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Proposte di lettura:

Lana - Seneca e i giovani

Garbarino - Il tema del viaggio in Seneca

Torre - La concezione senecana del "sapiens"

Grimal - Seneca

Setaioli - Seneca e i Greci

Lana - I principi del buon governo secondo Cicerone e Seneca

Scarpat - Il pensiero religioso di Seneca e l'ambiente ebraico e cristiano

Lana - Seneca e la politica

Giancotti - Saggio sulle tragedie di Seneca

 

 

TESTIMONIANZE

Sul Nostro due giudizi: il primo di Quintiliano ...

"... Cuius et multae alioqui et magnae virtutes fuerunt, ingenium facile et copiosum, plurimum studii, multa rerum cognitio, in qua tamen aliquando ab his, quibus inquirenda quaedam mandabat, deceptus est [...] In philosophia parum dili gens, egregius tamen vitiorum insectator fuit. Multae in eo claraeque sententiae, multa etiam morum grafia legenda, sed in eloquendo corrupta pleraque atque eo perniciosissima, quod abundant dulcìbus vitiis. Velles eum suo ingenio dixisse, alieno iudicio: nam si aliqua contempsisset, si parum non concupisset, si non omnia sua amasset, si rerum pondera minutissimis sententiis non fregisset, consensu potius eruditorum quam puerorum amore comprobaretur. Verum sic quoque iam robustis et severiore genere satis firmatis legendus vel ideo, quod exercere potest utcumque iudicium. Multa enim, ut dixi, probanda in eo, multa etiam admiranda sunt, eligere modo curae sit..."

(Quintiliano Inst. or. X, 1, 125 sgg.)

... il secondo di Gellio:

"De Annaeo Seneca quidam existimant ut de scriptore minime utili, cuius libros attingere nullum pretium operae sit, quod eius sententiae ineptae aut inanes sint, eruditio plebeia, oratio vulgaris et protrita"

(Aulo Gellio, Noci. Att., XI, 2, 1-2)

Ancora da Quintiliano sappiamo che compose orazioni, opere di poesia, dialoghi, però mai a noi pervenuti:

"Tractavit etiam omnem fere studiorum materiam. Nam et orationes eius et poemata et epistulae et dialogi feruntur".

(Quintiliano Inst. or. X, 1, 128 sgg.)

La sua condanna di esilio in Corsica per adulterio o, meglio, secondo lo scoliaste a Giovenale 5-109, per complicità:

"Sub Claudio quasi conscius adulteriorum luliae Germanici filiae in Corsicam relegatus est"

Ma è Tacito ad attestarci che fu ... ... "magister Neronis

"Agrippina, ne malis tantum facinoribus innotesceret, veniam exilii, prò Annaeo Seneca, simul praeturam impetrat, laetum in publicum rata ob daritudinem studiorum eius, utque Domìtii pueritia tali magistro adolesceret et consiliis eiusdem ad spem dominationis uterentur, quia Seneca fidus in Agrippinam memoria beneficii et infensus Claudio dolore iniuriae credebatur."

... tenuto in grande considerazione il suo "ingegno" ...

"Fuìt illi viro ingenium amoenum et temporis eius auribus accommodatum"

(Tacito, Ann. XIII, 3, 1}

... oggetto di biasimo da parte dei suoi avversari a corte per aver accentuato la sua attività poetica dopo che Nerone si era maggiormente dedicato alla poesia

"... obiciebant ... carmina crebrius factitare postquam Neroni amor eorum venisset"

(Tacito, Ann., XIV, 52)

... accusato di aver partecipato alla congiura di Pisone:

"Romanus secretis criminationibus incusaverat Senecam ut C. Pisonis socium, sed validius a Seneca eodem crimine perculsus est"

(Tacito, Ann. XIV, 65)


BIOGRAFIA ED OPERE

Ad opera e cura di

Cristina Tarabella.

Nacque sicuramente a Cordova in Spagna meridionale, ma la data rimane imprecisata, fra il 4 d.C. e l’ 1 d.C.

Apparteneva ad una ricca famiglia equestre  di stirpe italica.

Seneca giunse a Roma accompagnato da una zia materna.

Pochissimo si sa  della sua vita, prima del 41 d.C.

Seguì gli studi di grammatica e retorica, ma si dette ben presto alla filosofia.

E la sua formazione fu veramente molto eclettica.

Infatti apprese da Sozione, un eclettico, per l’appunto.

Ma anche da Attalo, che era uno stoico. E fu anche amico del cinico Demetrio.

Andò per qualche tempo in Egitto e tornò a Roma verso il 31; fu eletto questore.

Seneca – lo sappiamo dai suoi contemporanei e dagli antichi commentatori – era molto famoso per le sue opere di scrittore e di oratore, ma, sfortunatamente le sue opere sono andate tutte perdute. 

Seneca viveva sotto l’Imperatore Caligola. La qual cosa non era facile per nessuno, e nemmeno per il filosofo. Nemmeno lui, infatti, fu risparmiato dalla malasorte. Venne esiliato in Corsica nel 39, con l’accusa di avere commesso adulterio con  Giulia Livilla, sorella di Caligola.

Rimase in Corsica dieci anni. 

Dalla Corsica fu richiamato da Agrippina e fu eletto pretore.

A questo punto viene anche nominato  tutore del giovane Nerone, il figlio naturale di Agrippina. 

È questo il momento in cui è necessario parlare anche di un altro personaggio, il quale fu, per tutta la durata della sua vita, da allora in poi, legato a Seneca.

Il personaggio in questione è Burro, Sesto Afranio.

Costui era un procuratore che godeva dei favori di Agrippina.

Infatti, quando Agrippina sposò in seconde nozze l’Imperatore Claudio, essa fece sì che Burro venisse nominato da Claudio stesso unico Praefectus Praetorius, carica che Burro conservò, in seguito,  anche sotto Nerone.

Il Prefetto Pretorio aveva il comando dei Pretoriani. Essi erano propriamente la guardia personale dell’Imperatore e, ovviamente, il loro capo, aveva molta influenza e potere, anche sull’Imperatore stesso.

Ecco perché, Burro, si trovò da allora in poi strettamente legato a Seneca, che era  tutore di Nerone e ne sarebbe diventato, in seguito, il consigliere. Dopo che Nerone divenne imperatore, dopo la morte di Claudio. Dal 51, dunque, Burro trovò in Seneca un fedele alleato e collega.

Così, quando nel 54, Nerone fu fatto Imperatore, Seneca passò da tutore, a suo consigliere politico e ministro. E di fatto si trovò a collaborare strettamente con il Prefetto del Pretorio, Burro, appunto, per quanto concerneva tutta l’amministrazione della cosa pubblica, la politica estera ed ogni cosa fosse di pertinenza dell’Imperatore.

In questo modo, virtualmente e oggettivamente, dietro Nerone c’erano le due ‘teste d’uovo’, Burro e Seneca, che comandavano, mandavano avanti l’Impero e si occupavano di tutta la politica interna ed estera.

Ciò durò all’incirca otto anni, durante i quali si godette di un buon governo.

In questi anni di governo Seneca aveva raggiunto veramente un enorme potere ed aveva acquisito un’enorme fortuna. Cose queste due che non si confacevano molto alla sua posizione di filosofo stoico. Infatti di Seneca, non si può dire che fosse, almeno nel periodo del suo ‘splendore’, uno ‘stoico ortodosso’. Ma una cosa è l’uomo e la realtà in cui vive, altro il suo pensiero intimo e morale. A volte, come nel caso di Seneca, si deve addivenire a  compromessi, forse anche solo per mantenere la testa sul collo, il più a lungo possibile.

Infatti, ad un certo punto, Nerone, uomo non stabile di mente – come tanta parte dei personaggi della Casata Giulio-Claudia (ricordiamoci di Caligola!) -, iniziò a lasciarsi influenzare da personaggi che avevano tutto l’interesse a distruggere il potere di Seneca e di Burro, per prenderlo ovviamente  su di sé.

Avvenne quindi che nel 62 Burro fu fatto uccidere da Nerone, sobillato da personaggi che gli incutevano il terrore di continue congiure alla sua persona. Burro fu accusato di aver appunto congiurato contro l’Imperatore.

Fu allora che Seneca, al fine disgustato, ma anche, e sopra tutto, prevedendo simili trattamenti anche per sè,  si ritirò dalla vita pubblica.

E tutta via, nel 65, anche Seneca cadde vittima dei sobillatori di Nerone e fu costretto a suicidarsi di propria mano.

Per lui l’accusa era quella di aver preso parte alla congiura dei Pisoni – mai andata a compimento – contro l’Imperatore Nerone.

Dietro tutti questi omicidi ‘di comodo’ c’è ovviamente un nome: Tigellino.

La morte di Seneca è narrata da Tacito in “Ann. XV 64”.

LE OPERE

Seneca ha scritto moltissimo, ma per noi è tutto perduto o quasi.

Quel poco che ci rimane  sta nel Manoscritto Ambrosiano, sotto il titolo “Dialoghi”.

Ne citiamo alcuni.

      -     ‘De Providentia’. Dedicato a Lucilio. Vi si trova esposta la tesi secondo cui nessun male può accadere all’uomo onesto.

-          ‘De Ira’. Dedicato al fretello di Seneca, Novato.

-          ‘De vita Beata’. Forse un’apologia per la sua stessa vita.

-          ‘De Brevitate vitae’.

Possediamo anche quattro opere in prosa e nove tragedie.

         Ma l’opera di gran lunga per noi più lunga e meglio conservata è quella che va sotto il titolo di “Epistulae Morales”. Sono 124 lettere, divise in 20 libri.

Destinatario dichiarato delle Epistulae è Lucilio, noto epicureo e amico di Seneca. Ma queste non sono vere e proprie lettere, in senso stretto, bensì innovano un ‘genere letterario’.

Infatti esse, come diremo anche più avanti, benchè in forma di ‘epistola’ ad un destinatario preciso e reale, in realtà, non presuppongono da esso una risposta.

Le “Epistulae” di Seneca, diventano un genere letterario, nel senso che formano in se medesime un ‘corpus’ indipendente, omogeneo e conchiuso, dove l’autore si rivolge più a se stesso che al destinatario; spesso ad un pubblico fittizio di lettori, o ad un ‘tu’ che non è propriamente Lucilio, bensì il lettore del momento.

Le Epistulae senechiane hanno valore didascalico e morale, per un pubblico molto ampio ed eterogeneo, non ché eclettico e di varia estrazione sociale.

         A parte troviamo l’ “Apokolokỳntosis” (propriamente ‘apò’, ‘da’,  avv. di luogo e ‘kolokùntha’, ‘zucca’, quindi ‚ ‘dalla zucca’, dove il Rocci traduce ‘inzuccamento’, e altri ‘zucchificazione’, nel senso di una “apoteosi della zucca”, dal ché Seneca èleva Claudio in quest’opera a ‘Zuccone, Re delle Zucche’, parodiando ovviamente la vera apoteosi che volle Claudio deificato (da quello stesso Nerone che era dietro alla sua morte, insieme alla madre Agrippina).

È questa una satira menippea. Uno scherzo sulla deificazione dell’Imperatore Claudio, ma, come ogni buona satira, contiene molta seria critica politica.

         La  maggior parte delle opere in prosa di Seneca, è di contenuto filosofico ed offre un grande apporto allo stoicismo.

Ed egli, tutta via, subordina sempre la filosofia all’esortazione morale.

Il suo moralismo è pieno di aneddoti.

Lo stile senecano ha grande importanza nella prosa europea.

Il lessico è sempre sorprendente. Spesso potremmo parlare addirittura di ‘voli pindarici’ nella narrazione, sempre per apporre al lettore una chiosa che renda il significato di ciò che viene detto  più completo e raggiungibilde.

Seneca, tutta via, si serve sempre di un frasario desueto e  difficile. Sembra che vada alla ricerca del termine più oscuro, quasi che voglia  occuparsi di ‘antiquaria’, nei suoi scritti. Quindi troviamo verbi non più usati; parole difficili; termini assai distanti dal significato che Seneca esprime.

Ci troviamo spesso di fronte ad un linguaggio ‘spostato’, nel senso che molte parole, aggettivi, verbi, sostantivi, appartengono a mondi diversi da quello della filosofia; àmbito in cui, e di cui, scrive Seneca.

Termini che appartengono al mondo medico; quando a quello del mercato; quando al parlato della suburra.

Ma Seneca, crea, con parole spesso ‘urbane’, concetti molto elevati e trame di estrema profondità.

Ecco perché la sua fama come scrittore e retore, volava alta anche molto dopo la sua morte.

Come uomo Seneca non è piaciuto storicamente, poiché egli stesso si dichiara ‘maestro di moralità’ quando poi è il primo a godere di lussi sfrenati e assoluto potere.

E di potere Seneca, nel suo periodo aureo, ne aveva davvero tanto!

Egli si conformò troppo tardi ai principii dello Stoicismo Classico e ciò non gli valse la salvaguardia, nel tempo, della sua reputazione, né la simpatia dei suoi detrattori.

Ma non possiamo prescindere assolutamente dal periodo storico in cui egli visse.

Un periodo in cui il ‘mos maiorum’, ormai, non era più nemmeno un  ricordo.

Periodo in cui si susseguivano alla guida di Roma, uomini insani, come Caligola, o lo stesso Nerone.

Dove nemmeno le donne erano immuni da quel ‘furore di pazzia’ che prendeva i personaggi al potere.

Agrippina, madre di Nerone, sposò in seconde nozze l’Imperatore Claudio; Claudio lo ‘sciancato’, ‘lo scemo’, ‘lo zoppo’, come da tutti era comunemente chiamato e come da tutti era comunemente conosciuto.

E come lo dovevano considerare anche i suoi familiari, almeno fino al momento dell’incoronazione, infatti, per quale altro motivo, altrimenti, sarebbe rimasto in vita, e non finito ammazzato, avvelenato, come tutti i suoi familiari?, se non lo avessero ritenuto assolutamente inoffensivo.

Ma in realtà Claudio non era affatto un ‘minus habens’, un minorato mentale, come tutti credevano; anzi!

Il giovane Claudio, visto come andavano le cose nella sua famiglia imperiale, dove vedeva cadere morti ammazzati e avvelenati, cugini, parenti, zii e simili, pensò bene di tenersi nell’ombra il più possibile e di sfruttare al massimo le sue deformità fisiche, non facendo nulla per sminuire nemmeno quelle mentali che gli venivano attribuite.

E dunque, se aveva fama di essere ‘minus’ egli non cercò certo di smentire tale diceria.

In realtà Claudio era un grandissimo uomo di lettere; un fantastico statista; uno studioso brillante [si applicò molto anche allo studio della lingua etrusca e si deve a lui la scoperta di alcune lettere dell’alfabeto di tale lingua, già a quel tempo dimenticata], faceva studii di antiquaria ed era un eccellente e fine uomo politico.

Ma tutto questo nessuno lo sapeva!

Addirittura il Senato non lo aveva nemmeno preso in considerazione come successore, dopo la morte di Caligola, data la sua posizione poco eclatante.

Claudio era anche balbuziente, oltre al resto, ed era oggetto di scherno continuo; lo chiamavano ‘Cla-Cla-Claudio’.

Quando dunque non ci furono più persone della casata Giulio-Claudia, da poter insediare nel titolo di Imperatore e mettere a capo di Roma, perché si erano ammazzati tutti fra di loro, non rimase che Claudio, e gli sguardi, misti a sgomento e disgusto si volsero a lui.

Era rimasto soltanto Claudio ‘lo scemo’, Claudio ‘lo zoppo’, e quindi bisognava accontentarsi!

Così fu proclamato Imperatore, ma con la certissima e assoluta convinzione che sarebbe stato un semplice burattino nelle mani di coloro che tiravano i ‘fili’ (la parte più ‘attiva’ del Senato), i quali, erano convinti che avrebbero manovrato molto facilmente un imbelle fantoccio….

Ma non andò così!

Non appena infatti Claudio fu proclamato Imperatore, nel 41 d.C., dopo l’uccisione di Caligola, egli non perse tempo a dar prova di chi fosse veramente.

Per prima cosa si liberò di tutti gli uomini politici convinti che lo avrebbero così facilmente manovrato, e mise in posti strategici di comando persone strettamente legate a lui e completamente a lui devote. Due suoi liberti, in particolare, Narciso e Pallante avevano funzioni ministeriali.

Liberti in funzioni pubbliche così alte e importanti!, il Senato era offeso e disgustato!

E infatti Claudio non fu mai nelle grazie del Senato, sia a causa della liberalità con cui faceva  comportare i suoi liberti, sia perché era del tutto succube delle proprie mogli e sia perché,ma sopra tutto, la sua nomina ad Imperatore era avvenuta quasi per caso.

Infatti alla morte di Caligola, Claudio venne scoperto, ultimo superstite della Gens Giulio-Claudia, da un soldato, mentre si nascondeva dietro una tenda, nel timore, non infondato, di essere anche lui ucciso. Così venne, suo malgrado trascinato davanti ai Pretoriani ed acclamato Imperatore da questi, mentre il Senato stava ancora discutendo la possibilità di restaurare la Repubblica!

Il Senato non lo perdonò mai per questo. E addirittura alcuni appoggiarono il vano tentativo di rivolta di Scriboniano in Dalmazia, l’anno seguente.

Quindi Claudio in ultima analisi fu eletto dalla Guardia Pretoriana.

Ebbe come prima moglie Elia Petina la quale morì poco dopo.

Dopo di questa ebbe in moglie Claudia Antoniana.

Ma quando, nel 41 ascese al trono, sposò Messalina, dalla quale ebbe due figli: Ottavia, che divenne poi la moglie di Nerone, e Britannico.

Messalina, tutta via dovette soccombere agli intrighi del liberto Narciso, nelle grazie del quale non si trovava.

A questo punto, era il 48, Claudio sposò una sua nipote; Agrippina, la quale era molto ben appoggiata dal liberto Pallante.

Nel 50, Agrippina fece in modo che Claudio adottasse Nerone, figlio di Agrippina da precedenti nozze, e lo fece nominare tutore di Britannico, del quale era di quattro anni più giovane!

Nel 54 Claudio muore, la tradizione vuole, avvelenato da un piatto di funghi servitigli da Agrippina stessa.

Claudio venne consacrato (da qui l’Apokolokỳntosis di Seneca); primo imperatore ad ottenere tale onore, dopo Augusto.

Non passò molto tempo che Agrippina fece togliere di mezzo anche Btitannico, per insediare sul trono, suo figlio Nerone.

Ma a sua volta, Agrippina cadde vittima dell’insania di suo figlio Nerone, dal quale fu fatta uccidere in un secondo tempo, quando ormai Seneca e Burro non c’erano più con lui, e aveva per consiglieri persone  quali Tigellino.

E quindi osservando questa panoramica, davvero desolante! di fratricidi, infanticidi, genocidi, etc, per la corsa al potere, un Seneca che scriverà in una delle sue opere “homo homini lupus”, cosa altro poteva fare, per tentare di raddrizzare un po’ le cose?

In parte dovette uniformarsi proprio a quel tipo di vita che come Stoico avrebbe dovuto aborrire affatto.

Ma come Stoico Classico, egli non avrebbe mai potuto aver presa su un uomo come Nerone, che, marcio fino nella più ima anima, amava, adorava, godeva della ricchezza, dell’opulenza, dello straordinariamente eccessivo e dello strapotere su tutto e tutti.

Un uomo di tal genere infatti non avrebbe mai voluto accanto a sé, come consigliere particolare, uno Stoico dedito a ricordargli che ‘è meglio il rifiuto dell’opulenza e della ricchezza terrena; che è d’uopo il ‘vivere secondo natura’; che fama e potere non sono la via per la ‘giusta conoscenza’ e per il Sapere…’

Così Seneca, se volle fare qualcosa, e tentare di ‘fare un poco la differenza’ per Roma in tutto quel marasma, dovette, almeno in parte, far finta (o fare per davvero, ma non è questo che ha importanza) di appartenere a quella cerchia cui Nerone riservava i suoi favori. 

Poi però la sua morte (trame intessute sempre dallo stesso Tigellino), l’obbligo al suicidio, che gli viene proprio da quell’uomo, Nerone, di cui era stato per tanti anni, prima il tutore, e poi il consigliere, ci renderanno un Seneca del tutto reintegrato nei principii dello Stoicismo Classico, che per altro prevedeva il suicidio per estrema necessità.

Quindi nel suo ultimo e definitivo esempio per il mondo, Seneca si riappropria del se stesso filosofo e sarà motivo di riflessione, io credo, il suo estremo gesto.


ANCORA SULLA BIOGRAFIA DI SENECA

S. nacque a Cordova (nella Spagna Betica) da una famiglia del rango equestre che aveva per costume l'attività dell'intelletto (figlio di S. il Vecchio). Venne presto a Roma dove si dedicò agli studi filosofici (suoi maestri lo stoico Attalo e P. Fabiano). Nella carriera forense rivelò straordinarie qualità oratorie e, ottenuta la questura, entrò nel senato dove la sua eloquenza durante il regno di Caligola gli valse il senato e gli accrebbe onori, reputazioni e pericoli.

Tuttavia, nel 41 la principessa Giulia Livilla, sorella di Caligola, venne accusata dalla gelosa Messalina, e la rovina della principessa travolse anche S. (non si sa per quali pretesti di complicità): fu relegato nella solitudine aspra della Corsica e soltanto nel 49, dopo 8 anni di esilio, per intercessione di Agrippina, nuova imperatrice, poteva tornare a Roma come maestro del giovane Nerone, divenuto, per l'adozione di Claudio, il designato successore dell'impero.

Nell’ott. 54, Claudio (zio di Caligola, principato dal 41 al 54) muore avvelenato (pare da Agrippina) e Nerone sale al trono. Dunque morto Claudio, S. restò il più autorevole e ascoltato consigliere del principe, e pur senza assumere cariche pubbliche, fu in realtà il vero regolatore della politica imperiale (molti atti del principato neroniano per circa 7 anni fanno sentire il nobile e benefico influsso di S.: è il cosiddetto periodo del "buon governo").

Ma Nerone volle forzare ben presto le tappe verso un governo autocratico: ne pagarono le conseguenze Britannico, la stessa Agrippina e S. appunto, il quale – dopo la morte del prefetto del pretorio Afranio Burro (62) – pensò bene di ritirarsi a vita privata e di dedicarsi completamente alla meditazione.

Ma il destino era segnato: nel 65 fu scoperta la congiura contro Nerone che aveva a capo un grande signore romano, Calpurnio Pisone. La congiura comprendeva personaggi civili e militari e ufficiali delle milizie pretoriane. Non si sa quanto sia stata fondata l'accusa di complicità nei riguardi di S., ma Nerone colse con gioia l'occasione di sbarazzarsi del suo vecchio e odioso consigliere. S., ricevuto l'ordine di morire, dimostrò effettivamente nel suo ultimo giorno di saper sfidare quella morte che egli aveva dichiarato di attendere con serenità in tutti i giorni della sua vita.

OPERE: TEMI E CONSIDERAZIONI.

Ben poche fra le opere senecane rimaste sono databili con sicurezza, sicché è difficile cercare di seguire un eventuale sviluppo del suo pensiero. Il genere della consolatio si costituisce attorno a un repertorio di temi morali che fondano gran parte della riflessione filosofica di Seneca: la fugacità del tempo, la precarietà della vita e la morte come destino ineluttabile dell'uomo.

Molte opere filosofiche di S. sono state raccolte, dopo la sua morte, in 12 libri di "Dialogi" su questioni etiche e filosofiche: insomma, scritti morali, confidenze e dichiarazioni dello scrittore al personaggio a cui ogni scritto è dedicato. Le singole opere costituiscono, così, piuttosto che dialoghi in senso stretto, vere e proprie trattazioni autonome di aspetti o problemi particolari di etica, in un quadro generale ch’è quello essenzialmente di un eclettismo di propensione stoica (scuola di mezzo"):

"De providentia" (62 d.C.?): vi si espone la tesi (opposta a quella epicurea), che tende a giustificare la constatazione di una sorte che sembra spesso premiare i malvagi e punire gli onesti: ma è solo la volontà divina che vuole mettere alla prova i buoni ed attestarne la virtù. Il sapiens stoico realizza la sua natura razionale nel riconoscere il posto che il logos gli ha assegnato nell'ordine cosmico, accettandolo serenamente.

"De brevitate vitae": vi sono trattati i temi del tempo, della sua fugacità e dell'apparente brevità della vita: la condizione umana ci sembra tale solo perché noi non sappiamo afferrare l'essenza della vita, e la disperdiamo in occupazioni futili.

"De ira libri III" (41 d.C.?): sono una sorta di fenomenologia delle passioni umane, poiché analizzano i meccanismi di origine e i modi per inibirle e controllarle.

"De consolatione" (posteriore al 37 d.C.).

"De vita beata" (58 d.C.?): esamina il problema della ricchezza e dei piaceri (nei quali non si trova l'essenza della felicità), ma se è vero che il saggio sa vivere secondo natura, saggezza e ricchezza non sono necessariamente antitetiche ("nessuno ha condannato la saggezza alla povertà"): l'importante non è non possedere ricchezze, ma non farsi possedere da esse. Così, S. legittima l'uso della ricchezza se questa si rivela funzionale alla ricerca della virtù.

"De costantia sapientis",

"De otio (62 d.C. ?),

"De tranquillitate animi" (62 d.C.?): in questa trilogia, dedicata all'amico Sereno, S. cerca una mediazione tra l'otium contemplativo e l'impegno del civis romano, suggerendo una posizione intermedia tra neoteroi (Catullo) e Cicerone. Il comportamento dell'intellettuale deve essere rapportato alle condizioni politiche, ma la scelta di una vita totalmente appartata può essere resa necessaria da una grave posizione politica, che non lascia al saggio altro che rifugiarsi nella solitudine contemplativa.

In effetti, più specificamente, questo è il tema del secondo dei dialoghi, mentre il primo esalta l'imperturbabilità del saggio stoico di fronte alle ingiurie e alle avversità e il terzo affronta il problema della partecipazione del saggio alla vita politica. A tutti e tre i dialoghi, però, comune è l'obiettivo da seguire: quello, cioè, della serenità d'animo capace di giovare agli altri, se non con l'impegno pubblico, almeno con l'esempio e con la parola.

Sempre di filosofia trattano:

"De beneficiis" (7 libri): si parla della natura e delle varie modalità degli atti di beneficenza, dei legami tra benefattore e beneficiato e dei doveri che ne conseguono (si sospetta, qui, una velata allusione al comportamento di Nerone). In pratica, quest’opera è un appello ai doveri della filantropia e della liberalità, nell'intento di instaurare rapporti sociali più umani e cordiali: si configura quindi come risposta alternativa al fallimento del progetto di una monarchia illuminata.

"De clementia", 3 libri dedicati a Nerone: riguarda l'amministrazione della giustizia e il governo dello stato; è, cioè, un'indicazione al giovane imperatore per un programma politico di equità e moderazione (S. non mette, però, in discussione le forme apertamente monarchiche del governo). Il problema è in sostanza quello di avere un buon sovrano, che in un regime di potere assoluto potrà far leva soltanto sulla sua stessa coscienza per non far sfociare nella tirannide il proprio governo. La clemenza è la virtù che dovrà informare i suoi rapporti con i sudditi, solo con essa sarà in grado di ottenere la loro benevolenza e il loro appoggio. E' evidente in una concezione di principato illuminato l'importanza che acquista l'educazione del principe, e più in generale la funzione della filosofia come garante e ispiratrice della direzione politica dello stato. Alla filosofia spetta dunque il ruolo di promuovere la formazione morale del sovrano e dell'élite politica.

Tra i dialogi abbiamo due lettere (ad Helviam matrem e ad Polybium, un liberto di Claudio) basate sul genere della consolazione, ripreso dall'antica Grecia, che indaga su temi morali e sulla precarietà della vita o sulla morte come destino. In particolare, la lettera a Polibio si rivela un tentativo di adulare l'imperatore, e per questo S. viene accusato anche di opportunismo.

Quindi abbiamo:

124 "Epistulae morales ad Lucilium" (20 libri, composte negli ultimi anni di vita): S. vi riassume la sua filosofia e la sua esperienza, la sua saggezza e il suo dolore: vi sono insomma esposti i caratteri della filosofia stoica, spesso avvicinandosi alla tradizione diatribica. L'opera ci è giunta incompleta e si può datare al periodo del disimpegno politico (62). Lo spunto per la composizione di queste lettere sarà venuto probabilmente a S. da Platone e da Epicureo: in ogni caso, egli mostra la consapevolezza di introdurre nella cultura letteraria latina un genere nuovo, distinto dalla tradizione più illustre rappresentata da Cicerone. Il modello cui egli intende uniformarsi è Epicuro, colui che nelle lettere agli amici ha saputo arrivare ad un alto grado di formazione e di educazione spirituale.

Se si tratti di un epistolario reale o fittizio è questione dibattuta; fatto sta che S. è convinto che lo scambio di lettere permetta di ottenere un'unione con l'amico che, fornendo direttamente un esempio di vita, si rivela più efficace di un insegnamento dottrinale. La lettera è maggiormente vicina alla vita reale e permette di proporre ogni volta un nuovo tema: S. utilizza la lettera come strumento ideale soprattutto per la prima fase della direzione spirituale (di curvatura profondamente aristocratica), fondata sull'acquisizione di alcuni principi basilari. Inoltre, il genere epistolare si rivela appropriato ad accogliere un tipo di filosofia, come quella dell’autore, priva di sistematicità e incline soprattutto alla trattazione di aspetti parziali o singoli temi etici (si dice, di questa forma, "parenetica"). Col tono pacato di chi non si atteggia a maestro severo ma ricerca egli stesso la sapientia, e attraverso un vero e proprio colloquim, S. propone l'ideale di una vita indirizzata al raccoglimento e alla meditazione, ad un perfezionamento interiore mediante un'attenta riflessione sulle debolezze e i vizi propri e altrui. Il distacco dal mondo e dalle passioni che lo agitano si accentua, nelle Epistole, parallelamente al fascino della vita appartata e all'assurgere dell'ozio a valore supremo: un ozio che non è inerzia, ma alacre ricerca del bene.

La progressività del processo di formazione, così, non a caso si rispecchia in quella della forma: le singole lettere, man mano che l’epistolario procede, tendono ad assimilarsi al trattato filosofico.

Di carattere scientifico sono

i 7 libri delle "Naturales quaestiones", dedicati a Lucilio: trattati scientifici nei quali S. analizza i fenomeni atmosferici e celesti, dai temporali ai terremoti alle comete. L’interesse dell’autore per le scienze – ritenute parte integrante della filosofia – non è "gratuito", ma è legato ad una profonda istanza morale: quella di liberare gli uomini da vani e superstiziosi terrori.

Ci sono poi:

9 tragedie cothurnatae, cioè di argomento (mitologico) greco: Hercules furens, Troades, Phoenissae, Medea, Phaedra, Oedipus, Agamemnon, Thyestes, Hercules Oetus.

Molto poco si sa sulle tragedie di S.: tuttavia, sono le uniche tragedie latine a esserci pervenute in forma non frammentaria, e inoltre sono molto importanti anche come documento della ripresa del teatro latino tragico: esse, infatti, rappresentano il punto di arrivo, ai limiti dell’espressionismo verbale, della "tragedia retorica". Tuttavia, appunto la scarsità di notizie esterne sulle tragedie senecane non ci permette di sapere nulla di certo sulle modalità della loro rappresentazione: non è da escludere l'ipotesi che fossero tragedie destinate soprattutto alla lettura in pubblico, in cui quindi l’azione drammatica è sostituita dalla declamazione dei sentimenti (fine e profonda ne è la psicologia) e dalla sottigliezza del dialogo sofistico.

Quelle ritenute autentiche sono, come detto, nove cothurnatae: sul modello dell'autore greco Euripide abbiamo, ad es., le Phoenissae, che narra del tragico destino di Èdipo e dell'odio che divide i suoi due figli Etèocle e Polinice. Il mito tebano di Èdipo è presente anche nell'Oedipus: causa inconsapevole dell'uccisione del padre, alla scoperta di ciò il protagonista si acceca. Nel Thyestes si narra della vendetta di Átreo, che animato da odio mortale per il fratello Tieste (gli ha sedotto la sposa), lo invita a un finto banchetto di riconciliazione in cui imbandisce al fratello ignaro le carni dei figli.

Tuttavia, il rapporto con i modelli greci è abbastanza conflittuale: se da una parte S. sente la necessità di una ferrea autonomia, dall'altra ha sempre in mente i modelli greci. Il linguaggio poetico delle tragedie ha la sua base, poi, nella poesia augustea, dalla quale l’autore mutua anche le raffinate forme metriche, come i metri lirici oraziani usati negli intermezzi corali. Le tracce della tragedia latina arcaica si avvertono, invece, soprattutto nel gusto del pathos, e spesso l'esasperazione della tensione drammatica è ottenuta mediante l'introduzione di lunghe disgressioni, che alterano i tempi dello sviluppo inserendosi nella tendenza a isolare singole scene come quadri autonomi. Sul filone delle tragedie di età giulio-claudia è infine evidente la generalizzata ispirazione antitirannica.

Le tragedie sono sempre alimentate dalla filosofia e dalla dottrina stoica dell'autore, i cui tratti fondamentali sono illustrati sotto forma di exempla nelle opere: le vicende si configurano infatti come conflitti di forze contrastanti, soprattutto all'interno dell'animo, nell'opposizione tra mens bona e furor, la ragione e la passione. Questo, tuttavia, è da considerarsi più che altro come substratum delle tragedie, sia perché abbiamo ben presenti le esigenze letterarie del tempo, sia perché nella tragedia di Seneca il logos si rivela incapace di frenare le passioni e di arginare, quindi, il male. Nascono perciò toni cupi e atroci, scenarî d'orrori e di forze maligne, in una lotta tra il bene e il male che oltre ad avere dimensione individuale, all'interno della psiche umana, assume un aspetto più universale. Ad es., la figura del tiranno sanguinario è quella in cui si manifesta più spesso il male, tormentato com'è dalla paura e dall'angoscia, nel suo eterno problema del potere.

A parte va considerata l'Octavia, una commedia praetexta (cioè di argomento romano, e l’unica rimastaci della letteratura latina), ove si rappresenta la sorte di Ottavia, la prima moglie di Nerone e da lui ripudiata e fatta uccidere. Il fatto però che venga preannunciata in maniera troppo corrispondente alla realtà la morte di Nerone, lascia trasparire forti dubbi sulla paternità della tragedia (S., che vi compare peraltro come protagonista, morì prima di Nerone), attribuita invece dalla tradizione manoscritta, data l’affinità stilistica con le precedenti tragedie.

l' "Apokolokýntosis" o "Ludus de morte Claudii", una satira menippea sull'apoteosi dell'imperatore: Il componimento narra appunto la morte di Claudio e la sua ascesa all'Olimpo nella vana pretesa di essere assunto fra gli dei, i quali invece lo condannano agli inferi dove finisce schiavo del nipote Caligola e del liberto Menandro: una sorta di contrappasso dantesco per chi, durante il suo impero, ha riempito di liberti il governo romano. Si tratta, evidentemente, di una satira, che assume spesso toni parodisticamente solenni, aspetti coloriti e situazioni fortemente ironiche a scapito del poco amato imperatore Claudio (è la tipica opposizione stoica al potere arbitrario ed incontrollato), mentre con gioia viene salutato l’avvento al potere di Nerone. Apokolokýntosis è il titolo greco dell'opera e significherebbe "deificazione di una zucca", con evidente riferimento alla fama poco simpatica che si era fatto Claudio. Un'opera simile contrasta però con la laudatio funebris dell'imperatore morte presentata dallo stesso S. a Nerone, e fa nascere qualche dubbio sulla sua autenticità.

Si attribuisce infine a S. una raccolta di ca 70 epigrammi, di cui tuttavia solo 3 vanno sotto il suo nome; sicuramente apocrifa è, invece, la corrispondenza con San Paolo.

N. Castaldi


CONSIDERAZIONI SULL'UOMO E SULLA SUA EPOCA

La  maggior parte delle opere in prosa di Seneca, è di contenuto filosofico ed offre un grande apporto allo stoicismo. Ed egli, tutta via, subordina sempre la filosofia all’esortazione morale. Il suo moralismo è pieno di aneddoti. Lo stile senechiano ha grande importanza nella prosa europea. Il lessico è sempre sorprendente. Spesso potremmo parlare addirittura di ‘voli pindarici’ nella narrazione, sempre per apporre al lettore una chiosa che renda il significato di ciò che viene detto  più completo e raggiungibilde. Seneca, tutta via, si serve sempre di un frasario desueto e  difficile. Sembra che vada alla ricerca del termine più oscuro, quasi che voglia  occuparsi di ‘antiquaria’, nei suoi scritti. Quindi troviamo verbi non più usati; parole difficili; termini assai distanti dal significato che Seneca esprime. Ci troviamo spesso di fronte ad un linguaggio ‘spostato’, nel senso che molte parole, aggettivi, verbi, sostantivi, appartengono a mondi diversi da quello della filosofia; àmbito in cui, e di cui, scrive Seneca. Termini che appartengono al mondo medico; quando a quello del mercato; quando al parlato della suburra. Ma Seneca, crea, con parole spesso ‘urbane’, concetti molto elevati e trame di estrema profondità. Ecco perché la sua fama come scrittore e retore, volava alta anche molto dopo la sua morte.

Come uomo Seneca non è piaciuto storicamente, poiché egli stesso si dichiara ‘maestro di moralità’ quando poi è il primo a godere di lussi sfrenati e assoluto potere. E di potere Seneca, nel suo periodo aureo, ne aveva davvero tanto! Egli si conformò troppo tardi ai principii dello Stoicismo Classico e ciò non gli valse la salvaguardia, nel tempo, della sua reputazione, né la simpatia dei suoi detrattori. Ma non possiamo prescindere assolutamente dal periodo storico in cui egli visse.

Un periodo in cui il ‘mos maiorum’, ormai, non era più nemmeno un  ricordo. Periodo in cui si susseguivano alla guida di Roma, uomini insani, come Caligola, o lo stesso Nerone. Dove nemmeno le donne erano immuni da quel ‘furore di pazzia’ che prendeva i personaggi al potere. Agrippina, madre di Nerone, sposò in seconde nozze l’Imperatore Claudio; Claudio lo ‘sciancato’, ‘lo scemo’, ‘lo zoppo’, come da tutti era comunemente chiamato e come da tutti era comunemente conosciuto.

E come lo dovevano considerare anche i suoi familiari, almeno fino al momento dell’incoronazione, infatti, per quale altro motivo, altrimenti, sarebbe rimasto in vita, e non finito ammazzato, avvelenato, come tutti i suoi familiari?, se non lo avessero ritenuto assolutamente inoffensivo. Ma in realtà Claudio non era affatto un ‘minus habens’, un minorato mentale, come tutti credevano; anzi! Il giovane Claudio, visto come andavano le cose nella sua famiglia imperiale, dove vedeva cadere morti ammazzati e avvelenati, cugini, parenti, zii e simili, pensò bene di tenersi nell’ombra il più possibile e di sfruttare al massimo le sue deformità fisiche, non facendo nulla per sminuire nemmeno quelle mentali che gli venivano attribuite. E dunque, se aveva fama di essere ‘minus’ egli non cercò certo di smentire tale diceria. In realtà Claudio era un grandissimo uomo di lettere; un fantastico statista; uno studioso brillante [si applicò molto anche allo studio della lingua etrusca e si deve a lui la scoperta di alcune lettere dell’alfabeto di tale lingua, già a quel tempo dimenticata], faceva studii di antiquaria ed era un eccellente e fine uomo politico. Ma tutto questo nessuno lo sapeva! Addirittura il Senato non lo aveva nemmeno preso in considerazione come successore, dopo la morte di Caligola, data la sua posizione poco eclatante. Claudio era anche balbuziente, oltre al resto, ed era oggetto di scherno continuo; lo chiamavano ‘Cla-Cla-Claudio’. Quando dunque non ci furono più persone della casata Giulio-Claudia, da poter insediare nel titolo di Imperatore e mettere a capo di Roma, perché si erano ammazzati tutti fra di loro, non rimase che Claudio, e gli sguardi, misti a sgomento e disgusto si volsero a lui. Era rimasto soltanto Claudio ‘lo scemo’, Claudio ‘lo zoppo’, e quindi bisognava accontentarsi! Così fu proclamato Imperatore, ma con la certissima e assoluta convinzione che sarebbe stato un semplice burattino nelle mani di coloro che tiravano i ‘fili’ (la parte più ‘attiva’ del Senato), i quali, erano convinti che avrebbero manovrato molto facilmente un imbelle fantoccio….

Ma non andò così!

Non appena infatti Claudio fu proclamato Imperatore, nel 41 d.C., dopo l’uccisione di Caligola, egli non perse tempo a dar prova di chi fosse veramente. Per prima cosa si liberò di tutti gli uomini politici convinti che lo avrebbero così facilmente manovrato, e mise in posti strategici di comando persone strettamente legate a lui e completamente a lui devote. Due suoi liberti, in particolare, Narciso e Pallante avevano funzioni ministeriali. Liberti in funzioni pubbliche così alte e importanti!, il Senato era offeso e disgustato! E infatti Claudio non fu mai nelle grazie del Senato, sia a causa della liberalità con cui faceva  comportare i suoi liberti, sia perché era del tutto succube delle proprie mogli e sia perché,ma sopra tutto, la sua nomina ad Imperatore era avvenuta quasi per caso. Infatti alla morte di Caligola, Claudio venne scoperto, ultimo superstite della Gens Giulio-Claudia, da un soldato, mentre si nascondeva dietro una tenda, nel timore, non infondato, di essere anche lui ucciso. Così venne, suo malgrado trascinato davanti ai Pretoriani ed acclamato Imperatore da questi, mentre il Senato stava ancora discutendo la possibilità di restaurare la Repubblica! Il Senato non lo perdonò mai per questo. E addirittura alcuni appoggiarono il vano tentativo di rivolta di Scriboniano in Dalmazia, l’anno seguente. Quindi Claudio in ultima analisi fu eletto dalla Guardia Pretoriana. Ebbe come prima moglie Elia Petina la quale morì poco dopo. Dopo di questa ebbe in moglie Claudia Antoniana.

Ma quando, nel 41 ascese al trono, sposò Messalina, dalla quale ebbe due figli: Ottavia, che divenne poi la moglie di Nerone, e Britannico. Messalina, tutta via dovette soccombere agli intrighi del liberto Narciso, nelle grazie del quale non si trovava. A questo punto, era il 48, Claudio sposò una sua nipote; Agrippina, la quale era molto ben appoggiata dal liberto Pallante. Nel 50, Agrippina fece in modo che Claudio adottasse Nerone, figlio di Agrippina da precedenti nozze, e lo fece nominare tutore di Britannico, del quale era di quattro anni più giovane! Nel 54 Claudio muore, la tradizione vuole, avvelenato da un piatto di funghi servitigli da Agrippina stessa. Claudio venne consacrato (da qui l’Apokolokỳntosis di Seneca); primo imperatore ad ottenere tale onore, dopo Augusto. Non passò molto tempo che Agrippina fece togliere di mezzo anche Britannico, per insediare sul trono, suo figlio Nerone. Ma a sua volta, Agrippina cadde vittima dell’insania di suo figlio Nerone, dal quale fu fatta uccidere in un secondo tempo, quando ormai Seneca e Burro non c’erano più con lui, e aveva per consiglieri persone  quali Tigellino.

E quindi osservando questa panoramica, davvero desolante!, di fratricidii, infanticidii, genocidii, etc, per la corsa al potere, un Seneca che scriverà in una delle sue opere “homo homini lupus”, cosa altro poteva fare, per tentare di raddrizzare un po’ le cose? In parte dovette uniformarsi proprio a quel tipo di vita che come Stoico avrebbe dovuto aborrire affatto. Ma come Stoico Classico, egli non avrebbe mai potuto aver presa su un uomo come Nerone, che, marcio fino nella più ima anima, amava, adorava, godeva della ricchezza, dell’opulenza, dello straordinariamente eccessivo e dello strapotere su tutto e tutti. Un uomo di tal genere infatti non avrebbe mai voluto accanto a sé, come consigliere particolare, uno Stoico dedito a ricordargli che ‘è meglio il rifiuto dell’opulenza e della ricchezza terrena; che è d’uopo il ‘vivere secondo natura’; che fama e potere non sono la via per la ‘giusta conoscenza’ e per il Sapere…’ Così Seneca, se volle fare qualcosa, e tentare di ‘fare un poco la differenza’ per Roma in tutto quel marasma, dovette, almeno in parte, far finta (o fare per davvero, ma non è questo che ha importanza) di appartenere a quella cerchia cui Nerone riservava i suoi favori. 

Poi però la sua morte (trame intessute sempre dallo stesso Tigellino), l’obbligo al suicidio, che gli viene proprio da quell’uomo, Nerone, di cui era stato per tanti anni, prima il tutore, e poi il consigliere, ci renderanno un Seneca del tutto reintegrato nei principii dello Stoicismo Classico, che per altro prevedeva il suicidio per estrema necessità. Quindi nel suo ultimo e definitivo esempio per il mondo, Seneca si riappropria del se stesso filosofo e sarà motivo di riflessione, io credo, il suo estremo gesto.

Cristina Tarabella.


     

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Ultimo aggiornamento:  18-03-07