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CONSIDERAZIONI PRELIMINARI
Il teatro, in tutte le sue forme, ha
avuto, specie nell’antichità, sempre un potere di
contestazione esplicita e questa opposizione alla
realtà sociale è sempre divenuta il principio motore
di ogni creazione artistica.
Nei passaggi da una struttura sociale
ad un’altra e nei disordini che essi comportano
possiamo considerare le cause e le condizioni delle
creazioni artistiche.
Bisogna, infatti, rilevare che i
grandi periodi creativi si realizzano quasi tutti in
momenti di rottura sociale: la creatività drammatica
greca è al culmine nel momento in cui gli effetti
del lento passaggio dalla vita rurale patriarcale
alla vita urbana si fanno sentire con maggiore
intensità; è il caso del 480 a.C., anno della
battaglia di Salamina, battaglia che comporta un
mutare della società.
A quest’epoca corrisponde il momento
in cui nelle città greche si impone una nuova
originale forma sociale, tanto per il funzionamento
del sistema politico, economico e giuridico di
questo, tanto per la veemenza dei conflitti che
opposero le città le une alle altre, ed è a
quest’epoca che corrisponde anche una fioritura
improvvisa di importanti opere teatrali a cui fa
seguito poi un’interruzione repentina.
La forma teatrale, quindi, risulta
una forza sociale la cui funzione è quella di
situarsi in maniera nuova in rapporto agli eventi ed
agli altri gruppi umani; la manifestazione teatrale
ha incarnato, perciò, spesso, il conflitto tra
censure sociali e libertà del futuro, profilando
sulle scene individui in lotta contro l’ordine
stabilito.
Il teatro greco diventa, quindi,
anch’esso funzione essenziale della vita della pòlis
ed è portatore di una problematica politica e
sociale essendo stato il poeta sollecitato da
specifiche situazioni che hanno determinato il suo
atteggiamento e la sua creazione: non possiamo,
infatti, dimenticare come in qualsiasi forma
artistica si rifletta la posizione dell’artista
nella vita del tempo.
Il patrimonio mitico, cresciuto su di
un terreno sociale ben diverso (la società tribale
di re, sacerdoti e pastori), poteva essere
reinterpretato in funzione dei nuovi problemi della
città e della sua politica.
La reinterpretazione del mito in
senso moderno fu assolta soprattutto dal teatro
tragico, che divenne un momento centrale nella vita
della comunità ateniese; fu, nello stesso tempo,
rito religioso, dibattito ideologico e riflessione
collettiva a cui partecipavano, spesso a spese dello
Stato, tutti i cittadini ateniesi.
In Grecia, ed in particolar modo ad
Atene, quindi, le rappresentazioni teatrali furono
un grandissimo "fatto sociale" e molto più che ai
nostri giorni un fenomeno di massa; esse diverranno,
inoltre, sempre più una conquista, un mezzo di
conoscenza, uno specchio della società, un legame
sociale.
Non possiamo se non ripetere che il
teatro fu un vero centro di vita intellettuale che
agiva efficacemente sulle masse sia dal punto di
vista estetico che da quello educativo e culturale.
Non solo il teatro con le sue
rappresentazioni , ma anche gli edifici furono
utilizzati come centri di vita e servirono spesso
come luogo di adunanze così per le assemblee come
per i giudizi…
Struttura architettonica ed
organizzazione scenica
A Creta
A Creta alcuni sacri recinti, ove
sembra si svolgessero cerimonie religiose con danze
e cori, possono essere riconosciuti tra i luoghi che
in età più remota furono adibiti a rappresentazioni
teatrali.
In Grecia
Fu in Grecia, comunque, dopo un
periodo (quello più antico della storia di Atene) in
cui le rappresentazioni avevano luogo nell’agorà,
che l'area destinata agli spettatori assunse in
origine la forma di gradinate a squadra, con
un'angolazione che venne poi smussandosi fino a
determinare una sede inclinata e semicircolare, come
luogo stabile da cui assistere a manifestazioni
religiose e artistiche.
Il teatro in età classica
Gli esemplari più antichi sono
identificabili nelle strutture di Eleusi e di
Torico, databili al VII sec. a.C., mentre si può
assumere, come forma compiuta e paradigmatica
dell'evoluzione architettonica per l'età classica,
il teatro di Dioniso Eleutherios in Atene, situato
sulle pendici meridionali dell’acropoli entro il
thèmenos ("recinto sacro") di Dioniso,
complesso e funzionale nell'eleganza definita
dell'impianto.
L’"orchèstra"
L'area occupata dagli attori,
chiamata "orchestra", ossia luogo delle
danze, di forma variamente trapezoidale /
semicircolare o circolare e del diametro di ca. m.
20, era situata di solito in una zona piana,
affiancata a un pendio, delimitata all'intorno da un
canale ricoperto di lastre, ampio poco meno di m. 1,
detto "euripo", che convogliava le acque
defluenti dalla collina.
L’altare di Dioniso
Talvolta un rilievo in pietra segnava
con maggiore evidenza lo spazio dell'orchestra, il
cui piano in terra battuta celava sotterranei e "praticabili",
ricavati per esigenze di scena; al centro doveva
essere primitivamente la Jumelh ("altare"),
di forma circolare e con la statua di Dioniso,
altare che serviva sia per offerte sia come punto di
riferimento per i movimenti del coro .
Le "pàrodoi"
L'accesso al teatro avveniva o
dall’alto (come spesso oggi) o attraverso le parodoi
("passaggi laterali"), spesso lievemente
inclinate, arricchite da statue e dediche votive,
utili agli attori e agli spettatori, chiuse da porte
solo in età più tarda. Da quella di destra, per
convenzione, entravano i personaggi provenienti
dalla città, dall’altra di sinistra quelli che
giungevano dalla campagna.
La "cavea"
Il pendio, con i sedili sistemati a
gradinata, costituiva la cavea, costruita nel
sec. IV al posto dei sedili di legno, generalmente a
semicerchio abbondante intorno all'orchestra; era
divisa in tredici cunei da dodici scalette
verticali, mentre i diazwmata ("corridoi")
separavano orizzontalmente i settori secondo il
prestigio di chi l’occupava.
I sedili
I primitivi sedili in legno furono
successivamente sostituiti, originariamente, con
sessantasette seggi in pietra od in marmo pentelico,
con schienali e braccioli di varia forma e dignità
per i personaggi più autorevoli (quello centrale era
assegnato al sacerdote di Dioniso).
I pannelli scenici
La scena, tangente all'orchestra, era
originariamente una costruzione improvvisata con
tendaggi e pali, ma in età classica assunse una
linea architettonica stabile come sfondo all'azione,
alla quale spesso si adeguava; si ebbero infatti
riproduzioni della facciata di un palazzo reale o di
un tempio, rocce, grandi sepolcri e altari; talvolta
su pinakeV (tavole dipinte issate lungo le antenne,
quando servivano, altrimenti calate dentro la fossa
scenica per mezzo di corde) o prismi girevoli erano
raffigurati paesaggi di città o di campagna; pedane,
gru, fosse e rotaie di scorrimento venivano
impiegate per gli artifici scenici necessari.
I parasceni
Due strutture laterali, dette
paraskhnia ("parasceni"), definivano con
maggior compiutezza l'edificio di fondo, in cui si
aprivano le porte, tre normalmente, a indicare
vicine o lontane provenienze.
Dietro erano i luoghi riservati agli
attori, ai costumi e agli attrezzi.
Gli attori
A proposito di attori ricordiamo che
questa professione era riservata esclusivamente ai
maschi.
Il mestiere di "istrione", infatti,
diversamente che in Roma, era tenuto in grandissima
considerazione (gli attori professionisti erano
spesso remunerati come divi dello Stato) e, quindi,
ruoli preminenti non potevano essere affidati se non
a donne libere: ma queste vivevano preminentemente
in casa , né si faceva comunemente uso di ragazzi
per simulare le voci femminili (anche se brevi parti
infantili sono contemplate in più di una tragedia).
Protagonisti e "spalle"
Il ruolo del protagonista (in origine
lo stesso autore della tragedia) era preminente e
secondo e terzo attore ("deuteragonista" e "tritagonista")
dovevano stare al loro posto; senza contare gli
innumerevoli kwja proswpa ("personaggi muti";
per lo più cittadini presenti sulla scena come
guardie di scorta, ancelle, giudici, …).
Plurifunzionalità dell’attore
D’altronde la professione doveva
essere certamente molto impegnativa, se, a
prescindere dalla nitidezza della voce e da
un’acconcia gestualità, soli tre attori erano
costretti ad interpretare otto-dieci personaggi (per
l’"Edipo a Colono" si ipotizza che il
personaggio di Teseo fosse interpretato da tutti e
tre gli attori, a turno).
I costumi degli attori
Per quanto riguarda i costumi (forse
introdotti da Eschilo) indossati dagli attori
fondamentale era il kiton ("chitone"), una
tunica a maniche lunghe abbellita da ornamenti e
legata da una cintura sotto il petto (chitone
ionico) o più corta ed aperta sui fianchi (chitone
dorico); sul chitone veniva indossato o un imation
(lungo mantello raccolto sulla spalla destra) o una
clamuV ("clamide"), un mantello corto
portato sulla spalla sinistra.
Anche il colore dei costumi era
importante (il nero indicava lutto o sventura, il
porpora la dignità regale, …), ma i personaggi erano
distinguibili pure da particolari caratterizzanti
(ad esempio, la bakthria, cioè il bastone, per i
vecchi; la spada per il guerriero; una ghirlanda per
il messaggero; …).
Ad incrementare la già notevole
statura dell’attore, imbottito e munito di un ogkoV
("parrucca") per motivi scenici (cioè per
essere distinto anche dagli spettatori posti sulle
ultime gradinate), era diffuso l’uso del koJornoV
("coturno"), un tipo di calzatura che, nata
con suola bassa, ma resa più spessa in epoca tarda,
aumentava di buoni venti centimetri… la solennità
del personaggio interpretato.
Le maschere
La maschera, il cui uso è attestato
nell’arte greca con implicazioni religiose molto
prima del dramma, era la caratteristica più
importante dell’attore greco.
Fatta di lino / sughero / legno e
munita di una parrucca, pur con una fisionomia fissa
(viso dipinto di bianco per le donne, di grigio per
gli uomini ) ed una bocca leggermente aperta per il
solo fine di fungere da megafono (la scena poteva
distare dagli ultimi spettatori anche m. 90), era
fondamentale per attori che dovevano sostenere anche
dieci ruoli diversi e, quindi, accessoriata (colore,
forma, natura dei capelli; varietà dei copricapi; …)
in modo tale da poter ottenere da pochi tipi una
serie di personaggi dissimili.
Di quelle del sec. V ci sono
pervenute scarse informazioni, ma scavi effettuati a
Lipari hanno portato alla luce terrecotte
raffiguranti personaggi teatrali che consentono di
contare ben 44 tipi da collocare nell’arco di tempo
che va dalla prima metà del sec. IV alla metà del
sec. II a.C..
Nel periodo d’oro della tragedia
(sec. IV) la maschera diventa più imponente e
presenta una bocca decisamente sproporzionata al
resto del volto.
Il coro
Accanto agli attori c’era il coro, i
cui componenti ("coreuti"; prima 12, poi 15;
vestiti con chitone o, se schiavi, con un farsetto),
oltre a godere anch’essi di stima pubblica, erano
preparati da un istruttore (a volte lo stesso autore
della tragedia) e pagati dal "corego", un
ricco ateniese disposto ad addossarsi il peso della
sponsorizzazione del dramma.
I coreuti, una volta entrati in
scena, si sistemavano, per facilità di manovra nel
cambiare gli schemi, su cinque file di tre elementi.
Di esso null’altro sappiamo e, anche
se gli autori ci hanno fornito nomi di balli e
schemi di movimento ("la tenaglia", "mani
sulla testa", "la danza del bastone", …),
non ne forniscono spiegazioni, né chiariscono la
posizione del coro nei momenti di non-attività.
Il teatro in età ellenistica
In età ellenistica si venne
accentuando l'importanza dell'edificio scenico, che
assunse un valore architettonico decorativo, nella
forma, divenuta stabile, di costruzione lunga e
stretta; la fronte, rivolta verso gli spettatori
(fronte scenica) e movimentata con nicchie, portici,
fondali e pannelli dipinti, era sopraelevata
rispetto all'orchestra, ormai occupata dal pubblico;
gli attori tragici (a differenza di quelli della
commedia che agivano in prossimità degli spettatori)
recitavano su una pedana, profonda anche 3 m,
sostenuta da colonne o da murature, ornate da
statue, semicolonne e grandi vasi di bronzo per la
risonanza.
L'edificio scenico, ormai divenuto
una costruzione a più piani, talora si apriva sul
lato opposto all'orchestra in un portico monumentale
.
Le origini
Il teatro greco ebbe origine
nell'Attica nella forma del dramma satiresco, della
tragedia e, quindi, della commedia, in stretta
connessione con il culto di Dioniso e con le sue
feste esaltanti che, operando la comunione
dell'umano con il divino, crearono l'ambiente adatto
perché sensibilità, passioni e fantasia dessero vita
a una finzione drammatica.
Infatti dal ditirambo lirico, in cui
i coreuti, disposti a circolo (cori ciclici) con il
corifeo in mezzo, esponevano in un canto univoco con
più o meno particolari un mito o una leggenda
concernenti il dio, si passò al ditirambo dialogato,
in cui coreuti e corifeo assumevano le parti di due
interlocutori, l'uno che interrogava, l'altro che
rispondeva.
Bastò che al corifeo, che
rappresentava Dioniso, e ai coreuti, costituenti lo
stuolo dei suoi seguaci, si aggiungesse un secondo
personaggio, perché si avessero gli elementi
essenziali del dramma.
L'innovazione, feconda di successivi
ampliamenti, fu attribuita dalla tradizione a Tespi,
ritenuto comunemente l'inventore della tragedia.
Con lui, pertanto, l'elemento tragico
si sarebbe scisso da quello comico, con il quale era
mescolato nel dramma primitivo, e Dioniso, con le
sue edificanti avventure, sarebbe stato sostituito
dagli eroi e dalle loro dolorose vicende.
Feste ed agoni
Tra il 536 e il 532 a.C., per volontà
di Pisistrato, ad Atene venne data la prima
rappresentazione organizzata dallo Stato e furono
istituiti annuali agoni tragici.
Circa un cinquantennio dopo (486
a.C.) pure la commedia, nata anch'essa dal culto di
Dioniso e collegata con le feste in suo onore, da
spettacolo privato divenne pubblico e regolato da
norme precise (agoni comici).
Nel V e nel IV sec. a.C. in Atene e,
in misura minore, come è presumibile, in talune
altre città elleniche l'attività teatrale fu intensa
e feconda.
Essa si svolgeva normalmente, poiché
i Greci combattevano solo a fine primavera ed in
estate, nel corso delle tre importanti feste
dionisie (piccole dionisie o rurali [che si
svolgevano nel mese di Poseidone, cioè a
dicembre/gennaio], lenee [attuate nel mese di
Gamelione, cioè a gennaio / febbraio; così chiamate
da Lenai, uno dei seguaci di Dioniso ], grandi
dionisie o urbane [tenute nel mese di Elafebolione,
cioè a marzo / aprile] ) e talvolta delle antesterie
; ne era soprintendente l'arconte eponimo nelle
grandi dionisie, l'arconte re nelle lenee, ai quali
veniva riservata la designazione del cittadino
abbiente obbligato ad assumersi la coregia e
l'ammissione dei concorrenti al concorso drammatico.
Nello spirito competitivo proprio
dell'indole del popolo greco, i tre poeti scelti
negli agoni tragici dovevano presentare una
tetralogia (tre tragedie e un dramma satiresco),
mentre i tre (più tardi cinque) degli agoni comici
gareggiavano con una sola commedia .
L'autore, che talvolta anche fungeva
da attore, o il corego stesso o un esperto
corodidascalo curava l'istruzione del coro, la
distribuzione e recitazione delle parti e
l'allestimento scenico, che, primordiale agli inizi,
si arricchì via via di ingegnosi espedienti.
Una commissione di cinque cittadini
per la commedia, forse di dieci per la tragedia,
estratti per lo più a sorte, giudicava le opere
presentate e stabiliva le graduatorie di merito.
Dopo il verdetto, l'arconte redigeva
un resoconto ufficiale con tutte le notizie relative
ai drammi rappresentati.
Raccolte da Aristotele nelle sue
Didascalie, pervennero a noi, insieme con gli
argomenti ("Hypothéseis"), con i testi
manoscritti delle singole opere .
I vincitori, l'autore, l'attore e in
seguito anche il corego erano premiati con una
corona di edera e di alloro e con un tripode di
metallo, che spesso veniva dedicato a Dioniso.
Sorto dal popolo e promosso per le
esigenze e l'educazione del popolo, il teatro in
Atene concentrava l'attenzione e l'interesse di
tutti i cittadini.
Ai poveri, perché potessero assistere
agli spettacoli, era concesso dallo Stato un
sussidio di due oboli ("theorikón"):
sussidio, comunque, destinato ad aumentare con il
tempo.
LE RAPPRESENTAZIONI TEATRALI, GLI
ATTORI, IL CORO, LA MUSICA
In Grecia le rappresentazioni, sia
quelle tragiche che le comiche, erano connesse alle
feste in onore del dio della vegetazione e del vino,
Dioniso, ma non bisogna dimenticare, a dimostrazione
di quanto fosse sentita la presenza degli dei in
tutte le attività quotidiane, che nell'arco
dell'anno innumerevoli erano le feste dedicate a
questo od a quel dio le quali presentavano gare di
velocità, musicali e concorsi vari.
Tra quelle in onore di Dioniso tre
risultavano legate a spettacoli teatrali: le Lenee,
le Dionisiache dei campi e le Grandi
Dionisiache, mentre nelle Antesterie, tipica
festa per il vino nuovo, della durata di tre giorni
a fine febbraio, non c'erano spettacoli.
Le Dionisie rurali si svolgevano a
fine dicembre nei singoli demi e, quindi,
diverse l'una dall'altra secondo le più o meno
ricche possibilità finanziarie dei vari distretti
rurali; mancarono di ufficialità e, nel migliore dei
casi, ci si limitava a riproporre commedie e
tragedie già conosciute.
Le Lenee avevano luogo nel recinto
sacro di Dioniso Leneo (da lenòs = torchio) a
fine gennaio, quando la brutta stagione non
permetteva un grande afflusso di persone, e
consistevano o in processioni o in gare teatrali
(per lo più commedie, dato il carattere lieto di
queste feste). La prima rappresentazione "ufficiale"
di una tragedia in esse è da collocarsi intorno al
432, di una commedia verso il 445 a.C.
Le Grandi Dionisie venivano
effettuate a marzo, attiravano (e per la loro
importanza e per le mutate condizioni climatiche) un
gran numero di persone da ogni parte della Grecia e
comprendevano, dopo la processione simboleggiante il
ritorno di Dioniso ad Atene da Eleusi e le danze in
onore del dio, anche rappresentazioni.
Dei sei giorni destinati alle
cerimonie ben tre erano riservati a
rappresentazioni, concorsi diretti dallo Stato di
cui aveva l'organizzazione, nonché la sorveglianza,
l'arconte eponimo (mentre le Lenee erano presiedute
dall'arconte re). Compito dell'arconte, oltre quello
di trovare un corego per ogni autore, che
finanziasse le spese globali di chi aveva chiesto
l'ammissione al concorso domandando la concessione
di un coro, era anche di selezionare, tra quanti si
proponevano, non più di sei poeti (tre tragici più
tre comici). E si ricordi che la coregia era imposta
a turno ai cittadini più ricchi di
ogni tribù: se, tuttavia, il corego rifiutava di
sostenere le spese, era lo Stato che subentrava al
suo posto.
Ogni autore, all'inizio anche con
mansioni di maestro del coro e di protagonista,
nei giorni dedicati alle rappresentazioni
drammatiche presentava tre tragedie che,
accompagnate da un dramma satiresco o da una
tragedia a lieto fine (come spesso in Euripide),
formavano una tetralogia.
Precedeva le gare la cerimonia del
proagon che faceva conoscere a tutti il
programma previsto e che, dalla metà del sec. V,
prese a svolgersi nell'odeon alla presenza dei
musici e degli attori, cioè di quanti interessati a
pubblicizzare le loro opere. Seguiva il concorso il
giudizio affidato a cinque o, per alcuni studiosi,
dieci giudici che premiavano, si pensa senza
pressioni essendo sorteggiati, con una corona di
edera il poeta vittorioso, ma tutti, in misura più o
meno grande, avevano una ricompensa. L'arconte,
quindi, faceva stilare, e le didascalie scolpite nel
marmo ce ne hanno dato una conferma, l'ordine di
premiazione ed il nome dei poeti.
La prima tragedia rappresentata alle
Grandi Dionisie è da far risalire al 533, all'anno,
cioè, in cui Pisistrato istituì i concorsi in queste
feste; la prima commedia al 486.
Gli attori, giunti a un numero non
superiore a tre, avevano un ruolo maschile e
femminile, dato che alle donne non era permesso
assistere alle commedie e tanto meno recitare. La
pittura vascolare del periodo ci attesta l'esistenza
di maschere, una pratica molto probabilmente
derivata dal culto religioso, ma sappiamo che di
certo fu Tespi ad introdurle sulla scena. Ottenuta
colando del gesso su una struttura di cartone o
semplicemente di tela, la maschera copriva
completamente la testa, era fornita di parrucca e di
barba per distinguere il personaggio maschile da
quello femminile e presentava un'apertura
all'altezza della bocca per il passaggio della
voce: e si pensi che le battute dovevano essere
ascoltate fin su in cima al koilon!
Mentre la tradizione ritiene Tespi
inventore del primo attore, Eschilo del secondo e
Sofocle del terzo e riferisce anche di altri attori
sulla scena, purché muti, Polluce, uno
scrittore del sec. II d.C., a proposito delle
maschere, ricorda, dalle origini all'età
alessandrina, ventotto tipi diversi per la tragedia,
quattro per il dramma satiresco, quarantaquattro per
la commedia.
Anche la veste indossata non è che
agevolasse i movimenti degli attori sulla scena
risultando imbottita e lunga fino a terra. Formata
dalla sottoveste (chiton) e dal mantello (epiblema),
aveva anche colore diverso secondo la condizione o
lo stato d'animo dei personaggi: azzurra,
verde o grigia per gli sfortunati, nera per quelli
in lutto, gialla per le donne, purpurea per i re,
ricca di tonalità per i personaggi felici.
Le scarpe (kothornos o embates)
erano quadrate e con suola molto doppia.
Le mani, infine, erano occupate a
reggere oggetti simbolici, quali lo scettro per gli
dei, la spada per i guerrieri, il tirso per gli dei.
Il coro (prima di dodici, poi di
quindici coreuti) manteneva il contatto con gli
attori per il tramite del corifeo, una specie
di capo-coro il cui ruolo, importante quando c'era
un unico attore, andò via via scemando e concesse
maggiore spazio a parti cantate a turno dagli attori
e dal coro. Circa la disposizione di quest'ultimo
sulla scena sappiamo che poteva disporsi: kata
stoichus, con tre file ognuna di cinque o
quattro coreuti e ciascuno della prima fila prendeva
il nome di aristerostates, della seconda
laurostates, della terza dexiostates; kata
ziugà, in cinque file di tre coreuti nel coro di
quindici; emichória, in due semicori a capo
di ognuno dei quali c'era un parastates.
Durante la recitazione degli attori il coro, che
ebbe una parte importante soprattutto nelle
rappresentazioni drammatiche, sembra che eseguisse
una danza ritmica procedendo da sinistra a destra
nel corso della strofe, da destra a sinistra durante
l'antistrofe.
La musica di accompagnamento delle
parti liriche era quella del flauto (aulos),
mentre il ritmo della danza variava con il mutare
dei generi divenendo solenne nella tragedia
(emmeleia), vivace nel dramma satiresco
(sikinnis), sfrenato nella commedia
(kordax).
La tragedia: specchio dei tempi
Ad eccezione del dramma satiresco
(che, pur muovendo dal mito, lo sfruttava in modo
umoristico), della farsa burlesca, del mimo e del
pantomimo, rivolti a soddisfare un diletto di breve
durata, la drammatica ateniese del V e IV sec. a.C.
nelle sue forme più significative (Eschilo, Sofocle,
Euripide) è legata alle condizioni del tempo e ne
riflette i fatti e i problemi di maggior rilievo.
La tragedia nella mirabile fusione di
epica e lirica e nell'armonia dei mezzi espressivi
della parola, del canto e della danza, adombra nella
rappresentazione del mito la realtà quotidiana nei
suoi contrasti politici e sociali e nelle sue ansie
morali e religiose .
Nell'età ellenistica il teatro perse
l'originale carattere religioso e civico.
Mentre l'organizzazione degli
spettacoli passava dai coreghi agli agonoteti,
funzionari statali, la tragedia , perdendo ogni
carica emotiva , si ridusse a esercitazione
letteraria o, per un processo di progressiva
profanizzazione, si trasformò nella commedia «nuova»
(Menandro).
La grande elaborazione dell'arte
tragica spetta alla Grecia del V sec. a.C., è
creazione del genio greco, come greca ne è la
denominazione e greco lo sviluppo; la tragedia
risulta forma particolare dell'animo greco in cui in
tono di alta commozione si rappresentavano scene e
fatti dell'epoca eroica; il dialogo si alternava con
il coro che esprimeva alti concetti morali.
Ma cosa significa specificamente il
termine "tragedia"? Il nome è quasi sicuramente
formato dalle parole "capro" e "canto", ma se
significasse "canto per il capro" o "canto per
accompagnare il sacrificio del capro", animale sacro
al dio Dioniso, è tuttavia molto incerto. Si è
soliti perciò tornare all'interpretazione data da
Aristotele che nella Poetica fa derivare il
termine dall'ipotesi dionisiaca, ma si è soliti
anche avallare la ridefinizione data da Vico che
ricerca l'origine della tragedia antica nella satira
che avveniva nel periodo della vendemmia. "Co’
personaggi de' satiri, eh' in quella rozzezza e
semplicità dovettero ritrovare la prima maschera col
vestire i piedi, le gambe e cosce di pelli caprine,
che avere alla mano e tingersi i volti e l'petto di
fecce d'uva, ed armar la fronte di corna (onde forse
finora, presso di noi, i vendemmiatori si dicono
volgarmente cornuti); e si può esser vero che Bacco,
dio della vendemmia, avesse comandato ad Eschilo di
comporre tragedie. E tutto ciò convenevolmente ai
tempi che gli eroi dicevano i plebei esser mostri di
due nature, cioè d'uomini e di caproni, come appieno
sopra si è dimostrato".
Analizzare le caratteristiche della
tragedia greca, latina, quest'ultima quasi sempre di
derivazione greca, non è compito certo facile. La
problematica intorno a questo tema è svariata;
mantenere quindi le fila risulta vano per gli spunti
sul tema che si vogliono dare qui.
Considerando l'esiguità delle opere
superstiti rispetto all'enorme produzione che
caratterizzò l'Attica del V sec. a.C., risulta
rischioso parlare della tragedia greca poiché ci si
basa solo su pochi elementi, infatti senz'altro
molti altri scrittori, di cui non ci è giunta
notizia, avranno elaborato tragedie e la stessa
produzione dei tre grandi tragediografi come
Sofocle, Eschilo ed Euripide dovette essere molto
più vasta rispetto a quella che ci è pervenuta.
Sembra, infatti, che di Eschilo siano
state rappresentate settanta o ottanta tragedie
sulle sette pervenute; così per Sofocle che ne
scrisse 123, per Euripide che ne scrisse ottanta di
cui diciannove conosciute. Si tratta dunque di un
campione veramente esiguo e perciò il compito di
ricavare da esso una struttura generale della
tragedia e dei caratteri comuni è cosa ardua, se non
addirittura arbitraria. Si è sicuri comunque che
ogni tragedia greca o latina che fosse, avesse tre
elementi caratteristici comuni: il coro,
ribadendo che nella tragedia greca era sistemato
nell'orchestra e in quella romana sulla scena dove
appariva ad intervalli; il dialogo e la
sticomitia che consistevano nel fatto che ogni
interlocutore recitava una battuta racchiusa in un
solo verso.
Oltre questi elementi definibili come
elementi di carattere strutturale e stilistico, se
ne possono, anche se non sempre evidenziabili in
tutte le tragedie, rintracciare altri qui di seguito
riportati:
a) la presenza e lo studio delle
caratteristiche fisiche, morali e intellettuali
dell'eroe. A questo proposito va ricordato che la
letteratura occidentale inizia la sua storia proprio
con la presentazione di personaggi eccezionali; la
figura dell'eroe descritta e rappresentata
attraverso un'azione che progressivamente si
intensifica e diventa tragica, è il centro su cui si
focalizza l'azione: l'eroe si scontra con forze su
cui non potrà mai vincere, di qui l'orribile e
spesso il sanguinario;
b) la struttura degli eventi, vale a
dire lo schema delle azioni da cui scaturisce la
tragedia e che Aristotele sembra contrapporre allo
studio dell'eroe.
In tal modo l'elemento predominante
non è nei personaggi ma nella successione degli
eventi.
e) la presenza del mito come elemento
rintracciabile in quasi tutte le tragedie. Ma cosa è
il mito? Nient'altro che il complesso delle idee
comuni appartenenti a tutta la polis e raffigurato
fantasticamente. Non a torto i personaggi tragici
sono stati considerati come archetipi. Ed è proprio
la presenza del mito a garantire la pragmatica della
comunicazione tra attori e spettatori.
Si può dunque definire il teatro
della Grecia antica come teatro autenticamente
popolare, nel senso che esso parlava a tutto il
popolo della polis senza distinzione di classe, di
ricchezza, di cultura.
d) altezza della caduta; elemento
ineliminabile rappresentato da un eroe o eroina che
da una posizione di felicità, di benessere e potere
cade in quella dell'infelicità, della miseria e
dell'impotenza.
e) possibilità di riferimento alla
coscienza comune, vale a dire che lo spettatore
doveva poter riferire gli eventi drammatici a fatti
o cose da esso stesso sperimentati o sperimentabili.
Tale elemento è quello che oggi potremmo definire
verosimiglianza.
f) i personaggi della tragedia non
dovevano essere mai vittime passive, ma possedere
nel grado più alto la coscienza della tragedia che
stavano vivendo.
g) catarsi finale, in cui il tragico
non scompariva ma si placava non in una
conciliazione finale degli elementi, ma, anzi,
riproponendo sino alla fine l'assoluta insanabilità
del conflitto tragico. È questo un elemento che
Aristotele sottolinea con forza proprio quando
definisce Euripide "il più tragico tra i poeti
tragici".
Un altro elemento basilare della
poesia greca è riscontrabile nello stile alto e
sublime; ma intraprendere questo discorso sarebbe
rischioso e lungo. Vale la pena, invece, riflettere
su un altro problema storico culturale abbastanza
interessante.
La tragedia greca voleva celebrare
l'ortodossia dei valori presenti nella società o far
nascere idee e prospettive nuove?
Prima di rispondere a questa domanda
bisogna ricordare anche che il teatro greco, come
già è stato detto, era un teatro dì Stato, voluto e
organizzato come forma culturale capace di omologare
i comportamenti degli individui e di mantenere e
rinforzare la coesione della polis.
Ebbene, proprio il teatro tragico, ma
anche la commedia, spesso propose idee nuovissime,
se non rivoluzionarie.
Per semplificare basta pensare ai
ruoli affidati ai personaggi femminili come Medea,
Elettra, Ifigenia che, contrariamente a ciò che
avveniva nella Grecia del V sec. a.C., avevano nella
tragedia il ruolo di donne forti e aggressive,
spesso capaci di soverchiare il potere maschile.
Certo, come si può vedere,
ricostruire i caratteri della tragedia greca non è
cosa semplice se si vuole evitare un discorso di
archeologia storica e rivivere per ciò che è
possibile il pathos dell'antica rappresentazione. Si
può solo avere un approccio al teatro greco quasi a
livello percettivo, sedendo in un antico teatro, per
esempio in quello di Dioniso ad Atene o in quello,
di dimensioni più ridotte, di Pompei.
Per ciò che concerne il teatro
tragico a Roma c'è da dire che esso fu quasi sempre
derivato da quello greco, con adattamenti e scelte
indispensabili per la società romana.
Esso comparve in periodo arcaico con
Livio Andronico che, come già ricordato, nel 240
a.C. ridusse in latino una tragedia greca e poi con
Nevio, Ennio; seguirono Pacuvio e Accio. La
circostanza che essi provenivano dal mezzogiorno
d'Italia, spiega la connessione che esistette tra
teatro greco e teatro romano.
Dobbiamo arrivare a Seneca per
trovare una tragedia autonoma rispetto a quella
greca; elemento che i critici hanno troppo poco
messo in risalto; elemento che deriva proprio
dall'originalità dello scrittore, dalla sua
inquietudine che lo spinse sempre a rifiutare le
fonti per fondarsi invece sull'esperienza vissuta
nella Roma di Messalina, di Agrippina, di Claudio e
di Nerone.
(Soprintendenza archeologica delle
province di Napoli e Caserta,
Museo Archeologico Nazionale di
Napoli, Sezione Didattica, pp. 21-26)
I primi tragediografi
La tradizione attribuisce
l'invenzione della tragedia, come abbiamo visto, a
Tespi. Di colui a cui toccò la palma della vittoria
nel primo concorso tragico, tuttavia, non abbiamo
che qualche titolo e pochissimi frammenti non
autentici. Sappiamo che era nativo del demo d'Icaria
e supponiamo solamente, quindi, che l'introduzione
del primo attore, di cui lo si fa promotore,
consistesse semplicemente in un dialogo tra il
korufaioV, ed i componenti il coro, ancora con
sembianze di satiri.
Di Cherilo, il secondo autore tragico
conosciuto, sappiamo ancor meno, e certo sono in
attesa di conferma le notizie che lo vogliono autore
di ben centosessanta tragedie (con tredici
vittorie), inventore del ruolo femminile ed
innovatore di maschere e costumi.
Si deve, invece, a Fratina di Fliunte
il "ripescaggio" dell'elemento dionisiaco destinato,
si è visto, ad essere soppiantato dai miti eroici.
Autore di trentadue drammi satireschi, per merito di
quest'uomo del Peloponneso, forse, lo spettacolo dei
satiri fu usualmente rappresentato dopo la trilogia
tragica.
Di Frinico, poco più anziano di
Eschilo (ottenne la prima vittoria nel 510), ci sono
note le lodi da parte di Aristofane (Rane, 910 e
1299; Tesmoforiazuse, 159; Uccelli, 749) che lo
paragona a poeti come Anacreonte ed Alceo o all'ape
la quale "si nutre del frutto di melodie divine
sempre creando dolce canto". Il Lessico Suda lo fa
inventore della maschera femminile e del tetrametro,
e, meglio, secondo il Cantarella, del trimetro
giambico nelle parti dialogate. Di lui ci restano
pochi titoli ed una ventina di frammenti, ma, pure
da quel poco a noi pervenuto, si comprende la
portata della sua innovazione principale, in un
mondo che considera "storici" i personaggi omerici,
destinata a trovare seguaci solo in Eschilo
(Persiani) ed in qualche scrittore d'età
alessandrina: la tragedia storica contemporanea. Di
lui, infatti, si ricorda una Miletou alosiV; (sulla
città ionica di Mileto ribellatasi ai Persiani e da
questi espugnata) messa in scena nel 493: tragedia
sfortunata, se Erodoto (VI, 21) ci riferisce della
multa comminata all'autore e del divieto di
rappresentare ancora sulla scena un avvenimento che,
a distanza di solo un anno, era ancora considerato
una sventura nazionale (né si dimentichi lo scarso
aiuto offerto in quella occasione da Atene, e non
solo, alle città della Ionia). Ben altro successo
doveva ottenere, comunque, Frinico se, come sembra,
dopo pochi anni, nel 476, sotto Temistocle, mise
felicemente in scena un dramma storico sulla
vittoria ateniese a Salamina: le Fenicie.
La tragedia greca, comunque, sarà
destinata ad assurgere alle alte vette della poesia
con la triade costituita da Eschilo, Sofocle,
Euripide.
La Tragedia: Eschilo
La vita del primo tragico ateniese è
stata elaborata seguendo le indicazioni fornite da
fonti quali una Vita di Anonimo, il lessico Suda, il
Marmor Parium, e dalla tradizione indiretta (per lo
più Erodoto e Pausania, solo marginalmente
Aristotele e Clemente Alessandrino). Seguiamone la
ricostruzione.
La sua nascita avvenne nel demo di
Eleusi nel 525: assodato che anche la Vita lo fa
EleusinioV twn dhmwn, sull'anno c'è discordanza tra
le fonti, ma sembra che erri l'Anonimo a
considerarlo coetaneo di Pindaro, data la precisione
sia del Suda alla voce Aischylos (fissa al 500 i
suoi inizi di poeta tragico), sia del M.P. (IG XII
5, 444) che parla di una sua partecipazione alla
battaglia di Maratona nel 490 e stabilisce l'anno
della morte nel 456.
Appartenente a nobile famiglia
ateniese, sappiamo che suo padre si chiamava
Euforione e che ebbe due fratelli, Cinegiro e
Aminia: su quest'ultima informazione, dataci dal
Suda e dalla vita, si oppone Erodoto (Vili, 84) che
ricorda un Aminia del demo di Pallene distintosi
nell'inseguire Artemisia, non di Eleusi.
A soli venticinque anni, si è già
visto, prese parte al primo concorso (perdendo
contro Cherilo e Fratina) e dieci anni più tardi
partecipò alla battaglia di Maratona: lo abbiamo
letto prima nella Vita, ma l'Anonimo riporta pure
un'epigrafe (citata anche da Pausania, Plutarco ed
Ateneo), forse da attribuire allo stesso poeta ed
attestante il suo valore in guerra.
E che abbia partecipato anche allo
scontro navale di Salamina, così come ci riferisce
la Vita, sembra sicuro; meno probabile la sua
presenza alla battaglia dell'Artemisio (Pausania I,
14, 5) e di Platea.
Nel 485 ebbe una prima vittoria nelle
gare tragiche, nel 472 vinse ancora con la
tetralogia Fineo, Persiani, Glauco di Potnia,
Prometeo attizzatore del fuoco; all'anno successivo
si deve attribuire il viaggio di Eschilo in Sicilia
e la rappresentazione della Etnee, quando il figlio
di lerone divenne re di Etna, città fondata dallo
stesso lerone: ce lo attesta Pindaro (I Pitica),
mentre poco credibile è la notizia giuntaci da una
Ek thV mousikhV istoriaV di Dionigi di Alicarnasso
il giovane di una rappresentazione in quella sede
dei Persiani, notizia non confermata dalla Vita la
quale, invece, riferisce sia il viaggio che la
rappresentazione delle Etnee, ma li fa risalire a
cinque anni prima, al momento della fondazione di
Etna, né parla di un secondo viaggio.
Un problema a sé riguarda la
datazione della tetralogia Fineo, Persiani, Glauco
Potnieo, Prometeo. Alcune considerazioni: non sempre
i drammi di una trilogia sono stati considerati da
Eschilo un tutto unico, tanto è vero che, da quel
poco che si può leggere dal Fineo e dal Glauco e
come leggeremo nei Persiani, si intuisce che le tre
tragedie non sembrano vincolate da elementi comuni;
il dramma satiresco sembra sicuramente di Eschilo
nonostante, dalla metà dell'Ottocento ad oggi, dal
Westphal al Cittì, si siano nutriti dubbi sulla
paternità con motivazioni sempre diverse (alternarsi
di trimetri ed anapesti, importanza maggiore data ad
un protagonista, lo Zeus del Prometeo è diverso da
quello delle Supplici, stile più dimesso...) fino a
considerarlo coevo della Antigone; le date della
tetralogia, infine: dopo il 479 (M.P.) o
successivamente al 475 (Tucidide III, 116) perché
dal v. 351 del Prometeo l'Autore parla di una
eruzione dell'Etna; 470, se consideriamo abbia preso
lo spunto dallo stesso fenomeno messo in poesia da
Pindaro nella I Pitica a partire dal verso 13; 468,
data l'affinità tra il dramma satiresco ed il
Trittolemo sofocleo e data l' autocitazione
riscontrata dal Morani nel fr. 165 della Sfinge
appartenente alla tetralogia rappresentata nel
468/467.
L'ipotesi dei Sette contro Tebe ci
permette, poi, di far risalire al 467 la tetralogia
Lato, Edipo, Sette contro Tebe, Sfinge; a non prima
del 466 può essere datata la trilogia Supplici,
Egizi, Danaidi più il dramma satiresco Amimone per
aver avuto come rivali in quel concorso Sofocle e
Mesate; al 459, infine, l'ipotesi dell'Agamennone
colloca l'Orestea con il Proteo.
Eschilo morì a Gela in Sicilia nel
456: è il Marmor Parium ad attestarcelo, mentre sono
fantastiche le notizie sulla sua morte fornite dalla
Vita la quale gli attribuisce tredici vittorie e la
composizione di settanta tragedie (il Suda lo fa
autore di novanta drammi e lo dichiara vittorioso
ventotto volte, di cui quindici volte dopo la
morte).
Le sue tragedie.
Eschilo esordì con le sue Tragedie
nel V sec. a.C. e conseguì la 1° vittoria nel 484
a.C.
Le date di rappresentazione delle
Tragedie di Eschilo ci derivano dalla tradizione
manoscritta
(i ‘codici’ e la ‘Suda’) e l’ordine
in cui ci sono pervenute le opere ce lo tramanda il
‘Codex Medicaeus’:
"Persiani" anno di
rappresentazione: 472 a.C.
"Prometeo Incatenato" anno di
rappresentazione: anni ’60 del V sec. a.C.
"Sette contro Tebe" anno di
rappresentazione: 467 a.C.
"Orestea" anno di
rappresentazione: 458 a.C.
"Supplici" anno di
rappresentazione: 463 a.C.
La tragedia: Sofocle
Nel 496 nacque ad Atene nel demo di
Colono Hippies (Poseidone Equestre) da ricca
famiglia (il padre aveva una fabbrica di armi) che
gli assicurò un'accurata educazione anche in musica:
infatti fu discepolo di Lampros, che nel
pseudoplutarcheo De musica è avvicinato a
Fratina e Pindaro.
Distinguendosi per la bellezza dei
suoi tratti, a soli sedici anni, nel 480, fu a capo
del coro allestito per la celebrazione della
vittoria di Salamina, anno, lo ricordiamo, che vide
la partecipazione di Eschilo al conflitto e segnò la
nascita di Euri-pide. La tradizione vuole che
Polignoto, attratto dalle sue fattezze, nel portico
Pecile (che di lì ad un secolo e mezzo ospiterà gli
stoici) volle raffigurare appunto Sofocle in
atteggiamento di citarista.
Al 468 risale la sua prima vittoria
in un agone, e su Eschilo per giunta, con una
tetralogia comprendente il Trittolemo e
premiata da una giuria che comprendeva anche Cimone.
Con il 443, anno in cui fu nominato
membro della tesoreria della lega delio-attica,
iniziò un periodo che lo vide prendere parte attiva
alla vita politica, tanto da divenire, due anni
dopo, stratega con Pericle durante la guerra di Samo
(in quella circostanza, inviato per negoziati a
Lesbo ed a Chio, in quest'ultima incontrò il poeta
drammatico Ione, ma in tale periodo era buon amico
anche di Erodoto a cui inviò un'elegia). Dopo una
seconda strategia con Nicia nel 428, però non
confermata, nel 413, dopo la disfatta in Sicilia, fu
eletto probulo (uno dei dieci che formavano una
costituente oligarchica nominata per fronteggiare la
gravita del momento), ma, almeno a sentire
l'Aristotele della Retorica, in periodo democratico
Sofocle si vergognò di questa carica, pur
riconoscendone la necessità.
Il 406 è l'anno della sua morte, due
prima della resa dell'"amatissima" Atene, mentre da
pochi mesi era morto Euripide e Sofocle aveva
ricordato l'evento luttuoso facendo recitare gli
attori in nero e senza corona.
Leggendario, forse, è da considerare
il processo intentatogli negli ultimi anni di vita
dal figlio legittimo lofonte con l'accusa di
paranoia per aver sempre preferito il nipote Sofocle
il giovane, anch'egli poeta e figlio del
fratellastro di lofonte, Aristone, nato dal rapporto
del Nostro con la cortigiana Teoride.
Dopo la sua morte dagli Ateniesi,
nella cui città aveva avuto gran parte per
l'introduzione del culto di Asclepio, fu ricordato
con il nome mistico di Dexione ("l'ospitale"),
mentre l'oratore Licurgo gli fece innalzare una
statua nel teatro di Dioniso.
Gli si attribuiscono diciotto
vittorie da parte della fonte epigrafica (ma già il
Suda ne riporta ventiquattro e la Vita venti),
centotrenta tragedie e venticinque drammi
satireschi, ma la tradizione medievale ci ha
conservato solo sette tragedie intere e parte del
dramma 'ixveutciì (I cercatori di tracce)
restituitoci dal papiro di Ossirinco. Poco
credibile, tranne poche eccezioni, la cronologia
delle opere che così ricostruiamo, per dati
attendibili, non per anni:
409 — Fìlottete: data della
rappresentazione (sicura)
401 — Edipo a Colono: postumo,
data della rappresentazione (sicura)
441 — Antigone: si dice che
avesse vinto con questa tragedia non tanto per le
proprie capacità quanto per essere stato stratego
sotto Pericle durante la guerra di Samo (441-440)
prima del 425 — Edipo Re;
Aristofane ne fa una parodia negli
Acarnesi
dopo il 438 — Trachinie: ci
sono allusioni all'Alcesti di Euripide
? — Aiace: da considerare
prima tra le tragedie pervenuteci
? — Ekttra: da ritenere
anteriore al Filottete.
La tragedia: Euripide
Premessa
Euripide è l'unico degli altri
tragediografi del periodo (Eschilo e Sofocle) a
rendersi conto di dover adattare la sua tragedia
alla crisi della cultura di quel periodo. Ma il suo
tentativo di evolvere la tragedia è mal inteso:
molti infatti sono coloro che pensano che egli sia
un eversore della tragedia.
Questa nuova situazione problematica,
comunque, non dà più spazio all'indagine sulla
razionalità umana, ma è ora il momento di affrontare
problematiche quali la condizione della donna, dello
straniero, la parola come strumento di potere...
Quindi elemento principale delle tragedie di
Euripide saranno i drammi quotidiani e i rapporti
tra gli uomini, e la problematica maggiore sarà non
più il confronto con il volere della divinità, ma
con le scelte degli altri uomini. La figura degli
dei non viene eliminata, ma diviene metafora delle
istituzioni e delle convenzioni sociali.
Euripide elabora numerose
innovazioni: introduzione di lunghi prologhi che
anticipano la conclusione, ampio spazio ai discorsi,
il frequente tema del riconoscimento tra persone che
ignoravano la loro identità, che esprime la fiducia
nella possibilità di scoprire la realtà dei rapporti
umani.
La tragedia di Euripide oppone dunque
da un lato la considerazione depressa della miseria
dell'uomo e dall'altro la convinzione ottimistica
che valga la pena lottare per annientare tutti i
pregiudizi.
La vita e le opere
Euripide nasce intorno al 485 a.C. Fu
sempre preso di mira dai commediografi, che
trasformavano suo padre (proprietario terriero) in
un bottegaio e sua madre (nobile) in erbivendola, e
parlavano delle sue disavventure coniugali.
La sua famiglia era molto ricca e per
questo Euripide fu educato dai migliori maestri. Non
fu mai molto amato dai suoi concittadini che lo
fecero attendere molto prima di concedergli i dovuti
onori, forse perché senza tanti giri di parole
Euripide criticava i comportamenti di molti di loro.
Comunque in vita Euripide non fu una persona
socievole: è ricordato come un intellettuale
solitario che componeva in una grotta in riva al
mare, non prendeva parte alla vita pubblica.
Morì presso la reggia di Archelao (a
cui dedicò una tragedia), re di Macedonia. Su di lui
erano narrate leggende sulla sua misoginia
(avversione pregiudiziale per le donne) e sul suo
ateismo (si diceva infatti che il suo cenotafio era
stato distrutto da un fulmine).
Fu tanto poco amato nella vita quanto
fu onorato dopo la morte, tramite la rilettura delle
opere che soppiantarono la fama di altri tragici. Di
lui ci restano 10 drammi e 10 tragedie (in tutto 19
perché Ecuba compare due volte).
Alcuni drammi di Euripide
Alcesti: Admeto può sfuggire alla
morte, grazie ad una concessione di Apollo, solo se
qualcuno accetterà di morire al suo posto: questo
qualcuno è sua moglie Alcesti. Dopo una tragica
scena di addio, arrivano Eracle e poi il padre di
Admeto, che questi attacca per non aver voluto
morire al suo posto. Eracle, che se ne era andato,
torna del tutto ubriaco e scopre che Alcesti è
morta. Riesce a rapirla dall'aldilà e a riportarla a
Admeto.
Medea: Medea ha seguito io marito
Giasone a Corinto con i figli, e qui viene a sapere
che Giasone vuole cacciare lei stessa dalla città e
sposare la figlia del re Creonte. Si vuole
vendicare: ottiene che la sua partenza sia rimandata
di un giorno e di essere ospitata in Atene dal re
Egeo. A questo punto finge di riconciliarsi con
Giasone e manda alla sposa dei regali portati dai
figli: dei vestiti bellissimi, imbevuti di veleno.
Dopo la morte di re Creonte e di sua figlia, Medea
uccide i suoi stessi figli e fugge.
Baccanti: a Tebe è giunto Dioniso con
le sue seguaci, le Baccanti, che formano il coro. Le
donne della famiglia reale e soprattutto la regina
Agave dubitano della sua divinità. Il re Penteo
vuole impedire la diffusione del suo culto,
nonostante gli avvertimenti del nonno Cadmo e
dell'indovino Tiresia. Dioniso, sotto aspetto umano,
si lascia catturare e portare davanti al re, dove
viene sottoposto ad un interrogatorio durante il
quale si libera agilmente dalle catene con gioia
delle sue devote. Intanto un messaggero racconta al
re le gesta straordinarie delle Baccanti sul monte
di Tebe. Viene convinto da Dioniso a spiarle
travestito da menade. Ma Penteo è scoperto dalle
Baccanti, scambiato per un leone e fatto a pezzi:
fra di esse sono anche la madre e la zia di Penteo.
Agave porta, credendolo un trofeo di caccia, la
testa del figlio fra le mani, ma quando si accorge
della triste realtà si dispera. A questo punto
Dioniso caccia Agave e le sorelle per aver dubitato
della sua divinità e conforta Cadmo che sarà accolto
nel paese dei beati con la moglie.
La drammaturgia di Euripide
La prima fase della sua carriera è
caratterizzata dai drammi ad azione unica, svolta
attraverso un'evoluzione del comportamento dei
personaggi e delle situazioni. Quindi è la volta dei
drammi a doppia azione, consistente da scene
concluse in se stesse riunite tramite il
protagonista attorno ad un unico nucleo tematico, e
poi dell'intreccio vero e proprio.
Questi diversi modi di presentare la
tragedia mostrano una forte tendenza alla
sperimentazione, sia per l'irrequietezza spirituale
del poeta, sia per il cambiamento dei tempi
(riguardo a quest'ultimo punto si è già parlato:
Euripide tenta non di dissolvere la tragedia, ma di
salvarla).
Per quanto riguarda la struttura
interna del dramma, questa non si regge più sulla
figura dell'eroe, ma sul rispondersi delle azioni
degli uomini. Il dialogo è l'espressione dominante,
per cui il ruolo del coro è messo in secondo piano.
Le trame di Euripide derivano esclusivamente dalla
sua fantasia, e ciò grazie all'interesse per gli
aspetti spettacolari del dramma e per
l'accentuazione degli aspetti umani. Per questo
Euripide non usa il patrimonio mitico, per la
prevedibilità delle conclusioni e per l'irrealtà
delle situazioni. Il mito è usato solo come spunto
tematico.
Lo stile di Euripide
Il linguaggio di Euripide è ispirato
al quotidiano, chiaro e concreto, secondo lo schema
geometrico della linea retta. Il frutto della
riflessione del personaggio è riassunto in sentenze
definitive, le gnomai, di cui si sono fatte
varie raccolte autonome.
Anche se la funzione del coro è molto
meno essenziale rispetto agli altri tragici, il coro
di Euripide è ben curato e diviene un momento di
evasione malinconica (tema ricorrente è il volare
lontano).
Il mondo concettuale di Euripide
Il pensiero di Euripide non può
essere circoscritto né alla sola corrente
illuministica (mette in dubbio la presenza degli
dei), né alla corrente irrazionale (esistenza di
forze mistiche). Il segno del suo pensiero è il
dubbio, in un oscillare tra posizioni diverse e
contrastanti, di fraintendimenti. Per questo, accade
che proprio lui che conosce profondamente la
psicologia femminile e inquadra le donne come le
vittime di una società profondamente maschilista, è
accusato di misoginia; lui che era capace di
addentrarsi nelle più remote profondità del
sentimento umano fosse accusato di essere un gelido
retore.
Euripide è soprattutto uno scrittore
di teatro, sede della sua sperimentazione e della
ricerca del vero, in cui i personaggi sono metafora
dello scontro di due pensieri. Euripide è un
disperato ottimista: crede che all'individuo debba
essere concesso di scoprire la propria dignità nella
realizzazione del proprio destino; ma
contemporaneamente conosce la debolezza e precarietà
dell'uomo: per questo i suoi drammi sono impregnati
da un'infinita compassione e partecipazione al
dolore di vivere.
La commedia "antica"
Premessa: i primordi della commedia
In Atene la tragedia e la commedia
avvengono in ambito di feste dionisiache, e in esse
acquisiscono i loro tratti caratteristici: a causa
delle regole delle feste sacre, la commedia e la
tragedia devono, per esempio, essere in rapporto di
continuità, da cui risale il parallelismo fra i
termini. Ma questo non vuol dire che le due
rappresentazioni siano nate contemporaneamente, anzi
sono indipendenti l'una dall'altra. La tragedia
assunse dignità e proprietà artistica solo nel
teatro ateniese, mentre la commedia era già una
forma d'arte; mentre la produzione tragica vive ad
altissimi livelli per almeno un secolo e si mantiene
sempre omogenea, ma poi subisce un tragico (già che
siamo in tema) tracollo, la commedia sopravvive per
oltre un secolo più della tragedia, anche nel
periodo della crisi politica, sociale e culturale, e
tutto ciò grazie alle numerose trasformazioni a cui
era andata incontro, che l'avevano resa resistente a
qualunque situazione. Per la lunga storia della
commedia se ne rende necessaria una periodizzazione
in "antica", "di mezzo" e "nuova".
L'origine della commedia non è
sicura, ma i primi concorsi comici si ebbero
sicuramente nel V secolo e il primo vincitore fu
Chionide.
Aristotele ci propone due ipotesi
riguardo all'origine della commedia:
ipotesi dionisiaca: dice che
probabilmente la commedia ebbe origine
dall'improvvisazione dei canti fallici, eseguiti
nelle falloforie (dal fallo, simbolo della
fertilità), processioni in cui si propiziava la
fecondità. Veniva eseguito in esse un canto in onore
di Dioniso, quindi i partecipanti procedevano
beffeggiando tutti quelli che gli capitavano a tiro.
Infatti l'origine del nome "commedia" è riferito a
komos, ossia il corteo festoso dei seguaci
ubriachi di Dioniso, occasione di canti corali e
scherzosi. Così ecco le principali caratteristiche
della commedia: il canto corale, il rapporto con
Dioniso, l'irrisione e il riferimento alla sfera
sessuale.
ipotesi dorica: il termine "commedia"
deriverebbe da kome, che vuol dire in dorico
"villaggio". I primi attori comici sarebbero andati
in giro per le campagne a presentare i loro primi
spettacoli, perché erano respinti nelle città. Gli
abitanti di Megara sostenevano che la commedia era
nata presso di loro, perché erano famose le
rappresentazioni di quel tipo a Megara, con attori
che rappresentavano scenette realistiche. Anche qui
le principali caratteristiche della commedia: una
trama e degli attori, la tematica realistica e
l'influsso della politica. Si tratta comunque di una
ipotesi considerata inattendibile.
Inizialmente la protocommedia si
trovava in una fase fluida, da cui acquistò pian
piano autonomia e consapevolezza della propria
natura teatrale, distinguendosi dai rituali e
adattando una dimensione più drammatica. Per
giungere alla vera realizzazione della commedia
occorreva farla incontrare con la letteratura. La
commedia prese spunto dal dramma siceliota e dalla
tragedia: da uno prese la vicenda coerente e
compiuta, dall'altra la struttura scenica, che era
già in vigore da 50 anni. La tragedia ha dato molto
alla commedia: l'alternanza delle sezioni parlate e
cantate, l'alternanza della lingua, nel coro dorica,
nel resto attica, la metrica, il ricorso al prologo
e alla pàrodo.
La poesia giambica ha dato lo stimolo all'utilizzo
degli argomenti derisori e osceni, oltre che del
realismo (che è più evidente nella commedia nuova,
mentre in quella antica le situazioni sono un po'
assurda. Comunque vengono sempre utilizzati dei
personaggi comuni, non degli eroi).
Dovrebbe aver influito sulla commedia
anche l'oratoria, per la suggestione dei discorsi e
per gli elementi tipici della contesa politica e
giudiziaria.
La struttura della commedia "antica"
La commedia ha struttura dinamica,
per cui non sempre le varie opere seguono la stessa
andatura.
La nostra conoscenza della commedia
"antica" può essere riassunta nel nome di
Aristofane, per cui noi ipotizziamo che anche gli
altri drammaturghi abbiano utilizzato le sue stesse
tecniche.
La commedia antica si apre con un
prologo molto ampio, recitato dai personaggi, in cui
si narra sia la situazione iniziale sia il piano che
il protagonista si propone per modificarla. Segue
l'entrata dal coro, il pàrodo, e poi si sviluppa
l'azione del protagonista, il contrasto con i
personaggi o con il coro, il confronto delle
opinioni nell'agone.
L'aspetto più caratteristico di questa commedia è la
parabasi: la scena ad un tratto era apriva di
attori, mentre il coro si spogliava del
travestimento e sfilava davanti agli spettatori,
finché non si fermava e cantava o recitava di fronte
ad esso un ampio brano. In questo genere di commedia
antica, il coro si esprimeva in prima persona e
discuteva di svariati argomenti riferendosi
all'attualità.
La parabasi può precedere o seguire
l'agone, in cui l'eroe riporta il successo e il
nuovo ordine. Il proseguimento della commedia ne
rappresenterà le conseguenze, in genere di carattere
buffonesco e narrate ad episodi. Infine veniva
l'esodo, una gioiosa processione in cui era
celebrato il definitivo trionfo del protagonista.
Le maschere degli attori
rappresentavano una deformazione della fisionomia
umana ma, se i personaggi che esistevano davvero, la
maschera li riproduceva realisticamente. Il coro
poteva rappresentare persone come anche animali o
fenomeni naturali, come segni allegorici della
nostalgia per la perduta simbiosi con le forze del
cosmo e della natura ( e tale è il significato
profondo della commedia).
Epicarmo e il teatro in Sicilia e
Magna Grecia
Il teatro locale si sviluppa seguendo
un tipo di spettacolo caricaturale e popolaresco,
ricco di mimica, incline alla demitizzazione e alla
rappresentazione della quotidianità. Si astiene dal
riferimento personale e politico per considerare
invece un riferimento più generale e una riflessione
su grandi temi etici, religiosi o politici riportati
sulla scena comune. Aristotele considera precursore
della commedia attica Epicarmo, che visse dalla
seconda metà del VI secolo a.C. alla prima del
successivo. Essendo in stretto contatto con l'alta
cultura della madrepatria egli riuscì a maturare una
forte consapevolezza poetica che dona eleganza e
padronanza tecnica alla sua opera.
Di Epicarmo ci restano alcuni
frammenti molto brevi e altri provenienti dai
papiri, di maggiore estensione ma assai malridotti.
Si occupò di tre settori tematici principali:
la parodia mitologica ed epica: dei
ed eroi erano raffigurati in situazioni grottesche,
pavidi o irresponsabili. Protagonisti prediletti di
questo genere sono Odisseo ed Eracle.
il portare sulla scena figure o
episodi della vita quotidiana, in cui va annoverata
l'opera più famosa di Epicarmo, Speranza o
ricchezza: un parassita che, dopo aver perlato delle
gioie della propria vita e della sua astuzia, si
ritrova nella notte solo e insonne sul giaciglio
della propria casa. Quest'opera ha una forte valenza
psicologica, in cui si condanna la vanteria che
porta a miseria materiale e morale.
l'invenzione di pura fantasia.
Le opere di Epicarmo sono denominate
"drammi". Sono composte in dialetto dorico e in
metri vari, forse venivano interpretate da tre
attori, la presenza del coro è incerta e il tipo di
scena è ignoto.
Motivo caro a Epicarmo è il
compiacimento gastronomico, ma ancora più tipico è
l'atteggiamento filosofico o etico, attraverso il
quale riesce a guardare con sottile ironia la
condizione umana. Sembra essere il primo ad aver
capito che la deformazione comica può coincidere con
il realismo, e anche per questo può essere
considerato il progenitore della commedia.
Anche il mimo nasce con Epicarmo, ma
il primo a celebrarne la fioritura è Sofrone, in
Sicilia. Egli costituì una lettura prediletta da
Platone, che da lui prese la tecnica di
raffigurazione psicologica dei personaggi. I suoi
mimi erano maschili e femminili, a seconda del
sesso, ma non si sa se fossero in forma di monologo
o rappresentati con una dimensione scenica. La prosa
era ritmica, i brani brevi e si riferivano alla vita
comune. Alla sfera popolare appartiene una forma di
teatro comico che si diffuse soprattutto in Magna
Grecia: è la farsa filiacica o ilarotragedia,
introdotta da Rintone, che parodizza le grandi
tragedie. Gli attori avevano un costume
caratterizzato da un grosso fallo e da imbottiture
esagerate, e salivano su un palcoscenico formato più
che altro da una piattaforma movibile a cui si
accedeva con una scaletta, tipico di attori
girovaghi.
I poeti della commedia "antica"
Secondo Aristotele i primi comici
ateniesi furono Chionide e Magnete, delle cui opere
ci resta ben poco. Comunque sappiamo che
consistevano probabilmente in prevalenza di parti
corali inframmezzate da scene legate da un sottile
filo conduttore.
Cratete fu il primo a costruire una
commedia con un vero filo conduttore. Conosciamo,
fra le altre, una sua commedia intitolata Bestie,
in cui veniva descritta la vita semplice vista come
un'utopia in cui l'uomo riceveva dalla natura tutto
ciò di cui aveva bisogno, gli attrezzi lavoravano da
soli e i pesci si cucinavano da soli, mentre un coro
di animali celebrava la cucina vegetariana.
Ma il pubblico ateniese, alla
semplicità di Cratete preferiva la polemica e i temi
attuali di Ferecrate, della generazione successiva a
Cratete. Il tema di fondo è sempre la comicità
d'evasione e di fantasia, ma è posta in un ambiente
diverso, si parla di civiltà, di regge... Comunque
Ferecrate è famoso soprattutto per la purezza della
lingua. Colui che condusse alla pienezza la commedia
attica fu Cratino, la cui attività inizia con la
seconda generazione dei comici (contemporaneo di
Ferecrate). Abbiamo vari frammenti ma di un papiro
riusciamo a ricostruire la storia. Si tratta di
Dionisalessandro: Dioniso, travestito da
Alessandro (Paride), giudica il concorso di bellezza
tra le tre dee facendo vincere Afrodite. Rapisce
Elena ma, sorpreso, la camuffa da oca e la nasconde
in una cesta, trasformandosi a sua volta in un
montone, ma veniva ugualmente scoperto da Paride. La
commedia è attualissima, perché dietro le figure di
Dioniso e Elena si nascondono Pericle e Aspasia,
poiché Pericle era stato accusato di aver scatenato
la guerra del Peloponneso per i suoi amori. Pericle
viene spesso preso in giro da Cratino che lo
beffeggia una volta per la testa a forma di cipolla.
Ma Cratino non ci parla solo di
Pericle. Il suo capolavoro si intitola la
Bottiglia: nei Cavalieri Aristofane,
rivale ma anche ammiratore di Cratino (poiché da lui
riprende molti temi), celebra il vigore giovanile
del rivale che abbatteva con impeto ogni avversario,
mentre ora si era ridotto ad essere un vecchio
ubriacone passato di moda. Cratino risponde con
grande fantasia, fingendo di essere stato chiamato
in giudizio da sua moglie Commedia che lo accusava
di averla abbandonata per Bottiglia: ma Cratino
risponde con una lunga orazione in cui dice di non
aver mai trascurato Commedia, mentre Bottiglia è un
dono offertogli dal dio della commedia per
sostentare la sua creazione, perché "il bevitore
d'acqua non crea mai cose belle". Dopo la sua morte,
Cratino verrà denominato da Aristofane "sbranatore
del toro", un epiteto di Dioniso, attraverso il
quale viene celebrata la sua divinizzazione e il
furore della sua poesia.
Contemporaneo di Aristofane e suo
maggior rivale fu Eupoli, appartenente alla terza
generazione di comici. Composte 14 commedie e per la
metà vinse un premio. Dapprima era amico di
Aristofane, ma poi si accusarono a vicenda di plagio
e litigarono. Con Eupoli la commedia esalta il suo
carattere battagliero contro la prevaricazione del
potere politico e la degenerazione in cui la città
era trascinata dai demagoghi: nei Battezzatori
si accusava Alcibiade di aver partecipato al culto
orgiastico della dea Cotitto; nella Città si
denunciava lo sfruttamento da parte di Atene delle
città alleate. La più importante opera sono i
Demi, densa di amarezza patriottica ma anche di
speranza. La salvezza si trova solo nell'oltretomba
e il buon governo è vivo solo nel ricordo.
Alcune commedie di Aristofane
Acarnesi: il contadino Diceopoli
vorrebbe che in assemblea si discutesse della pace e
non si facessero buoni affari con la guerra. Poiché
nessuno lo ascolta decide di stipulare un accordo di
pace personale di 30 anni con Sparta, azione vista
come un tradimento. Ma Diceopoli riesce a convincere
coloro che lo accusano alla causa della pace e apre
un mercato libero al quale accorrono tutti i
venditori della Grecia. Rimpilzatosi di leccornie,
Diceopoli si reca ad un banchetto di una festa,
mentre il guerrafondaio Lamaco parte per la guerra:
nella scena finale sono contrapposte le immagini di
Lamaco ferito e sorretto dai compagni e quella di
Diceopoli ubriaco sorretto da due ragazze.
Cavalieri: è un attacco contro
Cleone, uomo politico odiatissimo da Aristofane,
rappresentato sotto le spoglie dello schiavo
Paflagone, che con varie astuzie si è assicurato il
favore del padrone (cioè il popolo). Altri due servi
(tra cui anche uno che raffigura Demostene)
ricorrono ad un Salsicciaio, ignorante e privo di
freni morali, che si impone su Paflagone e ottiene
al suo posto il favore del padrone. Nell'ultima
scena viene esaltato Demos, che ora appare
ringiovanito.
Nuvole: il contadino Strepsiade ha
sposato una donna di alto rango e ne ha avuto un
figlio, che però non ha freno nello spendere.
Ossessionato dai debitori, Strepsiade vorrebbe
imparare da Socrate e dai suoi discepoli assistiti
dalle Nuvole (il coro) l'arte di truffare, ma non
impara nulla. Per cui manda suo figlio Fidippide a
imparare, ma questi è talmente bravo che in una lite
con il padre finisce per bastonarlo e lo convince
che i figli hanno il diritto di bastonare i
genitori. Accortosi dell'errore che ha fatto,
Strepsiade corre ad incendiare il Pensatoio di
Socrate.
Vespe: le vespe, interpretate dal
coro, rappresentano l'irascibilità dei politici e la
litigiosità del popolo ateniese. Il vecchio
Filocleone (cioè ammiratore di Cleone) è
ossessionato dai processi e li vuole vedere tutti
quanti. Per farlo restare un po' a casa, suo figlio
Bdelicleone (cioè odiatore di Cleone) lo rinchiude
in casa, mostrandogli l'assurdità del suo
comportamento. Per calmare il vecchio che vuole
fuggire in tribunale, Bdelicleone può solo
improvvisare una causa contro un cane, dopodiché
incita il padre a frequentare gente diversa. Ma in
un banchetto il vecchio si comporta orribilmente,
portandosi via una flautista e provocando zuffe e
disastri.
Pace: il vignaiolo Trigeo sale
all'Olimpo per chiedere a Zeus quando ristabilirà la
pace per i Greci. Ma al suo posto trova Ermes, che
dice che Zeus e tutti gli dei se ne sono andati
disgustati dal comportamento dei greci, ed è rimasto
solo Polemos, dio della guerra, che ha imprigionato
Eirene, la dea della pace e vuole mettere tutte le
città della Grecia in un mortaio e ridurle in
poltiglia. In un momento di distrazione di Polemos,
Trigeo chiama tutti i Greci (il coro) per liberare
la dea: ci riescono ed Eirene, accompagnata dalla
dea dell'abbondanza e da quella della festa, porta
la pace e la felicità ai Greci.
Uccelli: due vecchi Ateniesi,
Pisetero e Evelpide, disgustati dal comportamento
dei cittadini, chiedono consiglio ad Upupa, che un
tempo era stato il re Tereo. Insoddisfatto dei
consigli dell'uccello, Pisetero decide di fondare
nel cielo un regno degli uccelli riducendo così alla
fame gli dei e Zeus, costringendolo a cedergli il
suo potere. Il coro, formato dagli Uccelli, è
d'accordo. Gli uomini perdono fiducia negli dei
tradizionali che, alla fame, vengono ai patti:
Pisetero, signore degli Uccelli, ha il diritto di
succedere a Zeus.
Tesmoforiazuse: Euripide viene a
sapere che le donne, da lui spesso calunniate nelle
tragedie, hanno deciso di vendicarsi in occasione
delle Tesmoforie, una festa femminile. Per questo
decide di mandare una spia da loro: vorrebbe mandare
un suo amico effemminato, ma questo non si lascia
convincere costringendo Euripide a ripiegare sul suo
amico Mnesiloco, che però prende a calunniare i vizi
delle donne proprio davanti a loro ed è scoperto.
Nella seconda parte dell'opera vengono descritti
vari tentativi di Euripide di liberare il suo amico,
finché non riesce a sedurre la guardia grazie ad una
prostituta, aiutato dal coro a cui aveva promesso di
non calunniare più le donne.
Lisistrata: l'ateniese Lisistrata,
stanca della guerra, convince tutte le donne di
Atene a non fare più l'amore con i mariti finché non
sarà tornata la pace, e per di più nasconde il
tesoro dello Stato necessario per la guerra. Forte è
la contrapposizione tra i due cori (donne e vecchi
di Atene) e fra Lisistrata e il funzionario che deve
ritirare i soldi. Alla fine torna la pace e si
festeggia.
Rane: Dioniso ha deciso di scendere
nell'Ade per riportare sulla terra Euripide, che ha
lasciato vuota la scena della tragedia. Travestitosi
da Eracle compie il viaggio, infastidito dal rumore
delle Rane (il secondo coro). Il travestimento gli
crea non pochi problemi. Giunto a destinazione si
trova di fronte ad una disputa di cui diventa
giudice fra Eschilo ed Euripide, che vogliono
entrambi ottenere il titolo di poeta massimo
dell'Ade. Dopo molte incertezze, Dioniso sceglie
Eschilo per l'impegno politico e civile.
Ecclesiazuse: le donne, insoddisfatte
del governo maschile, si introducono travestite
all'assemblea, guidate da Prassagora, per far
passare proposte rivoluzionarie, tra cui quella di
mettere tutti i beni in comune. Nella scena
successiva vengono descritti gli esiti di questa
proposta: alcuni tengono fede all'impegno, altri
invece no. Buffa è la proposta che un giovane non
possa fare l'amore con una ragazza se prima non ha
soddisfatto una vecchia, per cui nella scena finale
si vedono tre megere che si contendono i favori di
un bel ragazzo.
Pluto: il vecchio Cremilo è andato a
consultare l'oracolo di Apollo a Delfi, e gli è
stato ordinato di ospitare in casa la prima persona
incontrata davanti al tempio: è Plauto, il dio della
ricchezza, la cui cecità crea le ingiustizie a
riguardo sulla terra. Portato in un tempio, Plauto
guarisce e la ricchezza viene distribuita equamente.
Lo stesso Zeus è costernato perché gli uomini non
offrono più sacrifici agli dei. Cremilo, visti gli
inconvenienti, decide di insediare il dio nel tempio
di Atena.
La storiografia
Erodoto
Erodoto nacque ad Alicarnasso (Asia
Minore) nel 5 secolo a.C.. Compì numerosi viaggi in
Asia minore, Medio Oriente, Egitto, Grecia
continentale e Magna Grecia. Soggiornò per parecchio
tempo ad Atene dove conobbe Pericle. Sono famose le
pubbliche letture che diede di una parte delle sue
opere per le quali ricevette un elevato compenso che
testimonia l’importanza della propaganda a quel
tempo. Nel 443 si trasferì nella colonia di Turii,
in Magna Grecia. Qui egli si stabilì’ e passò tutto
il resto della sua vita. Mori negli anni successivi
al 430. Fu sepolto nell’agora. La sua unica opera si
chiama Le storie. Quest’opera fu divisa dai
grammatici alessandrini in 9 libri intitolati alle
nove muse. I primi 5 libri parlano delle vicende
della Lidia e la conquista degli imperi orientali da
parte della Persia, gli ultimi 4, invece, parlano
della guerra tra Persiani e Greci. Su quest’opera di
Erodoto è sorta la famosa "questione Erodotea": Il
problema sta nel fatto che Erodoto parli nei primi 5
libri dell’impero persiano, e solo dopo si occupa
dello scontro tra greci e persiani. Ogni libro delle
storie ha una certa autonomia, infatti
inizialmente questa sua opera aveva un carattere
orale. Ci sono altri dubbi sulle Storie:
infatti la loro fine lascia molto perplessi gli
studiosi. Queste terminano, infatti, con la presa di
Sesto da parte degli Ateniesi. Ma era questo il
termine che Erodoto si era prefissato, o fu la morte
a fermarlo? A questo nessuno ha mai risposto.
Interessantissima è la disposizione con cui Erodoto
raccoglie e tratta il suo materiale. Egli, infatti,
non ricerca la verità ma la realtà. La verità non
ammette scarti, è assoluta; la realtà, invece, è
molteplice, sfaccettata, relativa: può essere
interpretata. Accadde perciò che egli non seppe
concepire la funzione dell’imparzialità. La sua
opera è infatti chiaramente filoateniese. Ciò
avviene per il condizionamento del suo retroterra
culturale. Questo aspetto soggettivo non esclude la
ricerca dei dati di fatto, anzi questa è invece
l’essenza della sua opera. Erodoto non aveva dei
precedenti a cui rifarsi. La sua fonte primaria è la
sua esperienza. Un’altra fonte importante è
costituita dalle testimonianze resegli da persone a
lui fidate; a queste persone E. chiese sia
informazioni riguardo gli avvenimenti che avevano
visto, sia informazioni riguardo i costumi di certi
popoli. Erodoto cita anche, in genere per
confutarli, Ecateo ed altri scrittori precedenti.
Nonostante la razionalità delle suo opere, Erodoto
parla anche di alcuni elementi favolosi, asserendo
che il fatto che egli ne parli non vuol dire che
egli ci creda. Nella sua opera si può notare la
convinzione dell’esistenza di un ordine cosmico, in
una prospettiva non fisica bensì prettamente umana.
Questo ordine è però di natura dinamica, non
statica; esso è sottoposto ad una perenne alternanza
di violazioni e reintegrazioni. Per esempio, secondo
Erodoto, la volontà di potenza genera
l’imperialismo, che è colpevole dismisura in quanto
impedisce la libera pratica delle tradizioni; e un
analogo istinto di sopraffazione spinge il singolo
individuo a violare la libertà dei suoi simili; ma
allora interviene il potere divino a ripristinare
tutto ciò. L’esempio della storia diventa così un
alto monito di moralità. Molto all’avanguardia è il
modo in cui Erodoto concepisce gli dei. Egli,
nonostante creda nel panteon greco, respinge ogni
pretesa di superiorità di una religione sulle altre.
Erodoto ha infatti appreso che, anche se cambia il
nome della divinità, il sentimento religioso rimane
lo stesso. Nella sua opera sono inserite numerose
digressioni narrative, dette novelle. Queste novelle
trattano i temi dell’eros, dell’intrigo,
dell’ambizione, della generosità, della fedeltà e
l’opposto di questi. Il loro obbiettivo è di
attestare la precarietà della vita di ogni
individuo. L’opera di Erodoto ha avuto valutazioni
piuttosto differenti nel corso dei secoli. E stata
apprezzata dai suoi compatrioti, ma criticata da
alcuni successori come per esempio Tucidide.
Interessante è il giudizio di Cicerone che
definisce, da una parte, Erodoto pater historiae,
ma che poi dice che nella sua opera si trovano
innumerabiles fabules. La critica moderna ha
comunque ammesso Erodoto tra gli storiografi e
apprezzato la sua opera.
Tucidide
In gr. Thukydídes storico
ateniese.Nato il 460 a.C. circa e morto il 395 circa
a.C.
Figlio di Oloro, ricco e nobile cittadino del demo
di Alimunte, imparentato forse con la famiglia reale
di Tracia, trascorse la giovinezza nel fervido clima
culturale dell'età di Pericle e fu educato nelle
scuole dei sofisti, di cui assorbì i princìpi
retorico-filosofici. Sopravvissuto alla peste del
430 a.C., partecipò alla guerra del Peloponneso nel
424 a.C. quale stratego al comando di una flotta di
sette navi, che dalla base di Taso doveva
collaborare alla difesa di Anfipoli e della penisola
calcidica. Il fallimento della missione gli costò
l'esilio. La grave pena scontata non si sa dove
esattamente (in parte a Scapte Ile) lo mise nella
condizione di poter accostare gli alleati di Sparta
e le poleis neutrali e di osservare più
obiettivamente il conflitto in corso tra Ateniesi e
Spartani, nonché di procurarsi la documentazione per
l'opera storica che meditava di scrivere. Il
disastroso sviluppo della guerra, con le conseguenti
amnistie degli esuli (tra il 406 e il 403 a.C.),
riportò, sembra, vent'anni dopo Tucidide ad Atene,
dove sarebbe morto all'inizio del IVsec. a.C. di
morte violenta. Secondo un'altra tradizione avrebbe
cessato di vivere, sempre per mano assassina, in
Tracia. La sua opera, interrotta dalla morte
improvvisa e a noi pervenuta con il titolo generico
di Xyngraphe o di Historíai (Storia),
narra la guerra del Peloponneso dall'inizio fino
alla battaglia di Cinossema (estate del 411 a.C.).
La ripartizione in otto libri, fatta in età
ellenistica, raggruppa gli avvenimenti in un ordine
che non è quello originario e che ha dato origine a
una dibattuta questione sulla cronologia e sul
metodo di composizione delle singole parti. Secondo
la ripartizione tradizionale e la tesi unitaria
dell'opera, che non esclude revisioni e in taluni
punti divergenze di giudizi, la narrazione si apre
con un proemio che, mentre illustra l'importanza
della guerra del Peloponneso e traccia una rapida
sintesi della preistoria dell'Ellade, a cominciare
dalla talassocrazia minoica (archaiología),
espone i criteri scelti per appurare la veridicità
dei fatti e determinare le ragioni dei contrasti
attraverso la rielaborazione dei discorsi (demogoríai)
pronunciati dai protagonisti. Seguono poi le cause
occasionali dell'immane conflitto e il progressivo
allineamento delle diverse poleis con l'una o
l'altra delle due contendenti (1. I). Si inizia,
quindi, con la divisione in semestri invernali ed
estivi, il dettagliato racconto delle operazioni
militari e dei maneggi diplomatici di Atene e di
Sparta dall'inizio della guerra, fino alla pace di
Nicia (421) [1. II - cap. 24 del v]. La ripresa a
breve scadenza delle ostilità e la brutale
sottomissione da parte ateniese dell'isola di Melo
costituiscono il contenuto del resto del libro V,
mentre i libri VI e VII sono riservati come un tutto
organico al dramma della disastrosa spedizione di
Sicilia. L'ultimo libro comprende in forma abbozzata
e senza discorsi i fatti degli anni 412 e 411 a.C.
(guerra deceleica), interrompendosi all'estensione
del conflitto in Asia Minore, susseguente al
tentativo delle due contendenti di attirare la
Persia dalla loro parte. ln aperta o sottintesa
polemica con Erodoto, Tucidide ha introdotto nella
storiografia greca profonde e originali innovazioni.
Scelti come argomento della trattazione gli
avvenimenti contemporanei, se ne procura la
documentazione con un'accurata ricerca e selezione
delle fonti secondo il criterio dell'attendibilità.
A codesto procedimento di rigorosità scientifica si
accompagna l'indagine spassionata delle cause dei
fatti, ricondotte in un ambito puramente umano e
distinte in occasionali ed effettive. Eliminato ogni
intervento di forze trascendenti, il movente delle
azioni, sulla scorta delle dottrine sofistiche, è
riportato alla brama di potere, alla legge del più
forte, alla ricerca dell'utile particolare.
L'esposizione dei fatti, colti nelle concatenazioni
causali e illustrati nei motivi determinanti quali
risultano dai discorsi dei protagonisti, porta a una
visione concreta della realtà storica. Donde il
carattere politico e il fine eminentemente pratico
dell'opera: più che una composizione da recitarsi in
pubblico nel corso di una gara essa è un bene per
sempre (Ktêma es aéi), offerto alla
intelligenza quale strumento per la creazione di una
scienza storico-politica volta alla razionale
interpretazione degli avvenimenti umani. Così
impostata con vigoroso metodo scientifico, è
ravvivata da un'acuta introspezione psicologica, che
mette in rilievo gli stati d'animo degli individui e
delle moltitudini; lo stile sobrio, conciso, non
esente talora da oscurità, raggiunge potenti effetti
drammatici. Circa la fortuna dell'opera tucididea,
va detto che Tucidide, più che presso gli antichi,
che pur ne imitarono largamente i pregi formali, ha
trovato la sua esatta valutazione presso i moderni,
che lo considerano il fondatore di una concezione
puramente razionalistica della storiografia.
Senofonte
(430/25-355 a. C. ca.)
Vita
Senofonte nacque ad Atene tra il 430
ed il 425 da famiglia facoltosa del demo di Erchia,
appartenente all'ordine aristocratico dei cavalieri.
Di sentimenti anti-democratici, secondo la
provenienza sociale, fu tra il 408 ed il 404 scolaro
di Socrate, che abbandonò per seguire, nel 401, i
diecimila mercenari greci reclutati dal principe
persiano Ciro per rovesciare il fratello Artaserse
II.
Dopo la battaglia di Cunassa (401) e
la conseguente morte di Ciro in battaglia, i
Diecimila dovettero procedere ad una lunga e
pericolosa ritirata lungo l'interno del paese, privi
dei loro capi, assassinati dagli uomini di
Artaserse, comandati dallo spartano Chirisofo e da
Senofonte stesso, capo delle retroguardie.
Condannato all'esilio nel 399, per appartenenza alla
classe oligarchica dei cavalieri, Senofonte si
schierò con gli Spartani e combatté, a Coronea,
contro Atene insieme al re spartano Agesilao (394).
La gratitudine spartana gli fruttò, peraltro, il
ritiro nel podere di Scillunte, in Elide.
Quando Scillunte fu invasa dagli
Elei, Senofonte dovette abbandonarla e ritirarsi a
Corinto (371), per poi tornare, come sembra, in
patria dopo il 368, quando, a seguito del
riavvicinamento tra Sparta e Atene dopo la battaglia
di Leuttra, il bando fu revocato: i suoi due figli,
infatti, combatterono a Mantinea con l'esercito
ateniese.
Si ritiene che Senofonte sia morto
dopo il 355, che è la data più tarda da lui
menzionata, quando parla, nei Poroi, della
situazione ateniese dopo la guerra contro gli
alleati della Lega Delio-Attica.
Opere
1. Opere storiche
Anabasi
E' un diario di guerra in 7 libri che
descrive la ritirata dei Diecimila dopo la morte di
Ciro a Cunassa: il titolo si adatta solo al libro I,
che racconta propriamente la "marcia verso
l'interno" dei greci, mentre nei libri II-IV si può
parlare più propriamente di "catabasi", ossia
discesa verso il mare, che i conclude con le ultime
manovre di ricongiungimento dei Diecimila agli
spartani (V-VII). L'opera dovrebbe essere stata
pubblicata non oltre la metà degli anni '80: negli
ultimi due libri, infatti, fa riferimento al declino
di Sparta dopo il 379 e sembrerebbe in polemica con
la denigrazione dei Diecimila fatta da Isocrate nel
suo Panegirico, che risale appunto al 380.
Senofonte, parlando di se stesso in
terza persona, offre una narrazione viva del quadro
delle operazioni e delle condizioni dei solati,
dando penetranti osservazioni sul territorio.
La narrazione impersonale non
nasconde che l'opera è un memoriale che tende
all'autoesaltazione (pur se la terza persona è
abbandonata negli ultimi due libri, più chiaramente
apologetici): Senofonte, infatti, pubblicò l'Anabasi
con lo pseudonimo di Temistogene di Siracusa per
garantirsi l'obiettività, quando tace che il comando
supremo era di Chirisofo e dipinge se stesso come
comandante supremo ed uomo di grande coraggio e
saggezza.
Probabilmente il ruolo di Senofonte,
pur importante, non fu di grande rilievo come vuole
farci credere: infatti una versione alternativa,
scritta da un commilitone dell'autore, Sofeneto di
Stinfalo, confluita in Eforo e poi riassunta nel XIV
libro di Diodoro Siculo, tace quasi del tutto del
ruolo di Senofonte, che vi rispose con la sua
Anabasi, che però sembra dovere all'opera di
Sofeneto le precise indicazioni topografiche.
Elleniche
Con quest'opera in 7 libri Senofonte
intese continuare le Storie incompiute di
Tucidide. La sua "storia greca" (questo è il
significato dell'opera) copre, infatti, il periodo
411-362.
I primi due libri proseguono il
racconto tucidideo della guerra del Peloponneso fino
al termine del 403, con il dominio dei Trenta
Tiranni e il ritorno della democrazia, in uno stile
impersonale e annalistico, tanto che, in base ad una
notizia antica, si pensa che questa sezione sia una
rielaborazione di appunti di Tucidide, come dimostra
l'attacco brusco "dopo questo…" e il fatto che
questi due libri siano indicati, in parte dei
manoscritti, con il titolo Paralipomeni
(aggiunte).
I libri III-VII coprono il periodo
tra le guerre tra Persia e Sparta (fino alla pace
del 387), con l'egemonia spartana fino alla
battaglia di Leuttra (371), fino all'egemonia di
Tebe che si conclude con la battaglia di Mantinea
del 362.
Questa seconda parte, più
originalmente senofontea, mostra le mancanze
storiografiche dell'autore: spesso Senofonte tace
gli eventi che non vanno a gloria di Sparta e mostra
un'analisi storica molto superficiale, senza pretese
di completezza e con una spiccata tendenza a far
intervenire il divino nella spiegazione degli
eventi. Rispetto a Tucidide, quindi, Senofonte
mostra un passo indietro nella concezione
storiografica, che però riscatta con un'ottima
analisi psicologica, una buona rappresentazione dei
quadri storici e una perfetta conoscenza militare,
che lo fanno precursore della storiografia
ellenistica.
Agesilao
In forma di elogio funebre, è una
biografia encomiastica del re spartano suo amico,
scritta immediatamente dopo la morte di questi nel
360.
Ciropedia: romanzo storico-pedagogico
su Ciro come sovrano ideale (vd. Approfondimento).
2. Opere politiche
Costituzione degli Spartani
Proseguendo nella sua riflessione sul
miglior sistema di governo, Senofonte assume - in
polemica con l'astrattismo platonico - ancora una
volta una realtà politica esistente come modello,
trattando di Sparta, non a caso modello preferito
dei politici di estrazione oligarchica. L'opuscolo è
in netta polemica con i criteri politici e
pedagogici della democrazia ateniese, colpevole di
usare modelli individualistici che indeboliscono
l'unità del corpo civile. Naturalmente, con il
consueto realismo che gli derivava dalle esperienze
dirette, Senofonte avverte poi che anche Sparta
rischia il declino se abbandonerà il modello
licurgheo.
Gerone
Si tratta di un dialogo tra il
tiranno di Siracusa e il poeta lirico Simonide, che
discutono dei pro e dei contro del modello
governativo della tirannide, parlando di come
trasformare la tirannide in "giusto governo",
monarchia legittima. Di nuovo Senofonte tratta un
argomento politico nella forma dello speculum
principis, calandolo però nella tipica
dimensione socratico-realistica del dialogo.
Poroi
Sono l'ultima opera senofontea, come
appare dal fatto che si tratta di una discussione
"sulle entrate di Atene", di cui si descrive la
situazione all'indomani della guerra sociale
(357-55), impostandola sul piano della crematistica,
ossia dell'incremento delle ricchezze tramite
l'investimento di risorse di facile utilizzo.
Senofonte, infatti, ormai
riavvicinatosi alla patria, analizza lucidamente la
situazione economica e giunge a proporre un
risanamento economico basato sull'autarchia e
sull'esportazione di marmo e argento dalle ricche
miniere statali, per compensare in tal modo i costi
di importazione dall'estero di prodotti agricoli.
3. Opere socratiche
Senofonte si inserisce nell'ampio
dibattito che diede origine alla vasta letteratura
socratica di cui lui e Platone sono i massimi
esponenti, mostrando il maestro in primo luogo come
cittadino pio e rispettoso delle leggi e
dell'ordinamento politico.
Si tratta di un'opera di
"normalizzazione" del filosofo, che lo trasforma in
un maestro "politicamente corretto" per discolpare
lui e l'autore dall'accusa di essere membri di un
entourage politico che aveva prodotto Alcibiade e il
"tiranno" Crizia.
Questa disinvolta e consapevole
normalizzazione di un filosofo così scomodo fu presa
in passato per incomprensione del suo insegnamento
da parte di Senofonte, che fu tacciato di
superficialità e faciloneria, come anche di spirito
di contraddizione verso Platone. Ovviamente
Senofonte non fu né volle essere un filosofo, e
quindi non gli deve essere imputata
un'incomprensione di Socrate e del suo messaggio. Le
sue "opere socratiche" sono un'apologia dal punto di
vista politico e quindi, ricostruendo la fisionomia
del Socrate storico, vanno interpretate in parallelo
con l'immagine platonica, tenendo conto degli
apporti originali dei due autori.
Memorabili di Socrate
In 4 libri, si tratta di una raccolta
di "ricordi di Socrate" (come andrebbe tradotto
letteralmente il titolo). La raccolta ha un
obiettivo apologetico e politico nei confronti di
Socrate, difeso, esplicitamente nel proemio e poi
con una raccolta di dialoghi, dalle accuse che ne
avevano provocato la condanna a morte e riepilogate
nello scritto del sofista Policrate Contro
Socrate.
Apologia di Socrate
L'opera è naturalmente in rapporto
con quella platonica, di cui vuol essere una
risposta di tipo retorico. Senofonte, infatti,
intercala brani del discorso di Socrate con suoi
espliciti commenti, offrendoci però un'immagine
assai deludente del maestro, qui lontanissimo dalla
sublimità con cui Platone lo faceva congedare dai
giudici. Il Socrate senofonteo, infatti, chiude la
sua puntigliosa difesa con una profezia di acre
rivalsa contro Anito, cui viene preannunciata la
rovina.
Simposio
Imitando l'omonima opera platonica,
Senofonte narra un simposio offerto dal ricco Callia
per festeggiare la vittoria dell'amasio Autolico,
cui prendono parte vari personaggi, tra cui il
cinico Antistene e Socrate stesso.
Si parla, ovviamente, dell'eros, con
una leggerezza ed un disimpegno ignoti al simposio
platonico (tra l'altro, vengono riportati i ben noti
pettegolezzi socratici sulla bisbetica moglie di
Socrate, Santippe) da cui Senofonte si discosta
anche per l'esaltazione dell'arte e della musica
"leggera", come mostra, in chiusura, l'ampia
descrizione di un mimo che rappresenta l'incontro di
Dioniso e Arianna e che per noi è la prima
testimonianza di questo genere paraletterrio.
Economico
Si tratta di un ampio dialogo
sull'"amministrazione della casa", in cui Socrate
narra al giovane Critobulo della discussione da lui
avuta con il ricco proprietario terriero Iscomaco.
Notevoli le notizie sulla vita quotidiana nell'Atene
del IV secolo, che l'interlocutore del filosofo ci
offre, ed il favore con cui Senofonte dipinge il
matrimonio come sentimento di mutua collaborazione
tra i coniugi. Si tratta naturalmente di argomenti
noti ed amati da Senofonte, che trasportano Socrate
in un piano di maggior realismo rispetto a quello
idealizzato di Platone e che mostrano l'autore in un
campo a lui più congeniale.
4. Opere tecniche
Ipparchico, Sull'ippica
In questi due trattatelli, Senofonte
discute dei compiti dell'ipparco, ossia il
comandante di cavalleria, e sull'arte
dell'equitazione e dell'allevamento equino,
mostrando tutta la sua competenza e l'esperienza
derivategli da anni di pratica sul campo.
Cinegetico
Di dubbia attribuzione, è un opuscolo
sulla caccia e le sue tecniche, dove ampio spazio è
dato alla scelta e all'allevamento dei cani da
caccia, di cui sono ben descritte le razze, le
attitudini utili alla caccia e le modalità
d'allevamento.
Considerazioni
Considerato modello di stile
scorrevole (aphelès) fin dall'antichità, che
lo elevò a modello del puro stile attico insieme a
Platone ed Isocrate, Senofonte fu poi svalutato a
partire dall'Ottocento, quando la critica
positivistica lo vide come superficiale, sciatto e
privo di idee proprie. In effetti, l'autore esce
malconcio dal confronto sul piano storiografico e
filosofico, ma le accuse si devono più propriamente
alla statura degli scrittori con cui viene
paragonato: è naturale che appaia un emulo mal
riuscito, quasi un plagiario, di Tucidide come di
Platone, di cui non possiede la severità
metodologica e la decisione politica.
Oggi, però, si tende a rivalutarlo
come scrittore dagli interessi molteplici, pieno di
curiositas e competente in vari campi
pratici: Senofonte diventa, dunque, vero e proprio
precursore della specializzazione "scientifica"
dell'Ellenismo. Come si è visto, Senofonte non è un
teorico astratto, ma un autore direttamente
impegnato nelle vicende politiche e sociali, che
decide di dare soluzioni mostrano la realtà nella
sua dinamica evoluzione. In questo senso si dovrebbe
leggere la vastità dei suoi interessi e la varietà
delle opere, rette da un senso pratico e mai
tendente alla generalizzazione.
Egli quindi testimonia, nello stesso
tempo, lo sgretolarsi del compatto orizzonte
culturale e politico della polis, dichiarando, in
termini negativi, che in Grecia non c'era più spazio
per l'egemonia di una polis (Musti).
(Antonio D’Andria)
L'oratoria
L'oratoria è un mezzo per la
trasmissione del pensiero e forte strumento di
persuasione. Nei poemi omerici l'arte oratoria
espressa nelle assemblee è tenuta in grande
considerazione.
La letteratura oratoria è un esito
della situazione politica e giudiziaria che si
produsse nelle città nell'età successiva alle guerre
persiane, in un clima di partecipazione totale alla
vita pubblica.
Esistono tre tipi di oratoria: tipo
deliberativo, cioè orazioni tenute in una
sede e con finalità politiche; tipo giudiziario:
discorsi d'accusa e difesa; oratoria epidittica
o dimostrativa: discorsi pubblici in
occasione di cerimonie e festività. Da questo tipo
di oratoria si sviluppò poi la conferenza di
parata, un esibizione di abilità su temi
assurdi.
L'oratoria giudiziaria era per esigenza schematica,
e formata da 4 fasi fondamentali:
introduzione, per propiziare
l'attenzione e il preliminare favore dei giudici;
narrazione, cioè la rappresentazione
dei fatti;
discussione propriamente giuridica,
con l'eventuale interrogatorio dei testimoni;
perorazione, per ottenere
definitivamente il voto favorevole.
Tecniche dell'oratoria giudiziaria
erano quelle di ricorrere ad argomenti di carattere
generale e astratto e cercare di coinvolgere
emotivamente la giuria valorizzando il racconto.
Spesso l'oratoria giudiziaria era affidata a dei
professionisti, i logografi, che scrivevano l'accusa
o la difesa immedesimandosi nel personaggio che poi
doveva ripeterla a memoria in giudizio.
L'oratoria politica e quella
epidittica erano meno schematiche e tendevano ad
adattarsi ogni volta alla situazione, ed erano
narrate in prima persona dall'autore, per cui la sua
personalità acquista particolare rilievo.
Antifonte
Nato verso il 480, fu protagonista
della restaurazione oligarchica dei "Quattrocento".
Dopo che fu ristabilita la democrazia, Antifonte fu
condannato a morte per tradimento e giustiziato
nello stesso anno. Tucidide fu suo allievo, e da lui
sappiamo che il discorso che fece in sua difesa quel
giorno è il migliore mai fatto da alcuno, ma a noi
non è rimasto nulla di quel discorso. Noi conosciamo
Antifonte solo come logografo, e abbiamo 15
orazioni, tra cui Sull'uccisione di Erode, in
cui si difende un giovane di nome Mitilene accusato
di aver ucciso in mare Erode.
Di Antifonte conserviamo anche le
Tetralogie, che si riferiscono ognuna ad un
processo criminale. Non comparendo nomi, è possibile
pensare che fungessero semplicemente da modello per
l'esercitazione retorica.
Andocide
Nato poco prima del 440, apparteneva
all'aristocrazia ateniese. Venne coinvolto
nell'accusa di aver partecipato assieme ad Alcibiade
alla mutilazione delle Erme. Andocide si salvò con
la delazione e andò in esilio volontario a Cipro,
dove commerciò e accumulò molto denaro. Non riuscì a
rientrare subito in patria (in questo periodo
scrisse un'orazione Sul proprio ritorno), ma
vi riuscì dopo la caduta dei 30 Tiranni, nel 403. Ma
nel 399 i suoi nemici lo accusarono di empietà per
aver assistito ai misteri Eleusi. Fu assolto grazie
all'orazione Sui misteri. Partecipò, dopo
riaver acquistato credibilità politica, ad
un'ambasceria a Sparta che però fallì (Sulla pace
con Sparta). Accusato di corruzione, Andocide
dovette andare in esilio evitando la condanna a
morte. Egli non è un oratore di professione, ma
scrive semplicemente per autodifesa. Ha una forte
personalità e un certo vigore espressivo e uno stile
lineare perché vuole apparire un uomo semplice.
Lisia
Lisia rappresenta la prima grande
figura di artista nella letteratura greca. Scrive in
gran parte discorsi giudiziari, in cui mostra una
grande capacità di imitazione per l'esistenza
quotidiana e i personaggi che la popolano, in uno
stile molto elegante. Lisia appartiene all'alta
letteratura.
Suo padre Cefalo si trasferì con la
famiglia ad Atene, dove nel 445 nacque Lisia, che
ben presto si recò in Magna Grecia per perfezionare
la sua istruzione nella scuola retorica siciliana.
Dopo la spedizione disastrosa in Sicilia del 415
tornò ad Atene, ma il nuovo governo dei Trenta lo
accusò assieme al fratello Polemarco. Lisia riuscì a
fuggire a Megara, ma il fratello fu ucciso. Tornò ad
Atene dove fu costretto ad esercitare la professione
del logografo.
Morì intorno al 380.
Scrisse moltissimo (si pensa 425
orazioni, di cui la metà sicuramente autentiche), in
tutti i generi di oratoria: al genere epidittico
apparteneva l'Olimpico, pronunciato alle
Olimpiadi, mentre per la retorica abbiamo l'Erotico.
Ma è l'oratoria giudiziaria il campo
preferito da Lisia: egli è chiaro, con una
straordinaria varietà di toni espressivi e una forte
energia. La sua maestria risiede nell'"etopea", cioè
la capacità di immedesimarsi in un'altra persona
facendo in modo che il discorso scritto da Lisia
sembri in realtà scritto da quella persona. Egli
insisteva sulle apparenze negative del cliente per
metterne in risalto la genuinità e acquistare così
la simpatia dei giurati. Per esempio, nell'orazione
Per l'olivo sacro, un possidente, accusato di
aver abbattuto un olivo sacro, è rappresentato come
un uomo all'antica, burbero e poco socievole, per
cui sarà difficile che si tratti di un bugiardo.
In Per l'invalido, un uomo
riesce con umorismo ad ottenere un contributo
statale per la sua invalidità.
Lisia è anche dotato di un
eccezionale talento narrativo, ed è capace di
mettere in scena situazioni altamente drammatiche o
molto spassose, per esempio nel discorso Per
l'uccisione di Eratostene, in cui viene narrato
un realismo quotidiano che è in genere inconsueto.
Più passionali i discorsi politici,
in cui a volte parla lo stesso Lisia. Nell'orazione
Contro Eratostene, egli comparve
personalmente in tribunale per accusare quest'uomo
di aver ucciso suo fratello Polemarco, parlando in
uno stile crudamente oggettivo.
I suoi discorsi rappresentano
un'evoluzione rispetto alla retorica tradizionale.
L'enfasi fa sì che ogni singola causa risulti unica
nel suo genere. Lisia scrive in un purissimo
dialetto attico, caratterizzato dall'essenzialità e
dalla precisione.
(T. Giovanni) |