. Ma a che pro ricordare tante e così illustri vittime? Non ha tempo per piangere le sventure della patria chi guarda ai lutti domestici. Perciò lascerò da parte le une, e parlerò di questi altri; perché, anche se mia sorella non sa il greco, io lo so: il ginocchio è più vicino del polpaccio12 . Costui, eccolo là, dopo essersi riparato per tanti anni all’ombra del mio nome, mi ha ricompensato facendo morire due Gulie mie pronipoti, una di spada l'altra di fame, e poi un pronipote, L. Silano: e vedi tu, Giove, se era dalla parte del torto; per lo meno era dalla tua, a esser giusti. Dimmi, divo Claudio, perché ognuno di quelle o di quelli che tu hai messo a morte l'hai condannato prima di imbastire un processo, prima di sentirne le ragioni? Dove usa così? In cielo, no.

XI

Hai qui il caso di Giove che regna da tanti secoli: solo a Vulcano ruppe una gamba quando 

"Préselo e giù per un piè lo sbalzò dalle soglie celesti".

Si infuriò anche con la moglie, e la sollevò in aria: ma che forse li ammazzò? Tu invece Messalina l'hai uccisa; ed io ero il suo prozio come il tuo. 'Non ne seppi nulla' dici tu. Gli dèi ti mandino il malanno: peggio ancora se non lo sapevi, che d'averla ammazzata. Ebbe sempre di mira G. Cesare anche dopo morto. Quello aveva ucciso il suocero? E lui anche il genero. Gaio non volle che il figlio di Crasso fosse chiamato Magno? E lui gli rese il titolo, ma gli tolse la vita. ln una famiglia sola tolse di mezzo Crasso, Magno, Scribonia: tutta gente da conio, ma sempre nobili: Crasso poi, da quanto era stolto, avrebbe potuto anche governare. E di costui volete fare un dio? Guardate il suo fisico, se non è nato in odio agli dèi. Basta: dica tre parole tutte di fila, e mi lascio portar via come schiavo. Un dio come questo, chi gli presterà un culto, chi si affiderà a lui? Finché create di questi dèi, nessuno riconoscerà la divinità vostra. Concludo, padri coscritti: se ho tenuto in mezzo a voi una condotta onorata, se a nessuno ho mai dato responsi troppo rigorosi, allontanate da me quest'affronto. La mia proposta, secondo le ragioni addotte, è la seguente". E lesse da una tavoletta:

"Considerato che il divo Claudio ha ucciso il suocero suo Appio Silano, i due generi Magno Pompeo e L. Silano, il suocero di sua figlia Crasso Frugi, uno che gli somigliava come si somigliano due gocce d'acqua, Scribonia suocera di sua figlia, sua moglie Messalina e tutti gli altri che non si possono contare, è mio avviso che si proceda contro di lui severamente, e non gli si dia facoltà di esser giudicato, e sia anzi tratto fuori al più presto, e esca dai cieli entro trenta giorni, dall'Olimpo entro tre giorni".

Questa proposta fu approvata "per divisione". Senza indugio il Cillenio lo afferra per il collo fino a torcerglielo e lo trascina agli inferi.

"Donde, dicono, non tornò nessuno."

XII

Mentre scendono la via Sacra, Mercurio chiede che significasse quell'assembramento: che fosse il funerale di Claudio? Era il più splendido che mai si fosse visto, e poi curato con tutte le regole: si capiva bene che era il funerale di un dio. Tanta era la folla dei flautisti, dei corni, di ogni genere di strumenti, e tanto il frastuono, che persino Claudio lo poteva sentire. Tutti allegri, tutti in festa: il popolo romano andava avanti e indietro come chi è libero. Agatone e pochi cavalocchi piangevano, ma di cuore, si vedeva bene. I giureconsulti avanzavano dai loro rifugi, pallidi, rifiniti, reggendo l'anima coi denti: proprio gente che ricominciava allora a vivere! Uno di questi, vedendo gli azzeccagarbugli riuniti a conciliabolo piangere la loro sorte, s'accostò esclamando: "Ve lo dicevo io; non tutti i giorni è festa". Claudio, a vedere il suo funerale, capì di esser morto, perché un grande coro intonava solennemente un inno funebre in anapesti:

Spargete lacrime,

Battete i petti;

Triste risuoni

Grido nel Foro:

È morto un uomo

Di grande mente:

Altri non v'ebbe

in tutto il mondo

Di lui più prode.

Egli veloce

Vinceva in corsa

Tutti i veloci;

I Parti indocili

Sapea fugare;

Agili i dardi

Dietro al Persiano,

Salda la mano

Nel tirar d'arco;

Pronto a trafiggere

Con lieve colpo

L'oste ruinante,

E ai Medi in rotta

Le pinte terga.

Egli ai Britanni

Di là dai lidi

Del noto mare,

Ed a' Briganti,

Scudi bruniti,

Il collo porgere

Di Roma al giogo

Impose; ed anco

Tremò l’Oceano

Sotto la scure

Di nuove leggi.

Piangete il grande,

Che più di tutti

Sapeva presto

Studiar le cause,

Una ascoltando

Delle due parti,

Spesso nessuna.

Ora qual giudice

Per tutto un anno

Liti udirà?

A te già lascia

Il proprio scanno

Quegli che è giudice

Nei regni taciti,

Signor di cento

Città cretesi.

Battete il petto

Con palme afflitte,

O causidici,

Razza venale:

E voi piangete,

Moderni vati;

Ma voi per primi,

Che raccoglieste,

Gettando i dadi,

Grossi guadagni.

XIII

Claudio si compiaceva di quelle lodi tutte per lui, e voleva restare là a godersi ancora lo spettacolo. Il Taltibio degli dèi gli mette una mano addosso e lo trascina via a capo coperto, perché nessuno possa riconoscerlo, attraverso il Campo Marzio, e fra il Tevere e la via Coperta discende agli Inferi. Già lo aveva preceduto, per una scorciatoia, il liberto Narciso per far gli onori di casa al suo padrone: al suo arrivo gli si fa incontro tutto lindo, uscito com'era dal bagno, e esclamò: "Che vengono a fare gli dèi fra gli uomini?". "Fa' presto, lo interruppe Mercurio, e annuncia il nostro arrivo". In meno che non si dica Narciso prende la rincorsa. La strada è tutta in discesa, si va giù che è un piacere: tanto che, anche con la sua gotta, in un momento Claudio si trovò alla porta di Dite, dove se ne stava sdraiato Cerbero, o, come lo chiama Orazio, "la fiera dalle cento teste". Rimane un attimo sconcertato (lui aveva sempre avuto fra i suoi spassi un cagnolino bianco) appena si vede davanti quel cagnaccio nero e peloso (certo non ti piacerebbe che ti si parasse dinanzi al buio), e si dà a gridare a squarciagola: "Arriva Claudio!". Avanzano allora gli altri fra gli applausi: "Lo abbiamo ritrovato; facciamo festa". C'era.C. Silio, console designato, Giunco ex pretore, Sex. Traulo, M. Elvio, Trogo, Cotta, Vezio Valente, Fabio, tutti cavalieri romani che Narciso aveva mandato al supplizio. In mezzo a quella folla berciante c'era il pantomimo Mnestere, di cui Claudio, a titolo di distinzione, aveva fatto un trastullo di Messalina. In un momento si sparge la notizia della venuta di Claudio: primi di tutti arrivano di carriera i liberti Polibio, Mirone, Arpocrate, Anfeo, Feronatto, tutta gente che Claudio aveva mandato avanti per non trovarsi in nessun luogo senza i dovuti preparativi; poi i due prefetti Catonio e Rufrio Pollione, poi gli amici Saturnino, Pedone Pompeo, Lupo, Celere Asinio, uomini di rango consolare; in ultimo la figlia del fratello, la figlia della sorella, generi, suoceri, suocere, tutti gli stretti parenti insomma; e in fila serrata vanno incontro a Claudio. A vederli, questi esclama: "Tutti amici qui! Come ci siete venuti?". Allora Pedone Pompeo: "Che cosa dici, mostro crudele? In che modo? E ce lo domandi? Chi altri ci ha mandato che tu, l'assassino di tutti gli amici? Andiamo in giudizio: ti farò vedere io che tribunali son qui!".

XIV

Lo condusse così al tribunale di Eaco. Questi teneva appunto i processi secondo la legge Cornelia sull’omicidio. Gli chiede che inscriva a ruolo la causa contro Claudio e presenta il testo dell'accusa: "Trentacinque senatori uccisi, duecentoventuno cavalieri romani, e poi tutti gli altri 'quanti son grani di polvere e sabbia'." Claudio non trova un cane che lo difenda: finalmente si fa avanti P. Petronio, suo vecchio compare, uomo esperto nel linguaggio di Claudio, e chiede del tempo per preparare la difesa. Non gli è concesso. Sostiene l’accusa Pedone Pompeo, gridando e sbraitando; il difensore fa l'atto di voler rispondere. Ma Eaco, uomo giusto, glielo impedisce, e condanna il reo dopo aver sentito soltanto la parte avversaria, e dichiara: 

"Abbiasi pan per focaccia; e questa sia giusta sentenza". 

Si fece un gran silenzio. Tutti erano attoniti di meraviglia per la novità della procedura e osservavano che non si era mai seguito quel sistema. A Claudio, naturalmente, pareva piuttosto un'ingiustizia che una novità. Sul modo della pena si discusse a lungo, come la dovesse scontare. C'era chi diceva che ormai Sisifo già da troppo tempo faceva quella sua sfacchinata, o che Tantalo sarebbe morto di sete se non gli si dava un aiuto, o che prima o poi bisognava pur calzare la ruota al povero Issìone. Ma non si volle mettere a riposo nessuno di questi veterani, perché anche Claudio non dovesse illudersi di avere un giorno un simile trattamento. Fu deciso che bisognava trovare una pena nuova, ed escogitare per lui una fatica vana, e anche una speranza di qualcosa a lui caro senza toccare il punto di realizzarla. Allora Eaco lo condanna a giocare a dadi con un bussolotto sfondato. E subito eccolo a riacchiappare i suoi dadi, che tutte le volte gli sgusciavano senza che mai ne venisse a capo.

  XV

E quante volte gettarli dal bossolo tinnulo volle,

L’un dado e l'altro gli sfuggìa; ché staccato era il fondo;

E quando a gettar si arrischiava i suoi dadi raccolti,

Ogni volta in atto di giocar rincorrendoli ancora,

Sempre delusa ne andò la sua speme: di tra le dita

Fuggono i dadi e gli scivolan via, traditori perenni:

Similmente, quando è per toccare la vetta del monte,

Dalla cervice di Sisifo rotola inutile soma.

A un tratto sbucò fuori G. Cesare e si dette a reclamarlo per suo servo. Presenta testimoni, che lo avevano visto buscare da lui frustate e ceffoni. Viene aggiudicato a G. Cesare. Cesare ne fa dono a Eaco. Questi lo consegnò al suo liberto Menandro, perché fosse addetto alle istruttorie.

(tr. di A. Ronconi)


TRATTATO SULLA FELICITA'

I. Gallione, fratello mio, tutti aspiriamo alla felicità, ma,

quanto a conoscerne la via, brancolia mo come nelle tenebre. è

infatti così difficile raggiungerla che più ci affanniamo a

cercarla, più ce ne allontaniamo, se prendiamo una strada

sbagliata; e se questa, poi, conduce addirittura in una direzione

contraria, la velocità con cui procediamo rende sempre

più distante la nostra mèta. Perciò dobbiamo avere innanzitutto

ben chiaro quel che vogliamo, dopodiché cercheremo la

via per arrivarci, e lungo il viaggio stesso, se sarà quello giusto,

dovremo misurare giorno per giorno la strada che ci lasciamo

indietro e quanto si fa più vicino quel traguardo a cui il nostro

impulso naturale ci porta. è certo che, sino a quando

vagheremo a caso, non seguendo una guida ma ascoltando lo

strepito delle voci discordi che ci spingono in direzioni

diverse, la nostra vita, già breve di per sé, si consumerà in

questo andare errabondo, anche se c'impegniamo giorno e

notte, animati dalle migliori intenzioni. Fissiamo dunque

bene la mèta e scrutiamo attentamente il modo per poterla

raggiungere, con l'aiuto di un esperto che abbia già intrapreso

ed esplorato il cammino che stiamo per affrontare, perché

questo non ha nulla a che vedere con tutti gli altri, in cui

sentieri precisi e le indicazioni forniteci dagli abitanti dei

luoghi che attraversiamo c'impediscono di sbagliare: qui sono

proprio le strade più battute e più frequentate a trarci in

errore. Non c'è dunque nulla di peggio che seguire, come

fanno le pecore, il gregge di coloro che ci precedono, perché

essi ci portano non dove dobbiamo arrivare, ma dove vanno

tutti. Questa è la prima cosa da evitare. Niente c'invischia di

più in mali peggiori che l'adeguarci al costume del volgo,

ritenendo ottimo ciò che approva la maggioranza, e il copiare

l'esempio dei molti, vivendo non secondo ragione ma secondo

la corrente. Da qui questo enorme affollarsi di persone che

rovinano le une sulle altre. Come in una grande massa di

uomini, in cui ciascuno, spingendo, cade e fa cadere (nessuno

infatti cade senza tirarsi addosso almeno un altro, e i primi

nuocciono a quelli che gli vanno dietro), così avviene in tutti i

campi della vita: nessuno sbaglia a suo esclusivo uso e

consumo, ma ciascuno di noi è artefice e responsabile anche

degli errori degli altri. è pericoloso appoggiarsi a quelli che ci

camminano davanti, ma noi, come preferiamo affidarci alle

opinioni altrui piuttosto che giudicare con la nostra testa, così

anche intorno alla vita non formuliamo mai dei giudizi

personali, sicché l'errore, passando di mano in mano,

c'incalza, ci travolge e ci butta giù, con nostra grande rovina.

Sono gli esempi degli altri che ci guastano: solo se sapremo

tenerci lontani dalla moltitudine potremo salvarci. Il volgo,

invece, a dispetto della ragione, s'irrigidisce in una ostinata

difesa dei propri errori, per cui accade come nei comizi, nei

quali, appena il favore popolare, volubile com'è, ha mutato

direzione, quelle stesse persone che li hanno votati si meravigliano

che siano stati eletti «quei» pretori: così noi indifferentemente,

approviamo o rigettiamo le medesime cose; questo è il risultato

di ogni giudizio, quando lo regoliamo sull'opinione degli altri.

II. Ma di fronte alla felicità non possiamo comportarci

come nelle votazioni, accodandoci alla maggioranza, perché

questa proprio per il fatto di essere la maggioranza è peggiore.

I nostri rapporti con le vicende umane non sono infatti così

buoni da poterci indurre a ritenere che il meglio stia dalla

parte dei più, perché la folla testimonia esattamente il

contrario, che cioè il peggio, per l'appunto, sta lì. Sforziamoci

dunque di vedere e di seguire non i comportamenti più

comuni ma cosa sia meglio fare, non ciò che è approvato dal

volgo, pessimo interprete della verità, ma ciò che possa

condurci alla conquista e al possesso di una durevole felicità.

Per volgo intendo sia chi indossa il mantello sia chi porta la

corona: io non bado all'apparenza delle vesti che coprono i

corpi, non giudico un uomo con gli occhi, dei quali non mi

fido, c'è in me una luce migliore e più sicura con cui distinguo

il vero dal falso: è l'anima che deve trovare quel bene che

solum è suo. Se mai avrà un momento di respiro per ritrarsi

un poco in se stessa, oh come, allora, torcendosi con grande

strazio di sé, confesserà la verità e sarà indotta ad esclamare:

«Vorrei non avere mai fatto tutto quello che ho fatto sinora, e

quando penso a ciò che ho detto provo invidia per i muti, ed

ogni mio desiderio lo considero una maledizione dei miei

nemici. Buon Dio, quanto mi sarebbe stato più sopportabile

ciò che temevo, di fronte a ciò che ho tanto desiderato! Sono

stata nemica di mo lti, e dopo l'odio che ho provato mi sono

riappacificata con loro (se mai può esservi tregua fra malvagi),

ma non sono ancora amica di me stessa. Mi sono adoperata in

tutti i modi per tirarmi fuori dalla folla e farmi notare per

qualche mia qualità, e che altro ho ottenuto se non espormi

alle frecciate e ai morsi dei maligni? Li vedi questi che lodano

l'eloquenza, inseguono la ricchezza, accarezzano i favori ed

esaltano il potere? Tutti costoro o sono nemici o possono

diventarlo, che è poi la stessa cosa. Tanto folta è la schiera

degli adulatori quanto lo è quella degl'invidiosi. Perché non

cercare un bene da potersi intimamente sentire, piuttosto che

uno da mettere in vetrina? Tutte queste cose che ci stanno

intorno, che ci avvincono e che ci mostriamo a dito gli uni agli

altri con ammirato stupore, brillano