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Il latino "recente"

 

 

 

 

 

Proposte di lettura:

Devoto - Storia della lingua di Roma

Benveniste - Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee

Lazzeroni - Contributo allo studio della preistoria del carmen latino

La lingua latina che noi ammiriamo nei grandi autori, da Plauto a Terenzio, che sono i primi scrittori dì commedie, a Virgilio, Grazio, Catullo ecc., che sono poeti raffinati, non s'è formata di colpo né è stata sempre scritta ed affidata all'elaborazione letteraria. Anche il latino, dapprima, era la lingua umile e limitata di un piccolo popolo di pastori, di contadini, di lavoratori, di sacerdoti. Si parlava nella regione del Lazio, sulle rive del Tevere, qualche chilometro prima che il fiume scendesse al mare. Questi antichi latini, verso il secolo VIII prima di Cristo, disponevano di poche parole, adatte alla loro modesta civiltà e capaci di esprimere il loro particolare mondo d'affetti, di sentimenti, d'interessi. Avevano le parole che servivano all'ambiente familiare, alla vita dei campi e degli scambi commerciali, alla loro tradizionale fede religiosa, ad alcune essenziali norme che regolavano il loro diritto e la loro giustizia. Ma attorno a loro, per tutta l'Italia c'erano tanti altri popoli dì nazionalità affine e anche diversissima, che parlavano linguaggi differenti, alcuni dei quali assai simili al latino di Roma ed altri invece lontanissimi e incomprensìbili per i Romani. E a quell'epoca remota non c'erano scrittori, non c'era letteratura, non si era ancora diffuso l'uso dei libri. Tutto si tramandava oralmente, per tradizione, da padre in figlio; se mai, s'incideva soltanto qualche iscrizione di carattere religioso, o funerario o contrattuale, affidata alla resistenza della pietra o del bronzo; ma si parlava senza grammatiche, senza vocabolari: la lingua era allora come un dono spontaneo e generoso della natura, quasi nata dalle cose stesse e che gli uomini avevano ereditata assieme al sangue di razza, alla religione.

I latini erano circondati da popoli umbri, osci, sabini, sanniti, opici (che appartenevano alla comune stirpe «italica»); ma via via che ci si allontanava dalle rive del Tevere, le divergenze nazionali e linguistiche aumentavano. C'erano a nord di Roma gli Etruschi, i Liguri, i Galli, i Veneti ecc. e a sud i Greci,

I Siculi ecc., che parlavano lingue straniere, nettamente distinte dal latino. Ma noi sappiamo che i latini, mercé la loro intelligente intraprendenza, lo spirito organizzativo di cui erano dotati, la prevalenza delle loro armi e dei loro guerrieri e condottieri, s'impadronirono nel corso di pochi secoli di tutte le regioni e le province d'Italia, della Gallia, dell'Iberia, dell'Africa settentrionale ecc. E allora la lìngua ch'essi parlavano si allargava, acquistava un respiro più ampio, s'arricchiva di parole, di derivati, di forme più precise, di significati e di valori più vasti, in conformità alla nuova funzione che i Romani erano chiamati ad assolvere dal loro destino imperiale. E sorse così la necessità di scrivere e unificare le leggi, di affidare i principi religiosi e civili alla memoria delle lettere, di rinarrare la grande storia della patria, di fornire alla nuova aristocrazia, prima della Repubblica e poi dell'Impero, opere di pensiero, di scienza, di filosofia, di poesia. A mano a mano si venne formando e stabilendo la grande lingua latina: ricca, precisa, solenne. Da lingua «materna», come la chiama Dante, a lingua universale.

Dunque, tutte queste popolazioni, che, come s'è detto, erano di stirpe diversa, entravano a far parte della vita politica ed economica di Roma, ne accettavano il dominio, si uniformavano alle sue leggi ch'erano le migliori dell'antichità, ne apprendevano necessariamente la lingua. Poco per volta finivano col dimenticare il linguaggio dei loro avi sostituendolo con il latino, che aveva maggior prestigio, non solo perché era parlato dai vincitori, ma anche perché con esso erano scritte le leggi e le opere di pensiero: insomma, perché la lingua di Roma rappresentava allora la civiltà più evoluta dell'Italia e dell'Europa occidentale.

E così ben presto tutti i popoli sottomessi a Roma mutavano la loro nazionalità, si sentivano romani, perché venivano a godere d'una organizzazione politica e sociale assai progredita. Roma lì accoglieva, li educava e assimilava alla sua tradizione, li faceva partecipi della sua potenza, che da dominatrice diventava garante di protezione e di giustizia. Molti scrittori latini, anche tra i maggiori, non sono nativi di Roma, ma provengono da ogni parte d'Italia, della Gallia, dell'Iberia ecc. Essi imparavano la lingua latina dai loro stessi genitori, la perfezionavano con l'insegnamento delle scuole, la epuravano con la lettura dei classici, spesso anche con una lunga dimora a Roma. Plauto era nato nell'Umbria; Ennio vicino Brindisi; Terenzio era africano, nativo di Cartagine; Catullo era di Verona, Grazio di Venosa nella Lucania, Virgilio di Mantova, Ovidio di Sulmona, Tito Livio di Padova; Seneca era di nazionalità spagnola, nativo di Cordova, ecc.

Se noi mettiamo a confronto questi autori, notiamo che presso a poco scrivono tutti la medesima lingua, usano le stesse parole, si valgono d'una grammatica e d'una sintassi identiche. Le differenze, quando ci sono, dipendono per lo più dallo stile, cioè dalle caratteristiche individuali dello scrittore: precisamente come avviene anche nell'italiano, che è lingua comune, per esempio, a Leopardi, a Carducci, a Pascoli, a D'Annunzio, ciascuno dei quali tuttavia ha uno stile proprio che lo distingue dagli altri, pur adoperando lo stesso vocabolario e le stesse abitudini grammaticali.

Ma il popolo che parlava la lingua viva, quella d'ogni giorno, adatta ad esprimere con immediatezza i rapporti familiari e pratici, non poteva seguire i modi rigorosi e ricercati degli scrittori. Anche ai nostri giorni ci accorgiamo di scrivere in maniera più o meno diversa dal modo di parlare. Così avveniva per le antiche popolazioni del vasto impero romano. Anche negli ambienti popolari si parlava il latino, ma non precisamente quello che a noi hanno tramandato le opere letterarie. Lo stesso Cicerone, che fu il più grande oratore romano, quando scriveva agli amici lettere private usava un latino più dimesso, d'intonazione familiare, assai meno studiato di quello che ammiriamo nelle sue orazioni e nelle sue opere filosofiche.

Figuriamoci, dunque, quanto dovesse essere più semplice e più elementare il latino che sì parlava per le vie e le piazze della stessa Roma, nei suoi mercati, nei suburbi delle altre città d'Italia e dell'impero, tra i mercanti, gli artigiani, i legionari, i contadini ecc. Intanto, come suole accadere per ogni lingua che s'è formata una nobile tradizione letteraria, il popolo adoperava alcune parole che gli scrittori disdegnavano come troppo volgari, respingeva altre che sentiva difficili e raffinate, ricorreva a forme grammaticali e a costruzioni sintattiche più svelte, brevi, dinamiche, secondo la semplicità e la rapidità del discorrere familiare e alla buona. Non solo, ma non tutti parlavano allo stesso modo: via via che ci si allontanava da Roma, le differenze dialettali, nell'uso del vocabolario, nella pronunzia, nell'accento ecc. si facevano sentire più fortemente. Al di sotto del latino, qual è quello che noi conosciamo dai suoi scrittori «classici» e dalle grammatiche e dai dizionari che si sono formati sulle loro opere, c'erano tanti altri modi di parlare e di pronunziare il latino. Nelle diverse province dell'impero romano, attraverso i secoli, nel trapassare da un popolo all'altro e da una generazione all'altra, la lingua latina si differenziava, si evolveva, si alterava. Perdeva alcune parole e ne acquistava delle nuove; perpetuava l'uso di molti vocaboli, ma ne modificava a mano a mano i significati; semplificava la grammatica, rendeva più spedita la sintassi, introduceva nuovi modi di espressione, eliminava quelle raffinatezze a cui era arrivata e in cui s'era cristallizzata la lingua delle persone colte.

Insomma, accanto al latino che possiamo chiamare «classico» (quello delle leggi, della letteratura, della scienza, della religione ecc.), c'era il latino della gente che non va a scuola e non legge i libri e usa la parola per esprimere gli affetti e gl'interessi più elementari: cioè, la lingua ancora una volta «materna», che si apprende dalle labbra della nutrice.

(S. Battaglia - Le epoche della letteratura italiana, Napoli, 1966, pp. 52/58)


verso il latino

1: Fibula Praenestina

L'iscrizione è su una spilla d'oro risalente al sec. VII o VI a.C. e trovata a Preneste nel 1871. "med fhefhaked Numasioi": perfetto con raddoppiamento del tema non inusuale nel latino classico (es: perfetti tipo "cecini", "momordi"); la forma "fh" rende invece il suono dell'aspirata greca. Da notare la presenza del "d" d'origine indoeuropea ed il distacco del raddoppiamento dalla radice

Manios med fhefhaked Numasioi

(C.I.L., I, 3, 14, 4123)

Trascrizione                                                Manius me fecit Numerio

Traduzione                        Manio mi fece per Numerio (tr. Salvatore)

2. Cista Ficoroni

Recipiente di bronzo così chiamato dal nome di colui che la ritrovò nel 1738 in una tomba a Preneste. La datazione cronologica è incerta (IV o II sec. a.C.). Da notare, come nella "Fibula Praenestina", la presenza dell'originaria desinenza "os" del nominativo (Manios, Novios, Plautios) per "us". Med = me (accus) in sostituzione di me; fileai, Romai = filiae, Romae (gen. locativo).

Esso è di forma cilindrica e vi si legge...

Dindia Macolnia fileai dedit

Nouios Plautios med Romai fecid

(C.I.L., I, 561, 14, 4112)

Trascrizione                                                       Dindia Macolnia filiae dedit, Novius Plautius me Romae fecit

Traduzione                      Dindia Macolnia (mi) donò alla figlia Novio Plauzio mi fece a Roma (tr. Salvatore)

3. Vaso di Dueno

La definizione di "vaso di Dueno" è imprecisa, giacché si tratta non di uno, ma di tre vasetti d'argilla collegati tra loro. Altrettanto problematica la spiegazione di Duenus forse nome proprio dell'artifex, forse riconoscimento delle capacità artistiche di questi (in questo caso dunque Duenus = Bonus) e pertanto con valore aggettivale. L'iscrizione databile al VII sec. a.C. presenta numerose forme comuni alla "Fibula" di Frenesie ed alla "Cista" Ficoroni (es.: le forme "med", "ted"), mentre rilevante è, rispetto alla "Fibula Praenestina", la presenza del perfetto senza raddoppiamento (infatti "feked" invece di "fhefhaked"). Del vaso, trovato a Roma nel 1880, ci restano tre versi incisi con scrittura sinistrorsa, di cui ci è poco chiara l'interpretazione:

iouesat deiuos qoi med mitat nei ted endo cosmis uirco sied

ast ednois iopetoi tesiai pakari uois

duenos med feked en manomeinom duenoi ne med malostatod

4. Lapis nìger

È un cippo di tufo rinvenuto davanti all'arco di Settimio Severo nel 1899 e databile al VI sec. a.C.; formula di prescrizione d'accesso ad un luogo sacro conservato nel Foro romano. L'iscrizione, in caratteri bustrofedici, si presenta molto lacunosa e pertanto di dubbia interpretazione. Alcune forme permettono comunque di cogliere quelle che saranno le future evoluzioni: es. sakros = sacer.

quoiho °(

) sakros:es

edsord(

)°a(°)°as

recei:°°(

)euam

quos:re(

)m:kalato

rem:ha °(

od:iouxmen

ta:kapia:dotau(

m:i:te:ri °(

)m:quoìha

uelod:nequ(

)iod:iouestod

loiuquiod00

Trascrizione

Qui hunc lapidem rupsit violassit, is lovis sacer erit. Sordis qui faxit, asses CCC multae erunt... Regi multae exactio erti. Cum rex ducet in rem divam, quos rex ducet augures, ii iubeant suum kalatorem haec kalare. "Si quis cum iumentis veniat, ex iugo iumenta capiat, donec rex augures suum iter rite pergant". Si iumento ceciderit quid sordium alieni alvo, neque saluto, vitio fiet, si saluto, auspicio iusto liquido (fiet).

Traduzione

Chi romperà o profanerà questa pietra sarà vittima di Giove. Per chi farà lordume, la multa sarà di trecento assi... L'esazione della multa competerà al re. Quando il re li guiderà al rito, gli auguri condotti ordinino al suo banditore di bandire questi ordini: se qualcuno giunge con giumenti, prenda i giumenti dal giogo, finché re ed auguri proseguano, secondo il rito, il loro cammino. Se dal ventre di un giumento cadrà lordume e non sarà disciolto sarà colpa, se sciolto, sarà di retto auspicio sicuramente (ric., trascr., tr. Gianotti)

5. Lamina bronzea di Lavinio

Un'iscrizione sinistrorsa del VI-V sec. a.C.:

castorei. podlouqueìque qurois

Trascrizione                                  Castori Pollucique curis

Traduzione Ai Dioscuri Castore e Polluce (trascr., tr. Lana)

6: Cippo dì Spoleto

Di pietra, trovato a Spoleto nel 1876, con iscrizioni sulle due facce, da datare successivamente al 241 a.C. (anno in cui la città diviene colonia latina), contiene un divieto:

faccia a:

honce loucom

ne qus violatod

neque exvehito neque

exferto quod louci

siet neque cedito

nesei quo die res deina

anua fiet eod die

quod rei dinai cau(s)a

f)iat sine dolo cedre

l)icetod sei quis

faccia b:

violasit iove bovid

piaclum datod

sequis scies

violasit dolo malo

iovei bovid piaclum

datod et a. CCC

moltai suntod

eius piacli

moltaique dicator(ei

exactio est(od

Traduzione

Questo bosco sacro nessuno violi e nulla sottragga o porti via di appartenenza al bosco e non faccia legna tranne nel giorno del rito annuale; però in quel giorno — quanto si fa per rito annuale — sia lecito far legna senza infrazioni. Se qualcuno / commetterà violazione offra espiazione a Giove con un bue e se qualcuno sciente la commetterà e con mala intenzione offra espiazione a Giove con un bue e ci sia multa di trecento assi. Di quell'espiazione e di quell'oblazione l'esazione è affidata al dedicatario. (tr. Gianotti)

7: La lamina di Falena

È una lamina bronzea scritta sulle due facce, rinvenuta in Etruria e da far risalire in età successiva al 238 a.C.: contiene una dedica di cuochi falischi; in saturni la seconda parte...

faccia a:

lovei lunonei Minervai

Falesce, quei in Sardinia sunt,

donum dederunt. magistreis

L. Latrìus K. f., C. Salv(e)na Voltai f. coiraveront.

faccia b:

gonlegium quod est aciptum aetatei aged(ai)

opiparum a(d) veitam quolundam festosque dies,

quei soueis aastutieis opidque Volgani

gondecorant sai(pi)sume comvivia loidosque,

ququei huc dederu(nt i)nperatoribus summeis

utei sese lubent(es be)ne iovent optantis

(C.I.L., I, 2, 364)

Trascrizione

A - lovi lunoni Minervae Falisci qui in Sardinia sunt donum dederunt. Magisteri L. Latrìus Kaesonis filius, C. Salvena Voltae filius curaverunt.

B - Collegium quod est acceptum aetati agendae opiparum ad vitam colendam festosque dies, qui suis astutiis opeque Vulcani condecorant saepissime convivia ludosque, coqui hoc dederunt imperatorìbus summis (dis), uti sese libentes bene iuvent optantes.

Traduzione

A - A Giove, Giunone e Minerva diedero in dono i Falisci che sono in Sardegna. Sovrintendenti furono Lucio Latrio figlio di Cesone, Gaio Salvena figlio di Volta.

B - Un'associazione ben accetta per ammazzare il tempo, ben dotata per godere la vita e i giorni di festa, i cuochi che coi loro trucchi e l'aiuto di Vulcano tanto spesso onorano banchetti e giochi, quest'oggetto han dedicato ai sommi comandanti augurando che essi si compiacciano d'assisterli. (trascr., tr. Gianotti)

8: Coppa di Civita Castellana

L'iscrizione, di tono simposiaco, presenta elementi fonetici latini e falischi che la fanno risalire al V-IV sec. a.C.. La provenienza dall'Umbria di questa iscrizione appare condizionante per quanto concerne la presenza di forme dialettali del luogo: es: pipafo = bibam; carefo = carebo, in cui si nota la presenza nella prima forma del raddoppiamento unito all'uscita in "fo" ("bo" latino); "foied" (forma di derivazione etrusca = lat. "hodie" con la "f" al posto della "h" iniziale, e "cra" (lat. "cras").

Foied vino pipafo, cra careno

Trascrizione                               Hodie vinum bibam, cras carebo

Traduzione Oggi bevo vino, un giorno dovrò morire (tr. Riposati)

9: Iscrizioni funebri e non

Un'iscrizione posta dal padrone sulla tomba del proprio liberto:

... o L. I. scurrae homini

(probi)ssumo maxumae

(fidei) optumo leiberto

(patronus) fecit

 

Al ... liberto di Lucio

di professione buffone

onestissimo ed ottimo liberto

di massima fedeltà

il padrone pose.

(tr. Gianotti)

Iscrizioni sepolcrali, si, ma questa volta su lucerne (230-220 a.C.?):

Claudio; non sum tua

Di Claudio; non sono tua

 

Sotae sum; noli me tanger

Appartengo a Sota; non toccarmi.

 

Ne atigas; non sum tua, M. sum

Non portarmi via; non appartengo a te, ma a Marco.

10: Carmen Saliare

Da datare intorno al sec. VI a.C. questo carme in onore del dio della luce era intonato dai Salii nel mese di marzo. I Salii, che secondo la testimonianza di Varrone (cfr. De lingua latina VI, 18), per impedire il trafugamento di uno scudo sacro caduto dal ciclo, sarebbero divenuti ufficialmente custodi di 12 scudi forgiati dal fabbro Mamurio Veturio, erano 24 distinti in 12 palatini e 12 collini, così definiti dal luogo dove avevano sede i rispettivi luoghi di culto (il Palatino ed il Quirinale). La loro carica era a vita e potevano essere rimossi solo in caso di elezione a pretori, consoli, flamini.

Divom em pa cante,

Divom deo supplicate.

Quonne tonas, Leucesie,

Prai tet tremonti

Quot ibei tet dinei

Audiisont tonase.

(Gr. Lai. 7 p. 28 Keil)

 

Trascrizione

………………………

Cum tonas, Luceri,

prae te tremunt

quot ibi te di

audierunt tonare

 

Traduzione

Lui, padre degli dei, cantate;

inginocchiatevi davanti al dio degli dei (tr. Della Corte).

Quando tuoni, o signore della luce,

davanti a te tremano

quanti dei nel ciclo t'udirono tonare, (tr. Pighi)

11: Carmen Arvale

Evidente la connessione del termine ad "arva" e dunque il carattere eminentemente agrario di questo consorzio. Erano in numero di 12 e celebravano riti secondo formule arcaiche, particolarmente in onore della dea Dia, nel bosco sacro a questa consacrata. I loro riti propiziatori a varie divinità tra cui Marte, aprono il problema della valutazione di questo invocato contro "epidemie e rovine alle quali egli reagirà come guerriero. Resta tuttavia il fatto che la società essenzialmente agraria dei Latini l'associava a riti assolutamente pacifici." (cf. Pastorino "La religione romana", Milano 1973)II frammento di questo canto, tra i più antichi documenti della poesia religiosa latina, ci è stato conservato da un'iscrizione del 218 d.C.:

E nos, Lases, iuvate! (ter)

Neve lue rue, Marmar, sins incurrere in pleores! (ter)

Satur fu, fere Mars, limen sali, sta ber ber! (ter)

Semunis alternei advocapit conctos. (ter)

E nos, Marmar, iuvato! (ter)

Triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe (ter)

(Acta, 218 d.C.)

 

Trascrizione

O nos, Lares, iuvate (ter)

ne luem ruinam, Marmar, sinas incurrere in plures! (ter)

satur es, fere Mars; limen sali, sta illic illic! (ter)

Semones alternis advocabit cunctos. (ter)

O, nos, Marmar, iuvato! (ter)

triumphe triumphe triumphe triumphe triumphe! (ter)

 

Traduzione

Oh, a noi! Lari, aiutateci! (tre volte)

No, pestilenza e rovina, o Marmar,

non permettere che trascorrano tra il popolo! (tre volte)

Sii sazio, o feroce Mars;

balza sulla soglia; fermati là là! (tre volte)

I Semòni, sei alla volta, li chiamerà tutti a parlamento (tre volte)

Oh, a noi! Marmor, aiutaci! (tre volte)

Trionfo! (tre volte)

(tr. Fighi)

12 Carmen Lustrale

Questa preghiera a Marte, recitata dal capofamiglia in maggio durante il rito della purificazione dei campi, ci è stata tramandata da Catone in De agri cultura, 141, 3. Lo scrittore fornisce notizie su quest'antica pratica religiosa di Roma particolarmente legata alle origini eminentemente agresti della sua società. Appare qui nell'invocazione a Marte, non quale dio della guerra ma quale divinità dell'agricoltura, un'ulteriore dimostrazione di quanto già notato a proposito del "Carmen Arvale".

Mars pater te precor quaesoque

uti sìes volens propitius

mihi domo familiaeque nostrae;

quoius rei ergo

agrum terram fundumque meum

suovitaurilia circumagi iussi:

uti tu morbos visos invisosque

viduertatem vastitudinemque,

calamitates intemperiasque

prohibessis defendas averruncesque; […]

 

O padre Marte ti prego e scongiuro,

perché tu sia favorevole e propizio

a me alla casa e alla nostra famiglia

e per questa grazia

intorno al mio campo alla mia terra al

mio fondo i suovetaurilia ho fatto

condurre

perché tu i mali visibili e invisibili

sciagura desolazione

calamità intemperie

impedisca difenda allontani […]

16: Poesia popolare

Una massima, fattaci pervenire da Macrobio 5, 20, 18:

hiberno(d) pulveri(d) verno(d) luto(d) grandia farra, ca(s)mille, metes.

 

Quando inverno è polveroso, primavera limacciosa,

molto farro e molto bello, o figliolo, mieterai. (tr. Pascoli)

Una dolce ninna-nanna:

lalla, lalla, lalla aut dormi aut lacte (=lacta; "poppa")

Alcune formule di scongiuro:

haveat, haveat, haveat!

ista pista sista!

dannabo danna ustra

 

Trascrizione

valeat, valeat, valeat!

ista pestis sistat!

damnabo damna vestra

 

Traduzione:

Stia bene (tre volte)!

Cessi questo malanno!

Scongiuro i vostri danni, (tr. Riposati)

 

Nec mula parit nec lapis lanam fert

nec huic morbo caput crescat

aut si creverit tabescat.

(Marcell. Med. 8, 191)

 

Né la mula fa figli, né la pietra produce lana,

né a questo malanno cresca la testa,

o se mai cresca, presto scompaia. (tr. Rosato)

17: L'epitaffio di Claudio

L'iscrizione risale al 132-122 a.C.:

Hospes quod deico paullum est: asta oc

pellege.

Heic est sepulcrum hau pulcrum pulcrai

feminae.

Nomen parentes nominarunt Claudiam.

Suom mareitum corde deilexit souo.

Gnatos duos creavit. horunc alterum

In terra linquit, alium sub terra locat.

Sermone lepido, tum autem incessu

commodo.

Domum servavit, lanam fedi. dixi. abei.

(C.I.L., 1, 1211)

 

Passeggero, ho così poco da dire... Fermati e leggi.

Questo è il sepolcro — oh, non bello — di una bella donna.

Di nome, i genitori la chiamarono Claudia.

Con tutto il cuore amò suo marito;

figli, due n'ebbe: di essi, uno ancora sulla terra

lasciò, l'altro sotto la terra ha disteso.

Altera quando parlava, graziosa nell'incedere,

custodì la sua casa filando. Ecco, è tutto: ora va’.

(tr. Carena)

18: Le iscrizioni degli Scipioni

Scoperte nel 1614 e nel 1780 sulla via Appia, risalgono al sec. Ili a.C.. Valido per tutte l’Epitaffio di L. Scipione Barbato: posto su un'iscrizione più antica, deve essere stato composto dopo la morte di Scipione (ca. 273).

Cornelius Lucius Scipio Barbatus

Gnaivod patre prognatus, fortis vir sa-

piensque,

quoius forma virtutei parisuma fuit,

consol censor aidilis quei fuit apud vos,

Taurasia Cisauna Samnio cepit,

subigit omne Loucanam opsidesque ab-

doucit... (C.I.L., 1, 7)

 

Lucio Cornelio Scipione Barbato,

figlio di Gneo, uomo forte e sapiente,

la cui bellezza fu pari al valore,

console, censore, edile presso voi (Romani),

conquistò Taurasia, Cisauna, il Sannio.

Soggiogò tutta la Lucania e ne trasse ostaggi, (tr. Sbordone)


dal latino all'italiano

La maggior parte delle differenze che presenta l'italiano rispetto alla lingua dell'antica Roma deriva appunto dal latino volgare, dall'uso popolare. È verissi-mo, dunque, che l'italiano, come le altre lingue dell'Europa occidentale (quali il francese, lo spagnolo, il portoghese ecc.) discendono direttamente dalla lingua latina; ma è altrettanto vero che se vogliamo renderci conto del perché la nostra lingua è così diversa dal latino che noi leggiamo nei classici, dobbiamo persuaderci ch'essa si è svolta dall'uso parlato, vivo, indotto, dialettale. Essa è il risultato di un'antichissima, lenta e continua evoluzione e trasformazione.

Quando noi riusciamo a intendere questa lunga storia che ha portato dall'antica lingua a quella d'oggi, e arriviamo a ritrovare e ricostruire le ragioni e le maniere per cui le remote parole di Roma hanno acquistato il volto odierno, allora saremo più convinti della discendenza dell'italiano dal latino. Ci parrà veramente che oggigiorno noi parliamo ancora la lingua degli antichi romani, ma una lingua che ha percorso tanti secoli di cammino e ha visto tramontare e risorgere più d'una antica civiltà: una lingua che affonda le sue remote radici nella preistoria, mentre adesso si rivela modernissima. E questa nostra lingua italiana a noi è cara perché in essa ci riconosciamo d'una stessa patria e d'una stessa tradizione, come la lingua in cui si sono espressi gli entusiasmi e le illusioni dei nostri antenati, dei nostri poeti, dei nostri pensatori, e in cui si traducono le nostre idealità e le nostre speranze; ma ci è anche cara perché in essa sentiamo ripalpitare le voci e i sensi dell'antica romanità, vale a dire d'una civiltà che si perpetua da secoli e che pare inesauribile. Attraverso la lingua di Roma antica, che si è trasformata nella lingua italiana, noi possiamo seguire la storia ininterrotta di più di venticinque secoli, più di duemilacinquecento anni.

Non è, dunque, un paradosso dire che la lingua latina non è mai morta. È morta, in certo senso, la lingua dei «classici», cioè la lingua letteraria, che non si è più evoluta nell'uso vivo ed è rimasta fissata e stilizzata nelle squisite opere degli scrittori: e si rianima solo quando attraverso lo studio noi penetriamo nuovamente i profondi ed eterni significati ch'essa custodisce. Ma la lingua del popolo, dei tanti popoli che componevano l'impero romano, non si è mai spenta, non si è mai interrotta. Ha continuato ad esistere, a trasmettersi a trasformarsi. E i tanti secoli della sua libera storia, le numerose vicende che hanno visto sorgere e tramontare la potenza di Roma, e la nuova civiltà cristiana che adottò la vecchia lingua latina, e le invasioni dei barbari, che finirono anch'essi coll'apprendere il latino al posto delle proprie lingue ancora rozze e incolte, hanno agevolato e moltiplicato le ragioni dell'evoluzione e anche i motivi della sua sostanziale conservazione.

E così, lungo il corso dei secoli, di generazione in generazione, senza interruzioni e senza salti, e soprattutto per vie naturali, immediate e storiche, la lingua di Roma, sempre parlata e sempre viva, si frantumava in tante altre lingue, in tante numerose parlate locali. Ogni città, ogni provincia, ogni regione ebbe il suo particolare dialetto. E si vennero formando così gli idiomi dell'Italia, della Francia, della Spagna, del Portogallo, della Romania ecc. Tutti questi dialetti sì potrebbero considerare come la stessa lingua latina quale si parla a distanza di secoli in Italia, in Francia, in Spagna, in Portogallo, in Romania, ecc.

Anche in Italia sorsero dalla lingua latina, per evoluzione storica e spontanea, parecchie parlate regionali e locali. Il piemontese, il lombardo, il Veneto, il ligure, l'emiliano, il toscano, l'abruzzese, il romanesco, il napoletano, il siciliano ecc. sono altrettanti aspetti che andò assumendo la lingua latina passando da una generazione all'altra, da una popolazione all'altra, da un tipo di civiltà ad un altro. Fra questi dialetti italiani, che, rispetto alla lingua latina, hanno tutti il medesimo titolo di nobiltà e gli stessi diritti ereditar!, si venne affermando nella civiltà italiana il dialetto toscano, e precisamente il dialetto che si parlava a Firenze. Per la sua grande fedeltà al latino, più d'ogni altro dialetto italiano e in genere neolatino, per la supremazia della sua letteratura (Dante, Petrarca, Boccaccio ecc.), per la stessa posizione geografica che è centrale nella nostra penisola, il toscano è diventato la lingua comune dell'Italia. E l'Italiano, quale noi oggi lo pariamo e scriviamo, è diventato una lingua letteraria, scritta, regolata da norme grammaticali e alimentata da una lunga e gloriosa tradizione di storia e di cultura. Essa è divenuta ormai, rispetto agli altri dialetti che si continuano a parlare nelle nostre tante città, nelle nostre province e per le nostre campagne, come era il latino dei «classici» di fronte alla lingua parlata dal popolo. Ed è appunto questo dialetto toscano, assurto a dignità di lingua comune e nazionale, che è diventato il segno più sicuro della nostra unità.

Se noi, dunque, consideriamo il toscano come risultato d'una evoluzione linguistica graduale e perpetua del latino popolare e volgare, dovremo convenire che non c'è distacco tra la lingua italiana e la lingua latina; ma se, invece, mettiamo a confronto l'italiano, per esempio, dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni con il latino dell'Eneide di Virgilio, essi ci appariranno diversi, come due lingue assolutamente distinte, ciascuna con una fisionomia propria e indipendente, ciascuna a specchio di una civiltà originale.

Dovrebbe per queste ragioni risultare abbastanza evidente che il rinvenimento di una frase o frammento di lingua «volgare» non può costituire l'atto di nascita di una lingua, né stabilire una data. Tutti sanno che la lìngua italiana fa la sua prima comparsa in una formuletta di testimonianza, contenuta in un atto giuridico del 960: «Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedecti». L'anno è diventato simbolico: è giusto un millennio. Ma, da quanto s'è detto, il «volgare» italiano esisteva fin dai tempi dì Roma, almeno nella sua dimora dialettale e locale. Semmai, quel che importerebbe constatare è perché proprio nel secolo X si è sentito il bisogno di ricorrere ad una testimonianza in volgare per un documento scritto in latino. Comunque, non è che si possa datare da quell'anno la nascita della «lingua» italiana. Una «lingua» comincia veramente ad esser tale, quando dallo stadio locale, pratico, puramente idiomatico, si eleva a strumento di civiltà e s'investe di una dignità letteraria e si fa tramite di cultura, di pensiero, di poesia. In tal caso, bisognerà attendere, per l'italiano, i primi decenni del Duecento, con le canzoni dei poeti «Siciliani» e il «Cantico delle creature» di san Francesco intorno al 1224-1225.

(S. Battaglia - Le epoche della letteratura italiana, Napoli, 1966, pp. 58/61)


     

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Ultimo aggiornamento:  18-03-07