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Strocchio - La "dissimulatio" di
Agricola e Trasea Peto
Fiocchi - La cornice drammatica del
"Dialogus"
Lana - Introspicere in Tacito
Pagnini - Il potere e la sua
immagine
Mastellone Jovane - Paura e
angoscia in Tacito
De Vivo - Tacito e Claudio
Canfora - La "Germania" di Tacito
da Engels al nazismo
La Penna - Vivere sotto i tiranni
Michel - Tacito e il destino
dell'impero
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LA BIOGRAFIA
(55 d.C.? ca – 120 ca)
Origini nobili. Molto incerti e lacunosi sono i
dati biografici di T. (a partire già dai suoi "tria nomina"):
nacque probabilmente nella Gallia Narbonese (ma forse a Terni, o
addirittura nella stessa Roma), da una famiglia ricca e molto
influente, di rango equestre. Studiò a Roma (frequentò probabilmente
anche la scuola di Quintiliano), acquistò ben presto fama come
oratore (dovette essere anche un valentissimo avvocato), e nel 78
sposò la figlia di Gneo Giulio Agricola, statista e comandante
militare.
La fortunata carriera politica e letteraria.
Iniziò la carriera politica sotto Vespasiano e la proseguì sotto
Tito e Domiziano; ma, come Giovenale, poté iniziare la carriera
letteraria solo dopo la morte dell'ultimo, terribile, esponente
flavio (96 d.C.), sotto il cui principato anche il nostro autore,
come altri intellettuali del resto, non dovette vivere momenti certo
tranquilli. Questore poi nell’81-82 e pretore nell'88, T. fu per
qualche anno lontano da Roma, presumibilmente per un incarico in
Gallia o in Germania. Nel 97, sotto Nerva, fu console (anche se in
veste di supplente) e pronunciò un elogio funebre per Virginio Rufo,
il console morto durante l'anno in carica.
Gli ultimi anni profusi negli studi storici.
Abbandonò poi decisamente oratoria e politica (ebbe solo un
governatorato nella provincia d’Asia, nel 112-113), per dedicarsi
totalmente alla ricerca storica. Fu intimo amico, nella vita e negli
studi, di Plinio il Giovane.
Opere
- "Dialogus de oratoribus", dell’ 80 ca o di poco
successivo al 100; d'incerta attribuzione (ma oggi si propende
sull'attribuzione dell'opera a T.), è comunque dedicato a Fabio
Giusto;
- "De Vita Agricolae", pubblicato nel 98;
- "De origine et situ Germanorum" o "Germania",
dello stesso anno?;
- "Historiae", composte tra il 100 e il 110, in
12 o 14 libri di cui però ci sono pervenuti solo i primi 4 e metà
del V;
- "Annales" o "Ab excessu divi Augusti", del
100-117?, comunque successivi alle "Historie", in 16 o 18 libri, di
cui ci rimane, però, l'opera incompleta: i primi 4 libri, alcuni
frammenti del V e del VI (mancante forse del principio) che trattano
del regno di Tiberio; infine, gli ultimi 6, concernenti Nerone, ma
per lo più lacunosi.
Contenuti e commenti delle opere
- Dialogus de oratoribus: le cause della decadenza
dell'oratoria.
Incertezza di paternità e di stesura. Il "Dialogus
de oratoribus" non è probabilmente la prima opera di T., se pure è
davvero sua (come accennato, la paternità è incerta): la tesi che
oggi prevale è che essa sia stata comunque composta dopo la
"Germania" e dopo l' "Agricola". Il periodare presente in tale opera
- e la stessa forma dialogica - ricorda, infatti, il modello
neociceroniano, forbito ma non prolisso, cui si ispirava
l'insegnamento della scuola di Quintiliano: per questo, c'è chi
suppone che l'opera sia stata appunto scritta quando T. era ancora
giovane e legato alle predilezioni classicheggianti proprie di
quella scuola. Anche se questa ipotesi fosse vera, resta il fatto
che l'opera fu pubblicata solo in seguito, dopo la morte di
Domiziano.
La decadenza dell'oratoria. Ambientata nel 75 o
nel 77, il "Dialogus" si riallaccia alla tradizione dei dialoghi
ciceroniani su argomenti filosofici e retorici: riferisce di una
discussione avvenuta a casa di Curiazio Materno fra lui stesso,
Marco Apro, Vipstano Messalla e Giulio Secondo. In un primo momento,
si contrappongono i discorsi di Apro e Materno (che forse è la
maschera dietro cui si nasconde lo stesso T.), in difesa -
rispettivamente - dell'eloquenza e della poesia. L'andamento del
dibattito subisce però una svolta con l'arrivo di Messalla,
spostandosi sul tema della decadenza dell'oratoria, la cui causa è
individuata essenzialmente nel deterioramento dell'educazione e,
soprattutto, nel clima di "censura" di parola e di pensiero vigente
nella stessa età imperiale. Il dialogo, infatti, si conclude con il
discorso di Materno, il quale sostiene, più specificamente, che una
grande oratoria forse era possibile solo con la libertà, o piuttosto
con l'anarchia; diviene invece anacronistica e noiosa - strumento al
servizio del servilismo e dello sterile accademismo culturale,
piuttosto che della lotta politica e civile - in una società
(forzatamente) "tranquilla", come quella conseguente
all'instaurazione dell'Impero, caratterizzata dalla degenerazione
sociale, politica e culturale. L'opinione attribuita a Materno, come
detto, rispecchia molto probabilmente il pensiero di T.: ma egli,
nonostante tutto, sente la necessità dell'Impero - come vedremo del
resto nelle opere successive - come unica forza in grado di salvare
lo stato dal caos delle guerre civili, di garantire insomma la pace,
anche se il principato restringe lo spazio per l'oratore e l'uomo
politico.
- Agricola e la sterilità dell'opposizione.
Un'opera composita, tra biografia etnografia e
politica. Verso gli inizi del regno di Traiano, T. approfittò del
ripristino dell'atmosfera di libertà dopo la tirannide per
pubblicare il suo primo opuscolo storico, la sua prima monografia
(ma il carattere di quest'opera "sui generis" è decisamente
ibrido: oscilla tra etnografia, storia, panegirico e biografia,
mentre l'impronta è marcatamente politica), che tramandi ai posteri
la memoria del suocero Giulio Agricola, valente generale del tempo
di Domiziano e conquistatore della Britannia (o meglio, della parte
settentrinale dell'isola). Per il suo tono encomiastico, lo stile di
quest'opera si avvicina a quello delle "laudationes" funebri,
integrate con materiali storici ed etnografici; notevole è anche
l'influenza di Cicerone, soprattutto nella perorazione e
celebrazione finale, che assume toni particolarmente commossi e di
intensa e personale partecipazione.
La trama e il personaggio di Agricola, esempio di
libertà ed onestà politica. Dopo una trattazione sommaria della vita
del protagonista (incentrata esclusivamente sulla sua figura di uomo
pubblico, mentre soltanto accennati, quando non taciuti, sono gli
episodi relativi a vicende private e di vita quotidiana), T. si
sofferma proprio sulla conquista della Britannia, lasciando un certo
spazio alle digressioni geografiche ed etniche. Egli, tuttavia, non
perde mai di vista il proprio personaggio: la Britannia è
soprattutto un campo in cui si dispiega la "virtus" di
Agricola, il teatro delle sue magnifiche imprese. T. mette in
risalto come il suocero avesse saputo servire lo Stato con fedeltà e
onestà, anche sotto un pessimo principe come Domiziano (si lascia
trapelare anche il sospetto che proprio questi avesse fatto
avvelenare, per invidia, il famoso generale): anche nella morte,
tuttavia, Agricola mantiene la sua rettitudine: egli lascia la vita
in silenzio, senza andare in cerca della gloria di un martirio
ostentato. L'esempio di Agricola, insomma, indica come anche sotto
la tirannide sia possibile percorrere la via mediana (la vera virtù
consiste appunto nella "moderazione") fra quelle del martirio e
dell'indecenza.
- Germania: virtù dei barbari e corruzione dei
Romani.
Opuscolo etnico-geografico di "attualità". Gli
interessi etnografici sono al centro della "Germania", non a caso
scritta in quel particolare momento storico-politico, quando
l’agitarsi delle popolazioni ultrarenane indusse Traiano ad
affrontare decisamente il problema germanico: unica testimonianza,
comunque, di una letteratura specificatamente etnografica che a Roma
doveva godere di una certa fortuna.
[A tal proposito, non è certo se T. abbia ideato
quest'opera come una composizione a sé stante o se l'abbia pensata
come una parte, un "excursus", da inserire successivamente
nelle "Historiae": invero, però, la critica odierna sembra
agevolmente acquietarsi sulla prima ipotesi].
I contenuti e le fonti. L'operetta è divisa in 2
parti: nei primi 27 capitoli è descritta la Germania in generale,
condizioni del suolo e del clima, abitanti, loro costumi, religioni,
leggi, divertimenti, virtù e vizi; la II parte, invece, contiene un
catalogo con le notizie particolari dei diversi popoli, in ordine
geografico, da occidente ad oriente.
Le suddette considerazioni etnogeografiche (sui
popoli e sui luoghi appunto tra Reno e Danubio) non derivano
tuttavia da una visione diretta, ma da fonti scritte, e soprattutto
dai "Bella Germaniae" di Plinio il Vecchio, che aveva prestato
servizio nelle armate del Reno. T. sembra aver seguito la sua fonte
con fedeltà, aggiungendo qua e là pochi particolari per ammodernare
l'opera: ciò nonostante, rimangono alcune discrepanze, poiché la
"Germania" sembra descrivere abbastanza spesso la situazione come si
presentava, invero, prima che gli imperatori flavi avanzassero oltre
il Reno e oltre il Danubio.
Visione "manichea": barbari sani e Romani
corrotti. E' possibile notare (ed anzi non è rilievo secondario),
nell'opuscolo di T., l'esaltazione di una civiltà ingenua e
primordiale, non ancora corrotta dai vizi raffinati di una civiltà
decadente: in questo senso, tutta l'opera sembra percorsa da una
vena implicita di contrapposizione dei barbari, ricchi di energie
sane e fresche, ai romani, contrapposizione evidentemente frutto di
un filtro etico attraverso il quale lo storico scandaglia
osservazioni e descrizioni. E molto probabilmente, al di là di ogni
"idealizzazione", T. intendeva sottolineare la pericolosità di quel
popolo per l'Impero: i Germani potevano davvero rappresentare una
seria minaccia per un sistema politico basato sul servilismo e sulla
corruzione (ovviamente, T. parla anche dei molti difetti di un
popolo che gli appare comunque come essenzialmente barbarico). Un
accorato invito, dunque, a raccogliere le residue forze contro il
potente e minaccioso nemico.
- Historie: i parallelismi della storia.
Dal 69 al 96 d.C. . Il progetto di una vasta
opera storica era presente già nell'Agricola, ma nelle "Historiae"
tale progetto appare modificato: mentre la parte che ci è rimasta
contiene la narrazione degli eventi dal regno di Galba fino alla
rivolta giudaica, l'opera nel suo complesso doveva estendersi fino
al 96, l'anno della morte di Domiziano: nel proemio, T. afferma di
voler trattare durante la vecchiaia dei principati di Nerva e di
Traiano.
Le "Historiae" descrivono quindi un periodo cupo,
sconvolto dalla guerra civile e concluso con la tirannide:
Il I libro parla del breve regno di Galba;
seguono l'uccisione di questo e l'elezione all'Impero di Otone. In
Germania le legioni acclamano però come Imperatore Vitellio. In
particolare, il 69, anno in cui si aprono le "Historiae", vede
succedersi 4 imperatori: questo perché il principe poteva essere
eletto anche fuori da Roma, e la sua forza si basava principalmente
sull'appoggio delle legioni di stanza in paesi più o meno remoti.
Nel II e III libro si parla della lotta tra Otone
e Vitellio, con la sconfitta del primo, e tra Vitellio e Vespasiano.
Quest'ultimo, eletto imperatore in Oriente, lascia il proprio figlio
Tito ad affrontare i giudei e fa dirigere le sue truppe a Roma dove
si era rifugiato Vitellio, che viene ucciso.
Nel IV libro si parla dei tumulti ad opera dei
soldati flaviani, e dei tumulti contro Vespasiano scoppiati in
Gallia e in Germania.
Il V libro parla degli avvenimenti di Germania e
dei primi segni di stanchezza mostrati dai ribelli.
Il significato di "historiae". Come già si evince
dallo stesso titolo, nonché dal breve sommario proposto qui sopra,
T. vuol soddisfare un desiderio di ricerca e di comprensione dei
fatti che va al di là della pura e semplice raccolta di
testimonianze: ciò in piena rispondenza e fedeltà al significato
stesso che il termine "historiae" rivestiva nella lingua
latina, mutuandolo strettamente dal greco "historìa"
(indagine, ricerca storica), ovvero come esposizione sistematica
della storia, sia come racconto storicamente attestato dei singoli
avvenimenti sia come sguardo d'insieme retrospettivo sul passato.
Parallelismi storici. Così, T. scrive a distanza
di 30 anni dagli avvenimenti del 69, ma la ricostruzione di quell'anno
avveniva nel vivo del dibattito politico che aveva accompagnato
l'ascesa al potere di Traiano. A tal proposito, è stato notato un
certo parallelismo tra questa e gli avvenimenti del 69: il
predecessore di Traiano, Nerva, si era trovato come Galba ad
affrontare un rivolta di pretoriani che faceva traballare le basi
del suo potere, e come Galba aveva designato per "adozione" un suo
successore. L'analogia però si ferma a questo punto: mentre Galba si
era scelto come successore Pisone, un nobile di antico stampo poco
adatto, Nerva aveva invece consolidato il proprio potere
associandosi nel governo Traiano, un capo militare autorevole,
comandante dell'armata della Germania superiore. Con il discorso di
Galba in occasione dell'adozione di Pisone, lo storico ha inteso
mostrare nella figura dell'imperatore il divario fra il modello di
comportamento rigorosamente ispirato al "mos maiorum" e la
reale capacità di dominare e controllare gli avvenimenti. Solo
l'adozione di una figura come quella di Traiano placò i tumulti fra
le legioni e pose fine a ogni rivalità.
La necessità del principato. Come già detto, T. è
convinto che solo il principato sia in grado di garantire la pace e
la fedeltà degli eserciti: già il proemio delle "Historiae"
sottolinea come - dopo la battaglia di Azio - la concentrazione del
potere nelle mani di una sola persona si rivelò indispensabile, o
quantomeno ineluttabile: ovviamente il principe non dovrà essere uno
scellerato tiranno come Domiziano, né un inetto come Galba;
piuttosto, dovrà invece assommare in sé quelle qualità necessarie
per reggere la compagine imperiale, e contemporaneamente garantire i
residui del prestigio e della dignità del ceto dirigente senatorio.
Quindi, per T. l'unica soluzione sembra consistere nel principato
moderato degli imperatori d'adozione.
Lo stile. Lo stile delle "Historiae" ha un ritmo
vario e veloce, che richiede da parte di T. un lavoro di
condensazione rispetto ai dati forniti dalle fonti: a volte qualcosa
è omesso, ma più spesso T. sa conferire efficacia drammatica alla
propria opera suddividendo il racconto in più scene. Lo storico è
poi molto bravo nella descrizione delle masse, da cui traspare il
timore misto a disprezzo del senatore per le turbolenze dei soldati
e della feccia della capitale.
Tra storiografia tragica ed abilità
ritrattistica. Le "Historiae" raccontano, del resto, per la maggior
parte, fatti di violenza e di ingiustizia: ciò non toglie che T.
sappia tratteggiare in modo abile i caratteri dei propri personaggi,
alternando notazioni brevi a ritratti compiuti come quello di
Muciano o di Otone. Lo storico, ad es., insiste sulla consapevolezza
di questo personaggio, della sua subalternità nei confronti degli
strati inferiori urbani e militari: forse Otone deve proprio a
questo servilismo la sua capacità di incidere nelle cose. Egli è
dominato da una "virtus" inquieta, che all'inizio della sua
vicenda lo porta a deliberare, in un monologo quasi da eroe tragico,
una scalata al potere decisa a non arrestarsi. Ma Otone è un
personaggio in evoluzione e decide così di darsi una morte gloriosa.
Nella sua descrizione T. si affida alla "inconcinnitas", alla
sintassi disarticolata, alle strutture stilistiche slegate per
incidere nel profondo dei personaggi. Egli ama ricorrere a costrutti
irregolari e a frequenti cambi di soggetto per dare movimento alla
narrazione.
- Annales: le radici del principato.
Da Augusto a Nerone. Nemmeno nell'ultima fase
della sua attività T. mantenne il proposito di narrare la storia dei
principati di Nerva e Traiano: anzi egli, negli "Annales",
intraprese il racconto solo della più antica storia del principato,
dalla morte di Augusto (il giudizio su questo primo principe non può
essere che negativo, viste le nefaste conseguenze - anche se nei
tempi lunghi - della sua "rivoluzione" politica) a quella di Nerone.
Come del resto già si arguisce dallo stesso titolo, continuò il
metodo degli annalisti, giacché lo schematismo dei fatti non urtava
con la sua funzione critica, che tendeva (come abbiamo visto e come
ancora vedremo) prevalentemente allo studio dei caratteri e dei
moventi psicologici e morali delle azioni. Probabilmente, T.
intendeva la sua opera anche come un proseguimento di quella di
Livio: in effetti, già il "sottotitolo" presente nei manoscritti ("Ab
excessu divi Augusti") sembra ricordare proprio quello liviano, "Ab
urbe condita".
I libri sopravvissuti. Come accennato, degli "Annales"
sono conservati i libri I-IV, un frammento del V e parte del VI,
comprendenti il racconto degli avvenimenti dalla morte di Augusto
(14) a quella di Tiberio (37); inoltre sono conservati i libri
XI-XVI, col racconto dei regni di Claudio e di Nerone.
Ancora sulla necessità del principato. Negli "Annales"
T. sembra mantenere la tesi della necessità del principato: ma il
suo orizzonte sembra essersi notevolmente incupito, o comunque fatto
più amaro (nonostante egli si trovi a vivere in un secolo definito
unanimemente, da storici e studiosi di età successive, come il
"secolo d'oro" dell'impero: ma che si tratti di una mera, crudele,
illusione?). La storia del principato è, infatti, anche la storia
del tramonto della libertà politica dell'aristocrazia senatoria,
anch'essa coinvolta in un processo di decadenza morale e di
corruzione, e sempre più incapace - per colpe dirette o per cause
indirette - di giocare ancora un ruolo politico significativo.
Scarsa simpatia lo storico presenta anche nei confronti di coloro
che scelgono l'opposta via del martirio, sostanzialmente inutile
allo Stato, e continuano a mettere in scena suicidi filosofici.
T. sembra condurre insomma il lettore attraverso
un territorio umano desolato, senza luce o speranza; ma forse, a ben
vedere, un barlume di speranza rimane: la parte sana dell'élite
politica, infatti, continua a dare il meglio di sé nel governo delle
provincie e nella guida degli eserciti (ad es., l'opera bellica di
Germanico risulta grandiosa rispetto alla meschina politica urbana
di Tiberio). E' proprio su questi uomini che, secondo il nostro
autore, bisognerebbe puntare per la ricostruzione politica e morale
di Roma.
Ancora storiografia tragica. T. alla forte
componente tragica della sua storiografia assegna soprattutto la
funzione di scavare nelle pieghe dei personaggi per sondarli in
profondità e portarne alla luce le ambiguità e i chiaroscuri. Lo
storico, infatti, sa bene <<che né la volontà degli dèi, né la
Provvidenza o la Fatalità sono cause immediate del divenire storico.
Le azioni umane, che sono le più visibili, le più immediatamente
percepibili, in questo divenire, dipendono dal libero arbitrio>> [P.
Grimal]. Le conseguenze, quindi, delle opinioni e soprattutto delle
passioni che scatenano i comportamenti umani ricadono sul divenire
storico e ne determinano il corso: ciò è tanto più vero, poi, se il
protagonista di tale divenire è un principe investito, per la durata
del suo regno, di un potere illimitato. Per T. è indispensabile,
quindi, per comprendere la trama della storia, analizzare la
personalità di colui dal quale dipende il destino dell'impero. Ecco,
così, spiegato come mai, soprattutto negli "Annales", si perfezioni
ulteriormente la tecnica del ritratto e si accentui la componente
"tragica" del racconto.
I "ritratti" degli imperatori. Ad es., Claudio è
rappresentato come un imbelle che, dopo la morte della prima moglie
Messalina, cade nelle mani del potente liberto Narciso e della
seconda moglie Agrippina, che alla fine fa avvelenare il marito e
mette sul trono Nerone, il figlio avuto da un precedente matrimonio.
Quindi, è narrato il regno di Nerone, nella giovinezza influenzato
dalle figure della madre, del filosofo Seneca e del prefetto del
pretorio Burro. Poi acquista indipendenza e cade sempre più nella
pazzia: instaura quindi un regime da monarca ellenistico e si dedica
soprattutto ai giochi e ai spettacoli. Riesce a far uccidere la
madre Agrippina mentre Seneca si ritira a vita privata. Nerone si
abbandona a eccessi di ogni sorta, ma intorno a Gaio Pisone si
coagula un gruppo di congiurati che si propongono di uccidere il
principe. La congiura di Pisone viene scoperta e repressa.
Ma il vertice dell'arte tacitiana è stato
individuato nel ritratto di Tiberio, del tipo cosiddetto indiretto:
lo storico non dà cioè il ritratto una volta per tutte, ma fa sì che
esso si delinei progressivamente attraverso una narrazione
sottolineata qua e là da osservazioni e commenti. Un certo spazio è
anche dato al ritratto del tipo paradossale: l'esempio più notevole
è la descrizione di Petronio. Il fascino del personaggio sta proprio
nei suoi aspetti contraddittori: Petronio si è assicurato con
l'ignavia la fama che altri acquistano dopo grandi sforzi, ma la
mollezza della sua vita contrasta con l'energia e la competenza
dimostrate quando ha ricoperto importanti cariche pubbliche. Egli
affronta la morte quasi come un'ultima voluttà, dando
contemporaneamente prova di autocontrollo e di fermezza.
Lo stile. Nello stile degli "Annales" si assiste
ad un allontanamento dalla norma e dalla convenzione, ad una ricerca
di straniamento che si esprime nel lessico arcaico e solenne: è a
partire dal libro XIII che quest'involuzione verso modelli più
tradizionali, meno lontani dai dettami del classicismo, sembra
assumere una importante consistenza: forse il regno di Nerone,
abbastanza vicino nel tempo, richiedeva una trattazione con minore
distanziamento solenne.
Comunque, in linea di massima, gli "Annales"
risultano meno eloquenti, più concisi e austeri delle opere
precedenti. Si accentua il gusto della "inconcinnitas",
ottenuta soprattutto grazie alla "variatio", cioè allineando
un'espressione a un'altra che ci si attenderebbe parallela, ed è
invece diversamente strutturata.
Considerazioni conclusive.
Storico impegnato e partecipe… Come si vede,
l’opera di T. è tutta sostenuta da un’esplicita e tesa passione
etico-politica e dalla con-partecipazione alle sorti della Roma a
lui contemporanea: è il corrosivo e dettagliato bilancio
(soprattutto nelle opere maggiori) del primo secolo di esperienza
monarchica dal punto di vista di un intellettuale, il quale - benché
proclami di voler fare storia in modo imparziale ("sine ira et
studio", ovvero "senza risentimento e senza partigianeria") -
esprime tuttavia, giocoforza, il punto di vista della "sana"
opposizione senatoriale alla pratica imperiale (leitmotiv ne
è l’inconciliabile tensione tra "libertas" e "principatus").
Evidentemente, <<T. non sarebbe mai giunto alla
storia, se al fondo di tutta la sua esperienza politica e forense
non ci fosse stato un forte disinganno>> [F. della Corte]: quello
sulla vera natura e sulle reali conseguenze del principato.
Ecco perché la sua visione della storia risulta
in definitiva, come già detto, fortemente impregnata dell'elemento
morale (anche se non legata a credenze, filosofiche o religiose,
preconcette) ed essenzialmente individualistica (come tipico della
storiografia antica), facendo discendere la dinamica degli eventi
dalla personalità e dalle scelte dei "grandi".
… e grande. Il nostro autore, anche dal punto di
vista artistico, rappresenta forse il momento davvero più importante
della storiografia romana, superiore - volendo - allo stesso momento
liviano. Proprio di contro a Livio, in particolare, egli - scrittore
veramente profondo ed informato sugli avvenimenti - è storico
"contemporaneo", sia nel senso preciso del vocabolo, sia perché ha
saputo rendere contemporanea anche l'età che non aveva vissuto.
Anche il suo stile - volutamente controllato, rapido e conciso - è
un aspetto fondante di questa sua concezione della storia, <<storia
di idee più che storia di fatti>> [F. della Corte].
La decadenza di Roma. Di quest'ultima
affermazione, è una testimonianza lampante il fatto che T. individui
il "peccato originale" della decadenza di Roma nella svolta
anticostituzionale operata da Augusto, dietro una formale facciata
repubblicana, e denunci le conseguenze nefaste del sistema
dinastico, pur senza rifiutare totalmente l’istituzione – oramai
(come più volte ripetuto) necessaria per l’unità, l’ordine e la pace
dell’Impero – del "principato" stesso.
Le fonti. Ancora aperto è, infine, il "problema
delle fonti" di T.. Alcuni punti sono comunque assodati: lo storico
consultò la documentazione ufficiale ("acta senatus", più o
meno i verbali delle sedute; "acta diurna", contenenti gli
atti del governo e notizie su quanto avveniva a corte a Roma) ed
ebbe inoltre a disposizione raccolte di discorsi imperiali. Il tutto
vagliato con uno "scrupolo" inusuale tra gli storici antichi.
Numerose anche le fonti storiche (Plinio, Vipsiano Messala, Pluvio
Rufo, F. Rustico…) e letterarie (epistolografia, memorialistica,
libellistica ["Exitus illustrium virorum"]…).
Così, dopo il mito dell’utilizzo di un’unica
fonte (almeno per ciascuna sezione delle opere maggiori), si è
sempre più sostenuta piuttosto l’idea di una molteplicità di fonti,
per giunta talune anche di opposta tendenza, ed utilizzate con una
certa libertà.
N. Castaldi
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