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TESTIMONIANZE
Sul Nostro due giudizi: il primo di Quintiliano
...
"... Cuius et multae alioqui et magnae virtutes
fuerunt, ingenium facile et copiosum, plurimum studii, multa rerum
cognitio, in qua tamen aliquando ab his, quibus inquirenda quaedam
mandabat, deceptus est [...] In philosophia parum dili gens,
egregius tamen vitiorum insectator fuit. Multae in eo claraeque
sententiae, multa etiam morum grafia legenda, sed in eloquendo
corrupta pleraque atque eo perniciosissima, quod abundant dulcìbus
vitiis. Velles eum suo ingenio dixisse, alieno iudicio: nam si
aliqua contempsisset, si parum non concupisset, si non omnia sua
amasset, si rerum pondera minutissimis sententiis non fregisset,
consensu potius eruditorum quam puerorum amore comprobaretur. Verum
sic quoque iam robustis et severiore genere satis firmatis legendus
vel ideo, quod exercere potest utcumque iudicium. Multa enim, ut
dixi, probanda in eo, multa etiam admiranda sunt, eligere modo curae
sit..."
(Quintiliano Inst. or. X, 1, 125 sgg.)
... il secondo di Gellio:
"De Annaeo Seneca quidam existimant ut de
scriptore minime utili, cuius libros attingere nullum pretium operae
sit, quod eius sententiae ineptae aut inanes sint, eruditio plebeia,
oratio vulgaris et protrita"
(Aulo Gellio, Noci. Att., XI, 2, 1-2)
— Ancora da Quintiliano sappiamo che compose
orazioni, opere di poesia, dialoghi, però mai a noi pervenuti:
"Tractavit etiam omnem fere studiorum materiam.
Nam et orationes eius et poemata et epistulae et dialogi feruntur".
(Quintiliano Inst. or. X, 1, 128 sgg.)
— La sua condanna di esilio in Corsica per
adulterio o, meglio, secondo lo scoliaste a Giovenale 5-109, per
complicità:
"Sub Claudio quasi conscius adulteriorum luliae
Germanici filiae in Corsicam relegatus est"
Ma è Tacito ad attestarci che fu ... ... "magister
Neronis
"Agrippina, ne malis tantum facinoribus
innotesceret, veniam exilii, prò Annaeo Seneca, simul praeturam
impetrat, laetum in publicum rata ob daritudinem studiorum eius,
utque Domìtii pueritia tali magistro adolesceret et consiliis
eiusdem ad spem dominationis uterentur, quia Seneca fidus in
Agrippinam memoria beneficii et infensus Claudio dolore iniuriae
credebatur."
... tenuto in grande considerazione il suo
"ingegno" ...
"Fuìt illi viro ingenium amoenum et temporis eius
auribus accommodatum"
(Tacito, Ann. XIII, 3, 1}
... oggetto di biasimo da parte dei suoi
avversari a corte per aver accentuato la sua attività poetica dopo
che Nerone si era maggiormente dedicato alla poesia
"... obiciebant ... carmina crebrius factitare
postquam Neroni amor eorum venisset"
(Tacito, Ann., XIV, 52)
... accusato di aver partecipato alla
congiura di Pisone:
"Romanus secretis criminationibus incusaverat
Senecam ut C. Pisonis socium, sed validius a Seneca eodem crimine
perculsus est"
(Tacito, Ann. XIV, 65)
BIOGRAFIA ED OPERE
Ad opera e cura di
Cristina Tarabella.
Nacque sicuramente
a Cordova in Spagna meridionale, ma la data rimane imprecisata, fra
il 4 d.C. e l’ 1 d.C.
Apparteneva ad una
ricca famiglia equestre di stirpe italica.
Seneca giunse a
Roma accompagnato da una zia materna.
Pochissimo si sa
della sua vita, prima del 41 d.C.
Seguì gli studi di
grammatica e retorica, ma si dette ben presto alla filosofia.
E la sua formazione
fu veramente molto eclettica.
Infatti apprese da
Sozione, un eclettico, per l’appunto.
Ma anche da Attalo,
che era uno stoico. E fu anche amico del cinico Demetrio.
Andò per qualche
tempo in Egitto e tornò a Roma verso il 31; fu eletto questore.
Seneca – lo
sappiamo dai suoi contemporanei e dagli antichi commentatori – era
molto famoso per le sue opere di scrittore e di oratore, ma,
sfortunatamente le sue opere sono andate tutte perdute.
Seneca viveva sotto
l’Imperatore Caligola. La qual cosa non era facile per nessuno, e
nemmeno per il filosofo. Nemmeno lui, infatti, fu risparmiato dalla
malasorte. Venne esiliato in Corsica nel 39, con l’accusa di avere
commesso adulterio con Giulia Livilla, sorella di Caligola.
Rimase in Corsica
dieci anni.
Dalla Corsica fu
richiamato da Agrippina e fu eletto pretore.
A questo punto
viene anche nominato tutore del giovane Nerone, il figlio naturale
di Agrippina.
È questo il momento
in cui è necessario parlare anche di un altro personaggio, il quale
fu, per tutta la durata della sua vita, da allora in poi, legato a
Seneca.
Il personaggio in
questione è Burro, Sesto Afranio.
Costui era un
procuratore che godeva dei favori di Agrippina.
Infatti, quando
Agrippina sposò in seconde nozze l’Imperatore Claudio, essa fece sì
che Burro venisse nominato da Claudio stesso unico Praefectus
Praetorius, carica che Burro conservò, in seguito, anche sotto
Nerone.
Il Prefetto
Pretorio aveva il comando dei Pretoriani. Essi erano propriamente la
guardia personale dell’Imperatore e, ovviamente, il loro capo, aveva
molta influenza e potere, anche sull’Imperatore stesso.
Ecco perché, Burro,
si trovò da allora in poi strettamente legato a Seneca, che era
tutore di Nerone e ne sarebbe diventato, in seguito, il consigliere.
Dopo che Nerone divenne imperatore, dopo la morte di Claudio. Dal
51, dunque, Burro trovò in Seneca un fedele alleato e collega.
Così, quando nel
54, Nerone fu fatto Imperatore, Seneca passò da tutore, a suo
consigliere politico e ministro. E di fatto si trovò a collaborare
strettamente con il Prefetto del Pretorio, Burro, appunto, per
quanto concerneva tutta l’amministrazione della cosa pubblica, la
politica estera ed ogni cosa fosse di pertinenza dell’Imperatore.
In questo modo,
virtualmente e oggettivamente, dietro Nerone c’erano le due ‘teste
d’uovo’, Burro e Seneca, che comandavano, mandavano avanti l’Impero
e si occupavano di tutta la politica interna ed estera.
Ciò durò
all’incirca otto anni, durante i quali si godette di un buon
governo.
In questi anni di
governo Seneca aveva raggiunto veramente un enorme potere ed aveva
acquisito un’enorme fortuna. Cose queste due che non si confacevano
molto alla sua posizione di filosofo stoico. Infatti di Seneca, non
si può dire che fosse, almeno nel periodo del suo ‘splendore’, uno
‘stoico ortodosso’. Ma una cosa è l’uomo e la realtà in cui vive,
altro il suo pensiero intimo e morale. A volte, come nel caso di
Seneca, si deve addivenire a compromessi, forse anche solo per
mantenere la testa sul collo, il più a lungo possibile.
Infatti, ad un
certo punto, Nerone, uomo non stabile di mente – come tanta parte
dei personaggi della Casata Giulio-Claudia (ricordiamoci di Caligola!)
-, iniziò a lasciarsi influenzare da personaggi che avevano tutto
l’interesse a distruggere il potere di Seneca e di Burro, per
prenderlo ovviamente su di sé.
Avvenne quindi che
nel 62 Burro fu fatto uccidere da Nerone, sobillato da personaggi
che gli incutevano il terrore di continue congiure alla sua persona.
Burro fu accusato di aver appunto congiurato contro l’Imperatore.
Fu allora che
Seneca, al fine disgustato, ma anche, e sopra tutto, prevedendo
simili trattamenti anche per sè, si ritirò dalla vita pubblica.
E tutta via, nel
65, anche Seneca cadde vittima dei sobillatori di Nerone e fu
costretto a suicidarsi di propria mano.
Per lui l’accusa
era quella di aver preso parte alla congiura dei Pisoni – mai andata
a compimento – contro l’Imperatore Nerone.
Dietro tutti questi
omicidi ‘di comodo’ c’è ovviamente un nome: Tigellino.
La morte di Seneca
è narrata da Tacito in “Ann. XV 64”.
LE OPERE
Seneca ha scritto
moltissimo, ma per noi è tutto perduto o quasi.
Quel poco che ci
rimane sta nel Manoscritto Ambrosiano, sotto il titolo “Dialoghi”.
Ne citiamo alcuni.
- ‘De Providentia’. Dedicato a Lucilio. Vi
si trova esposta la tesi secondo cui nessun male può accadere
all’uomo onesto.
-
‘De
Ira’. Dedicato al fretello di Seneca, Novato.
-
‘De
vita Beata’.
Forse un’apologia
per la sua stessa vita.
-
‘De
Brevitate vitae’.
Possediamo anche
quattro opere in prosa e nove tragedie.
Ma l’opera
di gran lunga per noi più lunga e meglio conservata è quella che va
sotto il titolo di “Epistulae Morales”. Sono 124 lettere, divise in
20 libri.
Destinatario
dichiarato delle Epistulae è Lucilio, noto epicureo e amico di
Seneca. Ma queste non sono vere e proprie lettere, in senso stretto,
bensì innovano un ‘genere letterario’.
Infatti esse, come
diremo anche più avanti, benchè in forma di ‘epistola’ ad un
destinatario preciso e reale, in realtà, non presuppongono da esso
una risposta.
Le “Epistulae” di
Seneca, diventano un genere letterario, nel senso che formano in se
medesime un ‘corpus’ indipendente, omogeneo e conchiuso, dove
l’autore si rivolge più a se stesso che al destinatario; spesso ad
un pubblico fittizio di lettori, o ad un ‘tu’ che non è propriamente
Lucilio, bensì il lettore del momento.
Le Epistulae
senechiane hanno valore didascalico e morale, per un pubblico molto
ampio ed eterogeneo, non ché eclettico e di varia estrazione
sociale.
A parte
troviamo l’ “Apokolokỳntosis” (propriamente ‘apò’, ‘da’, avv. di
luogo e ‘kolokùntha’, ‘zucca’, quindi ‚ ‘dalla zucca’, dove il Rocci
traduce ‘inzuccamento’, e altri ‘zucchificazione’, nel senso di una
“apoteosi della zucca”, dal ché Seneca èleva Claudio in quest’opera
a ‘Zuccone, Re delle Zucche’, parodiando ovviamente la vera apoteosi
che volle Claudio deificato (da quello stesso Nerone che era dietro
alla sua morte, insieme alla madre Agrippina).
È questa una satira
menippea. Uno scherzo sulla deificazione dell’Imperatore Claudio,
ma, come ogni buona satira, contiene molta seria critica politica.
La
maggior parte delle opere in prosa di Seneca, è di contenuto
filosofico ed offre un grande apporto allo stoicismo.
Ed egli, tutta via,
subordina sempre la filosofia all’esortazione morale.
Il suo moralismo è
pieno di aneddoti.
Lo stile senecano
ha grande importanza nella prosa europea.
Il lessico è sempre
sorprendente. Spesso potremmo parlare addirittura di ‘voli
pindarici’ nella narrazione, sempre per apporre al lettore una
chiosa che renda il significato di ciò che viene detto più completo
e raggiungibilde.
Seneca, tutta via,
si serve sempre di un frasario desueto e difficile. Sembra che vada
alla ricerca del termine più oscuro, quasi che voglia occuparsi di
‘antiquaria’, nei suoi scritti. Quindi troviamo verbi non più usati;
parole difficili; termini assai distanti dal significato che Seneca
esprime.
Ci troviamo spesso
di fronte ad un linguaggio ‘spostato’, nel senso che molte parole,
aggettivi, verbi, sostantivi, appartengono a mondi diversi da quello
della filosofia; àmbito in cui, e di cui, scrive Seneca.
Termini che
appartengono al mondo medico; quando a quello del mercato; quando al
parlato della suburra.
Ma Seneca, crea,
con parole spesso ‘urbane’, concetti molto elevati e trame di
estrema profondità.
Ecco perché la sua
fama come scrittore e retore, volava alta anche molto dopo la sua
morte.
Come uomo Seneca
non è piaciuto storicamente, poiché egli stesso si dichiara ‘maestro
di moralità’ quando poi è il primo a godere di lussi sfrenati e
assoluto potere.
E di potere Seneca,
nel suo periodo aureo, ne aveva davvero tanto!
Egli si conformò
troppo tardi ai principii dello Stoicismo Classico e ciò non gli
valse la salvaguardia, nel tempo, della sua reputazione, né la
simpatia dei suoi detrattori.
Ma non possiamo
prescindere assolutamente dal periodo storico in cui egli visse.
Un periodo in cui
il ‘mos maiorum’, ormai, non era più nemmeno un ricordo.
Periodo in cui si
susseguivano alla guida di Roma, uomini insani, come Caligola, o lo
stesso Nerone.
Dove nemmeno le
donne erano immuni da quel ‘furore di pazzia’ che prendeva i
personaggi al potere.
Agrippina, madre di
Nerone, sposò in seconde nozze l’Imperatore Claudio; Claudio lo ‘sciancato’,
‘lo scemo’, ‘lo zoppo’, come da tutti era comunemente chiamato e
come da tutti era comunemente conosciuto.
E come lo dovevano
considerare anche i suoi familiari, almeno fino al momento
dell’incoronazione, infatti, per quale altro motivo, altrimenti,
sarebbe rimasto in vita, e non finito ammazzato, avvelenato, come
tutti i suoi familiari?, se non lo avessero ritenuto assolutamente
inoffensivo.
Ma in realtà
Claudio non era affatto un ‘minus habens’, un minorato mentale, come
tutti credevano; anzi!
Il giovane Claudio,
visto come andavano le cose nella sua famiglia imperiale, dove
vedeva cadere morti ammazzati e avvelenati, cugini, parenti, zii e
simili, pensò bene di tenersi nell’ombra il più possibile e di
sfruttare al massimo le sue deformità fisiche, non facendo nulla per
sminuire nemmeno quelle mentali che gli venivano attribuite.
E dunque, se aveva
fama di essere ‘minus’ egli non cercò certo di smentire tale
diceria.
In realtà Claudio
era un grandissimo uomo di lettere; un fantastico statista; uno
studioso brillante [si applicò molto anche allo studio della lingua
etrusca e si deve a lui la scoperta di alcune lettere dell’alfabeto
di tale lingua, già a quel tempo dimenticata], faceva studii di
antiquaria ed era un eccellente e fine uomo politico.
Ma tutto questo
nessuno lo sapeva!
Addirittura il
Senato non lo aveva nemmeno preso in considerazione come successore,
dopo la morte di Caligola, data la sua posizione poco eclatante.
Claudio era anche
balbuziente, oltre al resto, ed era oggetto di scherno continuo; lo
chiamavano ‘Cla-Cla-Claudio’.
Quando dunque non
ci furono più persone della casata Giulio-Claudia, da poter
insediare nel titolo di Imperatore e mettere a capo di Roma, perché
si erano ammazzati tutti fra di loro, non rimase che Claudio, e gli
sguardi, misti a sgomento e disgusto si volsero a lui.
Era rimasto
soltanto Claudio ‘lo scemo’, Claudio ‘lo zoppo’, e quindi bisognava
accontentarsi!
Così fu proclamato
Imperatore, ma con la certissima e assoluta convinzione che sarebbe
stato un semplice burattino nelle mani di coloro che tiravano i
‘fili’ (la parte più ‘attiva’ del Senato), i quali, erano convinti
che avrebbero manovrato molto facilmente un imbelle fantoccio….
Ma non andò così!
Non appena infatti
Claudio fu proclamato Imperatore, nel 41 d.C., dopo l’uccisione di
Caligola, egli non perse tempo a dar prova di chi fosse veramente.
Per prima cosa si
liberò di tutti gli uomini politici convinti che lo avrebbero così
facilmente manovrato, e mise in posti strategici di comando persone
strettamente legate a lui e completamente a lui devote. Due suoi
liberti, in particolare, Narciso e Pallante avevano funzioni
ministeriali.
Liberti in funzioni
pubbliche così alte e importanti!, il Senato era offeso e
disgustato!
E infatti Claudio
non fu mai nelle grazie del Senato, sia a causa della liberalità con
cui faceva comportare i suoi liberti, sia perché era del tutto
succube delle proprie mogli e sia perché,ma sopra tutto, la sua
nomina ad Imperatore era avvenuta quasi per caso.
Infatti alla morte
di Caligola, Claudio venne scoperto, ultimo superstite della Gens
Giulio-Claudia, da un soldato, mentre si nascondeva dietro una
tenda, nel timore, non infondato, di essere anche lui ucciso. Così
venne, suo malgrado trascinato davanti ai Pretoriani ed acclamato
Imperatore da questi, mentre il Senato stava ancora discutendo la
possibilità di restaurare la Repubblica!
Il Senato non lo
perdonò mai per questo. E addirittura alcuni appoggiarono il vano
tentativo di rivolta di Scriboniano in Dalmazia, l’anno seguente.
Quindi Claudio in
ultima analisi fu eletto dalla Guardia Pretoriana.
Ebbe come prima
moglie Elia Petina la quale morì poco dopo.
Dopo di questa ebbe
in moglie Claudia Antoniana.
Ma quando, nel 41
ascese al trono, sposò Messalina, dalla quale ebbe due figli:
Ottavia, che divenne poi la moglie di Nerone, e Britannico.
Messalina, tutta
via dovette soccombere agli intrighi del liberto Narciso, nelle
grazie del quale non si trovava.
A questo punto, era
il 48, Claudio sposò una sua nipote; Agrippina, la quale era molto
ben appoggiata dal liberto Pallante.
Nel 50, Agrippina
fece in modo che Claudio adottasse Nerone, figlio di Agrippina da
precedenti nozze, e lo fece nominare tutore di Britannico, del quale
era di quattro anni più giovane!
Nel 54 Claudio
muore, la tradizione vuole, avvelenato da un piatto di funghi
servitigli da Agrippina stessa.
Claudio venne
consacrato (da qui l’Apokolokỳntosis di Seneca); primo imperatore ad
ottenere tale onore, dopo Augusto.
Non passò molto
tempo che Agrippina fece togliere di mezzo anche Btitannico, per
insediare sul trono, suo figlio Nerone.
Ma a sua volta,
Agrippina cadde vittima dell’insania di suo figlio Nerone, dal quale
fu fatta uccidere in un secondo tempo, quando ormai Seneca e Burro
non c’erano più con lui, e aveva per consiglieri persone quali
Tigellino.
E quindi osservando
questa panoramica, davvero desolante! di fratricidi, infanticidi,
genocidi, etc, per la corsa al potere, un Seneca che scriverà in una
delle sue opere “homo homini lupus”, cosa altro poteva fare, per
tentare di raddrizzare un po’ le cose?
In parte dovette
uniformarsi proprio a quel tipo di vita che come Stoico avrebbe
dovuto aborrire affatto.
Ma come Stoico
Classico, egli non avrebbe mai potuto aver presa su un uomo come
Nerone, che, marcio fino nella più ima anima, amava, adorava, godeva
della ricchezza, dell’opulenza, dello straordinariamente eccessivo e
dello strapotere su tutto e tutti.
Un uomo di tal
genere infatti non avrebbe mai voluto accanto a sé, come consigliere
particolare, uno Stoico dedito a ricordargli che ‘è meglio il
rifiuto dell’opulenza e della ricchezza terrena; che è d’uopo il
‘vivere secondo natura’; che fama e potere non sono la via per la
‘giusta conoscenza’ e per il Sapere…’
Così Seneca, se
volle fare qualcosa, e tentare di ‘fare un poco la differenza’ per
Roma in tutto quel marasma, dovette, almeno in parte, far finta (o
fare per davvero, ma non è questo che ha importanza) di appartenere
a quella cerchia cui Nerone riservava i suoi favori.
Poi però la sua
morte (trame intessute sempre dallo stesso Tigellino), l’obbligo al
suicidio, che gli viene proprio da quell’uomo, Nerone, di cui era
stato per tanti anni, prima il tutore, e poi il consigliere, ci
renderanno un Seneca del tutto reintegrato nei principii dello
Stoicismo Classico, che per altro prevedeva il suicidio per estrema
necessità.
Quindi nel suo
ultimo e definitivo esempio per il mondo, Seneca si riappropria del
se stesso filosofo e sarà motivo di riflessione, io credo, il suo
estremo gesto.
ANCORA SULLA BIOGRAFIA DI SENECA
S. nacque a Cordova (nella Spagna Betica) da una
famiglia del rango equestre che aveva per costume l'attività
dell'intelletto (figlio di S. il Vecchio). Venne presto a Roma dove
si dedicò agli studi filosofici (suoi maestri lo stoico Attalo e P.
Fabiano). Nella carriera forense rivelò straordinarie qualità
oratorie e, ottenuta la questura, entrò nel senato dove la sua
eloquenza durante il regno di Caligola gli valse il senato e gli
accrebbe onori, reputazioni e pericoli.
Tuttavia, nel 41 la principessa Giulia Livilla,
sorella di Caligola, venne accusata dalla gelosa Messalina, e la
rovina della principessa travolse anche S. (non si sa per quali
pretesti di complicità): fu relegato nella solitudine aspra della
Corsica e soltanto nel 49, dopo 8 anni di esilio, per intercessione
di Agrippina, nuova imperatrice, poteva tornare a Roma come maestro
del giovane Nerone, divenuto, per l'adozione di Claudio, il
designato successore dell'impero.
Nell’ott. 54, Claudio (zio di Caligola,
principato dal 41 al 54) muore avvelenato (pare da Agrippina) e
Nerone sale al trono. Dunque morto Claudio, S. restò il più
autorevole e ascoltato consigliere del principe, e pur senza
assumere cariche pubbliche, fu in realtà il vero regolatore della
politica imperiale (molti atti del principato neroniano per circa 7
anni fanno sentire il nobile e benefico influsso di S.: è il
cosiddetto periodo del "buon governo").
Ma Nerone volle forzare ben presto le tappe verso
un governo autocratico: ne pagarono le conseguenze Britannico, la
stessa Agrippina e S. appunto, il quale – dopo la morte del prefetto
del pretorio Afranio Burro (62) – pensò bene di ritirarsi a vita
privata e di dedicarsi completamente alla meditazione.
Ma il destino era segnato: nel 65 fu scoperta la
congiura contro Nerone che aveva a capo un grande signore romano,
Calpurnio Pisone. La congiura comprendeva personaggi civili e
militari e ufficiali delle milizie pretoriane. Non si sa quanto sia
stata fondata l'accusa di complicità nei riguardi di S., ma Nerone
colse con gioia l'occasione di sbarazzarsi del suo vecchio e odioso
consigliere. S., ricevuto l'ordine di morire, dimostrò
effettivamente nel suo ultimo giorno di saper sfidare quella morte
che egli aveva dichiarato di attendere con serenità in tutti i
giorni della sua vita.
OPERE: TEMI E CONSIDERAZIONI.
Ben poche fra le opere senecane rimaste sono
databili con sicurezza, sicché è difficile cercare di seguire un
eventuale sviluppo del suo pensiero. Il genere della consolatio si
costituisce attorno a un repertorio di temi morali che fondano gran
parte della riflessione filosofica di Seneca: la fugacità del tempo,
la precarietà della vita e la morte come destino ineluttabile
dell'uomo.
Molte opere filosofiche di S. sono state
raccolte, dopo la sua morte, in 12 libri di "Dialogi" su questioni
etiche e filosofiche: insomma, scritti morali, confidenze e
dichiarazioni dello scrittore al personaggio a cui ogni scritto è
dedicato. Le singole opere costituiscono, così, piuttosto che
dialoghi in senso stretto, vere e proprie trattazioni autonome di
aspetti o problemi particolari di etica, in un quadro generale ch’è
quello essenzialmente di un eclettismo di propensione stoica (scuola
di mezzo"):
"De providentia" (62 d.C.?): vi si espone la tesi
(opposta a quella epicurea), che tende a giustificare la
constatazione di una sorte che sembra spesso premiare i malvagi e
punire gli onesti: ma è solo la volontà divina che vuole mettere
alla prova i buoni ed attestarne la virtù. Il sapiens stoico
realizza la sua natura razionale nel riconoscere il posto che il
logos gli ha assegnato nell'ordine cosmico, accettandolo
serenamente.
"De brevitate vitae": vi sono trattati i temi del
tempo, della sua fugacità e dell'apparente brevità della vita: la
condizione umana ci sembra tale solo perché noi non sappiamo
afferrare l'essenza della vita, e la disperdiamo in occupazioni
futili.
"De ira libri III" (41 d.C.?): sono una sorta di
fenomenologia delle passioni umane, poiché analizzano i meccanismi
di origine e i modi per inibirle e controllarle.
"De consolatione" (posteriore al 37 d.C.).
"De vita beata" (58 d.C.?): esamina il problema
della ricchezza e dei piaceri (nei quali non si trova l'essenza
della felicità), ma se è vero che il saggio sa vivere secondo
natura, saggezza e ricchezza non sono necessariamente antitetiche
("nessuno ha condannato la saggezza alla povertà"): l'importante non
è non possedere ricchezze, ma non farsi possedere da esse. Così, S.
legittima l'uso della ricchezza se questa si rivela funzionale alla
ricerca della virtù.
"De costantia sapientis",
"De otio (62 d.C. ?),
"De tranquillitate animi" (62 d.C.?): in questa
trilogia, dedicata all'amico Sereno, S. cerca una mediazione tra l'otium
contemplativo e l'impegno del civis romano, suggerendo una posizione
intermedia tra neoteroi (Catullo) e Cicerone. Il comportamento
dell'intellettuale deve essere rapportato alle condizioni politiche,
ma la scelta di una vita totalmente appartata può essere resa
necessaria da una grave posizione politica, che non lascia al saggio
altro che rifugiarsi nella solitudine contemplativa.
In effetti, più specificamente, questo è il tema
del secondo dei dialoghi, mentre il primo esalta l'imperturbabilità
del saggio stoico di fronte alle ingiurie e alle avversità e il
terzo affronta il problema della partecipazione del saggio alla vita
politica. A tutti e tre i dialoghi, però, comune è l'obiettivo da
seguire: quello, cioè, della serenità d'animo capace di giovare agli
altri, se non con l'impegno pubblico, almeno con l'esempio e con la
parola.
Sempre di filosofia trattano:
"De beneficiis" (7 libri): si parla della natura
e delle varie modalità degli atti di beneficenza, dei legami tra
benefattore e beneficiato e dei doveri che ne conseguono (si
sospetta, qui, una velata allusione al comportamento di Nerone). In
pratica, quest’opera è un appello ai doveri della filantropia e
della liberalità, nell'intento di instaurare rapporti sociali più
umani e cordiali: si configura quindi come risposta alternativa al
fallimento del progetto di una monarchia illuminata.
"De clementia", 3 libri dedicati a Nerone:
riguarda l'amministrazione della giustizia e il governo dello stato;
è, cioè, un'indicazione al giovane imperatore per un programma
politico di equità e moderazione (S. non mette, però, in discussione
le forme apertamente monarchiche del governo). Il problema è in
sostanza quello di avere un buon sovrano, che in un regime di potere
assoluto potrà far leva soltanto sulla sua stessa coscienza per non
far sfociare nella tirannide il proprio governo. La clemenza è la
virtù che dovrà informare i suoi rapporti con i sudditi, solo con
essa sarà in grado di ottenere la loro benevolenza e il loro
appoggio. E' evidente in una concezione di principato illuminato
l'importanza che acquista l'educazione del principe, e più in
generale la funzione della filosofia come garante e ispiratrice
della direzione politica dello stato. Alla filosofia spetta dunque
il ruolo di promuovere la formazione morale del sovrano e dell'élite
politica.
Tra i dialogi abbiamo due lettere (ad Helviam
matrem e ad Polybium, un liberto di Claudio) basate sul genere della
consolazione, ripreso dall'antica Grecia, che indaga su temi morali
e sulla precarietà della vita o sulla morte come destino. In
particolare, la lettera a Polibio si rivela un tentativo di adulare
l'imperatore, e per questo S. viene accusato anche di opportunismo.
Quindi abbiamo:
124 "Epistulae morales ad Lucilium" (20 libri,
composte negli ultimi anni di vita): S. vi riassume la sua filosofia
e la sua esperienza, la sua saggezza e il suo dolore: vi sono
insomma esposti i caratteri della filosofia stoica, spesso
avvicinandosi alla tradizione diatribica. L'opera ci è giunta
incompleta e si può datare al periodo del disimpegno politico (62).
Lo spunto per la composizione di queste lettere sarà venuto
probabilmente a S. da Platone e da Epicureo: in ogni caso, egli
mostra la consapevolezza di introdurre nella cultura letteraria
latina un genere nuovo, distinto dalla tradizione più illustre
rappresentata da Cicerone. Il modello cui egli intende uniformarsi è
Epicuro, colui che nelle lettere agli amici ha saputo arrivare ad un
alto grado di formazione e di educazione spirituale.
Se si tratti di un epistolario reale o fittizio è
questione dibattuta; fatto sta che S. è convinto che lo scambio di
lettere permetta di ottenere un'unione con l'amico che, fornendo
direttamente un esempio di vita, si rivela più efficace di un
insegnamento dottrinale. La lettera è maggiormente vicina alla vita
reale e permette di proporre ogni volta un nuovo tema: S. utilizza
la lettera come strumento ideale soprattutto per la prima fase della
direzione spirituale (di curvatura profondamente aristocratica),
fondata sull'acquisizione di alcuni principi basilari. Inoltre, il
genere epistolare si rivela appropriato ad accogliere un tipo di
filosofia, come quella dell’autore, priva di sistematicità e incline
soprattutto alla trattazione di aspetti parziali o singoli temi
etici (si dice, di questa forma, "parenetica"). Col tono pacato di
chi non si atteggia a maestro severo ma ricerca egli stesso la
sapientia, e attraverso un vero e proprio colloquim, S. propone
l'ideale di una vita indirizzata al raccoglimento e alla
meditazione, ad un perfezionamento interiore mediante un'attenta
riflessione sulle debolezze e i vizi propri e altrui. Il distacco
dal mondo e dalle passioni che lo agitano si accentua, nelle
Epistole, parallelamente al fascino della vita appartata e
all'assurgere dell'ozio a valore supremo: un ozio che non è inerzia,
ma alacre ricerca del bene.
La progressività del processo di formazione,
così, non a caso si rispecchia in quella della forma: le singole
lettere, man mano che l’epistolario procede, tendono ad assimilarsi
al trattato filosofico.
Di carattere scientifico sono
i 7 libri delle "Naturales quaestiones", dedicati
a Lucilio: trattati scientifici nei quali S. analizza i fenomeni
atmosferici e celesti, dai temporali ai terremoti alle comete.
L’interesse dell’autore per le scienze – ritenute parte integrante
della filosofia – non è "gratuito", ma è legato ad una profonda
istanza morale: quella di liberare gli uomini da vani e
superstiziosi terrori.
Ci sono poi:
9 tragedie cothurnatae, cioè di argomento
(mitologico) greco: Hercules furens, Troades, Phoenissae, Medea,
Phaedra, Oedipus, Agamemnon, Thyestes, Hercules Oetus.
Molto poco si sa sulle tragedie di S.: tuttavia,
sono le uniche tragedie latine a esserci pervenute in forma non
frammentaria, e inoltre sono molto importanti anche come documento
della ripresa del teatro latino tragico: esse, infatti,
rappresentano il punto di arrivo, ai limiti dell’espressionismo
verbale, della "tragedia retorica". Tuttavia, appunto la scarsità di
notizie esterne sulle tragedie senecane non ci permette di sapere
nulla di certo sulle modalità della loro rappresentazione: non è da
escludere l'ipotesi che fossero tragedie destinate soprattutto alla
lettura in pubblico, in cui quindi l’azione drammatica è sostituita
dalla declamazione dei sentimenti (fine e profonda ne è la
psicologia) e dalla sottigliezza del dialogo sofistico.
Quelle ritenute autentiche sono, come detto, nove
cothurnatae: sul modello dell'autore greco Euripide abbiamo, ad es.,
le Phoenissae, che narra del tragico destino di Èdipo e dell'odio
che divide i suoi due figli Etèocle e Polinice. Il mito tebano di
Èdipo è presente anche nell'Oedipus: causa inconsapevole
dell'uccisione del padre, alla scoperta di ciò il protagonista si
acceca. Nel Thyestes si narra della vendetta di Átreo, che animato
da odio mortale per il fratello Tieste (gli ha sedotto la sposa), lo
invita a un finto banchetto di riconciliazione in cui imbandisce al
fratello ignaro le carni dei figli.
Tuttavia, il rapporto con i modelli greci è
abbastanza conflittuale: se da una parte S. sente la necessità di
una ferrea autonomia, dall'altra ha sempre in mente i modelli greci.
Il linguaggio poetico delle tragedie ha la sua base, poi, nella
poesia augustea, dalla quale l’autore mutua anche le raffinate forme
metriche, come i metri lirici oraziani usati negli intermezzi
corali. Le tracce della tragedia latina arcaica si avvertono,
invece, soprattutto nel gusto del pathos, e spesso l'esasperazione
della tensione drammatica è ottenuta mediante l'introduzione di
lunghe disgressioni, che alterano i tempi dello sviluppo inserendosi
nella tendenza a isolare singole scene come quadri autonomi. Sul
filone delle tragedie di età giulio-claudia è infine evidente la
generalizzata ispirazione antitirannica.
Le tragedie sono sempre alimentate dalla
filosofia e dalla dottrina stoica dell'autore, i cui tratti
fondamentali sono illustrati sotto forma di exempla nelle opere: le
vicende si configurano infatti come conflitti di forze contrastanti,
soprattutto all'interno dell'animo, nell'opposizione tra mens bona e
furor, la ragione e la passione. Questo, tuttavia, è da considerarsi
più che altro come substratum delle tragedie, sia perché abbiamo ben
presenti le esigenze letterarie del tempo, sia perché nella tragedia
di Seneca il logos si rivela incapace di frenare le passioni e di
arginare, quindi, il male. Nascono perciò toni cupi e atroci,
scenarî d'orrori e di forze maligne, in una lotta tra il bene e il
male che oltre ad avere dimensione individuale, all'interno della
psiche umana, assume un aspetto più universale. Ad es., la figura
del tiranno sanguinario è quella in cui si manifesta più spesso il
male, tormentato com'è dalla paura e dall'angoscia, nel suo eterno
problema del potere.
A parte va considerata l'Octavia, una commedia
praetexta (cioè di argomento romano, e l’unica rimastaci della
letteratura latina), ove si rappresenta la sorte di Ottavia, la
prima moglie di Nerone e da lui ripudiata e fatta uccidere. Il fatto
però che venga preannunciata in maniera troppo corrispondente alla
realtà la morte di Nerone, lascia trasparire forti dubbi sulla
paternità della tragedia (S., che vi compare peraltro come
protagonista, morì prima di Nerone), attribuita invece dalla
tradizione manoscritta, data l’affinità stilistica con le precedenti
tragedie.
l' "Apokolokýntosis" o "Ludus de morte Claudii",
una satira menippea sull'apoteosi dell'imperatore: Il componimento
narra appunto la morte di Claudio e la sua ascesa all'Olimpo nella
vana pretesa di essere assunto fra gli dei, i quali invece lo
condannano agli inferi dove finisce schiavo del nipote Caligola e
del liberto Menandro: una sorta di contrappasso dantesco per chi,
durante il suo impero, ha riempito di liberti il governo romano. Si
tratta, evidentemente, di una satira, che assume spesso toni
parodisticamente solenni, aspetti coloriti e situazioni fortemente
ironiche a scapito del poco amato imperatore Claudio (è la tipica
opposizione stoica al potere arbitrario ed incontrollato), mentre
con gioia viene salutato l’avvento al potere di Nerone.
Apokolokýntosis è il titolo greco dell'opera e significherebbe
"deificazione di una zucca", con evidente riferimento alla fama poco
simpatica che si era fatto Claudio. Un'opera simile contrasta però
con la laudatio funebris dell'imperatore morte presentata dallo
stesso S. a Nerone, e fa nascere qualche dubbio sulla sua
autenticità.
Si attribuisce infine a S. una raccolta di ca 70
epigrammi, di cui tuttavia solo 3 vanno sotto il suo nome;
sicuramente apocrifa è, invece, la corrispondenza con San Paolo.
N. Castaldi
CONSIDERAZIONI SULL'UOMO E SULLA SUA EPOCA
La maggior parte
delle opere in prosa di Seneca, è di contenuto filosofico ed offre
un grande apporto allo stoicismo. Ed egli, tutta via, subordina
sempre la filosofia all’esortazione morale. Il suo moralismo è pieno
di aneddoti. Lo stile senechiano ha grande importanza nella prosa
europea. Il lessico è sempre sorprendente. Spesso potremmo parlare
addirittura di ‘voli pindarici’ nella narrazione, sempre per apporre
al lettore una chiosa che renda il significato di ciò che viene
detto più completo e raggiungibilde. Seneca, tutta via, si serve
sempre di un frasario desueto e difficile. Sembra che vada alla
ricerca del termine più oscuro, quasi che voglia occuparsi di ‘antiquaria’,
nei suoi scritti. Quindi troviamo verbi non più usati; parole
difficili; termini assai distanti dal significato che Seneca
esprime. Ci troviamo spesso di fronte ad un linguaggio ‘spostato’,
nel senso che molte parole, aggettivi, verbi, sostantivi,
appartengono a mondi diversi da quello della filosofia; àmbito in
cui, e di cui, scrive Seneca. Termini che appartengono al mondo
medico; quando a quello del mercato; quando al parlato della
suburra. Ma Seneca, crea, con parole spesso ‘urbane’, concetti molto
elevati e trame di estrema profondità. Ecco perché la sua fama come
scrittore e retore, volava alta anche molto dopo la sua morte.
Come uomo Seneca
non è piaciuto storicamente, poiché egli stesso si dichiara ‘maestro
di moralità’ quando poi è il primo a godere di lussi sfrenati e
assoluto potere. E di potere Seneca, nel suo periodo aureo, ne aveva
davvero tanto! Egli si conformò troppo tardi ai principii dello
Stoicismo Classico e ciò non gli valse la salvaguardia, nel tempo,
della sua reputazione, né la simpatia dei suoi detrattori. Ma non
possiamo prescindere assolutamente dal periodo storico in cui egli
visse.
Un periodo in cui
il ‘mos maiorum’, ormai, non era più nemmeno un ricordo. Periodo in
cui si susseguivano alla guida di Roma, uomini insani, come Caligola,
o lo stesso Nerone. Dove nemmeno le donne erano immuni da quel
‘furore di pazzia’ che prendeva i personaggi al potere. Agrippina,
madre di Nerone, sposò in seconde nozze l’Imperatore Claudio;
Claudio lo ‘sciancato’, ‘lo scemo’, ‘lo zoppo’, come da tutti era
comunemente chiamato e come da tutti era comunemente conosciuto.
E come lo dovevano
considerare anche i suoi familiari, almeno fino al momento
dell’incoronazione, infatti, per quale altro motivo, altrimenti,
sarebbe rimasto in vita, e non finito ammazzato, avvelenato, come
tutti i suoi familiari?, se non lo avessero ritenuto assolutamente
inoffensivo. Ma in realtà Claudio non era affatto un ‘minus habens’,
un minorato mentale, come tutti credevano; anzi! Il giovane Claudio,
visto come andavano le cose nella sua famiglia imperiale, dove
vedeva cadere morti ammazzati e avvelenati, cugini, parenti, zii e
simili, pensò bene di tenersi nell’ombra il più possibile e di
sfruttare al massimo le sue deformità fisiche, non facendo nulla per
sminuire nemmeno quelle mentali che gli venivano attribuite. E
dunque, se aveva fama di essere ‘minus’ egli non cercò certo di
smentire tale diceria. In realtà Claudio era un grandissimo uomo di
lettere; un fantastico statista; uno studioso brillante [si applicò
molto anche allo studio della lingua etrusca e si deve a lui la
scoperta di alcune lettere dell’alfabeto di tale lingua, già a quel
tempo dimenticata], faceva studii di antiquaria ed era un eccellente
e fine uomo politico. Ma tutto questo nessuno lo sapeva! Addirittura
il Senato non lo aveva nemmeno preso in considerazione come
successore, dopo la morte di Caligola, data la sua posizione poco
eclatante. Claudio era anche balbuziente, oltre al resto, ed era
oggetto di scherno continuo; lo chiamavano ‘Cla-Cla-Claudio’. Quando
dunque non ci furono più persone della casata Giulio-Claudia, da
poter insediare nel titolo di Imperatore e mettere a capo di Roma,
perché si erano ammazzati tutti fra di loro, non rimase che Claudio,
e gli sguardi, misti a sgomento e disgusto si volsero a lui. Era
rimasto soltanto Claudio ‘lo scemo’, Claudio ‘lo zoppo’, e quindi
bisognava accontentarsi! Così fu proclamato Imperatore, ma con la
certissima e assoluta convinzione che sarebbe stato un semplice
burattino nelle mani di coloro che tiravano i ‘fili’ (la parte più
‘attiva’ del Senato), i quali, erano convinti che avrebbero
manovrato molto facilmente un imbelle fantoccio….
Ma non andò così!
Non appena infatti
Claudio fu proclamato Imperatore, nel 41 d.C., dopo l’uccisione di
Caligola, egli non perse tempo a dar prova di chi fosse veramente.
Per prima cosa si liberò di tutti gli uomini politici convinti che
lo avrebbero così facilmente manovrato, e mise in posti strategici
di comando persone strettamente legate a lui e completamente a lui
devote. Due suoi liberti, in particolare, Narciso e Pallante avevano
funzioni ministeriali. Liberti in funzioni pubbliche così alte e
importanti!, il Senato era offeso e disgustato! E infatti Claudio
non fu mai nelle grazie del Senato, sia a causa della liberalità con
cui faceva comportare i suoi liberti, sia perché era del tutto
succube delle proprie mogli e sia perché,ma sopra tutto, la sua
nomina ad Imperatore era avvenuta quasi per caso. Infatti alla morte
di Caligola, Claudio venne scoperto, ultimo superstite della Gens
Giulio-Claudia, da un soldato, mentre si nascondeva dietro una
tenda, nel timore, non infondato, di essere anche lui ucciso. Così
venne, suo malgrado trascinato davanti ai Pretoriani ed acclamato
Imperatore da questi, mentre il Senato stava ancora discutendo la
possibilità di restaurare la Repubblica! Il Senato non lo perdonò
mai per questo. E addirittura alcuni appoggiarono il vano tentativo
di rivolta di Scriboniano in Dalmazia, l’anno seguente. Quindi
Claudio in ultima analisi fu eletto dalla Guardia Pretoriana. Ebbe
come prima moglie Elia Petina la quale morì poco dopo. Dopo di
questa ebbe in moglie Claudia Antoniana.
Ma quando, nel 41
ascese al trono, sposò Messalina, dalla quale ebbe due figli:
Ottavia, che divenne poi la moglie di Nerone, e Britannico.
Messalina, tutta via dovette soccombere agli intrighi del liberto
Narciso, nelle grazie del quale non si trovava. A questo punto, era
il 48, Claudio sposò una sua nipote; Agrippina, la quale era molto
ben appoggiata dal liberto Pallante. Nel 50, Agrippina fece in modo
che Claudio adottasse Nerone, figlio di Agrippina da precedenti
nozze, e lo fece nominare tutore di Britannico, del quale era di
quattro anni più giovane! Nel 54 Claudio muore, la tradizione vuole,
avvelenato da un piatto di funghi servitigli da Agrippina stessa.
Claudio venne consacrato (da qui l’Apokolokỳntosis di Seneca); primo
imperatore ad ottenere tale onore, dopo Augusto. Non passò molto
tempo che Agrippina fece togliere di mezzo anche Britannico, per
insediare sul trono, suo figlio Nerone. Ma a sua volta, Agrippina
cadde vittima dell’insania di suo figlio Nerone, dal quale fu fatta
uccidere in un secondo tempo, quando ormai Seneca e Burro non
c’erano più con lui, e aveva per consiglieri persone quali
Tigellino.
E quindi osservando
questa panoramica, davvero desolante!, di fratricidii, infanticidii,
genocidii, etc, per la corsa al potere, un Seneca che scriverà in
una delle sue opere “homo homini lupus”, cosa altro poteva fare, per
tentare di raddrizzare un po’ le cose? In parte dovette uniformarsi
proprio a quel tipo di vita che come Stoico avrebbe dovuto aborrire
affatto. Ma come Stoico Classico, egli non avrebbe mai potuto aver
presa su un uomo come Nerone, che, marcio fino nella più ima anima,
amava, adorava, godeva della ricchezza, dell’opulenza, dello
straordinariamente eccessivo e dello strapotere su tutto e tutti. Un
uomo di tal genere infatti non avrebbe mai voluto accanto a sé, come
consigliere particolare, uno Stoico dedito a ricordargli che ‘è
meglio il rifiuto dell’opulenza e della ricchezza terrena; che è
d’uopo il ‘vivere secondo natura’; che fama e potere non sono la via
per la ‘giusta conoscenza’ e per il Sapere…’ Così Seneca, se volle
fare qualcosa, e tentare di ‘fare un poco la differenza’ per Roma in
tutto quel marasma, dovette, almeno in parte, far finta (o fare per
davvero, ma non è questo che ha importanza) di appartenere a quella
cerchia cui Nerone riservava i suoi favori.
Poi però la sua
morte (trame intessute sempre dallo stesso Tigellino), l’obbligo al
suicidio, che gli viene proprio da quell’uomo, Nerone, di cui era
stato per tanti anni, prima il tutore, e poi il consigliere, ci
renderanno un Seneca del tutto reintegrato nei principii dello
Stoicismo Classico, che per altro prevedeva il suicidio per estrema
necessità. Quindi nel suo ultimo e definitivo esempio per il mondo,
Seneca si riappropria del se stesso filosofo e sarà motivo di
riflessione, io credo, il suo estremo gesto.
Cristina Tarabella.
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