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Letteratura Italiana 3
Il primo '900
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Neoclassicismo e preromanticismo

Il secondo Settecento vide anche il dispiegarsi di due esperienze culturali tra loro diverse ma in parte intrecciate e ancora vive nei primi decenni dell'Ottocento: il neoclassicismo e il preromanticismo. La prima, col supporto di una teoria moderna (Storia dell'arte nell'antichità, 1764, di Johann Winckelmann), riproponeva i principi della tradizione classicistica, valorizzando in particolare, specie in area tedesca, la tradizione greca come originale rispetto a quella latina; e in Italia, in età napoleonica, il gusto neoclassico assecondava il potere (Vincenzo Monti).

Col termine preromanticismo si indicava invece una serie di esperienze valorizzanti, nell'individuo, risorse conoscitive diverse dalla ragione e che avevano trovato espressione nell'opera di Jean-Jacques Rousseau, in scrittori di lingua tedesca e inglese quali Albrecht von Haller, Friedrich Klopstock, Salomon Gessner, Thomas Gray, Edward Young e soprattutto nei canti ossianici, oltre che, in Germania, nello Sturm und Drang. Alla penetrazione in Italia di queste opere e autori, fatto che permeò anche il neoclassicismo di una sensibilità nuova, dette un grande contributo il padovano Melchiorre Cesarotti, il quale tradusse tempestivamente le Poesie di Ossian (1763 e poi 1772 e 1801), che ebbero grande influenza anche su Foscolo e Leopardi e che contribuirono a diffondere il gusto preromantico in Italia, in particolare nell'area settentrionale in età napoleonica.

L'Ottocento

L'Ottocento vide le vicende letterarie strettamente intrecciate a quelle della vita politica: è attraverso il lungo travaglio risorgimentale che l'Italia giunse a diventare stato nazionale. Una letteratura impegnata nella storia contemporanea, coinvolta nelle vicende politiche e sociali era in qualche modo condizionata dalla politica in corso e rinunciava a quell'idea di astratta bellezza e di universalità che le avevano garantito una buona circolazione in Europa nei secoli precedenti. Il luogo del rinnovamento culturale nell'età napoleonica fu Milano. Le vicende napoleoniche, che provocarono cortigianeria (è il caso di Monti, che era l'erede della vecchia tradizione classicistico-mecenatistica per cui l'intellettuale scriveva e pensava per chi comandava, ma in assoluta buona fede), avviarono anche all'idea di patria e di nazione per merito di intellettuali (lombardi ma anche meridionali, come Vincenzo Cuoco e Francesco Lomonaco) che si sentivano italiani sul piano politico e culturale. Da questo punto di vista sembra perfino paradossale che Vincenzo Monti sia lo scrittore più rappresentativo dell'età neoclassica (1770-1820), ma questo dice quanto sia stato grande il peso della tradizione letteraria. Monti fu il poeta del neoclassicismo papale e poi del neoclassicismo in età napoleonica; e, anche se la sua poesia resta "esteriore e formale", offrì con la traduzione dell'Iliade un modello di gusto neoclassico; infine, nell'ambito delle discussioni linguistiche, assunse una posizione di classicismo aperto rispetto agli irrigidimenti puristi (ad esempio di Antonio Cesari) dovuti alle scosse che nel sistema della lingua letteraria si cominciavano a sentire (a Milano, gli illuministi del "Caffè"). Anche la difesa del dialetto, che Carlo Porta compì in polemica con Pietro Giordani, era un modo di cercare un'alternativa (legittima col dialetto milanese, data la tradizione letteraria dello stesso) al formalismo della lingua letteraria. Del resto ci si avvicinava al Romanticismo e al suo rifiuto della vecchia lingua letteraria.

Del periodo napoleonico Ugo Foscolo, anche per la sua spiccata sensibilità romantica, rappresenta senza paragone la personalità di maggiore spicco. E anche il suo consapevole neoclassicismo si nutriva di forte tensione civile, secondo gli insegnamenti di Parini e Alfieri. Inoltre la modernità del suo sentire lo avvicina alle percezioni romantiche, oltre la diversità delle poetiche. Ed è autore del primo romanzo italiano, Le ultime lettere di Jacopo Ortis (prima edizione completa 1802), orientato verso modelli preromantici e carico di una nuova sensibilità politica.

Anche Giacomo Leopardi, che faceva riferimento a una ideologia materialistico-meccanicistica di tipo settecentesco, e per il quale resta dominante l'impianto classicheggiante del linguaggio e della poetica, espresse un romanticismo individualistico e disperato, teso a superare irrazionalmente l'invivibile dimensione esistenziale, in forme liriche tanto alte da renderlo non solo il più grande poeta dell'Ottocento, ma un punto di riferimento costante per la poesia successiva fino a oggi.

Il romanticismo

I connotati essenziali del romanticismo italiano (o meglio lombardo, che, sulla base dei modelli europei tedeschi e francesi, si definì a partire da una serie di manifesti teorici a Milano nel 1816) implicano un'estetica diversa rispetto a quella classicistica. Al rifiuto del principio di imitazione e dell'idea della bellezza come universale e come rappresentazione idealizzata della realtà, si accompagna l'idea che la bellezza sia relativa agli individui storici (nazioni e singoli) e sia espressione della società (cioè dei problemi storico-politici ed esistenziali che essa vive); che la letteratura, con funzione educativa, debba rivolgersi a un pubblico più allargato e richieda dunque strumenti linguistici di comunicazione semplici e popolari; che la verità sia storica e l'individuo sia il centro di organizzazione della realtà. Inoltre la nuova estetica si mosse lungo una direttrice realistica, dando spazio al gusto e alla moda patetico-sentimentale, e valorizzò la dimensione e l'esperienza religiosa.

Questi principi e queste tendenze comportarono una svolta radicale nella cultura e nella sensibilità rispetto alla secolare tradizione classicistica. Fu una svolta ottimistica (connessa all'idea settecentesca di progresso), che si sarebbe progressivamente consolidata nel corso dell'Ottocento, ma che all'inizio avvenne quasi senza soluzione di continuità rispetto alla cultura illuministica (lombarda) più impegnata. La battaglia classico-romantica sui principi che ne scaturì, vide i due schieramenti rivendicare entrambi la nozione di "italianità", a conferma della dimensione etico-politica sottesa.

I romantici lombardi ebbero come strumento di battaglia il periodico "Il Conciliatore" (1818-1819). Ma il massimo interprete, nel concreto delle scelte e della produzione letteraria, fu Alessandro Manzoni. I suoi Promessi sposi, primo grande romanzo italiano moderno, costituirono, grazie anche alla rigorosa revisione formale nella direzione di un fiorentino parlato dalle classi colte, un oggettivo modello di lingua nazionale. Manzoni esercitò sul piano letterario e linguistico la stessa funzione nazionale che altri esercitarono sul piano politico.

Il romanticismo italiano, a parte Manzoni, non produsse scrittori di rilievo, ma molti intellettuali impegnati in un'opera di formazione nazionale. Sul versante più propriamente letterario si ricordano i memorialisti (Silvio Pellico con Le mie prigioni, 1832); gli scrittori garibaldini (Luigi Settembrini, Massimo D'Azeglio); i romanzieri (con tanti romanzi mediocri: Tommaso Grossi, Cesare Cantù, Francesco Domenico Guerrazzi); per la poesia Giovanni Berchet; e, al confine tra lingua letteraria toscana e vernacolo toscano, Giuseppe Giusti. Sul versante storico-politico, con legami più diretti col processo del Risorgimento di cui furono protagonisti, vanno ricordati Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti, Carlo Cattaneo, i quali rinnovarono l'impegno civile e politico di storici come Vincenzo Cuoco, Carlo Botta (1766-1837) e Pietro Colletta (1775-1831).

Deludente fu soprattutto il romanzo (il genere romantico per eccellenza), anche nel caso del primo romanzo psicologico italiano, Fede e bellezza (1840) di Niccolò Tommaseo, scrittore importante per molti aspetti, specie per gli studi linguistici: a lui si deve il monumentale Dizionario della lingua italiana (1858-1879). L'unico grande romanzo, dopo i Promessi sposi, fu un romanzo di formazione (vedi Bildungsroman) che interpretò tutta la vicenda del Risorgimento lungo otto decenni, importante anche per le molteplici modalità interne su cui è costruito e per un diverso orientamento linguistico rispetto al Manzoni: si tratta delle Confessioni di un italiano (pubblicato postumo nel 1867) dello scrittore-patriota Ippolito Nievo.

Le voci più forti del primo Ottocento sono quelle di due poeti dialettali, i più grandi di tutta la tradizione letteraria dialettale in Italia: il milanese Carlo Porta, che costruì un'epopea degli emarginati, e il romano Giuseppe Gioacchino Belli, che rappresentò nella plebe di Roma un mondo abbandonato a se stesso, fuori dalla storia, schiacciato in un dolente e misero presente senza memoria, senza fede e senza speranza: è il mondo della Roma papalina nei decenni che precedono l'unità d'Italia.

Quanto al teatro romantico, prevalse la tragedia storica, cui si dedicarono in molti ma con risultati mediocri. Vi si dedicò anche Nievo (Spartaco e I Capuani), ma il nome più significativo è quello del toscano Giovan Battista Niccolini. Grande importanza culturale, anche per la penetrazione in tutti gli strati sociali, rivestì il grande melodramma romantico. In questo melodramma non esiste più la frattura tra linguaggio poetico e quello musicale, perché la musica invade ogni momento dell'azione e finisce per avere un deciso sopravvento sulla parola. Nel libretto dell'Ottocento è spesso il musicista a pilotare la scrittura e nell'opera di Giuseppe Verdi il libretto è del tutto subalterno alla musica. Tuttavia spesso si creava una intesa stretta tra librettista e musicista, come nel caso di Verdi con Francesco Maria Piave e con Salvatore Cammarano. Certo è comunque che un'opera come La traviata interpreta nelle forme più tipiche – sentimentali e popolari – l'atmosfera romantica.

Il 1871, l'anno del trasferimento della capitale a Roma dopo la fine del potere temporale dei papi, quando si sancì il compimento del processo di unità nazionale, fu anche l'anno in cui Francesco De Sanctis portò a termine la sua Storia della letteratura italiana, che è il "romanzo" della storia nazionale d'Italia raccontato sul versante della letteratura e, insieme, un'interpretazione del passato italiano da una prospettiva romantico-risorgimentale.

La letteratura dell'Italia unita

La letteratura dell'Italia unita (la proclamazione del Regno d'Italia è del 1861) prese avvio con un tipo di produzione patriottico-sentimentale che indulgeva al popolaresco, molto di maniera (si parla di un secondo romanticismo), e le cui esemplificazioni più tipiche si trovano nell'opera di Giovanni Prati e di Aleardo Aleardi.

La scapigliatura

Mentre, in un clima di diffusa mediocrità culturale, il Risorgimento si avviava a diventare maniera e retorica, una reazione decisa a questo conformismo si manifestò, di nuovo, a Milano con la scapigliatura, che fu anche un fenomeno di ribellismo dell'arte contro la società, dai toni clamorosi ma non radicali, perché in Italia il conflitto sociale era ancora modesto. Gli scapigliati (Arrigo Boito, Camillo Boito, Emilio Praga, Giovanni Camerana, Iginio Ugo Tarchetti) manifestarono, anche con una vita provocatoriamente sregolata, il loro rifiuto della morale e dei valori borghesi e insieme compirono i primi tentativi di un'arte nuova. Guardavano ai nuovi poeti francesi, i "poeti maledetti" (vedi Charles Baudelaire), senza saperne apprendere davvero la lezione, e sostituirono al "padre" Manzoni il loro maestro indigeno, Giuseppe Rovani (autore di un macchinoso romanzo ciclico, I cento anni, 1857-1858). Gli scapigliati non esercitarono la loro ricerca di rottura sul piano della lingua, eccetto due casi isolati di scrittori che si collocano alla periferia del movimento: Carlo Dossi, capace di una forte deformazione linguistica tra umorismo e umoralità surreale, e Giovanni Faldella, autore di prose bozzettistiche rese vivaci da un uso estroso e manipolato della lingua. Da posizioni ideologiche opposte a quelle degli scapigliati, il napoletano Vittorio Imbriani espresse il suo estroso anticonformismo raccontando con un gusto linguistico antimanzoniano e tendente al pastiche.

Il ritorno al classicismo

Intorno al 1860, per fastidio verso il romanticismo di maniera, soprattutto in Toscana e in Veneto, si assistette a una ripresa del classicismo come richiamo a un rigore espressivo compromesso e, insieme, come impegno civile contro le cadute conformistiche in un'Italia che vedeva affievolirsi la spinta ideale del Risorgimento. Il classicismo sottendeva anche una esigenza di realismo, cioè di richiamo ai problemi concreti, per quanto filtrati attraverso i modi di un linguaggio da tempo formalizzato. (Non è casuale che la ripresa classicistica sia stata coeva e a volte solidale con la richiesta di un contatto più forte con la realtà, interpretato al meglio dal verismo.) Quest'opera di restaurazione letteraria in chiave classicistica ha il suo massimo interprete in Giosue Carducci, poeta della storia contemporanea e del passato che ripropose il mondo antico come modello di virilità contro la decadenza presente. Oltre che grande sperimentatore della metrica barbara, fu filologo e fondatore, in ambito critico, di quella "scuola storica" che incise profondamente nella cultura di fine Ottocento.

Il verismo e il naturalismo

Il terreno in cui la letteratura era più impegnata – anche grazie alle spinte dei modelli europei – nella rappresentazione della realtà era la narrativa. Nel clima culturale del positivismo, sul modello del naturalismo francese (Émile Zola, in particolare), si sviluppò, con caratteri propri, il verismo.

L'esigenza di concretezza, la scoperta delle province meridionali dopo l'unità d'Italia, la valorizzazione delle specifiche realtà regionali, anche con la ripresa dell'insegnamento manzoniano alla non retorica, trovarono l'espressione più originale (anche sul piano linguistico e stilistico, ad esempio con l'uso sistematico del discorso indiretto libero, in funzione oggettivante) nell'opera di Giovanni Verga, che raccontò il destino epico e tragico di personaggi destinati alla sconfitta (i "vinti"), appartenenti a un mondo in cui la storia sembra una variabile secondaria. Accanto a Verga vanno ricordati altri due siciliani: il critico e narratore Luigi Capuana e Federico De Roberto, autore di I Viceré (1894).

Nell'orbita del naturalismo si muovono, con angolazioni regionalistiche, una serie di narratori: Matilde Serao per Napoli; la prima Grazia Deledda per l'arcaica Sardegna; Emilio De Marchi per la Lombardia; il genovese Remigio Zena (1850-1917); il veneto Antonio Fogazzaro, che delineò personaggi sospesi tra grandi tensioni ideali e torbide fascinazioni sentimentali. Ci sono poi i toscani (Mario Pratesi, Renato Fucini e il novecentesco Bruno Cicognani), tra i quali spicca per il suo espressionismo e per il talento narrativo Federigo Tozzi, anch'egli scrittore ormai del Novecento. Un posto a sé occupano due libri di grandissimo successo tra Ottocento e Novecento, Le avventure di Pinocchio (1883) di Carlo Collodi e Cuore (1886) di Edmondo De Amicis, ma anch'essi collocabili nell'ambito del naturalismo.

La valorizzazione degli elementi regionali non è estranea alla ripresa della letteratura dialettale, che vanta due grandi nomi, il napoletano Salvatore Di Giacomo e il romano Cesare Pascarella (1858-1940).

Il decadentismo

Proprio mentre le frange del naturalismo si distendevano in Italia, verso il finire del secolo si delineò una nitida reazione alla pretesa di tipo positivistico (espressa anche dal naturalismo-verismo) di conoscere e rappresentare la complessa realtà umana col metodo delle scienze naturali. A questa svolta, sostanziata di fruttuose inquietudini, che in una sorta di ripresa dell'irrazionalismo romantico aprirono nuovi spazi all'espressione letteraria e nuove dimensioni conoscitive prima inesplorate, è stato dato il nome un po' ambiguo di decadentismo. La ripresa di motivi del decadentismo europeo e del simbolismo francese rivitalizzò la ricerca letteraria italiana. Non a caso il passaggio da Ottocento a Novecento (età del decadentismo) è segnato dalle ricerche tematiche e dallo sperimentalismo linguistico di autori di prima grandezza. La sperimentazione più appariscente di tanti registri espressivi e tematici, attraverso un'opera originale di aggiornamento e di mimesi, è quella compiuta da Gabriele d'Annunzio, che fu artefice del proprio mito e che seppe interpretare in modo appagante il velleitarismo del ceto medio di un'"Italietta" nella sua prima fase di sviluppo unitario. Mediocre è il suo teatro, ma creativa è la sua ricerca esuberante di un nuovo linguaggio poetico; e anche la prosa traspira modernità pur nella tensione onnivora a possedere sensualmente la realtà.

Meno clamorosa ma più profonda è la rivoluzione compiuta nel linguaggio poetico da Giovanni Pascoli, tanto che il suo primo libro, Myricae (1891), sembra appartenere a un'altra tradizione poetica: con Pascoli, infatti, finì il secolare dominio del classicismo nel linguaggio poetico. Egli creò un linguaggio capace di cogliere le vibrazioni più segrete ed eloquenti della realtà naturale e dell'animo; e la sua poetica delle "piccole cose", grazie all'impiego sistematico dell'analogia, dilata le dimensioni della realtà, apparentemente ristretta, a una dimensione cosmica, fino a muoversi al margine degli spazi paranaturali che avvolgono la realtà.

Il Novecento

La lezione linguistica combinata di Pascoli e di D'Annunzio (rifiutato nei temi e negli atteggiamenti superomistici) presiede alla poesia dei crepuscolari e in particolare di Guido Gozzano, che a sua volta offrì tematiche e soluzioni linguistiche poi passate a Eugenio Montale. I crepuscolari (Sergio Corazzini, Corrado Govoni, il primo Marino Moretti e altri) espressero, a conclusione dell'irrazionalismo decadente, la crisi dell'uomo e della letteratura (si veda Moretti, poeta che non ha "nulla da dire") e rifiutarono non solo la figura del poeta-vate (nella versione moderna, D'Annunzio) ma ridussero il ruolo stesso della poesia.

La coscienza della crisi (si era alla vigilia e nel corso della prima guerra mondiale) si accompagnava peraltro a un vitalismo estremo, entusiasta della modernità, di cui massima espressione è il futurismo, quasi incarnato da Filippo Tommaso Marinetti e interpretato su registri diversi dagli ex crepuscolari Corrado Govoni e Aldo Palazzeschi, creativo, scanzonato e dissacrante, ma leggero come pochi.

Una cesura con l'Ottocento, a parte un senso diffuso di crisi o di smania di rifondazione (futurismo), è simbolicamente segnata dall'adozione in Italia del verso libero, che interruppe una tradizione secolare di versificazione "non libera" e di impiego ordinato della rima. Il verso libero, che sarebbe stato dominante nel Novecento, in Italia fu teorizzato con passione dal disordinato sperimentatore Gian Pietro Lucini e adottato inizialmente dai futuristi, con tentativi di superarlo nelle apocalittiche applicazioni delle "parole in libertà".

La coscienza della crisi di inizio secolo è, con diversi sviluppi, al centro dell'opera di due grandi scrittori, Luigi Pirandello e Italo Svevo. Il primo, nelle novelle, nei romanzi e nel teatro (è anche uno dei pochi grandi scrittori di teatro in Italia) indagò sull'inautenticità e sull'aggressività sulle quali si fondano i rapporti sociali tra gli uomini, che si trovano in una condizione di continuo scacco nella vita (Il fu Mattia Pascal, 1904), oltre che sulla disintegrazione di quella coscienza individuale (Uno, nessuno, centomila, 1925) che solo un secolo prima era stata al centro della rivoluzione romantica. Quanto a Svevo, anch'egli proveniente dall'esperienza del naturalismo, ma a contatto con la cultura mitteleuropea e beneficiario dell'incontro con James Joyce, trasferì l'analisi oggettiva all'interno della coscienza, scoprendo (in un rapporto ruvido con Freud) la dimensione che sta oltre la coscienza, interpretando la vita, imprevedibile e non dominabile, come malattia, e facendo, attraverso l'ironia, della coscienza di inettitudine una strategia esistenziale. L'indagine oltre le apparenze della coscienza fu così radicale che Svevo dissolse le tradizionali strutture del romanzo e trasformò la sua lingua, di matrice triestina, in uno strumento di penetrazione, nell'apparente grigiore, oltre le falsificazioni inevitabili del linguaggio.

A fronte di tante testimonianze di inquietudine e di senso di inadeguatezza e disorientamento – e nel loro contesto – stanno altre ricerche volte a fondare una nuova etica, una nuova coscienza civile e politica (soprattutto negli anni del fascismo) e un nuovo dominio intellettuale sulla realtà di tipo razionalista. Ci si riferisce alla ricerca espressa dalle prime riviste del Novecento, agli scritti e alla lezione morale di Piero Gobetti e Antonio Gramsci e al pensiero critico ed estetico di Benedetto Croce.

Nel primo Novecento il confronto di idee passò attraverso una serie di riviste di vario orientamento: "Il Leonardo" (1903-1907) e "Lacerba" (1913-1915), la rivista di Giovanni Papini e di Ardengo Soffici, espressione di un'oltranza futurista; "La Voce", fondata da Giuseppe Prezzolini nel 1908 e durata fino al 1916, con rifondazione nel 1914 di Giuseppe De Robertis, importante rivista interessata prima ai grandi problemi morali e sociali e poi divenuta organo dell'"idealismo militante"; "La critica" (1903-1944) di Benedetto Croce. In seguito comparvero "La rivoluzione liberale" (1922-1925) di Piero Gobetti e "L'ordine nuovo" (1929-1925) di Antonio Gramsci, Angelo Tasca e Palmiro Togliatti; "Il Baretti" (1924-1928) di Piero Gobetti, Augusto Monti, Leone Ginzburg, Giacomo Debenedetti; "Solaria" (1926-1936) di Alberto Carocci, Giansiro Ferrata, Alessandro Bonsanti.

In parallelo alle prime riviste, alcuni scrittori si dedicarono a un integrale rinnovamento etico e artistico: Carlo Michelstaedter, Piero Jahier, originale e insolito poeta, Giovanni Boine, Scipio Slataper. E, sul fronte critico, ci fu l'opera di un raffinato e inquieto lettore, Renato Serra. Grandi contributi intellettuali al rinnovamento dell'Italia durante e dopo il fascismo dettero Piero Gobetti, con la sua affermazione integrale di libertà e di saldezza morale, e Antonio Gramsci, i cui Quaderni del carcere – uno dei cui centri è l'analisi del comportamento degli intellettuali nella nostra vita nazionale – costituirono un vero e proprio nutrimento per la cultura dal 1947, anno della prima edizione, fino a tutti gli anni Settanta. La razionalità politica, di tipo marxista, di Gramsci ha il suo corrispondente idealistico nell'opera e nel pensiero di Benedetto Croce, che con l'Estetica (1902) e col lavoro di critico esercitò un'egemonia culturale lungo tutto il primo Novecento in Italia, condizionando tutta la critica accademica di quel periodo.

Sono collocabili nell'ambito del primo Novecento l'opera del critico e romanziere siciliano Giuseppe Antonio Borgese e l'opera del senese Federigo Tozzi. Borgese contrapponeva alla scrittura del "frammento" e all'autobiografismo prevalenti nei "vociani" l'idea di un romanzo capace di interpretare la realtà storica: con Rubé (1921), criticò l'interventismo attraverso un personaggio che trasferisce irrazionalmente la propria passività nell'intervento nella storia. Tozzi offrì una narrativa a fondo autobiografico e di taglio apparentemente naturalista; il suo capolavoro, Con gli occhi chiusi (1919), caratterizzato da un espressionismo violento, presenta un inetto che, in una realtà disumana e minacciosamente estranea, chiude gli occhi per non vedere l'insopportabile stranezza dell'esistenza.

La letteratura fra le due guerre

La letteratura del primo dopoguerra si aprì con un ritorno all'ordine, agli equilibri formali e al valore della tradizione in senso classicistico. Massima promotrice di questa tendenza fu la la rivista romana "La Ronda" (1919-1922). Due le figure di maggior spicco che gravitavano attorno a questa esperienza letteraria: il poeta e narratore Vincenzo Cardarelli e il critico Emilio Cecchi. Anche Massimo Bontempelli si fece promotore di una sorta di neoclassicismo "metafisico" per rinnovare la cultura. In contrasto con l'autarchia culturale del fascismo, una decisa apertura europea si deve alla già ricordata rivista fiorentina "Solaria". Qui si creava quel mito dell'America divenuto fondamentale a partire dagli anni Trenta. Echi del surrealismo francese degli anni Venti si trovano nella scrittura di Alberto Savinio. Un surrealismo romantico è quello di Tommaso Landolfi, scrittore originale e appartato, che elaborò nella sua narrativa una sorta di poetica della paura di fronte a un mondo pervaso di inquietante mistero. Legami col surrealismo rivelano anche i racconti di Antonio Delfini, con continue trasposizioni tra vita e opera. La normalità dell'assurdo e il tema dell'attesa di un non-avvenimento connotano l'opera di forte impatto comunicativo di Dino Buzzati. C'è poi la scrittura umoristica ed esilarante di Achille Campanile, che sciorina un giocoso campionario della stupidità dell'esistere. Quanto alla cultura fascista, essa disse ben poco, tra conservatorismo borghese e accensioni di populismo antiborghese. Aperture nuove vennero negli anni Trenta da giovani scrittori (Romano Bilenchi e il primo Elio Vittorini) che rappresentavano il cosiddetto fascismo "di sinistra", l'ala critica del movimento nella quale si raccolsero molti intellettuali destinati in seguito a mutare radicalmente le proprie posizioni politiche.

In questa età assunse grande rilievo la lirica, presentata perlopiù come esperienza assoluta di un io lirico che vaga solitario, in una sorta di odissea individuale, negli spazi della civiltà moderna. C'è la voce dell'eterno farsi del mondo di Arturo Onofri (1885-1928) e quella di Piero Jahier, che interpreta la tensione morale della "Voce"; c'è il furore, tra simbolismo ed espressionismo, dei Canti orfici (1914) di Dino Campana, in cui il tema del viaggio indica la poesia come assoluto altrove; c'è il tormento del linguaggio come oggettivazione della tensione morale di Clemente Rebora; c'è il mondo spaesato e frantumato di Camillo Sbarbaro; e c'è la nuda cronaca esistenziale elevata a canto nel grande Canzoniere di Umberto Saba: la poesia diventa qui ricerca delle ragioni più autentiche dell'esistenza e forma stessa del desiderio di vita e di dolcezza. C'è, soprattutto, l'opera di Giuseppe Ungaretti: massimo esponente della linea simbolista, sviluppò, soprattutto nella prima fase, una poetica dell'analogia e cercò di creare le condizioni dell'assoluto nella parola isolata. Inoltre dissolse e ricostruì la metrica classica entro una tradizione lirica tesa al sublime e lontana da ogni realismo. Tra ermetismo prima e neorealismo poi si muovono le liriche di Salvatore Quasimodo (premio Nobel nel 1959) e, in forma diversa, quelle di Alfonso Gatto.

Fiorì anche la poesia dialettale con il romano Trilussa (pseudonimo di Carlo Alberto Salustri), il triestino Virgilio Giotti (1885-1957), il gradese Biagio Marin, che elevò un purissimo canto tra il quotidiano e il magico, e il milanese Delio Tessa, continuatore della grande lezione di Porta tra realismo e deformazione.

Eugenio Montale (premio Nobel nel 1976), il più grande poeta del XX secolo, a partire dalla poetica del negativo che interpreta le inquietudini del Novecento sviluppò una poesia "metafisica" in cui la natura ligure (Ossi di seppia, 1925) è il "correlativo oggettivo" (vedi Thomas Stearns Eliot) della desolata condizione esistenziale e in cui la donna è mediatrice tra esistere ed essere e poi depositaria (Le occasioni, 1939) di una possibile salvezza di fronte a una realtà storica sempre più apocalittica (La bufera e altro, 1956). Seguì la svolta, espressiva e tematica, di Satura (1971) e delle raccolte successive, che ripropongono la negatività del mondo della società dei consumi in cui la parola si svuota e il linguaggio evade in toni epigrammatici e sarcastici.

Il disordine, il "pasticciaccio" del mondo viene rappresentato anche da uno degli scrittori più grandi del Novecento, il milanese Carlo Emilio Gadda, che, in una prosa ardua e manipolata con elementi linguistici dialettali e dotti e in uno scatenamento linguistico acido e furioso insieme, tenta di dominare il disordine con una lancinante angoscia dell'esistenza.

Il secondo dopoguerra (1945-1968)

La seconda guerra mondiale e la Resistenza determinarono un diverso clima culturale. Gli anni del dopoguerra sono caratterizzati dal neorealismo, che espresse una forte istanza etico-civile per la rifondazione della società e dei suoi valori. Uno dei paradossi del neorealismo è che i suoi maestri, Elio Vittorini e Cesare Pavese, sono scrittori dal taglio fortemente simbolico. Del primo è fondamentale Conversazione in Sicilia (1938-1839); del secondo lo sono almeno La casa in collina (1948) e La luna e i falò (1950); entrambi furono grandi organizzatori di cultura; entrambi introdussero in Italia i modelli, soprattutto linguistici, della letteratura americana e offrirono un modello di prosa narrativa moderna ispirata a quella americana anche attraverso le traduzioni. Alla letteratura di lingua inglese guardava anche Beppe Fenoglio, lo scrittore più creativo anche sul piano linguistico e l'autore di due grandi testi, Il partigiano Johnny e Una questione privata, entrambi pubblicati postumi. Numerosi sono i memorialisti e i narratori del neorealismo: Ignazio Silone, Carlo Levi, Francesco Jovine, Vasco Pratolini.

Oltre il neorealismo si dilata una grande "nebulosa narrativa", che ingloba nomi importanti: Carlo Cassola, con al centro la tematica esistenziale; Giorgio Bassani, che privilegia la memoria; Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con Il Gattopardo (pubblicato postumo nel 1958); Alberto Moravia con un grande romanzo, Gli indifferenti (1929), e poi ossessionato dall'attualità; Primo Levi e il tema della memoria (Se questo è un uomo, 1947); e poi Vitaliano Brancati, Ennio Flaiano, Goffredo Parise; Leonardo Sciascia, con la sua lucida narrativa critica; e ancora Guido Morselli, scoperto dopo la morte, Guido Piovene, Mario Soldati, Giuseppe Bonaviri (1924). A costoro vanno aggiunti i nomi di scrittrici di primo piano. Anzitutto Elsa Morante, di cui occorre ricordare almeno La storia (1974); poi Lalla Romano, attenta osservatrice dei rapporti umani; e Anna Maria Ortese. Alla fine di questo elenco spicca il nome di Italo Calvino, la cui opera, iniziata all'insegna del neorealismo, arrivò a esplorare nuovi territori letterari, dalla fantascienza alla letteratura come gioco combinatorio.

La ricerca sperimentale degli anni Cinquanta e l'esperienza della neoavanguardia (che in qualche modo trovò espressione nel Sessantotto) registra alcune tappe importanti: lo sperimentalismo di riviste come "Officina" (1955-1958), con Francesco Leonetti, Pier Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Franco Fortini, Angelo Romanò, Gianni Scalia, e "Il Menabò" (1959-1967), con Vittorini e Calvino; la neoavanguardia del Gruppo 63, che mirava a ridefinire il rapporto tra letteratura e pubblico; Pier Paolo Pasolini, poeta, narratore e cineasta, che sperimentò oltre i compromessi linguistici – propri del neorealismo – tra lingua e dialetto; Franco Fortini, poeta e saggista; lo sperimentalismo espressionistico di Giovanni Testori e di Stefano D'Arrigo (1919); la prosa di Antonio Pizzuto, nella quale il processo narrativo sembra venire negato; il caso singolare di Luigi Meneghello; la scrittura d'avanguardia di Edoardo Sanguineti; i poeti-prosatori della neoavanguardia Elio Pagliarani, Alfredo Giuliani, Antonio Porta, Nanni Balestrini; le scontrose finzioni di Giorgio Manganelli; e gli inesauribili artifici di Alberto Arbasino.

Quanto alla lirica, si costruì una ricca e complessa situazione che la critica ha cercato di dipanare individuando una "linea sabiana", in cui prevalgono un rapporto più diretto con le cose e un linguaggio più tradizionale, e una "linea novecentista", più modernizzante e tendenzialmente ermetica, che fa capo a Ungaretti e Montale. Alla prima linea appartengono poeti come Carlo Betocchi (1899-1986), Sandro Penna, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni e in qualche modo anche Giovanni Giudici; alla seconda poeti come Mario Luzi e Vittorio Sereni.

Luciano Anceschi indicò poi una "linea lombarda", che comprende poeti legati a Milano ed esordienti nel dopoguerra, come Giorgio Orelli, Nelo Risi, Luciano Erba, Bartolo Cattafi; in seguito sono stati fatti rientrare nella stessa tendenza poeti più giovani, quali Giancarlo Majorino, Giovanni Raboni, Tiziano Rossi e Maurizio Cucchi. Per la poesia dialettale registriamo Ignazio Buttitta e Tonino Guerra.

Dopo il Sessantotto

Negli ultimi decenni si è delineata una condizione culturale in cui le manifestazioni del moderno nelle società industriali avanzate si sono saturate e in cui la realtà si sviluppa attraverso procedimenti sparsi e poco controllabili. Per indicare questa situazione si parla di "postmoderno". Inoltre il vuoto lasciato da grandi scrittori, come Calvino, Morante, Levi, Sciascia, e dalle tradizionali ideologie contribuiscono al disorientamento. Uno scrittore strutturalmente postmoderno anche per il virtuosismo intellettuale è Umberto Eco (1932). Altri vivono il postmoderno con un atteggiamento mentale di resistenza; tra questi, Paolo Volponi con la sua razionalità e Luigi Malerba su un registro satirico-grottesco. Ci sono poi i poeti come Andrea Zanzotto (1921), col suo toccante sperimentalismo; la tensione morale di Giovanni Giudici; l'ostinato ascolto del linguaggio della poetessa Amelia Rosselli; e ancora la poesia in dialetto di Franco Loi.

Le opere migliori sono di autori non più giovani come Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo, Sebastiano Vassalli e Antonio Tabucchi per la prosa; e, per la poesia, alcuni nomi della già ricordata "linea lombarda" (Raboni, Rossi, Cucchi), oltre a Cesare Viviani (1947), Valentino Zeichen (1938) e le poetesse Alda Merini e Vivian Lamarque, quest'ultima dal linguaggio fiabesco. Tra gli scrittori ancora più recenti si sono segnalati: Pier Vittorio Tondelli, Stefano Benni, Daniele Del Giudice, Aldo Busi, Andrea De Carlo, Alessandro Baricco, Susanna Tamaro; tra i poeti, Valerio Magrelli (1957). Infine merita ricordare i nomi di giornalisti e studiosi come Enzo Biagi, Pietro Citati, Claudio Magris e Roberto Calasso (1941).

(Baricco)


    

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Ultimo aggiornamento:  17-03-07