Home
Su
La Didattica
Grammatica Storica
Grammatica Latina
Congiunzioni & ...
Sintassi Latina 1
Sintassi Latina 2
Auxilia
Schede Lessicali
Curiosità
Primi Passi
Letteratura Latina 1
Plauto
Plauto - i testi
Terenzio
Terenzio - i testi
Letteratura Latina 2
Cesare
Cesare - i testi
Sallustio
Sallustio - i testi
Cicerone
Cicerone - i testi
Lucrezio
Lucrezio - i testi
Catullo
Catullo - i testi
Virgilio
Virgilio - i testi
Orazio
Orazio - i testi
Livio
Livio - i testi
Letteratura Latina 3
Seneca
Seneca - i testi
Tacito
Tacito - i testi
Petronio
Apuleio
Agostino
Agostino - i testi
Il latino "recente"

 

 

 

 

 

Proposte di lettura:

Andria/Reynaud - Letteratura Latina

Andria/Reynaud - Echi di Roma antica

Fedro

--- Tracia o Macedonia, 15 ca a.C.? – 50 ca d.C.? ---

Nato in Macedonia e condotto schiavo a Roma, era stato affrancato da Augusto e nell'Urbe aveva preso a scrivere una raccolta di favole dal titolo «Phaedri Augusti liberti fabulae Aesopiae» la cui pubblicazione, soprattutto dei primi due libri, dovette causargli qualche problema a causa di allusioni più o meno velate a potenti personaggi del tempo: così almeno sembra si debbano interpretare le sue proteste per l'eccessivo accanimento di Seiano nei suoi confronti, l'allusione politica a Tiberio ed allo stesso Seiano, la richiesta di essere protetto avanzata al liberto di Caligola, Eutico, protezione che deve essere stata accordata, data la serenità dei suoi toni sia nella dedica del quarto libro (a Particulone) che in quella del quinto (a Fileto).

Continuò a scrivere favole fino a che la morte non lo colse all'epoca di Claudio o di Nerone.

Della sua raccolta in cinque libri ci sono pervenute solo novantatré favole (tutte in senario giambico regolare, brevi di estensione, tranne la III 10 composta da sessanta versi), troppo poche per poter completare una pèntade, pur con l'aggiunta delle «fabulae novae» scoperte a Napoli nel 1808 nel codice Perottino.

Queste ultime, in numero di trentadue, provengono da una raccolta di componimenti di diversi autori («Cornucopia»), messa insieme verso la metà del sec. XV dall'arcivescovo di Manfredonia Niccolo Perotti.

Il fatto che l'opera di Fedro non ci sia giunta nella sua completezza lo si ricava anche dalla mancanza di proporzione dei vari libri (il secondo ed il quarto contengono favole di numero inferiore rispetto agli altri), da alcune evidenti lacune, dall'intenzione, rimasta tale nell'autore, di far parlare anche gli alberi, oltre che gli animali.

Originali e ben strutturate, tra le molte, ci sembrano del primo libro la favola 15 (L'asino al vecchio pastore), del secondo la 5 (L'aquila e la cornacchia) e la 7 (II cervo ed i buoi), del terzo la 10 (II galletto e la perla [I]) e la 13 (Le api ed i fuchi giudicati dalla vespa), del quarto la 5 (Le tre figlie e la madre), del quinto la 4 (L'asino ed il maiale) e la 7 (II Principe e il flautista),...

IlI, 10

In un letamaio un galletto, mentre cercava cibo, una perla trovò. «Tu, oggetto così bello, - disse - te ne stai in un luogo indegno! Ciò se qualcuno, avido del tuo valore, avesse visto, già da un pezzo saresti tornata all'antico splendore. Il fatto che ti ho trovato io, cui è molto preferibile il cibo, né a te può giovare, né a me in alcun modo». La favola io narro a coloro che non mi comprendono. (tr. Manna)

... ma interessanti, ed utili per le vicende biografiche, risultano i prologhi ad ogni libro in cui Fedro espone anche i suoi intendimenti artistici e morali.

E così, ad esempio, nel prologo del primo libro espone il suo intento artistico: egli vuoi dare una veste poetica ad una materia già trattata in prosa da Esopo al fine di muovere al riso e di suggerire saggi precetti di vita; nel prologo del quarto libro l'autore conferma la sua indipendenza dal Greco e la sua originalità: confida che le sue favole sono «esopie», in quanto si muovono nel genere di Esopo, ma non sono «esopiche», perché, spesse volte, l'ispirazione è nuova, come nuove sono le favole riguardanti il mondo romano; nel prologo del quinto libro, infine, informa il lettore che il favolista greco per lui non è altro che un nome.

V, prologo

Se da qualche parte inserirò il nome di Esopo, al quale già da prima ho tributato ciò che dovevo, sappi che ciò avviene a causa della sua autorità; come oggi fanno alcuni artisti, i quali trovano un pregio maggiore per le loro opere, se scrissero Prassitele sulla loro scultura nuova, Mirone sull'argento cesellato, Zeusi su di un quadro. A tal punto l'invidia mordace favorisce l'antichità falsificata più che le belle opere attuali. Ma ora vengo ad una favola di un tale (tr. Calesella)

«Le bestie della scena esopiana», dice il Marchesi, «sono gli eterni rappresentanti della specie umana, nelle opere del bene e in quelle assai più frequenti ed evidenti del male. Su quella scena senza sipario appare la volpe (sagace, fine e beffarda), il lupo (sleale e feroce), il topo (agile, sottile, furbesco), il cane (calunniatore, insidioso, scioccone), il leone (forte e maestoso), l'asino (stanco, martoriato e vilipeso). Della consueta varietà dell'indole umana si anima tutto quel divertente spettacolo animalesco, dov'è la volgarità gracidante delle rane, la vanità sfortunata del cervo, la grossezza inerte e bonacciona del bove. Fedro non ha la natura di Esopo. Nella sua favola si sente soltanto la voce umana, la mossa animalesca non si vede; e manca il profilo vivace della bestia. Il favolista è tutto proteso verso la moralità o l'allegoria, ma, malgrado ciò, Fedro ha un malinconico senso della immutabile realtà, e qualche volta contraddice e corregge il contenuto troppo ottimistico del racconto. La vita apparve a lui quella che è: una mescolanza di dolore e di gioia».

Ignorato da Seneca il G., quando il filosofo tentò di convincere il liberto dell'imperatore Claudio, Polibio, a cercar la fama componendo apologhi, neppure menzionato nelle trattazioni specifiche da Quintiliano e da Gellio, ricordato una sola volta da Marziale ma per essere criticato, citato da Aviano (ma dopo il greco Babrio), sconosciuto nel Medioevo che vede la sua opera confondersi con le anonime ed eterogenee parafrasi in prosa che di essa vengono in gran numero realizzate, solo in tempi più vicini a noi Fedro ha cominciato ad essere apprezzato, sollecitando l'imitazione di favolisti come La Fontaine e i fratelli Grimm, Carlo Gozzi e Trilussa.

La chiarezza e la semplicità del suo stile lo hanno reso dunque popolare presso gli studenti di latino, ma, come narratore, citiamo dal La Penna, «egli è piano senza essere piatto: ricerca sobriamente, insieme con la brevità, l'eleganza dello stile, ma molto raramente mostra grazia e vigore. Più che nelle favole di animali egli è narratore vivace e spigliato in certe brevi novelle con cui arricchisce il repertorio esopico».

Ancora su Fedro

Vita.

Schiavo affrancato da Augusto. F. nacque durante il principato di Augusto, ma fu attivo sotto Tiberio, Caligola e Claudio. E' uno dei pochissimi autori di nascita non libera nella letteratura della I età imperiale: egli era infatti uno schiavo di origine tracia (ma dovette avere una discreta educazione letteraria, se è vero - come egli stesso confessa - che da fanciullo legge Ennio), e nei manoscritti delle sue opere è citato come liberto di Augusto (sembra, quindi, che fosse stato liberato proprio dall'imperatore, da cui avrebbe ricavato il prenome Gaio e il nome Giulio: ma non conosciamo le circostanze dell'affrancamento).

Guai col potere costituito, morte nella quasi dimenticanza. Da accenni nella sua stessa opera (prologo del III libro), si evince che il poeta sarebbe stato inoltre perseguitato da Seiano, il braccio destro di Tiberio, rimasto offeso da allusioni colte in alcuni scritti. Dopo la condanna, F. soffrì umiliazioni e, probabilmente, la povertà: visse abbastanza a lungo, ma - oltre ciò - nulla di più certo si sa della sua vita. Segno, questo, che la sua produzione evidentemente non ebbe molta fortuna ai suoi tempi.

Opera.

Il "corpus" delle favole. Sotto il nome di F., ci sono tramandate poco più di 90 "Favole", divise in 5 libri, e tutte in senari giambici. Sono sicuramente sue anche le circa 30 favole raccolte nella cosiddetta "Appendix Perottina", che prende nome dall'umanista Niccolò Perotti, curatore della raccolta. Di altre ci resta la parafrasi in prosa.

Il I libro (31 favole) fu scritto subito dopo la morte di augusto; il II (8) durante il ritiro di Tiberio a Capri; il III (19) il IV (25) e il V (10) sotto Caligola e sotto Claudio. La scarsa estensione del II e del V libro è forse un indizio che la raccolta, così come ci è giunta, è in verità estratto di una più ampia.

La struttura. Nonostante la (relativa) varietà di situazioni e personaggi presenti nelle favole, la struttura di queste segue, generalmente, strutture ordinate da "passaggi" quasi obbligati; ecco, ad es., come gli alunni della Scuola Media "N. Ricciotti" di Frosinone hanno chiaramente schematizzato la struttura di tre notissime favole:

Il lupo e l'agnello: 1 - Azione immediata dei personaggi; 2 - Contrasto di carattere; 3 - Assenza di aspetto fisico; 4 - Ruolo indistinto tra protagonista e antagonista; 5 - Successione alternata di attacco e di difesa attraverso il dialogo; 6 - Scioglimento violento del contrasto; 7 - Morale espressa.

Il lupo e il cane: 1 - Accenno di situazione iniziale; 2 - Descrizione funzionale dei personaggi; 3 - Ruolo indistinto tra protagonista ed antagonista; 4 - Confronto dialogico; 5 - Scoperta della verità attraverso il dialogo; 6 - Morale.

La vacca, la capretta, la pecora e il leone: 1 - Morale espressa; 2 - Situazione iniziale; 3 - Azione dei personaggi; 4 - Prepotenza e violenza giustificate attraverso la parola; 5 - Umiltà e sottomissione dimostrate attraverso il silenzio; 6 - Morale espressa.

Orbene, con buona approssimazione, potrei affermare che quasi tutte le favole presenti nel "corpus" seguono praticamente le scansioni suddette.

Considerazioni.

La favola in Grecia e a Roma. Il genere della favola, prima di F., non aveva una grande tradizione (almeno scritta) nella letteratura latina: la sua nascita - almeno per quanto riguarda la sua forma scritta - coincide praticamente con la produzione del greco Esopo (VI sec. a.C.), una produzione invero già "matura". Essa constava di storielle, in prosa, che presentavano spunti umoristici e pillole di saggezza, e a cui erano allegate una premessa o una postilla che spiegavano il tema della favola o la morale che si poteva trarre da essa. Tipico del genere era, poi, l'uso di animali come maschere, personaggi umanizzati dotati di una psicologia fissa (evidentemente, l'uso di questi "tipi" animaleschi doveva essere ritenuto meno compromettente, su un fronte casomai "politico": ma ciò fu solo in parte esatto, se è vero che lo stesso F., nonostante avesse "ereditato" almeno all'inizio questo accorgimento, incorse comunque nelle ire di Seiano, come detto).

A Roma, con molta probabilità, questa materia originaria dovette avere, almeno all'inizio, una diffusione esclusivamente "orale", e soprattutto fra gli strati subalterni, nonché - a livello letterario più "nobile" - attraverso una vera e propria "contaminazione" col genere satirico, almeno secondo istruttivi indizi su Ennio e Lucilio, e secondo l'opera dello stesso Orazio. Proprio a quest'ultimo, infatti, risalgono - se vogliamo - le prime vere testimonianze di favole scritte in latino: il famoso apologo del topo di città e del topo di campagna, nonché richiami alle favole della rana e del bue, del cavallo e del cervo, della volpe e della donnola, contenute negli "Epodi" e soprattutto, manco a dirlo, nelle "Satire".

E' a questo punto d'arrivo che si colloca la figura e l'opera di F., che da tutti quei prodromi prenderà spunti, temi (morali), situazioni e personaggi, però rielaborandoli ed adattandoli - come vedremo - alla propria personalità e al proprio tempo.

Limiti palesi di F. … Ora, F. ha una posizione sociale modesta e come poeta non si può definire veramente un virtuoso: pratica un genere letterario ritenuto minore, anch'esso marginale rispetto alle grandi corrente dell'età imperiale. Come narratore, invero, egli poi inventa ben poco: prese una per una, le sue favole sono poco originali, indebitate con la tradizione esopica e con una raccolta di favole di età ellenistica (questo, soprattutto nel I libro); quanto alla rielaborazione letteraria, nessuna delle favole di F. può superare le opere dei grandi poeti.

… ma, altresì, suoi grandi meriti: la favola assurge a dignità letteraria. Tuttavia, a questo umile artigiano tocca una priorità storica importante: è il primo autore che ci presenta una raccolta di temi favolistici, concepita come autonoma opera di poesia, destinata alla lettura. Il merito del nostro sta, infatti, nell'impegno costante e metodico per dare alla favola una misura, una regola, una voce ben definita e riconoscibile: egli, insomma, pur definendosi come il continuatore di un genere già a suo modo "stabilizzato" da Esopo, tuttavia lo innova, ne dilata gli orizzonti e lo porta a perfezione, adattandolo alla tradizione culturale latina. Lo stesso F. è orgogliosamente consapevole di questo "traguardo", raggiunto ovviamente attraverso tappe difficili e progressive, com'è avvertibile, del resto, nel corso stesso dell'opera (da una più vincolata aderenza al modello verso una più spiccata e piacente originalità). Alla fine, il nostro favolista può ben affermare che le sue composizioni sono "Aesopias, non Aesopi", "esopiane, ma non di Esopo", ovvero composte secondo lo stile e i caratteri della favola esopica, ma non semplici traslitterazioni di quella.

Non solo. F. - rivoluzionariamente - volge la prosa favolistica in poesia, adottando il senario giambico come metro per le sue composizioni: con questa scelta, egli si collega alla versificazione latina arcaica, mostrando - non senza una certa nota polemica contro i detrattori di quel genere, ostinati (come detto) a considerarlo "minore" - che la favola era ben degna di un tal illustre verso (tipico dell'alta commedia, con la quale del resto condivideva lo scopo: "risum movere", "far ridere") e di uno stile rigoroso e colto.

Componimenti "metaletterari". Queste sue riflessioni di poetica (sui rapporti con la tradizione e sui tempi e i modi della propria originalità), F. le affida a specifici componimenti, che all'interno della sua opera assumono funzione prettamente, come dire, "metaletteraria": è il caso, ad es., degl'importanti prologhi dei 5 libri e degli altrettanto importanti epiloghi dei libri II, III, IV.

Istanze sociali nelle favole. Le "morali" di F., e la stessa allegoria del mondo animale, poi, non sono soltanto mere espressioni del buon senso, bensì esprimono anche una mentalità sociale, ossia il punto di vista delle classi subalterne della società romana: egli è davvero l'unico a dare voce al mondo degli schiavi e degli emarginati, promuovendolo ad oggetto letterario; e non manca di accenni violentemente polemici, colpendo - nel suo stile quasi satirico - tipi di uomini e regole del vivere: perché le sue favole vogliono essere sì divertenti, ma insieme vogliono anche "istruire".

In questo, la sua opera contiene una forte istanza realistica (di "realismo comico", ovviamente) e a suo modo "ideologica"; anche se, a ben vedere, la sua ideologia esprime più che una vera protesta una rassegnata e amara consapevolezza: la consapevolezza che nel mondo sempre ha regnato, regna, e regnerà sempre incontrastata la legge del più forte e del più prepotente: agli umili, ai poveri, ai sottomessi non resta altro che provare ad eludere questa forza, per quanto possibile, con l'astuzia e con l'arguzia, cercando nella vita sempre il "men peggio". E proprio loro - gli schiavi, gli umili, gli emarginati - sono gl'ideali destinatari dell' "utilitaristica" produzione del favolista romano.

Temi, linguaggio e personaggi, fra tradizione ed originalità. Nelle favole, è quasi del tutto assente - invece - un realismo descrittivo e linguistico, anzi il loro mondo è piuttosto generico, il linguaggio asciutto e poco caratterizzato (ma è una "brevitas" che lo stesso autore annovera tra i suoi pregi). Non mancano tuttavia spunti di adesione alla realtà contemporanea: F., infatti - come già accennato - non si limita sempre alla tradizione della fiaba d'animali, e talora (soprattutto nei libri successivi al I) sembra inventare di suo, come nel racconto che ha per protagonista Tiberio; altrove ricava anche aneddoti dalla storia, seguendo anche una scelta oculata che rispettasse il criterio della "variatio". Così, non troviamo soltanto quegli animali-personaggi già assodati dalla tradizione (i più frequenti, e con un ruolo da dominatori, sono il lupo, la volpe, il cane, il leone, l'aquila, il serpente…), né le solite anonime figure umane (il ladro, i viandanti, il brigante, il buffone, il contadino…), ma anche personaggi storici (Simonide, il poeta Menandro, il tiranno Demetrio, Cesare, Socrate) o mitologici (Prometeo, Giove, Giunone), nonché lo stesso Esopo, assurto a simbolo dell'arguzia popolare. Il "padre fondatore" del genere lascia - qui - quasi la sua palma a F., divenendo poco più che un semplice personaggio fra gli altri, anche se di rilievo.

(fonte internet)

Aulo Persio Flacco

--- Volterra, 4 dic. 34 d.C. – Roma, 24 nov. 62 d.C. ---

In un'epoca così travagliata anche spiritualmente, fatta di malcelati rancori e di alienazione, per non parlare di pura follia e di mania di persecuzione anche nelle personalità più in vista politicamente, caratterizzata da saggi imperatori quali Nerva e Traiano, ma anche da despoti come Nerone e Domiziano; in un'epoca in cui emergere, sia pure in campo letterario, era diventato pericoloso e, nel migliore dei casi, poteva dar adito a «sospetti» di partigianeria o ad accuse infondate, era logico che rinascesse la satira, già patrimonio comune delle età di Lucilio e di Orazio, ora variamente intesa e adattata alla personalità degli autori, sia nella poesia (con Persio e Giovenale), sia, come vedremo, nella prosa (soprattutto con Seneca il Giovane e con Petronio).

Per la biografia ci soccorre moltissimo una «Vita», del suo contemporaneo Valerio Probo (come afferma il Rostagni) o di Svetonio dal «De poetis» con interpolazioni e rimaneggiamenti (come sostiene il Paratore), ma di certo elaborata, almeno nelle parti essenziali, da persona molto vicina al poeta, a noi utile per conoscere uno scrittore che, per le circostanze della sua vita, ci sarebbe rimasto pressoché sconosciuto.

Nato a Volterra, in ambiente etrusco, il 4 dicembre del 34 d.C., da una famiglia di rango equestre, e rimasto privo del padre, a soli sei anni, riversò il suo affetto sulla madre Fulvia Sisennia, sposatasi in seconde nozze con un cavaliere romano di nome Fusio, deceduto di lì a poco: dalla madre, appunto, ricevette la prima istruzione fino al dodicesimo anno di età, quando fu mandato a continuare gli studi a Roma presso il grammatico Q. Remmio Palemone ed il retore Virginio Flavo (condannato nel 65 d.C. all'esilio da Nerone per «aver destato con la sua eloquenza gli entusiasmi dei giovani»).

A sedici anni divenne discepolo ed amico del filosofo stoico L. Anneo Cornuto che gli fece conoscere l'«aequaevus» M. Anneo Lucano, ma non mancò di essere in grande familiarità e per lungo periodo di tempo con P. Trasea Peto (sposato con una sua parente, Arria Minore, e condannato a morte da Nerone nel 66 d.C.) e di frequentare Cesio Basso e Calpurnio Statura (suoi amici «a prima adulescentia»), Claudio Agaturno (medico di Sparta e cultore di filosofia), Petronio Aristocrate (di Magnesia), Servilio Noniano (oratore, filosofo stoico, console nel 35 d.C.,) Plozio Macrino ed il filosofo Anneo Seneca, conosciuto, però, secondo la «Vita», «sera», tardi, ed in modo superficiale.

Segue nella «Vita» la descrizione fisico-psicologica dello scrittore, considerato «verecundiae virginalis, formae pulchrae,... frugi, pudicus», per, poi, passare alle disposizioni testamentarie (in esse lasciava due milioni di sesterzi alle uniche due donne della sua vita, la madre e la sorella, ed un quinto della somma predetta con l'aggiunta dei settecento libri di Crisippo o dell'intera biblioteca al suo maestro Anneo Cornuto) ed alla data di morte, che è posta il 24 novembre del 62 d.C., a soli ventotto anni, «vitio stomachi», «in praediis suis», sulla via Appia, ad otto miglia da Roma, nelle vicinanze di «Bovillae» (menzionata dallo stesso Persio).

LE OPERE GIOVANILI

Sempre la «Vita» (ma in questo caso non si sa fino a che punto possa essere attendibile), fa risalire agli anni giovanili la composizione di alcuni versi in ricordo di Arria Maggiore (la matrona che si dette la morte prima del marito Cecina Peto condannato da Claudio), di un libro di viaggi (di quelli, forse, compiuti al seguito di Trasea Peto) e di una tragedia «praetexta», «Vescia», opere queste non fatte pubblicare dalla madre per volontà di Cornuto.

COLIAMBI E SATIRE

Della sua produzione, comunque, a parte quattordici versi coliambi, di attribuzione incerta, restano solo sei satire, collazionate, pur nella loro incompiutezza, da Cornuto, pubblicate da Cesio Basso, scritte «et raro et tarde» e lasciate senza «labor limae», tanto è vero che il filosofo eliminò alcuni versi alla fine dell'opera perché sembrasse ultimata.

La struttura

I: Persio, contrario alle mollezze del suo tempo ed al facile far versi dei patrizi, dialoga con un amico, strenuo difensore della poesia leggera e superficiale a discapito di quella autentica, ma eccessivamente moraleggiante.

II: È un dono del poeta per il compleanno dell'amico Macrino; in essa si scaglia contro quanti chiedono alle divinità le cose più assurde, come se gli dei potessero venir comprati e diventare complici dei mortali, e contro chi alle preghiere non fa seguire un adeguato comportamento morale.

IlI: Prende le mosse da un rimbrotto che un maestro fa al discepolo trovato, a sole alto, ancora a letto, per mirare ad una condanna dei vizi, ad un'esaltazione della vita virtuosa anche nelle ristrettezze, ad ottenere una sanità non solo fisica, ma anche morale, unica garanzia di difesa dalle tentazioni.

IV: Non basta un piacevole aspetto, fa dire Persio a Socrate rivolto ad Alcibiade, per partecipare alla vita della città, ma è necessario anche essere virtuosi e, soggiunge il filosofo, il considerarsi tali, il conoscere bene se stessi, non è da tutti.

V: Persio mette in bocca a Cornuto l'esaltazione della sua poesia, semplice e personale, che molto deve agli insegnamenti del maestro.

La vera libertà, aggiunge, consiste nel non essere schiavi di vizi, passioni e facili ambizioni.

VI: Lasciata incompiuta da Persio ed indirizzata all'amico Cesio Basso, in essa il poeta gioisce della propria tranquillità, lontano da invidie, chiacchiere, avidità, contento del poco che possiede e disposto a vivere senza far economie piuttosto che lasciar facili eredità ad un erede lussurioso.

VI, 1-17

Già le brume invernali t'hanno consigliato, o Basso, il tuo focolare sabino? Già la tua cetra e le sue corde dal suono profondo si animano per te al tocco del tuo plettro, o meraviglioso artista, così bravo a riprendere coi tuoi ritmi le leggende delle antiche età e a ricavare virili armonie dalla cetra latina, oppure a giocare, nella forte vecchiaia, gioiosi scherzi giovanili con purezza di canto. Qui ora intiepidisce per me la spiaggia di Liguria e sverna il mio mare, dove gli scogli mantengono aperta un'ampia insenatura e il lido si ritira con curva profon-da.«Di Luna il porto è bene, che voi conosciate, o Romani!», comandava la saggezza di Ennio, poi che ebbe smesso di sognare, russando, d'essere Omero, nato Quinto dal pavone pitagorico. Qui me ne sto al sicuro dalle chiacchiere della gente, senza preoccuparmi di quel che prepari l'Austro, tanto funesto ai greggi, e del tutto tranquillo anche se il terreno del mio vicino è più ferace del mio; se tutti coloro che son di origine più modesta, arricchissero all'improvviso, io non invecchierei certo per questo, né mi ridurrei a cenare di magro e a sfiorare col naso il sigillo d'una bottiglia inacidita. (tr. Barelli)

Un pessimismo amaro

II tono dei circa settecento versi che compongono in totale le satire è doloroso, amaro, risentito, derivante dalla concezione pessimistica che l'autore, vissuto lontano dal flusso vario e mutevole della vita vera, appartatosi dalla frenesia della vita politica romana e circondato solo dall'affetto costante delle donne di casa, aveva degli uomini e delle cose.

Pregi e difetti

Ancora oggi i critici non sono d'accordo sull'effettivo valore poetico delle «Satire»: vi si riscontrano pregi, ma anche difetti; non manca la vivacità di alcune scene, né una certa finezza di sentimenti o armoniosità nelle descrizioni e, tanto meno, una sottile intuizione psicologica, ma, nonostante queste qualità positive, Persio si presenta come un poeta faticoso, difficile, oscuro; si sentono di lui lo sforzo costruttivo e lo studio, non la spontaneità e l'immediatezza.

Mancano in lui del satirico il mordente di Lucilio, la serenità di Orazio, la spregiudicatezza di Giovenale, l'arguzia scanzonata di Marziale: è rimasto Persio un letterato, un moralista, e le sue satire sono spesso appesantite da intonazioni moraleggianti che derivano dalla filosofia stoica e non si sono alimentate al soffio vivo dell'esperienza diretta e personale.

Il moralismo

«Persio», afferma il Bayet, «è una sorta di giovane predicatore puritano, di un pudore verginale, che disprezza e fustiga senza indulgenza, e con una sorta di amaro compiacimento, i capricci e i vizi del suo secolo. Il puro stoicismo gli ispira una morale rigida e unilaterale, che vorrebbe applicare a tutti: è il contrario della delicata direzione delle coscienze, quale Seneca la concepisce. In lui si uniscono così il rigore della opposizione aristocratica e la vivacità cinica dei predicatori da strada. La poesia di Persio è di un'oscurità proverbiale, ma egli aveva un suo chiaro disegno: voleva fare delle satira un "grande genere" pur conservandole le sue tradizionali caratteristiche, il senso del pittoresco e la libertà di svolgimento».

Il «buon senso»

«Non mancò a Persio», continua il Marmorale, «la cultura filosofica, necessaria al moralista, né gli mancò la visione di un mondo migliore da sostituire, almeno nelle intenzioni, a quello che meritava di essere staffilato. E neppure mancò a Persio un'altra dote, il buon senso, che negli uomini negati alla cultura filosofica può agevolmente sostituirla, specialmente se accoppiato all'innata esatta intuizione del bene e del male. In realtà nelle satire di Persio il buon senso si nota nell'osservazione non velenosa della vita di tutti i giorni, che egli domina, senza lasciarsi travolgere dall'ira anche dagli spettacoli più ripugnanti; ed è ugualmente notevole il buon senso col quale egli, che pure sentì profondamente nell'anima lo stoicismo più come fede che come dottrina filosofica, non si ostina a volerlo applicato ad ogni costo nella vita degli altri, ma si limita a raccomandarlo come l'unica via di perfezione morale».

Nel tempo

Eccezionale la fortuna dell'opera nel Medioevo (Dante lo pone accanto ad Omero, Euripide, Anacreonte, Plauto, Virgilio e Stazio), anche se successivamente la valutazione dei letterati si fa sempre più ostile.

Lo Scaligero, definendolo «ineptus», lancia per primo una crociata anti-Persio soprattutto in riferimento alla «voluta» [?] oscurità del versificare che egli paragona all'andatura incerta di un febbricitante.

Lo Hensius definisce «sdentate» le satire; unica voce di difesa, quella del Casaubon.

Notevole, invece, il successo della produzione di Persio nella letteratura spagnola del sec. XVI, come dimostra il commento edito nel 1503 ed ininterrottamente ripubblicato fino al 1529 ad opera di Antonio de Nebrija.

Ancora su Persio

Vita.

La nascita e gli studi. P. nacque da famiglia agiata e appartenente all’ordine equestre, ma rimase orfano di padre all’età di 6 anni e fu allevato con ogni cura dalla madre, Fulvia Sisenna; fu lei a condurlo a Roma, all’età di 12-13 anni, ad educarsi presso le migliori scuole di grammatica e retorica: ebbe come maestri Remmio Palèmane e Virginio Flavo, ma a segnarlo fu l’incontro col severo filosofo stoico Anneo Cornuto (liberto della famiglia di Seneca e precettore anche di Lucano), che lo mise in contatto con gli ambienti dell’opposizione senatoria al principato (P. legò soprattutto con Tràsea Peto).

La formazione interiore. La conversione alla filosofia lo portò a condurre una vita austera e appartata, nel culto degli studi e degli affetti familiari. Come detto, P. fu amorevolmente circondato dalle cure della madre, ma anche di altre quattro donne: una zia, una sorella, la cugina Arria minore, moglie di Tràsea Peto, e la figlia di questa, Fannia. Le premure di costoro furono determinanti, almeno quanto la sua educazione filosofica, nella formazione della sua personalità. Ebbe pochi amici: quelli dell’adolescenza, Calpurnio Statura, Lucano, Cesio Basso, ai quali più tardi si aggiunsero soltanto Servilio Noniano e i già citati Tràsea Peto e Cornuto (per lui, P. provò profondissima devozione). Fu proprio Cornuto ad incoraggiarlo alla poesia.

L’isolamento. La naturale introversione e delicatezza d’animo, nonché la riservatezza nella quale aveva scelto di vivere, finirono per rendere P. un isolato, estraneo alla realtà viva del suo tempo, al punto che mostrò di non provare alcun interesse per il contemporaneo Seneca, stoico come lui e che pure (ma tardi) conobbe: tuttavia, è difficile stabilire se a tale condizione egli sia pervenuto in seguito ad una scelta per così dire "estetica" ed etica, o se non vi sia pervenuto anche attraverso un atteggiamento "politico" di rifiuto della realtà che lo circondava.

La morte. P. morì a soli 28 anni, per una grave malattia allo stomaco, in una villa lungo la via Appia. Lasciò in eredità al maestro Cornuto tutta la sua biblioteca – compresa l’opera intera di Crisippo (700 volumi!) – nonché una grossa somma di denaro e 10 libbre d’argento lavorato. Sappiamo che Cornuto trattenne per sé i libri, mentre consegnò il resto alla madre e alla sorella del poeta.

Opere.

Un’antica biografia di P., premessa nei manoscritti al testo delle "Satire", che probabilmente va fatta risalire all’erudito Valerio Probo (I sec.), oltre a fornire le indicazioni fin qui riferite sulla sua vita, c’informa anche della sua produzione.

Oltre che le "Satire" (che sono, ovviamente, il suo capolavoro), P. scrisse, da fanciullo, una "pretexta" (dal titolo "Vescio", che non comprendiamo); quindi, un libro contenente una narrazione di viaggi ("Hodoeporicon") e un componimento celebrativo di Arria maggiore, madre della moglie di Tràsea Peto (quella stessa Arria che volle morire suicida insieme al marito Cecina Peto).

Alla morte del poeta, Cornuto volle che le operette minori fossero distrutte, forse per constatate imperfezioni di stile dovute ad imperizia, forse per evitare che la madre di P. subisse rappresaglie per il contenuto antimperialista di quella tragedia e di quei versi in onore di Arria, vittima dell’ottusa avversità di Nerone.

Satire. Trama e considerazioni.

Premessa. Le "Satire", in numero di 6, in esametri dattilici, per un totale di 650 versi, sono precedute da un proemio di 14 versi "coliambi" (variazioni del trimetro giambico: nell’autorevole codice di Montpellier, del X sec., questo breve testo precede la satira I come introduzione a tutta la raccolta; nelle edizioni moderne, viene posto all’inizio oppure alla fine della raccolta). Molto probabilmente il poeta aveva un ben più vasto disegno, ma la morte troncò tutto. Fu così Cornuto a ritoccare le "Satire" per l’edizione, postuma, curata da Cesio Basso, e pubblicata nel 62 d.C. . Come ricordano gli scoliasti, entrambi i revisori provvidero – ad es. – ad eliminare alcuni versi contenenti caustiche allusioni a Nerone (era proprio il periodo in cui i rapporti tra Nerone da un lato e Seneca e Lucano dall’altro erano ormai apertamente ostili). Non solo: alcuni versi della fine del libro (ovvero, della satira VI) furono espunti, perché l'opera non apparisse incompiuta.

Contenuto. E’ da premettere che è molto difficile dare un sommario resoconto dei contenuti dell’opera: il modo di procedere di P. è quanto di più asistematico si possa immaginare. I passaggi da un pensiero all’altro risultano, infatti, spesso bruschi ed ingiustificati dal punto di vista della logica. Si aggiungono, a questo, altri problemi di interpretazione del pensiero stesso, quasi sempre espresso in forma tortuosa. Tuttavia, per quanto ci è possibile, procediamo con ordine.

- I "coliambi" (14 vv) hanno un vero e proprio valore programmatico: l’autore vi sostiene che il suo intento è quello di educare moralmente i suoi lettori, polemizza aspramente contro le mode letterarie del tempo, volte esclusivamente a scopo di piacere ed intrattenimento, e rivendica orgogliosamente l’originalità della sua poesia e della sua ispirazione.

- La I satira (134 vv), strutturata in forma di dialogo tra l’autore e un immaginario interlocutore, è di argomento letterario: illustra i vizi deplorevoli della poesia contemporanea e la degenerazione morale che le si accompagna, cui il poeta – programmaticamente sulla scia di Lucilio e, soprattutto, di Orazio - oppone lo sdegno e la protesta dei propri versi, rivolti ad uomini liberi: P. si augura di avere anche pochi lettori, ma che certo sapranno intendere i suoi versi.

- La II (75 vv), inviata all’amico Plozio Macrino in occasione del suo compleanno, attacca la religiosità formale ed ipocrita, affermando di contro che agli dèi bisogna rivolgersi con fede onesta e sincera.

- La III satira (118 vv) biasima un giovane lavativo e lo esorta ad accostarsi piuttosto alla morale stoica.

- La IV (52 vv) illustra la necessità di praticare la norma del "nosce te ipsum", soprattutto per chi ambisca alla carriera politica (il poeta immagina che questa accusa, o rimprovero, venga rivolta ad Alcibiade da Socrate), e bolla chi s’industria a scrutare i difetti altrui senza conoscere i propri.

- La V (191 vv), dedicata a Cornuto (profonda e commossa è la riconoscenza dell’allievo nei confronti del maestro e dell’amico), la più lunga e la più bella, svolge il tema della libertà secondo il saggio stoico, ch’è consapevolezza razionale e dominio delle passioni: di conseguenza, l’unico veramente libero è il sapiente.

- La VI satira (80 vv, incompiuta), infine, rivolta sottoforma di lettera a C. Basso, che si trova in Sabina (mentre l’autore è a godersi la meravigliosa scogliera ligure di Luni), muove da un elogio dell’amico come poeta lirico, e progressivamente giunge a trasformarsi in un componimento soggettivo ed autobiografico: P., mostrandosi grato per l’educazione ricevuta, afferma di avere raggiunto l’equilibrio spirituale e deplora sia la prodigalità inconsulta sia l’avarizia, cui contrappone la "moderazione" ("metriotes") propria degli stoici.

Considerazioni. P., imbevuto – come detto - dell’ambiente stoico e lontano dalle esperienze della vita, parla col tono del moralista intransigente, ma astratto; così, gli uomini diventano pretesto per una denuncia e per un esame "scientifico" (esemplato sui manuali morali del tempo) e "fenomenologico" del vizio (per cui si fa volentieri ricorso ad un lessico, come dire, "corporale"), col risultato di mettere a fuoco, anziché l’uomo, il suo comportamento tipizzato (i "mores"): la sua poesia è dunque anzitutto ispirata da una forte esigenza etica; ma un’etica distruttiva, o solo marginalmente costruttiva (sono poche, cioè, le indicazioni del "recte vivere").

Ma non è solo esuberante esercizio di moralismo filosofico: bisogna riconoscervi la presenza di modelli e autori esemplari, nel loro intreccio: innanzitutto Orazio; poi Lucrezio, ma più che altro come "antimodello", nel senso che in P. il rapporto "maestro-poeta/discepolo-destinatario" si risolve in una reciproca "incomprensione", che li allontana; e se il nostro autore si riallaccia alla tradizione della satira e della diatriba (esasperandola in un "barocchismo" macabro), di contro tale comunicazione viene a ritagliarsi un nuovo spazio: il monologo della confessione. E, invero, la passione sincera spesso riscatta la sua arte.

Stile. L’esigenza realistica è all’origine della scelta di un linguaggio ordinario e paritempo scabro, che si avvale della tecnica della "iunctura acris" (il nesso urtante per la sua asprezza sia dal punto di vista fonico che soprattutto semantico) e quindi si "deforma", condizione necessaria ad esprimere verità profonde e accecanti: l’oscurità è dunque, più che altro, una scelta estetica. Come dire che tale oscurità non è il risultato di una tecnica imperfetta, bensì una voluta difficoltà, che il poeta offre ai suoi lettori perché meditino attentamente sul suo messaggio.

Ovviamente, per quanto detto, destinatario dell’opera non può essere l’uomo (per dir così) comune, ma sarà un pubblico costituito da gente colta, istruita e anch’essa dotata della stessa profonda sensibilità del poeta.

Fortuna. Fatto sta, comunque, che le "Satire" di P. riscossero un enorme successo tra i contemporanei, specialmente presso Lucano. Il nostro autore fu molto letto e citato anche nei secoli successivi, studiato dai grammatici per la peculiarità della lingua e dello stile, e apprezzato dagli autori cristiani per il carattere spiccatamente moralistico della sua produzione. La sua fortuna, fiorente lungo tutto il medioevo, declinò tuttavia in età rinascimentale, oscurata da quella di Orazio satirico, moralista meno intransigente e scrittore meno duro e oscuro.

(fonte internet)

Gaio (?) Petronio

--- ? - m. Cuma 66 d.C. ---

Una parodia del romanzo greco sarebbe, secondo alcuni studiosi, il «Satyricon».

Poche opere della letteratura mondiale sono segnate da zone d'ombra così numerose e dense: di quest'opera, infatti, sono incerti l'autore, la data di composizione, il titolo ed il suo significato, la sua estensione primitiva, la trama, il genere letterario a cui riferirlo.

L'autore

È accettabile l'identificazione del Petronio autore del «Satyricon» con l'omonimo personaggio descritto da Tacito in un memorabile «ritratto» nel XVI libro degli «Annales»?

Indubbiamente le consonanze tra il ritratto tacitiano e il tipo di autore che può aver composto un'opera come il «Satirycon» sono molteplici e suggestive: colto e raffinato ma amante del lusso e delle mollezze, dedito spregiudicatamente ai piaceri, protagonista della vita salottiera e notturna, «arbiter elegantiae» alla corte di Nerone, questo personaggio impresse il segno del suo stile perfino alla morte che gli fu imposta come complice della congiura pisoniana.

Fattosi recidere le vene, attese infatti la fine banchettando e conversando di poesia, senza omettere di denunciare i crimini dell'imperatore.

Non c'è nessuna prova concreta che colleghi il Petronio tacitiano al «Satirycon», eppure sono sempre in maggior numero i critici che sostengono questa identificazione.

La data di composizione

Anche se l'identità dell'autore, purtroppo, continua a restare nel vago e da adito a controversie forse inconciliabili, tutti gli elementi di datazione interni all'opera, le allusioni ai personaggi storici, i riferimenti economici ed istituzionali ricavabili dalla trama, l'ambiente in cui i vari personaggi si muovono, la lingua profondamente diversa dal latino letterario, sono tutti elementi che concordano per una datazione del «Satyricon» da collocare non oltre il principato di Nerone.

La struttura

Attraverso un codice del 1423 scoperto nel 1663 a Traù, in Dalmazia, da Pietro Petit, iniziante con «venerat iam tertius dies» (c. XXVI) e terminante con «fugimus» (c. LXXVIII), abbiamo parte dei ll.XV e XVI del romanzo a cui è attribuito il titolo di «Satyricon» o «Satyricon libri»: titolo che, se si accetta l'ultima dizione, si presume derivi dall'aggettivo greco a tre uscite e indichi la «satura» latina, ovvero un componimento di carattere vario e misto.

Il «Satyricon» è, infatti, una satura menippea con due digressioni poetiche: «Troiae halosis», in sessantacinque senari giambici (c. LXXXIX), parodia del carme intorno alla presa di Troia declamato da Nerone con l'accompagnamento della lira durante l'incendio di Roma, ed il «Bellum civile», in duecentonovantacinque esametri (c. CXIX-CXXIV), parodia dell'omonima opera di Lucano.

La prima parte del «Satyricon», non in nostro possesso, sembra fosse ambientata a Marsiglia (ed, infatti, si è anche ipotizzato che Petronio fosse originario di quelle zone); la seconda parte, invece, in una «graeca urbs», in una città greca o grecizzata e sicuramente di mare, data la presenza in essa di personaggi quasi tutti marinai, città che si è individuata in Cuma o in Terracina oppure in Pozzuoli.

L'opera si conclude con toni ironicamente dissacratori del gusto «macabro» tipico di Lucano: Eumolpo, uno dei quattro personaggi del romanzo, sbarcato a Crotone, spacciandosi per un ricco proprietario terriero, propone agli abitanti di quella città, che egli distingue in «imbroglioni» ed in «imbrogliati», di devolvere il proprio enorme, quanto fantastico, patrimonio a chi mangerà il suo cadavere.

La trama

Anche difficile è definire la trama dell'opera per i tagli, gli spostamenti, le interpolazioni subite dal testo nel corso del tempo: di sicuro il romanzo era preceduto da un lunghissimo antefatto, forse in quattordici libri, seguito da una parte di lunghezza imprecisabile. Le vicende, in prevalenza erotiche e furfantesche, non hanno un vero protagonista, ma risultano incentrate sulle avventure di due giovani: Ascilto, rozzo e brutale, che funge anche da narratore, ed Encolpio, giovane colto ma dissoluto, avvezzo a vivere di truffe e di espedienti, entrambi omosessuali ed innamorati dell'effeminato Gitone, adolescente bello, capriccioso e vizioso, secondo il Marchesi «il ritratto di una cortigiana», che si diverte a provocare scene di gelosia e litigi tra i due predetti compagni di viaggio.

Quarto protagonista è il vecchio Eumolpo, geniale e scostumato, critico, poeta e truffatore, altro omosessuale che si finge pedagogo solo per poter stare accanto ai tre giovani:

c. XCIV, 5-9

Chiuso dentro, io decido di togliermi la vita con un laccio. E già avevo legato la cintura alla sponda diritta in piedi contro il muro e introducevo il collo nel cappio... allorché, spalancatisi i battenti, Eumolpo fa il suo ingresso con Gitone e da quel passo fatale me richiama alla luce. [...] Appena [Gitone] ha così parlato, strappa al servitore di Eumolpo un rasoio, e, colpitosi una prima e una seconda volta alla gola, cade di schianto ai nostri piedi. Io caccio un grido di orrore, e, seguitolo nella caduta, cerco con il medesimo strumento di aprirmi una via alla morte. Ma né Gitone presentava una qualsiasi traccia di ferita, né io sentivo dolore alcuno. Si è che nella guaina c'era un rasoio senza filo, smussato a questo scopo, che gli apprendisti se ne servissero con la disinvoltura del barbiere. E perciò né il servitore si era spaventato a vedersi strappare lo strumento, né Eumolpo aveva interrotto quel suicidio da palcoscenico. (tr. Ciaffi)

II tema del viaggio, con cui si apre il romanzo, ricorda le peregrinazioni dei «clerici vagantes», ma, mentre questi viaggiavano per diffondere la cultura, Ascilto ed Encolpio viaggiano per il desiderio di avventura e di nuove esperienze anticonformistiche.

D'altronde elemento conduttore è proprio la persecuzione di Ascilto da parte del dio Priapo, che lo ha reso impotente e lo ha fatto respingere dalla sua donna, Trifena (né mancano altri tipi femminili, di spudorata dissolutezza o di ipocrita virtù), costringendolo ad andare ramingo con gli amici per l'Italia meridionale.

E tipica di questo genere licenzioso, estraneo al mondo romano, è la «fabula» raccontata da Eumolpo della matrona di Efeso (c. CXI-CXII), una vedova "inconsolabile" che, dopo aver ceduto alle voglie di un soldato posto di guardia a un crocifisso, per una serie di circostanze finisce con l'esporre sulla croce la salma del marito per salvare l'amante.

c. CXII, 5-8

Ma il soldato, mentre, impaniato come era, si dava buon tempo, quando il giorno seguente vide una croce senza il cadavere, temendo il supplizio che si meritava, corse a narrar l'accaduto alla donna; e soggiunse che, senza aspettar la sentenza dei giudici, con la sua stessa spada egli avrebbe fatto giustizia della sua spensieratezza. Gli acconciasse pure il luogo per quando fosse morto, e preparasse la fatale sepoltura per l'amante e il marito insieme. La donna, non meno pietosa che casta, «Gli dei non vogliono - disse - che io debba vedere a un tempo le esequie dei due uomini che ho avuti più cari. Meglio impiccare un morto, che uccidere un vivo». Così detto, gli disse di togliere dall'arca il corpo di suo marito, e di attaccarlo alla croce che era rimasta vuota. Il soldato mise in opera il bel ritrovato della saggissima donna; e il giorno dopo la gente non sapeva capacitarsi, come il morto fosse andato da sé a mettersi in croce. (tr. Cesareo)

Gli inserti poetici

Frequente nel «Satyricon» è anche l'interruzione del racconto in prosa a favore di intervalli in versi (e di quelli più lunghi a noi pervenuti, «Troiae halosis» e «Bellum civile», si è già parlato in precedenza). Tali inserti poetici sono strutturati come interventi del narratore, il quale abbandona la sua storia per operare un commento, per lo più con funzione ironica in quanto non corrispondente per stile o contenuto o livello letterario alla situazione commentata, con una continua variazione, quindi, di tonalità tra sogni e realtà, tra illusioni e brusche ricadute.

La «Cena», ovvero il realismo petroniano

Originale in Petronio è la carica realistica, evidente nella famosissima «Cena Trimalchionis», un episodio che si estende dal cap. XXXI al cap. LXXVII.

La scuola di retorica, la pinacoteca, la piazza del mercato, il postribolo, il tempio, sono luoghi vivi e reali del mondo romano, non astratti e fuori del tempo, come nel romanzo greco, e Petronio in questi luoghi muove i personaggi della sua epoca, non tipici e quasi incasellati in «categorie» (come nelle satire), e li fa parlare nel loro linguaggio di tutti i giorni, nel «sermo cotidianus», per offrire ai lettori una visione della realtà disincantata ed oggettiva.

Ma è la «Cena» ad offrire maggiormente spunti per considerazioni: Trimalcione, uno schiavo arricchito, ma rimasto rozzo e «cafone», ha modo di fare sfoggio, nei capitoli in cui è di scena, della sua «cultura» e di ostentare le sue ricchezze in una cena-spettacolo che è un autentico trionfo del cattivo gusto.

E così, pur dicendo ai commensali di aver avuto il giorno precedente a cena persone più importanti di loro, fa servire il vino migliore, ad attestare una sua superiorità segno solo di «zoticaggine», né, durante il lungo e sontuoso banchetto, si astiene da innumerevoli atteggiamenti volgari e da esagerazioni paradossali, non lesinando percosse ai servi o pesanti offese a Fortunata, la «degna» e ingioiellatissima moglie. Anche nel chiedere ad Abinna, l'incisore di lapidi, a che punto sia la tomba ordinatagli, Trimalcione coglie l'occasione per descrivere le pompose decorazioni delle scene, che lo ritraggono in trionfo nella sua «casa» per l'eternità, e del proprio corteo funebre; e mostra perfino un orologio sul quale ha fatto incidere il suo nome, sicché chiunque legga l'ora è costretto a ricordarsi di lui. Un esempio...

c. XXXI, 2-4

Così finalmente ci mettemmo a tavola, con valletti di Alessandria che versavano acqua ghiacciata sulle mani, e altri che li rimpiazzavano ai piedi e con estrema precisione toglievano le pipite. E neppure questo servizio così ingrato li faceva star zitti, ma in quel mentre cantavano. Io volli provare se tutta la servitù cantava e chiesi allora da bere. Lì pronto mi secondò un valletto con un gorgheggio non meno stridulo, e così ogni altro a pregarlo di qualcosa.

Sembrava un coro di pantomimo, non il triclinio di un padre di famiglia.

Fu servito comunque un antipasto di gran classe, che tutti ormai erano a tavola, all'infuori di lui, Trimalcione, al quale in nuova usanza era riservato il primo posto. Quanto al vassoio, vi campeggiava un asinelio in corinzio con bisaccia, che aveva olive bianche in una tasca, nere nell'altra. Ricoprivano l'asinelio due piatti, su cui in margine stava scritto il nome di Trimalcione e il peso dell'argento. E vi avevano saldato ancora dei ponticelli, che sostenevano ghiri cosparsi di miele e papavero. E c'erano dei salsicciotti a sfrigolare su una graticola d'argento, e sotto la graticola susine di Siria con chicchi di melagrana (tr. Ciaffi)

Petronio e la filosofia

Anche verso la filosofia ed i suoi esponenti Petronio non è tenero negli atteggiamenti, pur prendendo a prestito da essi espressioni tipiche.

Egli, in effetti, si pone in antitesi con Seneca e, servendosi di alcune sue frasi tipiche, le dissacra nei loro valori etici: ironizza insomma sulla filosofia facendo suo l'epitaffio che Trimalcione legge ai presenti: «Sono stato pio, forte, valoroso e non ho ascoltato i filosofi; possa fare ciò anche tu».

Così il romanzo, privato di ogni implicazione didascalica, si presenta come un grande affresco di un'intera epoca, con i suoi rivolgimenti sociali, le sue degenerazioni morali, i suoi compiacimenti dissacratori di una "classicità" sentita come anacronistica.

Il romanzo, in conclusione, esprime una vocazione satirica «incompleta» dominata dalla parodia, ma il ritenerlo solo parodia sarebbe senz'altro riduttivo.

Petronio in esso ha reinterpretato tutti i generi letterari nella loro storia ed i miti della propria epoca: Omero, Virgilio, la tragedia, l'elegia, la storia, la filosofia, il romanzo sentimentale, la novella, i mimi, le declamazioni, il racconto,...

Nel tempo

Dopo la scomparsa dell'originale, forse già dall'età dei Flavi, e le ampie sintesi («excerpta»), si deve al ritrovamento del frammento della «Cena Trimalchionis» un rinnovato interesse per l'opera, soprattutto in Francia da parte di Lallemand e Nodot.

Il romanzo, pur noto in Italia a partire dal primo quarto del quindicesimo secolo, non ha particolare risonanza anche per l'opposizione degli ambienti umanistici, saldamente legati ad una concezione profondamente moraleggiante e al pregiudizio della «classicità».

Il «Satiricon» ha registrato un vero e proprio rilancio nel nostro secolo, parallelamente alla rivalutazione della letteratura post-classica e/o anticlassica e alla caduta delle preclusioni moralistiche.

Ne sono state ricavate anche versioni cinematografiche da importanti registi italiani (Fellini).

Ancora su Petronio

Vita.

La questione petroniana. Per molto tempo si è parlato di una questione petroniana, finché è durata l’incertezza sull’epoca, la persona, il nome completo e il titolo dell’opera narrativa di P., ovvero se si trattasse effettivamente del personaggio rappresentato da Tacito in "Annales" 16: T. Petronius Niger. Ma finalmente quest'identificazione sembra oggi pacifica: le qualità che Tacito dà alla figura di P. sono tutte qualità, infatti, che l’autore del "Satyricon" deve aver posseduto in modo elevatissimo. Non sappiamo se Tacito conoscesse direttamente il romanzo; se lo conosceva, è lecito pensare che ne abbia tenuto conto nella sua descrizione di P., ma non era tenuto a citare nella sua severa opera storica un testo così eccentrico e scandaloso. Certi aspetti del testo, poi, possono benissimo rimandare all’ambiente neroniano, e il gusto di P. per la vita dei bassi fondi può avere una sottile complicità con i gusti dell’imperatore. Se l’autore è in realtà il P. di Tacito, dobbiamo aspettarci certamente allusioni anche sottili all’ambiente della corte neroniana.

Tutti gli elementi di datazione interni concordano, del resto, con una datazione non oltre il principato di Nerone. Le allusioni a personaggi storici e i nomi di tutte le figure del romanzo sono, insomma, perfettamente compatibili con il contesto del periodo storico di Nerone.

Elegantiae arbiter. Il P. di Tacito – anche se a Roma non s’interessò di politica e non aspirò ad onori - fu altresì un uomo di potere (proconsole in Bitinia e "consul suffectus" nel 62); ma la qualità che lo rendeva caro a Nerone era ancor più la raffinatezza, il gusto estetico ("elegantiae arbiter"): gran signore, viveva a corte, dormiva di giorno e dedicava la notte ai piaceri e alle cose serie; non amava il lavoro, bensì il lusso e l’eleganza, ostentando però un carattere trascurato e vizioso.

L’odio di Tigellino e la diffamazione. Appunto per queste "qualità", venne in invidia e in odio a Tigellino, il potente favorito dell’imperatore, il quale lo accusò di essere amico di uno dei capi della congiura di Pisone (65 d.C.).

Il suicidio "epicureo". Ma questo P. stupì ancora una volta, realizzando un suicidio in grande stile: non volle attendere che gli giungesse l’ordine di morire, ma prima ancora, mentre era a Cuma (proprio a séguito dell’imperatore), si fece incidere le vene, e poi, rallentando il momento della fine richiudendosele, passò le ultime ore a banchetto non a discorrere, alla maniera dei saggi e degli uomini forti (insomma, alla maniera stoica di Lucano e di Seneca), i soliti discorsi sull’immortalità dell’anima, bensì - con ostentato atteggiamento epicureo – ascoltando poesie di contenuto poco serio e amene discussioni. Tuttavia, volle mostrarsi anche serio e responsabile: si occupò dei suoi servi (ne ricompensò alcuni, altri li fece sferzare), e scelse di denunciare apertamente, in una serie di "codicilli", i crimini dell’imperatore (non volle adularlo come solevano invece fare i condannati per mettere al riparo da persecuzioni amici e parenti), descrivendone con ogni particolare la vita scandalosa, con nomi di pervertiti e di prostitute; quindi, sigillò lo scritto e distrusse il suo anello, perché non potesse venire riutilizzato in qualche intrigo o per calunniare innocenti.

Opere minori. Vengono attribuiti a P. circa 30 carmi e frammenti poetici. La paternità è, più di una volta, dubbia. L’ispirazione di fondo è quella "epicurea": sensuale, scherzosa, gaudente, ma senza note originali e, comunque, senza che l’arte petroniana ne risulti accresciuta.

Il "Satyricon".

**Premessa. Del capolavoro, il "Satyricon", come accennato, sono incerti l’autore, la data di composizione, il titolo e il significato, l’estensione e la trama originarie, il genere letterario e le motivazioni per cui quest’opera venne scritta e pubblicata: in effetti, l’unico attestato dell'opera di P. (quello che, insomma, noi oggi leggiamo) è solo un lungo frammento narrativo in prosa, con parti in versi, residuo di una narrazione molto più ampia.

Il titolo, "Satyrica", sembra formato da due grecismi: "Satyri" (i personaggi del mito e del folklore greco) più il suffisso di derivazione greca "-icus". Il lungo frammento sopravvissuto copre parte dei libri XIV e XVI e la totalità del libro XV. Non sappiamo di quanti libri fosse composto il romanzo. Questo perché il testo ebbe un destino complesso: fu antologizzato già in età tardo antica, con intervento anche di vere e proprie interpolazioni e "censure".

**Trama. [Antefatto]. Tenendo presenti alcuni tratti che si possono ricavare dalla lettura complessiva dell’opera, è possibile ricostruire schematicamente l’antefatto del romanzo. Un giovane, Encolpio, narra le sue strane peripezie in prima persona: in sua compagnia vi sono Ascilto e Gitone, suo amato. Tutti e tre, dopo essersi conosciuti in disavventure svoltesi probabilmente a Marsiglia (e dove Encolpio deve aver commesso una colpa nei confronti di Priapo, dio della sessualità e della fecondità, oltre che un omicidio e un furto), si vengono a trovare in una città di costumi greci dell’Italia meridionale (Napoli? Cuma? Pozzuoli?), che nemmeno gli stessi personaggi conoscono, tant’è vero che non riescono a trovare la via del proprio albergo.

[La decadenza dell’eloquenza]. La parte del romanzo a noi pervenuta incomincia con una discussione sulle cause della decadenza dell’eloquenza, intavolatasi tra Encolpio, che attribuisce la colpa della decadenza alle declamazioni, e un retore di nome Agamennone, il quale se la prende, invece, con la cattiva educazione dei giovani.

[Il rincorrersi dei protagonisti]. Durante tale disputa, Ascilto se ne va per i fatti suoi e, dopo alcune peripezie, giunge ad un lupanare. Encolpio, accortosi di essere stato lasciato solo – anche Gitone, infatti, se n’era andato – va alla ricerca degli amici e, dopo essersi perso in una sorta di labirinto fatto di vicoli e vicoletti, ritrova Ascilto presso il lupanare e Gitone in albergo: qui ha luogo una scenata di gelosia tra i due amici a causa del piccolo Gitone (che confessa ad Encolpio le insistenti avance di Ascilto), che si conclude col proposito di separarsi e di tentare ognuno la fortuna per conto proprio; ma poi segue la riconciliazione.

[La tunica ritrovata al mercato]. Fatta la pace, hanno luogo molte vicende, che noi non conosciamo, finchè Encolpio ed Ascilto vanno al mercato per vendere un mantello rubato, onde rifarsi della perdita di una tunica (episodio evidentemente contenuto in una parte del testo non pervenutaci), in cui avevano nascosto il loro denaro: per fortuna incontrano il contadino che aveva trovato la loro tunica, e gli propongono il baratto col mantello; la cosa suscita un tale parapiglia che interviene la legge; ma i due riescono a riavere la tunica e se ne tornano in albergo, dove sono protagonisti d’un’altra ben strana avventura.

[Il rito orgiastico di Quartilla]. Una donna, di nome Quartilla, sorpresa dai due giovani in uno dei suoi riti orgiastici nel tempio di Priapo (altro episodio evidentemente contenuto in una parte del testo non pervenutaci), e ammalatasi per tal ragione di febbre terzana, li va a trovare, in compagnia di un’ancella, Psiche, e d’una bambina di sette anni, Pannichide, costringendoli a compiere un rito di riparazione (e di guarigione per la propria malattia), durante il quale Gitone è addirittura costretto a sposare Pannichide. Non ci mancasse altro, interviene un cinedo schifoso che intona il canto dei sacerdoti di Cìbele.

[La "cena Trimalchionis"]. I due giovani, sfiniti e disgustati, stavano cercando di liberarsi da quella strega, quand’ecco giungere uno schiavo del retore Agamennone a ricordare loro che avevano accettato un invito a cena presso un certo Trimalchione, tipica figura di arricchito, cafonesco e ridicolo. Qui inizia la descrizione della famosissima e pantagruelica "Cena Trimalchionis" (capp. 27-58): tutto è preparato col solo scopo di impressionare gl'invitati, dalle portate (abbondanti e bizzarramente "scenografiche") ai "numeri di varietà" ("mimi", musica…), dagli argomenti pseudoeruditi o spiritosamente spropositati intavolati dallo stesso padrone di casa per la discussione, alla messinscena pacchiana e patetica (addirittura) del proprio funerale.

[Encolpio, lasciato da Gitone, incontra Eumolpo]. Fuggiti dal luogo della cena (il cui clima era divenuto davvero irrespirabile) approfittando di un parariglia, i tre protagonisti si ritrovano nella locanda: Encolpio e Ascilto ancora litigano per Gitone, che alla fine preferisce il secondo. Encolpio, disperato e covando propositi di vendetta, si reca a visitare una pinacoteca, dove incontra Eumolpo, uomo vizioso ma innamorato della poesia, il quale deplora la decadenza delle arti e la corruzione dei costumi, e, ispirandosi ad un quadro, declama un carme in 65 senari giambici sulla presa di Troia ("Troiae halòsis", cap. 89). Ma i presenti, infastiditi dalla "declamatio", prendono il poeta a sassate.

[Encolpio, ritrovato Gitone, si mette in viaggio con Eumolpo]. Stretta amicizia col nuovo personaggio, Encolpio decide di partire con lui, portando con sé il ritrovato Gitone (ma prima abbiamo altre avventure, complicate dalla gelosia del narratore che scopre nel poeta un nuovo rivale in amore; Ascilto, dal canto suo, sembra scomparire dalla scena): sulla nave, però, scoppia una violenta baruffa, perché i due giovani – per l’occorrenza, inutilmente mascheratisi da schiavi - avevano un vecchio conto (ennesimo episodio non pervenutoci) da regolare proprio coi padroni della nave, i due coniugi dissoluti Lica e Trifena, a causa di fastidi patiti in precedenza nella casa di campagna di un certo Licurgo. Tornata la pace, segue un banchetto riparatore, durante il quale Eumolpo narra la gustosa novella della matrona di Efeso (capp. 111-112): una matrona vedova, simbolo della fedeltà e del perbenismo, finisce col concedersi ad un soldato proprio sulla tomba del marito.

[A Crotone, dopo il naufragio della nave]. La narrazione, ora, assume una svolta imprevista: una tempesta spinge la nave sulle coste di Crotone: i nostri vi giungono naufraghi, laceri e senza un soldo. Encolpio ha modo di riconoscere Lica in un cadavere di naufrago: per lui intona, piangendo lacrime ipocrite, un triste lamento sulla mala sorte degli uomini. A Crotone, per tirare avanti, i tre organizzano una truffa colossale: Eumolpo, infatti, venendo a sapere che in quella città vi sono molti cacciatori di eredità, per farsi accogliere cordialmente da tutti, finge di essere un ricco sfondato e senza figli (mentre Encolpio e Gitone si fanno passare per suoi servi) e si prende gioco dei grulli; quindi, approfitta di un’opportunità per rinnovare le sue lamentele sulla crisi della poesia e per improvvisare 295 esametri dattilici un "De bello civili", appunto sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo; Encolpio - che intanto ha preso il nome di Polieno - s’innamora della ricca bella e svenevole Circe (fa da tramite la spudorata servetta Crìside), ma l’amore gli è negato dalla persecuzione del dio Priapo, che si vendica delle vecchie offese (il narratore tenta anche di recuperare la virilità perduta ricorrendo, tra l’altro, alla magia). Intanto si scopre la truffa. Eumolpo, per sbarazzarsi dei cacciatori di eredità, dichiara in testamento che lascerà tutti i suoi beni a chi avrà il coraggio di sbranare il suo cadavere. Qui il racconto s’interrompe.

**Personaggi. Maschili. Encolpio. E’ un giovane pieno di talento e di ingegno, sensibile all’arte e amante delle belle lettere, una sorte di intellettuale vagante, coraggioso fustigatore dei vizi che compromettono una buona formazione artistica, buon giudice di poesia e non privo di cultura; tuttavia, la sua perversione morale e sessuale, nonché la sua insanabile gelosia nei confronti di Gitone, spesso lo portano ad atteggiamenti riprovevoli. E’ forse, di tutto il romanzo, il vero alterego di P. .

Ascilto. E’ un bravaccione grossolano e violento, puro istinto, ignaro di cose belle e di letteratura, che vuol risolvere tutto coi pugni e la spada.

Gitone. E’ un sedicenne giovinetto dall’aspetto e dall’atteggiamento femminei e impudichi, e dall’animo ipocrita: amasio (interessato) ora di Encolpio, ora di Ascilto, insomma di chi, sul momento, gli dia maggiori sicurezze.

Trimalchione. E’ il villano rifatto per eccellenza, perciò in tutte le sue manifestazioni tradisce la bassezza della sua origine, la volgarità della sua educazione, la grossolanità dei suoi gusti: qualcuno ha voluto vedere in lui la personificazione di Nerone, ma è piuttosto da vedere la satira feroce di tutti quei liberti imperiali, i quali, strisciando come vermi e sfruttando l’infame consuetudine della delazione, erano riusciti ad ammassare ricchezze favolose. Eppure, Trimalchione è uomo che ha le sue particolari "qualità": ha l’arte di condurre in porto gli affari (anche quelli meno limpidi), conosce il mondo, e soprattutto è ottimista ad oltranza e, come tutti i grandi affaristi, mai si lascia scoraggiare dai rovesci della sorte. Tenace, costante, bonario, a differenza dei suoi simili ci tiene a ricordare le sue basse e crasse origini, e nei confronti di alcuni schiavi sa mostrare simpatia e partecipazione. E pur se immerso nel più plateale edonismo, ha le sue paure: gli astri e le arti magiche, così come si intenerisce davanti al pensiero della sua morte.

Ermerote. Uno degli invitati della cena, puntiglioso, permaloso e saccente.

Echione. Il convitato ignorante, che tuttavia ci tiene che il figlio studi.

Seleuco. Altro convitato, parco nel lavarsi, ma che pure lascia andarsi ad amare considerazioni sulla vita e sulla morte.

Ganimede. Convitato, nostalgico del buon tempo antico.

Abinna. Intimo amico di Trimalchione, marmista (ha il compito di realizzare il monumento sepolcrale dell’amico) che si dà arie di alto magistrato.

Eumolpo. E’ un vecchio squattrinato lussurioso e gaudente, che non indietreggia davanti a nulla pur di raggiungere l’oggetto della sua passione; eppure, in lui vi è il vero temperamento di un poeta, un grande amore per l’arte, un sincero entusiasmo per la poesia, di cui anzi è ammalato, tanto da non poter fare a meno di recitare versi ovunque, in viaggio, nei bagni, nei teatri, rischiando talvolta le sassate di coloro che lo ritengono un importuno: è, insomma, un uomo navigato, che della vita accetta e giustifica tutto.

Femminili. Tra i personaggi femminili non ve n’è uno che mostri delicatezza: per P., la donna è semplicemente strumento di vizio e di depravazione.

Quartilla. La donna dei riti orgiastici priapei è una figura disgustosa, che non sa immaginare altro che atti libidinosi e nauseabondi.

Fortunata. Moglie di Trimalchione, esemplare tipico delle mogli degli arricchiti, è sì premurosa della casa e specialmente del suo vizioso marito, ma è grossolana e volgarissima in tutti i suoi gesti (ad es., l’affettuosità con l’amica Scintilla).

Scintilla. Stupidotta e boriosa moglie di Abinna.

Trifena. Moglie di Lica, è galante, frivola, corrotta, smaniosa sempre di nuove avventure.

Circe. La bellissima dama crotonese, innamorata di Encolpio, è tutta presa dalla sua furia di godimento e non vede nulla al di là della lussuria.

**Considerazioni. Il senso della vita. Il "Satyricon", come vedremo, deve molto alla narrativa per trama e struttura del racconto, e qualcosa alla tradizione menippea, per la tessitura formale: ma trascende, in complessità e ricchezza di effetti, entrambe le tradizioni. Il tratto più originale della poetica di P. è forse la forte carica realistica, evidente soprattutto nel capitolo 15, dove diventa anche un fenomeno linguistico. Nel vorticoso avvicendarsi di disavventure luoghi e personaggi, al di là dell’intento di divertire il lettore e di divertirsi raccontando, sembra emergere – d’altra parte - un senso di precarietà e d’insicurezza, una visione della vita multiforme e frantumata, dominata da una fortuna imprevedibile e capricciosa, e oscurata dal pensiero sempre incombente della morte (si pensi, ad es., alla considerazione di Trimalchione sulla durata del vino, che vive più a lungo dell’uomo, e al suo commuoversi al pensiero della propria morte; nonché alla legge della vita, che prevale sempre sulla dura realtà della morte, nella novella della matrona di Efeso).

Il realismo e il distacco. P., dunque, presenta e ritrae un mondo corrotto, popolato da personaggi squallidi e anonimi, che traggono soddisfazione solo dai piaceri più essenziali ed immediati. Insomma, egli raffigura una fascia sociale che non sembra animata da alcuna ispirazione/aspirazione ideale e che nella cultura del tempo non trovava evidentemente spazio. Eppure, P. fa ciò senza compiacimento, anzi quasi con distacco, prendendo le dovute distanze, ma non senza ironia e malizia: egli, cioè, non offre ai suoi lettori nessun strumento di giudizio, e non potrebbe essere altrimenti, in una narrazione condotta in prima persona da un personaggio che è dentro fino al collo in quel mondo sregolato. L’originalità del realismo di P. sta così non tanto nell’offrirci frammenti di vita quotidiana, ma nell’offrirci una visione del reale che è critica quanto spregiudicata e disincantata: ma di una critica, come detto, "estetica", e non di natura sociale e/o politica, senza le stilizzazioni e le convenzioni tipiche della commedia e senza i filtri moralistici propri della satira: ciò che egli veramente disapprova è soltanto il cattivo gusto.

La critica ai filosofi. Semmai, più evidente è l’attacco nei confronti dei filosofi contemporanei, primo fra tutti Seneca: essi vengono ridicolizzati nella loro ansia di rinnovamento, nel loro predicare la virtù e sognare un mondo migliore; e ad essi, P. contrappone realisticamente quell’umanità bassa e desolata, ch’è – se vogliamo - la vera protagonista del romanzo.

La discussione letteraria. Accanto alla rappresentazione di situazioni licenziose, trova inoltre posto nel romanzo la discussione letteraria: le lettere e le arti sono decadute per l’eccessivo attaccamento al denaro, per l’amore sfrenato dei piaceri e del lusso.

Testimonianza di ciò sono:

- per la decadenza dell’eloquenza, il colloquio tra Encolpio e il retore Agamennone (capp. 1-4);

- per la poesia epica, la declamazione sulla presa di Troia (cap. 89); l’affermazione originale del cap. 90, secondo il quale il poeta, nel momento in cui è preso dall’estro poetico, è un essere fuori del normale (la poesia, sembra affermare P., non è un artificio, ma spontaneità); infine, la recita dei 295 esametri sull’argomento "De bello civili" e l’affermazione che soli veri poeti presso i Romani furono Virgilio e Orazio (capp. 118-124).

[Partendo dai brani poetici suddetti, alcuni hanno voluto vedere nella "Presa di Troia" una parodia di un’opera omonima di Nerone, e negli esametri del "De bello civili" una parodia alla "Farsaglia" di Lucano: in realtà, nel primo caso, c’è semplicemente il desiderio (come detto) di affermare che la poesia è spontaneità, e ciò forse era contro Nerone, che si atteggiava a poeta; nel secondo caso, vi è una condanna alla poetica stoica applicata alla poesia epica, e l’impegno di dimostrare che si poteva fare vera poesia epica anche ispirandosi alla tradizione di Virgilio.]

La lingua e lo stile. Anche la lingua di P. è un fatto composito: l’autore sa servirsi, a seconda delle situazioni e delle sue intenzioni parodiche o ironiche, di tutti i registri linguistici, sa piegare l’espressione ai modi e alle necessità dell’epica, è capace di ricreare la prosa ciceroniana o il classicismo di Virgilio, ma quella che prevale nell’opera è una lingua nuova, moderna, assai più vicina ad una forma parlata, che egli consapevolmente immette nella lingua letteraria. Il linguaggio e lo stile sono, insomma, straordinariamente duttili e "mimetici", e divengono il mezzo principale di caratterizzazione degli ambienti e, soprattutto, dei personaggi: dallo stile generalmente piano colloquiale e disinvolto del narratore, si passa al "sermo vulgaris" di Trimalchione, alla magniloquenza di personaggi come Agamennone ed Eumolpo, solo per citare alcuni esempi; in certi casi, poi, il linguaggio del narratore e dei personaggi colti si eleva notevolmente, facendosi eccessivamente elaborato ed enfatico, con intenti - è evidente - ironici e parodistici.

I lettori. Infine, è da dire che il livello culturale dei lettori a cui il "Satyricon" si rivolgeva era sicuramente alto, come notava già Auerbach quando scriveva: "P. attende lettori di tale levatura sociale e cultura letteraria da poter subito intendere tutte le sfumature del mal comportamento sociale e dell’abbassamento della lingua e del gusto ... un’élite sociale e letteraria che riguarda le cose dall’alto ... anche P. dunque scrive dall’alto, e per il ceto delle persone dotte". Dunque, il pubblico di P. doveva essere costituito senz’altro dagli aristocratici di Roma, e, molto probabilmente, dai cortigiani e dallo stesso Nerone.

I rapporti col romanzo antico. E’ noto che il "Satyricon" costituisce, insieme alle "Metamorfosi" di Apuleio, l’unico testo della letteratura latina appartenente al genere del romanzo. E’ interessante, a tal proposito, tracciare dei parallelismi con altre opere dell’antichità appartenenti allo stesso genere.

Riguardo il romanzo antico, è possibile distinguere tre tipologie differenti:

- il romanzo "di avventure e di prove", rappresentato eminentemente dal cosiddetto "romanzo greco" o "sofistico": le "Etiopiche" di Eliodoro, Leucippe e Clitofonte di Achille Tazio, "Le avventure di Cherea e Calliroe" di Caritone, "Abrocome e Anzia" o "Racconti Efesii" di Senofonte Efesio, e "Le avventure pastorali di Dafni e Cloe" di Longo Sofista.

- il romanzo "biografico", al quale sono ricondotti l’ "Apologia di Socrate" e il "Fedone" di Platone, oltre alle biografie retoriche che hanno origine dagli encomi, a loro volta discendenti dagli antichi "threnoi" o, in ambiente latino, dalle "laudationes funebres"; ne sono un esempio le "Retractationes" di Agostino; all’interno di questa tipologia Bachtin distingue poi la biografia "energetica", rappresentata dalle "Vite" di Plutarco, che porta ad una progressiva rivelazione del carattere del protagonista, dalla biografia "analitica", il cui autore più tipico è Svetonio;

- il romanzo "di avventure e di costume", rappresentato in senso stretto solo, e appunto, dalle "Metamorfosi" e dal Satyricon, che Bachtin avvicina al romanzo "picaresco" europeo moderno, in quanto in entrambi quello che egli definisce "tempo di avventura" si intreccia strettamente nella narrazione al "tempo quotidiano".

Al contrario dei romanzi latini, questa serie di opere greche è unita da una notevole omogeneità e permanenza di tratti distintivi. La trama è quasi invariabile: si tratta delle traversie di una coppia di innamorati che vengono separati e che devono affrontare mille pericoli prima di potersi riabbracciare. Il tono è quasi sempre serio, lo scenario è invece variabile e spazia nei paesi del Mediterraneo. L’amore è trattato con pudicizia, come una passione seria ed esclusiva: l’eroina riesce sempre ad arrivare alla fine del romanzo ancora casta.

Nel romanzo di P., invece, l’amore è visto in modo ben diverso. Non c’è spazio per la castità, e nessun personaggio è un serio portavoce di valori morali. Il protagonista è sballottato tra peripezie sessuali di ogni tipo, e il suo partner preferito è maschile. Il rapporto omosessuale tra Encolpio e Gitone diventa, così, quasi una parodia dell’amore romantico che lega gli innamorati dei romanzi greci. Ci sono d’altra parte studiosi che, come Sullivan, non condividono appieno questa ipotesi, e sostengono invece che sia il "Satyricon" sia i romanzi greci si rifarebbero al comune modello dell’epos, e che quindi le analogie strutturali che si riscontrano tra il romanzo latino e quelli greci sarebbero giustificate da questa comune ascendenza.

A partire dal I secolo d.C., poi, ha grande fortuna una letteratura novellistica, caratterizzata da situazioni comiche, spesso piccanti e amorali. Un filone importante è quello che gli antichi spesso etichettano come "fabula Milesia"; sappiamo con certezza che P. utilizzò ampiamente questo filone di narrativa (una tipica storia milesia è quella raccontata da Eumolpo): i temi tipici di questa novellistica si oppongono a qualsiasi idealizzazione della realtà: gli uomini sono sciocchi e le donne pronte a cedere.

La "pluridiscorsività". Tuttavia, nessun testo narrativo classico si avvicina anche lontanamente alla complessità letteraria di P.: se la trama del romanzo si presenta molto complessa, ancora più complessa è la sua forma (e a ragione, si è parlato [Bachtin] di una sua "pluridiscorsività" e "intertestualità"). La prosa narrativa è interrotta frequentemente con inserti poetici: alcune di queste parti in versi sono affidate alla voce dei personaggi, ma molte altre parti poetiche sono strutturate come interventi diretti del narratore, che nel vivo della sua storia abbandona le relazioni con gli eventi esterni e si abbandona a commenti che hanno funzione ironica. La presenza di un narratore passivo che subisce i capricci della fortuna è tipica di P., come del romanzo di Apuleio, ma l’uso libero e ricorrente di inserti poetici allontana quest’opera dalla tradizione del romanzo e la avvicina agli altri generi letterari. Il punto di riferimento più vicino al "Satyricon" è, così, propriamente, la "satira menippea": questo tipo di satira si configurava infatti come un contenitore aperto, molto vario per contenuti e per forma, e che alternava momenti seri a situazioni giocose, il tutto però sorvegliato da un’abile tecnica di composizione.

A tal proposito, e a mo' di esempio, sono stati oggetto di indagine i riferimenti che P. dissemina nella sua opera ad autori latini, in particolare a Virgilio, la cui opera sarebbe parodiata e/o imitata nel cosiddetto "Bellum civile", cioè quella sezione in versi che Eumolpo recita nella parte iniziale del testo (che, come è noto, è un prosimetro, cioè un componimento misto di prosa e versi) [anche su questo argomento però i pareri sono discordi, dal momento che secondo altri qui P. intenderebbe parodiare il poema epico di Lucano, più che quello di Virgilio].

Suggestioni "odissiache"? Molto nota, invece, e sicuramente più fondata, è l’individuazione nel "Satyricon" di un intento parodistico dell’Odissea, individuato e descritto (tra gli altri) da Courtney, Klebs e Fedeli. I punti a sostegno di questa tesi sono molti, e probanti: si tratta non tanto della ripresa dell’ira di Poseidon che perseguita Odisseo nel poema, parodisticamente adombrata da P. nella persecuzione del dio Priapo nei confronti del protagonista Encolpio; né solo della struttura "odissiaca" (incentrata cioè sulle peripezie di viaggio) delle avventure narrate nel romanzo; quanto piuttosto di elementi di dettaglio, ma perciò stesso assai più significativi, che depongono a favore di questa tesi. Ad es. è indicativo che il già nominato Encolpio assuma, in una avventura di seduzione di una matrona, il nome di Polieno (nell’Odissea "polyainos" è un epiteto che viene attribuito da Omero al solo Odisseo); analogie evidenti presentano poi alcuni episodi, come quello in cui il protagonista del romanzo, per sottrarsi ai suoi inseguitori, si attacca sotto ad un letto, con una palese ripresa dell’espediente con cui Odisseo fugge dalla caverna del Ciclope attaccandosi sotto il ventre dell’ariete avviato al pascolo.

Allusioni alla cultura ebraica e cristiana? Invece, è solo in tempi più recenti che sono stati messi in luce alcuni riferimenti (oggetto ancora di parodia o di semplice allusione) alla cultura ebraica, che sarebbe possibile riscontrare nel romanzo: uno studioso in particolare, J. Clarke, ha rilevato - nell’episodio centrale della parte superstite del Satyricon (ovvero la cena di Trimalcione) - alcuni riferimenti all’ebraismo. Sull’esempio di questo studioso, le ricerche di echi e riprese di elementi della cultura giudaica nel Satyricon si sono moltiplicati, estendendosi anche all’ambito dell’onomastica. In questo settore, già da tempo è stato osservato che i nomi dei personaggi sono assegnati da P. con intenzione allusiva a personaggi o vicende del mito: Labate ad es. osservava che Corace (nome del servo che rivela agli "ereditieri" l’inganno di Encolpio ed Eumolpo nell’avventura di Crotone) è con ogni evidenza ripreso dal mito della cornacchia ("korax") punita da Apollo per la sua attività di delazione di cui parla Callimaco in un suo inno. Estendendo l’indagine anche all’area linguistica semitica alla ricerca di analoghe allusioni, Bauer ha interpretato il nome di Trimalcione come composto da un prefisso "tri-", di significato intensivo, associato alla radice semitica "mlk", portatrice dell’idea di regalità. Trimalcione sarebbe quindi il "tre volte re", titolo certo adatto alla sua smania di esibizionismo e alla volontà di autocelebrazione, che lo contraddistinguono come parvenu desideroso di ostentare la propria smisurata ricchezza.

Non si sa, infine, se nella descrizione del banchetto funebre a base di carne umana - ch'è contenuto nel fantomatico e lugubre testamento di Eumolpo - si debba scorgere una parodia delle "agapi" cristiane, così come esse venivano alterate e mistificate da parte dei pagani (i quali credevano che realmente i Cristiani si cibassero della carne del Cristo); ma è forse significativo, comunque, che questo romanzo, documento della corruzione pagana dell'impero romano, si concluda proprio con accostamento, sia pure empio e sacrilego, al sacramento dell'eucarestia, perché due mondi, l'uno in sfacelo l'altro appena sorgente, si oppongono come due contrarie forme di vita.

(fonte internet)

Seneca (4 a. C. ca- 65 d.C.)

--- a cura di Diego Fusaro ---

Già dal 155 a.C., allorché a Roma erano venuti, quali ambasciatori dei Greci, il peripatetico Critolao, l'accademico Carneade e lo stoico Diogene il Babilonese, le dottrine delle principali correnti di pensiero greche si erano introdotte nell'Urbe trovando, col tempo, esegeti in Cicerone, Amafinio, Rabirio, Cazio, M. Giunio Bruto, Nigidio Figulo, anche se fu l'Arpinate, con i suoi scritti pervenuti fino a noi, e lo abbiamo visto, ad illustrarle criticamente e, favorito dalla sua posizione eclettica, a dare un deciso impulso alla loro diffusione.

Sulla scia di Cicerone sembra muoversi Seneca, specie quando afferma di voler prendere la parte migliore delle varie scuole, ma, pur manifestando una certa indipendenza e libertà nell'orientare il proprio pensiero, alla base del suo filosofare c'è lo Stoicismo: non quello di Zenone, Cleante, Aristone, Erillo, Crisippo oppure l'altro di Panezio, ma una dottrina temperata da Seneca stesso, pure giudicato da Lattanzio «omnium Stoicorum doctissimus», a tal punto da convivere con il suo opposto, l'Epicureismo.

Prima di inoltrarci in ulteriori considerazioni sul pensiero di Seneca, ci sembra doveroso riassumere brevemente e schematicamente le idee principali di queste due correnti ed i motivi di divergenza tra le stesse.

Per lo Stoicismo, come per l'Epicureismo, la conoscenza ha inizio dai sensi, ma esistono anche le «nozioni comuni», nozioni che tutti gli uomini possono formarsi con il contributo del linguaggio.

Strumento della logica è il sillogismo il quale ci fornisce il criterio della verità, che per gli epicurei era la sensazione, per gli stoici l'assenso, l'evidenza (catalessi).

La fisica epicurea si rifaceva a Democrito, quella stoica ad Eraclito: il fuoco è la divinità (Logos) immanente nel mondo da cui s'originano, come da un seme (ragioni seminali), gli esseri materiali.

Secondo gli stoici il Grande Anno è l'epoca nella quale si avrà la distruzione del mondo (epirosi) e la ricostituzione di un mondo nuovo (apocatastasi): questo processo durerà in eterno; ad ogni fine succederà un nuovo inizio.

La divinità impone all'universo Fato e Provvidenza e quello che noi chiamiamo «male» è relativo, in quanto è «male» per chi lo subisce, ma «bene» per l'ordine generale delle cose («l'ingiustizia permette la manifestazione della giustizia»).

L'anima umana è una sostanza eterna staccatasi dal fuoco divino e, dopo la morte, si ricongiunge ad esso perdendo la propria personalità.

La felicità consiste nell'annullamento delle passioni (apatia) e la si ottiene vivendo secondo natura; la libertà dello spirito consiste nel liberarsi dalle passioni col sopportare il male che non possiamo evitare, con l'astenerci da ciò che non ci appartiene e con l'accettare spontaneamente il Fato.

Queste idee, alla base della corrente di pensiero stoica e tanto seguite da influire fortemente anche sui pensatori cristiani, acquistano particolare intensità in Lucio Anneo Seneca.

Vita e opere. S. nacque a Cordova (nella Spagna Betica) da una famiglia del rango equestre che aveva per costume l'attività dell'intelletto (figlio di S. il Vecchio). Venne presto a Roma dove si dedicò agli studi filosofici (suoi maestri lo stoico Attalo e P. Fabiano). Nella carriera forense rivelò straordinarie qualità oratorie e, ottenuta la questura, entrò nel senato dove la sua eloquenza durante il regno di Caligola gli valse il senato e gli accrebbe onori, reputazioni e pericoli. Tuttavia, nel 41 la principessa Giulia Livilla, sorella di Caligola, venne accusata dalla gelosa Messalina, e la rovina della principessa travolse anche S. (non si sa per quali pretesti di complicità): fu relegato nella solitudine aspra della Corsica e soltanto nel 49, dopo 8 anni di esilio, per intercessione di Agrippina, nuova imperatrice, poteva tornare a Roma come maestro del giovane Nerone, divenuto, per l'adozione di Claudio, il designato successore dell'impe