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Testimonianze
— Cicerone conosce l'anno in cui morì il
poeta:
"Plautus, P. Claudio L. Porcio...
consulibus mortuus est, Catone censore"
(Cicerone, Brut, 15, 60)
— Un comprensibile compiacimento,
secondo l'Arpinate, quello di Plauto!
"Quam gaudebat Bello suo Punico
Naevius! quam Truculento Plautus, quam Pseudolo!"
(Cicerone, Caio M., 14, 50)
— Grazio non giudica
entusiasticamente le commedie:
"At vestri proavi Plautinos et numeros
et
Laudavere sales, nimium patienter
utrumque
Ne dicam stulte, mirati"
(Orazio, A.P., 270 sgg.)
— Ed ora ciò che pensa della
poesia comica e di Plauto un grammatico come Elio
Stilone secondo una testimonianza di Varrone pervenutaci
per il tramite di Quintiliano:
"In comoedia maxime claudicamus.
Licet Varrò Musas — Aelii Stilonis sententia
— Plautino dicat sermone locuturas fuisse si latine
loqui vellent, licet Caecilium veteres laudibus ferant,
licet Terentii scripta ad Scipionem Africanum referantur
(quae tamen sunt in hoc genere elegantissima et plus
adhuc habitura gratiae, si intra versus trimetros
stetissenf); vix levem consequimur umbram, adeo ut mihi
sermo ipse Romanus non recipere videatur illam solis
concessam Atticis venerem, cum eam ne Graeci quidem in
alio genere linguae suae obtinuerint. Togatis excellit
Afranius; utinam non inquinasset argumenta puerorum
foedis amoribus mores suos fassus!"
(Varr. in Quint, 10, 1, 99)
— Un epigramma; ma risale ai tempi
plautini?
"Postquam est mortem aptus Plautus,
Comoedia luget,
Scaena est deserta, dein Risus, Ludus,
locusque
Et numeri innumeri simul omnes
conlacrimarunt"
(Gellio, 1, 24}
— Elio Stilone, maestro di Varrone,
ritiene sicuramente di Plauto 25 commedie, ma compila
anche un elenco di 'ambiguae':
"Verum esse comperior quod quosdam
bene litteratos homines dicere audivi, qui plerasque
Plauti comoedias curiose atque contente lectitarunt, non
indicibus Aelii (Stilonis) nec Sedigiti nec Claudii nec
Aurelii nec Aedi nec Manilii super his fabulis quae
dicuntur 'ambiguae' crediturum, sed ipsi Plauto
moribusque ingeni atque linguae eius. Hac enim iudicii
norma Varronem quoque usum videmus"
(Gellio, 3, 3, 1}
— Varrone distingue le commedie
sicuramente plautine da quelle incerte:
"Praeter illas unam et viginti quae 'Varronianae'
vocantur, quas idcirco a ceteris segregavit, quoniam
dubiosae non erant sed consensu omnium Plauti esse
censebantur, quasdam item alias probavit adductus filo
atque facetia sermonis Plauto congruentis easque iam
nominibus aliorum occupatas Plauto vindicavit, sicuti
istam quam nuperrime legebamus cui est nomen 'Boeotia'"
(Gellio, 3, 3, 3}
— Ancora Gellio sulla 'vexata
quaestio':
"Nam cum in illis una et viginti non
sit et esse Aquili dicatur, nihil tamen Varoò dubitavit
quin Plauti foret, neque alius quisquam non infrequens
Plauti lector dubitaverit, si vel hos solos ex ea fabula
versus cognoverit, qui quoniam sunt, ut de illius Plauti
more dicam, Plautinissimi, propterea et meminimus eos et
ascripsimus"
(Gellio, 3, 3, 4)
— Il nome di Plauto deriva
dall'umbro 'ploto'?
"Plotos appellant Umbri pedibus
planis natos... Macciu spoeta, quia Umber Sarsinas erat,
a pedum planitia initio Plotus, postea Plautus coeptus
est dici"
(Festo, 274, 9, Lindsay)
— O da 'plauti' (cani dalle orecchie
flaccide)?
"Plauti appellantur canes, quorum
aures languidae sunt ac flaccidae et latius videntur
patere"
(Paolo, 259, 1, Lindsay)
— Girolamo ci testimonia la sua
morte, ma anche la sua povertà ...
"Plautus ex Umbria Sarsinas Romae
moritur, qui propter annonae difficultatem ad molas
manuarias pistori se locaverat ibi, quotiens ab opere
vacaret, scribere fabulas solitus ac vendere"
(Girol., Chron., a. 200}
— Dei suoi stentati inizi e della sua
attività poetica ci parla ancora Gellio in due passi:
"Saturionem et Addictum et tertiam
quandam, cuius nunc mihi nomen non subpetit, in pistrino
eum scripsisse Varro et plerique alii memoriae
tradiderunt, cum, pecunia omni quam in operis artificum
scaenicorum pepererat, in mercatibus perdita, inops
Romam redisset et ob quaerendum victum ad circumagendas
molas quae trusatiles appellantur, operam pistori
locasset".
(Gellio, 3, 3, 14)
"Deinde annis fere post quindecim
bellum adversum Poenos sumptum est atque non nimium
longe M. Caio orator in civitate et Plautus poeta in
scaena floruerunt".
(Gellio, 17, 21, 46)
— Cicerone ammira la sua arguzia, la
sua grazia, la sua 'elegantia':
"Duplex omnino est iocandi genus,
unum inliberale, petulans, flagitiosum, obscenum,
alterum elegans, urbanum, ingeniosum, facetum, quo
genere non modo Plautus noster et Atticorum antiqua
comoedia, sed etiam philosophorum Socraticorum libri
referti sunt".
(Cic., De off., I, 29, 104)
— Ma Orazio, ancora una volta, lo
condanna per la sua Voglia' di voler far soldi ad ogni
costo:
"Creditur, ex medio quia res arcessit,
habere
sudoris minimum, sed habet comoedia
tanto
plus onerìs, quanto veniae minus.
Adspice, Plautus
quo pacto partes tutetur amantis
ephebi,
ut patris attenti, lenonis ut
insidiosi,
quantus sit Dossenus edacibus in
parasitis,
quam non adstrìcto percurrat pulpita
socco:
gestit enim nummum in loculos
demittere, post hoc
securus, cadat an recto stet fabula
talo".
(Or., Ep., 2, 1, 168-176)
Vita.
P. si dedicò solo
ad un unico genere letterario, alla composizione di
commedie, operando - grosso modo - una sintesi
tra commedia greca nuova ed elementi indigeni, attinti
dalla farsa italica.
Sappiamo poco di P.
uomo e le notizie che possediamo [A. Gellio e S.
Girolamo IV sec. d.C.] sono poco attendibili: nato come
attore di successo, avrebbe investito malamente il
capitale in commercio, ricoprendosi di debiti e
costringendosi a guadagnarsi da vivere in un mulino
girando la macina.
In questo periodo
cominciò a comporre commedie, fra cui il "Saturio" ("Il
pancia piena") e l’ "Addictus" (schiavo per debiti), che
già dai titoli richiamano gl'infelici rovesci personali;
e una terza, dal titolo sconosciuto, che, rappresentate
con successo, furono l’inizio di una fortunata attività
teatrale durata oltre un quarantennio: alieno della
politica, ma non insensibile agli avvenimenti del tempo
[la sua produzione si svolse, del resto, praticamente
durante la II guerra punica], visse interamente della
sua arte, praticata con instancabile fervore creativo:
egli, insomma, scriveva per vivere, la sua scrittura era
non più che mera professione.
Inoltre, Cicerone,
nel "De senectute", afferma che P. compose da "senex"
alcune commedie fra cui lo "Pseudulus": nel 191 a.C.,
doveva essere quindi già vecchio. Sempre Cicerone, nel "Brutus",
ci rivela l'anno della sua morte.
I codici, che
contengono le commedie di P., ci hanno tramandato il suo
nome completo, Tito Maccio P.. Ma "Tito" e "Maccio"
sembrano fittizi: "Maccio", infatti, deriverebbe
dall'omonima maschera atellana; lo stesso termine "Plautus"
può significare o "piedi piatti" oppure "orecchie lunghe
e penzoloni". Molto probabilmente, quindi, si tratta di
nomi d’arte che P. aveva usato durante l’attività di
attore.
Le commedie: titoli, autenticità e
possibili "ordinazioni".
Alla sua morte,
entrarono in circolazione tutta una serie di commedie a
suo nome, molte delle quali rivelatesi in seguito dei
falsi. Nel I sec. a.C., ne circolavano addirittura 130
titoli. Un erudito dell’epoca, Marco Terenzio Varrone,
le studiò ("De comoedis Plautinis") e le suddivise in
tre gruppi:
- 21 certamente
plautine (dette appunto "Fabulae Varronianae");
- 19 di
attribuzione incerta
- tutte le
altre considerate spurie.
L’autorità di
Varrone fu tale che si continuarono a ricopiare solo le
21 autentiche. Tuttavia, da varie testimonianze degli
antichi, si è indotti a pensare che esistessero altre
commedie sicuramente plautine, e oggi perdute: quali "Commorientes",
"Colax", "Gemini lenones", "Condalium", "Anus", "Agroecus",
"Faerenatrix", "Acharistio", "Parasitus piger",
"Artemo", "Frivolaria", "Sitellitergus", "Astraba".
Attraverso le
relative "didascalie" (ossia brevi notizie che i
grammatici solevano dare, valendosi delle indicazioni
trovate nei copioni delle compagnie drammatiche, intorno
alla prima rappresentazione, alla sua esecuzione e al
suo esito), sappiamo la data di composizione solo dello
"Stichus" (200 a.C.) e dello "Pseudulus" (191 a.C.): la
cronologia delle altre è definibile solo in base ad
elementi interni, ipotizzando un’evoluzione del suo
teatro dalla "farsa" ad una specie di "opera buffa" (va
però detto che nessuna ipotesi evolutiva generale s’è
affermato nettamente e definitivamente).
Provando comunque
ad azzardare un ordine cronologico, questo potrebbe
essere: "Asinaria" (212), "Mercator" (212-10), "Rudens"
(211-205), "Amphitruo" (206), "Menaechmi" (206), "Miles
gloriosus" (206-5), "Cistellaria" (204), "Stichus"
(200), "Persa" (dopo il 196), "Epidicus" (195-4), "Aulularia"
(194), "Mostellaria" (inc.), "Curculio" (200-191?), "Pseudolus"
(191), "Captivi" (191-90), "Bacchides" (189), "Truculentus"
(189), "Poenulus" (189-8), "Trinummus" (188), "Casina"
(186-5); in più la "Vidularia" pervenuta assai mutila.
Ovviamente, per quanto detto, le date riportate a fianco
ai titoli sono passibili di molti dubbi, essendo
risultato di mere supposizioni. Si ricordi inoltre che,
nei codici, le commedie sono disposte in ordine
pressoché alfabetico.
Trame.
[vers.lat]
"Amphitruo"
(Anfitrione), l’unica a soggetto mitologico: Giove,
invaghitosi di Alcmena, le si presenta sotto le spoglie
del marito Anfitrione, impegnato intanto in guerra, e
trascorre con lei una lunga notte d’amore. Mercurio
accompagna Giove e sta di guardia, assumendo le
sembianze di Sosia, servo di Anfitrione. Mentre Giove
giace con Alcmena, ritorna però Anfitrione, che si fa
annunciare da Sosia il quale, a sua volta, arrivato alla
reggia, s'incontra con Mercurio suo alter-ego. Da questa
situazione nascono una serie di inevitabili equivoci.
"Asinaria" (La
commedia degli asini) Il giovane Argirippo è innamorato
di Filenio, figlia dell’avara Cleareta che pretende in
giornata la somma di venti mine, altrimenti darà la
figlia al rivale Diabolo. Sarà lo stesso padre a venire
in soccorso di Argirippo, incaricando due servi di casa
di procurarsi il denaro a danno della sua ricca e avara
moglie. Uno dei servi fingerà di essere l’amministratore
della padrona e riuscirà a riscuotere le venti mine che
un mercante deve a quella per l’acquisto di certi asini.
La commedia [dall' "Onagos" di Demofilo] è giunta assai
mutila e con un certo numero di contraddizioni interne.
"Mercator" (Il
mercante). E’ la commedia della rivalità tra Demifone e
Carino - padre e figlio - per una bella schiava,
Pasicompsa, che Carino ha condotto da Rodi dove si era
recato per commercio. Demifone - che ha avuto un sogno
premonitore della vicenda - fa comprare al porto la
fanciulla dall’amico Lisimaco, che la dovrà custodire in
casa sua per un giorno, profittando dell’assenza della
moglie Dorippa. Ma questa ritorna, l’equivoco deve
essere per forza spiegato e il vecchio Demifone cede il
posto al figlio. Deriva dall’ "Emporos" di Filemone.
"Rudens" (La
gomena). Un lenone, dopo aver promesso una bella
fanciulla ad un giovane innamorato di lei, da cui ha
ricevuto un lauto anticipo, decide di fuggire
velocemente durante la notte per sfruttare altrove la
ragazza. Ma la tempesta fa naufragare la nave, che
ributta sulla riva i partenti. La ragazza si rifugia con
la propria ancella nel tempio di Venere, a poca distanza
dal quale vive un uomo a cui un tempo è stata rapita la
propria figlia. Segue naturalmente il riconoscimento: la
ragazza, sottratta all’avido lenone, può finalmente
riabbracciare il padre e sposare il suo innamorato.
Derivata da una
commedia di Difilo, quest'opera si svolge in
un’atmosfera e in un ambiente diversi da quelli di tutte
le altre: basti dire che la scena, anziché la solita
piazzetta su cui s’affacciano le case dei principali
personaggi, ci presenta una spiaggia battuta dal mare in
tempesta, e un ambiente di pescatori che vivono di
stenti, com’è detto nel coro ch'è al principio del II
atto (importante perché è l’unico coro che si trovi
nella Commedia latina). Quanto all’atmosfera, il comico
è quasi del tutto assente nel "Rudens", in cui predomina
al contrario un tono tra il patetico e il solenne, che
sfiora in qualche punto la tragedia.
"Menaechmi" (I
Menecmi) E’ la gioiosa
commedia degli equivoci dovuti all’incredibile
somiglianza di due gemelli, Menecmo I e Menecmo II,
separati fin dalla fanciullezza. La vicenda si svolge ad
Epidammo, dove Menecmo II è capitato nel corso di un
viaggio alla ricerca del fratello. Gli equivoci a
ripetizione, in cui sono coinvolti prima l’amica di
Menecmo I, Erozio, ed il suo cuoco, poi il parassita di
Menecmo I, Penicolo, ed infine la moglie dello stesso,
conferiscono all’azione un’irresistibile tensione
comica. Quando già i due Menecmi sono ritenuti pazzi e
ci si rivolge ormai ai medici, essi si trovano l’uno
dinanzi all’altro davanti alla casa di Erozio e tutto si
chiarisce. La lunga serie di peripezie rende questa
commedia tra le più animate del teatro classico: un
susseguirsi ininterrotto di saporose battute, di botte e
risposte, di capovolgimenti di situazioni, senza un solo
attimo di stasi. Benché non si conosca l’originale greco
da cui essa sia derivata, si sa che una non piccola
schiera di commediografi greci (Menandro, Antifane,
Posidippo, per non citare che i più noti) s’ispirò a
questo motivo dell’identità di due persone. Del resto,
il motivo non è nuovo neppure in P.: si pensi solo al
Mercurio-Sosia e al Giove-Anfitrione dello stesso
Amphitruo.
"Miles gloriosus"
(Il soldato fanfarone). Il giovane Pleusicle ama la
bella Filocomasio. Durante un’assenza del giovane, la
ragazza viene rapita dal "miles" Pirgopolinice, un
soldato smargiasso e fanfarone, a cui il parassita
Artotrogo fa credere di essere irresistibile con le
donne. Palestrione, servo di Pleusicle, parte per
avvertire il padrone di ciò che è accaduto, ma viene
rapito dai pirati e finisce per essere donato proprio al
miles. Pleusicle, avvertito di nascosto da Palestrione,
si fa ospitare da Pericleptomeno, un amico del padre, in
una casa contigua a quella stessa del miles. Palestrione
pratica una breccia nel muro di confine tra le due case,
consentendo agli amanti di incontrarsi. Ma Sceledro,
servo del miles, li scorge mentre si baciano, e
costringe Palestrione a escogitare una serie di inganni
per salvare i due amanti, fingendo che esista una
gemella di Filocomasio. Palestrione, poi, organizza una
feroce beffa ai danni di Pirgopolinice: gli fa credere
che la moglie di Periplectomeno sia pazzamente
innamorata di lui; il miles, così, licenzia in un sol
colpo Filocomasio e Palestrione, dando loro la libertà,
ma - entrato nella casa di Periplectomeno per un
appuntamento galante - trova un marito furibondo e i
servi pronti a fustigarlo ignominiosamente come
adultero.
Gran parte della
trama proviene dalla commedia greca "Alazon" ("Il
vanaglorioso"), ma è probabile che P. abbia largamente
applicato la "contaminatio" [per cui, vd. oltre],
assumendo da un altro dramma il motivo del foro nel muro
e della sorella gemella.
"Cistellaria" (La
cestella). Il giovane Alcesimarco ama Selenio, una
trovatella allevata da una cortigiana; ma il padre gli
impone di sposare un’altra ragazza, figlia del vicino
Demifone, a sua volta alla ricerca di un’altra figlia
avuta molti anni prima da una donna e abbandonata in una
cassetta con dei contrassegni. Dopo varie vicissitudini,
si scopre che la ragazza abbandonata è Selenio, che ora
Alcesimarco può sposare con l’assenso del padre.
Nonostante una lunga lacuna (più di seicento versi)
l’intreccio di questa commedia è abbastanza chiaro.
L’originale greco sembra di Menandro.
"Stichus" (Stico).
Due sorelle da tre anni non hanno più notizie dei loro
mariti, partiti oltremare per ricostituire un patrimonio
in rovina. Il padre vorrebbe farle risposare, ma le
donne insistono per serbare la loro fedeltà. Non manca
un parassita, Gelasimo, che da tre anni patisce la fame.
Giunge finalmente in porto la nave dei due uomini,
carichi di merci e di ricchezze. Assieme a loro c’è
anche il servo Stico, che organizza grandi
festeggiamenti. I due mariti si rappacificano con il
vecchio suocero, soddisfatto del successo dei loro
affari. Solo il parassita non riesce a farsi invitare da
nessuno, e comicamente continua a restare deluso nella
sua ormai annosa brama di cibo. "Stichus" deriverebbe
dall’ "Adelphoe" di Menandro.
"Persa" (Il
persiano). Il servo Tossilo riscatta dal lenone Dordalo
una ragazza che ama. Poi traveste da orientale la figlia
di un parassita e finge di venderla allo stesso Dordalo,
che cade nel tranello. La somma ricavata serve a
cancellare il debito iniziale. Il parassita trascina in
tribunale il lenone, reo di aver comprato una ragazza
libera. La commedia si conclude con una grande festa,
durante la quale Dordalo viene beffato e bastonato per
la sua insipienza e Tossilo può giustamente trionfare.
E', per definizione, la "commedia degli schiavi", dei
quali P. ha saputo ritrarre linguaggio, licenziosità e
malizie.
"Epidicus"
(Epidico). Il giovane Stratippocle s'innamora in due
tempi diversi di due cortigiane, affidando al "servus"
Epidico l’incombenza di trovare ogni volta il denaro
necessario a riscattarle. Epidico riesce ripetutamente
ad ingannare il vecchio Perifane, padre di Stratippocle,
carpendogli il denaro di cui ha bisogno. Ma quando i
suoi raggiri stanno per essere scoperti, una delle due
ragazze viene riconosciuta figlia di Perifane e sorella
di Stratippocle, che ripiega dunque sull’altra
cortigiana mentre Epidico viene affrancato per meriti
d’ingegno.
L’intreccio è più
complicato del solito. Ma l’interesse della commedia sta
soprattutto nella figura d’Epidico: il più abile,
astuto, diabolicamente scaltro dei servi che il teatro
abbia mai dato.
"Aulularia" (La
commedia della pentolina). Un vecchio avaro, Euclione,
ha trovato in casa sua una pentola piena di monete
d’oro. Per timore che gliela possano rubare, egli la
nasconde nel tempio della Buona Fede e successivamente
nel bosco di Silvano. Ma Strobilo, servo del giovane
Liconide, avendo seguito le sue mosse, se ne
impadronisce. Il vecchio è fuori di sé dalla
disperazione, tanto più che Liconide confessa di aver
messo incinta Fedria, sua figlia, che egli aveva invece
promessa in sposa al vecchio Megadoro, suo vicino. Qui
la commedia si interrompe, ma la conclusione è scontata:
in cambio dell’oro, Euclione concede la mano della
figlia a Liconide, che a sua volta darà la libertà al
servo Strobilo.
L’originale greco è
ignoto, ma è probabile che fosse una commedia di
Menandro in cui l’avaro aveva nome Smicrine.
"Mostellaria" (La
commedia del fantasma). Mentre il padre Teopropide, un
ricco mercante di Atene, è assente da lungo tempo per
affari, il giovane Filolachete si dà alla pazza gioia
assieme all’amico Callidamate, assistito dall’ingegnoso
e sfrontato servus Tranione, che ha anche dovuto
procurarsi un prestito rilevante per riscattare la bella
Filemazio, una cortigiana amata dal padroncino. Torna
inaspettatamente il padre, mentre è in corso un gran
banchetto. Tranione spranga la porta, e per impedire a
Teopropide di entrare inventa che la casa è abitata da
un fantasma. Giunge nel frattempo un usuraio per
riscuotere un credito, e Tranione è costretto ancora a
mentire, affermando che il denaro è servito a comprare
un’altra abitazione. Teopropide chiede di vederla, e il
servo escogita nuovi geniali trucchi per mostrargliela,
ingannando anche il vero proprietario. Infine la verità
viene a galla, e solo l’intervento di Callidamate che
promette di soddisfare personalmente a ogni debito,
salva Tranione dall’irosa furia di Teopropide.
Si pensa che la
"Mostellaria" derivi dal "Phasma" di Filemone o di un
autore minore, Teogneto.
"Curculio"
(Gorgoglione o Pidocchio). Il giovane Fedromo è
innamorato della cortigiana Planesio e cerca di
riscattarla dal lenone Cappadoce con l’aiuto di
Pidocchio. Il parassita, che veste anche la parte del "servus
currens", scopre che un miles ha già comprato la
ragazza, e ha depositato presso un banchiere la somma
pattuita: tale somma verrà pagata a chi presenterà una
lettera sigillata con l’anello del soldato. Pidocchio,
travestito da soldato, si impadronisce ai dadi
dell’anello, confeziona una falsa lettera e riscatta la
ragazza. Nel frattempo, sul palcoscenico sale
l’impresario della compagnia recitante, timoroso di non
rivedere più il vestito che ha prestato a Pidocchio.
Sopraggiunge furibondo il soldato, ma Planesio
identifica nell’anello del miles quello che era solito
portare il padre, dal quale era stata un giorno rapita:
il soldato viene riconosciuto come suo fratello, e
Fedromo può felicemente sposare la donna.
La commedia prende
il titolo dal parassita protagonista Gorgoglione, il cui
nome è tutto un programma d’insaziabile voracità: il "curculio"
è, infatti, il verme roditore del frumento. Il "Curculio"
contiene, inoltre, la famosa "serenata dei
chiavistelli " (atto I, scena III), che il giovane
Fedromo rivolge alla porta dell’amata, perché dischiuda
i suoi battenti.
"Pseudolus"
(Pseudolo). Il giovane Calidoro ama la cortigiana
Fenicio, che il lenone Ballione ha già venduto ad un
miles per venti mine: quindici anticipate, più cinque
che un messo del soldato sborserà entro la sera.
Calidoro si affida all’ingegno furfantesco e creativo
del servus Pseudolo(= ingannatore), che si mette
all’opera, sgominando progressivamente ogni ostacolo e
vincendo addirittura un’impossibile scommessa con Simia,
padre di Calidoro. Ballione perde la ragazza, è
costretto a restituire il denaro al messo del miles e a
sborsare per giunta altre venti mine a Simia per
un'altra scommessa perduta.
La commedia, una
delle predilette dall'autore stesso, è ben costruita e
rivela la grande arte di P., nonché l’abilità
dell’autore (ignoto) dello stesso originale greco.
"Captivi" (I
prigionieri). Durante una guerra fra Elei ed Etoli, il
ricco Egione ha perso il figlio, fatto prigioniero dagli
Elei. Per riscattarlo, acquista dei prigionieri Elei,
con lo scopo di operare uno scambio. Fra di essi, c’è il
nobile Filocratre con il servo Tindaro, che hanno
tuttavia deciso di scambiare le parti. Credendo di
inviare in Elide il servo, Egione manda invece il
padrone. Scoperto l’inganno, getta in catene il povero
Tindaro. Ma Filocrate ritorna con il figlio di Egione
ormai libero; in aggiunta, si scopre che anche Tindaro è
figlio di Egione, rapito in tenera età e venduto come
schiavo in Elide. "Captivi" è una commedia "anomala"
rispetto alle altre, priva com'è di vicende amorose e
fondata sul tema dell’amicizia e della lealtà: non
compare alcuna donna, particolare che in P. si ritrova
solo nel "Trinummus".
"Bacchides" (Le
Bacchidi). Due sorelle gemelle, entrambe di nome
Bacchide ed entrambe cortigiane, vivono l’una a Samo,
l’altra ad Atene. Il giovane Mnesiloco, di passaggio a
Samo, s’innamora della prima Bacchide, di cui si
impadronisce tuttavia un ricco miles, che la conduce con
sé ad Atene. Mnesiloco dà incarico di recuperarla
all’amico Pistoclero, che dopo averla trovata si fa
sedurre dalla seconda Bacchide. Mnesiloco, che crede di
essere stato tradito dall’amico, dà intanto al servo
Crisalo l’incarico di trovare il denaro necessario per
riscattare l’amata: il servo per ben due volte riesce a
spillar denaro al padre di Mnesiloco. Gli equivoci si
diradano e le situazioni sembrano risolversi
felicemente: i giovani Mnesiloco e Pistoclero si
ritrovano a banchettare allegramente con le due Bacchidi.
Giungono però furenti i due padri, decisi a trascinarsi
a casa i figli gozzoviglianti, ma anch’essi vengono
"tosati" dalle due spumeggianti ragazze e si abbandonano
assieme ai figli ad un allegro festino.
Deriva dalle
"Evantides" di Filemone o da "Il doppio inganno" di
Menandro.
"Truculentus"
(Truculento). La commedia, largamente lacunosa, prende
titolo dal nome del rustico e brutale schiavo Truculento
di Strabace, un giovane fattore che è vittima, insieme
all’ateniese Diniarco e al soldato Stratofane, della
sfrontata cupidigia della cortigiana Fronesio.
L’intreccio si lascia intravedere appena. Fronesio vuol
gabellare a Stratofane, come fosse suo figlio, un
bambino abbandonato, ma si scopre che quello è invece
figlio di Diniarco e di una libera cittadina ateniese.
"Poenulus" (Il
cartaginese). Rapiti in tenera età nella loro patria,
Cartagine, vivono a Calidone di Etolia un giovinetto,
Agorastocle, e le sue due cugine, Adelfasio e
Anterastile: ma se il giovinetto, innamorato di
Adelfasio, è ricco, le due fanciulle conducono invece
una vita misera, in potere dello sfruttatore Lico. Una
ben architettata trappola, ordita da Milfione, servo di
Agorastocle, e recitata dal villico Collibisco, offre il
modo di citare lo sfruttatore in tribunale. Giunge
frattanto da Cartagine, in cerca delle figlie scomparse,
il padre Annone: egli si incontra con Agorastocle ed è
condotto da questi in casa di Lico, dove può riconoscere
e riabbracciare le figliole.
Modello della
commedia è stato il "Carchedonios" di Menandro. Una
prima redazione del Poenulus doveva aver titolo
"Patruos" (Lo zio). E' interessante l'uso della lingua
punica da parte del giovane protagonista.
"Trinummus" (Le tre
dracme). Mentre il vecchio Carmide è in viaggio
d’affari, il giovane figlio Lesbonico continua a
dissipare il suo patrimonio, e finisce per vendere
perfino la casa ad un altro senex, Callicle, che per
fortuna è un leale amico di Carmide, e decide di
salvaguardare per il ritorno dell’amico un tesoro
sepolto nella casa. Nel frattempo un altro giovane,
Lisitele, ama la sorella di Callicle, e chiede di
poterla sposare pur senza dote: Lesbonico, che è in
fondo un giovane di nobili costumi, non può accettare, e
decide di affidare in dote alla sorella l’ultima cosa
che gli è rimasta, un podere fuori città. Per evitare
che tutto il patrimonio vada perduto, Callicle inventa
allora uno stratagemma: assolda un messo a cui, appunto
per tre dracme, dà l’incarico di giungere in città
fingendo di portare per conto di Carmide una somma, che
in realtà Callicle ha prelevato dal tesoro. Carmide è
inaspettatamente tornato, ed è proprio lui a ricevere il
finto messo. Gli equivoci e gli ingiusti sospetti sono
dissipati dal commovente incontro fra i due vecchi. La
commedia si conclude con due matrimoni: di Lisitele con
la figlia di Carmide e di Lesbonico con quella di
Callicle. L’originale di Filemone prendeva titolo dal
"tesoro" nascosto in casa.
"Càsina". Di
Casina, una trovatella, si sono invaghiti il vecchio
Lisidamo e il figlio di lui, Eutinico. Essi hanno
indotto, l’uno il proprio fattore, l’altro il proprio
scudiero, a chiedere la mano della fanciulla, per
poterne poi essi stessi disporre. Lisidamo, vistasi
intralciare la strada dal figlio, lo spedisce
all’estero, ma la moglie del vecchio, che conosce le
intenzioni del marito, prende le parti del figliolo
assente. Poiché Lisidamo e sua moglie non riescono ad
accordarsi, decidono di ricorrere alla sorte. Questa
favorisce il fattore. Si preparano le nozze, ma in luogo
di Casina viene presentato come sposa Calino, lo
scudiero, travestito da donna, che, approfittando
dell’oscurità della stanza in cui viene condotto,
bastona il fattore e Lisidamo.
Casina è certo tra
le commedie più "libere", più comiche e più riuscite
commedie di P. . Deriva da una commedia di Difilo,
"Clerumenoe", cioè "I sorteggianti".
"Vidularia" (La
commedia del baule). I circa 120 versi superstiti di
questa commedia lasciano intravedere un intreccio simile
al "Rudens": il giovane Nicodemo viene riconosciuto dal
padre per mezzo degli oggetti conservati in un baule,
scomparso in mare durante un naufragio e poi ritrovato
da un pescatore
Personaggi. I personaggi di P. non
sono dei caratteri individuali ma delle maschere fisse,
dei "tipi", e per questo già noti al pubblico nel
momento stesso in cui si presentano sulla scena: anche i
loro nomi propri servono esclusivamente a ribadirne la
fissità del ruolo scenico.
I personaggi maggiori.
Questi i più importanti:
*L’ "adulescens":
il giovane innamorato è sempre languido e sospiroso,
perduto in un amore che lo travolge e lo paralizza,
incapace di superare gli ostacoli che incontra sul suo
cammino. Il suo linguaggio tocca molto spesso i registri
"alti" e patetici della tragedia, naturalmente con
effetti comici e parodistici, voluti dall'autore. P. non
prende mai sul serio la sua storia né i suoi lamenti
d’amore: lo guarda divertito, costringendolo spesso a
subire i lazzi spiritosi del servus.
*Il "senex": il
vecchio viene caratterizzato in modi diversi: è il padre
severo e perennemente beffato, che cerca inutilmente di
impedire i costosi amori degli adulescentes (come nella
"Mostellaria"); ma talvolta è anche un ridicolo e
grottesco concorrente dei figli nella battaglia, senza
esclusione di colpi, per la conquista della donna
desiderata (come nell’ "Asinaria" o nella "Casina").
Nelle vesti dell’amico o del vicino, ha a disposizione
un ricco ventaglio di funzioni drammatiche: può ad
esempio essere alleato dei giovani (come nel "Miles
gloriosus") oppure fornire un burlesco doppio del senex
innamorato (come nel "Mercator").
*La "meretrix":
minore importanza rivestono i ruoli femminili, anche
perché non è infrequente che la ragazza desiderata non
compaia mai in scena (come nella "Casina") o svolga una
particina marginale. Il ruolo femminile più importante è
proprio quello della "cortigiana", una figura
sconosciuta in Roma prima che nascesse la palliata, e
che era invece consueta nel mondo greco: nella
"palliata" plautina possono essere sia libere che
schiave, e allora appartenere ad avidi e crudeli lenoni,
che le mettono in vendita al miglior offerente. In
questo caso il loro più grande desiderio è quello di
essere riscattate dall’amante. Naturalmente,
l’espediente dell’ "agnizione" (per cui, vd oltre) può
consentire loro il felice passaggio dalla condizione di
amanti a quella di spose. Alcune di loro, poi, sono
abilissime e sfrontate (come nel "Truculentus"), altre
dolci e sensibili (ed è questo il caso più frequente).
*La "matrona":
accanto alla figura dell’etera, risalta per contrasto
quella della matrona, madre dell’adulescens e sposa del
senex, quasi sempre autoritaria e dispotica, soprattutto
se "dotata" (cioè provvista di dote). Accade che spesso
il senex sia vittima delle sue ire furibonde (come nell’
"Asinaria"). Non manca qualche eccezione: la nobile
figura di Alcmena nell’ "Amphitruo" o le due spose
fedeli nello "Stichus".
*Il "parasitus":
presente in ben nove commedie di P., il parassita è uno
dei tipi più buffi e curiosi della "palliata",
caratterizzato dalla fame insaziabile e dalla rapacità
distruttiva, spesso fonte di rovina economica per il
disgraziato che ha deciso di mantenerlo a sue spese.
Esuberante e vitale nella sua mai placata ingordigia, il
parassita non lesina lodi iperboliche e servizi di ogni
genere nei confronti dei suoi benefattori, che
naturalmente sono anche vittime delle sue sfavillanti
battute, come accade nella famosa scena d’esordio del "Miles
gloriosus".
*Il "miles
gloriosus": come la cortigiana, anche il miles, il
soldato mercenario che si mette al servizio di chi lo
paga meglio, era una figura consueta nei regni
ellenistici ma sconosciuta in Roma, dove all’epoca di P.
il servizio militare era dovere di ogni cittadino. Il
miles si presenta quasi sempre nelle vesti del "gloriosus",
cioè del millantatore, del fanfarone che si vanta di
grandi imprese mai compiute, spacciandosi per giunta per
gran seduttore: è insomma un conquistatore immaginario
di nemici e di donne, prontamente smentito dagli
avvenimenti della commedia. E’ probabile che i Romani,
ridendo di questi milites ellenistici, si sentissero -
per contrasto - orgogliosi del proprio valore militare.
*Il "leno": anche
il lenone, il commerciante di schiave e sfruttatore di
prostitute, era una figura sconosciuta presso i Romani.
P. ne fa la figura più odiosa, anche perché di norma
costituisce il maggior ostacolo al compimento dei
desideri del giovane innamorato. Ma va subito aggiunto
che nel teatro plautino non esistono personaggi buoni o
cattivi, perché non esiste una partecipazione e un
coinvolgimento emotivo nelle vicende, già scontate fin
dall’inizio: l’odiosità, come l’avidità, sono solo i
caratteri fissi che definiscono la maschera del lenone,
irrevocabilmente destinato alla sconfitta e alla beffa.
Colpisce molto di più, invece, la sua formidabile
vitalità, la sua capacità di esser superiore a ogni
giudizio morale, come rivela la bellissima gara di
insulti che adulescens e servus ingaggiano contro di lui
dello "Pseudolus".
*Il "servus": è la
figura più grandiosa, il vero motore delle fabulae
plautine, personaggio sfrontato e geniale, spavaldo
orditore di incredibili inganni a favore dell’adulescens
e contro l’arcigna taccagneria dei senes o l’avidità dei
formidabili lenoni. Senza di lui, non ci sarebbe storia;
la storia, anzi, è quasi sempre il risultato delle sue
invenzioni e delle sue creazioni: P. lo definisce in
vari luoghi come un "architetto" (Palestrione, nel "Miles
Gloriosus"), un "poeta" (Pseudolo, nello "Pseudolus"),
un "generale" (ancora in riferimento a Pseudolo e
Palestrione), finendo palesemente per identificarsi
nella sua figura.
La sua ingegnosità
è accompagnata da una lucida visione degli eventi e da
un’ironia dissacrante, che non risparmia niente e
nessuno, nemmeno l’amato padroncino per il quale il
servo rischia ogni volta le ire del vecchio padrone: la
sua forza è la giocosità creativa delle sue invenzioni,
la gratuità un po’ folle e anarchica delle sue
scommesse, naturalmente sempre vinte; su di lui incombe
perennemente la minaccia delle sferze e delle catene,
gli strumenti di punizione dello schiavo, a cui tuttavia
il servo plautino risponde con la forza superiore dei
suoi geniali raggiri. Fiero e orgoglioso delle proprie
mosse, si autoglorifica spesso, rivolgendosi al pubblico
nella posa plateale di chi ambisce a un applauso (un
tipico esempio, questo, della tecnica "metateatrale" del
nostro autore, per cui vd. oltre).
P. ce ne dà anche
un ritratto fisico, che corrisponde convenzionalmente
alla sua maschera: "rosso di pelo, panciuto, gambe
grosse, pelle nerastra, una grande testa, occhi vivaci,
rubicondo in faccia, piedi enormi" ("Pseudolus",
1218-1220). La deformità mostruosa del fisico sembra una
sfida al destino, e un segno della vitalità trionfante
del teatro plautino, che rappresenta una sorta di
universo rovesciato, nel quale i servi trionfano sui
padroni e i figli sui padri, sovvertendo ogni codice
sociale e facendosi beffe di ogni legge. Aristotele
aveva scritto che gli schiavi sono più vicini agli
animali che agli uomini. Il servo plautino, mostruoso
nel corpo, dirompente nel linguaggio (spesso osceno e
volgare), spudorato negli atteggiamenti, animalesco nei
suoi istinti, dimostra di essere anche il più
intelligente, e risulta perciò anche il più simpatico,
quello per il quale il pubblico "tifa" fin dall’inizio
della rappresentazione.
Il ruolo del
"personaggio" Fortuna. E' importante, però, ricordare
che niente riuscirebbe al servo, o alla sua astuzia,
senza l'ausilio determinante della "fortuna" (Tyche),
che ne contempera - e di molto - il merito del successo,
contribuendo - col suo "valore stabilizzante" - a
"rimettere le cose a posto".
I personaggi minori.
Non mancano, accanto ai ruoli principali, altre figura
occasionali: la ruffiana ("lena"), una sorta di doppio
femminile del "leno", per lo più rappresentata come
vecchia e beona; l’ancella ("ancilla"), servetta al
seguito della "meretrix" (più spesso) o della matrona,
quasi sempre complice negli affari delle sue padrone; il
"cocus", il più delle volte ingaggiato per luculliani
banchetti; il "puer", lo schiavetto generalmente a ruoli
di contorno; l'usuraio ("fenerator"), sempre pronto ad
entrare in scena nei momenti più inopportuni per
riscuotere del denaro, naturalmente prestato per
riscattare una cortigiana; la citarista ("fidicina"); il
"medicus".
Considerazioni
sulla poetica e sullo stile.
La particolarità
degl'intrecci. Come visto, gl'intrecci delle commedie
plautine derivano da originali greci, sono abbastanza
complicati, ma altrettanto ripetitivi e caratterizzati
da elementi convenzionali; 16 su 20 presentano infatti
la stessa situazione di base: l'amore ostacolato di un
adulescens per una giovane cortigiana: l’ostacolo è la
mancanza di denaro (l’adulescens dipende economicamente
dal padre) per ottenerne i favori o per "riscattarla".
Può essere innamorato anche di una fanciulla onesta ma
senza dote, e, in questo caso, gli ostacoli sono gli
impedimenti sociali che ne derivano. L’adulescens lotta
(ancora) per far trionfare l’amore contro qualche
antagonista, il padre, il lenone o il miles gloriosus,
il mercenario che compra la cortigiana. In questa lotta,
egli viene aiutato da un amico, da un vecchio
comprensivo o da un parassita, ma, soprattutto dal "servus
callidus" (scaltro). Spesso la commedia si risolve
in una serie di inganni organizzati da quest'ultimo per
ingannare il padrone e carpirgli il denaro necessario
all’adulescens. Ogni commedia termina con un lieto fine:
i giovani vengono perdonati dai padri, che si
riconciliano anche con i servi; i danni e le beffe
spettano ai personaggi esterni alla famiglia, quali il
miles e il lenone. Spesso il lieto fine coincide con il
matrimonio, che è reso possibile dal "topos" dell'
"agnizione" o "riconoscimento": si scopre infine che la
ragazza era nata libera da genitori benestanti, ma
esposta o rapita dai pirati.
Il "rimettere le cose
a posto" e lo "straniamento". Come si vede, in generale
lo scioglimento tipico consiste in un "rimettere le cose
a posto"; ed è chiaro che il pubblico trova in questo
movimento dal disordine all’ordine un particolare
piacere: tanto più che il quadro sociale e materiale
messo in scena – al di là degli estrinseci dettagli
esotici, che garantiscano un adeguato "straniamento" (P.
ci tiene a sottolineare che ciò che avviene sulla scena
è solo finzione, solo gioco, e vuole scongiurare il più
possibile il "transfert" degli spettatori, ricorrendo
nella "Casina" o nel "Mercator" o altrove ad opportuni
esempi di "metateatro") – è perfettamente compatibile
con l’esperienza problematica e quotidiana della Roma
del tempo. Tuttavia, ed è importante, sia chiaro che
(come accennato) nessuna pretesa insegnativa o
moraleggiante governa queste vicende tipiche.
I riferimenti alla
romanità. Frequenti, di contro, sono i riferimenti ad
usi e costumi romani: ad es., nelle similitudini e nelle
metafore di tipo militare: il servo presenta spesso la
sua lotta contro i suddetti "antagonisti" come una
battaglia o una guerra in cui egli fa parte del generale
vittorioso. Ciò non stupisce in testi scritti in un
periodo storico in cui Roma passava vittoriosamente da
una guerra all’altra, anche se, in verità, non c’è
traccia dei grandi avvenimenti dell’epoca: Canne, Zama,
le guerre contro la Macedonia, la Siria, l’Etolia. C’è
chi ha voluto vedere qualche allusione storica in alcuni
passi, ma si tratta, comunque, di accenni vaghi e
velati, tanto che si può dire che P. si mantenne
sostanzialmente lontano dai grandi affari di stato, e
cercò altrove motivi ed ispirazione per le sue commedie.
Il rapporto coi
modelli e la "contaminatio". Non ci sono pervenuti gli
originali greci da cui derivano le commedie plautine,
per cui non possiamo valutare l’indipendenza,
l’originalità di P. rispetto ai modelli greci.
Tuttavia, una delle
differenze fondamentali che comunque possiamo cogliere
con la commedia di Menandro (ma modelli altrettanto
validi sono Difilo, Filemone, Demofilo), per quanto
concerne le trame, è che, mentre quello cerca la
coerenza e l’organicità degli intrecci, P. sacrifica al
contrario spesso le esigenze di verosimiglianza e di
logica per il suo intento di trarre effetti comici dalla
singola scena. Altra differenza è che il teatro di
Menandro è un teatro grosso modo antropocentrico
e "psicologico", mentre P. è portato ad accentuare i
tratti caricaturali dei personaggi tipici, ricavandone
maschere grottesche. Lo stesso "amore" non è visto come
sentimento autentico, bensì come mera caricatura. Si
parla, anche, di "rovesciamento burlesco della realtà",
in una visione quasi carnascialesca: alla fine della
commedia, sono i giovani a trionfare sui vecchi, le
mogli sui mariti; ma con ciò, ancora, P. non vuole
mettere in discussione i rapporti vigenti all’interno
della società, vuole solo, semplicemente, far divertire.
Nei prologhi delle
sue commedie, P., alludendo alla sua attività, parla poi
di "vertere barbare" ("tradurre dal greco al
latino"): infatti, P. fa suo il punto di vista dei
greci, per i quali ogni lingua non greca è barbara. Le
commedie plautine, tuttavia, come si può arguire, non
sono semplici trasposizioni dal greco, ma libere
interpretazioni di quei modelli: egli, infatti, ricorre
alla cosiddetta "contaminatio", inserisce cioè in una
commedia derivata da un originale greco una o più scene,
uno o più personaggi attinti da un’altra commedia sempre
greca, mescolando insomma l’originale con altre commedie
[secondo alcuni critici, p. addirittura "contaminava" se
stesso, ovvero ripeteva, con modificazioni e varianti,
alcuni motivi dei suoi stessi drammi, che a lui
maggiormente piacevano e il cui successo era già stato
da lui sperimentato].
La funzione della
musica. Altra prova dell’originalità di P., è il fatto
che egli dà molto spazio alla musica e al canto (circa i
due terzi del numero complessivo dei versi prevedevano
il suono del flauto), mentre nelle commedie di Menandro
sono molto scarse le parti composte in metri lunghi o in
metri lirici. In P. troviamo i "cantica", metri
lirici cantati e altre parti in versi o metri lunghi
recitati e accompagnati dal flauto. Nella metrica,
insomma, P. è un maestro: egli foggia, seguendo le
necessità della lingua latina, i già noti senari
giambici e versi quadrati in varietà di forme, peraltro
sottomesse a sottili regole. La mescolanza dei metri si
precisa nelle due forme del "deverbium" (parti
recitate senza accompagnamento) e, come detto, del "canticum"
(recitativo accompagnato), alternate con estrema
libertà. Ciò significa che P. riscriveva parti che in
Menandro erano destinate solo alla recitazione.
Particolarmente rilevante, così, è la presenza delle
parti liriche e polimetriche, dai ritmi assai variati,
mossi e vivaci: esse occupano complessivamente circa
3000 versi, cioè un settimo del totale, e avevano la
funzione di dar rilievo, con il contributo determinante
del ritmo e della musica, ai momenti di più forte
concitazione e di più intensa emotività. E’ probabile,
comunque, che il potenziamento dell’elemento
lirico-musicale sia stato stimolato dalla consuetudine e
dalla predilezione del pubblico romano per i tipi di
spettacolo in cui la musica, il canto e la danza avevano
un ruolo fondamentale. [A tal proposito, invito ad
integrare opportunamente questa parte con le
considerazioni generali relative al teatro romano, che
si trovano nell'apposito capitolo].
L'atteggiamento
"antigreco". Un altro aspetto del teatro plautino è
l’atteggiamento nei confronti dei greci: è
significativo, a riguardo, un passo del "Curculio", in
cui l'omonimo protagonista, egli stesso greco, pur parla
male dei Greci: sta attraversando una via e gli danno
fastidio questi Greci che hanno invaso le vie della
città e vanno in giro col capo coperto, carichi di
libri, confabulando fra loro e affollando le osterie in
cerca di chi possa offrire loro in bicchiere di vino. È
chiaro che P. sfrutta a fini comici quel sentimento di
ostilità nei confronti dei Greci, tipica di una parte
della società romana e che aveva trovato portavoce in
Catone. P. conia addirittura un verbo, "pergraecari",
che significa più o meno "gozzovigliare alla greca",
vivere in modo dissoluto, proprio come farebbero i
Greci. Alcuni studiosi hanno inserito per questo motivo
il teatro plautino nell’entourage catoniano, ma
questa posizione pare però poco sostenibile, dato che il
nostro, come visto, vuole solo "risum movere", e
non schierarsi politicamente, rinunciando a trasmettere
qualsiasi tipo di messaggio.
L'essenza definitiva
della comicità plautina. In ultima analisi, volendo
azzardare una schematizzazione, si può affermare che la
comicità plautina può essere di 3 generi:
1. di
situazione: basata, cioè, sugli equivoci e sugli
scambi di persona, con successiva "agnizione",
che porta al lieto fine;
2. di
carattere: basata sull’accentuazione
caricaturale e macchiettistica dei difetti dei
protagonisti;
3. bassa:
basata su battute volgari e sull’esasperazione
di sentimenti naturali.
E' ovvio che le
commedie, che rispettano tutt'e tre le condizioni
sovresposte, risultano essere quelle meglio riuscite e
più gradite al pubblico: e, quindi, in prima linea, l’"Amphitruo"
e lo "Pseudolus".
La lingua. Come visto,
la tecnica linguistica, che si piega genialmente in
battute e motteggi, riveste un ruolo fondamentale
nell'economia della comicità plautina: l'autore la
riempie spesso di espressioni greche o grecizzanti,
quando addirittura non rinuncia, come accennato in "Poenulus",
a servirsi di idiomi perlomeno inusitati, come il
punico. A ciò, si aggiungano parole mezzo latine e mezzo
greche, le quali dovevano suonare ridicole alle orecchie
del pubblico (ad es. "pultifagus" = "mangiapolenta"),
grecismi con terminazione latina ("atticissare" =
"parlare greco"), parole formate da più radici ("turpilucricupidus"
= "desideroso di turpi guadagni"), oltre a
neologismi veri e propri ("dentifrangibula",
riferito ai pugni che "rompono i denti"; "emissicius",
che si manda alla scoperta di qualcosa e perciò,
riferito agli occhi, curioso, da spia); superlativi
iperbolici e ridicoli ("ipsissimus", stessissimo;
"occisissimus", uccisissimo). Il sermo dei
personaggi plautini è inoltre arricchito da
fantasmagorici giochi di parole, identificazioni
scherzose (ad es. "Ma è forse fumo questa ragazza che
stai abbracciando?" "Perché mai?" "Perché ti stanno
lacrimando gli occhi!" Asin.619), espressioni alle quali
si aggiungono doppi sensi e, su un piano più
propriamente stilistico, da allitterazioni, anafore ed
ogni sorta di figura retorica.
Malgrado queste
caratteristiche, tuttavia, la lingua di P., eccezion
fatta naturalmente di alcuni tratti particolari (per es.
dei discorsi degli schiavi), non è quella del volgo e
del popolino, ma risente di una certa raffinatezza, che
derivava dalle discussioni del Senato, dalle assemblee
del popolo e dei tribunali, e per la quale essa
s'innalzava sul livello della parlata popolare, pur
conservando di questa la schiettezza e la spontaneità:
una lingua, insomma, non propriamente popolare, ma che
il popolo altresì capisce ed apprezza.
I "numeri innumeri".
Fondamentale, infine, la maestria ritmica, i "numeri
innumeri", gli "infiniti metri", la predilezione per
le forme "cantate". Ne deriva una conseguenza
importante: lo stile è intrinsecamente vario e
polifonico, ma varia piuttosto poco da commedia a
commedia, in una forte profonda coerenza. Insomma, si
deduce che P. non dipende esclusivamente dallo stile di
alcun modello e anzi, come già detto, dà sfoggio di
ampia originalità: ristrutturazione metrica,
cancellazione della divisione in atti, completa
trasformazione del sistema onomastico.
"Musas plautino
sermone locuturas fuisse, si latine loqui vellent."
("Se le Muse avessero voluto esprimersi in latino
avrebbero parlato con la lingua di P."): così
Quintiliano, nella sua "Instituto oratoria", ci tramanda
il giudizio critico di Elio Stilone, il primo grande
filologo latino del II sec. a.C. . Per non dimenticare,
poi, l’epitaffio del poeta citato da Gellio (che lo
aveva letto negli scritti di Varrone) dove si dice che,
alla morte di P.: "numeri innumeri simul omnes
conlacrimarunt" ("scoppiarono in pianto tutti
insieme ritmi innumerevoli").
Conclusione. Allora,
la comicità originale nasce proprio nel contatto fra la
materia dell’intreccio e l’aprirsi di "occasioni" in cui
l’azione si fa libero gioco creativo, diventa "lirismo
comico" (Barchiesi), in una sfuriata di digressioni
esilaranti, battute salaci e/o beffarde, dialoghi
scoppiettanti.
(Prof. N.
Castaldi) |