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L'ANTICA CAMPANIA
La pianura campana
<<La
pianura intorno a Capua>>, ci dice lo Schick nella sua traduzione delle "Storie"
polibiane (III, 91, 2-7), <<è la più rinomata d’Italia per la sua
fertilità, la sua bellezza, i comodi porti di cui dispone, ai quali
approdano quanti vengono in Italia da quasi ogni altra parte del mondo. In
essa si trovano pure le più belle e famose città della penisola. Sono
situate sulla costa le città di Sinuessa , Cuma, Dicearchia , quindi
Napoli, ultima Nocera. Nell’entroterra sono situate Cales e Teano verso
nord, Daunia e Nola verso oriente e mezzogiorno. Proprio al centro della
pianura si trovava la città di Capua, che era allora la più fiorente di
tutte. E’ comprensibile come si sia formata la leggenda che i mitografi
narrano riguardo a questa pianura, chiamata Flegrea come altre pianure
famose: che gli dei, cioè, se la siano particolarmente contesa a causa
della sua bellezza e fertilità.>>
E, dopo
circa due secoli, ecco come ce la descrive Plinio :
<<Crebros
enim imbres percolat atque transmittit, nec dilui aut madere voluit
propter facilitatem culturae, eadem acceptum umorem nullis fontibus reddit,
sed temperate concoquens intra se vice suci continet. Seritur toto anno,
panico semel, bis farre. Et tamen vere segetes, quae interquievere,
fundunt rosam odoratiorem sativa. Adeo terra non cessat parere, unde volgo
dictum, plus apud Campanos unguenti quam apud ceteros olei fieri. Quantum
autem universas terras campus antecedit, tantum ipsum pars eius, quae
Leboriae vocantur, quem Phlegraeum Graeci appellant. Finiuntur Leboriae
via ab utroque latere consulari, quae a Puteolis et quae a Cumis Capuam
ducit.>>
<<Infatti essa [la pianura] filtra le piogge frequenti e le lascia
passare, né è solita diluirsi od inzupparsi, per cui permette una
coltivazione feconda; essa non rende a nessuna fonte l’umidità che riceve,
ma, assimilandola in giusta quantità, la conserva al suo interno come un
succo. Si semina durante l’intero anno, una volta a panico, due a farro. E
tuttavia quei campi che nel frattempo hanno riposato danno in primavera
una rosa che ha più profumo di quelle coltivate. A tal punto la terra non
cessa di generare, e per questo comunemente si dice che si produce più
profumo in Campania che olio nelle altre regioni. Di quanto poi questa
campagna è superiore a tutte le altre, di tanto è superiore ad essa quella
parte detta Leborie , che i Greci chiamano Campi Flegrei. Le Leborie sono
delimitate da entrambi i lati da vie consolari che portano a Capua, l’una
da Pozzuoli e l’altra da Cuma.>> [tr. AA.VV.]
La Campania
Campania, regione dell'Italia meridionale, largamente aperta sul mar
Tirreno e compresa tra il Lazio a nord, il Molise e la Puglia a est e la
Basilicata a sud; 13.595 km²; 5.668.895 ab. (cens. 1991) (417 per km²). È
divisa in cinque province: Napoli, Avellino, Benevento, Caserta, Salerno;
549 comuni. Capol. Napoli.
Geografia fisica
Le coste
della Campania, che si estendono per 430 km tra la foce del Garigliano e
la baia di Sapri (golfo di Policastro), presentano tre grandi falcature
costituenti i golfi di Gaeta, di Napoli e di Salerno; lunghe spiagge si
aprono in fondo a queste insenature, mentre i promontori che le
racchiudono sono rocciosi; quasi tutta rocciosa è pure la costa fra i
golfi di Salerno e di Policastro. Alcune isole costiere presentano gli
stessi caratteri dei promontori cui si ricollegano: così Capri è calcarea
come la vicina Penisola Sorrentina, Ischia è vulcanica come gli antistanti
Campi Flegrei. Per quanto riguarda il suolo, oltre il 40% è occupato da
monti, una frazione quasi eguale è data da territori collinari, mentre
solo il 20% risulta costituito da pianure. Alcuni rilievi della zona
nordoccidentale fanno ancora parte dell'Antiappennino vulcanico (Vesuvio,
1.277 m, Campi Flegrei, vulcano di Roccamonfina), mentre i rilievi della
parte più interna fanno parte dell'Appennino Campano; regioni interamente
montuose sono l' Irpinia, nella zona interna, e il Cilento, a sud del
golfo di Salerno. Le maggiori pianure si trovano in corrispondenza della
bassa valle del Volturno, tra Caserta e Pomigliano d'Arco, tra Sarno e il
mare e nella piana del Sele.
I corsi
d'acqua, che scorrono per lunghi tratti profondamente incassati fra i vari
gruppi montuosi, sono alimentati da abbondanti sorgenti, anche di origine
carsica (il Sele, per es.); i maggiori fiumi sono il Volturno col suo
affluente Calore e il Sele con gli affluenti Calore Lucano e Tanagro; in
Campania hanno poi la loro sorgente alcuni fiumi che si gettano
nell'Adriatico, come l'Ofanto. Complessivamente, oltre metà della
superficie della Campania rientra nei bacini del Volturno e del Sele.
Il clima
della Campania è molto mite: si registrano medie di 17ºC sulle coste e
valori più bassi nelle zone interne elevate: a Benevento (135 m), 14ºC, a
Montevergine (1.270 m), 8ºC. Le precipitazioni annue possono raggiungere i
2.000 mm sui rilievi, mentre oscillano fra gli 800 e i 1.000 mm lungo le
coste. La vegetazione presenta varie fasce altimetriche: macchia fino a
400 m, querce e castagni fino a 1.000 m, faggi (altrove pini o abeti) fino
a 1.600 m e infine pascoli.
Storia
La
Campania fu primitivamente abitata dagli Ausoni (Aurunci) e dagli Opici,
poi, verso l'VIII sec. a.C., le coste furono colonizzate dai Greci, che
fondarono Cuma, e, nel VI sec., le zone interne furono occupate dagli
Etruschi, che costituirono una lega di dodici città con a capo Capua.
Abbattuto il dominio etrusco per opera soprattutto di Cuma (524 e 474 a.C.),
nella seconda metà del V sec. a.C. iniziò l'invasione, dalle montagne
verso il mare, dei Sanniti. Capua (440 circa) e Cuma (425 circa) furono
conquistate e gli invasori imposero il loro linguaggio alla popolazione
indigena, mescolandosi in parte con essa. Da siffatta fusione derivò la
nuova popolazione della pianura campana, quella degli Osci, con una
fisionomia ben distinta da quella dei Sanniti, tanto che, quando costoro
in una seconda ondata mossero dalle loro montagne per invadere la
Campania, Capua si rivolse per aiuti a Roma (343 a.C.). Da qui l'origine
delle tre guerre sannitiche (343-290 a.C.), il cui esito fu l'occupazione
di tutta la regione sia interna sia costiera da parte dei Romani, che vi
fondarono parecchie colonie (Cales, Suessa, Literno, Pozzuoli, ecc.) e
l'introdussero nell'ambito della loro egemonia. Tranne la grave defezione
di Capua e di alcune città minori, che si allearono ad Annibale nella
seconda guerra punica, e la partecipazione, sia pure limitata, alla
rivolta dei soci italici, la Campania accolse l'ordine nuovo creato da
Roma e, avutane la cittadinanza, subì un profondo processo di
romanizzazione, conservando però caratteri greci in alcuni centri, come
Napoli e Pompei. Per le sue bellezze naturali, per la mitezza del clima e
la fertilità del suolo fu considerata come la regione della penisola più
ricca di beni della fortuna (Campania felix): le sue coste offrivano posti
incantevoli per la villeggiatura dei ricchi signori; il suolo forniva
grano e miglio di rendimento maggiore che nel Lazio e produceva inoltre in
abbondanza olio, frutta, legumi, vini prelibati come il falerno, e rose
che servivano per la preparazione dei famosi profumi di Capua. Dopo aver
fatto parte con il Lazio, nella divisione augustea, della prima regione
d'Italia, la Campania divenne sotto Diocleziano una provincia a sé,
mantenendo la sua unità anche sotto gli Ostrogoti e i Bizantini.
Sottoposta da Giustiniano all'autorità civile di un giudice e militare di
un duca, coll'occupazione longobarda di Benevento (570 circa) vide
spezzata la propria unità territoriale: costituitosi il ducato, poi
principato indipendente (758), di Benevento, questo comprese dapprima
Capua e Salerno, che nell'840 divennero esse pure sedi di principati
longobardi del tutto autonomi. All'Impero rimasero, praticamente solo di
nome, Napoli e la regione costiera centrale; più a sud, Amalfi,
arricchitasi coi traffici marittimi svolti da un'assai numerosa flotta,
riuscì nei secc. IX-XI a ordinarsi in fiorente ducato indipendente sia dai
Bizantini sia dai Longobardi. Nel 1030 i Normanni ebbero in feudo dal duca
di Napoli la contea di Aversa, loro primo possesso nell'Italia meridionale
che, nei cent'anni seguenti, finì per cadere interamente sotto il dominio
normanno: dopo la definitiva conquista di Napoli nel 1139, la Campania,
nei secc. XII e XIII, fu dunque compresa nel regno di Sicilia e soggetta
alla monarchia normanno-sveva; venuta poi in possesso degli Angioini e
degli Aragonesi, ne subì il vessatorio dominio sino all'inizio del XVI
sec. Subentrati a questi gli Spagnoli (1503-1707) e poi gli Austriaci (dal
1707 [possesso ratificato a Rastatt, 1714] sino al 1734), la storia della
Campania, con l'avvento al trono di Napoli di Carlo VII di Borbone (1734),
s'identifica con quella del nuovo regno di Napoli e Sicilia, e poi della
Repubblica Partenopea e del regno delle Due Sicilie. Il periodo seguente
l'annessione (1860) all'Italia fu turbato da gravi problemi economici e
politici, ai quali in particolare si aggiungeva quello del risanamento
demografico e urbanistico di Napoli, dove nel 1884 dilagò una grave
epidemia di colera. Nella seconda guerra mondiale gli Alleati
effettuarono, dopo quello in Calabria, un sanguinoso sbarco a Salerno (9
settembre 1943) e, presa Napoli quando ormai la città era stata evacuata
dai Tedeschi, fecero dei porti della Campania, sino al termine della
guerra, le loro maggiori basi logistiche in Italia. La Campania ebbe
comunque molto a soffrire dal conflitto, soprattutto nella sua parte
settentrionale, dove le vicende belliche diedero luogo a una serie di
aspri combattimenti fra Alleati e Tedeschi, che si protrassero fino
all'inizio del 1944.
Arte
Dell'antica civiltà artistica della Campania restano testimonianze
numerose e di interesse archeologico unico, grazie anche e soprattutto
all'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che seppellì, permettendone quindi
la conservazione in stato di buona integrità, i grandi centri di Ercolano
e di Pompei. Il susseguirsi e il confluire degli influssi stilistici nel
territorio campano riflettono naturalmente l'avvicendarsi delle
dominazioni e delle colonizzazioni, dall'etrusca alla greca e infine alla
romana. Oltre che dai centri citati, i resti monumentali più cospicui
dell'arte classica in Campania sono rappresentati dal grandioso complesso
templare di Paestum; ma numerose sono le testimonianze ovunque (Napoli,
Capua, Cuma, Stabia, Baia, ecc. per le quali si veda alle singole voci).
Di grande interesse infine è la produzione pittorica, che nella ceramica
presenta una categoria vascolare propria classificata come dei vasi
campani e nella pittura parietale ha lasciato i preziosi complessi di
Ercolano e, soprattutto, di Pompei. Fra le testimonianze superstiti
dell'arte in Campania nei primi secoli dell'era cristiana, si trovano i
mosaici della basilica di San Felice a Cimitile e della cappella di Santa
Matrona a San Prisco, che variamente riflettono le tradizioni ellenistiche
locali, e quelli, più nobili, del battistero napoletano di San Giovanni in
Fonte. Nel periodo altomedievale, documento insigne d'arte sono i dipinti
murali decoranti il piccolo oratorio dell'abate Epifanio (IX sec.) a San
Vincenzo al Volturno nel Molise, opera di un singolare artista che
elaborò, su un essenziale substrato romano, suggestioni carolinge e
reminiscenze bizantine. Pure quasi tutta la grande pittura campana dei
secc. XI-XIII si ispirò al ciclo della grotta di Calvi, più povero
spiritualmente ma più ricco di colore: l'arte fu favorita dalla prosperità
dei municipi, dall'unità politica della regione, dalla ricostituzione
dell'ordine benedettino. Desiderio, abate di Montecassino, fece costruire
la nuova basilica (distrutta nel 1944); egli chiamò a Cassino artisti
lombardi e amalfitani, radunò colonne e capitelli antichi scolpiti, cercò
preziosi smalti bizantini, fondò una scuola di miniatori e calligrafi.
Contemporaneamente, a Salerno, maestranze laiche accoglievano moduli
decorativi siculo-musulmani: dall'equilibrarsi delle diverse tendenze
nacque la grande architettura campana dei secc. XII e XIII. Nonostante la
presenza di arcate di tipo bizantino e di archeggiature acute e
intrecciate di derivazione musulmana, Sant'Angelo in Formis presso Capua e
le cattedrali di Capua, Salerno, Caserta Vecchia si ispirarono al modello
cassinese e alla classica armonia dei suoi colonnati. Nel XIII sec. i
motivi di decorazione siculo-musulmani finirono per prevalere, ripresi con
la loro policromia nelle armoniche proporzioni e negli intrecci di absidi,
cupole, chiostri, mentre i marmorari operanti nell'interno delle chiese
imitavano esempi classici, come negli amboni di Salerno, di Sessa e di
Caserta Vecchia. Più sensibile a influssi bizantini, la pittura di quest'epoca
trovò le sue affermazioni più significative sulle pareti della chiesa di
Sant'Angelo in Formis (XI sec.) e in alcuni codici miniati benedettini dei
secc. XI-XII. Nei primi decenni del Trecento, chiamati dagli Angioini,
furono attivi a Napoli Pietro Cavallini e Simone Martini, i cui esempi
influenzarono la pittura di tutto il secolo: si ricorda il bellissimo
ciclo cavalliniano in Santa Maria Donna Regina.
Nel
nuovo clima di fervore artistico creatosi nel XV sec. alla corte di
Alfonso d'Aragona, fu ricostruito il Castel Nuovo con il classicheggiante
arco di trionfo, si formarono importanti collezioni di dipinti e di
arazzi, fiorì l'attività dei miniatori nella Biblioteca reale, si
intensificarono i traffici artistici con la Spagna e con le Fiandre:
esponente di questo singolare momento dell'arte campana fu il pittore
Colantonio. Nel XVI sec., piuttosto povero, emerge la personalità di Pedro
Roviale di Estremadura, che decorò estrosamente, con gusto manieristico,
la cappella della Pietà nella Sommaria. Il XVII sec., nel quale dominò la
personalità del Caravaggio, coincise con la grande fioritura della pittura
napoletana: Battistello Caracciolo, Massimo Stanzione, Bernardo Cavallino,
Mattia Preti, Luca Giordano, Salvator Rosa furono i massimi rappresentanti
della spiritualità e della cultura locale. Notevoli sono anche i creatori
di nature morte: Porpora, Ruoppolo, Recco. Nel Settecento furono attivi
Francesco Solimena, Corrado Giaquinto, delicato colorista, e Andrea
Belvedere, con il quale si chiuse la grande tradizione della natura morta
napoletana. Intanto fioriva la manifattura di porcellane di Capodimonte,
fondata nel 1743 da Carlo III di Borbone, famosa per i suoi bianchi quasi
puri e la fantasia delle decorazioni, e il Vanvitelli costruiva con
spirito nuovo la monumentale reggia di Caserta. Nel XIX sec. ebbero
accenti originali la pittura, con la «scuola di Posillipo», tesa a rendere
gli aspetti lirici del paesaggio e gli usi e i costumi della gente, e la
scultura, con Vincenzo Gemito.
Literno e
Cuma
<<Le
città sul mare dopo Sinuessa cominciano con Literno, dov’è la tomba del
primo Scipione, soprannominato l’Africano. Egli trascorse infatti lì
l’ultimo periodo della sua vita, dopo aver abbandonato gli affari pubblici
per l’avversione che nutriva nei confronti di alcuni. Presso la città
scorre il fiume omonimo . Così allo stesso modo anche il Volturno è
omonimo alla città che sta ad esso vicina: quest’ultimo fiume attraversa
Venafro e passa in mezzo alla Campania.
Dopo
queste città viene Cuma , fondazione assai antica dei Calcidesi e dei
Cumani: è la più antica di tutte le colonie di Sicilia e d’Italia. Ippocle
di Cuma e Megastene di Calcide, che erano a capo della spedizione
coloniale, si erano messi d’accordo fra loro che la città fosse colonia
dei Calcidesi, ma portasse il nome di Cuma: per questo anche ora è
chiamata Cuma pur avendola, come sembra, colonizzata i Calcidesi. La città
dunque all’inizio era prospera e così la pianura chiamata Flegrea, dove
viene localizzata la leggenda dei Giganti non per altra ragione se non per
il fatto che questa terra, per la sua fertilità, era atta a suscitare
contese. Più tardi i Campani , resisi padroni della città, esercitarono
ogni tipo di violenza sugli abitanti e infatti andarono perfino a vivere
con le loro donne. Tuttavia restano ancora tracce dell’ordinamento dato
dai Greci sia per quanto riguarda le cerimonie sacre sia le norme
legislative. Alcuni dicono che Cuma prenda il nome da kumata :
infatti la spiaggia vicina è scogliosa ed esposta ai venti. Ci sono nei
pressi anche ottimi luoghi per la pesca di pesce grosso. Nel golfo
medesimo c'è anche un bosco di piccoli alberi, che si estende per molti
stadi, senza acqua e sabbioso: è conosciuto sotto il nome di Silva
Gallinaria. Là i capi della flotta di Sesto Pompeo riunirono gli
equipaggi di pirati al tempo in cui egli sollevò la Sicilia contro Roma.>>
[tr. da Strabone A. M. BIRASCHI]
<< Sic
fatur lacrimans classique immittit habenas
et tandem
Euboicis Cumarum adlabitur oris.
Obvertunt
pelago proras; tum dente tenaci
ancora
fundabat navis et litora curvae
praetexunt puppes. Iuvenum manus emicat ardens 5
litus in
Hesperium: quaerit pars semina flammae
abstrusa
in venis silicis, pars densa ferarum
tecta
rapit silvas inventaque flumina monstrat.
At pius
Aeneas arces, quibus altus Apollo
praesidet,
horrendaeque procul secreta Sibyllae, 10
antrum
immane, petit, magnam cui mentem animumque
Delius
inspirat vates aperitque futura.
Iam
subeunt Triviae lucos atque aurea tecta. […] 42
Excisum
Euboicae latus ingens rupis in antrum,
quo lati
ducunt aditus centum, ostia centum,
unde
ruunt totidem voces, responsa Sibyllae.>>
<<Così
dice piangendo e dà le briglie / a la flotta, ed alfin tocca l’euboiche /
spiagge di Cuma. Voltano le prore / a l’alto mar, poi l’ancora col dente /
tenace assicurava al fondo i legni; / le curve poppe fanno siepe a riva. /
Balzano ardenti i giovani sul lido / esperio: e chi sprizzar fa la
scintilla / ascosa entro la selce, e chi percorre, / folte dimore de le
fiere, i boschi / e i corsi addita de’ trovati fiumi. / Ma il pio Enea le
vette, cui presiede / l’alto Apollo, ricerca ed il riposto / asilo,
immensa grotta, de l’augusta / Sibilla, a la qual dona il Delio vate /
larghezza e fiamma d’ispirata mente / e le apre l’avvenir. Quelli già sono
/ sotto il bosco di Trivia e a l’aureo tetto. […] / E’ l’ampio fianco de
l’euboica rupe / cavato in antro, e cento larghe entrate / v’adducon,
cento porte, escono a cento, / de la Sibilla oracoli, le voci.>> [tr. da
Virgilio G. ALBINI]
Cuma
Cuma, in
lat. Cumae. Città della Campania, su un'altura isolata del litorale
tirrenico. Fondata probabilmente dai Calcidesi d'Eubea nell'VIII sec. a.C.
in una località fertile già abitata fin dall'età del ferro, acquistò
presto una notevole prosperità e un'estesa egemonia lungo le coste della
Campania. Nella sua espansione, culminata con la fondazione di parecchie
città (Napoli, Abella, Zancle, ecc.), si scontrò con gli Italici, ma
soprattutto con gli Etruschi, sui quali riportò due grandi vittorie, l'una
nel 524 a opera di Aristodemo, l'altra nel 474 con il valido aiuto di
Gerone di Siracusa, riuscendo a conservare la propria indipendenza. Mezzo
secolo dopo essa cadde però sotto la dominazione dei Sanniti e si
trasformò gradatamente in una città osca; passò, quindi, sotto il
controllo romano come civitas sine suffragio (338 a.C.). Fedele a
Roma durante la seconda guerra punica e quella sociale ed entrata sempre
più nell'ambito della cultura latina, Cuma ricevette il pieno diritto di
cittadinanza forse prima degli altri soci italici. Ma la sua importanza
diminuì, nonostante la deduzione di una colonia militare,
contemporaneamente al crescente sviluppo di Napoli, di Baia e di Pozzuoli.
Il cristianesimo vi si affermò molto precocemente; nel 560 d.C. fu
l'ultima roccaforte dei Goti assediati da Narsete e nel 1216 fu distrutta
dai Napoletani.
I resti
della città antica sono costituiti, sull'acropoli, dalle fondazioni del
tempio di Apollo e da un altro tempio di dimensioni di poco superiori. Con
il tempio di Apollo era collegato un lungo corridoio sotterraneo
rettilineo a sezione trapezoidale, di epoca arcaica, il cui piano fu
abbassato in età ellenistica. In esso, tuttora conservato, si vuole
riconoscere l'antro della Sibilla di Cuma, assai famosa nell'antichità e
ricordata anche da Virgilio nell'Eneide. Sono visibili pure alcuni tratti
delle mura che cingevano l'acropoli. L'abitato è poco noto, perché gli
scavi ne hanno esplorato solo in parte la zona. Le necropoli vanno dai
secc. VIII-VII a.C. fino all'età romana; sono di particolare interesse due
tombe a camera dipinte, l'una del III e l'altra del IV sec. a.C. - Nei
pressi si trova il piccolo centro moderno di Cuma.
Miseno e
Baia
<< Talis
in Euboico Baiarum litore quondam 710
saxea
pila cadit, magnis quam molibus ante
constructam ponto iaciunt; sic illa ruinam
prona
trahit penitusque vadis inlisa recumbit:
miscent
se maria et nigrae attolluntur harenae;
tum
sonitu Prochyta alta tremuit durumque cubile 715
Inarime
Iovis imperiis inposta Typhoeo.>>
<<Tale
di Baia su l’euboico lido / cade talor pilone di macigno, / che su gran
massi preparato avanti / gettano in mare; così giù rovina / e percosso
ristà ne l’imo fondo: / s’agitan l’acque e bruna si solleva / la sabbia;
al tonfo Procida alta trema / e ne trema Ischia per voler di Giove /
imposta a Tifoèo duro giaciglio.>> [tr. da Virgilio G. ALBINI]
<<Vicino
a Cuma si trova il promontorio Miseno e, in mezzo, la palude Acherusia,
una specie di espansione acquitrinosa del mare . Chi doppia Capo Miseno
trova, subito sotto il promontorio, un porto ; poi la costa si incurva in
un golfo profondo, nel quale c’è la città di Baia e le sue acque termali,
adatte per chi ama l’agiatezza e per la cura di alcune malattie.>> [tr. da
Strabone AA.VV.]
L’Averno
<<Talibus
ex adyto dictis Cumaea Sibylla
horrendas
canit ambages antroque remugit
obscuris
vera involvens: ea frena furenti 100
concutit
et stimulos sub pectore vertit Apollo.
Ut primum
cessit furor et rabida ora quierunt,
incipit
Aeneas heros: "Non ulla laborum,
o virgo,
nova mi facies inopinave surgit:
omnia
praecepi atque animo mecum ante peregi. 105
Unum oro:
quando hic inferni ianua regis
Dicitur
et tenebrosa palus Acheronte refuso,
ire ad
conspectum cari genitoris et ora
contingat,
doceas iter et sacra ostia pandas."
<<Con
tali detti la cumèa Sibilla / da l’antro sacro fiere ambagi intuona / e
rugge, d’ombre ravvolgendo il vero: / così scote le briglie a la fremente
/ e con gli sproni entro la punge Apollo. / Quando allentò il furore e la
schiumosa / bocca fu cheta, prende a dir l’eroe: / "Nuova, o vergine, a me
né inaspettata / faccia non è di mali alcuna: tutti / li pregustai, li
consumai nel cuore. / Prego sol: poi che qui dicon la porta / del rege
inferno e la palude buia / cui riversa Acheronte, a me sia dato / a la
presenza andar del padre mio, / la via m’insegna, il sacro adito m’apri.>>
[tr. da Virgilio G. ALBINI]
<<…il
golfo Averno che forma una penisola della terra compresa fra Cuma e l’Averno
stesso fino a Capo Miseno; infatti, attraverso la galleria sotterranea,
non resta che un istmo di pochi stadi fra l’Averno da una parte e Cuma
stessa ed il mare contiguo dall’altra . Raccontavano i nostri predecessori
che nell’Averno fossero localizzate le storie favolose relative alla
Nekyia omerica; lì inoltre ci sarebbe stato anche un oracolo dei morti
presso il quale venne Odisseo. Il golfo Averno è profondo e di facile
accesso, ha le dimensioni e le caratteristiche di un porto ma non si usa a
questo scopo perché c’è davanti il golfo Lucrino, poco profondo e molto
esteso. L’Averno è chiuso tutt’intorno da ripide alture che dominano da
ogni parte, ad eccezione dell’entrata del golfo. Ora, grazie all’opera
dell’uomo, sono state messe a coltura, ma un tempo erano coperte da una
foresta di grandi alberi, selvaggia, impenetrabile e tale da rendere
ombroso il golfo, favorendo così la superstizione. Gli abitanti del luogo
favoleggiavano che anche gli uccelli che vi passano sopra in volo cadono
nell’acqua , colpiti dalle esalazioni che si levano da questo luogo, come
avviene alle Porte degli Inferi . E ritenevano appunto che questo luogo
fosse una Porta agli Inferi e vi localizzavano le leggende dei Cimmeri ;
entravano qui navigando quelli che avevano offerto sacrifici e fatto
suppliche agli dei infernali e c’erano sacerdoti che davano indicazioni in
proposito e che avevano appunto questa incombenza sul luogo.>> [tr. da
Strabone AA.VV.]
Lucrino,
Pozzuoli e la Solfatara
<<Il
golfo Lucrino si estende fino a Baia, separato dal mare aperto da un
terrapieno della lunghezza di 8 stadi e della larghezza pari a quella di
un carro: dicono sia stato costruito da Eracle, quando spingeva i buoi di
Gerione . Ma poiché durante le tempeste le acque inondavano la sua
superficie sicchè era difficoltoso attraversarlo a piedi, Agrippa lo
costruì più alto. Il golfo permette l’ingresso solo ad imbarcazioni
leggere; è inutilizzabile come ancoraggio, ma offre, abbondantissima, la
pesca delle ostriche . […] Vengono poi i promontori intorno a Dicearchia e
la città stessa . Dicearchia era in origine porto dei Cumani costruito su
un’altura, ma i Romani, al tempo della spedizione di Annibale, vi si
insediarono e cambiarono il nome in quello di Puteoli, per l’abbondanza di
pozzi; alcuni invece fanno derivare questo nome dal cattivo odore delle
acque , dal momento che tutto il luogo fino a Baia e Cuma è pieno di
esalazioni di zolfo, di fuoco e di acqua. La città è diventata un
grandissimo emporio, dal momento che ha ancoraggi artificiali grazie alle
qualità naturali della sab- bia : infatti essa è costituita nella
proporzione ideale di calce ed acquista una forte compattezza e solidità.
Così, mescolando l’insieme di sabbia e calce con pietre, gettano moli che
avanzano verso il mare e così trasformano in golfi le spiagge aperte di
modo che le più grandi navi mercantili possano con sicurezza entrare in
porto. Subito sopra la città si estende l’agorà di Efesto , una
pianura circondata tutt’intorno da alture infiammate, che hanno in molti
punti sbocchi per l’espirazione a guisa di camini che mandano un odore
piuttosto fetido; la pianura è piena di esalazioni di zolfo.>> [tr. da
Strabone AA.VV.]
<<…admiscetur
creta, quae transit in corpus coloremque et teneritatem adfert. Invenitur
haec inter Puteolos et Neapolim in colle Leucogeo appellato, extatque divi
Augusti decretum, quo annua ducena milia Neapolitanis pro eo numerari
iussit e fisco suo, coloniam deducens Capuam, adiecitque causam adferendi,
quoniam negassent Campani alicam confici sine eo metallo posse. In eodem
reperitur et sulpur, emicantque fontes Araxi oculorum claritati et
volnerum medicinae dentiumque firmitati.>>
<<…si
mescola [alle aliche] della creta, che vi s incorpora e le rende candide e
tenere. Questa creta si trova fra Pozzuoli e Napoli, nel colle detto
Leucogeo , e ci è pervenuto un decreto del divino Augusto nel quale egli
comandava di pagare per esso ai Napoletani 200.000 sesterzi all’anno,
prelevandoli dalla sua cassa privata, quando dedusse una colonia a Capua:
ed aggiunse quale ragione di questo contributo il fatto che i Campani
avevano detto che senza quel minerale non era possibile trattare l’alica.
Nella stessa zona si trova anche lo zolfo, e ne sgorgano le sorgenti dell’Araxus
, utili per rendere limpida la vista, curare le ferite e rinforzare i
denti.>> [tr. da Plinio il Vecchio AA.VV.]
<<Est
locus exciso penitus demersus hiatu
Parthenopen inter mgnaeque Dicarchidos arva,
Cocyti
perfusus aqua; nam spiritus, extra
qui furit
effusus, funesto spargitur aestu. 70
Non haec
autumno tellus viret aut alit herbas
caespite
laetus ager, non verno persona cantu
mollia
discordi strepitu virgulta locuntur,
sed chaos
et nigro squalentia pumice saxa
gaudent
ferali circum tumulata cupressu . 75
<<C’è un
luogo quasi sommerso in un profondo abisso,
fra
Napoli ed i territori della grande Pozzuoli.
Lo bagna
l’onda di Cocito; infatti il vapore che ne esala
violento, è impregnato d’una funerea umidità .
Questa
terra mai verdeggia d’autunno, né i suoi campi mai
nutrono
liete erbe fra le zolle; di primavera i delicati virgulti
non
echeggiano mai di teneri canti che risuonino in diversa armonia,
ma il
caos e le rocce rivestite di nero squallore
trovano
nota di gioia solo nello svettare, tutt’intorno, di ferali cipressi.>>
[tr. da
Virgilio A. MARZULLO]
Pozzuoli
Pozzuòli,
comune della Campania (prov. Napoli), a 39 m d'alt., sul golfo omonimo,
nel cuore dei Campi Flegrei; 43,21 km²; 69.861 ab. ( Pozzuolesi o
Puteolani). Sede vescovile. Sviluppatasi attorno all'abitato antico,
situato su un piccolo promontorio tufaceo protendentesi nel mare al centro
del golfo di Pozzuoli, la città è attivo centro commerciale e agricolo
(vini dei Campi Flegrei, piselli, pere, uva, cachi, mele), peschereccio
(con importante mercato del pesce), industriale (siderurgia,
metalmeccanica ed elettromeccanica, tessile, della gomma, costruzioni
navali, materiali per l'edilizia, pastifici, fabbriche di acque gassate,
acetificio, ecc.) e turistico. Stazione balneare (Lido Augusto e Lido
Lucrino) e idrotermale (acque cloruro-solfato-sodiche miste). Porto
mercantile e porto passeggeri (servizi marittimi per le isole di Ischia e
Procida). Dal 1962 è sede dell'Accademia aeronautica. - Nel territorio è
la celebre solfatara, cavità craterica di un vulcano in fase di quiescenza
(fase detta appunto: di solfatara), in cui si rilevano numerosi fenomeni
vulcanici secondari: fumarole, mofete, vulcanetti di fango caldo, e
sorgenti idrominerali ipertermali. Nel territorio comunale si trovano pure
i laghi d'Averno e di Lucrino, e le cosiddette "stufe" di Nerone. Nei
primi mesi del 1970 la zona di Pozzuoli è stata interessata da un fenomeno
di bradisismo negativo, che ha provocato un innalzamento di 1 metro e
mezzo del terreno sul livello del mare. Sono state avvertite anche leggere
scosse telluriche. Tra la metà del 1982 e la fine del 1984, il comune è
stato interessato da un'altra serie di movimenti bradisismici,
accompagnati da forti scosse telluriche; ciò ha condotto allo sgombero del
centro storico e alla decisione di costruire il nuovo insediamento di
Monterucello, a pochi km di distanza. Agli inizi del 1985, tuttavia, la
velocità di sollevamento del terreno, che aveva portato il suolo da 3,15 m
s.l.m. a 4,80 m, ha subito bruscamente un'inversione di tendenza (1 mm al
giorno).
Storia
Fondata
con il nome di Dicearchia (gr. Dikaiárcheia), intorno al 527 a.C., da
fuorusciti di Samo, assunse più tardi, in età imprecisata, quello di
Puteoli. Probabilmente passata sotto l'autorità di Roma a partire dal 338
a.C., al tempo della seconda guerra punica era un porto importante sia
militarmente sia commercialmente. Eretta quindi a colonia romana nel 194
a.C., nel II sec. si sviluppò ulteriormente, divenendo uno dei principali
scali di tutto il Mediterraneo e il centro di smistamento di tutte le
merci provenienti o dirette a Roma.
Con
Augusto divenne il porto di partenza della regolare flotta addetta al
trasporto delle granaglie dell'Egitto e da Domiziano fu collegata alla Via
Appia con la Via Domiziana. Assai prospera, nonostante la concorrenza di
Ostia, per tutta l'età imperiale, fu devastata da Alarico (410 d.C.) e da
Genserico (455) e infine distrutta da Totila (545). Verso la fine della
repubblica e nei primi secoli dell'Impero fu un apprezzato luogo di
villeggiatura.
Archeologia
A causa
dei bradisismi del litorale risulta sommersa tutta la zona portuale, con
la lunga fila dei magazzini e le fondamenta del molo; l'antico mercato (Macellum),
detto tempio di Serapide, costituisce uno tra i più singolari documenti
dell'alterno alzarsi e abbassarsi del terreno: presenta le tracce di una
corte quadrata con portici, una profonda abside a tre nicchie e una
tholos centrale su podio con sedici colonne marmoree, databile a età
flavia con successivi rimaneggiamenti. Sull'acropoli, nella zona ora
occupata dal duomo, sono state identificate le fondamenta e l'iscrizione
di un tempio di età augustea, costruito da un ricco cittadino di Pozzuoli,
Lucio Calpurnio, su un preesistente edificio cultuale dedicato ad Apollo.
Scarsi i
resti delle terme, dello stadio e di altri importanti edifici ricordati
dalle fonti letterarie. Un imponente anfiteatro tra i più grandi d'Italia
(149´116 m) in sostituzione di un'arena più antica, databile all'ultima
età repubblicana, fu costruito a spese pubbliche sotto Vespasiano; ne
restano grandiose rovine nelle arcate del portico inferiore e nella vasta
rete dei sotterranei, perfettamente identificati nella struttura e nella
funzione. Di particolare interesse le numerose apparecchiature idrauliche
(acquedotti e cisterne) atte a provvedere l'approvvigionamento della
città. Sono state esplorate le necropoli, con i sepolcri dalla tipica
forma a colombario; il nucleo più imponente è stato identificato lungo la
Via Campana, ove sono stati trovati mausolei a due piani, con basamento
cubico, tamburo e fastosa decorazione circolare a lesene e a colonne.
Relativamente numerose le opere d'arte rinvenute, tra cui una statua di
Virio Audenzio Emiliano (IV sec. d.C.) e un gruppo di sculture imperiali.
Particolarmente attivo l'artigianato locale, noto per la produzione di
vasellame fittile, largamente diffuso, e dei vetri incisi, nonché per
l'industria dei colori e della porpora.
LE STRADE DI POZZUOLI
La via
Domitiana si staccava dall’Appia all’altezza di Sinuessa
(l’odierna Mondragone) e scendeva lungo il mare, superando con un ponte
altissimo, presso la foce, il corso del Volturno e, passando per
Liternum e Cumae, giungeva a Puteoli. A questi lavori,
per aprire un varco più comodo fra Cumae e Puteoli, risale
il taglio del Monte Grillo e la costruzione dell’Arco Felice, alto più di
20 metri.
Da
Napoli, invece, verso Pozzuoli, partiva la via Puteolana. Dunque la
via Domiziana, collegata con l’Appia, metteva in comunicazione diretta
Roma con Pozzuoli e Napoli, sicchè Stazio (Silvae, IV, 3, 112 ssg.)
poteva affermare che "chi lascia il Tevere alle prime luci dell’alba, alle
prime ombre della sera potrà navigare sul Lucrino" ("…qui primo Tiberim
relinquit ortu, / primo vespere naviget Lucrinum").
NAPOLI
Dopo
Dicearchia c’è Neapolis, città dei Cumani; (più tardi ricevette anche una
colonia calcidese ed alcuni coloni da Pitecusa e da Atene, e per questo fu
chiamata Neapolis). Viene indicata sul posto la tomba di una delle Sirene,
Partenope, e vi si tiene un agone ginnico, secondo un antico oracolo. Gli
abitanti, divisisi poi in due fazioni rivali, accolsero come coloni alcuni
dei Campani e furono obbligati a trattare da amici i nemici, poiché erano
diventati nemici dei propri amici. I nomi dei demarchi sono indicativi in
proposito, essendo i primi greci, quelli successivi campani misti a greci.
Numerosissime tracce del modo di vivere greco si sono mantenute là, così
come i ginnasi, le efebie, le fratrie ed i nomi greci, sebbene la
popolazione sia romana. Ai giorni nostri hanno luogo ogni cinque anni, in
questa città, dei giochi sacri comprendenti gare di musica e di
ginnastica, che durano più giorni e che sono degni di rivaleggiare con le
feste più celebri della Grecia. C’è anche una galleria sotterranea ,
scavata nella montagna fra Dicearchia e Neapolis, eseguita come quella di
Cuma, e vi è stata aperta una strada, per un tragitto di molti stadi,
larga abbastanza da permettere a due carri che vanno in direzioni opposte
di passare insieme; inoltre, grazie a delle aperture che sono state
tagliate in più parti, la luce del giorno si espande dalla superficie
della montagna molto in profondità. Anche Neapolis possiede getti di acque
calde e stabilimenti balneari non inferiori a quelli di Baia, ma meno
frequentati; là infatti, accanto a Baia, è sorta un’altra città che sta
alla pari con Dicearchia, dal momento che, uno dopo l’altro, sono stati
costruiti molti palazzi. A Neapolis diffondono il modo di vivere greco
quelli che da Roma si ritirano qui per trovare tranquillità […] [tr. da
Strabone AA.VV.]
<<C.
PLINIUS CANINIO RUFO SUO S.
Modo
nuntiatus est Silius Italicus in Neapolitano suo inedia finisse vitam.
Causa mortis valetudo. […] novissimo ita suadentibus annis ab urbe
secessit seque in Campania tenuit ac ne adventu quidem novi principis inde
commotus est. […] plures isdem in locis villas possidebat adamatisque
novis priores neglegebat. Multum ubique librorum, multum statuarum, multum
imaginum, quas non habebat modo, verum etiam venerabatur, Vergili ante
omnes, cuius natalem religiosius quam suum celebrabat, Neapoli maxime, ubi
monimentum eius adire ut templum solebat […]>>
<<Caro
Caninio Rufo,
è giunta
or ora la notizia che Silio Italico si è lasciato morire di fame nella sua
dimora presso Napoli. Causa della morte la malattia. […] Recentemente gli
anni l’avevano consigliato ad abbandonare Roma e si ritirò in Campania, e
non si lasciò smuovere di là neppure dall’arrivo del nuovo Imperatore .
[…] Possedeva nella stessa regione parecchie ville ed innamoratosi delle
nuove, negligeva le vecchie. Gran copia di libri ovunque, molte statue,
molti ritratti, che non soltanto possedeva, ma venerava; soprattutto
quello di Virgilio , il cui giorno natale celebrava con devozione maggiore
del proprio, particolarmente a Napoli, ove soleva accostarsi alla tomba di
Virgilio come si fosse trattato di un tempio […]>> [tr. da Plinio il
Giovane L. RUSCA]
<<Heu
tibi nota fides totque explorata per usus,
qua
veteres Latias Graias heroidas aequas? 45
Isset per
Iliacas (quid enim deterret amantes?)
Penelope
gavisa domos si passus Ulixes.
Non adeo
Vesuvinus apex et flammea diri
montis
hiems trepidas exhausit civibus urbes:
stant
populisque vigent. Hic auspice condita Phoebo 50
tecta,
Dicarchei portusque et litora mundi
hospita:
at hic magnae tractus imitantia Romae
quae
Capys advectis implevit moenia Teucris.
Nostra
quoque et propriis tenuis nec rara colonis
Parthenope, cui mite solum trans aequora vectae 55
Ipse
Dionaea monstravit Apollo columba.
Has ego
te sedes (nam nec mihi barbara Thrace
nec Lybye
natale solum) transferre laboro,
quas et
mollis hiems et frigida temperat aestas,
quas
imbelle fretum torpentibus adluit undis. 60
Pax
secura locis et desidis otia vitae
Et
numquam turbata quies somnique peracti.
Nulla
foro rabies aut strictae in iurgia leges:
morum
iura viris solum et sine fascibus aequum. […]
Di patrii
, quos auguriis super aequora magnis 45
Litus ad
Ausonium devexit Abantia classis,
tu,
ductor populi longe migrantis, Apollo,
cuius
adhuc volucrem laeva cervice sedentem
respiciens blande felix Eumelus adorat,
tuque,
Actaea Ceres, cursu cui semper anhelo 50
votivam
taciti quassamus lampada mystae,
et vos,
Tyndaridae, quos non horrenda Lycurgi
Tatgeta
umbrosaeque magis coluere Therapnae,
hos cum
plebe sua, patrii, servate, penates.
Sint, qui
fessam aevo crebrisque laboribus urbem 55
voce
opibusque iuvent viridique in nomine servent. […]>>
<<Dov’è
la tua famosa / fedeltà che non cadde a tante prove / e per le quali
eguagli le eroine / del Lazio e della Grecia? Ma Penelope, / se Ulisse
acconsentiva, oh certo andata / sarebbe ad Ilio con immensa gioia. / Che
cosa mai può sbigottire amore? / La cima del Vesuvio e la tempesta /
infuocata del monte non han fatto / le trepide città prive di uomini: /
ancora in piedi vivono di gente. / Ivi il tempio di Apollo ammirerai / ed
il porto di Pozzuoli e le sue rive / ospitali e le mura che di Teucri /
esuli Capi fece colme, e sono / simili a quelle della grande Roma. / Piena
di cittadini e di coloni / è la cara Partenope, che giunta / dal mare vide
il mite suolo splendere / a lei da Febo stesso rivelato / col volo di
colomba sacra a Venere. / A queste sedi (e patria non mi fu / né la
barbara Tracia né la Libia) / desidero condurti: dove sempre / dolce è
l’inverno e mai arsa l’estate, / terra che lambe d’onde lente il mare. /
Ivi sicura pace regna e l’ozio / di una vita felice; ivi la quiete / di
lunghi sonni non è mai turbata: / ivi non ira, non discordia come / nel
Foro o leggi come spade nude; / ma il diritto è un costume e non si vede /
mai armata di fasci la giustizia. […]>> [tr. E. CETRANGOLO]
<<O Dei
della patria, voi che la flotta degli Abanti trasferì oltre il mare con
magnifici auspici fino al litorale ausonio, e tu, o Apollo, suprema guida
del popolo emigrato di lontano, del quale il beato Eumelo ancora venera la
colomba, volgendosi a guardarla teneramente mentre essa poggia sulla sua
spalla sinistra, e tu, o Cerere attica, in onore della quale noi, taciti
iniziati, agitiamo sempre la torcia votiva con una corsa anelante, e voi,
o Dioscuri, che l’orrendo Taigeto di Licurgo e l’ombrosa Terapne mai
maggiormente celebrarono, proteggete con tutti i suoi membri questa
famiglia di cui siete penati paterni. Siano essi tra coloro che, con
l’eloquenza e le proprie possibilità, rechino giovamento alla città
sopraffatta dai molti anni e dalle assidue traversie, e la lascino
prosperare nel nome ch’è indice di giovinezza. […]>> [tr. F. SBORDONE]
Napoli
Napoli,
città e porto della Campania, capol. di prov. e di regione, sul golfo di
Napoli, a 10 m d'alt.; 117,27 kmq; 1.067.365 ab. [ Napoletani o
Partenopei] (cens.1991). Sede arcivescovile. Università. Aeroporto
internazionale (Capodichino). Napoli è, dopo Roma e Milano, la terza città
d'Italia per il numero degli abitanti e la più importante città del
Mezzogiorno. Favorita da clima mite e costante (la temperatura media annua
è di 17:C), si estende ad anfiteatro sul pendio di colline digradanti
lungo il litorale del golfo omonimo, tra i Campi Flegrei e il Vesuvio, in
uno scenario di bellezza incomparabile, cantato da innumerevoli poeti e
scrittori (Virgilio, Petrarca, Boccaccio, Tasso, Milton, Shelley,
Cervantes, Goethe, Byron, ecc.). Fino al XIII sec. l'estensione della
città rimase assai limitata; le diverse dominazioni subite in seguito
corrispondono ad altrettante tappe del suo sviluppo urbanistico. All'epoca
della conquista angioina (1266) la città contava 40.000 ab.; la sua nuova
funzione di capitale ne aumentò l'importanza, con conseguente incremento
demografico e urbanistico. All'inizio del XVI sec., i suoi abitanti erano
110.000. Alfonso d'Aragona e i suoi successori ampliarono la superficie
del territorio urbano erigendo nuove mura; in seguito, il dominio spagnolo
modificò il carattere della città, poichè il vicerè don Pedro de Toledo
attirò a Napoli le grandi famiglie nobili, e numerosi palazzi vennero
costruiti verso ovest, tra le mura e la collina di Sant'Elmo (ove poi si
sviluppò il Vomero), in posizione elevata e salubre; fu aperta l'ampia
strada detta via Toledo (oggi via Roma) e si svilupparono i cosiddetti
quartieri spagnoli. Nel 1656, Napoli era la più popolosa città dell'Europa
occidentale, con 360.000 ab., ma in quell'anno un'epidemia di peste li
ridusse a circa la metà, e occorse un secolo intero perchè la popolazione
napoletana ritornasse numerosa com'era prima della pestilenza. Divenuta,
con Carlo di Borbone, nuovamente capitale di regno, Napoli conobbe un
nuovo sviluppo. Alla fine del XVIII sec., la città cominciò ad assumere
l'attuale aspetto urbanistico ed edilizio, e le colline di Sant'Elmo e di
Capodimonte si coprirono di nuovi palazzi e quartieri; ai primi del XIX
sec., gli abitanti erano 441.000. Tale sviluppo proseguì, senza obbedire a
un piano prestabilito, fino a che, in seguito a una terribile epidemia di
colera (1884), le autorità furono indotte a intraprendere grandi lavori di
risanamento; fu sventrata la parte bassa della città antica e furono
aperte nuove ampie arterie (rettifilo di corso Umberto I). Diversamente da
altre grandi città italiane, Napoli, che aveva perduto il rango di
capitale, non risentì in misura notevole le conseguenze dell'unità
italiana: continuò a svilupparsi in relazione all'attività economica
propria e i suoi sobborghi raggiunsero Pozzuoli a ovest e Portici a est,
mentre altri, nuovi, sorgevano lungo le strade di Capua e di Caserta, a
nord. Nel 1931 la città contava 840.000 ab.; 866.000 nel 1936. Le
distruzioni belliche (durante la seconda guerra mondiale, circa 100.000
vani d'abitazione e il 65% degli impianti industriali andarono distrutti),
le demolizioni di alcuni quartieri (rione Carità, ecc.), la costruzione di
moderne zone urbane (a ovest, i quartieri amministrativi e turistici; a
est, quelli commerciali), lo sfollamento dei "bassi", l'intenso processo
di industrializzazione, prima, e di terziarizzazione del complesso urbano,
poi, hanno apportato considerevoli modifiche all'aspetto della città.
Questa ha visto dapprima crescere il numero dei suoi abitanti (intorno a
un milione, nell'immediato dopoguerra) fino a raggiungere la soglia di
1.200.000 e a superarla di diverse decine di migliaia di unità all'inizio
degli anni Settanta. Da allora il numero ha incominciato lentamente ma
costantemente a diminuire.
Il
carattere particolare di Napoli sta anche nel vivo contrasto che si rileva
nella città stessa, dove, dietro i grandi palazzi dalle ricche facciate
prospicienti le maggiori arterie, innumerevoli abitazioni sovrappopolate,
più o meno misere, si addensano in isolotti separati da viuzze
strettissime (Spaccanapoli): è qui che scorre la quotidiana, tipica vita
napoletana, in un'atmosfera rumorosa e vivacissima. Lungo il mare, invece,
sul quale si affacciano gli alberghi di lusso, un immenso viale (via
Caracciolo) offre un magnifico panorama sul golfo e sul Vesuvio. Castel
dell'Ovo, antica fortezza normanna, domina l'incantevole porto di Santa
Lucia, in cui si addensano i pescherecci. I sobborghi sulla riva del mare
terminano a ovest, dopo la pittoresca Mergellina, a Posillipo, quartiere
residenziale, le cui ricche ville si scaglionano a gradinata sui pendii
dei Campi Flegrei, al di sopra di Marechiaro, la piccola località di
pescatori immortalata dalla poesia. Quattro funicolari collegano i vecchi
quartieri della pianura a quelli più moderni, sulla collina (Vomero,
Posillipo Alto).
L'agglomerato di Napoli svolge un'importante attività economica, in gran
parte dipendente dal porto. Completamente distrutto durante la seconda
guerra mondiale, è stato ricostruito e dotato di moderne attrezzature
(darsene, bacini di carenaggio, silos, ecc.). Per il traffico passeggeri,
che acquistò grande importanza all'inizio del XX sec., all'epoca della
massiccia emigrazione degli Italiani verso il Nuovo Mondo, oggi il porto
di Napoli è il primo d'Italia, con oltre 4 milioni di passeggeri imbarcati
e sbarcati in un anno. Oltre al traffico, prevalentemente turistico, con
le isole dell'arcipelago napoletano (la città è collegata anche da servizi
di aliscafi ed elicotteri con Capri, Ischia e Sorrento), è intenso anche
quello regolare con le isole Eolie, Messina, Palermo, Cagliari. L'attività
del porto mercantile (uno dei primi d'Italia) non ha cessato di aumentare,
grazie a vari fattori: l'importanza del suo retroterra che, sebbene poco
esteso, richiede grandi quantità di beni di consumo (cereali, carbone,
coloniali); il carico dei prodotti agricoli d'esportazione (ortaggi,
legumi e frutta, agrumi; prodotti caseari: mozzarelle, provole e
provoloni, ecc.) e soprattutto l'esistenza nel capoluogo e nei comuni
limitrofi di importanti industrie di trasformazione di materie prime
pesanti (raffinerie di petrolio, cementifici) e di costruzioni
ferroviarie, automobilistiche e aeronautiche (stabilimenti Alfa Romeo e
Aeritalia di Pomigliano d'Arco). Per quanto riguarda più strettamente il
capoluogo, si è registrato un progressivo fenomeno di
deindustrializzazione, con la chiusura di numerose iniziative minori e la
ricollocazione di altre fuori del centro urbano o addirittura in tutt'altra
località. Ancora rilevanti, a Napoli città, sono le industrie
metalmeccaniche e dei mezzi di trasporto, seguite dai rami del vestiario,
del tessile e dell'abbigliamento (in costante diminuzione), da quelle
cartarie e poligrafiche, delle pelli, del cuoio e delle calzature, dai
settori alimentare, della ceramica e del legno, nonchè da una miriade di
iniziative minime o piccole di ogni genere appartenenti a un "secondo
circuito" sommerso, o "nero", il cui peso reale risulta difficilmente
valutabile.
La
contemporanea sensibile avanzata delle iniziative del settore terziario ha
compensato solo in parte la perdita di posti di lavoro nell'industria -
sicchè la disoccupazione è aumentata - senza peraltro portare a una reale
soluzione dei gravi problemi infrastrutturali (primi fra tutti quello
della mobilità delle merci e dei lavoratori pendolari e quello della
fornitura di dotazioni civili soddisfacenti e adeguate al ruolo di terza
città d'Italia) che sono fra le concause del declino industriale e
demografico della metropoli partenopea.
Con poco
meno di 2 milioni di passeggeri transitati nel 1989, l'aeroporto di
Capodichino pone Napoli al terzo posto in Italia dopo gli scali passeggeri
di Roma e di Milano.
Napoli è
inoltre importante nodo stradale, autostradale e ferroviario e ha
un'intensa attività commerciale. Sviluppata è l'industria
turistico-alberghiera. La città di Napoli vanta nobili tradizioni
culturali: oltre all'antichissima università (1224), importanza notevole
hanno l'Istituto universitario navale, l'Istituto orientale universitario,
l'Istituto italiano di studi storici, l'Istituto di fisica nucleare, il
Centro internazionale di studi archeologici Amedeo Maiuri, l'Accademia
pontaniana, l'osservatorio astronomico (Capodimonte), l'osservatorio
vesuviano, l'orto botanico, la stazione zoologica con l'acquario, oltre
alle biblioteche (Nazionale, Farnese, Gioacchina) e ai musei.
Tra le
manifestazioni annuali notevoli: la festa di San Gennaro, con processioni
(primo sabato di maggio); la festa di Piedigrotta (settembre), la Fiera
internazionale della casa, arredamento, abbigliamento, edilizia, alla
Mostra d'oltremare (giugno-luglio), il Luglio musicale a Capodimonte e
l'Autunno musicale al Teatrino di corte di Palazzo Reale.
Napoli è
patria di innumerevoli artisti (Bernini, Salvator Rosa, Luca Giordano,
Vanvitelli, G. Gigante, V. Gemito, ecc.), musicisti (D. Scarlatti, R.
Leoncavallo, E. A. Mario), poeti e scrittori (Stazio, I. Sannazzaro, G. B.
Marino, G. B. Basile, G. B. Vico, G. Filangieri, P. Colletta, S. di
Giacomo, G. Marotta), patrioti e uomini politici (F. Caracciolo, C.
Poerio, L. Settembrini, C. Pisacane, V. Imbriani, A. Diaz, A. Labriola, E.
De Nicola) e uomini di teatro (E. Scarpetta, E. Caruso, Totr, i De
Filippo, ecc.). Nei pressi della città si trovano le città romane di
Pompei ed Ercolano, il Vesuvio, la Penisola Sorrentina, il monte Faito
verso SE; Capri a sud; verso ovest, i Campi Flegrei, Pozzuoli, con la
solfatara, Agnano (terme; ippodromo nazionale), Camaldoli e le isole di
Ischia e Procida. - La provincia di Napoli è per estensione una delle più
piccole province italiane, ma è la più densamente popolata: 1.171 kmq;
3.016.026 ab. distribuiti in 92 comuni, con una densità di 2.576 ab. per
kmq.
Il
comune di Napoli addensa sul 10% del territorio provinciale il 40% della
popolazione. Gli altri 90 comuni avevano nel 1951 una popolazione di
1.071.000 ab. Il denso reticolo di città minori e borghi, che si raccoglie
entro un raggio di 25-30 km dal capoluogo, costituiva già allora un'area
metropolitana atipica, con poche attività industriali e una base economica
in cui prevalevano piuttosto l'agricoltura intensiva, la pesca, il
turismo. La popolazione dell'hinterland di Napoli è aumentata in misura
non fortissima ma continua nei decenni successivi: 1.238.000 ab. nel 1961,
1.483.000 dieci anni dopo, 1.759.000 nel 1981 e 1.935.000 ab. all'inizio
del 1990. L'intera provincia costituisce uno spazio fortemente
urbanizzato. I comuni più popolosi sono quelli costieri del golfo di
Napoli: Pozzuoli, Portici (78.000 ab.), Ercolano, Torre del Greco (105.000
ab.), Torre Annunziata e Castellammare di Stabia; Sorrento e le isole di
Capri e Ischia sono i centri storici del turismo partenopeo. Nella pianura
a nord di Napoli si sono sviluppati sobborghi residenziali e industriali:
Casoria, Giugliano in Campania, Afragola, Acerra e Pomigliano d'Arco dove
hanno sede i grossi complessi industriali dell'Alfa Romeo, FIAT e dell'Aeritalia.
I centri ai piedi del Vesuvio, meno popolosi, sono collegati ad anello
dalla strada e dalla ferrovia circumvesuviana. Pompei è già ai confini con
la provincia di Salerno. A est la pianura di Nola conserva caratteristiche
in parte agricole.
L'agricoltura ha carattere intensivo; la viticoltura (Epomeo, Campi
Flegrei, Vesuvio) dà vini pregiati: capri bianco, lacrima Christi,
falerno, gragnano, vesuvio e i vini d'Ischia; oltre alla vite, si
coltivano ortaggi, frutta, canapa, agrumi, olivi. Notevoli le estensioni
boschive (castagneti). Attiva h la pesca a Procida, Pozzuoli, Torre del
Greco, ecc. L'industria è varia: oltre alle industrie del capoluogo,
attive sono le industrie navali, tessili, e soprattutto alimentari
(ortaggi, pomodori e frutta conservati; paste alimentari).
Alle già
affermate industrie siderurgiche e chimiche (Napoli, Torre Annunziata), ai
cantieri navali (Napoli, Castellammare di Stabia), alle manifatture di
tabacco, agli stabilimenti farmaceutici (Napoli), meccanici (Pozzuoli),
alimentari (paste, conserve, gelati), aeronautici (Fusaro), tessili (Capodichino),
si sono aggiunti i grandi impianti a partecipazione statale di Pomigliano
d'Arco. Tuttavia il processo di industrializzazione da solo non è bastato
a risolvere tutti gli antichi problemi locali: la disoccupazione mantiene
valori elevatissimi, le dotazioni civili sono in larga parte insufficienti
e anche sulla provincia si esercita, non meno che sul capoluogo, il peso
opprimente della malavita organizzata, sicchè quella di Napoli è l'unica
fra le quattro grandi province metropolitane italiane che ancora presenta
evidenti aspetti di sottosviluppo.
Fra le
attività del terziario, oltre a quelle che fanno capo ai servizi pubblici,
intensa è ovunque l'attività commerciale e sviluppatissimo è il turismo
(Sorrento, Capri, Ischia, Pompei). Frequentate sono le stazioni termali
dell'isola d'Ischia, di Agnano e Pozzuoli. Centri principali: Torre del
Greco, Portici, Casoria, Pozzuoli, Castellammare di Stabia, San Giorgio a
Cremano, Ercolano, Torre Annunziata, Afragola, Giugliano in Campania.
Storia
L'antica
Neapolis ("Città Nuova") fu fondata da un gruppo di coloni cumani
stabilitisi a Parthenspe (Partenope), già insediamento fenicio e poi, nel
VII sec. a.C., rodiese. Divenuta ben presto la città più importante della
Campania, intorno alla metà del V sec. accolse molto probabilmente dei
coloni attici e, verso il 420, i rifugiati di Cuma, conquistata dai
Sanniti, nel sobborgo di Palepoli (Palaiopolis, "Città Vecchia").
Assediata nel 327 dal console Publilio Filone, si arrese l'anno
successivo, divenendo alleata di Roma, alla quale rimase fedele sia
durante la spedizione di Pirro sia nel corso della guerra annibalica.
Nonostante la concorrenza del porto di Puteoli (Pozzuoli) e la distruzione
subita nell'82 a.C. da parte dei partigiani di Silla, nell'ultimo secolo
della repubblica e durante l'Impero fu assai florida economicamente e
famosa, oltre che per le sue bellezze naturali, anche come centro
culturale d'impronta greca (Virgilio vi studiò presso la scuola di Sirone,
stabilendosi più tardi nella villa forse ereditata dal maestro, e vi fu
sepolto). Eretta a municipio nel 90 a.C. e a colonia sotto Claudio,
conservò tuttavia fino al Basso Impero la lingua e le istituzioni greche.
Nel 476 vi fu imprigionato Romolo Augustolo, ultimo imperatore
d'Occidente.
Gli
Ostrogoti sottomisero Napoli senza difficoltà (493), ma la città venne
gravemente danneggiata dalla riconquista bizantina, che si realizzò
faticosamente tra il 536 e il 553. Napoli si risollevò sotto
l'amministrazione bizantina (rappresentata da giudici e duchi) e sotto il
patrocinio dei vescovi, e tanto crebbe in potenza, da respingere tutti i
tentativi di conquista dei Longobardi (581, 592, 599) e da imporsi agli
stessi Bizantini come una base indispensabile per la conservazione dei
loro domini in Italia. In cambio di questa collaborazione, Bisanzio
concesse ai Napoletani un'ampia autonomia, fondata essenzialmente sul
diritto di eleggere il proprio supremo magistrato, il duca. Per questa
via, il vincolo di dipendenza di Napoli dall'imperatore si allentò sempre
più e si ruppe di fatto sotto il duca-vescovo Stefano II (763). Capitale
per quasi quattro secoli (763-1139) di un ducato che si estendeva molto al
di là delle sue mura, Napoli riuscì a salvare la sua libertà e a
sviluppare le sue attività economiche e culturali con una politica ora di
forza ora di accortezza, che ebbe momenti epici nella lotta, assidua e
vittoriosa, contro i musulmani (secc. IX e X) e tortuose vicende nei
complicati e instabili rapporti con le altre forze prementi sul
Mezzogiorno: il papato, il Sacro romano impero, Bisanzio e i principati
locali derivati dal disfacimento del ducato longobardo beneventano. Ma le
esigenze contingenti di tale politica indussero il duca Sergio IV di
Napoli a favorire il primo insediamento ad Aversa (1030) di quei Normanni
che, nel giro di un secolo, sottomisero e unificarono nel regno di Sicilia
tutta l'Italia meridionale, Napoli compresa (1139). La conquista fu
compiuta da Ruggero II, primo re di Sicilia, a prezzo di una lunga lotta,
che nella sua ultima fase impegnò tutto il popolo nella difesa
dell'indipendenza della città. Sotto i re normanni Ruggero II (1130-1154),
Guglielmo I il Malo (1154-1166) e Guglielmo II il Buono (1166-1189), in
mezzo secolo, Napoli si adattò non senza resistenze e sommosse (anche a
sfondo sociale: nobili contro popolani) alla parte non più di capitale (la
capitale del regno era Palermo), ma di capoluogo di una provincia che
conservava il nome di principato di Capua. Ruggero II le garantì
l'autonomia amministrativa (con una forte accentuazione aristocratica),
Guglielmo I ne consolidò le difese (Castel Capuano, inizio di castel
dell'Ovo), Guglielmo II temperò in senso popolare l'amministrazione.
Quest'atto conciliò definitivamente i Napoletani coi Normanni così che
quando, morto Guglielmo II (1189), Enrico VI di Svevia intraprese la
conquista del regno di Sicilia, Napoli si schierò col suo rivale Tancredi
di Lecce cugino di Guglielmo II, che la colmò di privilegi e di favori, e
ne ebbe in cambio leale e generoso aiuto nella guerra contro lo Svevo, al
quale la città si arrese soltanto dopo un'eroica resistenza (1194). Punita
da Enrico VI con la demolizione delle mura e la revoca di ogni autonomia,
la città sopportò di malanimo il regime dispotico e fiscale di Federico II,
peraltro temperato da alcune illuminate iniziative (fondazione
dell'università, 1224, limitazione dei privilegi nobiliari, incremento dei
traffici, ricostruzione delle difese, ecc.). Dopo la morte di Federico II
(1250), partecipò attivamente alla lotta antisveva promossa dai papi e,
pur avendo per qualche tempo (1254-1266) accettato il dominio di Manfredi,
dopo Benevento si sottomise a Carlo d'Angiò (1266), che proprio a Napoli
fece decapitare Corradino, ultimo rampollo della casa sveva (1268). Sotto
la dinastia angioina (1266-1442) Napoli riacquistò dignità di capitale
dopo che la Sicilia, con la rivolta dei Vespri (1282), passò agli
Aragonesi; crebbe il suo peso politico, crebbero la popolazione, l'area
cittadina (arricchita di nuovi quartieri e monumenti, quali la reggia di
Castel Nuovo), le attività economiche e culturali, favorite, queste, anche
dal mecenatismo dei re, soprattutto di Roberto il Saggio; anche
l'amministrazione cittadina, affidata ai cosiddetti Seggi o Sedili, svolse
un'azione abbastanza efficace. Ma si inasprivano intanto gli squilibri, i
contrasti sociali e il fiscalismo; per di più, dalla morte di Roberto
(1343), si scatenarono quelle lotte dinastiche, che sboccarono
nell'affermazione di Alfonso V (I) il Magnanimo, re d'Aragona e di
Sicilia, che conquistò Napoli dopo un lungo assedio (1441-1442),
stroncando le ultime vane speranze e resistenze degli epigoni della casa
d'Angiò. I re aragonesi, nonostante le loro benemerenze soprattutto nel
campo culturale e la loro magnificenza incontrarono difficoltà nel
conquistarsi il favore popolare, tra l'altro per aver condotto a Napoli un
gran numero di Catalani, a occupare posizioni-chiave nella politica e
nell'economia, dove gi` operavano largamente altri forestieri, di origine
francese, toscana, veneziana. Alfonso V (I) e Ferdinando I (Ferrante) non
riuscirono ad arrestare le crescenti correnti avverse che, dopo
l'ammonitrice congiura dei Baroni (1485-1486), si manifestarono
nell'accoglienza trionfale a Carlo VIII di Francia (1495) e
successivamente nelle lotte franco-spagnole, che si conclusero nel maggio
1503 con l'ingresso di Consalvo di Cordova, il quale prese possesso di
Napoli in nome di Ferdinando II (III) il Cattolico. Durante il regime dei
vicerè spagnoli (1503-1707), Napoli mantenne una formale autonomia, ebbe
una rigogliosa ripresa urbanistica, prese, soprattutto ai tempi
dell'imperatore Carlo V, respiro di metropoli di importanza e fama
internazionali; ma pagò tutto questo a caro prezzo; tanto più caro quanto
più il predominio della Spagna, dopo l'apogeo, venne declinando nel XVII
sec. In un ambiente di stridenti contrasti culturali ed economico-sociali
e sotto il peso di un fiscalismo sempre più pesante, scoppiò la rivolta
popolare legata al nome di Masaniello (1647), seguita da un infelice
esperimento repubblicano e da un tentativo di occupazione francese e
conclusa col ritorno allo statu quo (1648), con l'aggravante di un
tenace strascico di rancori, e di sussulti politici e sociali,
caratterizzati da costanti conflitti tra nobili e popolani e da mutevoli
atteggiamenti degli uni e degli altri nei confronti dei dominatori
spagnoli. Il passaggio dalla dominazione spagnola all'austriaca, durata
dal 1707 al 1734, non modificò la formula del regime vicereale, nè le
condizioni generali della popolazione; suscitò anzi qualche rimpianto del
passato, tanto che l'avvento di Carlo III (VII) di Borbone (1734-1759),
figlio del re di Spagna Filippo V, vincitore degli Austriaci e istauratore
della nuova dinastia, fu accolto dai Napoletani con largo favore, come
inizio della restaurazione della città nel rango di capitale di un regno
indipendente e sovrano. I Borboni non delusero le aspettative dei loro
nuovi sudditi: Carlo e il suo successore Ferdinando IV diedero un notevole
impulso alla vita della città sotto ogni aspetto: politico-amministrativo,
monumentale, soprattutto culturale (G. B. Vico e gli illuministi Genovesi,
Galiani, Pagano, Filangieri, ecc.) e intrapresero alcune riforme
d'ispirazione illuministica. La Rivoluzione francese e le conseguenti
guerre coinvolsero Napoli, dove si susseguirono l'effimera Repubblica
Partenopea (1799), espressione della volontà di un'esigua minoranza "giacobina"
senza radici nella popolazione, e l'occupazione francese, che portò al
trono prima Giuseppe Bonaparte, poi Gioacchino Murat. Nel periodo francese
(1806-1815), la citt` ebbe nuova amministrazione (i decurioni, per altro
già introdotti da Ferdinando IV nel 1800) e nuovo incremento urbanistico e
culturale; ma ciò non bastò a far dimenticare, soprattutto al popolo
minuto e al clero, la vecchia dinastia riparata a Palermo. Perciò la
restaurazione dei Borboni, ora in veste di re delle Due Sicilie
(Ferdinando IV, ora I, Francesco I, Ferdinando II, Francesco II, dal 1815
al 1860), fu accolta con soddisfazione dalla maggioranza della
popolazione. La città di Napoli, nonostante lo spirito retrivo e l'inerzia
dei re, continuò a progredire: a Napoli fu costruito il primo battello a
vapore (Ferdinando I, 1818), inaugurata la prima ferrovia (la
Napoli-Portici, 1839), adottate le prime comunicazioni telegrafiche
d'Italia; nel 1848 la marina napoletana era la terza d'Europa, i traffici,
specialmente marittimi, prosperavano, il costo della vita era modesto e la
tassazione media tenue. Nel campo della cultura, basterà ricordare
Francesco De Sanctis, Luigi Settembrini, Bertrando Spaventa, e molti
insigni politici, tutti più o meno attivamente partecipi al movimento
risorgimentale. A questo Napoli concorse coi moti del 1820-1821 e del
1848, entrambi tragicamente falliti; le iniziative liberali di Francesco
II (concessione della costituzione, giugno 1860) anticiparono di pochi
mesi la conquista di Garibaldi (7 settembre) e la formale annessione del
regno agli Stati sabaudi (plebisciti dell'ottobre). Da quel momento la
storia di Napoli si inserisce nella storia d'Italia: tra le benemerenze
della città, duramente provata dai bombardamenti nella seconda guerra
mondiale, meritano ricordo le quattro giornate di lotta popolare, che la
liberarono dall'occupazione tedesca (25-28 settembre 1943).
ERCOLANO,
POMPEI E IL VESUVIO
<<Subito
dopo Neapolis c’è la fortezza di Herculaneum, che occupa un promontorio
che si protende sul mare assai battuto dal Libeccio, così da rendervi
salubre l’insediamento. Gli Oschi occupavano sia Neapolis sia la vicina
Pompei presso cui scorre il fiume Sarno, poi la occuparono i Tirreni ed i
Pelasgi e, dopo questi, i Sanniti. Pure questi ultimi, però, furono poi
cacciati dal posto.
Porto di
Nola, Nuceria ed Acerrae (che ha lo stesso nome di una località vicina a
Cremona) è Pompei, presso il fiume Sarno su cui si importano e si
esportano mercanzie.
Sopra
questi luoghi si leva il monte Vesuvio, interamente occupato tutt’intorno,
salvo che alla sommità, da campi bellissimi. La sommità stessa è per buona
parte piana, ma del tutto sterile, dall’aspetto cinereo; essa mostra delle
cavità con fessure, che si aprono su rocce fuligginose in superficie come
fossero state divorate dal fuoco. Così uno potrebbe supporre che questo
luogo precedentemente bruciasse e avesse crateri di fuoco che poi si
estinsero, una volta venuta meno la materia da ardere. Forse questo è
anche motivo della fertilità della terra lì intorno […] Il suolo è ricco
infatti di sostanza grassa e di terra bruciata anch’essa atta a produrre
frutti. Pertanto, quando la terra è sovrabbondante di grasso, è adatta a
prender fuoco, come ogni sostanza solforosa e dopo che si è inaridita e
spenta, trasformata in cenere, diviene adatta alla produzione.>> [tr.
AA.VV.]
Ma
giunse il fatidico 79 d.C.: ecco la descrizione del fenomeno in una
lettera inviata all’amico Tacito da Plinio il Giovane!
<<Mio
zio [Plinio il Vecchio] si diresse alla spiaggia per vedere se era
possibile imbarcarsi, ma il mare era tempestoso ed impraticabile. Allora
si distese su una coperta, chiese dell’acqua e bevve due volte. Intanto le
fiamme si avvicinavano e si sentiva un forte odore di zolfo che mise in
fuga tutti gli altri. Egli si riscosse e, nello stesso momento in cui due
servi lo aiutavano a levarsi in piedi, morì: io credo che il vapore che
andava sempre più aumentando gli impedì di respirare e gli serrò lo
stomaco […] Cominciava a piovere cenere, ma non ancora fitta. Vidi dietro
le mie spalle una densa foschia che, spargendosi per terra come un
torrente, ci incalzava. Pensai: è meglio che cambiamo strada prima di
essere travolti dalla folla che ci viene dietro. Improvvisamente si fece
notte, ma non una notte nuvolosa e senza luna: era come quando ci si trova
in un luogo chiuso senza lume. Si sentivano i gemiti delle donne, le urla
dei bambini, le grida dei mariti: chi cercava a gran voce il padre, chi il
figlio, chi il consorte; alcuni lamentavano il proprio destino, altri
quello dei propri cari; c’era chi invocava la morte, chi pregava gli dei,
ma molti dicevano che gli dei non c’erano più e che quella era l’ultima
notte del mondo. Né mancavano quelli che con paure immaginarie aumentavano
il pericolo. Alcuni dicevano mentendo che venivano da Miseno e che era
tutta una rovina, completamente incendiata. Fece un po’ di chiaro, ma non
sembrava giorno, sembrava piuttosto la luce del fuoco che si avvicinava.
Ma poi il fuoco si fermò più lontano e noi ripiombammo nell’oscurità e
nella nuvola di cenere. Ogni tanto ci alzavamo per scuotercela di dosso,
altrimenti ne saremmo stati coperti. Finalmente quella foschia si attenuò
e svanì come fumo o nebbia. Finalmente si fece giorno ed apparve anche il
sole, scolorito come se ci fosse l’eclisse. Tutto appariva mutato e
coperto da un monte di cenere, come se fosse nevicato. Le scosse di
terremoto continuavano e molti, f |