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Andria/Reynaud - Letteratura
Latina
Andria/Reynaud - Echi di Roma
antica
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Il teatro
Il teatro Greco
Il teatro si sviluppa in Grecia attorno al VI
secolo a.C. con testi che furono sempre rigorosamente in versi.
Gli attori che erano tutti rigorosamente uomini, utilizzavano
maschere non solo per permettere allo stesso attore di svolgere
più ruoli ma anche per amplificare la voce. Le opere
rappresentate svolgevano una funzione rituale ed educativa e il
finanziamento del teatro era per i ricchi un utile mezzo per far
propaganda politica. Gli spettacoli venivano concentrati nel
periodo delle festività dionisiache. La tragedia (che ebbe il
suo culmine nel V sec.) prevedeva vicende eccezionali, terribili
e sanguinose che dovevano concludersi in una catastrofe per i
personaggi che erano sempre di rango elevato. Il coro nella
tragedia svolgeva una funzione precisa commentando gli
avvenimenti della scena e guidando lo spettatore. Dai fatti
rappresentati doveva derivare una catarsi nello spettatore. Le
uniche tragedie che ci sono pervenute sono di Eschilo, Sofocle e
Euripide. Eschilo (525-456 a.C.) della sua grande produzione
(ottanta e più titoli) ci sono giunte solo sette tragedie. Il
grande significato del teatro eschileo e quello della somma
giustizia e provvidenza divina. Sofocle (496-406 a.C.) di
sofocle ci sono pervenuti solo sette scritti sui centotrenta
suoi. Le sue tragedie sono incentrate su di un eroe mitico
costretto a partire accusato ingiustamente. Dietro a queste
ingiustizie ci stanno gli dei che tramano per motivi all'umanità
ignoti. Euripide (485-407 a.C.) la grande innovazione di
euripide è che cala i personaggi del mito in una dimensione più
umana analizzando la psicologia e le emozioni di questi dei. La
satira si divide in satira antica, media e nuova. Quella antica
è caratterizzata dalla satira politica del V secolo e ha spezzo
un linguaggio osceno. Nella commedia nuova invece si abbandona
completamente il tema politico e si assume quella di voler
rappresentare quadri di vita moderna. Infine il dramma satiresco
presenta un soggetto mitico ma lo interpreta in chiave farsesca.
Il teatro italico e le
origini del teatro latino
Nel mondo greco-italico si assiste a una gran
fioritura di spettacoli teatrali fin dal VI secolo nei quali
prevale l'aspetto buffonesco e caricaturiale. Un esempio può
essere la farsa fliacica in cui gli attori-mimi erano provvisti
di goffi costumi e maschere ridicole. Un altro esempio è la
fabula atellana che era caratterizzata dall'improvvisazione
degli attori su un canovaccio. Tutte queste commedie insistevano
su aspetti elementari del vivere quotidiano (il cibo ad
esempio). I Fescennini erano altre rappresentazioni rozze e
volgari di origine popolare in cui due contadini so
fronteggiavano lanciandosi battute feroci. Lo stato addirittura
intervenne con la censura. Nel 240 a.C. viene rappresentato il
primo dramma in lingua latina di Livio Andronico (ex schiavo
greco). I romani si presume tuttavia si erano già imbattuti
nelle forme teatrali italiche. Il teatro romano tuttavia nasce
dopo la prima guerra punica quando i romani si imbattono nel
teatro greco scritto.
Il teatro romano
Il teatro romano appare fin dalle origini
fenomeno di puro intrattenimento, privo di una vera e propria
connotazione civile o religiosa. Esso era incluso nei ludi
fra tanti altri spettacoli fra cui i gladiatori. Essi d'altronde
erano censurati dallo stato che impediva riferimenti alla vita
civile o politica. Vi era in calendario in cui avvenivano i
ludi. I teatri in pietra vengono edificati dopo che il
grande teatro latino si è spento. Esso era nato e si era
sviluppato nei teatri provvisori composti da una cavea,
la scaena sul pulpitum, un altare e un fondale
dipinto. La selezione e la messa in scena degli spettacoli era
affidata ad un edile. Le compagnie di attori erano composte
prima di tre attori poi mano a mano di più fino ad arrivare a
sei rendendo possibile dare risalto a più personaggi prima
marginali. Anche a Roma gli attori erano esclusivamente maschi e
non si sa se usassero o meno maschere. Tutto il teatro romano
arcaico è tradotto dal greco, o letteralmente oppure
rielaborando artisticamente il contenuto (vertere). La
contaminatio invece era l'inserimento di scene provenienti da
altre commedie dello stesso autore o di uno diverso (fatto reso
possibile grazie alla linearità del teatro greco). Tutti
potevano entrare a teatro indiscriminatamente e l'ingresso era
gratuito. dopo il culmine de teatro romano nel II secolo esso si
vede degradare in forme rozze e volgari e cadere in basso.
La tragedia latina
Della tragedia latina genere penalizzato
nell'ambiente teatrale romano non ci restano che frammenti. Due
sono i tipi di tragedia che possiamo evidenziare: la fabula
cothurnata e la fabula praetexta. La prima è di
argomento greco (dal nome della calzatura in uso in Grecia), la
seconda si ambienta a Roma. Le prime hanno soggetto mitologico
ispirato ai grandi cicli quali quello troiano o quello di Tebe
(con al centro il mito di Edipo), le seconde hanno varia hanno
un tono patriottico celebrativo con soggetto sia mitologico che
storico. Scrissero in fabula cothurnata Livio Andronico,
Nevio, Ennio. Scrissero in fabula praetexta Nevio
(fondatore), Ennio, Pacuvio.
LA TRAGEDIA
Marco Pacuvio
Le poche notizie sulla sua vita ci sono
giunte per il tramite di Girolamo Plinio il Vecchio.
Il primo tramanda * che Pacuvio nacque nel
220 a.C. a Brindisi, e...
... fu considerato famoso scrittore di
tragedie; nipote del poeta Ennio, vie Roma, dove [...] compose
opere teatrali.
Ma è il secondo, Plinio il Vecchio *, a
riferire del suo interesse, oltre che per l'arte scenica, anche
per la pittura.
E famoso il quadro del pittore Pacuvio
esposto presso il tempio di Èrcole nel foro Boario; nato da una
sorella di Ennio, costui contribuì a rendere l'arte pittorica a
Roma famosa quanto la sua fama teatrale.
Nel 140 a.C, ormai anziano, avvertì molto la
rivalità che lo vedeva soccombente rispetto ad Accio, giovane
pieno di audacia e di entusiasmo, e preferì ritirarsi a Taranto
(secondo Girolamo) ed abbandonare l'arte scenica.
Ma anche qui, afferma Gellio, non potè
evitare di ricevere Accio e di ascoltare la lettura del suo «Atreo»
emettendone un giudizio, nel complesso, positivo dal momento
che si limitò a giudicare i versi «sonori e grandiosi,
quantunque un po' duri ed acerbi».
Nella città pugliese, novantenne, morì nel
132 o 130 a.C., non prima di aver composto, secondo la prassi,
il suo epitaffio, che leggiamo sempre in Gellio *:
Giovane, anche se vai di fretta, questa
lapide ti chiede / di fermarti un poco e, quindi, di leggere
quanto vi è inciso. / Qui riposano le ossa del poeta Marco
Pacuvio./ Volevo solo che non ignorassi ciò. Addio!
Della sua non feconda produzione ci restano
frammenti (per un totale di quattrocento versi) che ci
permettono di valutare non certo al meglio le quattordici opere
tragiche di cui ci è giunta notizia.
Gli stessi titoli delle tragedie dimostrano
che il Nostro si ispirava non al più comune repertorio della
tragedia greca, ma agli episodi secondari in cui egli riscopriva
qualcosa di primordiale e di ingenuo e che alle tragiche vicende
ed alle passioni degli eroi intrecciavano delicati sentimenti su
un colorito sfondo naturalistico.
La produzione
Ma ecco alcuni titoli di sue opere teatrali:
«Antiopa», in cui Anfione difende contro il fratello Zeto
lo studio delle arti e delle scienze, ammirata e messa sullo
stesso piano della «Medea» enniana da Cicerone *;
Nei due frammenti che seguono è riportato
l'enigma (quello detto «della, tartaruga») che Anfione, figlio
di Antiope, pone agli Attici, ma anche in essi si può notare
come nella ricca aggettivazione si vada alla ricerca degli
«effetti», caratteristica, vedremo, peculiare di questo
tragediografo:
[Anfione]: Un quadrupede lento a terra,
selvaggio e scabro, tozzo il capo e il collo da serpe, d'aspetto
truce, / e quando è vuoto e senza vita ha suono vivo.
[Attici]: Così accidentato è il tuo modo di
dire / che un acume profetico penetra a stento. / Non
comprendiamo se più apertamente non parli.
[Anfione]: La tartaruga. (tr. Fornaro)
«Niptra», dove è sublimata la dignità
dell'eroe nel personaggio di Ulisse ferito, giudicato figura
teatrale superiore a quella sofoclea sempre dall'Arpinate; «Teucer»,
che coinvolge i tristi destini di Telamone e di Teucro,
tornato da Troia a Salamina senza il fratello Aiace ed il nipote
Eurisace; «Iliona», ovvero il dramma di una madre; «Armorum
iudicium», commossa rievocazione del contrasto tra Aiace ed
Ulisse per le armi di Achille, parte della quale, secondo
Appiano, fu letta durante i funerali di Cesare, ed ancora: «Atalanta»,
«Chryses», «Doulorestes», «Hermiona», «Medus», «Pentheus», «Periboea»,
ecc.
Anche musico e
scenografo
Pacuvio, comunque, non si limitò solo alla
composizione delle trame, che pure si rivelano indipendenti dai
modelli, ma curò anche la musica e la scenografia dei suoi
drammi.
La componente musicale e scenografica doveva
certo conferire alle tragedie di Pacuvio particolari effetti di
suggestione, probabilmente tali da favorire l'accentuazione dei
motivi patetico-sentimentali.
Si immagini l'invocazione di Difilo alla
madre * nella «Iliona» scandita da un vibrante sottofondo
musicale...
Difilo: Te chiamo, o madre! Tu nel sonno
allevii la cupa angoscia, / e non misericordia di me tu senti!
Levati! Al tuo figlio / da' sepoltura, prima che le fiere e che
gli uccelli... / Non volere che i miei resti mortali già rosi a
mezzo lascin / l'ossa ignude, che a terra, intrisi di putrido
sangue, sian turpemente lacerati.
Iliona: Resta, dunque! Fermati! Ascoltami!
Ridimmi quello che hai detto! (tr. Vitali)
Il patetico
«Pacuvio», nota il Frassinetti, «è maestro
nei toni patetici e nelle descrizioni di paesaggi o di fenomeni
naturali. Egli godette presso gli antichi della fama di «doctus»,
certo per l'ottima conoscenza del teatro greco e della
tecnica drammatica, ma fu proprio questa dottrina che lo portò
ad attingere a piene mani all'arsenale mitico, complicando
eccessivamente i suoi drammi a mezzo di una strana
«contami-natio» di leggende e tradizioni disparate
[...] non doveva farsi molto scrupolo della verisimiglianza, pur
di impressionare il pubblico con un caleidoscopio di miti
pittoreschi».
La lingua
E quel «suo salire in cattedra», quel suo
andare alla ricerca della «magnificenza», di certo lo portò ad
usare una lingua ricca di assonanze («corpus... maerore,
aegrore, maerore senet»), di strani composti («cornifrontes»
/ «incurvicervicum»), di forme e parole mai usate («facul»
/ «topper» / «minitabiliter» / «paedagogandum»), di termini
astratti terminanti in «-tudo» («anxitudo» I «paenitudo» / «vastitudo»):
una lingua biasimata sia da Cicerone, che da Marziale e da
Tacito.
Compose anche una pretesta, «Paulus»,
in onore di L. Emilio Paolo, vincitore di Perseo a Pidna (168
a.C.) e, secondo Diomede, avrebbe, come lo zio Ennio, dato il
nome di «Saturae» ad una miscellanea di carmi con
differenti soggetti e versificati con metri diversi.
LA TRAGEDIA
Lucio Accio
Di Accio «sommo poeta tragico», di Accio
«poeta sublime», di Accio «il magniloquente» non abbiamo
testimonianze valide che ci illuminino sulla sua vita ad
eccezione di quella di Girolamo, che così dice *:
L. Accio, stimato tragediografo, nacque
durante il consolato di Mancino e Serrano da famiglia di
condizione libera e lesse a Tarante le sue opere al vecchio
Pacuvio [...] si dice che il podere di Accio si trovasse non
lontano da Pesaro.
Dunque, sembra sicuro che nacque a Pesaro nel
170 a.C., essendo conosciuti i consoli dell'anno; sembra certo
che ad Accio, già amico di Catone, dedicò la sua opera «De
antiquitate litterarum» Varrone, mentre Cicerone, quasi ad
attestarne una fama consolidata, non esitava a riportare i
giudizi letterari da lui pronunziati; si sa anche che entrò in
familiarità con Scipione Emiliano e con D. Giunio Bruto, il
console del 138 a.C., per incarico del quale compose in saturni
l'iscrizione sovrapposta al vestibolo del tempio di Marte;
sembra anche un dato di fatto il suo incontro con Pacuvio,
attestato da più fonti98, in un periodo più o meno
coincidente: invece è assolutamente incerto l'anno della morte
e, forse, anche il decennio in cui esso si può fissare.
La produzione
Accio si dedicò quasi esclusivamente al
teatro tragico, ma delle sue quarantaset-te tragedie oggi non
restano che circa settecento versi, i quali permettono di
stabilire sommariamente i caratteri essenziali della produzione.
Anche se i suoi modelli preferiti furono i
tre tragici greci maggiori, egli dimostra una certa indipendenza
dal modello greco, in quanto rifà romanamente i suoi modelli e
li arricchisce con la sua fantasia ed il suo estro.
Non per nulla il Paratore, dopo aver
attestato lo «spaziare del suo teatro per tutte le maggiori
saghe della mitologia greca», evidenzia come Accio «si dilungava
dalla trama dei modelli e mirava a rielaborarli per suo
conto, spinto soprattutto dalla sua tipica smania di "épater"
il pubblico e i dotti». Lo studioso aggiunge: «In fondo
egli, per l'età in cui visse, era un ritardatario, nello stile e
nello spirito, salvo che per l'interesse meramente artistico che
recava ai suoi temi».
I toni macabri
Accio predilesse i toni macabri, le
personalità esuberanti, le leggende truci in cui si muovono
funeste passioni dalle quali gli uomini sono travolti, per cui
lo stesso Paratore arriva a parlare di «dannunziano-nietzschianesimo
ante litteram».
Le sue tragedie attingono ai tre grandi
cicli dell'antico mondo eroico: quelli sulle leggende di Troia,
Sparta e Tebe.
IL CICLO TROIANO
Ai ciclo troiano appartengono:
«Achilles seu Myrmidones», riguardante
l'ambasceria dei Greci ad Achille, la morte di Patroclo ed il
lamento dell'eroe sul cadavere dell'amico;
«Antenoridae», in cui Antenore, accusato
di aver tradito Troia, emigra con i figli verso il paese dei
Veneti;
«Armorum iudicium», sull'accordo
raggiunto per il tramite di Ulisse tra Teucro, fratello del
morto Aiace, e gli Atridi;
«Astyanax», riguardante l'uccisione del
figlio di Ettore per mano di Ulisse;
«Deiphobus», in cui Elena torna da
Menelao dopo aver abbandonato il terzo marito Deifobo;
«Epinausimache», ossia «La battaglia
presso le navi», già descritta nel 1. XV del-
V «Iliade»;
«Eurysaces», in cui Teucro con il nipote
Eurisace ripone sul trono il padre Telamone (e molti passi di
questa tragedia li dobbiamo a Cicerone" perché lettigli
dall'attore Esopo durante l'esilio);
«Neoptolemus», in cui Ulisse conduce alla
guerra il giovane figlio di Achille;
«Nyctegresia», ovvero l'uscita notturna
di Diomede ed Ulisse al campo troiano (già descritta nei l. X
dell' «Iliade»);
«Philocteta», riguardante Ulisse e
Diomede che portano Filottete all'assalto di Troia (molti suoi
versi li leggiamo in numerose opere di Cicerone);
«Telephus», il re dei Misii, ferito in
guerra, rapisce il piccolo Oreste per costringere Achille a
guarirlo.
IL CICLO SPARTANO
Fanno parte del ciclo spartano:
«Aegisthus», ovvero la vendetta di Oreste
contro l'uccisore del padre;
«Clytaemnestra», sulla morte di
Agamennone e di Cassandra per mano della protagonista (ad
imitazione quasi perfetta della tragedia eschilea);
«Agamemnonidae», circa la vendetta di
Elettra, Ifigenia ed Oreste sui figli di Egisto (spesso Accio è
stato criticato per l'abuso di patronimici nei titoli, segno,
per molti critici, di una smania di magniloquenza);
«Atreus», che si articola sulla vendetta
contro Tieste (la tragedia, condannata per la crudezza eccessiva
di scene e di espressioni, fu cara, secondo Svetonio, a...
Caligola);
«Chrysippus», sull'uccisione di Crisippo;
«Oenomaus», in cui Pelope chiede la mano
di Ippodamia (stupendo il frammento dei contadini che al sorgere
del sole destano i buoi per portarli al lavoro nei campi);
«Pelopidae», con le vicende di Atreo,
Tieste ed Egisto (anche qui il titolo è un patronimico);
IL CICLO TEBANO
Sono da annoverare nel ciclo tebano:
«Antigona», in cui lo sconforto per le
disgrazie familiari porta la sventurata giovane a negare la
provvidenza divina;
«Phoenissae», con la lotta tra Eteocle e
Polinice, figli di Edipo;
«Epigoni», in cui Erifile, colpevole di
aver inviato in guerra il marito per avido desiderio di un
monile d'oro, viene uccisa dal figlio Alcmeone (la tragedia
attesta reminiscenze eschilee);
«Alcumeo», in cui proseguono le vicende
del matricida fino alle nozze con Alfesibea;
«Alphesiboea»: la moglie di Alcmeone
vendica la morte del marito sul proprio fratello.
Meritano ancora d'essere ricordate:
«Medea», con il racconto fatto, in senari
giambici, da un pastore scita del rientro dalla Colchide della
nave Argo (la scena ci è stata tramandata da Cicerone *);
Scivola una così grande mole / dall'alto mare
palpitante di soffi fragorosi / e flutti volge davanti a sé con
violenza e vortici rovescia; / avanza con foga e spruzzi e
schiume profonde sul mare. / Così si ha l'impressione di vedere
un nembo dilacerato rotolare / o un sasso, in alto staccato dai
venti / o dall'uragano, o turbini mulinanti / levarsi sferzati
da flutti in zuffa, / o se qualche caduta di terre produce il
mare / o con il suo tridente per caso un tritone scuotendo / il
sotterraneo pavimento dell'antro sul tempestoso stretto- /
rovescia e scaglia dal profondo una massa di pietre nel cielo. /
Come veloci ed alacri coi rostri sibilano i delfini [...] Simile
alla melodia di Silvano / alle orecchie un canto e un suono
porta. (tr. Fornaro)
«Meleager», con l'immagine del cinghiale
che drizza le setole; «Bacchae», con la pittorica
descrizione del Citerone; «Phinides», che si segnala per
la musicalità dei versi; «Hecuba», «Erigona», «Andromeda», «Diomedes».
Abbiamo inoltre di Accio due «praetextae»:
«Brutus»: rappresentata nel 136 a.C.,
prendeva nome da L. Giunio Bruto, il fondatore della repubblica
(molte parti, tra cui il funesto sogno del re Tarquinio ed il
responso degli interpreti che preannunciano la sua imminente
rovina *, le dobbiamo ancora a Cicerone);
Tarquinio: Quando già nelle tenebre notturne
abbandonato avevo / alla quiete e posavo nel sonno il corpo
stanco, / io vidi che un pastore a me spingeva / un lanigero
gregge di stupenda bellezza; / e ch'io ne trasceglievo due
consanguinei montoni, / e che immolavo uno d'essi, il più
splendido; / e che allora il germano sforzava a cozzarmi contro
con le sue corna, / e che a quei colpi ero a terra gettato; / e
che dipoi, tutto ferito e steso al suoi supino, / io nel cielo
scorgevo un gran prodigio / meraviglioso: a destra l'orbe /
flammeo del sol raggiante in nuovo -corso volgersi.
Interpreti: Re, se quello che gli uomini in
lor vita sogliono far, pensare, amar, veder, / se quel che fanno
e quel di cui si crucciano desti, nel sonno a loro appar, /
mirabile cosa non è. Ma non senza consiglio sì strana ed
inattesa visione ti offrono i Numi. / E dunque bada che colui
che tu credi or mentecatto come il montone / non racchiuda
invece nel petto una grande anima, / e ti scacci dal regno;
giacché quello che mostrato ti fu del sole / un mutamento
an-nunzia prossimo del tuo popolo. / Felice per il popolo tuo
sia questo / evento! Poiché in questo, che il grande astro si è
volto da manca a destra, / è il fulgido presagio che sarà grande
la romana gente. (tr. Vitali)
-«Aeneadae seu Decius», in cui il
primo titolo allude ai Romani come discendenti di Enea, il
secondo a P. Decio Mure che aveva sacrificato la sua vita contro
i Galli ed i Sanniti nella battaglia di Semino del 295 a.C..
«Con Accio, l'ultimo grande tragico romano»,
ripetiamo con il Bignone, «poeta di grandi, violente figure, di
"vaste anime tragiche", si chiude la prima età poetica di Roma
(le tragedie di Seneca nell'età imperiale avranno un carattere
libresco, piuttosto che teatrale). Si sente che, con Accio, è
finita l'età eroica e che comincia quella intima, pensosa lirica
epigrammatica, i cui grandi artisti saranno i nuovi poeti
dell'ordine del cuore e del pensiero [...] La tragedia romana
muore con l'agonia dell'animoso spirito politico della Roma
repubblicana dell'età delle conquiste e delle grandi passioni
civiche».
I giudizi
Questo giudizio su Accio di un moderno,
d'altronde, trova conferma sia in Vell. Patercolo, che lo
giudica all'altezza dei tragici greci, sia in Cicerone, il quale
accomuna nella lode i componimenti della triade tragica latina
(Ennio, Pacuvio, Accio), pur considerandoli diversi
nell'eccellenza.
Non allo stesso modo Orazio e
Quintiliano i quali, sebbene riconoscano il suo intenso spirito
tragico, non ne giustificano la trascuratezza del «labor
limae»; e lo stesso difetto, in parte attenuato da una
produzione giuntaci solo frammentariamente e dalla
considerazione del notevole influsso che il Nostro avrà su poeti
di più alto livello, quali Lucrezio e Virgilio, è evidenziato da
un suo commentatore moderno, il D'Antò.
Lo studioso, comunque, ricorda che «quando
Accio si accinse a produrre anch'egli dei drammi [...] i mezzi
retorici, di cui si servì largamente, e di cui già s'erano
avvalsi Euripide e i tragediografi del IV sec., erano stati
condotti ad una perfezione che forse oltre non poteva andare
[...]. Non faccia meraviglia questa intrusione della retorica
nella poesia, quando si pensi che il maggior poeta d'un genere
come la togata, considerata per lo più esente da tale "pecca",
veniva qualificato da Cicerone per «disertus» (Brut.
167). E se ad Afranio era perdonato l'uso dei mezzi espressivi
forniti dalla retorica, ad Accio esso era quasi richiesto».
La lingua
Non la pensavano allo stesso modo gli antichi
i quali, invece, biasimavano in Accio i lunghi composti («tabificabilis»
/ «minitabiliter» / «aericrepantes» ...), gli astratti in
«-tudo» («tarditudo» / «sanctitudo» / «miseritudo» / ...),
la frequenza delle figure retoriche (allitterazione, omoteleuto,
poliptoto, paronomasia, antitesi, giochi di parole, polisindeto,
...), insomma l'eccessiva tendenza all'espressione
magniloquente, quasi barocca.
La produzione minore
« Didascalica»
o «Didascalicon
libri»: almeno nove, sulla storia della poesia greca e
romana, soprattutto drammatica;
«Pragmatica»
o «Pragmaticon libri»: su questioni di critica
letteraria;
« Annales»:
poema epico in tre libri
sulle antichità religiose romane;
« Praxidica»:
il titolo, da ricondurre
a Persefone, figlia di Demetra, protettrice dell'agricoltura,
riguarda un poema georgico;
Plinio il Giovane lo ritiene anche autore di
versi «poco seri».
La riforma grammaticale
le innovazioni ortografiche
Ad Accio si attribuiscono anche riforme
ortografiche e grammaticali, quali:
- l'introduzione dell'accusativo alla greca;
- il raddoppiamento delle vocali lunghe
(«e» lunga —» «ee», «a» lunga —» «aa», «u»
lunga —» «uu»);
- lo scioglimento di «i» lunga in
«ei»);
- il passaggio davanti a gutturali di «n»
in «g» («anceps» —> «agceps», «angulus» —> «aggulus»),
secondo la grafia greca;
- l'uso di «q» davanti a «u»
(«cura» —> «qura»);
- l'uso di «k» davanti ad «a» e della «c»
davanti ad «e/i/o».
Le innovazioni ortografiche in particolare
testimoniano un'attitudine pedantesca che conferma il quadro
complessivo della personalità di questo autore delineato dalle
tragedie.
La commedia latina
La commedia latina si divide anch'essa in
fabula palliata e togata. La prima ha ambientazione
greca e nomi greci (estremizzati in modo da essere buffi) non vi
sono riferimenti a Roma salvo rari casi. Sono pervenute venti
commedie di Plauto e sei di Terenzio. La seconda è
sostanzialmente identica alla prima come stile, strutture e
comicità ma con ambientazione romana. Tuttavia i censori di Roma
limitavano il tipo di comicità soprattutto riguardo alla figura
dello stato o dei politici. Tre furono gli autori: Titinio,
Afranio e Q. Atta. Nel 115 a.C. un editto censorio bandiva da
Roma gli spettacoli di origine o ambientazione greca nel
tentativo di rilanciare la commedia italica. Fu così che la
fabula atellana fu trasformata in un vero e proprio testo
letterario. Un altro spettacolo comune nei ludi era il mimo una
sorta di varietà con scenette di vita quotidiana e imitazione di
gesti e di voci. A volte si concludevano addirittura con
spogliarelli (unico caso in cui le attrici erano donne). I due
mimografi più noti furono Decimo Laberio e Publilio Siro.
LA COMMEDIA
Tito Maccio Plauto
Contemporaneo ma più giovane di Nevio, Tito
Maccio Plauto nacque a Sarsina in Umbria nel 250 a.C. (ma nel
258 o nel 254 a.C. secondo altre testimonianze) da famiglia di
umile condizione.
Giovanissimo si recò a Roma dove, dopo aver
messo insieme un piccolo gruzzolo lavorando presso una compagnia
di teatranti, si diede al commercio, ma per inesperienza perse
ogni cosa in speculazioni sbagliate riducendosi, per poter
vivere, a lavori umilianti quale il far ruotare la macina di un
mulino, come ci attesta Aulo Gellio35, scrittore del
sec. II d.C. *.
[...] perso nel commercio tutto il danaro che
aveva messo da parte lavorando presso una compagnia di attori,
avendo fatto ritorno povero a Roma e, per guadagnarsi il vitto,
essendosi prestato presso un mugnaio a girare le macine che son
dette «trusatiles» (a mano) [...]
Durante le pause dell'ingrato lavoro trovò il
modo, per sbarcare il lunario, di comporre commedie, secondo
Girolamo *, da vendere agli edili.
[...] [Plauto] che per le difficoltà della
vita si era impiegato a girar macine a mano presso un mugnaio,
colà, ogni volta che era in ozio, prese l'abitudine di comporre
commedie per poi venderle.
Sempre Gallio * ricorda una notizia di
Varrone, riportata pure da altri scrittori, che rammenta due
titoli di commedie da lui scritte («Saturio» ed «Addictus»
ovvero «II Panciapiena» e «Lo schiavo per debiti») e ne menziona
una terza senza titolo.
Varrone e molti altri hanno riferito che
quello [Plauto] nel mulino compose «Saturio», «Addictus» ed una
terza commedia di cui non ricordo il titolo.
Fu il momento rivelatore di una grande
vocazione che, manifestatasi per caso, portò Plauto a coltivare
maggiormente i suoi interessi teatrali, destinati non a renderlo
ricco, ma a guidarlo sulla strada del successo e del favore
popolare sino alla morte che avvenne nel 184 a.C., secondo la
testimonianza ciceroniana, a Roma, secondo quanto riferisce
Girolamo *.
Plauto morì durante il consolato di P.
Claudio e L. Perciò... mentre ricopriva la carica di censore
Catone.
Plauto nativo di Sarsina in Umbria muore a
Roma.
Gellio * riporta dal primo libro del «De
poetis» di Varrone l'epitaffio che lo stesso Plauto avrebbe
composto.
Dopo che Plauto è morto, la commedia piange /
il palcoscenico è deserto, anche riso, ilarità e facezia / e gli
innumerevoli metri si sono messi tutti insieme a piangere.
L'OPERA
Plauto è stato considerato il fondatore della
commedia moderna, e da molti studiosi la sua eccezionale
fertilità creativa è ritenuta un vero e proprio miracolo, dati i
tempi e le circostanze.
Le difficoltà superate
Dal Grant così sintetizziamo gli ostacoli che
il Sarsinate dovette affrontare e, per il successo avuto, di
certo superare:
- non esisteva a Roma un teatro stabile e
così la scena era costituita da una pedana bassa e lunga di
legno, provvisoria, senza sipario e collocata di fronte ad un
auditorio formato da insufficienti panche di legno posate su di
un terreno sconnesso ed a forma di semicerchio: il che rendeva
oltremodo difficile sia la recitazione degli attori che
l'ascolto del pubblico;
- lo scenario, raffigurante la facciata di
alcune case, era fisso e convenzionale, anche perché la
divisione in atti, utile per il cambiamento delle scene, fu
effettuata solo in epoca tarda;
- le carenze strutturali e l'impreparazione
del pubblico rendevano necessari espedienti quali il prologo
(utile per far conoscere la situazione iniziale, presentare i
personaggi ed illustrare la commedia), le uscite laterali
(quella di destra convenzionalmente portava al foro, l'altra al
mare), la riconoscibilità dei «tipi» (gli schiavi, ad es.,
avevano parrucche rosse, i vecchi barbe lunghe e bianche),
l'esistenza (controversa) di maschere con caratteri fissi, una
tipologia di gesti catalogata rigidamente per essere d'aiuto
allo spettatore nella comprensione di quanto stava vedendo, una
certa convenzionalità anche nell'accompagnamento musicale;
- vi era carenza di attori, tanto è vero che
spesso era lo stesso autore a dover recitare (si ricordi quanto
era accaduto ad Andronico che, persa la voce, era stato
costretto a doppiare se stesso nei gesti mentre era un altro a
pronunciare le battute);
- il popolo, abituato al gusto della farsa
chiassosa e volgare, pretendeva spettacoli di facile presa e
spesso interveniva nel corso della rappresentazione, se questa
non appagava i suoi gusti;
- la classe dirigente sorvegliava
attentamente a che non ci fossero allusioni politiche o critiche
sociali.
La produzione teatrale
In questa temperie decisamente negativa
Plauto versificò «fabulae» e fece alzare plaudente un pubblico
solitamente schiamazzante e turbolento.
Vediamo come ci riuscì esaminando la sua
produzione teatrale.
Il catalogo varroniano
Delle molte commedie plautine, tranne alcune
di cui abbiamo solo il titolo («Commorientes» / «Coloro che
muoiono insieme», «Colax» / «L'adulatore», «Saturio» / «II
panciapiena», «Addictus» / «Lo schiavo per debiti», «Gemini
lenones», «Condalium», «Anus», «Agraecus», «Faenemtrix», «Archaristio»,
«Parasitus piger», «Artemo», «Frivolaria», «Sitellitergus», «Astraba»),
non ci restano che le ventuno del catalogo varroniano, cioè
quelle che Terenzio Varrone, filologo del I sec. a.C., indicò
come autentiche in un gruppo di centotrenta «fabulae» all'epoca
attribuite a Plauto (ma l'ultima, la «Vidularia», è mutila, ed
altre commedie mancano di alcune parti).
La datazione
Da quattro opere sicuramente databili è
partito il Della Corte per creare un quadro d'insieme che ci
permette di conoscere, pur approssimativamente, le date delle
commedie plautine, con logica esclusione di quelle non giunteci
in quanto escluse dal catalogo varroniano:
primo periodo (215/210 ca.) Menaechmi,
Asinaria, Mercator.
secondo periodo (206/200 ca.) Amphitruo,
Rudens, Miles gloriosus, Cistellaria, Stichus.
terzo periodo (196/194 ca.) Aulularia, Persa,
Epidicus, Curculio [?], Mostellaria [?].
quarto periodo (191/184 ca.) Pseudolus,
Truculentus, Poenulus, Trinummus, Bacchides, Casina, Captivi.
di epoca incerta
Vidularia.
Per non annoiare i lettori ci siamo limitati,
pur riportando le caratteristiche di ogni commedia, a riassumere
con maggiore accuratezza l'intreccio di quelle che maggiormente
si differenziano dalle altre per varietà di caratteri o di
situazioni.
1)
Amphitruo:
è sconosciuto il modello greco.
Questa commedia nel tempo fu imitata da
Rotrou («Les Sosies»), Molière («Amphitryon»), Dolce («II
Marito»).
A differenza delle altre, in cui il prologo
ha funzione esplicativa, qui, attraverso le parole di Mercurio,
si evidenzia un'affinità con i prologhi di tipo polemico che
ritroveremo caratteristici del teatro terenziano (ad es. «Heautontimoroumenos»
e «Phormio»).
La commedia o, forse, più propriamente la
tragicommedia (così al v. 54 del prologo) si snoda su un motivo
che, pur non essendo di per sé comico, viene dalla notevole
abilità del Sarsinate portato alle conseguenze di una piena
comicità attraverso lo sviluppo ed il progressivo ampliamento
del tema di base, cioè i dubbi di Anfitrione sulla sua identità.
Plauto, conformemente alle sue
caratteristiche, interviene a mutare con molta libertà anche le
originarie tradizioni mitologiche come quando, ad es., Alcmena,
presa dalle doglie del parto imminente, rientra precipitosamente
in casa seguita a ruota da Giove stesso intervenuto per...
assisterla. Chiari echi del mito sono peraltro evidenti nel «canticum»
della vecchia Bromia, l'ancella che narra la prima delle fatiche
d'Eracle: il prodigio del neonato che, ancora in culla, strozza
i due serpenti inviati da Era.
È l'unica commedia plautina di argomento
mitologico. Giove, innamoratosi di Alcmena, moglie del tebano
Anfitrione, in assenza di questi, partito per la guerra, ne
assume le sembianze, facendo nel contempo assumere a Mercurio
l'aspetto di Sosia, servo di Anfitrione. L'imprevisto ritorno
del vero Anfitrione crea tutta una serie di situazioni comiche,
tra cui soprattutto l'incontro davanti alla casa tra il vero
Sosia e il suo «doppio» Mercurio. Anche se la commedia manca del
finale, è facile arguire che la soluzione della vicenda, con lo
scontato «lieto fine», era data dalla «rivelazione» di Giove e
dalla accettazione del fatto compiuto da parte di Anfitrione in
presenza di un simile... rivale.
Il Paratore osserva come nelle mani di Plauto
anche la parodia del mito sia in grado di attingere le vette
della farsa popolare: anche se Alcmena simboleggia e riflette i
casti e severi costumi delle matrone, sono, comunque, le figure
dei servi quelle rese con maggiore icasticità e, pertanto, più
reali e palpitanti, come Mercurio, il servo divino, «prepotente,
manesco, linguacciuto ed imbroglione» * e Sosia, il servo
terreno, «spaccone, vigliacco ed ottuso».
vv. 95-115,124-130
Mercurio: Ora, attenti, che vi espongo
l'argomento di questa commedia. Questa città è Tebe; in quella
casa lì abita Anfitrione, nato ad Argo da padre argivo; ha
sposato Alcmena, figlia di Elettrione. Ora quest'Anfitrione è a
capo dell'esercito: perché il popolo di Tebe è in guerra coi
Teleboi. Ebbene, prima di andarsene a combattere, questo messere
ha ingravidato sua moglie Alcmena. Ora credo che voi sappiate
com'è fatto mio padre, come in questo campo gli piaccia correre
la cavallina e si accenda al primo sguardo. S'è innamorato
d'Alcmena di nascosto dal marito e se l'è goduta e l'ha resa
gravida pure lui.
Ora, perché voi vi rendiate veramente conto
di come stanno le cose per Alcmena: è incinta dell'uno e
dell'altro, del marito e del sommo Giove. E ora mio padre è qui
dentro, sta a letto con lei e per questo la notte è così lunga,
come succede ogni volta che vuole godersi una donna, quale che
sia. Ma s'è camuffato in maniera da sembrare Anfitrione. [...]
Io mi son preso l'aspetto di Sosia, che è partito di qui con
Anfitrione per la guerra. Così potrò rendere un servizio a mio
padre innamorato, ed eviterò che gli schiavi, vedendomi
bazzicare qui per casa, mi domandino «chi sei?». Finché mi
crederanno schiavo e collega loro, non gli verrà in testa di
domandarmi chi sono e perché sono venuto. (tr. Paratore)
2)
Asinaria:
fu imitata da Cecchi («Martello»).
Argirippo, giovane innamorato della fanciulla
Filenio, per riscattarla decide di vendere alcuni asini
d'accordo con il padre Demeneto, lasciato sempre senza denaro
dall'austera moglie che si fida solo dello schiavo Sauria, il
vero amministratore dei beni.
Quando giunge il compratore per pagare le
venti mine pattuite, Demeneto, affinchè il denaro non venga
incassato dalla moglie facendo perdere ogni possibilità di
riscatto all'amica del figlio, presenta al mercante un suo
schiavo come Sauria, mette le mani sul danaro e libera Filenio.
L'imbroglio finisce male perché la moglie,
informata dell'inganno, interviene nel corso del banchetto e
punisce Demeneto per la sua stoltezza.
LO SCHIAVO PLAUTINO
A proposito della simpatia di Plauto verso
gli schiavi, il Coleiro così inquadra Libano e Leonida: «[...]
Sono essi che combinano tutto l'intrigo. Essi abilmente prendono
in giro l'asinaio e lo costringono a pagare a Leonida, che
impersona Sauria, il denaro dovuto ad Artemona per gli asini che
questa gli aveva venduto tramite Sauria, suo amministratore
[...] Leonida, parlando con Libano, si mostra ottimo parlatore
[...] Libano e Leonida si mostrano di nuovo molto abili e
spiritosi e riescono a convincere tanto Filenio quanto Argirippo,
che l'aveva comprata, a concedere a Demeneto, il padre di quest'ultima,
di avere Filenio per un giorno».
3)
Aulularia:
sconosciuto l'originale greco; prende nome da «aulula» che è una
piccola pentola; si interrompe al v. 831 e le ultime scene
furono completate dall'umanista A. U. Codro; la imitarono
Lorenzo dei Medici («Aridosia»), G. B. Celli («La Sporta»),
Molière («L'avare»), la riecheggiò il «Querolus».
Il Paratore così giudica due personaggi di
questa commedia: «Eunomia ed il fratello Megadoro, il vecchio
ruvido ma buono che chiede in isposa la figlia dell'avaro
Euclione, sono due tipi da cui spira una certa fragranza
terenziana di anime chiuse in sé per effetto delle delusioni e
dei rischi della vita».
Ma ecco in dettaglio la trama: il prologo è
affidato nella recitazione ad un personaggio allegorico, in
questo caso il «Lar familiaris», caratteristica già presente in
altri lavori plautini.
Il «genio familiare» ricostruisce, a grandi
linee, i caratteri della famiglia che egli protegge da molti
anni,«dai tempi del padre e del nonno dell'attuale padrone» (v.
5 sgg.), soffermandosi sulle figure del nonno e del padre di
Euclione, avidi, avari, che spendono poco o nulla per il suo
culto, così come anche lo stesso Euclione, loro degno
discendente.
Ma, dal momento che quest'ultimo ha una
figlia di indole ben diversa, Fedria, il Lare, benefico, avendo
a cuore la sfortunata, fa in modo che l'avaro padrone di casa
scopra la pentola con il tesoro che dovrà garantire una dote
alla ragazza stessa, violata da un giovane a lei sconosciuto.
Euclione, all'inizio del primo atto, e come
preannunziato nel prologo, urla ed allontana la vecchia serva
Stafila perché, ossessionato dall'idea di poter essere derubato,
intende, al sicuro da occhi indiscreti, controllare se l'oro sia
regolarmente al suo posto.
Il suo comportamento provoca il risentimento
della serva, stanca delle stravaganze del padrone, e le ispira,
tragicamente, l'idea di porre fine a tale situazione «rendendosi
simile alla lettera "I"», cioè impiccandosi (vv. 75-77).
L'atto secondo verte sul dialogo tra i due
fratelli Megadoro e Eunomia e culmina, dopo che Eunomia ha
ricordato la sua sincerità ed i buoni consigli dati
disinteressatamente al fratello, nella richiesta avanzata a
Megadoro di condurre in casa una moglie.
Quest'ultimo, dopo aver obiettato alle parole
della sorella che si dice pronta a procurargliene una attempata,
ma ricchissima, afferma il suo proposito di richiedere in isposa
la figlia nubile di Euclione e si reca da questo che, diffidente
e sospettoso per sua natura, si dice disposto a concedergliela a
condizione che l'argomento «dote» non venga neppure sfiorato (vv.
178-267).
Euclione subito dopo comunica alla serva
d'aver promesso la figlia e da disposizione perché tutto sia
pronto per i festeggiamenti al suo ritorno dal foro.
Queste parole turbano Stafila, angosciata
dalla consapevolezza che lo stato della sua padroncina non potrà
più essere nascosto a lungo (vv. 269-279).
Segue a questo punto il commento alle vicende
da parte dei servi che danno luogo a poco benevole valutazioni
sul loro padrone, così avaro che «quando dorme si stringe un
sacchetto dinanzi alla bocca per non perdere... il fiato» (vv.
302-303).
L'atto terzo inizia con Euclione che scaccia,
dopo averli riempiti di percosse, il cuoco Congrione ed i suoi
aiutanti: subito dopo i due vengono a lite (vv. 415-447), specie
quando il cuoco dice di essere venuto a cuocere il pranzo di
nozze.
Alla fine Euclione li riammette in casa e
subito dopo (vv. 460-474) si allontana con la sua pentola dando
luogo ad un monologo in cui impreca contro Megadoro, accusandolo
di avergli inviato i cuochi allo scopo di derubarlo della
pentola.
Megadoro (vv. 475 sgg.) viene sulla scena ed
esprime le positive valutazioni fatte dagli amici sul conto
della figlia di Euclione ed il suo monologo è una tangibile
dimostrazione offerta dall'autore della sua esuberante fantasia
e della sua notevole capacità di rendere in maniera quasi visiva
la varia umanità vociante e piebea che si accalca bussando «a...
denari» *. Le parole di Megadoro, dicevamo, sono ascoltate dallo
stesso Euclione che, non visto, si era appartato al
sopraggiungere di quello.
w. 505-522, 525-535
Megadoro: Oggigiorno, dovunque vai, vedi più
carri nei palazzi che in campagna quando ti rechi in villa. Ma
tutto questo è ancora una delizia a paragone del momento in cui
vengono a chiedere i soldi per le spese: c'è il lavandaio, il
ricamatore, il gioielliere, il mercante di lana, di colletti, di
sottovesti, i tintori di zafferano, di viola, di giallo; e
fabbricanti di maniche e profumieri, mereiai, calzolai; i
ciabattini, sempre là seduti, e chi fa pantofole si aggiunge, si
aggiunge chi tinge di malva; e i lavandai che chiedono, i
rammendatori che chiedono, e poi chi vende reggiseni e poi chi
vende cinture.
Quando costoro supponi di averli ormai
liquidati, vengono alla carica altri trecento, in attesa
nell'atrio: cuoiai, merlettai, ebanisti. S'introducono, li si
paga, supponi di averli ormai liquidati, quando si fanno avanti
i tintori di un giallo diverso o qualche altra maledizione, che
non ne mancano mai e chiedono sempre qualcosa. [...] Sistemati
finalmente tutti i conti con questi spacciaquisquilie, allora si
presenta lo sgherro a esigere i soldi delle tasse. Si va, si
fanno i conti col banchiere, mentre l'altro aspetta là in piedi,
ancora digiuno, ma convinto d'incassare. Fatti i conti col
banchiere, si scopre che sei tu a doverne a lui, e così lo
sgherro deve tornare l'indomani. Queste e molte altre sono le
seccature e le spese intollerabili delle grandi doti. Una moglie
senza dote è soggetta al marito; con la dote invece infligge ai
mariti malanni e danni. (tr. Carena)
Segue un dialogo tra i due sui preparativi
delle nozze e del banchetto (vv. 537-586), ed infine Euclione
nasconde la pentola nel tempio della Fede: «fidando, o Fede,
nella tua... buona fede».
Nel quarto atto, Strobilo, servo di Liconide,
nipote di Megadoro, viene inviato ad apprendere notizie più
precise circa queste nozze, quasi come un... esploratore («speculatum
huc misit me», [vv. 595-607]).
Nascostosi presso l'altare antistante il
tempio della Fede, ascolta le parole che Euclione rivolge alla
«Buona Fede» e si prepara ad agire (vv. 608-625), ma, quasi
presagendo qualcosa, l'avaro Euclione fa ritorno al tempio e,
imbattutosi in Strobilo, dopo averlo duramente ripreso, lo
perquisisce (vv. 625-660).
Il servo, minacciato, dice di voler andar via
(«abeo»), ma, rimasto solo sulla scena, medita sul suo progetto
di derubare Euclione.
Questi, non fidandosi ormai più del
nascondiglio, trasferisce la pentola ed il suo carico nel bosco
sacro a Silvano, ma viene visto dal servo (vv. 667-681).
Frattanto Liconide rivela alla madre di
essere lui responsabile della gravidanza di Fedria e, mentre è
in corso il dialogo tra i due, si odono le grida della giovane
che chiede soccorso, in preda alle doglie del parto (vv.
682-700).
Dopo il furto della pentola ad opera di
Strobilo (vv. 704-712), si assiste alla disperazione di Euclione
che viene sulla scena e, comicamente, si rivolge agli spettatori
chiedendo di sapere da questi dove si nasconda l'uomo che
gliel'ha portata via
Si sviluppa a questo punto della
rappresentazione una «commedia degli equivoci» in quanto
Euclione si dispera per la perdita del tesoro, mentre Liconide
ne attribuisce lo scoramento e le lacrime all'essere ormai al
corrente della violenza subita dalla figlia (vv. 727-801).
All'inizio del quinto atto il servo, autore
del furto, confessa tutto al padrone e, benché questi dia
disposizione affinchè la preziosa pentola sia subito restituita
ad Euclione, Strobilo appare restio ad obbedire (vv. 810-830).
A questo punto la commedia si interrompe, ma
si può ipotizzare che la pentola venisse restituita ad Euclione
per servire quale dote alla figlia condotta in isposa da
Liconide, mentre il servo Strobilo, quale ricompensa per il suo
atto di... generosità, acquisiva la condizione di libero.
4)
Captivi:
cioè «I prigionieri»; imitarono questa commedia Rotrou («Les
captifs») ed in parte Ariosto («Suppositi»).
L'«argumentum» di questa commedia è in forma
di acrostico, secondo, cioè, quel sistema per cui il titolo si
desume dall'unione delle prime lettere di ogni verso.
Pertanto nove sono i versi che lo compongono,
giacché di nove lettere è costituito il termine «CAPTEIVEI».
Siamo di fronte ad un'opera lontana dalle
caratteristiche e soprattutto dagli ingredienti tipici del
teatro di Plauto ed il Marchesi arriva a qualificarla «commedia
senza donne e senza amori; un dramma dell'amore paterno, d'esile
orditura e di domestica pateticità».
Tutto si incentra sulla sventurata vicenda di
Egione privato dei suoi figli, uno portato via e venduto in
Elide dallo schiavo Stalagno, l'altro caduto prigioniero nella
guerra contro gli Elei.
Attirato dalla mai sopita speranza di poter
permutare con altri servi il suo Filopolemo, Egione viene in
possesso di una coppia di servi elei, Filocrate e Tindaro, e
sarà proprio quest'ultimo che, a seguito delle consuete
peripezie della commedia plautina, verrà indicato da Stalagno
quale figlio perduto di Egione.
Ma, pur nel suo tradizionale lieto fine,
l'opera appare quanto mai avara di situazioni comiche e,
nonostante gli interventi divertenti del parassita Ergasilo *,
non riesce mai a sollevarsi da un tono di austera gravita, pur
senza mai scadere nel lacrimevole e nel lamentoso grazie alla
consumata abilità dell'autore.
vv. 393-402, 410-420, 424-427
Ergasilo: Misero è chi cerca da mangiare e
trova a stento, ma più ancora è misero chi a stento se lo cerca
e non lo trova; e miserrimo è poi chi non ha cibo quando ha
voglia di cibo! E io davvero, se lo potessi, gli occhi caverei
ben volentieri a questo giorno: tanto maligna ha fatto verso me
la gente! Non ne ho mai visto un altro più digiuno né più pieno
di fame, ed a cui peggio che a me riesca tutto quel che tento di
fare; in questo modo e pancia e gola festeggiano la festa della
Fame! E l'arte parassitica, così, può andare ad impiccarsi,
tanto ormai i giovani si tengono lontani dai buffoni affamati.
[...] Quand'io, infatti, son partito di qui, là sul mercato ho
avvicinato certi giovanotti, e «salute!», lor dico, «dove
andiamo oggi insieme a pranzare?». E quelli zitti! «Non c'è
nessuno che risponda 'andiamo là'?», dico allora; zitti, come
muti! E non ridon neppure. «Dove andiamo insieme a cena?», dico;
e quelli fanno cenno di no. Metto fuori un bel motto, dei miei
migliori, con cui già solevo buscarmi da scialare per un mese;
nessuno ride. Subito mi accorgo che s'erano accordati. Non uno
solo c'è che mi faccia come fa la cagna stizzita. Almeno, quando
non volevano ridere, avesser digrignato i denti! Vedendomi così
burlato, parto e corro da altri, e poi da altri: sempre la
stessa cosa! [...] Ma voglio far valere il mio diritto con la
legge romana: tutti quelli che han congiurato per levarci il
vitto e la vita, li cito in tribunale, e chiedo ch'essi siano
multati a darmi dieci pranzi a mio piacere, quando i viveri
costano più cari! Così farò. (tr. Vitali)
LA CONDIZIONE DEGLI
SCHIAVI
In questa commedia, afferma il Coleiro, «è
messa in chiaro fin dall'inizio la dura condizione degli schiavi
[...] Ma quello che impressiona di più è il carattere nobile e
delicato dello schiavo Tindaro, la sua genuina affezione per il
suo padrone, per cui, invero, egli ha rischiato tanto.
L'energia, poi, l'intelligenza e l'abilità di Tindaro sono in
piena evidenza in tutta l'azione. I migliori discorsi [...] sono
quelli di Tindaro, il piano stesso per il riscatto di Filocrate
è suo, il dialogo veramente brillante e profondamente
psicologico che Tindaro tiene nella sua situazione [...] e
l'abilità con cui affronta la situazione quando egli sta di
fronte ad Aristofonte, dopo che questi l'aveva scoperto per lo
schiavo che in realtà era, è veramente brillante e sorpassa ogni
altra azione drammatica della commedia» *.
vv. 448-464
Tindaro: Or sì davvero vorrei esser morto
anziché vivo! Ora speranze, forze, accorgimenti se ne vanno, si
staccano da me! Questo è il giorno ch'io più sperar non posso
salvezza per la mia vita; non scampo dalla rovina c'è, non c'è
speranza che cacci via da me questa paura; in nessun luogo non
c'è più mantello per le menzogne mie, non c'è mantello per le
mie frodi, per i miei raggiri; non c'è perdono per le mie
perfidie; scampo non c'è per le mie malefatte, non un rifugio
per la mia fiducia, non scappatoie per i miei tranelli! Quello
ch'era coperto, ecco, è scoperto; è sventata la trama; tutto è
chiaro e più modo non v'è ch'io non rovini miseramente e non
trovi la morte pel padrone e per me! Mi ha rovinato codesto
Aristofonte, che è venuto qui dentro adesso; bene ei mi conosce;
è compagno e parente di Filocrate! Neppur la dea Salvezza, se
volesse, potrebbe ora salvarmi! Non c'è scampo, se non giungo a
trovar col mio cervello un qualche imbroglio. Alla malora! E
quale? Che macchinare? Che inventare? Veggo d'aver commesso la
più gran sciocchezza, una vera pazzia. Non so che fare. (tr.
Vitali)
5)
Curculio:
mancante di prologo; prende il titolo dal nome di un piccolo
verme che rode il frumento, il curculione, e corrisponde anche
al nome del parassita che organizza gli intrecci dell'azione.
Alla sua base c'è l'amore di Fèdromo per la fanciulla Planesio,
che egli desidera riscattare da Cappadoce, un turpe lenone. Il
parassita, giunto nella lontana Caria, viene a sapere che un
soldato ha riscattato Planesio e tiene i soldi depositati presso
un banchiere. A questo punto Curculione, preso con un tranello
l'anello con cui il soldato sigillava tutti i suoi documenti, si
presenta al banchiere per prendere il denaro. Tutto andrebbe
bene se non vi si recasse anche il soldato. Di qui nasce un
tafferuglio ed alla fine si scopre che l'anello apparteneva al
padre di Planesio e, quindi, il soldato è il fratello della
fanciulla che può, finalmente, sposare il suo Fèdromo.
6)
Càsina:
una schiava, desiderata sia dal padre che dal figlio, viene
messa a sorteggio; la imitarono il Machiavelli («Clizia»), il
Belli («L'errore»), il Cecchi («7 rivali»).
7)
Cistellaria:
così chiamata da una piccola cesta intorno a cui si sviluppa
tutto l'intreccio; il prologo è situato nella terza scena
dell'atto primo; ne trassero l'ispirazione l'Ariosto
(«Cassarla») ed il Cecchi («Gli Incantesimi»).
8)
Epidicus:
dal nome del principale attore, uno schiavo intento a rubare al
vecchio padrone per fornire di denaro Stratippocle, lo
scapestrato padroncino; mancante di prologo.
9)
Bacchides:
priva di prologo.
Il titolo deriva dalle protagoniste, due
cortigiane di Samo gemelle e con lo stesso nome (da cui pertanto
la distinzione in Bacchis I e II).
La loro somiglianza è talmente perfetta che
le varie vicende che si susseguono nella trama prendono tutte
spunto dall'equivoco iniziale.
Esse vivono in luoghi differenti, una a Samo,
l'altra ad Atene, ed è di quella che abita ad Atene che, in
occasione di un viaggio ad Efeso, si innamora Mnesiloco, ma il
giovane, avendone perduto ogni traccia, invita l'amico
Pistoclero ad effettuare ricerche.
Quest'ultimo la rintraccia proprio presso
l'altra sorella, di cui si innamora.
E col vagheggiamento amoroso di Pistoclero si
apre la commedia (anche se la scena è considerata apocrifa), tra
un susseguirsi di residui scrupoli e resistenze da parte di
questo che finisce, poi, per cedere alle sottili ed ammalianti
lusinghe delle due cortigiane, invano dissuaso dal suo pedagogo
Lido.
Il primo atto verte pertanto su tale
contrasto e sulla convinzione del giovane di aver reso un
servigio all'amico salvandogli l'amante da un militare verso il
quale questa aveva contratto obblighi.
Dopo tale antefatto la commedia entra nel
vivo: Mnesiloco ritorna, dopo due anni, da Efeso, dove si era
recato a recuperare un'ingente somma di denaro per conto del
padre, col servo Crisalo.
Ed è proprio quest'ultimo che, imbattutosi in
Pistoclero mentre esce dalla casa delle Bacchidi, apprende
dell'avvenuto ritrovamento dell'amica del suo padrone, ma anche
degli impegni contratti con un soldato dal quale solo un grosso
quantitativo di denaro potrà salvarlo.
Ed ecco ordita, nella mente dell'astuto
servo, la truffa: egli convince il vecchio Nicobulo, padre di
Mnesiloco, che milleduecento filippi d'oro, che erano stati
recuperati a fatica ed altrettanto faticosamente sottratti a
pirati, erano stati poi nascosti nel tempio di Diana in Efeso,
dove il vecchio stesso dovrà recarsi per recuperarli.
E evidente che egli mira a far consegnare da
Mnesiloco al vecchio una parte della somma riscossa e trattenere
quanto occorre per riscattare Bacchide.
Nell'atto III, che si apre con un duro
attacco del pedagogo Lido all'indirizzo delle due sorelle che
hanno corrotto il suo discepolo, Mnesiloco, ascoltando non visto
le accuse alla condotta dell'amico, dapprima lo difende, ma,
poi, informato dei fatti e credendo che questi l'abbia tradito,
medita propositi di vendetta *.
vv. 465-494
Mnesiloco: Non so chi debbo credere, dei due,
più traditore, se l'amico o Bacchide. Ella lo ha preferito? E se
lo tenga! Benissimo! Ma giuro ch'ella ha fatto ciò con suo
danno. Che nessuno più creda ai miei giuramenti se non è vero
che in tutti i modi e acerbamente... io l'amo! Farò in modo che
non possa vantarsi ch'io sia stato il suo zimbello. A casa vado,
e qualche cosa rubo al babbo, e a lei la porto. In tutti i modi
io voglio vendicarmene! Ridurla voglio a tal punto da ...
ridurre il padre a mendicare! Ma son io ben sano di cervello,
che qui vado cianciando di quello che farò? Ma insomma: io amo;
questo credo, anzi questo so per certo. Ma pure... prima che
colei diventi più pesante sol quanto è un pò di piuma col mio
denaro, voglio diventare il più mendico di tutti i mendichi. No,
per Polluce! Ridere di me non potrà fin che viva; ho risoluto di
consegnare tutto l'oro al padre. Venga, quando sarò povero e
nudo, a lusingarmi! ed io ne farò conto come farebbe nel
sepolcro un morto di chi lo ingiurii. Prima che diventi più
pesante sol quanto è un pò di piuma a spese mie, voglio morire
oppresso dalla miseria. Si, sono risoluto a render l'oro al
padre. Al tempo stesso lo pregherò che a Crisalo non voglia per
causa mia far male né sgridarlo se l'ha ingannato quanto a quel
denaro. È giusto infatti ch'io provveda a lui, che ha mentito
per me. Servi, seguitemi. (tr. Vitali)
Naturalmente l'equivoco nasce dal fatto che
Mnesiloco ignora l'esistenza della seconda Bacchide.
Un successivo incontro con lo stesso
Pistoclero permette una chiarificazione ed i due entrano insieme
nella casa delle Bacchidi (vv. 465-605).
Crisalo, abilissimo nell'in ventare nuovi
espedienti per sottrarre denaro al suo vecchio padrone, escogita
l'ultima vittoriosa trovata: fa passare Bacchide, l'amante di
Mnesiloco, per la moglie del soldato Cleomaco e quest'ultimo
come fiero guerriero animato da propositi di vendetta contro gli
adulteri.
Il vecchio cade in trappola: per evitare
danni al figlio acconsente a pagare la somma di duecento filippi,
prezzo richiesto dal soldato per deporre la sua ira.
Ma non basta: con una finta missiva Mnesiloco
finge di chiedere il perdono paterno ed afferma di essersi
impegnato a fornire alla donna altri duecento filippi che il
vecchio subito sborsa.
Il successo è completo e Crisalo può a buon
diritto celebrare il suo trionfo definendosi più astuto di
Ulisse e più glorioso di Agamennone (vv. 895-947).
Si ha poi l'incontro tra il padre di
Pistoclero, Filosseno, preoccupato per il proprio figliuolo, e
Nicobulo, che reciprocamente si confidano le loro angustie.
Ma dalla comune volontà di liberare i loro
figli dalle seduttrici deriva l'inatteso ed ironico colpo di
scena finale: nonostante i loro fieri propositi, nonostante il
loro ostinato moralismo, essi finiscono per cadere in quegli
stessi lacci in cui erano stati presi i giovani e, pertanto,
rendendo omaggio al fascino ed alla grazia delle due etere,
rientrano nella casa di queste «ut apud lenones rivales filiis
fierent patres» (vv. 1200).
10)
Mostellaria:
o «commedia degli spiriti», da «mo[n]st[r]ella», cioè «spiriti».
Tratta dal «Fasma» di Filemone, fu imitata dal Regnard («Retour
impreuu»), da Lorenzo dei Medici («Aridosia»), dal Lasca («La
Spiritata»), dal Giannotti («II Vecchio amoroso») e dal Cecchi
(«Gli Sciamiti»); è priva di prologo.
Il servo Tranione, per impedire che il
giovane Filolachete venga sorpreso a gozzovigliare con amici ed
etere, fa credere al vecchio padrone che la casa è infestata
dagli spiriti.
11)
Menaechmi:
il tema comico è quasi lo stesso delle «Bacchiai», risultando
anch'esso fondato sugli equivoci generati dalle perfetta
somiglianzà di due gemelli; fu imitata, tra i molti, dal
Trissino («I Simillimi»), dal Firenzuola («I Lucidi»), dal
Cecchi («La Moglie»), dallo Shakespeare («Comedy of errors»),
dal Della Porta («I Fratelli Simili»), dal Regnard («I Menechmes»),
dal Dovizi da Bibbiena («La Calandria»); fu tradotta
dall'Ariosto ed una versione poetica fu recitata alla corte di
Èrcole I di Ferrara, mentre un prologo alla commedia in latino
del Poliziano fu recitato a Firenze il 12 maggio del 1488.
12)
Miles gloriosus
(«II soldato spaccone»): il prologo è recitato dopo il primo
atto; si ritiene che Plauto attinse a tre o quattro poeti
diversi ed il Bonora, addirittura, pensa che sia stato autore
solo di un quindici per cento dell'intera rappresentazione; la
commedia venne imitata dal Dolce («II Capitano»).
La vicenda si incentra sul personaggio di
Pirgopolinice («Colui che riporta vittoria su torri e città»),
millantatore di imprese mirabolanti, come la vittoria su
Bumbomachide, «Neptuni nepos»: uno smargiasso che senza batter
ciglio enumera le sue imprese mai avvenute, che si trova al
centro delle ingegnose astuzie, delle burle sia del servo
Palestrione, considerato dal Coleiro il motore di tutta la
commedia, che delle donne che fingono di amarlo per poi
allontanarsi con l'amante complice oppure lasciarlo alle
bastonate del finto marito, mentre il parassita Artotrogo («Rosicchiatore
di pane»), furbo, avido, consapevole delle bugie del suo
signore, per interesse sostiene le millanterie del padrone, al
punto da ricordare cose... mai accadute *.
vv. 1-19
Pirgopolinice (agli attendenti): Fate che il
mio scudo brilli più lucente di quanto sogliono essere lucenti i
raggi del sole, allorché è tempo sereno, affinchè, quando verrà
il momento del bisogno, nel mezzo della mischia, esso scudo
abbagli la vista dei nemici in campo. Voglio proprio consolare
questa spada, che non si lamenti più e non disperi, dato che
ormai da lungo tempo la porto senza usarla. Essa, poverina, che
smania di far polpette dei nemici! Ma Artotrogo dov'è?
Artotrogo: Sta vicino a un valoroso, a un
fortunato, a un uomo di bellezza regale, e poi un guerriero...
Marte non oserebbe vantare né paragonare il suo valore al tuo.
Pirgopolinice: Intendi alludere a quello che
io risparmiai nei campi Gorgoglianici, là dove era duce supremo
Bumbomachide, figlio di Clitomestoridisarco e nipote di Nettuno?
Artotrogo: Me lo ricordo. Evidentemente tu
parli di quel guerriero colle armi d'oro, cui disperdesti le
legioni con un soffio, come il vento disperde le foglie o la
paglia dei tetti.
Pirgopolinice: Ma questo è niente, per
Polluce! (tr. Rosato)
13)
Mercator:
fu imitata dal Giannotti («II Vecchio Amoroso»).
Carino, al ritorno da uno dei suoi viaggi,
porta con sé una schiava molto bella di cui è invaghito e che,
mentre il giovane si reca a casa, è vista al porto da Demifone,
padre di Carino, il quale se ne interessa immediatamente.
Un servo, accortosi delle mire del vecchio,
pensa di far bene affermando che il padroncino è intenzionato a
donarla alla madre.
Demifone subito cerca di dissuadere Carino da
quel proposito folle, gli «consiglia» di vendere la fanciulla e
gli propone, quale compratore, Lisimaco, un suo vecchio amico...
tanto amico, egli pensa, che non esiterà, una volta effettuato
l'acquisto fittizio, a mettergliela a disposizione.
A rompere le uova nel paniere a Demifone è la
moglie di Lisimaco la quale, di ritorno dalla campagna,
scoprendo il marito con la ragazza e credendola una sua amante,
costringe Lisimaco a dire tutta la verità, per cui Demifone deve
rinunziare alla schiava in favore del figlio.
14)
Pseudolus:
fu rappresentata per la prima volta nel 191 a.C. durante i «Ludi
Megalenses» banditi per la consacrazione del tempio della «Magna
Mater»; manca del prologo; il titolo corrisponde al nome dello
schiavo astuto intorno al quale gira l'azione e che non per
nulla così si chiama (Pseudolus = Trappola).
L'azione si snoda secondo i tipici meccanismi
del teatro plautino. Al centro della vicenda è posta la figura
del servo abile tessitore di inganni, il quale mette questa sua
capacità al servizio del suo giovane padrone Calidoro: la
giovane amata da questi, Fenicio, è stata dal lenone Ballione,
cui appartiene, promessa ad un soldato macedone per la somma di
venti mine, di cui quindici già versate, mentre le restanti
verranno pagate ad avvenuta consegna della fanciulla.
Dopo una rutilante serie di peripezie in cui
si segnala, per la sua effervescenza, lo scambio di battute e
contumelie tra Calidoro, Ballione e Pseudolo, il servo (che
giustamente è stato considerato dal Carena il precursore della
maschera Brighella *), riesce ad irretire Ballione che risulta,
di fatto, il vero truffato.
vv. 561-573
Pseudolo (agli spettatori): Ho sospetto che
voi sospettiate che io vi prometto sì grandi imprese per
divertirvi, finché conduca a termine questa commedia, e che in
realtà non farò quel che ho promesso. Ma io non mancherò. Ma in
realtà anche questo è certo: che non so ancora come attuerò la
mia impresa, ma solo che la attuerò. Chi si fa innanzi per dare
spettacolo, dovrà portare sulla scena qualche nuova invenzione
in un nuovo stile. Se è incapace di fare ciò, si tiri indietro e
faccia posto a chi ne è capace. Ora mi conviene ritirarmi un
momento in casa, per radunare nella mia testa le schiere dei
miei inganni. Ma subito uscirò, non vi farò attendere. Nel
frattempo il flautista qui presente vi diletterà. (tr. Rosato)
II lenone farà le spese di tutto mentre
Calidoro avrà la sua Fenicio.
Cicerone, a proposito di questa commedia, ci
attesta come, ancora ai suoi tempi, venisse particolarmente
gustata nell'interpretazione di Q. Roscio nelle vesti di
Ballione.
15)
Poenulus
(«II giovane Cartaginese»): un personaggio, Annone, all'inizio
del quinto atto parla in pseudo-cartaginese.
Così il Coleiro la riassume: «[...] sono
ancora i due schiavi di Agorastocle (cartaginese rapito dalla
sua città quando era bambino) i protagonisti della truffa su cui
è basata la commedia e che determina il lieto fine. Lo schiavo
Milfione escogita lo stratagemma a danno del mezzano Licene ed
il servo Collibisco lo esegue. Vestendosi da forestiero e munito
di una buona somma di denaro, Collibisco si fa introdurre nella
casa di Licone e pretende che per il momento sia la sua
abitazione. Dopo di che Agorastocle, sempre d'accordo con
Collibisco, si presenta con testimoni a Licone e lo accusa di
dare alloggio ad un suo servo che gli era scappato e di
incoraggiarlo a rubare il suo padrone. Arriva pure Annone (zio
di Agorastocle), riconosce le sue figlie e se le fa restituire:
queste sposano, la maggiore Agorastocle e la minore un ufficiale
che l'ammirava».
16)
Persa
(«II Persiano»): manca il prologo; sconosciuto il modello.
Anche per questa trama ci viene in soccorso
il Coleiro: «[...] tutta l'azione si basa sulla furberia e
l'audacia dei due schiavi Tossilo e Sagaristione.
Tossilo vuoi liberare la schiava Lenniselene
che ama, comprandola da Dordalo. Non avendo il denaro, lo chiede
in prestito all'amico Sagaristione. Questi, non avendo neppur
lui il denaro, se lo fa prestare da un amico.
Tossilo, ricevuto il denaro, compra e libera
Lenniselene. Senonché ricorre ad uno stratagemma per ottenere il
denaro che ora deve a Sagaristione e persuade questi a prestarsi
per questo stratagemma.
Tossilo persuade Satollone, un parassita, a
permettere che Sagaristione, vestito da persiano, venda a
Dordalo sua figlia, anch'essa vestita da persiana, come se fosse
una schiava. Dordalo la compra per una grossa somma che consegna
a Sagaristione. Da questa somma Sagaristione restituisce la
somma avuta in prestito per darla a Tossilo per comprare
Lenniselene ed il resto lo tiene per sé. Dopo questo, il
parassita Satollone si presenta a Dordalo e si fa restituire da
lui sua figlia e ciò senza alcun compenso».
17)
Rudens
(«La fune»): all'inizio del secondo atto (vv. 290-304) si legge
l'unico coro a noi pervenuto del teatro comico latino *.
vv. 290-302
Pescatori: I poveri vivono miseramente in
ogni aspetto della loro esistenza, specialmente quelli che non
hanno una fonte di guadagno e non hanno appreso alcun mestiere.
È giocoforza che debbano accontentarsi di quel che c'è in casa.
Già voi sapete a un dipresso da questo equipaggiamento come noi
siamo ricchi: questi ami e queste canne servono a guadagnarci da
vivere.
Ogni giorno dalla città veniamo qui al mare a
cercare il nostro pascolo; come esercìzi ginnici e di palestra
noi questo abbiamo. Cerchiamo di prendere ricci, patelle,
ostriche, datteri marini, conchiglie, ortiche, arselle, placusie
striate. Dopo attacchiamo la pesca con l'amo e la pesca tra gli
scogli. Cerchiamo di cavare dal mare il nostro cibo. Ma se non
ci è riuscito di pescare qualcosa, né abbiamo preso neppure una
manciata di pesci, salati e lavati alla perfezione ce ne
torniamo a casa in silenzio e andiamo a letto senza aver cenato.
E dal momento che ora il mare è fortemente agitato, non abbiamo
alcuna speranza. Se non prenderemo neppure un po' di conchiglie,
certamente abbiamo beli'e cenato. (tr. Rosato)
Le amare riflessioni dei pescatori che
costituiscono il coro ed il senso della ineluttabilità del
destino, che richiama la desolata malinconia di alcuni epigrammi
greci, ben si riconducono alla vicenda del protagonista,
l'ateniese Demone, che il rapimento della figlia e la miseria
materiale hanno spinto ad isolarsi in un luogo vicino al tempio
di Venere presso la spiaggia di Cirene. Al turpe rapitore,
Labrace, la fanciulla sarà sottratta grazie al casuale
ripescaggio di un baule che permetterà il riconoscimento della
sua condizione libera.
Il titolo è derivato da una fune a cui è
assicurato il baule.
Anche attraverso il complicato intreccio
della trama è possibile cogliere la dimostrazione della volontà
plautina di piegare lo spirito dei suoi modelli ai temi delle
farse italiche.
Di certo, all'unisono con il Castorina, non
possiamo disconoscere a questa commedia di Plauto una
insospettata pensosità sicché «questo nuovo aspetto della sua
arte rivela pienamente l'anima del poeta».
18)
Stichus:
manca il prologo; fu rappresentata per la prima volta nei «Ludi
plebei» del 201 a.C.
Anche se la commedia prende il nome da un suo
personaggio, questo appare solo nell'ultima scena nella sua
condizione di schiavo nel corso di un banchetto di celebrazione:
la vicenda, in effetti, tratta di due sorelle sposatesi con due
fratelli, ormai da tre anni lontani da casa dopo aver dissipato
tutto il guadagno accumulato con il commercio.
Respinta l'idea di risposarsi, fatta balenare
loro dal padre, le due donne vedono premiata la loro attesa
perché finalmente i mariti, Epignomo e Pamfilippo, fanno ritorno
a casa e, fatto ben accetto anche dal suocero, dimostrano di
essere diventati assennati e giudiziosi, colmando di stupore lo
stesso Gelasimo, il parassita che tanto li aveva aiutati a
dissipare il patrimonio!
19)
Trinummus:
«Le tre monete»; venne imitata dal Cecchi («La Dote») e dall'Alamanni
(«La Flora»); prende nome dalla somma data ad un sicofante
perché si presti ad effettuare una sostituzione di persona.
20)
Truculentus:
«L'uomo rozzo»; pur prendendo il nome da un servo violento e
brutale, l'azione si svolge tratteggiando l'astuzia dell'etera
Frenesia, capace di cavar denaro da un campagnuolo (Strabace),
da un cittadino (Diniarco) e da un soldato (Stratofane).
21)
Vidularia:
«La commedia del bauletto»; mutila e frammentaria.
Un giovane perde un baule durante un
naufragio e, successivamente, va a servizio, ma il ritrovamento
del baule contenente anche un anello gli permette di individuare
nel ricco signore, di cui è diventato servo, suo padre.
Il gioco scenico
Anche se il Sarsinate trasse gli argomenti e
gli spunti delle trame dalla commedia greca, non si limitò ad
una semplice traduzione letterale, ma soppresse episodi, alterò
battute, mischiò ad usanze greche quelle romane: in altri
termini, la predilezione per un modello non impose costrizioni
alla sua libertà di artista della parola.
Nelle sue commedie più che il pallio traspare
la toga, e la sua fedeltà ai modelli dell'Ellade è solo
convenzionale e relativa: notevole è la capacità di «combinare»
scene tratte da più modelli greci e nel ricavare da essi una
sola scena, un solo atto, che, nonostante ciò, sembra
incontaminato e con i requisiti della latinità.
In Plauto, in effetti, è modesto l'interesse
per l'intreccio che, pur avendo la sua importanza, nelle sue
commedie passa in seconda linea perché allo scrittore importa
divertire la gente con parole allusive, con frizzi, con gags
fondate sull'equivoco e sul doppio senso, piuttosto che tener
desta l'attenzione mediante gli sviluppi di un intreccio.
E così anche i personaggi, e lo abbiamo visto
in precedenza ad eccezione, forse, di quello più o meno unico
del soldato millantatore (che raggiunge effetti di insuperabile
comicità), sono tipi comuni, convenzionali: il servo astuto e
ricco di espedienti, il parassita sempre accattivante pur di
sedere alla mensa del padrone, il figlio del padrone pronto ad
ingannare il padre con l'aiuto di un servo, cortigiane e schiave
disponibili e capaci di sedurre giovani ingenui o esperti padri.
Non è tanto, dunque, l'introspezione o lo
scavo psicologico dei personaggi che interessa a Plauto, quanto
la vivacità del gioco scenico, affidata soprattutto alla
mirabile versatilità della lingua e alle continue variazioni
metriche («numeri innumeri»).
Una Poetica della
finzione: il metateatro platino.
Il teatro plautino si basa su situazioni
realistiche ma sono situazioni convenzionali e spesso
ripetitive. Si basa su personaggi inverosimili o meccanismi
comici ripetitivi come la beffa ingegnosa, l'equivoco, lo
scambio di persona o il travestimento. Plauto è infatti poco
interessato alle trame delle sue commedie e spezza l'illusione
scenica costringendo lo spettatore non ad immergersi nella
vicenda ma a guardarla dal di fuori. Anche il significato del
teatro plautino che è abbastanza liberatorio e carnevalesco e
tale per coinvolgere meglio il pubblico e farlo divertire
maggiormente.
I giudizi degli antichi
La lingua è così prettamente latina che
Cicerone non esita a proclamarlo, insieme a Nevio, tra i più
puri scrittori latini e a qualificarlo «voce peculiare della
stirpe e della città di Roma».
Prima dell'Arpinate è L. Elio Stilone ad
asserire che «le Muse, qualora volessero servirsi
dell'espressione umana, parlerebbero con la lingua di Plauto».
Lo stesso Varrone conferma che «la
superiorità di Plauto è nei dialoghi».
Il solo Orazio risulta molto severo con il
Sarsinate: lo condanna per la sua «voglia» di far soldi ad ogni
costo e non giudica entusiasticamente le commedie che «i nostri
antenati accolsero con eccessiva tolleranza, per non dire
stoltezza, ammirando troppo i metri ed i frizzi di Plauto».
La lingua
La tecnica espressiva si basa su assonanze,
allitterazioni, giuochi di parole, locuzioni metaforiche, modi
di dire, grecismi e riferimenti, quasi sempre in senso traslato,
a fatti sessuali: un linguaggio chiaramente preso da quello
colloquiale e popolare del tempo e, come afferma il Pennacini,
«ricco di colore e sensuale».
Il dialogo
Ne deriva che l'elemento a cui essenzialmente
è dovuta l'eccellenza di Plauto, è il dialogo: vario, vivace,
ricco, allusivo, spiritoso, arguto, pronto, parodistico.
Nelle commedie plautine, come si è accennato
in precedenza, sogliono distinguersi tre parti fondamentali: «diverbia»
(o «deverbia»), recitativi, «cantica».
«Deverbium»,
«Recitativi», «Cantica»
II Portolano così definisce queste parti: «Si
intendeva per "deverbium" il dialogo, ma rientravano nella
definizione anche il prologo ed eventuali monologhi, purché si
trattasse di parti che dovevano essere recitate con tono di voce
normale, senza intonazione ritmica, forse anche nel senso che
non doveva sentirsi il ritmo del verso [...] Per "recitativi" si
intendevano, invece, le parti declamate, quelle cioè nelle quali
si faceva maggiormente risaltare il ritmo del verso, anche
attraverso un accompagnamento musicale, a livello di sottofondo,
che veniva eseguito tra le quinte [...] I "cantica" sono,
infine, le parti musicali vere e proprie, nelle quali il
rapporto parola-notazione musicale è diretto e vincolante. In
generale si trattava di monologhi o, con termine musicale,
monodie».
LA COMMEDIA
Cecilio Stazio
Stazio nacque, come attesta Girolamo
*, nella Gallia Cisalpina, forse a Milano, nel 220 a.C..
Cecilio Stazio, il famoso scrittore di
commedie è considerato, per la nascita, un Gallo Insubre [...]
Alcuni lo vogliono nativo di Milano.
... e fu condotto a Roma probabilmente tra i
prigionieri di guerra successivamente al trionfo di M. Claudio
Marcelle in quella regione.
Nell'Urbe iniziò gli studi di latino e di
greco facendosi apprezzare tanto da meritare di essere
affrancato dal patrizio Cecilie, che gli fece anche assumere il
nome gentilizio.
Invece così Gellio * trae
l'etimologia del suo nome:
«Statius» fu un nome da schiavi. Molti
schiavi nei tempi antichi ebbero quel nome. Anche Cecilio, il
famoso commediografo, fu schiavo e, perciò, si chiamò «Statius».
In seguito questo nome passò a cognome ed egli si chiamò Cecilio
Stazio.
Più tardi entrò a far parte del collegio dei
poeti sull'Aventino e, qui, conobbe Ennio di cui divenne un
fidato e stimato amico.
Per nulla demoralizzato dalla non esaltante
accoglienza dei suoi primi tentativi teatrali, non apprezzati da
un pubblico ancora affascinato dalla commedia plautina, Stazio,
non privo di tenacia e con la valida collaborazione
dell'attore Ambivio Turpione, riuscì alla fine ad ottenere un
successo ben meritato.
Generoso e privo di invidia, ricevette, verso
la fine della sua carriera, un giovane scrittore sconosciuto che
gli fece leggere la sua prima commedia: a Stazio bastarono pochi
versi per comprendere quanto grande fosse l'ingegno del giovane
che rispondeva al nome di Terenzio.
Stazio morì nel 166 a.C. e, a leggere
Girolamo *, fu sepolto accanto ad Ennio.
[...] e trovò sepoltura accanto a lui sul
Gianicolo.
Autore intermedio, non solo per ragioni
cronologiche, tra Plauto e Terenzio, Stazio seppe prendere dal
Sarsinate il meglio ed approssimarsi alla perfezione del genere
che sarà raggiunta con Terenzio. Segnò così una fase di
transizione tra la commedia eminentemente comica del primo e
quella sentenziosa e moraleggiante del secondo.
Anche se inizialmente si limitò ad
interpretare liberamente i modelli greci, non riuscendo gradito,
come leggiamo nel secondo prologo dell'«Hecyra»
terenziana, allo scaltrito spettatore del tempo, in seguito
prese a seguire più da vicino il commediografo greco Menandro
(sono ben sedici i titoli di sue commedie comuni a quelle
me-nandree, secondo Cicerone), acquistando sempre più fortuna
anche grazie alla notevole bravura di un Ambivio Turpione,
considerato una vera e propria «star» del palcoscenico.
La produzione teatrale
Delle sue commedie, circa quaranta, non
restano che alcuni titoli (latini, greci e latini e greci
insieme) e quasi trecento versi.
I TITOLI GRECI
Tra i titoli greci, che stanno ad indicare la
fedeltà con cui Cecilie seguì i suoi modelli, ricordiamo: «Nauclerus»,
«Epistathmos» («II soprintendente»), «Asotus» («II
dissoluto»), «Androgynos» («L'ermafrodito»), «Andreia»
(«La donna di Andrò»), «Synephebi» («I compagni di
gioventù»), «Plocium» («La collana»), «Chalcheia»
(«La festa dei fabbri ferrai»), «Progamos» («La vigilia
delle nozze»), «Epicleros» («L'erede»), «Exchautuhestos»
(«Chi confida in se stesso»), «Dardanus» («II
Troiano»), «Aethrio» o «Aetherio» («L'etereo»).
I TITOLI IN LATINO
Quelli in latino si collegano a Plauto, ma
alludono a soggetti ben diversi: «Exul» («L'esule»), «Portitor»
(«II capitano di porto»), «Pugil» («II pugile»),
«Fallacia» («L'inganno»), «Epistula» («La lettera»),
«Triumphus» («II trionfo»), «Demandati» («I
pupilli»), «Meretrix» («La cortigiana»), «Syracusii»
(«I Siracusani»).
TITOLI BILINGUI
Dei titoli bilingui ricordiamo: «Obolostates
sive Faenerator» («L'usuraio»), «Hypobolimaeus sive
Subditivos» («II figlio sostituito»).
Il «Plocium»
L'unica trama di cui abbiamo soddisfacenti
notizie è quella del «Plocium», una commedia che si
ispira a Menandro. Al centro della vicenda vi sono due famiglie
vicine di casa, una ricca, l'altra povera: vi è una promessa di
nozze tra un giovane della prima e una fanciulla della seconda,
senonché tutto sembra andare a monte allorché si scopre che la
ragazza, violentata da uno sconosciuto, è incinta.
II caso è risolto da un ritrovamento: la
collana, donata dal seduttore alla fanciulla, non è di uno
sconosciuto, ma del giovane promesso, padre del bambino.
Nel frammento che proponiamo, assistiamo agli
sfoghi lamentosi sulle sue infelici nozze del marito di Crobile,
donna ricca, ma vecchia e brutta, che è riuscita a far vendere
dal «coniuge» una giovane e graziosa ancella sospettando che
questa se la intendesse con il padrone *.
Non poterlo celare, il proprio male, questa
sì ch'è una pena insopportabile! Quanto debbo patire per mia
moglie, per la bruttezza, per il suo carattere, se pure lo
tacessi, apparirebbe in piena luce meridiana. Tutto quello che
non vorresti, essa l'ha, tutto, fuor che la dote. Chi sol abbia
un briciolo di senno, dal mio esempio deve apprendere! È la
nemica mia, ed io il suo schiavo; io, io, nato libero, e sebbene
la rocca e la città sian salve! E vivo, mentre sospiro il giorno
che la morte la prenda, come un morto in mezzo ai vivi. Che vi
pare? Perché dovrei serbarmi proprio ciò che mi toglie tutto
quanto mi dia una gioia al mondo? Con l'ancella, dice lei, di
nascosto me l'intendo; e mi assale, mi assilla; con le lagrime,
con preghiere, con rimproveri, non mi da requie giammai, sin
ch'io vendo quell'ancella. E or, vedete, me l'immagino, con
comari, con parenti, è riunita in conciliabolo; e d'udirla mi
pare:
«Chi di voi, nel primo fiore della sua
bellezza, ottenne dal marito quel che io vecchia riuscii ad
ottener da mio marito; si, rapirgli la ganza, poco fa!». Tutt'oggi,
certo, se la spasseranno a mie spese. In berlina sarò messo!
(tr. Bignone)
I «Synephebi»
Anche nei «Synephebi», in una trama
che vede un innamorato lamentarsi dell'eccessiva generosità di
un padre che toglie al figlio la gioia di cavargli soldi con
l'inganno, spiccano pensose sentenze e riflessioni sulla noiosa
vecchiaia.
La mancanza di
«contaminatio»
In queste commedie, pur giunteci lacunose, si
nota, oltre ad un accurato studio dei personaggi e ad una grazia
curata del discorso, arricchito anche da proverbi e massime
filosofiche, una caratteristica fondamentale: la completa
assenza della «contaminatio» tanto cara a Plauto.
E, ad evitare una facile accusa a Stazio di
avere «tradotto» e non reinterpretato originalmente le commedie
greche, il Riposati a ragione aggiunge: «se Cecilio abbia
evitato la "contaminatio" solo per amore della novità
oppure per ossequio al mutato gusto letterario del tempo, amante
di una maggiore semplicità dello sviluppo drammatico, non è
facile dire; certo è comunque che ne risultò un tipo di dramma
più semplice e lineare, più compatto ed organico. Ciò però non
deve indurre a credere che Cecilio sia stato un freddo
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