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Andria/Reynaud - Letteratura
Latina
Andria/Reynaud - Echi di Roma
antica
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Fedro
--- Tracia o Macedonia, 15 ca a.C.? – 50 ca
d.C.? ---
Nato in Macedonia e condotto schiavo a Roma,
era stato affrancato da Augusto e nell'Urbe aveva preso a
scrivere una raccolta di favole dal titolo «Phaedri Augusti
liberti fabulae Aesopiae» la cui pubblicazione, soprattutto
dei primi due libri, dovette causargli qualche problema a causa
di allusioni più o meno velate a potenti personaggi del tempo:
così almeno sembra si debbano interpretare le sue proteste per
l'eccessivo accanimento di Seiano nei suoi confronti,
l'allusione politica a Tiberio ed allo stesso Seiano, la
richiesta di essere protetto avanzata al liberto di Caligola,
Eutico, protezione che deve essere stata accordata, data la
serenità dei suoi toni sia nella dedica del quarto libro (a
Particulone) che in quella del quinto (a Fileto).
Continuò a scrivere favole fino a che la
morte non lo colse all'epoca di Claudio o di Nerone.
Della sua raccolta in cinque libri ci sono
pervenute solo novantatré favole (tutte in senario giambico
regolare, brevi di estensione, tranne la III 10 composta da
sessanta versi), troppo poche per poter completare una pèntade,
pur con l'aggiunta delle «fabulae novae» scoperte a
Napoli nel 1808 nel codice Perottino.
Queste ultime, in numero di trentadue,
provengono da una raccolta di componimenti di diversi autori
(«Cornucopia»), messa insieme verso la metà del sec. XV
dall'arcivescovo di Manfredonia Niccolo Perotti.
Il fatto che l'opera di Fedro non ci sia
giunta nella sua completezza lo si ricava anche dalla mancanza
di proporzione dei vari libri (il secondo ed il quarto
contengono favole di numero inferiore rispetto agli altri), da
alcune evidenti lacune, dall'intenzione, rimasta tale
nell'autore, di far parlare anche gli alberi, oltre che gli
animali.
Originali e ben strutturate, tra le molte, ci
sembrano del primo libro la favola 15 (L'asino al vecchio
pastore), del secondo la 5 (L'aquila e la cornacchia) e la 7 (II
cervo ed i buoi), del terzo la 10 (II galletto e la perla [I]) e
la 13 (Le api ed i fuchi giudicati dalla vespa), del quarto la 5
(Le tre figlie e la madre), del quinto la 4 (L'asino ed il
maiale) e la 7 (II Principe e il flautista),...
IlI, 10
In un letamaio un galletto, mentre cercava
cibo, una perla trovò. «Tu, oggetto così bello, - disse - te ne
stai in un luogo indegno! Ciò se qualcuno, avido del tuo valore,
avesse visto, già da un pezzo saresti tornata all'antico
splendore. Il fatto che ti ho trovato io, cui è molto
preferibile il cibo, né a te può giovare, né a me in alcun
modo». La favola io narro a coloro che non mi comprendono. (tr.
Manna)
... ma interessanti, ed utili per le
vicende biografiche, risultano i prologhi ad ogni libro in cui
Fedro espone anche i suoi intendimenti artistici e morali.
E così, ad esempio, nel prologo del primo
libro espone il suo intento artistico: egli vuoi dare una veste
poetica ad una materia già trattata in prosa da Esopo al fine di
muovere al riso e di suggerire saggi precetti di vita; nel
prologo del quarto libro l'autore conferma la sua indipendenza
dal Greco e la sua originalità: confida che le sue favole sono «esopie»,
in quanto si muovono nel genere di Esopo, ma non sono «esopiche»,
perché, spesse volte, l'ispirazione è nuova, come nuove sono le
favole riguardanti il mondo romano; nel prologo del quinto
libro, infine, informa il lettore che il favolista greco per lui
non è altro che un nome.
V, prologo
Se da qualche parte inserirò il nome di
Esopo, al quale già da prima ho tributato ciò che dovevo, sappi
che ciò avviene a causa della sua autorità; come oggi fanno
alcuni artisti, i quali trovano un pregio maggiore per le loro
opere, se scrissero Prassitele sulla loro scultura nuova, Mirone
sull'argento cesellato, Zeusi su di un quadro. A tal punto
l'invidia mordace favorisce l'antichità falsificata più che le
belle opere attuali. Ma ora vengo ad una favola di un tale (tr.
Calesella)
«Le bestie della scena esopiana», dice il
Marchesi, «sono gli eterni rappresentanti della specie umana,
nelle opere del bene e in quelle assai più frequenti ed evidenti
del male. Su quella scena senza sipario appare la volpe (sagace,
fine e beffarda), il lupo (sleale e feroce), il topo (agile,
sottile, furbesco), il cane (calunniatore, insidioso, scioccone),
il leone (forte e maestoso), l'asino (stanco, martoriato e
vilipeso). Della consueta varietà dell'indole umana si anima
tutto quel divertente spettacolo animalesco, dov'è la volgarità
gracidante delle rane, la vanità sfortunata del cervo, la
grossezza inerte e bonacciona del bove. Fedro non ha la natura
di Esopo. Nella sua favola si sente soltanto la voce umana, la
mossa animalesca non si vede; e manca il profilo vivace della
bestia. Il favolista è tutto proteso verso la moralità o
l'allegoria, ma, malgrado ciò, Fedro ha un malinconico senso
della immutabile realtà, e qualche volta contraddice e corregge
il contenuto troppo ottimistico del racconto. La vita apparve a
lui quella che è: una mescolanza di dolore e di gioia».
Ignorato da Seneca il G., quando il filosofo
tentò di convincere il liberto dell'imperatore Claudio, Polibio,
a cercar la fama componendo apologhi, neppure menzionato nelle
trattazioni specifiche da Quintiliano e da Gellio, ricordato una
sola volta da Marziale ma per essere criticato, citato da Aviano
(ma dopo il greco Babrio), sconosciuto nel Medioevo che vede la
sua opera confondersi con le anonime ed eterogenee parafrasi in
prosa che di essa vengono in gran numero realizzate, solo in
tempi più vicini a noi Fedro ha cominciato ad essere apprezzato,
sollecitando l'imitazione di favolisti come La Fontaine e i
fratelli Grimm, Carlo Gozzi e Trilussa.
La chiarezza e la semplicità del suo stile lo
hanno reso dunque popolare presso gli studenti di latino, ma,
come narratore, citiamo dal La Penna, «egli è piano senza essere
piatto: ricerca sobriamente, insieme con la brevità, l'eleganza
dello stile, ma molto raramente mostra grazia e vigore.
Più che nelle favole di animali egli è narratore vivace e
spigliato in certe brevi novelle con cui arricchisce il
repertorio esopico».
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Ancora su Fedro
Vita.
Schiavo affrancato da Augusto. F. nacque
durante il principato di Augusto, ma fu attivo sotto Tiberio,
Caligola e Claudio. E' uno dei pochissimi autori di nascita non
libera nella letteratura della I età imperiale: egli era infatti
uno schiavo di origine tracia (ma dovette avere una discreta
educazione letteraria, se è vero - come egli stesso confessa -
che da fanciullo legge Ennio), e nei manoscritti delle sue opere
è citato come liberto di Augusto (sembra, quindi, che fosse
stato liberato proprio dall'imperatore, da cui avrebbe ricavato
il prenome Gaio e il nome Giulio: ma non conosciamo le
circostanze dell'affrancamento).
Guai col potere costituito, morte nella quasi
dimenticanza. Da accenni nella sua stessa opera (prologo del III
libro), si evince che il poeta sarebbe stato inoltre
perseguitato da Seiano, il braccio destro di Tiberio, rimasto
offeso da allusioni colte in alcuni scritti. Dopo la condanna,
F. soffrì umiliazioni e, probabilmente, la povertà: visse
abbastanza a lungo, ma - oltre ciò - nulla di più certo si sa
della sua vita. Segno, questo, che la sua produzione
evidentemente non ebbe molta fortuna ai suoi tempi.
Opera.
Il "corpus" delle favole. Sotto il nome di F.,
ci sono tramandate poco più di 90 "Favole", divise in 5 libri, e
tutte in senari giambici. Sono sicuramente sue anche le circa 30
favole raccolte nella cosiddetta "Appendix Perottina", che
prende nome dall'umanista Niccolò Perotti, curatore della
raccolta. Di altre ci resta la parafrasi in prosa.
Il I libro (31 favole) fu scritto subito dopo
la morte di augusto; il II (8) durante il ritiro di Tiberio a
Capri; il III (19) il IV (25) e il V (10) sotto Caligola e sotto
Claudio. La scarsa estensione del II e del V libro è forse un
indizio che la raccolta, così come ci è giunta, è in verità
estratto di una più ampia.
La struttura. Nonostante la (relativa)
varietà di situazioni e personaggi presenti nelle favole, la
struttura di queste segue, generalmente, strutture ordinate da
"passaggi" quasi obbligati; ecco, ad es., come gli alunni della
Scuola Media "N. Ricciotti" di Frosinone hanno chiaramente
schematizzato la struttura di tre notissime favole:
Il lupo e l'agnello: 1 - Azione
immediata dei personaggi; 2 - Contrasto di carattere; 3 -
Assenza di aspetto fisico; 4 - Ruolo indistinto tra protagonista
e antagonista; 5 - Successione alternata di attacco e di difesa
attraverso il dialogo; 6 - Scioglimento violento del contrasto;
7 - Morale espressa.
Il lupo e il cane: 1 - Accenno di
situazione iniziale; 2 - Descrizione funzionale dei personaggi;
3 - Ruolo indistinto tra protagonista ed antagonista; 4 -
Confronto dialogico; 5 - Scoperta della verità attraverso il
dialogo; 6 - Morale.
La vacca, la capretta, la pecora e il leone:
1 - Morale espressa; 2 - Situazione iniziale; 3 - Azione dei
personaggi; 4 - Prepotenza e violenza giustificate attraverso la
parola; 5 - Umiltà e sottomissione dimostrate attraverso il
silenzio; 6 - Morale espressa.
Orbene, con buona approssimazione, potrei
affermare che quasi tutte le favole presenti nel "corpus"
seguono praticamente le scansioni suddette.
Considerazioni.
La favola in Grecia e a Roma. Il genere della
favola, prima di F., non aveva una grande tradizione (almeno
scritta) nella letteratura latina: la sua nascita - almeno per
quanto riguarda la sua forma scritta - coincide praticamente con
la produzione del greco Esopo (VI sec. a.C.), una produzione
invero già "matura". Essa constava di storielle, in prosa, che
presentavano spunti umoristici e pillole di saggezza, e a cui
erano allegate una premessa o una postilla che spiegavano il
tema della favola o la morale che si poteva trarre da essa.
Tipico del genere era, poi, l'uso di animali come maschere,
personaggi umanizzati dotati di una psicologia fissa
(evidentemente, l'uso di questi "tipi" animaleschi doveva essere
ritenuto meno compromettente, su un fronte casomai "politico":
ma ciò fu solo in parte esatto, se è vero che lo stesso F.,
nonostante avesse "ereditato" almeno all'inizio questo
accorgimento, incorse comunque nelle ire di Seiano, come detto).
A Roma, con molta probabilità, questa materia
originaria dovette avere, almeno all'inizio, una diffusione
esclusivamente "orale", e soprattutto fra gli strati subalterni,
nonché - a livello letterario più "nobile" - attraverso una vera
e propria "contaminazione" col genere satirico, almeno secondo
istruttivi indizi su Ennio e Lucilio, e secondo l'opera dello
stesso Orazio. Proprio a quest'ultimo, infatti, risalgono - se
vogliamo - le prime vere testimonianze di favole scritte in
latino: il famoso apologo del topo di città e del topo di
campagna, nonché richiami alle favole della rana e del bue, del
cavallo e del cervo, della volpe e della donnola, contenute
negli "Epodi" e soprattutto, manco a dirlo, nelle "Satire".
E' a questo punto d'arrivo che si colloca la
figura e l'opera di F., che da tutti quei prodromi prenderà
spunti, temi (morali), situazioni e personaggi, però
rielaborandoli ed adattandoli - come vedremo - alla propria
personalità e al proprio tempo.
Limiti palesi di F. … Ora, F. ha una
posizione sociale modesta e come poeta non si può definire
veramente un virtuoso: pratica un genere letterario ritenuto
minore, anch'esso marginale rispetto alle grandi corrente
dell'età imperiale. Come narratore, invero, egli poi inventa ben
poco: prese una per una, le sue favole sono poco originali,
indebitate con la tradizione esopica e con una raccolta di
favole di età ellenistica (questo, soprattutto nel I libro);
quanto alla rielaborazione letteraria, nessuna delle favole di
F. può superare le opere dei grandi poeti.
… ma, altresì, suoi grandi meriti: la favola
assurge a dignità letteraria. Tuttavia, a questo umile artigiano
tocca una priorità storica importante: è il primo autore che ci
presenta una raccolta di temi favolistici, concepita come
autonoma opera di poesia, destinata alla lettura. Il merito del
nostro sta, infatti, nell'impegno costante e metodico per dare
alla favola una misura, una regola, una voce ben definita e
riconoscibile: egli, insomma, pur definendosi come il
continuatore di un genere già a suo modo "stabilizzato" da
Esopo, tuttavia lo innova, ne dilata gli orizzonti e lo porta a
perfezione, adattandolo alla tradizione culturale latina. Lo
stesso F. è orgogliosamente consapevole di questo "traguardo",
raggiunto ovviamente attraverso tappe difficili e progressive,
com'è avvertibile, del resto, nel corso stesso dell'opera (da
una più vincolata aderenza al modello verso una più spiccata e
piacente originalità). Alla fine, il nostro favolista può ben
affermare che le sue composizioni sono "Aesopias, non Aesopi",
"esopiane, ma non di Esopo", ovvero composte secondo lo stile e
i caratteri della favola esopica, ma non semplici
traslitterazioni di quella.
Non solo. F. - rivoluzionariamente - volge la
prosa favolistica in poesia, adottando il senario giambico come
metro per le sue composizioni: con questa scelta, egli si
collega alla versificazione latina arcaica, mostrando - non
senza una certa nota polemica contro i detrattori di quel
genere, ostinati (come detto) a considerarlo "minore" - che la
favola era ben degna di un tal illustre verso (tipico dell'alta
commedia, con la quale del resto condivideva lo scopo: "risum
movere", "far ridere") e di uno stile rigoroso e colto.
Componimenti "metaletterari". Queste sue
riflessioni di poetica (sui rapporti con la tradizione e sui
tempi e i modi della propria originalità), F. le affida a
specifici componimenti, che all'interno della sua opera assumono
funzione prettamente, come dire, "metaletteraria": è il caso, ad
es., degl'importanti prologhi dei 5 libri e degli altrettanto
importanti epiloghi dei libri II, III, IV.
Istanze sociali nelle favole. Le "morali" di
F., e la stessa allegoria del mondo animale, poi, non sono
soltanto mere espressioni del buon senso, bensì esprimono anche
una mentalità sociale, ossia il punto di vista delle classi
subalterne della società romana: egli è davvero l'unico a dare
voce al mondo degli schiavi e degli emarginati, promuovendolo ad
oggetto letterario; e non manca di accenni violentemente
polemici, colpendo - nel suo stile quasi satirico - tipi di
uomini e regole del vivere: perché le sue favole vogliono essere
sì divertenti, ma insieme vogliono anche "istruire".
In questo, la sua opera contiene una forte
istanza realistica (di "realismo comico", ovviamente) e a suo
modo "ideologica"; anche se, a ben vedere, la sua ideologia
esprime più che una vera protesta una rassegnata e amara
consapevolezza: la consapevolezza che nel mondo sempre ha
regnato, regna, e regnerà sempre incontrastata la legge del più
forte e del più prepotente: agli umili, ai poveri, ai sottomessi
non resta altro che provare ad eludere questa forza, per quanto
possibile, con l'astuzia e con l'arguzia, cercando nella vita
sempre il "men peggio". E proprio loro - gli schiavi, gli umili,
gli emarginati - sono gl'ideali destinatari dell'
"utilitaristica" produzione del favolista romano.
Temi, linguaggio e personaggi, fra tradizione
ed originalità. Nelle favole, è quasi del tutto assente - invece
- un realismo descrittivo e linguistico, anzi il loro mondo è
piuttosto generico, il linguaggio asciutto e poco caratterizzato
(ma è una "brevitas" che lo stesso autore annovera tra i
suoi pregi). Non mancano tuttavia spunti di adesione alla realtà
contemporanea: F., infatti - come già accennato - non si limita
sempre alla tradizione della fiaba d'animali, e talora
(soprattutto nei libri successivi al I) sembra inventare di suo,
come nel racconto che ha per protagonista Tiberio; altrove
ricava anche aneddoti dalla storia, seguendo anche una scelta
oculata che rispettasse il criterio della "variatio".
Così, non troviamo soltanto quegli animali-personaggi già
assodati dalla tradizione (i più frequenti, e con un ruolo da
dominatori, sono il lupo, la volpe, il cane, il leone, l'aquila,
il serpente…), né le solite anonime figure umane (il ladro, i
viandanti, il brigante, il buffone, il contadino…), ma anche
personaggi storici (Simonide, il poeta Menandro, il tiranno
Demetrio, Cesare, Socrate) o mitologici (Prometeo, Giove,
Giunone), nonché lo stesso Esopo, assurto a simbolo dell'arguzia
popolare. Il "padre fondatore" del genere lascia - qui - quasi
la sua palma a F., divenendo poco più che un semplice
personaggio fra gli altri, anche se di rilievo.
(fonte internet) |
Aulo Persio Flacco
--- Volterra, 4 dic. 34 d.C. – Roma, 24 nov.
62 d.C. ---
In un'epoca così travagliata anche
spiritualmente, fatta di malcelati rancori e di alienazione, per
non parlare di pura follia e di mania di persecuzione anche
nelle personalità più in vista politicamente, caratterizzata da
saggi imperatori quali Nerva e Traiano, ma anche da despoti come
Nerone e Domiziano; in un'epoca in cui emergere, sia pure in
campo letterario, era diventato pericoloso e, nel migliore dei
casi, poteva dar adito a «sospetti» di partigianeria o ad accuse
infondate, era logico che rinascesse la satira, già patrimonio
comune delle età di Lucilio e di Orazio, ora variamente intesa e
adattata alla personalità degli autori, sia nella poesia (con
Persio e Giovenale), sia, come vedremo, nella prosa (soprattutto
con Seneca il Giovane e con Petronio).
Per la biografia ci soccorre moltissimo una
«Vita», del suo contemporaneo Valerio Probo (come afferma
il Rostagni) o di Svetonio dal «De poetis» con
interpolazioni e rimaneggiamenti (come sostiene il Paratore), ma
di certo elaborata, almeno nelle parti essenziali, da persona
molto vicina al poeta, a noi utile per conoscere uno scrittore
che, per le circostanze della sua vita, ci sarebbe rimasto
pressoché sconosciuto.
Nato a Volterra, in ambiente etrusco, il 4
dicembre del 34 d.C., da una famiglia di rango equestre, e
rimasto privo del padre, a soli sei anni, riversò il suo affetto
sulla madre Fulvia Sisennia, sposatasi in seconde nozze con un
cavaliere romano di nome Fusio, deceduto di lì a poco: dalla
madre, appunto, ricevette la prima istruzione fino al dodicesimo
anno di età, quando fu mandato a continuare gli studi a Roma
presso il grammatico Q. Remmio Palemone ed il retore Virginio
Flavo (condannato nel 65 d.C. all'esilio da Nerone per «aver
destato con la sua eloquenza gli entusiasmi dei giovani»).
A sedici anni divenne discepolo ed amico del
filosofo stoico L. Anneo Cornuto che gli fece
conoscere l'«aequaevus» M. Anneo Lucano, ma non mancò di
essere in grande familiarità e per lungo periodo di tempo con P.
Trasea Peto (sposato con una sua parente, Arria Minore, e
condannato a morte da Nerone nel 66 d.C.) e di frequentare Cesio
Basso e Calpurnio Statura (suoi amici «a prima
adulescentia»), Claudio Agaturno (medico di Sparta e cultore
di filosofia), Petronio Aristocrate (di Magnesia), Servilio
Noniano (oratore, filosofo stoico, console nel 35 d.C.,) Plozio
Macrino ed il filosofo Anneo Seneca, conosciuto, però, secondo
la «Vita», «sera», tardi, ed in modo superficiale.
Segue nella «Vita» la descrizione
fisico-psicologica dello scrittore, considerato «verecundiae
virginalis, formae pulchrae,... frugi, pudicus», per, poi,
passare alle disposizioni testamentarie (in esse lasciava due
milioni di sesterzi alle uniche due donne della sua vita, la
madre e la sorella, ed un quinto della somma predetta con
l'aggiunta dei settecento libri di Crisippo o dell'intera
biblioteca al suo maestro Anneo Cornuto) ed alla data di morte,
che è posta il 24 novembre del 62 d.C., a soli ventotto anni,
«vitio stomachi», «in praediis suis», sulla via Appia, ad
otto miglia da Roma, nelle vicinanze di «Bovillae»
(menzionata dallo stesso Persio).
LE OPERE GIOVANILI
Sempre la «Vita» (ma in questo caso
non si sa fino a che punto possa essere attendibile), fa
risalire agli anni giovanili la composizione di alcuni versi in
ricordo di Arria Maggiore (la matrona che si dette la morte
prima del marito Cecina Peto condannato da Claudio), di un libro
di viaggi (di quelli, forse, compiuti al seguito di Trasea Peto)
e di una tragedia «praetexta», «Vescia», opere queste non
fatte pubblicare dalla madre per volontà di Cornuto.
COLIAMBI E SATIRE
Della sua produzione, comunque, a parte
quattordici versi coliambi, di attribuzione incerta, restano
solo sei satire, collazionate, pur nella loro incompiutezza, da
Cornuto, pubblicate da Cesio Basso, scritte «et raro et
tarde» e lasciate senza «labor limae», tanto è vero
che il filosofo eliminò alcuni versi alla fine dell'opera perché
sembrasse ultimata.
La struttura
I: Persio, contrario alle mollezze del suo
tempo ed al facile far versi dei patrizi, dialoga con un amico,
strenuo difensore della poesia leggera e superficiale a
discapito di quella autentica, ma eccessivamente moraleggiante.
II: È un dono del poeta per il compleanno
dell'amico Macrino; in essa si scaglia contro quanti chiedono
alle divinità le cose più assurde, come se gli dei potessero
venir comprati e diventare complici dei mortali, e contro chi
alle preghiere non fa seguire un adeguato comportamento morale.
IlI: Prende le mosse da un rimbrotto che un
maestro fa al discepolo trovato, a sole alto, ancora a letto,
per mirare ad una condanna dei vizi, ad un'esaltazione della
vita virtuosa anche nelle ristrettezze, ad ottenere una sanità
non solo fisica, ma anche morale, unica garanzia di difesa dalle
tentazioni.
IV: Non basta un piacevole aspetto, fa dire
Persio a Socrate rivolto ad Alcibiade, per partecipare alla vita
della città, ma è necessario anche essere virtuosi e, soggiunge
il filosofo, il considerarsi tali, il conoscere bene se stessi,
non è da tutti.
V: Persio mette in bocca a Cornuto
l'esaltazione della sua poesia, semplice e personale, che molto
deve agli insegnamenti del maestro.
La vera libertà, aggiunge, consiste nel non
essere schiavi di vizi, passioni e facili ambizioni.
VI: Lasciata incompiuta da Persio ed
indirizzata all'amico Cesio Basso, in essa il poeta gioisce
della propria tranquillità, lontano da invidie, chiacchiere,
avidità, contento del poco che possiede e disposto a vivere
senza far economie piuttosto che lasciar facili eredità ad un
erede lussurioso.
VI, 1-17
Già le brume invernali t'hanno consigliato, o
Basso, il tuo focolare sabino? Già la tua cetra e le sue corde
dal suono profondo si animano per te al tocco del tuo plettro, o
meraviglioso artista, così bravo a riprendere coi tuoi ritmi le
leggende delle antiche età e a ricavare virili armonie dalla
cetra latina, oppure a giocare, nella forte vecchiaia, gioiosi
scherzi giovanili con purezza di canto. Qui ora intiepidisce per
me la spiaggia di Liguria e sverna il mio mare, dove gli scogli
mantengono aperta un'ampia insenatura e il lido si ritira con
curva profon-da.«Di Luna il porto è bene, che voi conosciate, o
Romani!», comandava la saggezza di Ennio, poi che ebbe smesso di
sognare, russando, d'essere Omero, nato Quinto dal pavone
pitagorico. Qui me ne sto al sicuro dalle chiacchiere della
gente, senza preoccuparmi di quel che prepari l'Austro, tanto
funesto ai greggi, e del tutto tranquillo anche se il terreno
del mio vicino è più ferace del mio; se tutti coloro che son di
origine più modesta, arricchissero all'improvviso, io non
invecchierei certo per questo, né mi ridurrei a cenare di magro
e a sfiorare col naso il sigillo d'una bottiglia inacidita. (tr.
Barelli)
Un pessimismo amaro
II tono dei circa settecento versi che
compongono in totale le satire è doloroso, amaro, risentito,
derivante dalla concezione pessimistica che l'autore, vissuto
lontano dal flusso vario e mutevole della vita vera, appartatosi
dalla frenesia della vita politica romana e circondato solo
dall'affetto costante delle donne di casa, aveva degli uomini e
delle cose.
Pregi e difetti
Ancora oggi i critici non sono d'accordo
sull'effettivo valore poetico delle «Satire»: vi si riscontrano
pregi, ma anche difetti; non manca la vivacità di alcune scene,
né una certa finezza di sentimenti o armoniosità nelle
descrizioni e, tanto meno, una sottile intuizione psicologica,
ma, nonostante queste qualità positive, Persio si presenta come
un poeta faticoso, difficile, oscuro; si sentono di lui lo
sforzo costruttivo e lo studio, non la spontaneità e
l'immediatezza.
Mancano in lui del satirico il mordente di
Lucilio, la serenità di Orazio, la spregiudicatezza di
Giovenale, l'arguzia scanzonata di Marziale: è rimasto Persio un
letterato, un moralista, e le sue satire sono spesso appesantite
da intonazioni moraleggianti che derivano dalla filosofia stoica
e non si sono alimentate al soffio vivo dell'esperienza diretta
e personale.
Il moralismo
«Persio», afferma il Bayet, «è una sorta di
giovane predicatore puritano, di un pudore verginale, che
disprezza e fustiga senza indulgenza, e con una sorta di amaro
compiacimento, i capricci e i vizi del suo secolo. Il puro
stoicismo gli ispira una morale rigida e unilaterale, che
vorrebbe applicare a tutti: è il contrario della delicata
direzione delle coscienze, quale Seneca la concepisce. In lui si
uniscono così il rigore della opposizione aristocratica e la
vivacità cinica dei predicatori da strada. La poesia di Persio è
di un'oscurità proverbiale, ma egli aveva un suo chiaro disegno:
voleva fare delle satira un "grande genere" pur conservandole le
sue tradizionali caratteristiche, il senso del pittoresco e la
libertà di svolgimento».
Il «buon senso»
«Non mancò a Persio», continua il Marmorale,
«la cultura filosofica, necessaria al moralista, né gli mancò la
visione di un mondo migliore da sostituire, almeno nelle
intenzioni, a quello che meritava di essere staffilato. E
neppure mancò a Persio un'altra dote, il buon senso, che negli
uomini negati alla cultura filosofica può agevolmente
sostituirla, specialmente se accoppiato all'innata esatta
intuizione del bene e del male. In realtà nelle satire di Persio
il buon senso si nota nell'osservazione non velenosa della vita
di tutti i giorni, che egli domina, senza lasciarsi travolgere
dall'ira anche dagli spettacoli più ripugnanti; ed è ugualmente
notevole il buon senso col quale egli, che pure sentì
profondamente nell'anima lo stoicismo più come fede che come
dottrina filosofica, non si ostina a volerlo applicato ad ogni
costo nella vita degli altri, ma si limita a raccomandarlo come
l'unica via di perfezione morale».
Nel tempo
Eccezionale la fortuna dell'opera nel
Medioevo (Dante lo pone accanto ad Omero, Euripide, Anacreonte,
Plauto, Virgilio e Stazio), anche se successivamente la
valutazione dei letterati si fa sempre più ostile.
Lo Scaligero, definendolo «ineptus»,
lancia per primo una crociata anti-Persio soprattutto in
riferimento alla «voluta» [?] oscurità del versificare che egli
paragona all'andatura incerta di un febbricitante.
Lo Hensius definisce «sdentate» le satire;
unica voce di difesa, quella del Casaubon.
Notevole, invece, il successo della
produzione di Persio nella letteratura spagnola del sec. XVI,
come dimostra il commento edito nel 1503 ed ininterrottamente
ripubblicato fino al 1529 ad opera di Antonio de Nebrija.
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Ancora su Persio
Vita.
La nascita e gli studi. P. nacque da famiglia
agiata e appartenente all’ordine equestre, ma rimase orfano di
padre all’età di 6 anni e fu allevato con ogni cura dalla madre,
Fulvia Sisenna; fu lei a condurlo a Roma, all’età di 12-13 anni,
ad educarsi presso le migliori scuole di grammatica e retorica:
ebbe come maestri Remmio Palèmane e Virginio Flavo, ma a
segnarlo fu l’incontro col severo filosofo stoico Anneo Cornuto
(liberto della famiglia di Seneca e precettore anche di Lucano),
che lo mise in contatto con gli ambienti dell’opposizione
senatoria al principato (P. legò soprattutto con Tràsea Peto).
La formazione interiore. La conversione alla
filosofia lo portò a condurre una vita austera e appartata, nel
culto degli studi e degli affetti familiari. Come detto, P. fu
amorevolmente circondato dalle cure della madre, ma anche di
altre quattro donne: una zia, una sorella, la cugina Arria
minore, moglie di Tràsea Peto, e la figlia di questa, Fannia. Le
premure di costoro furono determinanti, almeno quanto la sua
educazione filosofica, nella formazione della sua personalità.
Ebbe pochi amici: quelli dell’adolescenza, Calpurnio Statura,
Lucano, Cesio Basso, ai quali più tardi si aggiunsero soltanto
Servilio Noniano e i già citati Tràsea Peto e Cornuto (per lui,
P. provò profondissima devozione). Fu proprio Cornuto ad
incoraggiarlo alla poesia.
L’isolamento. La naturale introversione e
delicatezza d’animo, nonché la riservatezza nella quale aveva
scelto di vivere, finirono per rendere P. un isolato, estraneo
alla realtà viva del suo tempo, al punto che mostrò di non
provare alcun interesse per il contemporaneo Seneca, stoico come
lui e che pure (ma tardi) conobbe: tuttavia, è difficile
stabilire se a tale condizione egli sia pervenuto in seguito ad
una scelta per così dire "estetica" ed etica, o se non vi sia
pervenuto anche attraverso un atteggiamento "politico" di
rifiuto della realtà che lo circondava.
La morte. P. morì a soli 28 anni, per una
grave malattia allo stomaco, in una villa lungo la via Appia.
Lasciò in eredità al maestro Cornuto tutta la sua biblioteca –
compresa l’opera intera di Crisippo (700 volumi!) – nonché una
grossa somma di denaro e 10 libbre d’argento lavorato. Sappiamo
che Cornuto trattenne per sé i libri, mentre consegnò il resto
alla madre e alla sorella del poeta.
Opere.
Un’antica biografia di P., premessa nei
manoscritti al testo delle "Satire", che probabilmente va fatta
risalire all’erudito Valerio Probo (I sec.), oltre a fornire le
indicazioni fin qui riferite sulla sua vita, c’informa anche
della sua produzione.
Oltre che le "Satire" (che sono, ovviamente,
il suo capolavoro), P. scrisse, da fanciullo, una "pretexta"
(dal titolo "Vescio", che non comprendiamo); quindi, un libro
contenente una narrazione di viaggi ("Hodoeporicon") e un
componimento celebrativo di Arria maggiore, madre della moglie
di Tràsea Peto (quella stessa Arria che volle morire suicida
insieme al marito Cecina Peto).
Alla morte del poeta, Cornuto volle che le
operette minori fossero distrutte, forse per constatate
imperfezioni di stile dovute ad imperizia, forse per evitare che
la madre di P. subisse rappresaglie per il contenuto
antimperialista di quella tragedia e di quei versi in onore di
Arria, vittima dell’ottusa avversità di Nerone.
Satire. Trama e considerazioni.
Premessa. Le "Satire", in numero di 6, in
esametri dattilici, per un totale di 650 versi, sono precedute
da un proemio di 14 versi "coliambi" (variazioni del trimetro
giambico: nell’autorevole codice di Montpellier, del X sec.,
questo breve testo precede la satira I come introduzione a tutta
la raccolta; nelle edizioni moderne, viene posto all’inizio
oppure alla fine della raccolta). Molto probabilmente il poeta
aveva un ben più vasto disegno, ma la morte troncò tutto. Fu
così Cornuto a ritoccare le "Satire" per l’edizione, postuma,
curata da Cesio Basso, e pubblicata nel 62 d.C. . Come ricordano
gli scoliasti, entrambi i revisori provvidero – ad es. – ad
eliminare alcuni versi contenenti caustiche allusioni a Nerone
(era proprio il periodo in cui i rapporti tra Nerone da un lato
e Seneca e Lucano dall’altro erano ormai apertamente ostili).
Non solo: alcuni versi della fine del libro (ovvero, della
satira VI) furono espunti, perché l'opera non apparisse
incompiuta.
Contenuto. E’ da premettere che è molto
difficile dare un sommario resoconto dei contenuti dell’opera:
il modo di procedere di P. è quanto di più asistematico si possa
immaginare. I passaggi da un pensiero all’altro risultano,
infatti, spesso bruschi ed ingiustificati dal punto di vista
della logica. Si aggiungono, a questo, altri problemi di
interpretazione del pensiero stesso, quasi sempre espresso in
forma tortuosa. Tuttavia, per quanto ci è possibile, procediamo
con ordine.
- I "coliambi" (14 vv) hanno un vero e
proprio valore programmatico: l’autore vi sostiene che il suo
intento è quello di educare moralmente i suoi lettori, polemizza
aspramente contro le mode letterarie del tempo, volte
esclusivamente a scopo di piacere ed intrattenimento, e
rivendica orgogliosamente l’originalità della sua poesia e della
sua ispirazione.
- La I satira (134 vv), strutturata in forma
di dialogo tra l’autore e un immaginario interlocutore, è di
argomento letterario: illustra i vizi deplorevoli della poesia
contemporanea e la degenerazione morale che le si accompagna,
cui il poeta – programmaticamente sulla scia di Lucilio e,
soprattutto, di Orazio - oppone lo sdegno e la protesta dei
propri versi, rivolti ad uomini liberi: P. si augura di avere
anche pochi lettori, ma che certo sapranno intendere i suoi
versi.
- La II (75 vv), inviata all’amico Plozio
Macrino in occasione del suo compleanno, attacca la religiosità
formale ed ipocrita, affermando di contro che agli dèi bisogna
rivolgersi con fede onesta e sincera.
- La III satira (118 vv) biasima un giovane
lavativo e lo esorta ad accostarsi piuttosto alla morale stoica.
- La IV (52 vv) illustra la necessità di
praticare la norma del "nosce te ipsum", soprattutto per chi
ambisca alla carriera politica (il poeta immagina che questa
accusa, o rimprovero, venga rivolta ad Alcibiade da Socrate), e
bolla chi s’industria a scrutare i difetti altrui senza
conoscere i propri.
- La V (191 vv), dedicata a Cornuto (profonda
e commossa è la riconoscenza dell’allievo nei confronti del
maestro e dell’amico), la più lunga e la più bella, svolge il
tema della libertà secondo il saggio stoico, ch’è consapevolezza
razionale e dominio delle passioni: di conseguenza, l’unico
veramente libero è il sapiente.
- La VI satira (80 vv, incompiuta), infine,
rivolta sottoforma di lettera a C. Basso, che si trova in Sabina
(mentre l’autore è a godersi la meravigliosa scogliera ligure di
Luni), muove da un elogio dell’amico come poeta lirico, e
progressivamente giunge a trasformarsi in un componimento
soggettivo ed autobiografico: P., mostrandosi grato per
l’educazione ricevuta, afferma di avere raggiunto l’equilibrio
spirituale e deplora sia la prodigalità inconsulta sia
l’avarizia, cui contrappone la "moderazione" ("metriotes")
propria degli stoici.
Considerazioni. P., imbevuto – come detto -
dell’ambiente stoico e lontano dalle esperienze della vita,
parla col tono del moralista intransigente, ma astratto; così,
gli uomini diventano pretesto per una denuncia e per un esame
"scientifico" (esemplato sui manuali morali del tempo) e
"fenomenologico" del vizio (per cui si fa volentieri ricorso ad
un lessico, come dire, "corporale"), col risultato di mettere a
fuoco, anziché l’uomo, il suo comportamento tipizzato (i
"mores"): la sua poesia è dunque anzitutto ispirata da una forte
esigenza etica; ma un’etica distruttiva, o solo marginalmente
costruttiva (sono poche, cioè, le indicazioni del "recte
vivere").
Ma non è solo esuberante esercizio di
moralismo filosofico: bisogna riconoscervi la presenza di
modelli e autori esemplari, nel loro intreccio: innanzitutto
Orazio; poi Lucrezio, ma più che altro come "antimodello", nel
senso che in P. il rapporto
"maestro-poeta/discepolo-destinatario" si risolve in una
reciproca "incomprensione", che li allontana; e se il nostro
autore si riallaccia alla tradizione della satira e della
diatriba (esasperandola in un "barocchismo" macabro), di contro
tale comunicazione viene a ritagliarsi un nuovo spazio: il
monologo della confessione. E, invero, la passione sincera
spesso riscatta la sua arte.
Stile. L’esigenza realistica è all’origine
della scelta di un linguaggio ordinario e paritempo scabro, che
si avvale della tecnica della "iunctura acris" (il nesso urtante
per la sua asprezza sia dal punto di vista fonico che
soprattutto semantico) e quindi si "deforma", condizione
necessaria ad esprimere verità profonde e accecanti: l’oscurità
è dunque, più che altro, una scelta estetica. Come dire che tale
oscurità non è il risultato di una tecnica imperfetta, bensì una
voluta difficoltà, che il poeta offre ai suoi lettori perché
meditino attentamente sul suo messaggio.
Ovviamente, per quanto detto, destinatario
dell’opera non può essere l’uomo (per dir così) comune, ma sarà
un pubblico costituito da gente colta, istruita e anch’essa
dotata della stessa profonda sensibilità del poeta.
Fortuna. Fatto sta, comunque, che le "Satire"
di P. riscossero un enorme successo tra i contemporanei,
specialmente presso Lucano. Il nostro autore fu molto letto e
citato anche nei secoli successivi, studiato dai grammatici per
la peculiarità della lingua e dello stile, e apprezzato dagli
autori cristiani per il carattere spiccatamente moralistico
della sua produzione. La sua fortuna, fiorente lungo tutto il
medioevo, declinò tuttavia in età rinascimentale, oscurata da
quella di Orazio satirico, moralista meno intransigente e
scrittore meno duro e oscuro.
(fonte internet) |
Gaio (?) Petronio
--- ? - m. Cuma 66 d.C. ---
Una parodia del romanzo greco sarebbe,
secondo alcuni studiosi, il «Satyricon».
Poche opere della letteratura mondiale sono
segnate da zone d'ombra così numerose e dense: di quest'opera,
infatti, sono incerti l'autore, la data di composizione, il
titolo ed il suo significato, la sua estensione primitiva, la
trama, il genere letterario a cui riferirlo.
L'autore
È accettabile l'identificazione del Petronio
autore del «Satyricon» con l'omonimo personaggio
descritto da Tacito in un memorabile «ritratto» nel XVI libro
degli «Annales»?
Indubbiamente le consonanze tra il ritratto
tacitiano e il tipo di autore che può aver composto un'opera
come il «Satirycon» sono molteplici e suggestive: colto e
raffinato ma amante del lusso e delle mollezze, dedito
spregiudicatamente ai piaceri, protagonista della vita
salottiera e notturna, «arbiter elegantiae» alla corte di
Nerone, questo personaggio impresse il segno del suo stile
perfino alla morte che gli fu imposta come complice della
congiura pisoniana.
Fattosi recidere le vene, attese infatti la
fine banchettando e conversando di poesia, senza omettere di
denunciare i crimini dell'imperatore.
Non c'è nessuna prova concreta che colleghi
il Petronio tacitiano al «Satirycon», eppure sono sempre
in maggior numero i critici che sostengono questa
identificazione.
La data di composizione
Anche se l'identità dell'autore, purtroppo,
continua a restare nel vago e da adito a controversie forse
inconciliabili, tutti gli elementi di datazione interni
all'opera, le allusioni ai personaggi storici, i riferimenti
economici ed istituzionali ricavabili dalla trama, l'ambiente in
cui i vari personaggi si muovono, la lingua profondamente
diversa dal latino letterario, sono tutti elementi che
concordano per una datazione del «Satyricon» da collocare
non oltre il principato di Nerone.
La struttura
Attraverso un codice del 1423 scoperto nel
1663 a Traù, in Dalmazia, da Pietro Petit, iniziante con «venerat
iam tertius dies» (c. XXVI) e terminante con «fugimus»
(c. LXXVIII), abbiamo parte dei ll.XV e XVI del romanzo a
cui è attribuito il titolo di «Satyricon» o «Satyricon
libri»: titolo che, se si accetta l'ultima dizione, si
presume derivi dall'aggettivo greco a tre uscite e indichi la
«satura» latina, ovvero un componimento di carattere vario e
misto.
Il «Satyricon» è, infatti, una satura
menippea con due digressioni poetiche: «Troiae halosis»,
in sessantacinque senari giambici (c. LXXXIX), parodia del carme
intorno alla presa di Troia declamato da Nerone con
l'accompagnamento della lira durante l'incendio di Roma, ed il
«Bellum civile», in duecentonovantacinque esametri (c.
CXIX-CXXIV), parodia dell'omonima opera di Lucano.
La prima parte del «Satyricon», non in
nostro possesso, sembra fosse ambientata a Marsiglia (ed,
infatti, si è anche ipotizzato che Petronio fosse originario di
quelle zone); la seconda parte, invece, in una «graeca urbs»,
in una città greca o grecizzata e sicuramente di mare, data
la presenza in essa di personaggi quasi tutti marinai, città che
si è individuata in Cuma o in Terracina oppure in Pozzuoli.
L'opera si conclude con toni ironicamente
dissacratori del gusto «macabro» tipico di Lucano: Eumolpo, uno
dei quattro personaggi del romanzo, sbarcato a Crotone,
spacciandosi per un ricco proprietario terriero, propone agli
abitanti di quella città, che egli distingue in «imbroglioni» ed
in «imbrogliati», di devolvere il proprio enorme, quanto
fantastico, patrimonio a chi mangerà il suo cadavere.
La trama
Anche difficile è definire la trama
dell'opera per i tagli, gli spostamenti, le interpolazioni
subite dal testo nel corso del tempo: di sicuro il romanzo era
preceduto da un lunghissimo antefatto, forse in quattordici
libri, seguito da una parte di lunghezza imprecisabile. Le
vicende, in prevalenza erotiche e furfantesche, non hanno un
vero protagonista, ma risultano incentrate sulle avventure di
due giovani: Ascilto, rozzo e brutale, che funge anche da
narratore, ed Encolpio, giovane colto ma dissoluto, avvezzo a
vivere di truffe e di espedienti, entrambi omosessuali ed
innamorati dell'effeminato Gitone, adolescente bello,
capriccioso e vizioso, secondo il Marchesi «il ritratto di una
cortigiana», che si diverte a provocare scene di gelosia e
litigi tra i due predetti compagni di viaggio.
Quarto protagonista è il vecchio Eumolpo,
geniale e scostumato, critico, poeta e truffatore, altro
omosessuale che si finge pedagogo solo per poter stare accanto
ai tre giovani:
c. XCIV, 5-9
Chiuso dentro, io decido di togliermi la vita
con un laccio. E già avevo legato la cintura alla sponda diritta
in piedi contro il muro e introducevo il collo nel cappio...
allorché, spalancatisi i battenti, Eumolpo fa il suo ingresso
con Gitone e da quel passo fatale me richiama alla luce. [...]
Appena [Gitone] ha così parlato, strappa al servitore di Eumolpo
un rasoio, e, colpitosi una prima e una seconda volta alla gola,
cade di schianto ai nostri piedi. Io caccio un grido di orrore,
e, seguitolo nella caduta, cerco con il medesimo strumento di
aprirmi una via alla morte. Ma né Gitone presentava una
qualsiasi traccia di ferita, né io sentivo dolore alcuno. Si è
che nella guaina c'era un rasoio senza filo, smussato a questo
scopo, che gli apprendisti se ne servissero con la disinvoltura
del barbiere. E perciò né il servitore si era spaventato a
vedersi strappare lo strumento, né Eumolpo aveva interrotto quel
suicidio da palcoscenico. (tr. Ciaffi)
II tema del viaggio, con cui si apre il
romanzo, ricorda le peregrinazioni dei «clerici vagantes»,
ma, mentre questi viaggiavano per diffondere la cultura,
Ascilto ed Encolpio viaggiano per il desiderio di avventura e di
nuove esperienze anticonformistiche.
D'altronde elemento conduttore è proprio la
persecuzione di Ascilto da parte del dio Priapo, che lo ha reso
impotente e lo ha fatto respingere dalla sua donna, Trifena (né
mancano altri tipi femminili, di spudorata dissolutezza o di
ipocrita virtù), costringendolo ad andare ramingo con gli amici
per l'Italia meridionale.
E tipica di questo genere licenzioso,
estraneo al mondo romano, è la «fabula» raccontata da
Eumolpo della matrona di Efeso (c. CXI-CXII), una vedova
"inconsolabile" che, dopo aver ceduto alle voglie di un soldato
posto di guardia a un crocifisso, per una serie di circostanze
finisce con l'esporre sulla croce la salma del marito per
salvare l'amante.
c. CXII, 5-8
Ma il soldato, mentre, impaniato come era, si
dava buon tempo, quando il giorno seguente vide una croce senza
il cadavere, temendo il supplizio che si meritava, corse a
narrar l'accaduto alla donna; e soggiunse che, senza aspettar la
sentenza dei giudici, con la sua stessa spada egli avrebbe fatto
giustizia della sua spensieratezza. Gli acconciasse pure il
luogo per quando fosse morto, e preparasse la fatale sepoltura
per l'amante e il marito insieme. La donna, non meno pietosa che
casta, «Gli dei non vogliono - disse - che io debba vedere a un
tempo le esequie dei due uomini che ho avuti più cari. Meglio
impiccare un morto, che uccidere un vivo». Così detto, gli disse
di togliere dall'arca il corpo di suo marito, e di attaccarlo
alla croce che era rimasta vuota. Il soldato mise in opera il
bel ritrovato della saggissima donna; e il giorno dopo la gente
non sapeva capacitarsi, come il morto fosse andato da sé a
mettersi in croce. (tr. Cesareo)
Gli inserti poetici
Frequente nel «Satyricon» è anche
l'interruzione del racconto in prosa a favore di intervalli in
versi (e di quelli più lunghi a noi pervenuti, «Troiae
halosis» e «Bellum civile», si è già parlato in
precedenza). Tali inserti poetici sono strutturati come
interventi del narratore, il quale abbandona la sua storia per
operare un commento, per lo più con funzione ironica in quanto
non corrispondente per stile o contenuto o livello letterario
alla situazione commentata, con una continua variazione, quindi,
di tonalità tra sogni e realtà, tra illusioni e brusche
ricadute.
La «Cena», ovvero il
realismo petroniano
Originale in Petronio è la carica realistica,
evidente nella famosissima «Cena Trimalchionis», un
episodio che si estende dal cap. XXXI al cap. LXXVII.
La scuola di retorica, la pinacoteca, la
piazza del mercato, il postribolo, il tempio, sono luoghi vivi e
reali del mondo romano, non astratti e fuori del tempo, come nel
romanzo greco, e Petronio in questi luoghi muove i personaggi
della sua epoca, non tipici e quasi incasellati in «categorie»
(come nelle satire), e li fa parlare nel loro linguaggio di
tutti i giorni, nel «sermo cotidianus», per offrire ai
lettori una visione della realtà disincantata ed oggettiva.
Ma è la «Cena» ad offrire maggiormente
spunti per considerazioni: Trimalcione, uno schiavo arricchito,
ma rimasto rozzo e «cafone», ha modo di fare sfoggio, nei
capitoli in cui è di scena, della sua «cultura» e di ostentare
le sue ricchezze in una cena-spettacolo che è un autentico
trionfo del cattivo gusto.
E così, pur dicendo ai commensali di aver
avuto il giorno precedente a cena persone più importanti di
loro, fa servire il vino migliore, ad attestare una sua
superiorità segno solo di «zoticaggine», né, durante il lungo e
sontuoso banchetto, si astiene da innumerevoli atteggiamenti
volgari e da esagerazioni paradossali, non lesinando percosse ai
servi o pesanti offese a Fortunata, la «degna» e
ingioiellatissima moglie. Anche nel chiedere ad Abinna,
l'incisore di lapidi, a che punto sia la tomba ordinatagli,
Trimalcione coglie l'occasione per descrivere le pompose
decorazioni delle scene, che lo ritraggono in trionfo nella sua
«casa» per l'eternità, e del proprio corteo funebre; e mostra
perfino un orologio sul quale ha fatto incidere il suo nome,
sicché chiunque legga l'ora è costretto a ricordarsi di lui. Un
esempio...
c. XXXI, 2-4
Così finalmente ci mettemmo a tavola, con
valletti di Alessandria che versavano acqua ghiacciata sulle
mani, e altri che li rimpiazzavano ai piedi e con estrema
precisione toglievano le pipite. E neppure questo servizio così
ingrato li faceva star zitti, ma in quel mentre cantavano. Io
volli provare se tutta la servitù cantava e chiesi allora da
bere. Lì pronto mi secondò un valletto con un gorgheggio non
meno stridulo, e così ogni altro a pregarlo di qualcosa.
Sembrava un coro di pantomimo, non il
triclinio di un padre di famiglia.
Fu servito comunque un antipasto di gran
classe, che tutti ormai erano a tavola, all'infuori di lui,
Trimalcione, al quale in nuova usanza era riservato il primo
posto. Quanto al vassoio, vi campeggiava un asinelio in corinzio
con bisaccia, che aveva olive bianche in una tasca, nere
nell'altra. Ricoprivano l'asinelio due piatti, su cui in margine
stava scritto il nome di Trimalcione e il peso dell'argento. E
vi avevano saldato ancora dei ponticelli, che sostenevano ghiri
cosparsi di miele e papavero. E c'erano dei salsicciotti a
sfrigolare su una graticola d'argento, e sotto la graticola
susine di Siria con chicchi di melagrana (tr. Ciaffi)
Petronio e la filosofia
Anche verso la filosofia ed i suoi esponenti
Petronio non è tenero negli atteggiamenti, pur prendendo a
prestito da essi espressioni tipiche.
Egli, in effetti, si pone in antitesi con
Seneca e, servendosi di alcune sue frasi tipiche, le dissacra
nei loro valori etici: ironizza insomma sulla filosofia facendo
suo l'epitaffio che Trimalcione legge ai presenti: «Sono stato
pio, forte, valoroso e non ho ascoltato i filosofi; possa fare
ciò anche tu».
Così il romanzo, privato di ogni implicazione
didascalica, si presenta come un grande affresco di un'intera
epoca, con i suoi rivolgimenti sociali, le sue degenerazioni
morali, i suoi compiacimenti dissacratori di una "classicità"
sentita come anacronistica.
Il romanzo, in conclusione, esprime una
vocazione satirica «incompleta» dominata dalla parodia, ma il
ritenerlo solo parodia sarebbe senz'altro riduttivo.
Petronio in esso ha reinterpretato tutti i
generi letterari nella loro storia ed i miti della propria
epoca: Omero, Virgilio, la tragedia, l'elegia, la storia, la
filosofia, il romanzo sentimentale, la novella, i mimi, le
declamazioni, il racconto,...
Nel tempo
Dopo la scomparsa dell'originale, forse già
dall'età dei Flavi, e le ampie sintesi («excerpta»), si
deve al ritrovamento del frammento della «Cena Trimalchionis»
un rinnovato interesse per l'opera, soprattutto in Francia
da parte di Lallemand e Nodot.
Il romanzo, pur noto in Italia a partire dal
primo quarto del quindicesimo secolo, non ha particolare
risonanza anche per l'opposizione degli ambienti umanistici,
saldamente legati ad una concezione profondamente moraleggiante
e al pregiudizio della «classicità».
Il «Satiricon» ha registrato un vero e
proprio rilancio nel nostro secolo, parallelamente alla
rivalutazione della letteratura post-classica e/o anticlassica e
alla caduta delle preclusioni moralistiche.
Ne sono state ricavate anche versioni
cinematografiche da importanti registi italiani (Fellini).
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Ancora su Petronio
Vita.
La questione petroniana. Per molto tempo si è
parlato di una questione petroniana, finché è durata
l’incertezza sull’epoca, la persona, il nome completo e il
titolo dell’opera narrativa di P., ovvero se si trattasse
effettivamente del personaggio rappresentato da Tacito in
"Annales" 16: T. Petronius Niger. Ma finalmente
quest'identificazione sembra oggi pacifica: le qualità che
Tacito dà alla figura di P. sono tutte qualità, infatti, che
l’autore del "Satyricon" deve aver posseduto in modo
elevatissimo. Non sappiamo se Tacito conoscesse direttamente il
romanzo; se lo conosceva, è lecito pensare che ne abbia tenuto
conto nella sua descrizione di P., ma non era tenuto a citare
nella sua severa opera storica un testo così eccentrico e
scandaloso. Certi aspetti del testo, poi, possono benissimo
rimandare all’ambiente neroniano, e il gusto di P. per la vita
dei bassi fondi può avere una sottile complicità con i gusti
dell’imperatore. Se l’autore è in realtà il P. di Tacito,
dobbiamo aspettarci certamente allusioni anche sottili
all’ambiente della corte neroniana.
Tutti gli elementi di datazione interni
concordano, del resto, con una datazione non oltre il principato
di Nerone. Le allusioni a personaggi storici e i nomi di tutte
le figure del romanzo sono, insomma, perfettamente compatibili
con il contesto del periodo storico di Nerone.
Elegantiae arbiter. Il P. di Tacito – anche
se a Roma non s’interessò di politica e non aspirò ad onori - fu
altresì un uomo di potere (proconsole in Bitinia e "consul
suffectus" nel 62); ma la qualità che lo rendeva caro a
Nerone era ancor più la raffinatezza, il gusto estetico ("elegantiae
arbiter"): gran signore, viveva a corte, dormiva di giorno e
dedicava la notte ai piaceri e alle cose serie; non amava il
lavoro, bensì il lusso e l’eleganza, ostentando però un
carattere trascurato e vizioso.
L’odio di Tigellino e la diffamazione.
Appunto per queste "qualità", venne in invidia e in odio a
Tigellino, il potente favorito dell’imperatore, il quale lo
accusò di essere amico di uno dei capi della congiura di Pisone
(65 d.C.).
Il suicidio "epicureo". Ma questo P. stupì
ancora una volta, realizzando un suicidio in grande stile: non
volle attendere che gli giungesse l’ordine di morire, ma prima
ancora, mentre era a Cuma (proprio a séguito dell’imperatore),
si fece incidere le vene, e poi, rallentando il momento della
fine richiudendosele, passò le ultime ore a banchetto non a
discorrere, alla maniera dei saggi e degli uomini forti
(insomma, alla maniera stoica di Lucano e di Seneca), i soliti
discorsi sull’immortalità dell’anima, bensì - con ostentato
atteggiamento epicureo – ascoltando poesie di contenuto poco
serio e amene discussioni. Tuttavia, volle mostrarsi anche serio
e responsabile: si occupò dei suoi servi (ne ricompensò alcuni,
altri li fece sferzare), e scelse di denunciare apertamente, in
una serie di "codicilli", i crimini dell’imperatore (non
volle adularlo come solevano invece fare i condannati per
mettere al riparo da persecuzioni amici e parenti),
descrivendone con ogni particolare la vita scandalosa, con nomi
di pervertiti e di prostitute; quindi, sigillò lo scritto e
distrusse il suo anello, perché non potesse venire riutilizzato
in qualche intrigo o per calunniare innocenti.
Opere minori. Vengono attribuiti a P. circa
30 carmi e frammenti poetici. La paternità è, più di una volta,
dubbia. L’ispirazione di fondo è quella "epicurea": sensuale,
scherzosa, gaudente, ma senza note originali e, comunque, senza
che l’arte petroniana ne risulti accresciuta.
Il "Satyricon".
**Premessa. Del capolavoro, il "Satyricon",
come accennato, sono incerti l’autore, la data di composizione,
il titolo e il significato, l’estensione e la trama originarie,
il genere letterario e le motivazioni per cui quest’opera venne
scritta e pubblicata: in effetti, l’unico attestato dell'opera
di P. (quello che, insomma, noi oggi leggiamo) è solo un lungo
frammento narrativo in prosa, con parti in versi, residuo di una
narrazione molto più ampia.
Il titolo, "Satyrica", sembra formato
da due grecismi: "Satyri" (i personaggi del mito e del
folklore greco) più il suffisso di derivazione greca "-icus".
Il lungo frammento sopravvissuto copre parte dei libri XIV e XVI
e la totalità del libro XV. Non sappiamo di quanti libri fosse
composto il romanzo. Questo perché il testo ebbe un destino
complesso: fu antologizzato già in età tardo antica, con
intervento anche di vere e proprie interpolazioni e "censure".
**Trama. [Antefatto]. Tenendo presenti alcuni
tratti che si possono ricavare dalla lettura complessiva
dell’opera, è possibile ricostruire schematicamente l’antefatto
del romanzo. Un giovane, Encolpio, narra le sue strane peripezie
in prima persona: in sua compagnia vi sono Ascilto e Gitone, suo
amato. Tutti e tre, dopo essersi conosciuti in disavventure
svoltesi probabilmente a Marsiglia (e dove Encolpio deve aver
commesso una colpa nei confronti di Priapo, dio della sessualità
e della fecondità, oltre che un omicidio e un furto), si vengono
a trovare in una città di costumi greci dell’Italia meridionale
(Napoli? Cuma? Pozzuoli?), che nemmeno gli stessi personaggi
conoscono, tant’è vero che non riescono a trovare la via del
proprio albergo.
[La decadenza dell’eloquenza]. La parte del
romanzo a noi pervenuta incomincia con una discussione sulle
cause della decadenza dell’eloquenza, intavolatasi tra Encolpio,
che attribuisce la colpa della decadenza alle declamazioni, e un
retore di nome Agamennone, il quale se la prende, invece, con la
cattiva educazione dei giovani.
[Il rincorrersi dei protagonisti]. Durante
tale disputa, Ascilto se ne va per i fatti suoi e, dopo alcune
peripezie, giunge ad un lupanare. Encolpio, accortosi di essere
stato lasciato solo – anche Gitone, infatti, se n’era andato –
va alla ricerca degli amici e, dopo essersi perso in una sorta
di labirinto fatto di vicoli e vicoletti, ritrova Ascilto presso
il lupanare e Gitone in albergo: qui ha luogo una scenata di
gelosia tra i due amici a causa del piccolo Gitone (che confessa
ad Encolpio le insistenti avance di Ascilto), che si
conclude col proposito di separarsi e di tentare ognuno la
fortuna per conto proprio; ma poi segue la riconciliazione.
[La tunica ritrovata al mercato]. Fatta la
pace, hanno luogo molte vicende, che noi non conosciamo, finchè
Encolpio ed Ascilto vanno al mercato per vendere un mantello
rubato, onde rifarsi della perdita di una tunica (episodio
evidentemente contenuto in una parte del testo non pervenutaci),
in cui avevano nascosto il loro denaro: per fortuna incontrano
il contadino che aveva trovato la loro tunica, e gli propongono
il baratto col mantello; la cosa suscita un tale parapiglia che
interviene la legge; ma i due riescono a riavere la tunica e se
ne tornano in albergo, dove sono protagonisti d’un’altra ben
strana avventura.
[Il rito orgiastico di Quartilla]. Una donna,
di nome Quartilla, sorpresa dai due giovani in uno dei suoi riti
orgiastici nel tempio di Priapo (altro episodio evidentemente
contenuto in una parte del testo non pervenutaci), e ammalatasi
per tal ragione di febbre terzana, li va a trovare, in compagnia
di un’ancella, Psiche, e d’una bambina di sette anni,
Pannichide, costringendoli a compiere un rito di riparazione (e
di guarigione per la propria malattia), durante il quale Gitone
è addirittura costretto a sposare Pannichide. Non ci mancasse
altro, interviene un cinedo schifoso che intona il canto dei
sacerdoti di Cìbele.
[La "cena Trimalchionis"]. I due giovani,
sfiniti e disgustati, stavano cercando di liberarsi da quella
strega, quand’ecco giungere uno schiavo del retore Agamennone a
ricordare loro che avevano accettato un invito a cena presso un
certo Trimalchione, tipica figura di arricchito, cafonesco e
ridicolo. Qui inizia la descrizione della famosissima e
pantagruelica "Cena Trimalchionis" (capp. 27-58): tutto è
preparato col solo scopo di impressionare gl'invitati, dalle
portate (abbondanti e bizzarramente "scenografiche") ai "numeri
di varietà" ("mimi", musica…), dagli argomenti pseudoeruditi o
spiritosamente spropositati intavolati dallo stesso padrone di
casa per la discussione, alla messinscena pacchiana e patetica
(addirittura) del proprio funerale.
[Encolpio, lasciato da Gitone, incontra
Eumolpo]. Fuggiti dal luogo della cena (il cui clima era
divenuto davvero irrespirabile) approfittando di un parariglia,
i tre protagonisti si ritrovano nella locanda: Encolpio e
Ascilto ancora litigano per Gitone, che alla fine preferisce il
secondo. Encolpio, disperato e covando propositi di vendetta, si
reca a visitare una pinacoteca, dove incontra Eumolpo, uomo
vizioso ma innamorato della poesia, il quale deplora la
decadenza delle arti e la corruzione dei costumi, e, ispirandosi
ad un quadro, declama un carme in 65 senari giambici sulla presa
di Troia ("Troiae halòsis", cap. 89). Ma i presenti, infastiditi
dalla "declamatio", prendono il poeta a sassate.
[Encolpio, ritrovato Gitone, si mette in
viaggio con Eumolpo]. Stretta amicizia col nuovo personaggio,
Encolpio decide di partire con lui, portando con sé il ritrovato
Gitone (ma prima abbiamo altre avventure, complicate dalla
gelosia del narratore che scopre nel poeta un nuovo rivale in
amore; Ascilto, dal canto suo, sembra scomparire dalla scena):
sulla nave, però, scoppia una violenta baruffa, perché i due
giovani – per l’occorrenza, inutilmente mascheratisi da schiavi
- avevano un vecchio conto (ennesimo episodio non pervenutoci)
da regolare proprio coi padroni della nave, i due coniugi
dissoluti Lica e Trifena, a causa di fastidi patiti in
precedenza nella casa di campagna di un certo Licurgo. Tornata
la pace, segue un banchetto riparatore, durante il quale Eumolpo
narra la gustosa novella della matrona di Efeso (capp. 111-112):
una matrona vedova, simbolo della fedeltà e del perbenismo,
finisce col concedersi ad un soldato proprio sulla tomba del
marito.
[A Crotone, dopo il naufragio della nave]. La
narrazione, ora, assume una svolta imprevista: una tempesta
spinge la nave sulle coste di Crotone: i nostri vi giungono
naufraghi, laceri e senza un soldo. Encolpio ha modo di
riconoscere Lica in un cadavere di naufrago: per lui intona,
piangendo lacrime ipocrite, un triste lamento sulla mala sorte
degli uomini. A Crotone, per tirare avanti, i tre organizzano
una truffa colossale: Eumolpo, infatti, venendo a sapere che in
quella città vi sono molti cacciatori di eredità, per farsi
accogliere cordialmente da tutti, finge di essere un ricco
sfondato e senza figli (mentre Encolpio e Gitone si fanno
passare per suoi servi) e si prende gioco dei grulli; quindi,
approfitta di un’opportunità per rinnovare le sue lamentele
sulla crisi della poesia e per improvvisare 295 esametri
dattilici un "De bello civili", appunto sulla guerra civile tra
Cesare e Pompeo; Encolpio - che intanto ha preso il nome di
Polieno - s’innamora della ricca bella e svenevole Circe (fa da
tramite la spudorata servetta Crìside), ma l’amore gli è negato
dalla persecuzione del dio Priapo, che si vendica delle vecchie
offese (il narratore tenta anche di recuperare la virilità
perduta ricorrendo, tra l’altro, alla magia). Intanto si scopre
la truffa. Eumolpo, per sbarazzarsi dei cacciatori di eredità,
dichiara in testamento che lascerà tutti i suoi beni a chi avrà
il coraggio di sbranare il suo cadavere. Qui il racconto
s’interrompe.
**Personaggi. Maschili. Encolpio. E’ un
giovane pieno di talento e di ingegno, sensibile all’arte e
amante delle belle lettere, una sorte di intellettuale vagante,
coraggioso fustigatore dei vizi che compromettono una buona
formazione artistica, buon giudice di poesia e non privo di
cultura; tuttavia, la sua perversione morale e sessuale, nonché
la sua insanabile gelosia nei confronti di Gitone, spesso lo
portano ad atteggiamenti riprovevoli. E’ forse, di tutto il
romanzo, il vero alterego di P. .
Ascilto. E’ un bravaccione grossolano e
violento, puro istinto, ignaro di cose belle e di letteratura,
che vuol risolvere tutto coi pugni e la spada.
Gitone. E’ un sedicenne giovinetto
dall’aspetto e dall’atteggiamento femminei e impudichi, e
dall’animo ipocrita: amasio (interessato) ora di Encolpio, ora
di Ascilto, insomma di chi, sul momento, gli dia maggiori
sicurezze.
Trimalchione. E’ il villano rifatto per
eccellenza, perciò in tutte le sue manifestazioni tradisce la
bassezza della sua origine, la volgarità della sua educazione,
la grossolanità dei suoi gusti: qualcuno ha voluto vedere in lui
la personificazione di Nerone, ma è piuttosto da vedere la
satira feroce di tutti quei liberti imperiali, i quali,
strisciando come vermi e sfruttando l’infame consuetudine della
delazione, erano riusciti ad ammassare ricchezze favolose.
Eppure, Trimalchione è uomo che ha le sue particolari "qualità":
ha l’arte di condurre in porto gli affari (anche quelli meno
limpidi), conosce il mondo, e soprattutto è ottimista ad
oltranza e, come tutti i grandi affaristi, mai si lascia
scoraggiare dai rovesci della sorte. Tenace, costante, bonario,
a differenza dei suoi simili ci tiene a ricordare le sue basse e
crasse origini, e nei confronti di alcuni schiavi sa mostrare
simpatia e partecipazione. E pur se immerso nel più plateale
edonismo, ha le sue paure: gli astri e le arti magiche, così
come si intenerisce davanti al pensiero della sua morte.
Ermerote. Uno degli invitati della cena,
puntiglioso, permaloso e saccente.
Echione. Il convitato ignorante, che tuttavia
ci tiene che il figlio studi.
Seleuco. Altro convitato, parco nel lavarsi,
ma che pure lascia andarsi ad amare considerazioni sulla vita e
sulla morte.
Ganimede. Convitato, nostalgico del buon
tempo antico.
Abinna. Intimo amico di Trimalchione,
marmista (ha il compito di realizzare il monumento sepolcrale
dell’amico) che si dà arie di alto magistrato.
Eumolpo. E’ un vecchio squattrinato
lussurioso e gaudente, che non indietreggia davanti a nulla pur
di raggiungere l’oggetto della sua passione; eppure, in lui vi è
il vero temperamento di un poeta, un grande amore per l’arte, un
sincero entusiasmo per la poesia, di cui anzi è ammalato, tanto
da non poter fare a meno di recitare versi ovunque, in viaggio,
nei bagni, nei teatri, rischiando talvolta le sassate di coloro
che lo ritengono un importuno: è, insomma, un uomo navigato, che
della vita accetta e giustifica tutto.
Femminili. Tra i personaggi femminili non ve
n’è uno che mostri delicatezza: per P., la donna è semplicemente
strumento di vizio e di depravazione.
Quartilla. La donna dei riti orgiastici
priapei è una figura disgustosa, che non sa immaginare altro che
atti libidinosi e nauseabondi.
Fortunata. Moglie di Trimalchione, esemplare
tipico delle mogli degli arricchiti, è sì premurosa della casa e
specialmente del suo vizioso marito, ma è grossolana e
volgarissima in tutti i suoi gesti (ad es., l’affettuosità con
l’amica Scintilla).
Scintilla. Stupidotta e boriosa moglie di
Abinna.
Trifena. Moglie di Lica, è galante, frivola,
corrotta, smaniosa sempre di nuove avventure.
Circe. La bellissima dama crotonese,
innamorata di Encolpio, è tutta presa dalla sua furia di
godimento e non vede nulla al di là della lussuria.
**Considerazioni. Il senso della vita. Il
"Satyricon", come vedremo, deve molto alla narrativa per trama e
struttura del racconto, e qualcosa alla tradizione menippea, per
la tessitura formale: ma trascende, in complessità e ricchezza
di effetti, entrambe le tradizioni. Il tratto più originale
della poetica di P. è forse la forte carica realistica, evidente
soprattutto nel capitolo 15, dove diventa anche un fenomeno
linguistico. Nel vorticoso avvicendarsi di disavventure luoghi e
personaggi, al di là dell’intento di divertire il lettore e di
divertirsi raccontando, sembra emergere – d’altra parte - un
senso di precarietà e d’insicurezza, una visione della vita
multiforme e frantumata, dominata da una fortuna imprevedibile e
capricciosa, e oscurata dal pensiero sempre incombente della
morte (si pensi, ad es., alla considerazione di Trimalchione
sulla durata del vino, che vive più a lungo dell’uomo, e al suo
commuoversi al pensiero della propria morte; nonché alla legge
della vita, che prevale sempre sulla dura realtà della morte,
nella novella della matrona di Efeso).
Il realismo e il distacco. P., dunque,
presenta e ritrae un mondo corrotto, popolato da personaggi
squallidi e anonimi, che traggono soddisfazione solo dai piaceri
più essenziali ed immediati. Insomma, egli raffigura una fascia
sociale che non sembra animata da alcuna ispirazione/aspirazione
ideale e che nella cultura del tempo non trovava evidentemente
spazio. Eppure, P. fa ciò senza compiacimento, anzi quasi con
distacco, prendendo le dovute distanze, ma non senza ironia e
malizia: egli, cioè, non offre ai suoi lettori nessun strumento
di giudizio, e non potrebbe essere altrimenti, in una narrazione
condotta in prima persona da un personaggio che è dentro fino al
collo in quel mondo sregolato. L’originalità del realismo di P.
sta così non tanto nell’offrirci frammenti di vita quotidiana,
ma nell’offrirci una visione del reale che è critica quanto
spregiudicata e disincantata: ma di una critica, come detto,
"estetica", e non di natura sociale e/o politica, senza le
stilizzazioni e le convenzioni tipiche della commedia e senza i
filtri moralistici propri della satira: ciò che egli veramente
disapprova è soltanto il cattivo gusto.
La critica ai filosofi. Semmai, più evidente
è l’attacco nei confronti dei filosofi contemporanei, primo fra
tutti Seneca: essi vengono ridicolizzati nella loro ansia di
rinnovamento, nel loro predicare la virtù e sognare un mondo
migliore; e ad essi, P. contrappone realisticamente
quell’umanità bassa e desolata, ch’è – se vogliamo - la vera
protagonista del romanzo.
La discussione letteraria. Accanto alla
rappresentazione di situazioni licenziose, trova inoltre posto
nel romanzo la discussione letteraria: le lettere e le arti sono
decadute per l’eccessivo attaccamento al denaro, per l’amore
sfrenato dei piaceri e del lusso.
Testimonianza di ciò sono:
- per la decadenza dell’eloquenza, il
colloquio tra Encolpio e il retore Agamennone (capp. 1-4);
- per la poesia epica, la declamazione sulla
presa di Troia (cap. 89); l’affermazione originale del cap. 90,
secondo il quale il poeta, nel momento in cui è preso dall’estro
poetico, è un essere fuori del normale (la poesia, sembra
affermare P., non è un artificio, ma spontaneità); infine, la
recita dei 295 esametri sull’argomento "De bello civili" e
l’affermazione che soli veri poeti presso i Romani furono
Virgilio e Orazio (capp. 118-124).
[Partendo dai brani poetici suddetti, alcuni
hanno voluto vedere nella "Presa di Troia" una parodia di
un’opera omonima di Nerone, e negli esametri del "De bello
civili" una parodia alla "Farsaglia" di Lucano: in realtà, nel
primo caso, c’è semplicemente il desiderio (come detto) di
affermare che la poesia è spontaneità, e ciò forse era contro
Nerone, che si atteggiava a poeta; nel secondo caso, vi è una
condanna alla poetica stoica applicata alla poesia epica, e
l’impegno di dimostrare che si poteva fare vera poesia epica
anche ispirandosi alla tradizione di Virgilio.]
La lingua e lo stile. Anche la lingua di P. è
un fatto composito: l’autore sa servirsi, a seconda delle
situazioni e delle sue intenzioni parodiche o ironiche, di tutti
i registri linguistici, sa piegare l’espressione ai modi e alle
necessità dell’epica, è capace di ricreare la prosa ciceroniana
o il classicismo di Virgilio, ma quella che prevale nell’opera è
una lingua nuova, moderna, assai più vicina ad una forma
parlata, che egli consapevolmente immette nella lingua
letteraria. Il linguaggio e lo stile sono, insomma,
straordinariamente duttili e "mimetici", e divengono il mezzo
principale di caratterizzazione degli ambienti e, soprattutto,
dei personaggi: dallo stile generalmente piano colloquiale e
disinvolto del narratore, si passa al "sermo vulgaris" di
Trimalchione, alla magniloquenza di personaggi come Agamennone
ed Eumolpo, solo per citare alcuni esempi; in certi casi, poi,
il linguaggio del narratore e dei personaggi colti si eleva
notevolmente, facendosi eccessivamente elaborato ed enfatico,
con intenti - è evidente - ironici e parodistici.
I lettori. Infine, è da dire che il livello
culturale dei lettori a cui il "Satyricon" si rivolgeva era
sicuramente alto, come notava già Auerbach quando scriveva: "P.
attende lettori di tale levatura sociale e cultura letteraria da
poter subito intendere tutte le sfumature del mal comportamento
sociale e dell’abbassamento della lingua e del gusto ...
un’élite sociale e letteraria che riguarda le cose dall’alto ...
anche P. dunque scrive dall’alto, e per il ceto delle persone
dotte". Dunque, il pubblico di P. doveva essere costituito
senz’altro dagli aristocratici di Roma, e, molto probabilmente,
dai cortigiani e dallo stesso Nerone.
I rapporti col romanzo antico. E’ noto che il
"Satyricon" costituisce, insieme alle "Metamorfosi" di Apuleio,
l’unico testo della letteratura latina appartenente al genere
del romanzo. E’ interessante, a tal proposito, tracciare dei
parallelismi con altre opere dell’antichità appartenenti allo
stesso genere.
Riguardo il romanzo antico, è possibile
distinguere tre tipologie differenti:
- il romanzo "di avventure e di prove",
rappresentato eminentemente dal cosiddetto "romanzo greco" o
"sofistico": le "Etiopiche" di Eliodoro, Leucippe e Clitofonte
di Achille Tazio, "Le avventure di Cherea e Calliroe" di
Caritone, "Abrocome e Anzia" o "Racconti Efesii" di Senofonte
Efesio, e "Le avventure pastorali di Dafni e Cloe" di Longo
Sofista.
- il romanzo "biografico", al quale sono
ricondotti l’ "Apologia di Socrate" e il "Fedone" di Platone,
oltre alle biografie retoriche che hanno origine dagli encomi, a
loro volta discendenti dagli antichi "threnoi" o, in ambiente
latino, dalle "laudationes funebres"; ne sono un esempio le
"Retractationes" di Agostino; all’interno di questa tipologia
Bachtin distingue poi la biografia "energetica", rappresentata
dalle "Vite" di Plutarco, che porta ad una progressiva
rivelazione del carattere del protagonista, dalla biografia
"analitica", il cui autore più tipico è Svetonio;
- il romanzo "di avventure e di costume",
rappresentato in senso stretto solo, e appunto, dalle
"Metamorfosi" e dal Satyricon, che Bachtin avvicina al romanzo
"picaresco" europeo moderno, in quanto in entrambi quello che
egli definisce "tempo di avventura" si intreccia strettamente
nella narrazione al "tempo quotidiano".
Al contrario dei romanzi latini, questa serie
di opere greche è unita da una notevole omogeneità e permanenza
di tratti distintivi. La trama è quasi invariabile: si tratta
delle traversie di una coppia di innamorati che vengono separati
e che devono affrontare mille pericoli prima di potersi
riabbracciare. Il tono è quasi sempre serio, lo scenario è
invece variabile e spazia nei paesi del Mediterraneo. L’amore è
trattato con pudicizia, come una passione seria ed esclusiva:
l’eroina riesce sempre ad arrivare alla fine del romanzo ancora
casta.
Nel romanzo di P., invece, l’amore è visto in
modo ben diverso. Non c’è spazio per la castità, e nessun
personaggio è un serio portavoce di valori morali. Il
protagonista è sballottato tra peripezie sessuali di ogni tipo,
e il suo partner preferito è maschile. Il rapporto omosessuale
tra Encolpio e Gitone diventa, così, quasi una parodia
dell’amore romantico che lega gli innamorati dei romanzi greci.
Ci sono d’altra parte studiosi che, come Sullivan, non
condividono appieno questa ipotesi, e sostengono invece che sia
il "Satyricon" sia i romanzi greci si rifarebbero al comune
modello dell’epos, e che quindi le analogie strutturali che si
riscontrano tra il romanzo latino e quelli greci sarebbero
giustificate da questa comune ascendenza.
A partire dal I secolo d.C., poi, ha grande
fortuna una letteratura novellistica, caratterizzata da
situazioni comiche, spesso piccanti e amorali. Un filone
importante è quello che gli antichi spesso etichettano come "fabula
Milesia"; sappiamo con certezza che P. utilizzò ampiamente
questo filone di narrativa (una tipica storia milesia è quella
raccontata da Eumolpo): i temi tipici di questa novellistica si
oppongono a qualsiasi idealizzazione della realtà: gli uomini
sono sciocchi e le donne pronte a cedere.
La "pluridiscorsività". Tuttavia, nessun
testo narrativo classico si avvicina anche lontanamente alla
complessità letteraria di P.: se la trama del romanzo si
presenta molto complessa, ancora più complessa è la sua forma (e
a ragione, si è parlato [Bachtin] di una sua "pluridiscorsività"
e "intertestualità"). La prosa narrativa è interrotta
frequentemente con inserti poetici: alcune di queste parti in
versi sono affidate alla voce dei personaggi, ma molte altre
parti poetiche sono strutturate come interventi diretti del
narratore, che nel vivo della sua storia abbandona le relazioni
con gli eventi esterni e si abbandona a commenti che hanno
funzione ironica. La presenza di un narratore passivo che
subisce i capricci della fortuna è tipica di P., come del
romanzo di Apuleio, ma l’uso libero e ricorrente di inserti
poetici allontana quest’opera dalla tradizione del romanzo e la
avvicina agli altri generi letterari. Il punto di riferimento
più vicino al "Satyricon" è, così, propriamente, la "satira
menippea": questo tipo di satira si configurava infatti come
un contenitore aperto, molto vario per contenuti e per forma, e
che alternava momenti seri a situazioni giocose, il tutto però
sorvegliato da un’abile tecnica di composizione.
A tal proposito, e a mo' di esempio, sono
stati oggetto di indagine i riferimenti che P. dissemina nella
sua opera ad autori latini, in particolare a Virgilio, la cui
opera sarebbe parodiata e/o imitata nel cosiddetto "Bellum
civile", cioè quella sezione in versi che Eumolpo recita nella
parte iniziale del testo (che, come è noto, è un prosimetro,
cioè un componimento misto di prosa e versi) [anche su questo
argomento però i pareri sono discordi, dal momento che secondo
altri qui P. intenderebbe parodiare il poema epico di Lucano,
più che quello di Virgilio].
Suggestioni "odissiache"? Molto nota, invece,
e sicuramente più fondata, è l’individuazione nel "Satyricon" di
un intento parodistico dell’Odissea, individuato e descritto
(tra gli altri) da Courtney, Klebs e Fedeli. I punti a sostegno
di questa tesi sono molti, e probanti: si tratta non tanto della
ripresa dell’ira di Poseidon che perseguita Odisseo nel poema,
parodisticamente adombrata da P. nella persecuzione del dio
Priapo nei confronti del protagonista Encolpio; né solo della
struttura "odissiaca" (incentrata cioè sulle peripezie di
viaggio) delle avventure narrate nel romanzo; quanto piuttosto
di elementi di dettaglio, ma perciò stesso assai più
significativi, che depongono a favore di questa tesi. Ad es. è
indicativo che il già nominato Encolpio assuma, in una avventura
di seduzione di una matrona, il nome di Polieno (nell’Odissea "polyainos"
è un epiteto che viene attribuito da Omero al solo Odisseo);
analogie evidenti presentano poi alcuni episodi, come quello in
cui il protagonista del romanzo, per sottrarsi ai suoi
inseguitori, si attacca sotto ad un letto, con una palese
ripresa dell’espediente con cui Odisseo fugge dalla caverna del
Ciclope attaccandosi sotto il ventre dell’ariete avviato al
pascolo.
Allusioni alla cultura ebraica e cristiana?
Invece, è solo in tempi più recenti che sono stati messi in luce
alcuni riferimenti (oggetto ancora di parodia o di semplice
allusione) alla cultura ebraica, che sarebbe possibile
riscontrare nel romanzo: uno studioso in particolare, J. Clarke,
ha rilevato - nell’episodio centrale della parte superstite del
Satyricon (ovvero la cena di Trimalcione) - alcuni riferimenti
all’ebraismo. Sull’esempio di questo studioso, le ricerche di
echi e riprese di elementi della cultura giudaica nel Satyricon
si sono moltiplicati, estendendosi anche all’ambito
dell’onomastica. In questo settore, già da tempo è stato
osservato che i nomi dei personaggi sono assegnati da P. con
intenzione allusiva a personaggi o vicende del mito: Labate ad
es. osservava che Corace (nome del servo che rivela agli
"ereditieri" l’inganno di Encolpio ed Eumolpo nell’avventura di
Crotone) è con ogni evidenza ripreso dal mito della cornacchia
("korax") punita da Apollo per la sua attività di
delazione di cui parla Callimaco in un suo inno. Estendendo
l’indagine anche all’area linguistica semitica alla ricerca di
analoghe allusioni, Bauer ha interpretato il nome di Trimalcione
come composto da un prefisso "tri-", di significato
intensivo, associato alla radice semitica "mlk",
portatrice dell’idea di regalità. Trimalcione sarebbe quindi il
"tre volte re", titolo certo adatto alla sua smania di
esibizionismo e alla volontà di autocelebrazione, che lo
contraddistinguono come parvenu desideroso di ostentare
la propria smisurata ricchezza.
Non si sa, infine, se nella descrizione del
banchetto funebre a base di carne umana - ch'è contenuto nel
fantomatico e lugubre testamento di Eumolpo - si debba scorgere
una parodia delle "agapi" cristiane, così come esse
venivano alterate e mistificate da parte dei pagani (i quali
credevano che realmente i Cristiani si cibassero della carne del
Cristo); ma è forse significativo, comunque, che questo romanzo,
documento della corruzione pagana dell'impero romano, si
concluda proprio con accostamento, sia pure empio e sacrilego,
al sacramento dell'eucarestia, perché due mondi, l'uno in
sfacelo l'altro appena sorgente, si oppongono come due contrarie
forme di vita.
(fonte internet) |
Seneca (4 a. C. ca- 65 d.C.)
--- a cura di Diego Fusaro ---
|
Già dal 155 a.C., allorché a Roma
erano venuti, quali ambasciatori dei Greci, il
peripatetico Critolao, l'accademico Carneade e lo
stoico Diogene il Babilonese, le dottrine delle
principali correnti di pensiero greche si erano
introdotte nell'Urbe trovando, col tempo, esegeti in
Cicerone, Amafinio, Rabirio, Cazio, M. Giunio Bruto,
Nigidio Figulo, anche se fu l'Arpinate, con i suoi
scritti pervenuti fino a noi, e lo abbiamo visto, ad
illustrarle criticamente e, favorito dalla sua
posizione eclettica, a dare un deciso impulso alla
loro diffusione.
Sulla scia di Cicerone sembra
muoversi Seneca, specie quando afferma di voler
prendere la parte migliore delle varie scuole, ma,
pur manifestando una certa indipendenza e libertà
nell'orientare il proprio pensiero, alla base del
suo filosofare c'è lo Stoicismo: non quello di
Zenone, Cleante, Aristone, Erillo, Crisippo oppure
l'altro di Panezio, ma una dottrina temperata da
Seneca stesso, pure giudicato da Lattanzio
«omnium Stoicorum doctissimus», a tal punto da
convivere con il suo opposto, l'Epicureismo.
Prima di inoltrarci in ulteriori
considerazioni sul pensiero di Seneca, ci sembra
doveroso riassumere brevemente e schematicamente le
idee principali di queste due correnti ed i motivi
di divergenza tra le stesse.
Per lo Stoicismo, come per
l'Epicureismo, la conoscenza ha inizio dai sensi, ma
esistono anche le «nozioni comuni», nozioni che
tutti gli uomini possono formarsi con il contributo
del linguaggio.
Strumento della logica è il
sillogismo il quale ci fornisce il criterio della
verità, che per gli epicurei era la sensazione, per
gli stoici l'assenso, l'evidenza (catalessi).
La fisica epicurea si rifaceva a
Democrito, quella stoica ad Eraclito: il fuoco è la
divinità (Logos) immanente nel mondo da cui
s'originano, come da un seme (ragioni seminali),
gli esseri materiali.
Secondo gli stoici il Grande Anno
è l'epoca nella quale si avrà la distruzione del
mondo (epirosi) e la ricostituzione di un
mondo nuovo (apocatastasi): questo processo
durerà in eterno; ad ogni fine succederà un nuovo
inizio.
La divinità impone all'universo
Fato e Provvidenza e quello che noi chiamiamo «male»
è relativo, in quanto è «male» per chi lo subisce,
ma «bene» per l'ordine generale delle cose
(«l'ingiustizia permette la manifestazione della
giustizia»).
L'anima umana è una sostanza
eterna staccatasi dal fuoco divino e, dopo la morte,
si ricongiunge ad esso perdendo la propria
personalità.
La felicità consiste
nell'annullamento delle passioni (apatia) e
la si ottiene vivendo secondo natura; la libertà
dello spirito consiste nel liberarsi dalle passioni
col sopportare il male che non possiamo evitare, con
l'astenerci da ciò che non ci appartiene e con
l'accettare spontaneamente il Fato.
Queste idee, alla base della
corrente di pensiero stoica e tanto seguite da
influire fortemente anche sui pensatori cristiani,
acquistano particolare intensità in Lucio Anneo
Seneca. |
Vita e opere .
S. nacque a Cordova (nella Spagna Betica) da una famiglia del
rango equestre che aveva per costume l'attività dell'intelletto
(figlio di S. il Vecchio). Venne presto a Roma dove si dedicò
agli studi filosofici (suoi maestri lo stoico Attalo e P.
Fabiano). Nella carriera forense rivelò straordinarie qualità
oratorie e, ottenuta la questura, entrò nel senato dove la sua
eloquenza durante il regno di Caligola gli valse il senato e gli
accrebbe onori, reputazioni e pericoli. Tuttavia, nel 41 la
principessa Giulia Livilla, sorella di Caligola, venne accusata
dalla gelosa Messalina, e la rovina della principessa travolse
anche S. (non si sa per quali pretesti di complicità): fu
relegato nella solitudine aspra della Corsica e soltanto nel 49,
dopo 8 anni di esilio, per intercessione di Agrippina, nuova
imperatrice, poteva tornare a Roma come maestro del giovane
Nerone, divenuto, per l'adozione di Claudio, il designato
successore dell'impe | | |