— I rapporti di Terenzio con Scipione e Lelio:
"Hic cum multis nobilibus familiariter vìxìt, sed
maxime cum Scipione Africano et C. Laelio, quibus etiam corporis
gratia conciliatus existimatur: quod et ipsum Fenestella arguit
contendens utroque maiorem natu fuisse, quamvis et Nepos aequales
omnes fuisse tradat et Porcius suspicionem de consuetudine per haec
faciat: 'Dum lasciviam nobilium et laudes fucosas petit..."
(Don., Vita Ter., 1)
— Cecilio è entusiasta dell"Andria' lettagli dal giovane
poeta:
"Scripsit comoedias sex, ex quibus primam Andriam
cum aedilibus daret, iussus ante Caecilio recitare ad cenantem cum
venisset, dictus est initium quidem fabulae, quod erat contemptiore
vestitu, subsellio ìuxta lectulum residens legisse, post paucos vero
versus invitatus ut adcumberet cenasse una, deinde ceterà
percurrisse non sine magna Caecilii admiratione"
(Don., Vita Ter., 2)
— ... ma è Scipione il vero autore delle commedie terenziane?
"C. Memmius in oratione poò se ait 'P. Afrìcanus,
qui a Terentio personam mutuatus quae domi luserat ipse nomine
illius in scenam detulit ' "
(Don., Vita Ter., 3)
— Un testo "equivocato":
"Post editas sex comoedias, nondum quintum alque
vicesimum [tricesimum] egressus annum, causa evitandae opinionis,
qua videbalur aliena pro suis edere, seu percipiendi Graecorum
instituta moresque, quos perinde esprimeret in scriptis, egressus
urbem est neque amplius rediit"
(Don., Vita Ter., 4)
— Un altro equivoco:
"Q. Cosconius dicit redeuntem e Graecia perisse
in mari cum centum et octo [CVIII] fabulis conversis a Menandro"
(Don., Vita Ter., 5)
— ... indiscrezioni...
"Fuisse dicitur mediocri statura, gracili corpore, colore
fusco"
(Don., Vita Ter., 5)
"Reliquit filiam, quae post equiti Romano nupsit: item hortulos
viginti iugerum via Appia ad Martis villam"
(Don., Vita Ter., 5)
— Terenzio, un mezzo Menandro?
"Tu quoque, qui solus lecto sermone, Terenti,
conversum expressumque latina voce Menandrum in medium nobis sedatis
motibus effers, quiddam come loquens atque omnia dulcia miscens; tu
quoque, tu in summis, o dimidiate Menander, poneris et merito, puri
sermonis amator. Lenibus atque utinam scriptis adiuncta foret vis
comica ut aequato virtus polleret honore cum Graecis, neque in hac
despectus parte iaceres: Unum hoc macerar et doleo tibi deesse,
Terenti"
(da Cic. in Vita Svet.,
5)
— Cicerone smentisce che le commedie si siano ritenute scritte da
Lelio:
"Sed nescio quo modo verum est, quod in Andrìa
familiaris meus dicit: obsequium amicos, veritas odium parit"
(Cic., De am., 24, 10)
— Servio lo considera superiore agli altri comici per la sola
proprietà di linguaggio:
"Sciendum tamen est Terentium propter solam
proprietatem omnibus comicis esse praepositum, quibus est quantum ad
cetera spedat inferior;..."
(Servio, Ad Aen., 1, 410}
— ... ma grande è l'ammirazione di Accio:
"Terenti numne similem dicent quempiam?"
(Compit., v. 29 Ribb.}
— Una didascalia:
"INCIPIT HEAUTON TIMORUMENOS TERENTI \ ACTA LUDIS
MEGALENSIBUS L - CORNELIO LENTULO L - VALERIO PLACCO AEDILIBUS
CURULIBUS EGERE L - AMBIVIUS TURPIO L - ATILIUS PRAENESTINUS: MODOS
FECIT FLACCUS CLAUDI: ACTA I – TIBIIS INPARIBUS DEINDE DUABUS
DEXTRIS- GRAECAEST- MENANDRI: FACTAST III M' IUVENTIO TI - SEMPRONIO
COS -
Rappresentata durante le feste Megalensi, essendo
edili curuli Lucio Cornelio Lentulo e Lucio Valerio Fiacco [a. 163
a.C.]. L'interpretarono Lucio Ambivio Turpione e Lucio Atilio di
Preneste; compose la musica di scena Fiacco, liberto di Claudio, e
fu eseguita la prima volta con i flauti a due tonalità, la seconda
con due flauti di destra. L'originale greco è di Menandro. Una terza
rappresentazione avvenne sotto il consolato di Manlio Giovenzio e
Tiberio Sempronio [a. 163 a.C.].
(Ricostr. e tr. Carena)
Cartagine, 195 o 185 ca. - in viaggio, 159 a.C.
Sulla vita di T. abbiamo una biografia risalente
a Svetonio. A questa attinse Donato, che la premise al suo commento
delle commedie del nostro. T. nacque a Cartagine e giunse a Roma
come schiavo del senatore T. Lucano, dal quale fu affrancato "ob
ingenium et formam", per il suo ingegno e la sua bellezza. Divenne
intimo di Scipione Emiliano e di Gaio Lelio; entrò a far parte
dell’entourage scipionico e fu portavoce dell’ideale di humanitas da
esso elaborato. Questa sua posizione di prestigio suscitò l’invidia
dei suoi contemporanei, soprattutto degli altri letterati. Sul conto
di T. sorsero calunnie e pettegolezzi: lo si accusava di essere un
prestanome dei suoi importanti protettori che sarebbero i veri
autori delle commedie terenziane. Era, infatti, considerato
disdicevole per un civis Romanus, impegnato politicamente, dedicare
il proprio tempo alla composizione di commedie (l’unica attività che
era concesso coltivare era l’oratoria o la storiografia).
Da questa accusa T. si difende nel prologo della
sua ultima commedia, l’"Adelphoe" (da adelfoi fratelli). Nel
prologo, l’autore afferma che ciò che gli altri ritengono una colpa
e di cui lo accusano, è per lui motivo di vanto e di orgoglio:
ritiene un merito essere aiutato dagli uomini più importanti di
Roma, delle cui imprese tutto il popolo si serviva. La difesa di T.
risulta debole, forse perché non voleva urtare la suscettibilità dei
protettori, a cui le calunnie e le dicerie non dispiacevano affatto.
Amareggiato dal complessivo insuccesso della sua
produzione, T. lasciò Roma nel 160 a.C. e volle fare un viaggio in
Grecia e in Asia Minore, da cui non fece più ritorno. Morì qualche
anno più tardi, o a causa di una malattia, o a causa di un
naufragio, oppure per il dolore procuratogli dalla perdita dei
bagagli che contenevano molte commedie che aveva tradotto da
originali menandrei reperiti in Grecia.
OPERE
T. compose in tutto 6 commedie, pervenuteci
interamente con le didascalie relative alla rappresentazione. La sua
carriera drammaturgica non fu facile come per Plauto: non ebbe lo
stesso successo perché la sua commedia non rispondeva ai gusti del
grosso pubblico romano. Quella di T. era una commedia che voleva
trasmettere un messaggio morale estraneo alla mentalità romana
abituata al teatro plautino che interpretava i rapporti
interpersonali come basati sull’inganno, sulla violenza e sulle
prevaricazioni.
Il circolo scipionico tendeva ad imporre diversi
modelli di comportamento, ispirati al costume greco, e il messaggio
terenziano risulta emblematicamente contenuto nella famosa frase
dell’"Heautontimorumenos" (da timoreo, ossia il punitore di se
stesso): "homo sum humani nihil a me alienum puto", "sono uomo e
niente di ciò che è umano considero a me estraneo". T. esordì nel
166 a.C. con una commedia, l’"Andria" (la ragazza dell’isola di
Andrio).
Nel 165 a.C. fece rappresentare una seconda
commedia, l’"Hecyra" (la suocera). Il pubblico dopo le prime scene
abbandonò il teatro preferendo assistere ad una manifestazione di
pugili e funamboli; fu un fiasco clamoroso.
Nel 163 a.C. fece rappresentare l’"Heautontimorumenos".
Nel 169 a.C. furono rappresentate 2 commedie, l’"Eunucus"
e il "Phormio". L’"Eunucus" fu il più grande successo di T., perché
è la commedia terenziana più simile alla comicità plautina.
Nel 160, durante i giochi funebri per celebrare
la morte di Lucio Emilio Paolo, padre di Scipione Emiliano, T. fece
rappresentare la sua ultima commedia, l’"Adelphoe", nella stessa
occasione tentò una seconda rappresentazione dell’"Hecyra", ma anche
questa volta il pubblico abbandonò il teatro preferendo i
gladiatori. Una terza rappresentazione avvenne durante i Ludi Romani
dello stesso anno e, finalmente, fu rappresentato dall’inizio alla
fine, il pubblico rimase in teatro grazie alla presenza di Ambivio
Turpione, attore molto celebre.
*L’"Hecyra". Il protagonista dell’"Hecyra" è il
giovane Pamfilo, tormentato e patetico, in perenne conflitto fra
amore e pudore. È innamorato di Bacchide, una cortigiana, ma il
padre lo costringe a sposare Filumena, una ragazza perbene. Pamfilo
è combattuto fra la passione per Bacchide e il rispetto della
volontà paterna. Sposa Filumena senza amarla e si rifiuta di avere
rapporti intimi con la moglie, scarica su di lei le sue delusioni.
Filumena accetta con umiltà i torti del marito che, dopo averla
conosciuta meglio e confrontata con le altre donne, impara ad
apprezzare il pudore della moglie e dalla stima nasce l’amore; un
sentimento più profondo dell’attrazione per Bacchide. Ad un certo
punto, Pamfilo parte per un viaggio di affari; la moglie lascia la
casa del marito, dove viveva con la suocera Sostrata, e torna a
vivere dai genitori. Nessuno sa con precisione le cause di questo
allontanamento. Un servo riferisce che Filumena ha giustificato il
suo allontanamento con motivi di salute, una malattia l’avrebbe
costretta a tornare a casa. Tutti gli altri personaggi ritengono che
la causa dell’allontanamento siano stati i conflitti con la suocera.
È soprattutto il marito di Sostrata ad accusarla di aver reso la
vita impossibile a Filumena e di averla costretta ad allontanarsi da
casa. Sostrata si ritiene innocente e in un monologo lungo e
toccante si dichiara vittima dei pregiudizi che vogliono tute le
suocere ostili alle proprie nuore. Nessuno conosce i motivi reali
che l’hanno indotta a lasciare la casa, ma tutti i personaggi
avanzano supposizioni infondate. Il messaggio che T. vuol
trasmettere è che non bisogna giudicare dalle apparenze e lasciarsi
guidare dai soliti pregiudizi. La realtà è spesso ben diversa dalle
apparenze. Ritorna Pamfilo dal viaggio e viene informato
dell’accaduto; si reca a casa dei genitori della moglie per
constatare di persone le condizioni di salute di Filumena. A casa di
Filumena, Pamfilo scopre la verità, ben diversa da ciò che gli altri
pensavano. Filumena ha lasciato la casa perché sta per partorire un
figlio non di Pamfilo, ma che è stato concepito prima del
matrimonio, frutto di una violenza notturna subita da Filumena
durante una festa, ad opera di uno sconosciuto. In un monologo lungo
e patetico, Pamfilo rivela al pubblico questa verità e mette a nudo
i suoi sentimenti, il conflitto che si agita in lui fra amore e
pudore. Sa che la sua vita senza la moglie sarà una vita vuota, però
sa che l’onore e la società lo costringono a separarsi dalla moglie
e a non considerare come suo l’alienus puer. Pamfilo non rivela però
il vero motivo per cui divorzia per non compromettere il buon nome
di Filumena. I due suoceri, all’oscuro della verità, pensano che
pamfilo voglia ancora Bacchide e che abbia ripreso la relazione con
lei. Vanno a parlare con Bacchide che rivela ai due che non ha più
rapporti con Pamfilo dal giorno del matrimonio. Pur essendo una
cortigiana, Bacchide accetta un compito che nessun’altra al suo
posto avrebbe accettato: andare da Filumena per dirle che Pamfilo la
ama. Bacchide è uno dei personaggi più peculiari del teatro di T.,
si contrappone allo stereotipo della cortigiana, agisce contro i
suoi interessi perché affezionata a Pamfilo e vuole la sua felicità.
Bacchide va da Filumena e la madre nota al dito
della cortigiana un anello che apparteneva alla figlia e che
Filumena portava la notte in cui aveva subito la violenza e che le
era stato strappato dal giovane. Bacchide rivela che l’anello le era
stato dato da Pamfilo, il giovane stupratore era quindi il marito.
La commedia si conclude con il ristabilimento dell’unione che una
serie di equivoci avevano minato.
Altre commedie interessanti sono l’"Heautontimorumenos"
e gli "Adelphoe". In queste commedie, il tema principale è il
problema pedagogico del rapporto fra genitori e figli e di quale sia
il migliore metodo per educare i giovani. Protagonista della prima,
è un vecchio genitore, Meneremo, che con la sua severità ha
costretto il figlio a lasciare la sua città e ad arruolarsi come
soldato, iniziando così una vita di pericoli e di disagi. Dopo
essersi reso conto di ciò che ha fatto, il genitore si pente e
decide di autopunirsi, vende tutti i suoi beni, va in campagna
sottoponendosi a lavori massacranti. Un altro anziano, Cremete, che
ha un campo vicino al suo, nota il comportamento di Menedemo e lo
invita ad aprirsi con lui, a confidarsi. È Cremete a pronunciare il
famoso verso"homo sum humani nihil a me alienum puto".
Negli "Adelphoe" sono protagonisti 2 fratelli,
Demea e Micione. Il primo è un uomo all’antica, rigido e austero che
ha due figli, uno dei due lo educa personalmente secondo i sistemi
tradizionali, l’altro, invece, lo affida al fratello Micione, che,
non sposato, vive in città e ha idee moderne. È padre per libera
scelta e decide di educare il figlio adottivo con indulgenza e
liberalità. Secondo lui i giovani devono instaurare un rapporto
basato sul dialogo con i genitori. Non bisogna costringerli a fare
il bene solo per paura di una punizione, ma per una scelta
personale, sua spunte e non per metus (Timore).
CONSIDERAZIONI
Quattro delle 6 commedie terenziane si rifanno ad
originali menandrei: solo l’"Hecyra" ed il "Phormio" riprendono
commedie di Apollodoro di Caristo, un altro commediografo greco che
non conosciamo.
Cesare definì T. "Dimidiatus Menander", ossia un
Menandro dimezzato; giudizio questo che svalutava T. rispetto al
greco. Rispetto a Plauto, le commedie di T. presentano maggiore
fedeltà ai modelli greci, ma si tratta sempre di una fedeltà
relativa: anche T., come Plauto, ricorreva alla contaminazione,
ovvero non traduceva alla lettera i testi greci. Rispetto a Plauto,
T. mantiene un’ambientazione rigorosamente greca, senza surreali
intrusioni di usi e costumi romani. T. elimina quasi completamente i
cantica, facendo invece uso abbondante dei versi lunghi. Altra
notevole differenza con Plauto è quella relativa allo stile e al
linguaggio: non troviamo in T. l’esuberanza, le acrobazie verbali, i
giochi di parole e le parodie dello stile tragico; evita
vigorosamente espressioni popolari e volgari; segue, stilizzandolo,
il linguaggio della conversazione ordinaria. Quello di T. è insomma
uno stile sobrio, naturale, all’insegna della compostezza, della
semplicità.
Anche in T., al centro della vicenda comica
troviamo amori ostacolati che, alla fine si realizzano felicemente.
I personaggi sono quelli della commedia nea, giovani innamorati,
ragazze oneste ecc.; troviamo anche qui i soliti stereotipi della
nea equivoci, inganni ecc. Il topos del riconoscimento conclude 5
commedie su 6, mancando solo negli " Adelphoe ". Sempre 5 su 6 si
concludono con uno o più matrimoni: solo nell’"Hecyra " troviamo il
ristabilimento di una unione matrimoniale che era entrata in crisi a
causa di equivoci e sospetti infondati.
T. tende a complicare gli intrecci menandrei,
inserendo nella commedia, accanto alla coppia principale, una
seconda coppia. Gli adulescens sono quindi 2 e sono 2 i senex.
Rispetto a Plauto, T. costruisce i suoi intrecci con coerenza
maggiore e con più credibilità, caratteristiche queste mancanti
nell’altro, che puntava sull’efficacia comica della singola scena.
Altra differenza importante con Plauto e Menandro, è l’abolizione
del prologo informativo. T. trasforma il prologo informativo in un
prologo a carattere letterario; nel prologo parla di sè, del suo
modo di poetare e si difende dalle accuse che i suoi avversari gli
rivolgono. Plauto e Menandro si servono del prologo per informare il
pubblico dell’antefatto e anticipano spesso la conclusione; ciò
metteva il pubblico nella condizione di seguire meglio la vicenda,
il cui intreccio era spesso complesso. Ciò rendeva il pubblico
superiore ai personaggi della commedia. T. elimina il prologo
informativo, perché punta su effetti di suspense, vuole che lo
spettatore si immedesimi nel personaggio, vuole che il pubblico sia
coinvolto emotivamente nelle vicende, provi le stesse emozioni dei
personaggi. T. vuole mascherare l’aspetto fittizio dell’evento
teatrale, vuole che non venga mai interrotta l’illusione scenica.
Elimina tutti i procedimenti metateatrali a cui spesso ricorreva
Plauto. Tutto ciò ha uno scopo preciso: mentre Plauto non perseguiva
nessun fine morale o politico, ma tendeva solo a divertire, T., con
le sue commedie, vuole trasmettere un messaggio morale.
T., inoltre, attenua i tratti caricaturali dei
personaggi della nea e ne fa delle figure delicate, tenere,
sensibili (ma più "tipi" che individui). Protagonista del suo teatro
non è più il servus callidus, ma padri e figli. Non ridicolizza i
sentimenti d’amore dei giovani, ma li segue con partecipazione e
simpatia. I padri terenziani sono differenti da quelli plautini,
sono disponibili al dialogo con i figli e si preoccupano della loro
felicità più che del loro patrimonio e del veder affermata la loro
autorità. Nel teatro di T. non esistono personaggi del tutto
negativi. Anche i servi sono spesso vicini ai padroni e partecipano
ai problemi familiari; non tutte le cortigiane pensano ai propri
interessi. Il messaggio che vuole trasmettere è quello di aprirsi
agli altri, rinunciare all’egoismo, comprendere i propri limiti ed
essere indulgenti nei confronti degli errori altrui, essere
tolleranti e solidali. Chi si apre agli altri vive veramente da uomo
fra gli uomini.
N. Castaldi