





























































Altri spunti sulla tematica da...
Varrone, De l. Lat. V, 45; r.r. I,
37; II, 1, 10
Petronio, Satyr. 44; 63
Tertulliano Apol. 40
Servio, Ad Aen. III, 175; I, 448;
IV, 137; V, 79; IV, 212; VII, 188; IV, 518; III, 370; XII, 120
Plinio il V., Nat. hist. XVIII, 30;
XXXVI, 100; X, 54; XXVIII, 6, 17, 28; XXXIII, 4; XXXVII, 3; XIX, 4; XIX,
37; XXV, 67; XXII, 2
Livio, V, 21; VIII, 5; XXVI, 5;
XXIV, 10; I, 20; I, 24
Macrobio, Sat. III, 9, 19
Catone, De agr. 83; 141; 160
Gellio, Noct. Att., X, 15
Tacito, Ann., I, 28; II, 17
Seneca, Quaest. Nat. IV, 7, 1
Siculo Flacco, De cond. agrorum,
131
Cicerone, De div. I, 98; In Vat.
VI, 14
Lucano, Phars., VI, 710; 558
Lampridio, Helag. VIII, 2
Amm. Marcellino, Rer. gest., XXIX,
2, 17
|
|
| Roma, fin dalle origini,
doveva aver conosciuto la magia, visto che nelle dodici Tavole
figura una legge che proibisce il malum carmen, l'incanto
malefico. In questo clima favorevole, le pratiche della magia
orientale non potevano non prosperare. Furono soprattutto le donne
che esercitarono il mestiere — a quanto si dice molto lucroso — di
strega. Grazio ci ha trasmesso il ricordo dell'orribile Canidia,
esperta in negromanzia, che andava nei cimiteri a dissotterrare i
cadaveri per poi squartarli onde procurarsi gli ingredienti
necessari ai suoi filtri, e che non esitava neppure a far morire di
fame, sotterrandolo fino al collo, un fanciullo il cui midollo
veniva così ad arricchirsi di virtù magiche. Come avviene sempre,
queste streghe, a cui andavano a chiedere filtri di amore, sapevano
anche, con veleni nascosti, sopprimere i mariti incomodi o i padri
che non morivano abbastanza presto. Astrologhi, streghe,
indovini di ogni specie dominavano, sotto l'Impero, la vita
religiosa di tutti i giorni. Si trattava di veri e propri
specialisti ai quali si ricorreva nelle più svariate circostanze.
Sono giunte fino a noi una quantità di tavolette magiche incise su
lamine di piombo che invocano le divinità infernali (i demoni
delle religioni orientali): talvolta si trattava di far vincere un
concorrente nelle corse delle bighe, provocando la sconfitta di
tutti gli altri, ma spesso si chiedevano ai demoni malattia o morte
per un nemico. Su queste tavolette troviamo incisi, in una
confusione inestricabile, e spesso in modo erroneo, i nomi degli dei
barbari. Ogni superstizione vi è rappresentata: demoni mazdei, dei
italici, divinità egiziane e tutto quanto poteva ispirare la fervida
immaginazione degli stregoni. Il vecchio animismo romano rifioriva
in queste pratiche: da tempo infatti tutto ciò che sussisteva della
magia primitiva nella religione ufficiale era stato disciplinato e
reso inoffensivo dai regolamenti dei pontefici. Quindi magia e culti
orientali offrivano una facile soddisfazione e una specie di
liberazione da vincoli eccessivi a questi istinti profondi della
razza.
La religione di Stato, controllata dai collegi sacerdotali
ufficiali, era meno rigida di quanto spesso non si creda. Essa seppe
accettare, soprattutto in periodi di crisi, le più ardite
innovazioni. E così che, al tempo di Annibale, si consentì
d'introdurre a Roma il culto della dea frigia Cibele, culto di un
carattere violentemente orgiastico, celebrato da preti eunuchi che,
nell'entusiasmo delle loro danze sacre, si mutilavano a colpi di
frusta e di pugnale e spargevano il proprio sangue. Nessun
comportamento più di questo sembrava opporsi direttamente alle
antiche discipline della virtus. Ma una necessità maggiore
impose l'adozione di Cibele, come se in quegli anni foschi della
guerra annibalica le divinità tradizionali non fossero più state
abbastanza cariche di potere sacro, e apparisse necessario porsi di
nuovo in contatto diretto con le forze orgiastiche. Ci si recò,
dunque, in gran pompa a Pessinunte, in Frigia, a cercare la pietra
sacra che rappresentava la dea e la si installò sul Palatino,
proprio nel cuore della città di Remolo. Tuttavia il Senato non
permise che il culto barbaro fosse celebrato in tutta la sua
violenza; fu istituito un clero gerarchizzato, si addolcirono le
pratiche, si solennizzarono le feste: il beneficio del trasferimento
si trovò così acquisito, senza i pericoli che avrebbe potuto far
nascere.
DÌ tanto in tanto una corrente di misticismo percorreva tutta
la penisola. Risorgevano i riti più legati alla natura, si formavano
dei collegi mìstici per celebrare in comune cerimonie orgiastiche.
Ma le autorità romane intervenivano immediatamente e con severe
misure di polizia ristabilivano l'ordine. Tale fu il caso, rimasto
celebre, della religione dionisiaca che, all'inizio del II secolo
a.C., si sparse in modo preoccupante nelle campagne e nelle città.
Gli iniziati si riunivano in una mescolanza di sessi, e si
abbandonavano alle furie delle Baccanti giungendo forse fino al
sacrificio umano. La reazione del Senato romano fu spietata. Un
senato-consulto proibì, sotto pena di morte, di formare associazioni
dìonisiache. Ma il culto stesso del dio non fu interdetto, purché
fosse celebrato apertamente e da un clero sottoposto alla
sorveglianza dei magistrati. Non è tuttavia il caso di parlare, in
questa circostanza, di tolleranza romana. Il sentimento che ispirava
i senatori non era affatto quello del rispetto della libertà di
coscienza, ma corrispondeva a una elementare prudenza di fronte a
ciò che essi consideravano come una manifestazione evidente del
divino. Coscienti della ricchezza infinita del divino, i senatori
non ignoravano che la religione ufficiale non giungeva ad
abbracciarlo interamente ed erano pronti a procurare allo Stato i
benefici di qualsìasi teurgia. In cambio, esìgevano che le pratiche
tollerate non fossero pericolose per l'equilibrio e per la
disciplina dell'Urbe.
Questo stato d'animo, che persistette fino alla caduta di
Roma, giustifica in gran parte la politica seguita dagli imperatori
nei riguardi del cristianesimo.
(P. Grimal - La civiltà romana, Firenze,
1961, 85-87)
Gli individui e gli stati hanno sempre cercato di ottenere
sanzioni soprannaturali al loro operato. L'epoca imperiale tuttavia
fu un perìodo di decadenza per i grandi oracoli greci. Dodona era
stata distrutta dai romani e le sue querce tacevano. Anche Delfo era
muta: Strabene parla della sua decadenza e Giovenale del suo
silenzio; Plutarco, che era sacerdote dì Apollo, scrisse un'opera
Sul declino degli oracoli. Erano spariti gli oracoli locali,
come quelli di Apollo a Tegira o Ptoion, e anche Delfo aveva una
sola profetessa mentre in passato ne aveva tre. Ma Plutarco stesso
non sembra eccessivamente preoccupato: la situazione era una
conseguenza naturale della diminuzione della popolazione in Grecia
ma egli si limita a dissertare, molto superficialmente e con varie
digressioni, sulle possibili spiegazioni dell'essiccarsi dei vapori
mefìtici e del graduale decadimento degli spiriti in-termediari o
demoni che agivano sugli oracoli. Un trattato più tardo,
Sull'oracolo pitico, riguarda il problema del perché i responsi
non venivano più dati in versi. Tutto ciò non testimonia un drastico
declino delle consultazioni ma una trasformazione del valore
attribuito a tali usanze. La pace portata dal dominio romano aveva
posto fine alle grandi consultazioni pubbliche del passato; gli
stati erano interessati a problemi economici o di salute pubblica; i
privati chiedevano consigli del tipo «Devo sposarmi?» o «Devo
intraprendere un viaggio?», o «Devo dare i denari a prestito?», e
domande banali dello stesso genere, che richiedevano risposte
concise. Gli oracoli godettero di un periodo di rinnovata prosperità
sotto il patrocinio di Adria-no, anche se l'imperatore non chiese il
loro consiglio per gravi questioni politiche bensì per un
indovinello letterario sulla città natale di Omero e sui suoi
genitori: gli fu risposto in versi pomposi che il poeta era nipote
di Odissee ed era nato a Itaca, notizia davvero sorprendente... Ma
tale prosperità ebbe vita breve anche se gli oracoli intervennero
politicamente per sostenere Severo alla fine del II secolo d.C. ed
erano ancora attivi ai tempi di Origene.
Le piante hanno nella magia un importante ruolo che deriva
loro in parte dal fatto che sono un segno del potere della vita e in
parte dalle reali proprietà curative—o letali — di varie erbe. Cosi
nell'Africa occidentale il babalawo o il dibia è oggi
un esperto erborista, anche se al suo lavoro sono sempre
strettamente associati incantesimi e riti magici. Nel mondo antico
le erbe per uso magico dovevano essere tagliate con un coltello di
bronzo, per le ragioni dette precedentemente: la sacerdotessa di
Didone usava erbe che erano state tagliate con un bronzo alla luce
lunare. Ancora Plinio ci dice che la reseda (la linneiana reseda
alba] cura le infiammazioni, ma perché la cura abbia effetto il
malato deve sputare tre volte (atto apo-tropaico) dicendo ogni
volta: «Reseda, allevia (in latino reseda) questi mali. Tu
sai, tu sai quale uccello ha strappato queste radici. Fa che non
abbiano né testa né piedi». Nel papiro di Parigi troviamo
un'invocazione affascinante:
Tu fosti seminata da Crono, raccolta da Era, conservata da
Aramene, prodotta da Iside, nutrita da Zeus apportatore di pioggia;
tu sei cresciuta per virtù del sole e della rugiada. Tu sei la
rugiada degli dei tutti, il cuore di Ermete, il seme dei primi dei,
l'occhio del sole, la luce della luna, il decoro di Osiride, la
bellezza e lo splendore del cielo. ...I tuoi rami sono le ossa di
Minerva, i tuoi fiori gli occhi di Horo, i tuoi semi i semi di Fan.
...Io ti colgo nella Buona Fortuna, nello spirito buono, nell'ora
fortunata, nel giorno giusto e adatto per tutte le cose.
Nel 1680 si prescriveva una formula analoga per cogliere la
verbena «sul monte Calvario dove per la prima volta tu fosti
trovata». A volte è solo il potere magico che conta e la proprietà
delle erbe è nulla. Plinio ci parla di una cura contro il mal di
testa che prevedeva la ricerca di erbe cresciute sulla testa di una
statua da avvolgere poi un una stoffa e legare intorno al collo del
malato con una striscia di nastro rosso.
Gli amuleti magici erano una protezione contro le malattie. Un
medico del calibro di Galeno raccomandava una pietra intagliata come
protezione contro la dispepsia e Caracalla istituì un'azione legale
contro quelli che indossavano amuleti per proteggersi dalla malaria.
In un ottimo studio sull'argomento Campbell Bonneri ha identificato
le principali malattie che gli amuleti dovevano allontanare. La
malaria è stranamente poco presente anche se su molti papiri sono
riportati incantesimi contro di essa. I malanni dell'apparato
digerente sono i più frequenti, cosa che costituisce un'improvvisa
rivelazione sulla realtà della vita quotidiana del mondo antico. Tra
gli altri mali compaiono alterazioni della vista, disturbi
ginecologici (simbolizzati da uteri stilizzati), sciatica, idrofobia
(«fuggì, demonio dell'idrofobia, da chi porta questo amuleto») e
consunzione («liberami dal mal sottile e dai malanni»).
Un bell'esempio relativo a una malattia dell'utero è
costituito da un amuleto di ematite trovato a Welwyn; esso risale al
tardo impero e fu perduto forse durante il regno di Graziano e
importato circa cinquant'anni prima. La parte posteriore è
incorniciata da un ouroboros, nell'interno è ritratta Iside
con il sistrum, una leonessa e la divinità egizia Bes con un
copricapo a tre punte, un ventre ritratto convenzionalmente, una
chiave a sette denti e lettere... che sono state interpretate come
un'invocazione a Tifone. Sulla parte anteriore vi è uno scarabeo con
un simbolo uterino... un'invocazione a Ororiouth, spirito protettore
dei mali femminili e una a Yahweh nominato tre volte in tre forme
differenti.
Plinio ricorda alcuni incantesimi e formule magiche contro
mali di vario genere. A quelli contro il mal di testa e le
infiammazioni già citati se ne devono aggiungere altri due: il primo
è una cura per l'impetigine basata su una pietra comune trovata
vicino al fiume e coperta di muschio secco, che deve essere poi
bagnata di saliva umana e strofinata contro un'altra pietra; quest'ultima
è posta sull'impetigine mentre vengono pronunciate parole
apotropaiche. Meno plausibile appare una cura contro il mal di
denti: il malato deve stare in piedi con le scarpe, sotto il ciclo,
sulla viva terra in un'ora fortunata di un giorno propìzio; deve poi
afferrare una rana, aprirle la bocca e sputarvi dentro, chiedendole
di portar via il mal di denti, e poi lasciarla andare.
(J. Ferguson)
Nel mondo greco e romano, si attribuiva agli amuleti il potere
di preservare dalle malattie e dai malefici e di distornare i
cattivi influssi dalle persone alle quali erano diretti. La parola
"amuleto", forse di origine orientale, si trova in latino per la
prima volta in Plinio (Nat. hist., XXX, 15, 47; XXXVII, 3,
12). L'uso degli amuleti nacque dalla medicina ed ha orìgine dalla
superstizione che attribuisce a potenze occulte i mali che non
possiamo spiegare. Ad essi si ricorreva per alleviare i mali fisici
e per prevenirli. La maggior parte degli amuleti proviene
dall'Oriente: sulle pietre che avevano una certa influenza abbiano
anche un poemetto orfico, Liticà, che ne celebra le virtù
misteriose. Da esso, citato da Plinio (Nat, hist, XXVII, 3,
4; IX, 118, 10), sappiamo che l'agata, nei suoi vari colori, aveva
effetto contro i morsi degli scorpioni e dei ragni, gettava
discordia in famiglia e rendeva un atleta invincibile; il diamante
aveva influenze benefiche e scacciava la melanconia; il cristallo
propiziava la divinità; il corallo e l'ambra avevano grandi virtù
profilattiche. Tra i metalli, il ferro aveva proprietà magiche e
l'oro virtù profilattiche. La maggior parte degli amuleti è sotto
forma di gioielli ed ornamenti di tutte le specie, di pietra e di
metalli preziosi che si portavano in molte maniere, sospesi al collo
o al petto come collane e pendagli isolati o anche passati in
cinture attraverso il capo o in un dito (ànulus), in
braccialetto (armilla), in orecchino (inauris). Gli
amuleti che non potevano essere portati in parure [ = come
ornamento] come quelli di pietra sopraddetti, erano fermati in
sacchetti o capsule d'oro o di bronzo chiamate bùllae, che si
portavano sospese al collo, ad un braccio o al petto, attaccati
spesso a collane e che contenevano anche formule magiche.
|
|
|