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TESTIMONIANZE

— Così lo giudica Asinio Pollione

"Pollio Asinius parum diligenter parumque integra veritate compositos putat, cum Caesar pleraque et quae per alios erant gesta temere crediderit, et quae per se, vel consulto vel etiam memoria lapsus, perperam ediderit; existimatque rescripturum et correcturum fuisse".

(Svetonio, Div. Iul. LV)

Cesare oratore e storico

"Caesar autem rationem adhibens consuetudinem vitiosam et corruptam pura et incorrupta consuetudine emendat. Itaque cum ad hanc elegantiam verborum Latinorum quae, etiam si orator non sis et sis ingenuus civis Romanus, tamen necessaria est adiungit illa oratoria ornamenta dicendi, tum videtur tamquam tabulas bene pictas collocare in bono lumine. Hanc cum habeat praecipuam laudem in communibus, non video cui debeat cedere. Splendidam quamdam minimeque veteratoriam rationem dicendi tenet, voce, motu, forma etiam magnificam et generosam quodam modo. Tum Brutus: Orationes quidem eius mihi vehementer probantur. Complures autem legi atque etiam commentarios, quos idem scripsit rerum suarum. Valde quidem, inquam, probandos; nudi enim sunt, recti et venusti, omni ornatu orationis tamquam veste detracta. Sed dum voluit alios habere parata, unde sumerent qui vellent scribere historiam, ineptis gratum fortasse fecit, qui volent illa calamistris inurere: sanos quidem homines a scribendo deterruit; nihil est enim in istoria pura et illustri brevitate dulcius".

(Cicerone, Brutus, 75, 261-262)

"C. Caesar si foro tantum vacasset, non alius ex nostris contra Ciceronem nominaretur. Tanta in eo vis est, id acumen, ea concitatio, ut illum eodem animo dixisse quo bellavit appareat; exornat tamen haec omnia mira sermonis, cuius proprie studiosus fuit, elegantia".

(Quintiliano, Inst. Or. 10, 1, 14)

"Caesari facultatem dicendi video imperatoriam fuisse"

(Frontone, Ep. ad Ver. imp. 2, 1, p. 117, 14 V. den. H)


LA BIOGRAFIA

Generale e uomo politico romano (Roma 101-44 a.C.). Appartenente all'antica aristocrazia sia per parte della madre Aurelia, sia per parte del padre, C. Giulio Cesare, della gens lulia, con la pretesa di discendere da lulo, figlio di Enea, e, quindi, dalla stessa Venere, Cesare era anche legato al ceto plebeo in quanto sua zia Giulia aveva sposato Mario. Contrasse matrimonio con donne di illustre casato, Cornelia, Pompea e Calpurnia, e dalla prima ebbe l'unica figlia, Giulia, andata sposa a Pompeo Magno. Intelligente e colto, oratore nato e scrittore di talento (come testimoniano la sua corrispondenza e soprattutto i suoi Commentari della guerra contro i Galli De bello gallico e della guerra civile De bello civili, uomo di guerra straordinario sia per la resistenza al combattimento sia per l'abilità nell'arte militare, egli fu anche un uomo politico geniale che, affiancando la persuasione alla forza seppe costringere i Romani ad accettare la sua dittatura.

Per raggiungere questo scopo, ebbe, in gioventù l'accortezza di nascondere i suoi talenti molteplici sotto le apparenze di uomo di mondo, amante delle lettere e dei piaceri, frivolo e prodigo così da ingannare quasi tutti i politici del tempo (Pompeo compreso), a eccezione del solo Silla. Questi, nel condannarlo all'esilio in Asia per il rifiuto di ripudiare la moglie Cornelia, figlia del capo democratico Cinna mostrò di intuirne le capacità con la famosa frase che in lui vedeva « molti Marii ». Ritornato a Roma alla morte di Silla (78), Cesare intraprese subito l'attività politica che doveva portarlo alla conquista del potere assoluto.


Due ostacoli si frapponevano all'attuazione del suo piano: il senato e Pompeo. Per fronteggiarli, si appoggiò al partito popolare, che appariva l'unica forza capace di spezzarne il predominio una volta che fosse liberata dai demagoghi ambiziosi e senza idee chiare. La plebe, scossa dalla sua propaganda, sedotta dalla magnificenza dei giochi da lui indetti in qualità di edile curale (autunno del 65), conquistata dalle sue sportule, lo aiutò a salire i gradini del cursus honorum: questore nel 69, edile curule nel 65, pontefice massimo nel 63, pretore nel 62.

Tale ascesa politica fu facilitata dal ricchissimo Crasso, di cui Cesare era diventato luogotenente né venne compromessa dalla difficile situazione in cui si trovò lo stesso Crasso durante la censura, né dalle maggiori profferte demagogiche degli avversari o dalla sospetta alleanza con Catilina. I suoi progetti subirono forse qualche danno, ma la sua popolarità continuò a crescere, tanto da rendergli possibile anche di rialzare, in spregio alle leggi, i trofei e la statua di Mario sul Campidoglio, senza che il senato potesse opporvisi (65).

Cosl pure quando Catilina decise di rivoltarsi contro il potere costituito, dopo il duplice insuccesso alle elezioni consolari del 64 e del 63, Cesare, che era compromesso nella cospirazione per lo meno moralmente, ebbe l'accortezza di suggerire clemenza verso i congiurati sottoposti a processo e di guadagnare in tal modo nuove simpatie alla sua causa.

Tuttavia, nel timore di diventare a sua volta sospetto, e anche nel duplice intento di ricostituire il suo patrimonio gravato da enormi debiti e, soprattutto, di esercitare un importante comando militare che gli aprisse la strada al potere i politico, si fece nominare propretore nella Spagna Ulteriore, dove ebbe modo di mostrare buone doti di generale e di amministratore (61-60).

Ritornato dalla Spagna con somme ingenti e con un prestigio di vittorie accresciuto da un'abile propaganda, ritenne di trovarsi nelle condizioni di entrare in lizza per la conquista del potere; propose pertanto, a Crasso, suo finanziatore e creditore interessato alla ricostituzione del suo patrimonio, e a Pompeo, politicamente isolato dopo che aveva licenziato l'esercito al ritorno dall'Oriente, di costituire un'associazione a tre, di carattere privato e convalidata da un solenne giuramento di reciproca i lealtà, che avesse come fine, con opportuna distribuzione di compiti, il predominio sullo Stato (luglio del 60).

Ebbe origine così il primo triumvirato che assicurò l'elezione di Cesare al consolato per il 59 e lo sostenne nell'ottenere dai comizi l'approvazione di leggi improntate a principi democratici, che gli procurarono il favore del popolo (due leggi agrarie a beneficio dei veterani di Pompeo e dei cittadini nullatenenti; obbligo di redigere e pubblicare i processi verbali delle sedute del senato, dei cavalieri (riduzione di un terzo del canone d'appalto delle imposte asiatiche) e la simpatia dei provinciali (Lex lulia de repehndis, che imponeva ai governatori di rendere conto del loro operato e ne limitava le competenze).

Uscito di carica, chiese il proconsolato della Gallia Cisalpina e dell'llliria. L'ottenne per cinque anni dai comizi popolari su proposta del tribuno Publio Vatinio, con l'aggiunta in seguito della Gallia Narbonese da parte del senato. La scelta della Gallia quale provincia rientrava nei suoi piani ambiziosi e lungimiranti: essa gli avrebbe offerto l'occasione di conquistare un paese ricco di risorse naturali e, con la sottomissione del più vicino e del più temuto dei nemici, di presentarsi a Roma nella luce di un grande trionfo come l'unico e vero cittadino benemerito dei popolo. La conquista della Gallia venne compiuta dal 58 al 51 a.C. e fu minutamente narrata nei suoi Commentari (de bello gallico.)

Cesare ebbe l'abilità di non intervenire nel paese se non dietro invito dei Galli stessi: nel 58 infatti recò soccorso agli Edui minacciati dagli Elvezi che avanzavano incalzati dall'invasione germanica di Ariovisto. Vinse prima gli Elvezi poi gli Svevi, quindi si installò nella Gallia centrale di cui intraprese, con l'aiuto dei luogotenenti Crasso e Labieno, l'occupazione sistematica. Sottomise successivamente i Belgi (57), i Veneti stanziati lungo il mare tra le foci della Loira e quelle della Senna, e gli Aquitani (56). Verso la fine del 56 la conquista della Gallia poteva ritenersi un fatto compiuto; ma Cesare era conscio che la sua opera non era finita; sentiva di avere bisogno ancora di tempo e del sostegno dei suoi due potenti colleghi.

Nel convegno di Lucca dello stesso anno, chiese e ottenne da Pompeo e Crasso la proroga del comando nelle Gallie per un altro quinquennio. Per la stessa durata fu prorogato a Crasso il governo della Siria con l'incarico di muover guerra ai Parti e a Pompeo quello dell'Africa e della Spagna. Ma il destino dei triumviri procedette per vie diverse: Crasso andò incontro alla morte (nel 53 a Carre), Pompeo logorò la sua gloria in un vano gioco politico nell'Urbe in preda all'anarchia, Cesare portò invece a compimento il capolavoro del suo genio militare.

La sua attività bellica nelle Gallie dopo il 55 e il 54 consistette in repressioni di rivolte locali e in azioni dimostrative di ampio respiro: al di là del Reno nel territorio delle tribù germaniche, in Britannia in due successivi sbarchi nella regione a sud del Tamigi. Il piano di scoraggiare ogni resistenza all'occupazione romana non ebbe successo; anzi l'opposizione si accrebbe e si tramutò in aperta rivolta.

Cominciarono dapprima gli Eburoni con Ambiorige, poi gli Arverni con Vercingetorige. Nel 52 Cesare si trovò di fronte a un'insurrezione generale di tutte le tribù galliche: era la prova del fuoco delle sue capacità di condottiero. La superò passando attraverso insuccessi (Gergovia) e situazioni drammatiche; con la presa di Alesia (52), dopo un lungo assedio in cui si affermarono le sue doti straordinarie di stratega e di espugnatore di piazzeforti, pose praticamente fine alla guerra e segnò il destino della futura Francia nell'ambito delle nazioni latine Spenti gli ultimi focolai di resistenza nel paese dei Bellovaci presso Beauvais e dei Cadurci a Uxellodunum nel Quercy, si apprestò a tornare a Roma per I'attuazione del suo piano politico. Portava con sé la forza economica e militare e la benevolenza del grande paese conquistato e trattato con oculata moderazione, un esercito di dieci legioni devoto e sperimentato l'aureola di una vittoria senza pari. Il triumvirato era ormai divenuto un duumvirato con la morte di Crasso,

Pompeo dopo lunga esitazione, si era messo dalla parte della nobiltà senatoria e dei conservatori. La situazione sembrava matura per intraprendere la via che lo avrebbe portato al principato. Pompeo, nominato console unico (51 ) dal senato, si credette abbastanza forte per imporre al conquistatore delle Gallie di rientrare in Roma come semplice cittadino.

Cesare rispose esigendo che anche Pompeo rinunciasse al suo comando nello stesso tempo, oppure che gli fossero lasciate provincia e truppe fino alla riunione dei comizi davanti ai quali egli avrebbe presentato per la seconda volta la sua candidatura al consolato. Fallito ogni accordo, il senato adottò un provvedimento di forza: con un senatus consultum ultimum affidò pieni poteri ai consoli e sostituì Cesare nel comando delle Gallie, con l'avvertimento che sarebbe stato dichiarato pubblico nemico se non avesse lasciato la provincia entro un termine stabilito.

Cesare, accampato a Ravenna con una legione in attesa degli eventi, si trovò di fronte alla tremenda alternativa di cedere rinunciando alla possibilità di attuare il suo piano politico o di osare la grande avventura. Ebbe l'ardire di osare e nella notte del 10 gennaio del 49 varcò il Rubicone (alea iacia est, « il dado è tratto ») in aperta violazione della legge, che proibiva l'ingresso armato dentro i confini dell'ltalia a un magistrato investito dell'imperium provinciale, e marciò celermente alla volta di Roma. Si iniziava con questo atto la guerra civile, che sarebbe durata dal 49 al 45 e che ci è descritta nei Commentari de bello civili.


Pompeo colto di sorpresa fuggì precipitosamente in Grecia, mentre Cesare occupava l'ltalia (gennaio-febbraio 49), sconfiggeva l'esercito di Spagna fedele al suo rivale (agosto), occupava Marsiglia in rivolta (fine settembre).

Successivamente, portata la guerra in Grecia, sconfisse Pompeo a Farsalo (48) e lo inseguì in Egitto. Quivi, dopo aver reso gli onori ai resti di Pompeo assassinato da sicari di Tolomeo Aulete e aver punito gli uccisori, Cesare si occupò delle contese dinastiche del paese e, attratto dalle grazie di Cleopatra, sostenne le sue pretese al trono, a discapito del fratello e in contrasto con i cittadini di Alessandria, che si sollevarono contro di lui.

Sfuggito al pericolo di cadere nelle loro mani e sbaragliato l'esercito di Tolomeo, poté nominare Cleopatra unica regina e trascorrere con lei tre mesi sulle rive del Nilo. Quindi, sconfitto in una campagna di cinque giorni Farnace, re del Bosforo Cimmerio, tornò a Roma per riprendere la lotta contro i superstiti seguaci di Pompeo, che nel frattempo si erano raccolti e fortemente preparati. Con fulminea rapidità li batté in Africa a Tapso (46), in Spagna a Munda (45) e nel settembre del 45 fece il solenne ingresso nell'Urbe quale signore incontestato del mondo mediterraneo e della repubblica, celebrando un quinto splendido trionfo (ottobre 45).


Da allora cominciò a detenere il potere come sovrano assoluto, ma con l'accortezza di esercitarlo nell'ambito dell'ordinamento repubblicano. Non si attribuì alcun titolo nuovo, facendosi concedere soltanto i poteri che normalmente erano divisi tra parecchi magistrati.

Già capo della religione in qualità di pontefice massimo fin dal 63, egli divenne di fatto capo dello Stato con l'assumere la dittatura temporanea negli anni 49 e 48, il consolato nel 48 e 46, detenendo anche cumulativamente le due cariche e trasformardo la dittatura in una magistratura annua, dapprima per la durata di dieci anni (46) e poi a vita (44). Con la praefectura morum (sovrintendenza sui costumi) ottenuta per tre anni (46), esercitò in pratica le funzioni proprie dei censori ed ebbe la possibilità di redigere con nuovi criteri la lista dei senatori, la tribunicia potestas lo rese inviolabile come un tribuno, mentre il titolo di imperator gli assicurò il comando supremo dell'esercito.

D'altra parte, numerose leggi votate dal senato allargarono l'ambito dei suoi poteri all'infinito: diritto di pace e di guerra, diritto di creare nuovi nobili, di nominare personalmente i magistrati, di assegnare il governo delle province, di promulgare decreti aventi forza di legge, di convocare a sua dscrezone comizi e senato. Onori straordinari insignirono la sua persona: ebbe la facoltà di portare in permanenza l'abito del trionfatore (la porpora e l'alloro), di sedere su un trono aureo, di coniare monete con la sua effigie, al quinto mese dell'antico anno venne dato il suo nome (luglio=Giulio), nel tempio di Quirino gli fu persino innalzata una statua e pare che vi fosse venerato come dio sotto il nome di Jupiter-lulius Investito della suprema autorità compì nello spazio di qualche mese una vasta opera legislativa riformando dal profondo le istituzioni dello Stato romano, dopo aver messo fine alla guerra civile mediante una generosa amnistia ai suoi antichi avversari, quali Cicerone. Alle necessità del popolo, pure allettato dalla magnificenza di numerose feste, provvide con una serie di disposizioni, mirando da una parte a venire incontro a reali bisogni dall'altra a evitare una politica demagogica che sarebbe stata fatale per l tesoro romano.

Mantenne le assegnazioni gratuite di grano ma ridusse a 150.000 il numero dei beneficiari, costrinse i grandi proprietari a occupare nelle loro terre uomini liberi accanto agli schiavi e incoraggiò l'emigrazione di circa 80.000 proletari romani verso paesi ricchi, fondando colonie a Cartagine, a Corinto, a Sinope e a Eraclea sul Mar Nero e nella Gallia Narbonese, destinata in particolare ai suoi veterani.

Suscitò un nuovo spirito nei rapporti della vita sociale col mostrare odio per i privilegi e, soprattutto, per il privilegio che « la gente meno può tollerare, quello della fortuna ». Si oppose così ovunque agli abusi del capitalismo terriero e mobiliare e difese i provinciali contro i soprusi delle società finanziarie. Promosse altresì molte iniziative atte a restaurare le antiche istituzioni familiari e a contenere la crescita dei divorzi e la diffusione del lusso.

Molte delle misure politiche da lui adottate contenevano in germe gli elementi costitutivi del futuro principato: la diminuzione del potere del senato e dei comizi; la compartecipazione dei cavalieri alle funzioni giudiziarie insieme coi senatori, I'aumento dei membri del senato a 900 e il loro reclutamento esteso ai provinciali e agli ex ufficiali scelti fra i più devoti il raddoppio o quasi del numero dei magistrati (40 questori, 6 edili, 16 pretori), con la conseguente delimitazione di competenze e la loro riduzione al grado di funzionari di un'incipiente burocrazia. Nell'ambito della medesima prospettiva lungimirante rientravano pure la con cessione del diritto di cittadinanza a numerosi provinciali e a tutti gli abitanti della Gallia Cisalpina e la riorganizzazione amministrativa delle colonie e dei municipi italici (Lex lulia municipalis).

Promulgò inoltre una legge di lesa maestà, abolì le associazioni d carattere turbolento e promosse la riforma del calendario per metterlo in regola con l'anno solare. Una volta raggiunto il potere, con non comune generosità seppe mostrarsi clemente e perdonare gli avversari politici e restituì ai figli dei proscritti i loro diritti, non esitando ad affidare cariche importanti a vecchi pompeiani. Nella chiara visione dell'avvenire, volle raccogliere intorno alla sua persona e al suo programma tutti coloro che erano in grado di intuire che un nuovo mondo stava formandosi: il mondo romano. Ma perché questo si costituisse solidamente e con i mezzi idonei ad attuare le sue finaIità doveva assumere una nuova struttura politica, diversa da quella repubblicana logora e antiquata di fronte ai problemi urgenti dello Stato e ai tempi nuovi.

Libero da legami con il passato, Cesare pensava di dar vita a un ordine nuovo, in cui la sua persona assumesse la funzione di unica regolatrice della vita di un Impero che ormai accoglieva genti di ogni parte del mondo. Nei primi mesi del 44, con l'assumere tra le altre cariche la dittatura a vita (dictator perpetuus), egli poneva le basi di un governo assoluto autocratico e presumibilmente trasmissibile, come lasciava intendere l'adozione del giovane nipote Ottavio.

Ma per la grandezza dei suoi piani occorreva anche il titolo di re: non in Roma, culla della repubblica, dove gli bastava la dittatura per avere I'autorità suprema, ma nelle terre d'Oriente in cui il titolo di monarca conservava tutto il prestigioso fascino di antiche teocrazie. Questo fu forse l'estremo disegno di Cesare prima delle idi di marzo alla vigilia di muovere contro i Parti.

Sfortunatamente egli aveva troppo presunto del suo prestigio, senza sondare in profondità i sentimenti di timore e di avversione suscitati dallo svolgimento rivoluzionario del suo programma e dall'inizio spettacolare della sua attuazione (lupercali del 15 febbraio 44).

Se i mormorii della plebe avevano impedito al suo luogotenente Antonio di cingergli la fronte con una corona regale, quando egli lasciò intendere che avrebbe assunto il titolo di re fuori di Roma i diversi oppositori che aveva nel senato trovarono nella sua pretesa il motivo estremo per ordire una congiura in nome dell'antica libertà repubblicana. E tra i con giurati erano alcuni dei suoi migliori collaboratori, con a capo Cassio e il prediletto Bruto.
Colpito da ventitré colpi di pugnale, Cesare cadde ai piedi della statua di Pompeo nella curia dello stesso Pompeo, in pieno senato il 15 marzo del 44 (idi di marzo).

Su di lui prevalsero le forze coalizzate del passato, Ie quali, nell'intento di restaurare la legalità re- pubblicana, alimentavano, insieme con idealità ormai ridotte a vani rimpianti, interessi particolari. Tuttavia il pensiero di Cesare non morl con lui, destinato, come era, a rivivere benché molto prudentemente smorzato, nell'opera di Augusto, I'effettivo fondatore del principato.

Ma a ideare e a preparare il terreno al nuovo ordinamento politico fu Cesare, acuto nel cogliere i problemi del tempo, abile nel cercare la soluzione con un lucido e duttile realismo che seppe creare, con accorta fusione di elementi tradizionali e nuovi, nazionali e stranieri, forme e istituti confacenti alle necessità di un mondo in evoluzione. La sua autocrazia operò una delle più grandi e delle più feconde rivoluzioni dell'antichità, dopo la quale non fu possibile tornare indietro.

Se essa privòo i cittadini romani del grande bene della libertà di cui ormai apertamente mostravan di non sapere fare un retto uso, senza dubbio era sorretta da un'illuminata esigenza riformistica e segnò per l'avvenire la via al con seguimento di alti valori umani: la giustizia fra le classi sociali, l'uguaglianza delle genti il primato della legge e dello Stato nel superiore interesse della collettività, I'universalismo della cultura. E il suo nome per lungo tempo e in paesi diversi passò come in un mito a significare il reggitore giusto, umano illuminato di un popolo.

Pure nel campo delle lettere lasciò un'impronta originale e vigorosa. Vivace polemista nell'Anticatone, critico fine nella questione della lingua, che voleva fosse informata a principi razionali (De analogia), oratore vigoroso e persuasivo, egli ha lasciato nei Commentari, e soprattutto in quello sull guerra gallica, un modello di prosa latina impareggiabile per eleganza e proprietà di vocaboli, per lucidità di pensiero che si snoda in costrutti semplici, armoniosi e di un rigoroso ordine logico.

(fonte internet)


     

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Ultimo aggiornamento:  18-03-07