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Recuperiamo la retorica: saremo più creativi

(breve dizionario dei termini retorici e linguistici)

Orrore: recuperare la retorica? Quella stucchevole raccolta di involuzioni concettuali e linguistiche?

Per diventare più creativi, per giunta?

Consideriamo prima di tutto il significato della parola retorica.

Anche senza bagni di classicità si può riconoscere il percorso che, da capacità essenziale della vita pubblica, elemento primario nell’educazione degli uomini, com’era in Grecia, ha ridotto la retorica ad arte del persuadere per mezzo della parola, detta o scritta, attribuendo rilievo assai maggiore alla bellezza della forma, all’ornato, che alla sostanza di quanto viene detto.

I valori negativi attribuiti alla retorica derivano forse dal fatto che troppo spesso è possibile separare la perizia del dire dalla verità di quanto viene detto: l’ampollosità e la ridondanza dello stile servono spesso a coprire la pochezza, la superficialità, a volte l’assoluta mancanza di contenuto.

Ma se facciamo del linguaggio l’oggetto del nostro interesse, troviamo nella retorica un potente strumento di ricerca stilistica, e nelle figure retoriche - che noi usiamo, anche nel parlare comune, pur senza rendercene conto.

 

anadiplosi (dal greco = ripetizione): ripresa di un vocabolo o di un’espressione nella frase successiva; es.: “... invece / costa il vestito che ti cucì. / Costa; ché mamma già tutto ci spese / quel tintinnante salvadanaio”

anàfora (dal greco = ripresa): ripetizione di uno o più vocaboli all’inizio di costrutti o di versi successivi; es.: “Per me si va nella città dolente. / Per me si va nell’eterno dolore. / Per me si va tra la perduta gente”.

analessi : fenomeno di anacronia, inerente l’ordine del racconto; si tratta dell’evocazione di un fatto avvenuto in un tempo precedente a quello di cui la storia sta trattando ed esposto come un ricordo o un salto all’indietro, secondo un procedimento simile al flash-back in uso nel linguaggio cinematografico.

anàstrofe (dal greco = inversione): inversione dell’ordine naturale di due termini; es.: ciò detto (in luogo di: “detto ciò”).

antifrasi (dal greco = espressione contraria): uso di una parola o di un’espressione in senso contrario a quello proprio, per lo più con intenti ironici; es.: “quanto sei caro!” (in luogo di: “quanto sei scortese!”)

antitesi (dal greco = contrapposizione): accostamento di vocaboli o frasi di significato opposto; es.: “O genti vicine e lontane”, “Non fronda verde ma di color fosco; / non rami schietti, ma nodosi e involti”.

antonomàsia (dal greco = denominazione diversa): consiste nell’usare, anziché un nome proprio, un nome comune o un appellativo; es.: “il divino poeta” (in luogo di “Dante”), “l’Urbinate” (in luogo di “Raffaello”), “il Filosofo” (invece di “Aristotele”), “il flagello di Dio” (per “Attila”); oppure nell’usare il nome proprio di un personaggio famoso come nome comune per chi ne possegga le qualità (per es. l’espressione “è un giuda” per indicare un traditore).

apòstrofe (dal greco = il rivolgersi a qualcuno): discorso rivolto a qualcuno con tono particolarmente enfatico; es.: “Italia mia, benché il parlar sia indarno”.

arcaismo: parola o espressione di stampo antico, non più di uso corrente; può conferire solennità all’enunciato (es.: “speme” per “speranza”).

asindeto (dal greco = assenza di legami): consiste nell’omissione della congiunzione copulativa tra due o più termini; es.: “stormir di fronde, cinguettio d’uccelli, risa di donne, strepito di mare”.

catacresi : (dal greco = abuso) uso di una parola al di là del suo significato proprio (è detta, infatti, anche abusione).

enàllage (dal greco = scambio): consiste nell’usare una parte del discorso invece di un’altra; es.: “non ci vedo chiaro” (in luogo di: “chiaramente”).

endiadi (dal greco hèn dià dyòin = una cosa per mezzo di due): figura che consiste nell’esprimere un solo concetto grazie a due termini coordinati (non sinonimi) fra loro, che lo precisano in modo più incisivo; è un procedimento tipico delle lingue antiche, soprattutto del latino, e corrisponde spesso, in italiano, alla formulazione di una coppia aggettivo-sostantivo. Es. “l’armi e l’eroe” (ossia: “il guerriero”).

enfrasi: sottolineatura di un termine o di un’espressione che si ritiene centrale nel discorso; si può ottenere, a voce, con l’intonazione, oppure, nello scritto, con particolari costruzioni sintattiche.

enjambement: fenomeno del linguaggio poetico che si verifica quando la fine di un verso non coincide con la fine sintattica di una frase, che prosegue nel verso successivo, oppure quando si spezza un nesso sostantivo-aggettivo, sostantivo-complemento di specificazione, soggetto - predicato, oggetto-predicato. Questo procedimento serve a dare particolare rilievo alle parole separate da un verso all’altro o a e s t e n d e re l’enunciazione, appunto, oltre la misura del verso. Es.: “Ma sedendo e mirando, interminati / spazi di là da quella, e sovrumani / silenzi...”.

epifonèma (dal greco = esclamazione): sentenza morale espressa in tono solenne e generalmente in forma esclamativa; es.: “quanto più si lavora, tanto meno si guadagna: questa è la giustizia del mondo!”

epiteto: espressione tipica e ricorrente riferita a un personaggio e volta a caratterizzarlo in modo generalmente costante. Es.: “Atena dalle bianche braccia”.

eufemismo (dal greco = parola di buon augurio): giro di parole usato in sostituzione del termine proprio, per attenuare, addolcendola, l’espressione di concetti dolorosi o sgradevoli; es.: “Tizio è passato a miglior vita, è mancato, è stato chiamato da Dio” (in luogo di: “è morto”).

flash-back (lett. = immagine indietro): consiste in un ritorno all’indietro nel tempo per introdurre elementi necessari alla compre n s i o n e della storia che si sta narrando; è un termine tipico del linguaggio cinematografico

chiàsmo (prende il nome da una lettera dell’alfabeto greco, il chi, che si indica con X ; significa perciò “incrocio”): disposizione dei termini di una frase in ordine invertito rispetto a quelli della frase precedente, così come sono incrociati, nella lettera X, i segni che la compongono; es.: “qui sorge un ponte, ivi un ruscel si scioglie / miglior vita, giorni sereni”.

comparazione (dal latino = confronto): confronto tra due immagini o concetti che siano in parte simili tra loro; es.: “caddi come corpo morto cade”.

connotazione: insieme dei significati mediati e indiretti di una parola, non attinenti al suo significato di base (denotazione), ma alle qualità, alle caratteristiche, alla “storia” di ciò che rappresenta. Per esempio, il termine “cane” indica, in senso specifico e diretto, un animale mammifero a quattro zampe; in senso connotato la parola porta altri significati, quali ad esempio la fedeltà, la tenerezza, la difesa ecc.

denotazione: indica il valore referenziale, cioè ridotto al livello della pura informazione, di un termine, senza allusioni o significati reconditi. La parola “cane”, in senso denotativo, significa unicamente “animale mammifero a quattro zampe”.

digressione: allontanamento dall’argomento principale per dare spazio ad aneddoti, informazioni specifiche su un personaggio o un antefatto, ecc. Anche se apparentemente sono inutili, in realtà rispondono a precise esigenze artistiche: in Omero le digressioni sulle singole storie degli eroi rappresentano un tassello inevitabile della storia globale e, nello stesso tempo, la celebrazione dei singoli. È detta anche excursus.

discorso indiretto libero: procedimento con il quale si riferiscono i discorsi dei personaggi in modo diretto, senza formule introduttive o segni di interpunzione né congiunzioni, in modo che il lettore legga le parole del personaggio senza che esse siano sottoposte al filtro del narratore.

ellissi (dal greco = omissione): omissione di una o più parole che è facile sottintendere; es.: “Per ch’io: Maestro, il senso lor m’è duro”

metonimia (dal greco = sostituzione di nome): consiste nel designare qualcosa, anziché col vocabolo proprio, con un altro legato a quello da una delle seguenti relazioni di tipo qualitativo: a) la causa per l’effetto (es.: “nelle orecchie mi percosse un duolo”, in luogo di “un lamento”, che provoca dolore); b) l’effetto per la causa (es.: “il sudore della fronte, in luogo di “il lavoro”, di cui il sudore è l’effetto); c) l’autore per l’opera (es.: “un celebre Raffaello”, in luogo di “quadro di Raffaello”); d) il contenente per il contenuto e viceversa (es.: “bere un bicchier di vino”, cioè “il vino contenuto in un bicchiere”); e) la materia di cui è composto un oggetto al posto dell’oggetto (es.: “più lieve legno convien che ti porti”, in luogo di “barca”, fatta di legno; o “i duellanti incrociarono i ferri”, dove “ferri” sta per “spade”); f) il simbolo al posto della cosa indicata (es.: “il discorso della Corona”; in luogo di “del re”, di cui la corona è simbolo). La metonimia si distingue dalla sineddoche che si fonda invece su rapporti di tipo quantitativo.

mimesi (dal greco = imitazione): narrazione che riproduce le parole dei protagonisti di una vicenda, affidandone la narrazione alle battute dialogate, senza lasciare spazio a interventi dalla voce narrante.

omotelèuto (dal greco = uguale terminazione): accostamento di due o più vocaboli, la cui ultime lettere hanno suono identico; es.: “non sa / ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare, / ci sia qualch’altra felicità”.

onomatopèa (dal greco = serie di sillabe riproducenti un suono o un rumore): forma tipica di armonia imitativa, che appare in quei vocaboli creati per riprodurre, mediante accostamento di sillabe, un suono o un rumore; es.: “un cocco! / ecco ecco un cocco, un cocco per te!” (si vuole imitare il coccodè della gallina che ha fatto l’uovo).

ossimoro (dal greco = intelligente ottuso): accostamento di parole che esprimono concetti per sé contrastanti; es.: “sentia nell’inno la dolcezza amara”, “silenzio eloquente”.

paradosso (dal greco p a r à = contro e d o x a = opinione): indica un’affermazione apparentemente contraria al buon senso, ma portatrice di un significato profondo corretto; in ambito letterario si intende un concetto contrario alle convenzioni culturali e alle regole morali di una certa età.

parallelismo : si ha quando i membri di una frase sono disposti nel medesimo ordine di quelli della frase precedente; es.: “che troppo stanco sono / e troppo stanca sei”.

gradazione (detta anche, con parola greca, climax = scala): consiste nel disporre i concetti, secondo la loro intensità, come i gradini di una scala: se si passa dai concetti meno intensi a quelli più intensi, si ha la gradazione ascendente (es.: “prega, esorta, minaccia, pigia, ripigia, incalza di qua di là”); nel caso contrario si ha la gradazione discendente (es.: “mi cantano, Dormi! sussurrano, Dormi! bisbigliano, Dormi!”).

inversione: disposizione delle parole di un costrutto sintattico in un ordine inverso rispetto al normale, per ottenere particolari effetti stilistici. Es.: “Dolce e chiara è la notte e senza vento”.

invettiva: esclamazione improvvisa, rivolta a persona o cosa cui si muove un rimprovero o un’accusa. Es.: “Ahi Pisa, vituperio delle genti”.

ipàllage (dal greco = inversione): consiste nell’invertire la relazione normale tra due termini; es.: “dare i venti alle vele” (in luogo di: “le vele ai venti”).

ipèrbato (dal greco = trasposizione): forma ardita d’inversione nella costruzione di un periodo; es.: “la libera dei padri arte fiorì” (in luogo di: “la libera arte dei padri”); “mille di fiori al ciel mandano incensi”.

ipèrbole (dal greco = esagerazione): esagerazione, spesso con intento scherzoso, di un concetto; es.: “è un secolo che aspetto!”, o “te lo dico da una vita” (in luogo di: “tanto tempo”).

ipotiposi (dal greco = rappresentazione): descrizione vivace e pittorica; es.: “come lion di tori entro una mandra / or salta a quello in tergo e si gli scava / con le zanne la schiena, / or questo fianco addenta or quella coscia...”.

ironia (dal greco = attenuazione): consiste nell’aff e rm a re qualcosa mediante la negazione del suo contrario; es.: “il nostro don Abbondio, non nobile, non ricco, coraggioso ancor meno” (in luogo di: “modesto per condizione sociale ed economica, pavido”).

leitmotiv (dal ted. leiten = guidare e motiv = motivo ). Si tratta del tema portante di un’opera, che finisce con il guidare una narrazione, o con il costituire una caratteristica stilistica dominante.

metàfora (dal greco = trasferimento): uso di una parola o locuzione in un significato diverso da quello proprio, ma a questo legato da un rapporto di somiglianza: a differenza della similitudine, però, che instaura tra i due termini un confronto (es.: “mi sento forte come un toro”), la metafora instaura tra i due termini un rapporto di identità (es.: “mi sento un toro”).

similitudine: sinonimo di comparazione (ved.).

sincope: caduta di una sillaba all’interno di una parola; es.: “opre” per “opere”.

sinèddoche (dal greco = l’accogliere insieme): consiste nel designare qualcosa, anziché col vocabolo proprio, con un altro che abbia col primo rapporto di quantità, e cioè: a) la parte per il tutto e viceversa (es.: “il tetto natio”; in luogo di “la casa”); b) il singolare per il plurale e viceversa (es.: “l’Arabo, il Parto, il Siro”, in luogo di “gli Arabi, i Parti, i Siri”); c) il termine generico per quello specifico e viceversa (es.: “guadagnarsi il pane”, in luogo di “ciò che occorre per vivere”). La sineddoche si distingue dalla metonimia, che si fonda invece su rapporti di tipo qualitativo.

sinestesia (dal greco = sensazione contemporanea): accostamento ardito di due vocaboli esprimenti percezioni legate ad organi sensoriali diversi; es.: “urlo nero / della madre che andava incontro al figlio / crocifisso sul palo del telegrafo” (l’urlo è percepito dall’udito, il colore nero dalla vista). Sinestesia è, dunque, anche il titolo di questo libro: “una fatica nera”.

sintagma: gruppo di due o più elementi linguistici che costituisce un’unità di significato; esistono sintagmi nominali, verbali, aggettivali, e così via.

suspance: sospensione emotiva del lettore in rapporto a elementi della storia esposti appositamente in modo enigmatico e allusivo.

topos (in gr. “luogo”): tema o immagine letteraria ricorrente; talora ridotto a “luogo comune”, perché trattato da diversi autori in epoche diverse, finisce col perdere, proprio per la sua ripetitività, di intensità ed efficacia.

zèugma (dal greco = unione): consiste nel far dipendere da un’unica forma verbale due o più termini che richiederebbero ciascuno un proprio verbo; es.: “parlare e lacrimar vedrai insieme” (il verbo vedrai s’addice a lacrimar, ma non a parlare).

paronomàsia (dal greco = nome vicino per suono): accostamento di due o più parole di suono simile, ma di significato diverso; es.: “traduttore traditore”.

perifrasi (dal greco = circonlocuzione): giro di parole usato per designare un concetto che dovrebbe essere espresso col suo nome specifico; es.: “la città eterna” (in luogo di “Roma”).

pleonàsmo (dal greco = sovrabbondanza): parola o locuzione superflua all’espressione del pensiero, usata al fine di conferire alla frase maggior forza; es.: “a me che me ne importa”?

polisindeto (dal greco = molti legami): coordinazione di vari elementi di una proposizione o di varie proposizioni mediante la ripetizione della medesima congiunzione; es.: “e pioggia e neve e gelo / sopra la terra ottenebrata versa”.

preterizione (dal latino = il passare oltre): usata quando si finge di tacere qualcosa, che in realtà poi si dice; es.: “non ti dico le feste!”

prosopopèa (dal greco = personificazione): consiste nel dar vita e parola a persona assente o a cose inanimate; es.: “che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / silenziosa luna?”.

reticenza (dal latino = il passar sotto silenzio): interruzione di una frase o di un discorso, fatta però in modo che il lettore o l’ascoltatore comprenda ugualmente quanto è stato omesso; es.: “Io cominciai: O frati, i vostri mali ...”. / Ma più non dissi” (i puntini di sospensione - detti anche, appunto, di reticenza - sottintendono un’espressione quale: “sono la giusta punizione delle vostre colpe”).

ridondanza: espressione che contiene termini non necessari, ma utili alla precisazione del messaggio, che risulta amplificato.

sarcasmo: ved. ironia. Forma di ironia accentuata, influenzata da un sentimento di rivalsa o di rancore, spesso indirizzato apertamente contro una persona.

significante: e s p ressione grafica o sonora che indica un concetto, una cosa, una realtà.

significato: il contenuto del significante, cioè il concetto, la cosa, la realtà a cui esso allude.

sillèssi (dal greco = il prendere insieme): concordanza a senso, per cui un elemento della proposizione non s’accorda secondo le norme grammaticali col termine a cui si riferisce; es.: “per tutto c’è degli aizzatori”

(Consigli da fonte Internet - A. Lucchini - Scrivere. Una fatica nera)


Editing: occhio all’ortografia !

Il modo corretto di scrivere una certa lingua, per quanto riguarda l’uso sia dei segni grafici sia della punteggiatura, l’insieme cioè delle norme relative alla esatta scrittura delle parole, non è un dettaglio di poco valore per chi fa uso della comunicazione scritta. Non è solo formalismo, è qualità: ogni combinazione di parole, soprattutto se fissata sulla carta (al linguaggio parlato si fanno molte più concessioni), ha regole molto precise, delle quali va tenuto conto.

Non è qui nostro compito - né nostra aspirazione - fornire un manuale ortografico: tutti i più diffusi programmi di video-scrittura per computer possiedono un’opzione di controllo ortografico, che se da un lato, come la calcolatrice per chi fa di conto, impigrisce la mente e abitua a tollerare gli errori che il computer non vede (e sono tanti!), dall’altro è effettivamente molto pratica e fa risparmiare un sacco di tempo.

Tuttavia, abituarsi a controllare i propri testi con una certa attenzione alle norme più importanti, e poi cercare di scriverli con la stessa attenzione, migliorerà l’effetto della nostra comunicazione.

Ecco, dunque, una breve raccolta delle regole di uso più frequente -

MAIUSCOLO/minuscolo

Per i nomi di enti, istituti, organizzazioni, iniziale maiuscola solo per la prima parola: Comunità economica europea, Partito democratico della sinistra. Le sigle vanno sempre M/m (maiuscola l’iniziale, minuscole le altre lettere) e senza punti: Cee, Pds

Minuscole, invece, quelle che non sono sigle di istituzioni, ma espressioni gergali, tecniche, di un settore o di un ambito specifico: ad, cdf, cda, cobas

(Tale regola provoca sconcerto nei supertecnici: difficile far scrivere a un ingegnere cad o isdn minuscolo. Ma le regole sono regole!).

Per via, viale, piazza, corso, largo e altre voci toponomastiche, usare sempre il minuscolo, così pure per tel. e fax.

Questi ultimi senza i due punti, e con la barra dopo il prefisso: tel. 02/55210545 - fax 02/55210265

Misure

Le abbreviazioni delle unità di misura e dei relativi multipli e sottomultipli non sono seguite dal punto: 25 cm - 90 km - 50 kg - 60 l

Lo stesso vale per le abbreviazioni delle unità di misura in inglese: 100 sqm (100 mq)

L’unità di misura segue sempre l’espressione numerica.

Numeri

Le migliaia vanno separate da un punto: 1.000 - 10.000 - 100.000 - 100.000.000

In inglese, al posto del punto, si usa la virgola: 1,000 - 10,000 - 100,000 - 100,000,000

Parentesi

La parentesi di apertura non va mai preceduta da virgola; la parentesi di chiusura va seguita da virgola o da altri segni d’interpunzione soltanto quando lo richieda l’analisi logica del testo.

Il punto fermo va dentro la parentesi se il periodo è cominciato dentro la parentesi; va fuori se il periodo è cominciato fuori dalle parentesi.

Abbreviazioni

pagina, pagine p. (o pag.) pp. (o pagg.)

seguente, seguenti sg. sgg.

vedi v.

Accenti

Le vocali a, i, o, u, in fine di parola hanno sempre accento grave (à, ì, ò, ù); la vocale e, sempre in fine di parola, vuole invece l’accento acuto ( p e rché, affinché, ancorc h é ), con le sole eccezioni di è, cioè,

caffè, ahimè, ohimè, tè, lacchè, piè, diè.

N.B. Per gli accenti sulle maiuscole: evitare di usare l’apostrofo. Ogni tastiera ha il comando giusto per scrivere le maiuscole accentate. Un piccolo sforzo che migliorerà notevolmente l’effetto finale.

Apostrofo

Necessario nell’elisione, è invece errato nel troncamento: l’amore, anch’io qual altra persona vi assillerebbe con questo foglio?

D eufonica

Spesso si abusa della “d eufonica” (cioè “che migliora il suono”): si tende a mettere la “d”, infatti, ogni volta in cui la parola che segue inizi per vocale, anche se non c’è nessuna difficoltà di accostamento. Si usino invece le forme con la “d eufonica” - ed, ad, od - solo quando la parola che segue comincia con la stessa vocale.

Corsivo

Si usa per mettere in evidenza le espressioni straniere o dialettali, a meno che siano entrate nell’uso comune o nel linguaggio tecnico di un certo settore (in quei casi non occorre), o anche le espressioni italiane alle quali conferire particolare risalto. Va preferito, sotto questo aspetto, alle abusate virgolette.

Trattino

Si usa negli incisi, con uno spazio prima e uno dopo, oppure negli elenchi, con un solo spazio dopo.

Virgolette

Si usano le c a p o r a l i - « » - per il parlato, il pensato, le citazioni. Dopo i due punti, virgolette l’iniziale è maiuscola. Paolo mi ha detto: «Vieni subito». Il punto fermo, la virgola, il punto e virgola vanno dopo le virgolette. «Che palle le virgolette», disse. Il punto esclamativo e il punto interrogativo, invece, vanno prima. «Non usate troppe virgolette!»

Le virgolette inglesi - “ ”

Si usano per dare maggior rilievo a parole o espressioni salienti, per i termini stranieri che non siano entrati nell’uso comune, per i termini tecnici di un settore o di una professione. Poiché però appesantiscono la lettura, meno si usano, meglio è.

Puntini di sospensione

Sono detti anche di reticenza, e, secondo la nostra opinione – condivisa peraltro da Goethe, come dimostra la citazione più avanti - sono da usare con grande parsimonia. Attenzione: l’aumento del numero dei puntini non corrisponde a un crescendo della suspance. Debbono essere sempre e solo tre, sia alla fine, sia all’inizio del periodo. All’inizio della frase richiedono uno spazio prima della parola che precedono, mentre in fine di frase non sono separati dall’ultima parola: Mi basta vedere i suoi occhi neri per essere felice! Vedi, quel che mi cruccia è che Alberto non sembra essere così felice come... sperava, come credo che sarei io se... Non mi piacciono i puntini di sospensione, ma questa volta non posso esprimermi altrimenti, e mi sembra di essere abbastanza chiaro. (da “I dolori del giovane Werther”, lettera del 10 ottobre). La lettera maiuscola dopo i puntini di sospensione è necessaria solo se inizia un nuovo periodo, altrimenti si può pro s e g u i re con la minuscola. I puntini si usano anche nelle citazioni, quando occorra indicare eventuali lacune; in questo caso sono chiusi tra parentesi quadre: [...].

(Consigli da fonte Internet - A. Lucchini - Scrivere. Una fatica nera)


Un decalogo

1) Curiosità. Quando ero bambino un grande giornalista mi disse: tu farai il mio lavoro, curioso come sei. Ha avuto ragione e vi consiglio di coltivare questo “difetto”. Siate curiosi, interessatevi a tutto ciò che succede nella vostra città: dibattiti, convegni, corsi, ma anche cinema, teatro e programmi televisivi. Mantenete vivo il vostro complesso di Peter Pan. Siate eterni bambini a caccia di informazioni per crescere. La vostra creatività dev’essere costantemente alimentata.

2) Aggiornamento. Tenetevi sempre aggiornati, su ogni cosa. Il quotidiano (almeno uno è un obbligo), ma anche le riviste, gli spettacoli, i film, soprattutto quelli di cui si parla, quelli osannati dalla critica come i nuovi romanzi o i saggi dell’ultima ora. Soffermatevi in edicola. Quando esce un nuovo giornale dovrà essere comprato e analizzato fin dal suo numero zero .

3) Archivio e libreria. L’archivio è la miglior fonte di idee e di ispirazione. Il vostro dovrà essere pieno di ritagli, di pagine strappate da riviste e quotidiani, magari anche raccolte e suddivise in cartelline per argomento. Una grande attenzione ai dizionari: quello di italiano, dei sinonimi e contrari, raccolte di citazioni, proverbi e frasi celebri. Naturalmente i dizionari delle principali lingue. Ma, soprattutto libri, libri, libri... non solo quelli riguardanti il vostro mestiere, ma...

4) Informatica. Imparare a usare il computer non deve rappresentare un problema. Io amo ancora la vecchia stilografica o addirittura la matita numero 2, tuttavia, non avrei mai scritto dei libri senza l’uso dell’elettronica. Non c’è bisogno di sapere come “funziona dentro”. Basta digitare, digitare, digitare... e poi, tagliare, cucire, corre g g e re, è tutta una cucina molto semplificata.

5) Viaggi. Viaggiare il più possibile. Italia, Europa, Stati Uniti e magari anche Giappone. Non per andare al mare, nei villaggi turistici, ma per osservare, passeggiare, capire e... prendere appunti. Fate viaggi di piacere con il taccuino alla mano, occhi bene aperti; mi sono venute più idee a zonzo per Londra o per Parigi che stando ore e ore a guardare lo schermo nero del mio computer.

6) Parlare in pubblico. Abituarsi a parlare in pubblico e con la gente. A discutere con persone diverse, a confrontare le idee. Ricordiamoci che oggi non si unifica attraverso l’eliminazione delle differenze, ma, al contrario, proprio attraverso il dialogo fra queste differenze. Ogni persona è una fonte immensa di spunti e d’ispirazioni. Qualcuno disse che un’intervista è un articolo rubato.

7) Centrare l’obiettivo. L’obiettivo dev’essere reso esplicito nel modo più chiaro possibile. Comunicare non significa solo scrivere o informare: si comunica per trasmettere qualcosa, per far capire, per cambiare i comportamenti, per ottenere reazioni. Molto spesso queste reazioni non corrispondono alle nostre attese; per questo è importante imparare a comunicare in modo da ottenere l’effetto desiderato.

8) Ascoltare. La funzione dell’ascolto è, nell’uomo, sicuramente più importante di quella della parola. Abbiamo due orecchie e una bocca sola. L’aspirante scrittore dovrà ascoltare i rumori più deboli dove gli altri pensano ci sia solo il silenzio. Se ci porremo in una dimensione di ascolto potremo allargare a dismisura i nostri elementi di giudizio. L’egocentrismo che contraddistingue ognuno di noi non ci permette di prestare la dovuta attenzione.

9) Dire la verità. Negli ultimi anni si è ricercata l’efficacia più che la verità. Si è cercato più il consenso che la critica. Questa è una strada sbagliata. Non si tratta di cercare consenso, ma aperture, prospettive. L’arte del comunicare non è esercizio del potere, ma essenzialmente dialogo. Accogliere le idee altrui. Un proverbio recita: “Puoi ingannare qualcuno per sempre, tutti per un breve periodo, ma non potrai mai ingannare tutti, per sempre ” . Facciamo nostra la “cultura della verità”.

10) E naturalmente scrivere, scrivere, scrivere. Sempre e molto. Che cosa? Di tutto. Riassunti di incontri, racconti, anche poesie e canzoni, non soffochiamo la nostra eterna voglia di fanciullezza. Magari fate come Nanni Moretti: tenete un diario. Periodicamente rileggete e analizzate con spirito critico quanto avete scritto e cercate di migliorarvi. Se a questi punti aggiungerete anche: buona capacità organizzativa, una mente aperta, intelligenza, originalità, cultura, tanta, tanta dedizione... beh, allora... faticate gente, faticate.

(Consigli da fonte Internet - A. Lucchini - Scrivere. Una fatica nera)


    

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Ultimo aggiornamento:  17-03-07