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Lana - Seneca e i giovani
Garbarino - Il tema del viaggio in
Seneca
Torre - La concezione senecana del
"sapiens"
Grimal - Seneca
Setaioli - Seneca e i Greci
Lana - I principi del buon governo
secondo Cicerone e Seneca
Scarpat - Il pensiero religioso di
Seneca e l'ambiente ebraico e cristiano
Lana - Seneca e la politica
Giancotti - Saggio sulle tragedie
di Seneca
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Il concetto del tempo in Seneca
Seneca, che deriva la sua concezione sul tempo
dagli stoici (rivalutazione del tempo nel suo dinamismo e nel suo
perenne fluire), si sofferma a riflettere in numerosi passi delle
sue opere sul concetto di tempo, senza però mai farne oggetto di una
trattazione specifica. Il tempo assume in S. una connotazione
prevalentemente etica : è il tempo vissuto nell'inquietudine di una
ricerca esistenziale e nel timore che esso sfugga all'uomo troppo
preso da occupazioni terrene e quindi incapace di farne buon uso.
La riflessione sul tempo, tema centrale
nell'opera senecana, ruota essenzialmente attorno a due poli: il
tempo come entità fuggevole e caduca, dalla quale il sapiens deve
affrancarsi e che l'uomo comune impiega in occupazioni dispersive,
e, viceversa, il tempo come unico bene in possesso dell'uomo,
strumento per raggiungere la perfezione morale e la saggezza. Questi
due aspetti apparentemente contraddittori fra loro sono accomunati
da un unico presupposto filosofico, che fa leva non sulla "quantità"
ma sulla "qualità" del tempo: il tempo è fuggevole, labile e per
definizione caduco, ma, se usato proficuamente, al fine di
raggiungere la saggezza, è l'unica nostra vera ricchezza. Non il
tempo, ma il suo uso dipende da noi: a dispetto della sua
precarietà, il tempo della nostra vita è l'unica dimensione
attraverso la quale ci è dato assurgere alle verità filosofiche,
raggiungere la perfezione della saggezza. Il sapiens, che avrà fatto
buon uso del suo tempo, riuscirà ad elevarsi al di sopra della
condizione mortale e a vivere, simile ad un dio, in un presente
atemporale, privo di desideri, timori e speranze.
In particolare la IL
e la L epistola parlano del tempo che adesso Seneca vede bene come
trascorre in fretta. E cerca di dare a se stesso consigli e conforto
sul modo di vivere il tempo che gli rimane, al meglio.
Nella traduzione si
troveranno spesso delle note; esse saranno messe tra parentesi ed in
corsivo.
IL (49)
Traduzione.
Seneca dice salve
al suo Lucilio.
1) In verità, o mio
Lucilio, è un uomo apatico (supinus) e trascurato (neglegens),
chi per riavere il ricordo di un amico deve essere stimolato (admonitus)
da un qualche luogo; tutta via, talvolta, luoghi familiari, evocano
nel nostro animo un desiderio dimenticato, non riconducono un
ricordo svanito, ma stimolano quello che è latente, così come, una
veste, o una stanza, o un servo caro a chi si è perso, rinnovano il
dolore di chi piange, anche se è mitigato dal passare del tempo.
Ecco la Campania e soprattutto Napoli e la vista (conspectus)
della tua Pompei, è incredibile quanto abbiano reso (congiuntivo
potenziale) pressante (recens) il desiderio di te (tui):
sei tutto nei miei occhi; sopra tutto nel momento in cui me ne vado
da te; ti vedo mentre inghiotti le lacrime e non resisti abbastanza
ai tuoi affetti che tracimano (exeuntis, participio presente
ablativo da exeo) nel tentativo stesso di reprimerli (inter
ipsam coercitionem).
2) Mi sembra di
averti lasciato poco fa; e infatti cosa è “poco fa”, se non aver
ricordato? (futuro anteriore). “Poco fa” ero seduto,
fanciullo, presso Sozione il filosofo. “Poco fa” ho iniziato a fare
cause in tribunale. “Poco fa” ho smesso di volerlo fare. “Poco fa”
ho smesso di potere. (Ecco che cominciamo a sentire la eco del
riferimento alla caduta in disgrazia di Seneca presso Nerone, nel
62. Egli infatti dopo l’uccisione del suo amico Burro Prefetto del
Pretorio, si era allontanato dalla vita pubblica e da Roma. Burro
era stato ucciso con l’accusa di alto tradimento; con l’accusa cioè
di aver congiurato contro l’Imperatore. In realtà era tutta una
manovra politica di Tigellino, che voleva sbarazzarsi di lui e
prendere il suo posto, cosa che fece. Tigellino, sotto Claudio, era
vissuto nell’oscurità, ma non sotto Nerone, che prima lo nominò
Praefectus Vigilum, e poi, tolto di mezzo Burro, Praefectus
Praetorius). La velocità del tempo non ha fine e questa
‘infinitezza’ pesa sopra tutto su coloro che guardano indietro.
Infatti tale infinitezza scompare per coloro che sono intenti al
presente; a tal punto il passare è lieve nella sua fuga precipite.
3) Mi chiedi la
causa di ciò? qualunque ‘pezzo’ di tempo passi, tutta via si trova
nello stesso luogo; si vede tutto, e sta in un unico punto; tutte le
cose cadono nello stesso sprofondo. E d’altronde non possono esserci
lunghi intervalli di tempo in tutta quella ‘porzione’ che è breve. È
un punto il tempo che viviamo e anche meno di un punto; ma questo
minimo spazio, la natura ci illude come se fosse uno spazio più
lungo. Da questo infatti ha tirato fuori l’infanzia, la puerizia,
l’adolescenza, una certa inclinazione dall’adolescenza alla
vecchiaia, e la vecchiaia stessa. In che piccolo spazio ha stipato (posuit)
tanta varietà!
4) Poco fa ti ho
accompagnato; e tutta via questo “poco fa” è una buona fetta della
nostra vita, della cui brevità ci accorgiamo, quando essa (la
vita) sta per finire. (Molto probabilmente Seneca ha
accompagnato, o si immagina di averlo fatto come artificio retorico
proprio di un’epistola, Lucilio alla partenza; mentre Lucilio era
andato a trovare l’amico, che, dopo il 62, si era trasferito fuori
Roma). Non ero abituato a contemplare tanta velocità del tempo:
ora invece appare la sua corsa incredibile, e sento che si avvicina
la fine (lineas). (Seneca pensa di fare la fine di Burro,
con un Tigellino disposto a fare ‘piazza pulita’ fra lui e
l’Imperatore. Infatti poi si avvereranno davvero i presagii più
funesti del filosofo, che solo tre anni più tardi, nel 65, sarà
costretto a suicidarsi – lo prevedeva anche l’etica stoica –
accusato da Tigellino, appunto, di avere preso parte alla fallita
congiura dei Pisoni contro l’Imperatore. E ormai Nerone è totalmente
succube del potere di Tigellino). E ho iniziato a capire e a
rendermi conto del mio danno.
5) Ecco così sono
ancora più indignato, perché alcuni, di questo tempo che non può
essere sufficiente neppure per le cose necessarie, anche se fosse
stato usato in modo ottimale, ne sacrificano la maggior parte in
cose inutili. Cicerone dice che, anche se avesse una seconda vita,
non avrebbe tempo per leggere i Lirici; alla stessa stregua io metto
i Dialettici: sono stolti in modo assai triste (i Dialettici,
sono stolti, per lo Stoico Seneca, perché ricercano la verità nel
dialogo; i Lirici, perché ‘perdono tempo’ a parlare di amore e
simili nugae). I Lirici si divertono apertamente, i Dialettici
invece pensano di fare qualcosa di buono.
6) Io non dico che
non si debbano guardare costoro, ma guardiamoli soltanto dalla
soglia e salutiamoli e, solo questo, non si prendano (cong.
esortativo) le loro parole, e non si pensi che ci sia in loro
qualcosa di grande, o un bene segreto. Perché ti arrovelli (torques
> torqueo) e ti maceri su tale questione, quando è più utile
disprezzarla, che risolverla? È proprio di chi viaggia tranquillo ed
in occasione favorevole (ex commodo) occuparsi delle piccole
cose : quando invece il nemico sta alle spalle ed il soldato ha
l’ordine di andare avanti, la necessità sconquassa (excutit)
ciò che la pace senza guerra aveva racimolato (collegerat).
7) Non mi manca di
seguire le loro parole che cadono in modo dubbio, e con esse
mettere alla prova la mia sottigliezza.
“Guarda quali
popoli si adunano,
e quali mura,
chiuse
le porte, affilino
il ferro”
(Eneide, VIII
385,6. ‘ferro’ > metonìmia; il materiale per l’oggetto)
Bisogna che io
ascolti questo fragore di guerra circostante, con animo fermo (riferim.
al suo stato attuale di precarietà sotto Nerone).
8) A buon diritto
sembrerei a tutti un pazzo se, mentre vecchi e donne si dànno da
fare a fortificare le mura con sassi, e mentre i giovani armati
dentro le porte aspettano il segno della sortita e lo invocano, e
quando i dardi nemici (metonimia; i dardi di per sé non sono né
amici, né nemici) fanno vibrare le porte e il terreno
addirittura trema a causa delle fosse e dei cunicoli, [sembrerei a
tutti un pazzo se – della riga iniziale del paragrafo], sedessi
senza far nulla , occupandomi di questioncelle di tal genere:
‘quello che non hai perso, lo hai; non hai perso le corna, e dunque
(ergo) hai le corna’ (qui sembra che Seneca faccia
dell’ironia sul sillogismo aristotelico; anche la forma è la
medesima, con ‘ergo’ nella stessa posizione), o altre cose
prodotte sull’esempio di questa delirazione.
9) E ugualmente
sarebbe giusto che tu mi ritenessi demente se perdessi il mio tempo
in queste cose: anche ora sono assediato. Allora il pericolo, per me
che sono stretto d’assedio, verrebbe dall’esterno e un muro mi
separerebbe dal nemico; ma invece sono dentro di me cose mortali (mortifera).
(Simile al “sunt tecum quae fugias” di altro scritto senechiano,
il tema del portarsi dentro le cose che ci opprimono è da lui
fortemente sentito. Le cose ‘mortifera’ di cui qui Seneca parla,
sono forse quelle che gli derivano dal paradosso della sua vita; un
filosofo stoico che ha condotto una vita del tutto contraria ai
dettami del proprio Credo. Ma potrebbe anche pensare alle cose fatte
e dette a Nerone, le quali adesso gli stanno causando tale
situazione precaria e pericolosa.). Non mi occupo di queste
sciocchezze; ho un’immensa difficoltà (negotium) fra le mani,
ora. (È stato ucciso Burro. Seneca si è ormai ben reso conto che
Tigellino farà fare anche a lui la stessa fine. Tigellino ha preso
il suo posto accanto a Nerone).
Che faccio? la morte mi insegue, la vita fugge da me.
10) Contro queste cose insegnami; fai che io non fugga la morte (questo
lo dice a se stesso, è ovvio, secondo il dettame stoico che prevede
il suicidio in casi di estrema necessità) e che la vita non
fugga me. Esortami contro le cose difficili, e contro quelle
inevitabili; prolunga la brevità del mio tempo. Insegnami che il
buono della vita non è riposto nella sua durata, ma nell’uso (che
se ne è fatto, della vita), e che può accadere, e anzi
spessissimo accade, che chi a lungo ha vissuto, meno ha vissuto. Dì
a me che sto per andare a dormire ‘potresti non alzarti’; dì a me
che mi sono alzato ‘potresti non andare più a dormire’. Dì a me che
sto per uscire ‘potresti non tornare a casa’; dì a me che sono
tornato ‘potresti non uscire più’.
11) Sbagli se pensi che solo in una traversata per mare la vita sia meno
lontana dalla morte: in ogni luogo, in egual misura, l’intervallo è
minimo. Comunque non in tutti i luoghi la morte si mostra così
vicina: ma in ogni luogo è più tosto vicina. Togli queste tenebre e
più facilmente mi tramanderai quelle cose per cui sono già
preparato. (Qui Seneca parla con il se stesso filosofo Stoico;
preparato alla morte, ma ancora ottenebrato dalla vita mondana,
piena di lussuria, fama e potere; cose di cui egli fino a quel
momento ha goduto a piene mani). La natura ci ha creati docili e
ci ha dato una capacità di raziocinio (rationem dedit)
imperfetta, ma che può essere resa perfetta.
12) Discuti con me della giustizia, della ‘pietas’, [‘pietas’ >
intraducibile con un unico termine. È il tipico atteggiamento romano
di rispetto e sottomissione verso gli Dèi, la patria, i genitori e
gli altri parenti. È spesso rappresentata con aspetto umano, a volte
con una cicogna, simbolo della pietà filiale. Sotto l’Impero la
Pietas Augusta appare sulle monete e nelle iscrizioni. Alcuni Romani
adottarono l’aggettivo ‘Pio’ come cognomen. Il ‘Pius Aeneas’
virgiliano rappresenta l’ideale romano; uomo dotato di enorme
spirito religioso. Latore di una missione patriottica – esule da
Troia con il padre ed il figlio Iulo, sarà il capostipite fondatore
di Roma e della Gens Julia. - Devoto oltremodo verso il padre,
verso il figlio e verso i compagni. Ecco perché, quando si trova
tale parola in latino, si preferisce non darle nessuna traduzione,
ma riportarla nella sua forma latina.] della moderazione,
dell’onore, entrambe quelle (giustizia e pietas) si astengono
dall’altrui corpo, e queste due ultime (moderazione e onore)
hanno rispetto per il proprio. Se non vorrai condurmi per strade
devianti, più facilmente giungerò là dove voglio andare; (ancora
parla Seneca-uomo a Seneca-filosofo); infatti come dice Euripide
(Fenicie 469) ‘semplice è il linguaggio della verità’, e per
ciò non è opportuno complicarlo; infatti a quegli animi che tentano
di raggiungere (conantibus) grandi finezze mentali (calliditas),
pochissimo convengono tali subdole cose.
Vale.
(Qui Seneca parla della morte. Invoca il se stesso filosofo affinchè
lo aiuti a ‘prepararsi’. In realtà ancora troppa mondanità è, per
così dire, ‘attaccata’ alla sua anima, affinchè essa possa essere
‘netta e pura’, tanto da poter raggiungere quelle ‘raffinatezze
mentali’, proprie del filosofo, e del filosofo Stoico, che
permetterebbero a Seneca di accogliere degnamente la propria morte.)
Chiaramente la
lettera L (50) è il continuum logico di un pensiero iniziato nella
IL (49); di un filo logico che si dipana, senza soluzione di
continuità, dall’una, all’altra.
Nella lettera IL
(49) Seneca impone una specie di ‘ricapitolazione morale’ a se
stesso: del suo stato e delle cose che vengono fuori dal suo
vissuto; e queste non gli piacciono.
Anche nella L (50)
Seneca ‘parla’ a Lucilio, ma anche qui sembra che parli piuttosto a
se stesso.
Egli in questa
lettera, non certo coscientemente, dà spiegazione del paradosso che
lui stesso è: uomo e filosofo. Come cittadino di Roma infatti, che
vive a Corte, in quel particolare periodo, egli è dovuto addivenire
a dei compromessi per rimanere a ‘galla’. Così in 50,3 sgg. dice che
‘siamo dei ciechi e non vediamo i mali che albergano dentro di noi’.
Ma in 50,3,3 dice anche che noi ‘ciechi’ offriamo motivazioni a
nostra discolpa: ‘io non sono ambizioso, ma nessuno a Roma può
vivere diversamente; non sono uno spendaccione, ma la città stessa
impone grandi spese; non è un mio vizio quello di essere collerico…’
Ecco, come si diceva in altro luogo, che Seneca stesso ci dà
dimostrazione che, per stare in una città come Roma, nel tempo in
cui egli vive, è necessario essere nel modo in cui descrive.
Egli poi,
ovviamente, come filosofo e Stoico, afferma questi come vizi che
stanno dentro di noi, ma in realtà, anche a non volersi sottomettere
a tali vizi, si corre il mortifero rischio di perdere il favore
dell’Imperatore…
Per Seneca questo
fatto rappresenterà suo malgrado una vera e propria fonte di
lacerazione interiore, che egli potrà ricomporre solo alla fine
della sua vita, morendo da vero filosofo Stoico: dandosi la morte,
poiché la situazione lo richiedeva.
La lacerazione
dell’Io di Seneca dà vita al Corpus delle Epistulae e l’Opera,
didascalica e morale nella sua totalità, sembra che l’Autore la
scriva per se stesso; per rammentare, ricordare, riportare la sua
vita a vivere ‘secondo natura’.
L (50)
Traduzione.
Seneca dice salve
al suo Lucilio.
1) Ho ricevuto la
tua lettera dopo molti mesi da quando la inviasti; così ho ritenuto
inutile chiedere a chi la portava cosa tu facessi. Certo di buona
memoria sarebbe, se se lo fosse ricordato; e tutta via spero tu viva
in modo tale che, dovunque tu vada, sappia sempre cosa fai. Infatti
cosa altro fai ogni giorno se non essere migliore, estrapolare (ponas)
qualcosa dagli errori, capire che le manchevolezze (vitia)
che ritieni proprie delle cose, in realtà sono le tue? Noi infatti
le ascriviamo ai tempi ed ai luoghi, ma quelle manchevolezze,
dovunque andremo, verranno con noi. (Si ripropone prepotentemente
il “sunt tecum quae fugias”. Anche Seneca è fuggito dall’Urbe, ma la
sua interiorità, la sua consapevolezza, il suo vissuto, lo hanno
accompagnato là dove ora si trova. Alle spalle si è lasciato la vita
dissennata, fatta di potere e lussi e sfrenatezze, ma dentro porta
tutto con sé.)
2) Arpaste la
buffonesca (fatuam) (ancella) di mia moglie, sai che è
rimasta in casa mia come onere ereditario. Io infatti sono
assolutamente contrario a queste storie; se mi voglio divertire con
un buffone, non devo cercare tanto lontano: rido di me. (Amara è
la considerazione di Seneca che si sente adesso poco più che un
buffone. Dagli onori più alti di tutore prima, e consigliere poi, di
Nerone, adesso si trova fra i presunti congiurati. E forse Seneca
vorrebbe ridere di sé, amaramente, è ovvio, per la sua cecità di
anni; per non essersi reso conto della follia di Nerone, che pure
era ben evidente, così come ci racconta evidente, la cecità di
questa vecchia ancella la quale tutta via, più tosto di ammettere di
essere cieca, dice che è ‘buia la casa’! Anche Seneca si sente come
questa ancella; anche lui sa di non avere affrontato la realtà dei
fatti, negli anni durante i quali, sin dalla giovinezza, è stato
accanto a Nerone. Forse ha pensato, come a suo tempo pensò Platone,
di poter ‘guidare’ l’Imperatore, ma avrebbe dovuto imparare dagli
errori del suo antico antenato che per poco non ci rimise la vita!,
cosa che lui, invece ci rimetterà purtroppo.). Questa buffona
all’improvviso ha perso la vista. Ti racconto una cosa incredibile,
ma vera; lei non sa di essere cieca; e continuamente chiede alla sua
guida (paedagogum) di andare via, dice che la casa è buia.
3) Ciò che in lei
ci fa ridere, sia chiaro (liqueat cong. obliquo > liqueo)
accade a tutti noi. Nessuno capisce di essere avaro, nessuno
bramoso. Almeno i ciechi chiedono una guida, noi invece, senza guida
alcuna andiamo errando e diciamo, ‘non sono io che sono ambizioso,
ma nessuno può vivere diversamente a Roma; non sono io ad essere uno
spendaccione, ma la città stessa impone spese enormi; non è un mio
vizio quello di essere collerico, o di non aver ancora trovato un
indirizzo sicuro alla mia vita: è la giovinezza a provocare queste
cose’. (Qui Seneca elenca quattro situazioni di dissennatezza
proprie del mondo in cui egli ha vissuto e di cui certo è stato
lungamente partecipe: ambizione/avidità, denaro, sfrenatezza di
costumi e potere. Seneca è ben consapevole di quanto potere, fama e
ricchezza egli abbia stretto nelle proprie mani. E qui si fa censore
di se stesso.
Ma in realtà, per vivere al fianco dell’Imperatore ed essere
considerato da lui, in modo da tentare almeno di guidarlo, egli non
poteva fare altro se non adeguarsi al modus vivendi di Nerone e
della sua Corte, ormai preda della follia e della corruzione.
Ci
rendiamo conto comunque, dalle parole del filosofo, che la condanna
al proprio vissuto, prima che dal pubblico, viene da lui stesso.)
4) Perché vogliamo
illuderci? non sta fuori da noi il male; è dentro di noi, cova (sedet)
proprio nel nostro animo, e per ciò giungiamo difficilmente alla
guarigione, perché non sappiamo di essere malati. Se cominciassimo a
curarci (coeperimus può essere fut. anteriore o perfetto cong.
Periodo Ipotetico III tipo, irrealtà – apodosi), quando
riusciremo a dissipare (discutiemus, futuro, III coniugaz.
>
discutio > dis + quatio.
Protasi Periodo Ipotetico III tipo, irrealtà) così tante forze di
malattie? Ma in realtà neppure lo cerchiamo un medico, che avrebbe
meno problemi (per curare la malattia), se arrivasse presto alla
malattia; indoli versatili (teneri) e ingenue (rudes)
seguirebbero (cong. imperf. potenz.) lui che mostra le cose
giuste.
5) Nessuno difficilmente è ricondotto allo stato di natura, se non è
proprio lui che lo abbandona: ci vergogniamo di imparare una retta
condotta. Ma per Ercole!, se è vergognoso richiedere un insegnante
di tale cosa (della retta condotta), dobbiamo disperare che
un così grande bene (tantum bonum) possa istillarsi in noi
per caso: dobbiamo darci da fare e, come è vero ciò che dico, non
sarà (est) neppure una grande fatica, se solo, come ho
detto, cominciamo ad istruire e migliorare il nostro animo, prima
che la sua malvagità si sclerotizzi (indurescat).
6) Ma io non mi rassegno nemmeno per le cose ormai indurite (indurata,
participio passato, passivo > induresco), non c’è niente che un
lavoro costante, insieme ad un trattamento incessante e
coscienzioso, non possa debellare. Puoi riportare (revocabis, fut.)
‘in linea’ (in rectum) anche alberi ormai incurvati (robora…quamvis
flexa); il calore distende tavole curve e anche se fatte per
altro scopo (trabes…aliter natae) possono essere plasmate
secondo quello che la nostra esigenza richiede. Molto più facilmente
l’animo accoglie una disposizione (formam), perché è
flessibile, e più versatile di qualsiasi liquido. Che altro è
l’animo infatti, se non un qualcosa che ha in sé lo spirito? e
infatti tu puoi vedere quanto lo spirito sia più docile di ogni
altro materiale e quanto sia più tenue.
7) E questo, o mio Lucilio, non deve impedirti di sperare un minor bene
per noi, per il fatto che la malignità (malitia) ormai ci
occupa, ed è in possesso di noi da tempo (diu in possessione
nostri est); per nessuno giunge un’indole positiva, prima di
un’indole prava; siamo tutti così predisposti (praeoccupati >
invasi prima – da un’indole prava); imparare le virtù significa
disimparare i vizi.
8) Ma dobbiamo darci da fare per la nostra purificazione con sempre
maggior coraggio, poiché basta una volta e dopo il possedimento del
bene è trasmesso per sempre; e non viene più disimparata neppure la
saggezza. Le cose contrarie (a quanto detto sopra) invece si
attaccano male in un luogo estraneo, così possono essere rimosse (depello)
e scacciate (exturbo); pacificamente stanno invece le cose
che si trovano nel loro posto appropriato. La virtù esiste secondo
natura, ma i vizi sono suoi nemici e a lei ostili.
9) Ma come non possono sparire le virtù ormai recepite ed è facile la
loro tutela, così è difficile l’inizio, per portarci verso quelle,
poiché questo è proprio di una mente senza mezzi (inbecillam –
notare la ‘in’ prefisso negativizzante, che deriva dalla
sonante-vocale Indoeuropea ‘Ņ’, che, attraverso la rotazione
consonantica germanica dà, in greco alfa privativo; in latino ed in
italiano ‘in’. Qui il prefisso è mantenuto nella sua forma.)
e debole (aegrae),
avere paura di tutte le cose sconosciute (inexperta); così è
necessario costringerla, affinchè inizi. Poi non è aspra (acerba)
la medicina; ma subito piace, fino a che porta a guarigione. Il
piacere di altri rimedi è successivo alla guarigione; la filosofia,
allo stesso modo, è apportatrice di salute ed è dolce.
Vale.
Le due lettere IL e
L. - Commento di Cristina Tarabella.
Dapprima Seneca
pone considerazioni di ordine generale. Parla della durata del
tempo, e della sua brevità. In realtà, leggendo tra le righe, Seneca
dà sfogo alle sue paure; 49,4,2, …”non ero abituato a vedere questo
tempo così veloce”). Adesso che le cose politicamente e
personalmente per lui sono precipitate in un abisso dal quale lui
stesso, assai improbabilmente riemergerà (e seneca è consapevole di
ciò), si ferma a guardare, come non ha mai fatto, il passare del
tempo: è veloce, e gli sfugge ormai di mano.
Non abita più
nell’Urbe; non è più tra i favoriti di Nerone, anzi è fra i ‘dannati’;
non ha più le sue ricchezze; non ha più nessun potere. Il suo buon
amico Burro è stato ucciso, per volere di Tigellino (che, ovviamente
vuole morto anche Seneca stesso). Gli intrighi di corte si fanno
sempre più folli.
E adesso, con tutta
la sua vita che gli crolla addosso, Seneca sente il peso potente
dell’evanescente, e immemore, passare del tempo.
Lui si dice ‘pronto
a combattere’; non starà come un imbelle seduto con le mani in mano
senza far niente. Ma come potrà mai combattere, quando al fine sarà
accusato di avere preso parte alla congiura dei Pisoni?
49,9,4 “..adesso ho
un’immensa difficoltà fra le mani…la morte mi insegue, fugge la
vita…” Lo sente, lo sa che sta per succedere qualcosa anche a lui.
Vista la sorte che è toccata a Burro. Visto che ormai Tigellino si è
insediato nella mente malata di Nerone e ne ha acquistato la
credibilità…
E allora Seneca
chiede aiuto a Lucilio, ma è a se stesso che si rivolge in realtà;
49,10,3 “…insegnami che il buono della vita non è riposto nella sua
durata, ma nell’uso che si fa di essa…” Eppure, anche questo non
può dargli molto conforto, perché non ha vissuto, in quegli anni,
nella maniera ortodossa dello Stoico. Però almeno ha tentato di
arginare la follia soverchiante di Nerone; questa certamente è una
grande azione, anche se a Seneca, censore di se stesso, nemmeno ciò
è sufficiente per assolversi.
Nella lettera 50
egli dice che almeno Lucilio si è sempre comportato in modo da
migliorarsi giorno dopo giorno (cosa che, come Stoico, avrebbe
dovuto fare anche lui!). Ed è appunto con tale osservazione che
intende riferirsi alla vita che egli ha condotto fino a quel
momento, la quale non lo ha portato in altro luogo, se non in
esilio. E tutti i suoi trascorsi; il potere; le ricchezze; la vita
dissennata e lussuriosa e adesso i sensi di colpa per tutto ciò,
Seneca li ha dentro di sé, ed è il suo senso di colpa il nemico
peggiore; 50,1,7 “…quelle cose, dovunque andremo, ci seguiranno”,
che riecheggiano molto fortemente il “sunt tecum quae fugias” di
altro scritto senechiano. Non si può sfuggire alla propria
interiorità.
Nella lettera 50,
Seneca parla di ciechi, e partendo da un caso di cecità fisica,
passa a parlare di quella dell’animo. Si è tutti ciechi e non ce ne
accorgiamo. E lui è stato forse il più cieco di tutti, perché non si
è voluto avvedere di chi veramente fosse Nerone; eppure è stato con
lui sin da quando l’Imperatore era piccolo!, e non ostante ciò non
ha voluto vedere tutta la sua follia.
E adesso, con
grande affanno, Seneca cerca di dare una spiegazione, se non una
giustificazione, perché quella non la cerca, alla propria cecità;
ciò si è detto anche altrove: 50,3,3 “…nessuno potrebbe vivere a
Roma in maniera diversa…” Infatti, come già detto, anche Seneca si
è dovuto adeguare ad un modus vivendi; altrimenti non avrebbe avuto
accesso al potere; al comando; alla possibilità, in fine, di
cambiare qualcosa e al tentativo di arginare la sesquipedale follia
di Nerone.
Ma ha fallito!
E comunque pensa, o
spera, di essere ancora in tempo per salvare il suo animo dal ‘vizio’,
perché 50,6,2 “…si posono riportare nella giusta posizione, anche
alberi ormai incurvati…L’animo riceve assai facilmente
un’educazione…” e ancora, 50,7,3 “…imparare le virtù, vuol dire
disimparare i vizi….”
50,8,4 “..la virtù
è secondo natura…” e quindi 50,9,4 “…bisogna costringere la mente,
affinché inizii (ad apprendere la virtù)..” E la chiusa della
lettera ci informa che Seneca è tornato ad essere solo ed
esclusivamente il Filosofo Stoico: 50,9,6 “…la filosofia è allo
stesso tempo apportatrice di salute e cosa dolce…”.
Quindi ci
ritroviamo di fronte un uomo che ha lasciato tutta la mondanità
(potere, fama, denaro), per riappropriarsi della santità e sanità
della filosofia e che inizia a ‘vivere secondo natura’.
Un uomo che, d’ora
in poi, sarà esclusivamente dedito alla pietas.
Gli ultimi anni
della sua vita infatti saranno da Seneca interamente dedicati alla
pratica e allo studio della filosofia e della sua applicazione.
Fugacità del tempo
Il senso della fuga del tempo e della precarietà
delle cose umane percorre tutta l'opera di S. ; a dargli espressione
S. utilizza tre metafore; il tempo come un fiume che scorre
inarrestabile (De brev. vit. 8,5" andrà il tempo della vita per la
via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non
farà rumore, non darà segno della sua velocità; scorrerà in
silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo;
correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai
soste") , il punto nel quale si risolve e si vanifica l'esistenza
umana (Ep. ad Luc. 49,3 "è un punto quello che viviamo, e ancor meno
di un punto"), l'abisso nel quale si perde ogni cosa (Ep. ad Luc.
49,3 "tutte le cose cadono nel medesimo abisso")
In S. il motivo della fuga "rapinosa" del tempo
si tinge spesso dei toni di un'angosciosa consapevolezza, che guarda
all'instabilità e alla precarietà delle sorti umane; la riflessione
sul tempo che scorre si trasforma così, spesso, in una penosa
riflessione sulla morte (Ep. ad Luc.99,9 " in tanta fluttuazione
delle cose umane niente per alcuno è certo se non la morte"; De
brev. vit.7,3" ci vuole tutta una vita per imparare a vivere, e, ciò
che ti stupirà di più, ci vuole una vita per imparare a morire").
Il Tempo nel De brevitate vitae e nelle Epistole
ad Lucilium
Al tempo, al suo significato e al suo uso, S.
dedica un intero dialogo, il De brevitate vitae, composto tra
il 49 ed il 54d.C. ; il dialogo sviluppa come tema centrale
l'opposizione tra l'atteggiamento degli "occupati" che
"scialacquano" il proprio tempo disperdendosi in occupazioni futili,
ed il "sapiens", che, vivendo in aristocratica solitudine, dedica il
proprio tempo alla sola conquista della saggezza.
La riflessione senecana sul tempo, che trova una
sua prima, articolata espressione, nel De brev. vit. , si completa
nell'epistolario. Se l'antidoto al fluire incessante del
tempo è costituito dalla conquista di un'immortalità che "supera"
il tempo, nel dialogo questa conquista si circoscrive ad una
dimensione puramente intellettuale di "evasione" dal presente; il
saggio è in grado di dominare col pensiero anche le età che lo hanno
preceduto, in un'ideale comunione con i grandi spiriti del passato
(De brev vit. 14,1" Soli fra tutti sono sfaccendati quelli che
dedicano il loro tempo alla saggezza, solo essi vivono; né solo
della loro vita sono attenti custodi: vi aggiungono ogni età; tutti
gli anni alle loro spalle sono un loro acquisto. Se non siamo mostri
di ingratitudine, quei fari di luce, fondatori di sacre dottrine,
sono nati per noi, hanno predisposto la vita per noi..., non siamo
esclusi da nessun secolo, a tutti abbiamo libero accesso, e, se
vogliamo evadere dalle angustie della debolezza dello spirito, è
molto il tempo per cui spaziare") .
Nelle Epistole l'ideale dell'atemporalità del
saggio si concreta e si estende: il sapiens usa del tempo per uscire
dal tempo, nella conquista di valori che del tempo non hanno più
bisogno (101,8-9 " Chi ogni giorno dà alla sua vita l'ultima mano,
non sente il bisogno del tempo; da questo bisogno nascono il timore,
la brama del futuro che ci rode l'animo...Come riusciremo a sfuggire
a tale agitazione? In un solo modo: se la nostra vita non si
espanderà al di fuori, ma si concentra in se stessa; giacché è in
balia del futuro colui per il quale il presente è vano. Ma quando
non ho più alcun debito verso di me, e quando l'animo, ben saldo, sa
che non c'è differenza fra un giorno e un secolo, esso guarda
dall'alto tutti i giorni e gli eventi futuri e considera ridendo
allegramente il succedersi del tempo"; 92,25 " Qual è la
caratteristica della virtù? Essa non ha bisogno dell'avvenire e non
fa il computo dei suoi giorni: in uno spazio di tempo quanto vuoi
breve giunge al pieno possesso dei beni eterni") .
Seneca ed il "carpe diem" epicureo
La valorizzazione attenta di ogni attimo
dell'esistenza è il mezzo attraverso il quale è possibile
raggiungere la saggezza e superare la debole condizione umana (Ep.
101,10 "perciò affrettati, o mio Lucilio, a vivere, e considera ogni
giorno una vita"). Il concetto del vivere pienamente in ogni istante
della propria vita è, anche, ideale epicureo, e ricorre come si sa
in Orazio, Odi I,11 vv7-8 "dum loquimur, fugerit invida/ aetas;
carpe diem, quam minimum credula postero"; Odi III,29 vv41ss." Ho
vissuto. Offenda pure domani Giove di nere nubi il cielo o brilli il
sole, non potrà rendere vano il passato, né disperdere o mutare
quello che mi ha dato l'ora fuggitiva".
Le analogie tra il concetto espresso da Orazio e
quello espresso da Seneca tradiscono però una grande differenza di
impianto : alla base del carpe diem epicureo c'è il concetto del
vivere intensamente ogni attimo dell'esistenza, capitalizzandone
gioie e piaceri, in un'ottica "distensiva" dello spirito. Nel
concetto stoico del "vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo" si
concretizza invece l'ideale di una pratica filosofica sempre tesa
alla conquista della saggezza , in lotta con il tempo che scorre
implacabile ; un'ottica, quindi, che non mira alla distensione,
quanto piuttosto alla tensione dello spirito. Padroneggiare il
presente ed affrancarsi dal domani diventa in Seneca un invito al
possesso integrale di se stessi , non solo e non tanto, quindi, un
richiamo al carattere effimero dell'esistenza.
DAL "DE BREVITATE VITAE"
|
I. La maggior parte dei mortali, o Paolino,
si lagna per la cattiveria della natura, perché siamo messi al
mondo per un esiguo periodo di tempo, perché questi periodi di
tempo a noi concessi trascorrono così velocemente, così in
fretta che, tranne pochissimi, la vita abbandoni gli altri
nello stesso sorgere della vita. Né di tale calamità, comune a
tutti, come credono, si lamentò solo la folla e il dissennato
popolino; questo stato d’animo suscitò le lamentele anche di
personaggi famosi. Da qui deriva la famosa esclamazione del
più illustre dei medici [Ippocrate, V-IV sec. a.C.],
che la vita è breve, l’arte lunga; di qui la contesa, poco
decorosa per un saggio, dell’esigente Aristotele con la natura
delle cose, perché essa è stata tanto benevola nei confronti
degli animali, che possono vivere cinque o dieci generazioni,
ed invece ha concesso un tempo tanto più breve all’uomo, nato
a tante e così grandi cose. Noi non disponiamo di poco tempo,
ma ne abbiamo perduto molto. La vita è lunga abbastanza e ci è
stata data con larghezza per la realizzazione delle più grandi
imprese, se fosse impiegata tutta con diligenza; ma quando
essa trascorre nello spreco e nell’indifferenza, quando non
viene spesa per nulla di buono, spinti alla fine dall’estrema
necessità, ci accorgiamo che essa è passata e non ci siamo
accorti del suo trascorrere. È così: non riceviamo una vita
breve, ma l’abbiamo resa noi, e non siamo poveri di essa, ma
prodighi. Come sontuose e regali ricchezze, quando siano
giunte ad un cattivo padrone, vengono dissipate in un attimo,
ma, benché modeste, se vengono affidate ad un buon custode, si
incrementano con l’investimento, così la nostra vita molto si
estende per chi sa bene gestirla.
|
II Perché ci lamentiamo della natura delle
cose? Essa si è comportata in maniera benevola: la vita è
lunga, se sai farne uso. C’è chi è preso da insaziabile
avidità, chi dalle vuote occupazioni di una frenetica
attività; uno è fradicio di vino, un altro languisce
nell’inerzia; uno è stressato da un’ambizione sempre
dipendente dai giudizi altrui, un altro è sballottato per
tutte le terre da un’avventata bramosia del commercio, per
tutti i mari dal miraggio del guadagno; alcuni tortura la
smania della guerra, vogliosi di creare pericoli agli altri o
preoccupati dei propri; vi sono altri che logora l’ingrato
servilismo dei potenti in una volontaria schiavitù; molti sono
prigionieri della brama dell’altrui bellezza o della cura
della propria; la maggior parte, che non ha riferimenti
stabili, viene sospinta a mutar parere da una leggerezza
volubile ed instabile e scontenta di sé; a certuni non piace
nulla a cui drizzar la rotta, ma vengono sorpresi dal destino
intorpiditi e neghittosi, sicché non ho alcun dubbio che sia
vero ciò che vien detto, sotto forma di oracolo, nel più
grande dei poeti [forse si riferisce a Menandro (IV sec.
a.C), il più grande dei poeti comici]: "Piccola è la
porzione di vita che viviamo". Infatti tutto lo spazio
rimanente non è vita, ma tempo. I vizi premono ed assediano da
ogni parte e non permettono di risollevarsi o alzare gli occhi
a discernere il vero, ma li schiacciano immersi ed inchiodati
al piacere. Giammai ad essi è permesso rifugiarsi in se
stessi; se talora gli tocca per caso un attimo di tregua, come
in alto mare, dove anche dopo il vento vi è perturbazione,
ondeggiano e mai trovano pace alle loro passioni. Pensi che io
parli di costoro, i cui mali sono evidenti? Guarda quelli,
alla cui buona sorte si accorre: sono soffocati dai loro beni.
Per quanti le ricchezze costituiscono un fardello! A quanti fa
sputar sangue l’eloquenza e la quotidiana ostentazione del
proprio ingegno! Quanti sono pallidi per i continui piaceri! A
quanti non lascia un attimo di respiro l’ossessionante calca
dei clienti! Dunque, passa in rassegna tutti costoro, dai più
umili ai più potenti: questo cerca un avvocato, questo è
presente, quello cerca di esibire le prove, quello difende,
quello è giudice, nessuno rivendica per se stesso la propria
libertà, ci si consuma l’uno per l’altro. Infòrmati di
costoro, i cui nomi si imparano, vedrai che essi si
riconoscono da questi segni: questo è cultore di quello,
quello di quell’altro; nessuno appartiene a se stesso. Insomma
è estremamente irragionevole lo sdegno di taluni: si lamentano
dell’alterigia dei potenti, perché questi non hanno il tempo
di venire incontro ai loro desideri. Osa lagnarsi della
superbia altrui chi non ha tempo per sé? Quello almeno,
chiunque tu sia, benché con volto arrogante ma qualche volta
ti ha guardato, ha abbassato le orecchie alle tue parole, ti
ha accolto al suo fianco: tu non ti sei mai degnato di
guardare dentro di te, di ascoltarti. Non vi è motivo perciò
di rinfacciare ad alcuno questi servigi, poiché li hai fatti
non perché desideravi stare con altri, ma perché non potevi
stare con te stesso.
|
|
III Per quanto siano concordi su questo
solo punto gli ingegni più illustri che mai rifulsero, mai
abbastanza si meraviglieranno di questo appannamento delle
menti umane: non tollerano che i propri campi vengano occupati
da nessuno e, se sorge una pur minima disputa sulla modalità
dei confini, si precipitano alle pietre ed alle armi:
permettono che altri invadano la propria vita, anzi essi
stessi vi fanno entrare i suoi futuri padroni; non si trova
nessuno che sia disposto a dividere il proprio denaro: a
quanti ciascuno distribuisce la propria vita! Sono avari nel
tenere i beni; appena si giunge alla perdita di tempo,
diventano molto prodighi in quell’unica cosa in cui l’avarizia
è un pregio. E così piace citare uno dalla folla degli
anziani: "Vediamo che sei arrivato al termine della vita
umana, hai su di te cento o più anni: suvvia, fa un bilancio
della tua vita. Calcola quanto da questo tempo hanno sottratto
i creditori, quanto le donne, quanto i patroni, quanto i
clienti, quanto i litigi con tua moglie, quanto i castighi dei
servi, quanto le visite di dovere attraverso la città;
aggiungi le malattie, che ci siamo procurati con le nostre
mani, aggiungi il tempo che giacque inutilizzato: vedrai che
hai meno anni di quanti ne conti. Ritorna con la mente a
quando sei stato fermo in un proposito, quanti pochi giorni si
sono svolti così come li avevi programmati, a quando hai avuto
la disponibilità di te stesso, a quando il tuo volto non ha
mutato espressione, a quando il tuo animo è stato coraggioso,
che cosa di positivo hai realizzato in un periodo tanto lungo,
quanti hanno depredato la tua vita mentre non ti accorgevi di
cosa stavi perdendo, quanto ne ha sottratto un vano
dispiacere, una stupida gioia, un’avida bramosia, una
piacevole discussione, quanto poco ti è rimasto del tuo:
capirai che muori anzitempo". Dunque qual è il motivo? Vivete
come se doveste vivere in eterno, mai vi sovviene della vostra
caducità, non ponete mente a quanto tempo è già trascorso; ne
perdete come da una rendita ricca ed abbondante, quando forse
proprio quel giorno, che si regala ad una certa persona od
attività, è l’ultimo. Avete paura di tutto come mortali,
desiderate tutto come immortali. Udirai la maggior parte dire:
"Dai cinquant’anni mi metterò a riposo, a sessant’anni mi
ritirerò a vita privata". E che garanzia hai di una vita tanto
lunga? Chi permetterà che queste cose vadano così come hai
programmato? Non ti vergogni di riservare per te i rimasugli
della vita e di destinare alla sana riflessione solo il tempo
che non può essere utilizzato in nessun’altra cosa? Quanto
tardi è allora cominciare a vivere, quando si deve finire! Che
sciocca mancanza della natura umana differire i buoni
propositi ai cinquanta e sessanta anni e quindi voler iniziare
la vita lì dove pochi sono arrivati!
|
traduzione di Luigi Chiosi
L'APOKOLOKYNTOSIS
|
I
I fatti che si svolsero nei cieli il
tredici ottobre dell'anno di grazia,
primo di un'era di beatitudine, ecco quanto voglio
tramandare alla storia. Qui non si farà posto né ai
risentimenti né alle simpatie. Se per caso qualcuno
domanderà come faccio a sapere le cose così precise,
prima di tutto, se non mi garba, non risponderò: e chi
mi può obbligare? So pure di essere diventato un uomo
libero sin da quando finì i suoi giorni colui che aveva
confermato la verità del proverbio: "o si nasce re o si
nasce cretino". Se mi piacerà di rispondere, dirò quello
che mi viene alla bocca. Gli storici? Chi ha mai preteso
da loro dei testimoni giurati? E poi, se proprio
bisognerà mettere avanti la fonte, domandatelo a quello
che vide Drusilla salire al cielo:
lui vi dirà magari anche di aver visto fare a Claudio "trimpellando
coi suoi passetti" quello stesso viaggio. Volere o no,
gli tocca pure di vedere tutto quello che succede in
cielo; soprintende alla via Appia, che presero, lo sai,
anche Augusto e Tiberio Cesare, per andare fra gli dèi.
Se lo domandi a lui, a quattr'occhi, te lo dirà: davanti
a più persone non si lascerà cavare una parola: perché
dal giorno che in senato giurò di avere visto Drusilla
salire in cielo, e, per ringraziamento di una notizia
così bella, nessuno volle credere quello che egli aveva
pur visto, proclamò solennemente che non avrebbe fatto
più rivelazioni neanche se avesse visto ammazzare un
uomo nel mezzo del foro. Quanto seppi da lui allora, io
ve lo riporto pari pari, per quanto mi è caro saperlo
contento e in buona salute.
II
Febo avea già con più breve cammino
affrettato il suo corso
E delle tenebre le ore allungavano il
sonno e il riposo,
E già Cinzia vedea vittoriosa più
vasto il suo regno;
Squallido l'inverno strappava i doni
giocondi
Dell'autunno ferace, e da Bacco, omai
declinante,
Attardandosi, rari cogliea frutti il
vendemmiatore.
Forse si intenderà meglio se dirò:
era ottobre, il tredici del mese. L'ora non te la so
dire precisa: è più facile si trovino d'accordo due
filosofi che due orologi; a ogni modo si era fra l'ora
sesta e la settima. "Tu fai le cose troppo alla buona
per fermarti costì: tutti i poeti non si contentano di
descrivere la levata e il tramonto, e magari scomodano
anche il mezzogiorno; tu passi così alla leggera su
un'ora tanto fortunata?"
Ecco già Febo col carro a metà avea
diviso il suo corso
E più verso la notte agitava ormai
stanco le briglie,
Per l'obliquo sentiero traendo al
declino la luce.
III
Claudio dispose la sua anima alla
partenza, ma non trovava l'uscita. Allora Mercurio, che
si era sempre compiaciuto del sottile ingegno di lui,
chiama in disparte una delle Parche e le dice: "Donna
spietata, perché lasci nelle pene dell'agonia quel
disgraziato? Ma non avrà mai riposo da questi lunghi
tormenti? Sono sessantaquattro anni che è alle prese con
la sua anima: perché non vuoi far piacere a lui e al suo
popolo? Lascia che abbiano ragione per una volta gli
astrologi, che, da quando è diventato imperatore, non
passa anno, non passa mese, che non lo spediscano
all’altro mondo. Però nulla di strano se non si
raccapezzano e se nessuno sa quando suona la sua ora:
nessuno credeva che egli fosse mai di questo mondo. Fa’
il tuo ufficio:
"Muoia, e tu lascia che un altro al
suo posto governi più degno".
Ma Cloto: "E dire che proprio io, per
Ercole, esclamò, gli volevo aggiungere qualche poco di
giorni, tanto perché desse la cittadinanza a quei tre o
quattro che rimangono ancora: s'era proposto di vedere
tutti in toga: Greci, Galli, Ispani, Britanni. Ma, se è
decretato che rimanga qualche straniero, perché non se
ne perda il seme, e tu vuoi così, sia pure". Allora apre
una cassettina e mette fuori tre fusi: uno era di
Augurino, uno di Baba,
il terzo di Claudio. "Questi tre, disse, li farò morire
nello spazio di un anno, a poca distanza di tempo, e
così non lo lascerò partire senza compagnia. Non è bello
che uno, che finora vedeva tante migliaia di persone al
suo seguito, e tante per staffetta, e tante ai lati, si
trovi a un tratto abbandonato da tutti. Si contenterà
per ora di questi tre camerati".
IV
Disse, e sul fuso funesto i suoi
stami avvolgendo,
Della stolida vita di un principe il
corso troncava.
Ma Lachesi redimita le chiome, adorna
i capelli,
Pierio lauro cingendo attorno alla
fronte ed al crine,
Candidi fili da fiocchi simili a neve
deduce
Con sicura mano volgendoli: e, mentre
li trae,
Prendono nuovo colore: miran le
sorelle il lavoro,
Mentre la rozza lana si muta in
prezioso metallo,
Sì che secoli d'oro discendono in
fulgido stame.
Elle non trovan riposo: il ricco
filano vello
Liete mirandone piene le mani; sì è
dolce il lavoro.
L'opera volge alacre da sé; senza
alcuna fatica
Morbidi stami si allungano giù dal
fuso che gira:
Vincono di Titòno l’età, di Nèstore
gli anni
Febo vicino seconda col canto e
gioisce ai presagi,
E sereno ora muove il suo plettro,
ora porge la lana:
Col canto le avvince, dimentiche
della fatica:
Mentre alla cetra e al canto fraterno
indugian le lodi,
Più del solito filan le mani, ed i
fati mortali
L'opra ammirata trascende. "Parche,
non recidete"
Febo ammonisce: "di ogni mortal vita
superi il corso
Quei che a me simile è nel sembiante,
e pari di grazia,
E nella cetra e nel canto non cede.
Beati ai mortali
Ridarà gli anni, romperà delle leggi
il silenzio.
Quale Lucifero sperde la luce degli
astri cadenti,
quale Espero sorge annunciando il
ritorno degli astri,
Quale, al primo svanir delle tenebre,
Aurora la luce
Rosseggiando diffonde, e il sole
saluta la terra
Fulgido, e in corsa il suo cocchio
avventa fuor dalle sbarre,
Tale Cesare appare, tale fra poco
Nerone
Roma saluterà. Mite raggia chiarore
di luce
Dal volto, dal collo cui adornan le
chiome fluendo".
Così Apollo; e Lachesi già propizia
verso l'uomo sì bello lo accontentò largamente donando a
Nerone ancora molti anni per suo conto. A Claudio tutti
gridano,
"Con lieti evviva, che da casa il
seguano."
Ed egli intanto esalò il fiato come
da una bolla, e da allora finì di parer vivo. Spirò
mentre assisteva a una commedia: tanto perché tu sappia
che ho le mie ragioni di guardarmi dagli attori.
L'ultima frase che di lui si udì nel mondo, dopo che
ebbe lasciato partire un suono più forte del solito da
quella parte con la quale si esprimeva con maggior
facilità, fu questa:"Povero me, forse me la son fatta
addosso". Se l'avesse fatta, non lo so; certo è che egli
ha sempre scacazzato dappertutto.
V
Quel che successe poi sulla terra è
superfluo riferirlo. Lo sapete benissimo, e non c'è
pericolo che esca di mente quello che la gioia popolare
ha segnato bene nella memoria: nessuno si dimentica
della propria felicità. Sentite piuttosto quello che
accadde in cielo: la conferma la troverete nella mia
fonte.
Annunciano a Giove l'arrivo di un
personaggio di statura discreta, e discretamente
imbiancato: doveva avere chi sa che brutte intenzioni,
perché tentennava continuamente la testa; strascicava il
piede destro. Gli avevano domandato di che paese fosse,
e lui aveva borbottato qualcosa con suoni inarticolati e
indistinti; ma la sua lingua non la capivano: non era né
greco né romano, né di altro paese conosciuto 5.
Allora Giove chiama Ercole, che aveva girato il mondo in
lungo e in largo e doveva conoscere tutti i popoli, e
gli dice di andar lui e veder di scoprire di che razza
fosse. Ercole, al primo vederlo, ne ebbe sgomento,
accorgendosi che ancora non aveva finito di avere a che
fare coi mostri. Appena si trovò davanti quel ceffo di
nuovo stampo, quel modo di camminare strano, quella voce
che non era di animale terrestre, ma come quella dei
mostri marini, cavernosa e cincischiata, ebbe paura che
fosse venuta la sua tredicesima fatica. Guardandolo poi
più attentamente, ci trovò una parvenza di uomo. Allora
gli si avvicinò e, cosa molto facile per un greculo, lo
apostrofò in greco:
"Chi, d'onde sei? dove mai a te sono
patria e famiglia?"
Claudio si sente allargare il cuore,
che ci siano là dei classicisti, e spera di trovare
accoglienza per le sue storie.
Allora, volendo indicare, con un verso omerico anche
lui, di essere Cesare, rispose:
"L'aure da Troia ai Cìconi
trasportando m'han spinto".
Più vero sarebbe stato il verso
seguente, non meno omerico:
"Là per me la città fu distrutta, e
perduta coi suoi".
VI
E l'aveva data a bere a Ercole, che
non è punto malizioso, se là non ci fosse stata la
Febbre, che sola era venuta con lui, lasciando il
proprio tempio: tutti gli altri dèi erano rimasti a
Roma. "Costui, disse, ti racconta frottole belle e
buone. Te lo dico io, che son vissuta tanti anni con
lui: è nato a Lione: ti presento un concittadino di
Planco. Ti ripeto, è nato a sedici miglia da Vienna, è
un Gallo di razza. E così, da buon Gallo, si impadronì
di Roma. Costui ti garantisco che è nato a Lione,
proprio dove regnò tanti anni Licino. Tu che hai battuto
più contrade d’un mulattiere di professione, devi
conoscere quelli di Lione e sapere che dallo Xanto al
Rodano ci corrono molte miglia". A questo punto Claudio
piglia fuoco e si sfoga facendo più chiasso che può. Che
cosa dicesse, non lo capiva nessuno; ma intanto lui
voleva che mettessero a morte la Febbre, con quel suo
gesto della mano tremolante, abbastanza ferma soltanto
per il cenno con cui mandava la gente al taglio della
testa. L'ordine di mozzarle il collo lo aveva dato; ma
si sarebbe detto che lì fossero tutti liberti suoi,
tanto nessuno gli dava retta.
VII
"Ascoltami, tu, disse allora Ercole,
e smettila di dare in ismanie. Tu sei in un paese dove i
topi rodono il ferro. Presto, qua la verità, se non vuoi
che ti faccia passare io codeste frenesie". E, per
fargli più paura, prende una posa da attore tragico e
declama:
"Di' fuori, presto, da qual terra hai
origine,
Che questa clava non ti stenda
esanime:
Già molti re più volte uccisi
barbari,
Che cosa dunque ciangottando
brontoli?
Fra quali genti crebbe il capo
tremulo?
Racconta. I regni io già del re
trigemino
Lontano visitando, dall'Esperia
Per trarre il gregge nobile ad
Inachia,
Sovra due fiumi vidi costa pendere
Che il raggio mattutin di Febo
visita.
Veloce la lambisce il grande Rodano,
E l'Arar, con il corso suo volubile,
Le rive bagna ristagnando tacito.
È quella terra di tua vita pascolo?"
Queste parole le pronunciò abbastanza
deciso e ardito; eppure non era proprio sicuro di sé, e
si aspettava sempre i "fulmini dell'indemoniato".
Claudio, vedendosi davanti quella figura massiccia,
lascia da parte le ciancie e capisce che, se a Roma
nessuno ce la poteva con lui, lì era altro affare, e non
ci aveva lo stesso potere. Un gallo è padrone solo nel
suo letamaio. Allora, per quanto si poté capire, parve
dicesse così: "Io speravo in te, fortissimo Ercole, che
saresti stato dalla mia parte al cospetto degli altri,
e, se mi avessero chiesto chi mi presentasse, avrei
fatto il nome tuo, che mi conosci meglio degli altri.
Perché, se vedi di ricordare, ero io quello che a Tivoli
davanti al tuo tempio rendeva giustizia per giornate
intere nei mesi di luglio e di agosto. Lo sai tu se ho
raccattato poche meschinità a sentire quei causidici
giorno e notte: se ci fossi capitato tu, crediti bravo
quanto vuoi, ma avresti preferito ripulire le stalle di
Augia: ché ho spazzato più letame io di te. Ma poiché
voglio... [lacuna nel testo]
VIII
..."Nulla di strano se ti sei intruso
nella curia: per te non c'è sbarramento che tenga.
Dicci almeno quale dio vuoi che facciamo di costui. Un
"dio epicureo" non è possibile: quello "non si prende
cura di nulla, e non dà brighe agli altri".
Stoico? E come potrebbe essere "rotondo", come dice
Varrone, "senza capo né prepuzio?" Anzi, ora che ci
penso, qualcosa ce l'ha del dio stoico: non ha né capo
né cervello. Per Ercole, se anche avesse chiesto a
Saturno questo favore, lui che festeggiava il suo mese
tutto l'anno, vero principe di tutte le feste, non
l'avrebbe ottenuto; figuratevi poi da Giove che, per
quanto dipese da lui, dichiarò reo di incesto. Non mise
a morte infatti Silano, suo genero, ...[lacuna nel
testo] di grazia, perché? Perché a sua sorella, la
più carina delle ragazze, che chiamavano Venere, preferì
dare il titolo di Giunone. Perché, dice, vorrei saperlo,
perché proprio la sorella? Ignorante, va' a imparare: a
Atene è lecito per la metà, a Alessandria tutto. Siccome
a Roma, racconta lui, i topi si contentano di leccare le
macine, costui pretende di venir qui a farci da maestro.
Non sa quel che accade nel suo talamo, e ancora "ficca
gli occhi negli spazi celesti?". Vuol diventare un dio;
non gli basta di avere un tempio in Britannia, né che
ora i barbari lo venerino e gli levino preghiere come a
un Dio, 'per propiziarsi lo stolto'."
IX
Alla fine Giove si sovvenne che
neppure per gli dèi è regola fare proposte finché
persone estranee sono presenti dentro la Curia: "Io,
disse, padri coscritti, vi avevo dato di facoltà di
interloquire, ma voi mi avete fatto addirittura una
fiera. Voglio che osserviate le regole della Curia.
Costui, chiunque sarà, che concetto può farsi di noi?".
Allora lo congedano, e per primo ha la parola Giano
padre. Egli era stato designato per le calende di luglio
console del pomeriggio, uno che sempre guarda 'a un
tempo dinanzi e dietro a sé'... dove gli arriva la
vista. Parlò a lungo e con foga da persona che vive nel
Foro, e lo stenografo non riuscì a tenergli dietro;
perciò non riporto le sue parole, per non doverle
parafrasare. Parlò a lungo della maestà degli dèi; non
era un onore da concedersi a tutti. "Una volta,
concluse, non era cosa da ridere diventare un dio; ma
ora ne avete fatto il mimo della Fava. E allora, per non
aver l'aria di parlare più per una questione di persona
che di principio, propongo: da oggi in poi nessuno sarà
divinizzato di coloro che 'mangiano i frutti della
terra' o di coloro che 'nutre la terra prodiga di messi'.
Chiunque, violando questo senatoconsulto, sarà
divinizzato e dipinto o scolpito in effigie divina, si
decide che sarà consegnato agli spiriti, e nel prossimo
spettacolo di gladiatori sarà frustato a dovere insieme
coi nuovi arruolati". Subito dopo si dà la parola a
Dièspiter, figlio di Vica Pota, console designato anche
lui. Era un piccolo cambiavalute; ma campava la vita con
un altro mestiere: vendeva cittadinanze da poco prezzo.
Gli si accostò con bel garbo Ercole, e gli toccò
l'orecchio. Quello allora avanzò la sua proposta in
questi termini: "Considerato che il divo Claudio ha
legami di sangue anche col divo Augusto, nonché con la
diva Augusta sua ava, che egli stesso volle divinizzata;
che egli supera di gran lunga per saggezza tutti i
mortali; che infine è nel pubblico interesse vi sia
qualcuno in grado di 'mangiar le rape bollite' con
Romolo, propongo che il divo Claudio, a partire da oggi,
sia una divinità, con le clausole di chi prima di lui lo
è stato di pieno diritto, e che questa decisione sia
inserita nelle Metamorfosi di Ovidio". I pareri erano
discordi; ma sembrava che Claudio riportasse più voti:
perché Ercole, vedendo in giuoco gli affari suoi, si
affannava a correre di qua e di là e diceva a tutti:
"Non negarmi un favore; è per me una questione
personale; un'altra volta, se tu avrai bisogno di
qualcosa, ti ricambierò: si sa, una mano lava l'altra".
X
Quindi si levò a parlare, secondo il
turno, il divo Augusto; e svolse la sua tesi con
impareggiabile eloquenza. "Padri coscritti, disse, voi
mi siete testimoni, che, da quando fui divinizzato, non
ho mai aperto bocca: sempre bado ai fatti miei. Ma ora
non posso più seguitare a far conto di niente, e frenare
il cruccio, che il mio ritegno renderebbe più acuto che
mai. Per questo assicurai la pace sulla terra e sui
mari? Per questo soffocai le guerre civili? Per questo
consolidai Roma con i miei ordinamenti, la abbellii di
opere pubbliche, perché poi... Padri coscritti, non so
neppure io che cosa dire: qualunque parola è poco per il
mio sdegno: non mi resta che ricorrere al celebre detto
di Messala Corvino, uomo di alta eloquenza: 'ho vergogna
del potere'. Costui, padri coscritti, che a voi sembra
incapace di dar noia a una mosca, ammazzava la gente con
la stessa disinvoltura con cui un cane si divorerebbe
una trippa. Ma a che pro ricordare tante e così illustri
vittime? Non ha tempo per piangere le sventure della
patria chi guarda ai lutti domestici. Perciò lascerò da
parte le une, e parlerò di questi altri; perché, anche
se mia sorella non sa il greco, io lo so: il ginocchio è
più vicino del polpaccio 12
. Costui, eccolo là, dopo essersi riparato per tanti
anni all’ombra del mio nome, mi ha ricompensato facendo
morire due Gulie mie pronipoti, una di spada l'altra di
fame, e poi un pronipote, L. Silano: e vedi tu, Giove,
se era dalla parte del torto; per lo meno era dalla tua,
a esser giusti. Dimmi, divo Claudio, perché ognuno di
quelle o di quelli che tu hai messo a morte l'hai
condannato prima di imbastire un processo, prima di
sentirne le ragioni? Dove usa così? In cielo, no.
XI
Hai qui il caso di Giove che regna da
tanti secoli: solo a Vulcano ruppe una gamba quando
"Préselo e giù per un piè lo sbalzò
dalle soglie celesti".
Si infuriò anche con la moglie, e la
sollevò in aria: ma che forse li ammazzò? Tu invece
Messalina l'hai uccisa; ed io ero il suo prozio come il
tuo. 'Non ne seppi nulla' dici tu. Gli dèi ti mandino il
malanno: peggio ancora se non lo sapevi, che d'averla
ammazzata. Ebbe sempre di mira G. Cesare anche dopo
morto. Quello aveva ucciso il suocero? E lui anche il
genero. Gaio non volle che il figlio di Crasso fosse
chiamato Magno? E lui gli rese il titolo, ma gli tolse
la vita. ln una famiglia sola tolse di mezzo Crasso,
Magno, Scribonia: tutta gente da conio, ma sempre
nobili: Crasso poi, da quanto era stolto, avrebbe potuto
anche governare. E di costui volete fare un dio?
Guardate il suo fisico, se non è nato in odio agli dèi.
Basta: dica tre parole tutte di fila, e mi lascio portar
via come schiavo. Un dio come questo, chi gli presterà
un culto, chi si affiderà a lui? Finché create di questi
dèi, nessuno riconoscerà la divinità vostra. Concludo,
padri coscritti: se ho tenuto in mezzo a voi una
condotta onorata, se a nessuno ho mai dato responsi
troppo rigorosi, allontanate da me quest'affronto. La
mia proposta, secondo le ragioni addotte, è la
seguente". E lesse da una tavoletta:
"Considerato che il divo Claudio ha
ucciso il suocero suo Appio Silano, i due generi Magno
Pompeo e L. Silano, il suocero di sua figlia Crasso
Frugi, uno che gli somigliava come si somigliano due
gocce d'acqua, Scribonia suocera di sua figlia, sua
moglie Messalina e tutti gli altri che non si possono
contare, è mio avviso che si proceda contro di lui
severamente, e non gli si dia facoltà di esser
giudicato, e sia anzi tratto fuori al più presto, e esca
dai cieli entro trenta giorni, dall'Olimpo entro tre
giorni".
Questa proposta fu approvata "per
divisione". Senza indugio il Cillenio lo afferra per il
collo fino a torcerglielo e lo trascina agli inferi.
"Donde, dicono, non tornò nessuno."
XII
Mentre scendono la via Sacra,
Mercurio chiede che significasse quell'assembramento:
che fosse il funerale di Claudio? Era il più splendido
che mai si fosse visto, e poi curato con tutte le
regole: si capiva bene che era il funerale di un dio.
Tanta era la folla dei flautisti, dei corni, di ogni
genere di strumenti, e tanto il frastuono, che persino
Claudio lo poteva sentire. Tutti allegri, tutti in
festa: il popolo romano andava avanti e indietro come
chi è libero. Agatone e pochi cavalocchi piangevano, ma
di cuore, si vedeva bene. I giureconsulti avanzavano dai
loro rifugi, pallidi, rifiniti, reggendo l'anima coi
denti: proprio gente che ricominciava allora a vivere!
Uno di questi, vedendo gli azzeccagarbugli riuniti a
conciliabolo piangere la loro sorte, s'accostò
esclamando: "Ve lo dicevo io; non tutti i giorni è
festa". Claudio, a vedere il suo funerale, capì di esser
morto, perché un grande coro intonava solennemente un
inno funebre in anapesti:
|
Spargete lacrime,
Battete i petti;
Triste risuoni
Grido nel Foro:
È morto un uomo
Di grande mente:
Altri non v'ebbe
in tutto il mondo
Di lui più prode.
Egli veloce
Vinceva in corsa
Tutti i veloci;
I Parti indocili
Sapea fugare;
Agili i dardi
Dietro al Persiano,
Salda la mano
Nel tirar d'arco;
Pronto a trafiggere
Con lieve colpo
L'oste ruinante,
E ai Medi in rotta
Le pinte terga.
Egli ai Britanni
Di là dai lidi
Del noto mare,
Ed a' Briganti,
Scudi bruniti,
Il collo porgere
Di Roma al giogo |
Impose; ed anco
Tremò l’Oceano
Sotto la scure
Di nuove leggi.
Piangete il grande,
Che più di tutti
Sapeva presto
Studiar le cause,
Una ascoltando
Delle due parti,
Spesso nessuna.
Ora qual giudice
Per tutto un anno
Liti udirà?
A te già lascia
Il proprio scanno
Quegli che è giudice
Nei regni taciti,
Signor di cento
Città cretesi.
Battete il petto
Con palme afflitte,
O causidici,
Razza venale:
E voi piangete,
Moderni vati;
Ma voi per primi,
Che raccoglieste,
Gettando i dadi,
Grossi guadagni. |
XIII
Claudio si compiaceva di quelle lodi
tutte per lui, e voleva restare là a godersi ancora lo
spettacolo. Il Taltibio degli dèi gli mette una mano
addosso e lo trascina via a capo coperto, perché nessuno
possa riconoscerlo, attraverso il Campo Marzio, e fra il
Tevere e la via Coperta discende agli Inferi. Già lo
aveva preceduto, per una scorciatoia, il liberto Narciso
per far gli onori di casa al suo padrone: al suo arrivo
gli si fa incontro tutto lindo, uscito com'era dal
bagno, e esclamò: "Che vengono a fare gli dèi fra gli
uomini?". "Fa' presto, lo interruppe Mercurio, e
annuncia il nostro arrivo". In meno che non si dica
Narciso prende la rincorsa. La strada è tutta in
discesa, si va giù che è un piacere: tanto che, anche
con la sua gotta, in un momento Claudio si trovò alla
porta di Dite, dove se ne stava sdraiato Cerbero, o,
come lo chiama Orazio, "la fiera dalle cento teste".
Rimane un attimo sconcertato (lui aveva sempre avuto fra
i suoi spassi un cagnolino bianco) appena si vede
davanti quel cagnaccio nero e peloso (certo non ti
piacerebbe che ti si parasse dinanzi al buio), e si dà a
gridare a squarciagola: "Arriva Claudio!". Avanzano
allora gli altri fra gli applausi: "Lo abbiamo
ritrovato; facciamo festa". C'era.C. Silio, console
designato, Giunco ex pretore, Sex. Traulo, M. Elvio,
Trogo, Cotta, Vezio Valente, Fabio, tutti cavalieri
romani che Narciso aveva mandato al supplizio. In mezzo
a quella folla berciante c'era il pantomimo Mnestere, di
cui Claudio, a titolo di distinzione, aveva fatto un
trastullo di Messalina. In un momento si sparge la
notizia della venuta di Claudio: primi di tutti arrivano
di carriera i liberti Polibio, Mirone, Arpocrate, Anfeo,
Feronatto, tutta gente che Claudio aveva mandato avanti
per non trovarsi in nessun luogo senza i dovuti
preparativi; poi i due prefetti Catonio e Rufrio
Pollione, poi gli amici Saturnino, Pedone Pompeo, Lupo,
Celere Asinio, uomini di rango consolare; in ultimo la
figlia del fratello, la figlia della sorella, generi,
suoceri, suocere, tutti gli stretti parenti insomma; e
in fila serrata vanno incontro a Claudio. A vederli,
questi esclama: "Tutti amici qui! Come ci siete
venuti?". Allora Pedone Pompeo: "Che cosa dici, mostro
crudele? In che modo? E ce lo domandi? Chi altri ci ha
mandato che tu, l'assassino di tutti gli amici? Andiamo
in giudizio: ti farò vedere io che tribunali son qui!".
XIV
Lo condusse così al tribunale di Eaco.
Questi teneva appunto i processi secondo la legge
Cornelia sull’omicidio. Gli chiede che inscriva a ruolo
la causa contro Claudio e presenta il testo dell'accusa:
"Trentacinque senatori uccisi, duecentoventuno cavalieri
romani, e poi tutti gli altri 'quanti son grani di
polvere e sabbia'." Claudio non trova un cane che lo
difenda: finalmente si fa avanti P. Petronio, suo
vecchio compare, uomo esperto nel linguaggio di Claudio,
e chiede del tempo per preparare la difesa. Non gli è
concesso. Sostiene l’accusa Pedone Pompeo, gridando e
sbraitando; il difensore fa l'atto di voler rispondere.
Ma Eaco, uomo giusto, glielo impedisce, e condanna il
reo dopo aver sentito soltanto la parte avversaria, e
dichiara:
"Abbiasi pan per focaccia; e questa
sia giusta sentenza".
Si fece un gran silenzio. Tutti erano
attoniti di meraviglia per la novità della procedura e
osservavano che non si era mai seguito quel sistema. A
Claudio, naturalmente, pareva piuttosto un'ingiustizia
che una novità. Sul modo della pena si discusse a lungo,
come la dovesse scontare. C'era chi diceva che ormai
Sisifo già da troppo tempo faceva quella sua
sfacchinata, o che Tantalo sarebbe morto di sete se non
gli si dava un aiuto, o che prima o poi bisognava pur
calzare la ruota al povero Issìone. Ma non si volle
mettere a riposo nessuno di questi veterani, perché
anche Claudio non dovesse illudersi di avere un giorno
un simile trattamento. Fu deciso che bisognava trovare
una pena nuova, ed escogitare per lui una fatica vana, e
anche una speranza di qualcosa a lui caro senza toccare
il punto di realizzarla. Allora Eaco lo condanna a
giocare a dadi con un bussolotto sfondato. E subito
eccolo a riacchiappare i suoi dadi, che tutte le volte
gli sgusciavano senza che mai ne venisse a capo.
XV
E quante volte gettarli dal bossolo
tinnulo volle,
L’un dado e l'altro gli sfuggìa; ché
staccato era il fondo;
E quando a gettar si arrischiava i
suoi dadi raccolti,
Ogni volta in atto di giocar
rincorrendoli ancora,
Sempre delusa ne andò la sua speme:
di tra le dita
Fuggono i dadi e gli scivolan via,
traditori perenni:
Similmente, quando è per toccare la
vetta del monte,
Dalla cervice di Sisifo rotola
inutile soma.
A un tratto sbucò fuori G. Cesare e
si dette a reclamarlo per suo servo. Presenta testimoni,
che lo avevano visto buscare da lui frustate e ceffoni.
Viene aggiudicato a G. Cesare. Cesare ne fa dono a Eaco.
Questi lo consegnò al suo liberto Menandro, perché fosse
addetto alle istruttorie.
(tr. di
A. Ronconi) |
TRATTATO SULLA FELICITA'
|
I. Gallione, fratello mio, tutti
aspiriamo alla felicità, ma,
quanto a conoscerne la via, brancolia
mo come nelle tenebre. è
infatti così difficile raggiungerla
che più ci affanniamo a
cercarla, più ce ne allontaniamo, se
prendiamo una strada
sbagliata; e se questa, poi, conduce
addirittura in una direzione
contraria, la velocità con cui
procediamo rende sempre
più distante la nostra mèta. Perciò
dobbiamo avere innanzitutto
ben chiaro quel che vogliamo,
dopodiché cercheremo la
via per arrivarci, e lungo il viaggio
stesso, se sarà quello giusto,
dovremo misurare giorno per giorno la
strada che ci lasciamo
indietro e quanto si fa più vicino
quel traguardo a cui il nostro
impulso naturale ci porta. è certo
che, sino a quando
vagheremo a caso, non seguendo una
guida ma ascoltando lo
strepito delle voci discordi che ci
spingono in direzioni
diverse, la nostra vita, già breve di
per sé, si consumerà in
questo andare errabondo, anche se
c'impegniamo giorno e
notte, animati dalle migliori
intenzioni. Fissiamo dunque
bene la mèta e scrutiamo attentamente
il modo per poterla
raggiungere, con l'aiuto di un
esperto che abbia già intrapreso
ed esplorato il cammino che stiamo
per affrontare, perché
questo non ha nulla a che vedere con
tutti gli altri, in cui
sentieri precisi e le indicazioni
forniteci dagli abitanti dei
luoghi che attraversiamo
c'impediscono di sbagliare: qui sono
proprio le strade più battute e più
frequentate a trarci in
errore. Non c'è dunque nulla di
peggio che seguire, come
fanno le pecore, il gregge di coloro
che ci precedono, perché
essi ci portano non dove dobbiamo
arrivare, ma dove vanno
tutti. Questa è la prima cosa da
evitare. Niente c'invischia di
più in mali peggiori che l'adeguarci
al costume del volgo,
ritenendo ottimo ciò che approva la
maggioranza, e il copiare
l'esempio dei molti, vivendo non
secondo ragione ma secondo
la corrente. Da qui questo enorme
affollarsi di persone che
rovinano le une sulle altre. Come in
una grande massa di
uomini, in cui ciascuno, spingendo,
cade e fa cadere (nessuno
infatti cade senza tirarsi addosso
almeno un altro, e i primi
nuocciono a quelli che gli vanno
dietro), così avviene in tutti i
campi della vita: nessuno sbaglia a
suo esclusivo uso e
consumo, ma ciascuno di noi è
artefice e responsabile anche
degli errori degli altri. è
pericoloso appoggiarsi a quelli che ci
camminano davanti, ma noi, come
preferiamo affidarci alle
opinioni altrui piuttosto che
giudicare con la nostra testa, così
anche intorno alla vita non
formuliamo mai dei giudizi
personali, sicché l'errore, passando
di mano in mano,
c'incalza, ci travolge e ci butta
giù, con nostra grande rovina.
Sono gli esempi degli altri che ci
guastano: solo se sapremo
tenerci lontani dalla moltitudine
potremo salvarci. Il volgo,
invece, a dispetto della ragione,
s'irrigidisce in una ostinata
difesa dei propri errori, per cui
accade come nei comizi, nei
quali, appena il favore popolare,
volubile com'è, ha mutato
direzione, quelle stesse persone che
li hanno votati si meravigliano
che siano stati eletti «quei»
pretori: così noi indifferentemente,
approviamo o rigettiamo le medesime
cose; questo è il risultato
di ogni giudizio, quando lo regoliamo
sull'opinione degli altri.
II. Ma di fronte alla felicità non
possiamo comportarci
come nelle votazioni, accodandoci
alla maggioranza, perché
questa proprio per il fatto di essere
la maggioranza è peggiore.
I nostri rapporti con le vicende
umane non sono infatti così
buoni da poterci indurre a ritenere
che il meglio stia dalla
parte dei più, perché la folla
testimonia esattamente il
contrario, che cioè il peggio, per
l'appunto, sta lì. Sforziamoci
dunque di vedere e di seguire non i
comportamenti più
comuni ma cosa sia meglio fare, non
ciò che è approvato dal
volgo, pessimo interprete della
verità, ma ciò che possa
condurci alla conquista e al possesso
di una durevole felicità.
Per volgo intendo sia chi indossa il
mantello sia chi porta la
corona: io non bado all'apparenza
delle vesti che coprono i
corpi, non giudico un uomo con gli
occhi, dei quali non mi
fido, c'è in me una luce migliore e
più sicura con cui distinguo
il vero dal falso: è l'anima che deve
trovare quel bene che
solum è suo. Se mai avrà un momento
di respiro per ritrarsi
un poco in se stessa, oh come,
allora, torcendosi con grande
strazio di sé, confesserà la verità e
sarà indotta ad esclamare:
«Vorrei non avere mai fatto tutto
quello che ho fatto sinora, e
quando penso a ciò che ho detto provo
invidia per i muti, ed
ogni mio desiderio lo considero una
maledizione dei miei
nemici. Buon Dio, quanto mi sarebbe
stato più sopportabile
ciò che temevo, di fronte a ciò che
ho tanto desiderato! Sono
stata nemica di mo lti, e dopo l'odio
che ho provato mi sono
riappacificata con loro (se mai può
esservi tregua fra malvagi),
ma non sono ancora amica di me
stessa. Mi sono adoperata in
tutti i modi per tirarmi fuori dalla
folla e farmi notare per
qualche mia qualità, e che altro ho
ottenuto se non espormi
alle frecciate e ai morsi dei
maligni? Li vedi questi che lodano
l'eloquenza, inseguono la ricchezza,
accarezzano i favori ed
esaltano il potere? Tutti costoro o
sono nemici o possono
diventarlo, che è poi la stessa cosa.
Tanto folta è la schiera
degli adulatori quanto lo è quella
degl'invidiosi. Perché non
cercare un bene da potersi
intimamente sentire, piuttosto che
uno da mettere in vetrina? Tutte
queste cose che ci stanno
intorno, che ci avvincono e che ci
mostriamo a dito gli uni agli
altri con ammirato stupore, brillano
| | | |