Neoclassicismo e
preromanticismo
Il secondo Settecento vide anche il dispiegarsi di due
esperienze culturali tra loro diverse ma in parte intrecciate e
ancora vive nei primi decenni dell'Ottocento: il neoclassicismo e il
preromanticismo. La prima, col supporto di una teoria moderna
(Storia dell'arte nell'antichità, 1764, di Johann Winckelmann),
riproponeva i principi della tradizione classicistica, valorizzando
in particolare, specie in area tedesca, la tradizione greca come
originale rispetto a quella latina; e in Italia, in età napoleonica,
il gusto neoclassico assecondava il potere (Vincenzo Monti).
Col termine preromanticismo si indicava invece una serie di
esperienze valorizzanti, nell'individuo, risorse conoscitive diverse
dalla ragione e che avevano trovato espressione nell'opera di
Jean-Jacques Rousseau, in scrittori di lingua tedesca e inglese
quali Albrecht von Haller, Friedrich Klopstock, Salomon Gessner,
Thomas Gray, Edward Young e soprattutto nei canti ossianici, oltre
che, in Germania, nello Sturm und Drang. Alla penetrazione in Italia
di queste opere e autori, fatto che permeò anche il neoclassicismo
di una sensibilità nuova, dette un grande contributo il padovano
Melchiorre Cesarotti, il quale tradusse tempestivamente le Poesie di
Ossian (1763 e poi 1772 e 1801), che ebbero grande influenza anche
su Foscolo e Leopardi e che contribuirono a diffondere il gusto
preromantico in Italia, in particolare nell'area settentrionale in
età napoleonica.
L'Ottocento
L'Ottocento vide le vicende letterarie strettamente
intrecciate a quelle della vita politica: è attraverso il lungo
travaglio risorgimentale che l'Italia giunse a diventare stato
nazionale. Una letteratura impegnata nella storia contemporanea,
coinvolta nelle vicende politiche e sociali era in qualche modo
condizionata dalla politica in corso e rinunciava a quell'idea di
astratta bellezza e di universalità che le avevano garantito una
buona circolazione in Europa nei secoli precedenti. Il luogo del
rinnovamento culturale nell'età napoleonica fu Milano. Le vicende
napoleoniche, che provocarono cortigianeria (è il caso di Monti, che
era l'erede della vecchia tradizione classicistico-mecenatistica per
cui l'intellettuale scriveva e pensava per chi comandava, ma in
assoluta buona fede), avviarono anche all'idea di patria e di
nazione per merito di intellettuali (lombardi ma anche meridionali,
come Vincenzo Cuoco e Francesco Lomonaco) che si sentivano italiani
sul piano politico e culturale. Da questo punto di vista sembra
perfino paradossale che Vincenzo Monti sia lo scrittore più
rappresentativo dell'età neoclassica (1770-1820), ma questo dice
quanto sia stato grande il peso della tradizione letteraria. Monti
fu il poeta del neoclassicismo papale e poi del neoclassicismo in
età napoleonica; e, anche se la sua poesia resta "esteriore e
formale", offrì con la traduzione dell'Iliade un modello di gusto
neoclassico; infine, nell'ambito delle discussioni linguistiche,
assunse una posizione di classicismo aperto rispetto agli
irrigidimenti puristi (ad esempio di Antonio Cesari) dovuti alle
scosse che nel sistema della lingua letteraria si cominciavano a
sentire (a Milano, gli illuministi del "Caffè"). Anche la difesa del
dialetto, che Carlo Porta compì in polemica con Pietro Giordani, era
un modo di cercare un'alternativa (legittima col dialetto milanese,
data la tradizione letteraria dello stesso) al formalismo della
lingua letteraria. Del resto ci si avvicinava al Romanticismo e al
suo rifiuto della vecchia lingua letteraria.
Del periodo napoleonico Ugo Foscolo, anche per la sua spiccata
sensibilità romantica, rappresenta senza paragone la personalità di
maggiore spicco. E anche il suo consapevole neoclassicismo si
nutriva di forte tensione civile, secondo gli insegnamenti di Parini
e Alfieri. Inoltre la modernità del suo sentire lo avvicina alle
percezioni romantiche, oltre la diversità delle poetiche. Ed è
autore del primo romanzo italiano, Le ultime lettere di Jacopo Ortis
(prima edizione completa 1802), orientato verso modelli preromantici
e carico di una nuova sensibilità politica.
Anche Giacomo Leopardi, che faceva riferimento a una ideologia
materialistico-meccanicistica di tipo settecentesco, e per il quale
resta dominante l'impianto classicheggiante del linguaggio e della
poetica, espresse un romanticismo individualistico e disperato, teso
a superare irrazionalmente l'invivibile dimensione esistenziale, in
forme liriche tanto alte da renderlo non solo il più grande poeta
dell'Ottocento, ma un punto di riferimento costante per la poesia
successiva fino a oggi.
Il romanticismo
I connotati essenziali del romanticismo italiano (o meglio
lombardo, che, sulla base dei modelli europei tedeschi e francesi,
si definì a partire da una serie di manifesti teorici a Milano nel
1816) implicano un'estetica diversa rispetto a quella classicistica.
Al rifiuto del principio di imitazione e dell'idea della bellezza
come universale e come rappresentazione idealizzata della realtà, si
accompagna l'idea che la bellezza sia relativa agli individui
storici (nazioni e singoli) e sia espressione della società (cioè
dei problemi storico-politici ed esistenziali che essa vive); che la
letteratura, con funzione educativa, debba rivolgersi a un pubblico
più allargato e richieda dunque strumenti linguistici di
comunicazione semplici e popolari; che la verità sia storica e
l'individuo sia il centro di organizzazione della realtà. Inoltre la
nuova estetica si mosse lungo una direttrice realistica, dando
spazio al gusto e alla moda patetico-sentimentale, e valorizzò la
dimensione e l'esperienza religiosa.
Questi principi e queste tendenze comportarono una svolta
radicale nella cultura e nella sensibilità rispetto alla secolare
tradizione classicistica. Fu una svolta ottimistica (connessa
all'idea settecentesca di progresso), che si sarebbe
progressivamente consolidata nel corso dell'Ottocento, ma che
all'inizio avvenne quasi senza soluzione di continuità rispetto alla
cultura illuministica (lombarda) più impegnata. La battaglia
classico-romantica sui principi che ne scaturì, vide i due
schieramenti rivendicare entrambi la nozione di "italianità", a
conferma della dimensione etico-politica sottesa.
I romantici lombardi ebbero come strumento di battaglia il
periodico "Il Conciliatore" (1818-1819). Ma il massimo interprete,
nel concreto delle scelte e della produzione letteraria, fu
Alessandro Manzoni. I suoi Promessi sposi, primo grande romanzo
italiano moderno, costituirono, grazie anche alla rigorosa revisione
formale nella direzione di un fiorentino parlato dalle classi colte,
un oggettivo modello di lingua nazionale. Manzoni esercitò sul piano
letterario e linguistico la stessa funzione nazionale che altri
esercitarono sul piano politico.
Il romanticismo italiano, a parte Manzoni, non produsse
scrittori di rilievo, ma molti intellettuali impegnati in un'opera
di formazione nazionale. Sul versante più propriamente letterario si
ricordano i memorialisti (Silvio Pellico con Le mie prigioni, 1832);
gli scrittori garibaldini (Luigi Settembrini, Massimo D'Azeglio); i
romanzieri (con tanti romanzi mediocri: Tommaso Grossi, Cesare Cantù,
Francesco Domenico Guerrazzi); per la poesia Giovanni Berchet; e, al
confine tra lingua letteraria toscana e vernacolo toscano, Giuseppe
Giusti. Sul versante storico-politico, con legami più diretti col
processo del Risorgimento di cui furono protagonisti, vanno
ricordati Giuseppe Mazzini, Vincenzo Gioberti, Carlo Cattaneo, i
quali rinnovarono l'impegno civile e politico di storici come
Vincenzo Cuoco, Carlo Botta (1766-1837) e Pietro Colletta
(1775-1831).
Deludente fu soprattutto il romanzo (il genere romantico per
eccellenza), anche nel caso del primo romanzo psicologico italiano,
Fede e bellezza (1840) di Niccolò Tommaseo, scrittore importante per
molti aspetti, specie per gli studi linguistici: a lui si deve il
monumentale Dizionario della lingua italiana (1858-1879). L'unico
grande romanzo, dopo i Promessi sposi, fu un romanzo di formazione
(vedi Bildungsroman) che interpretò tutta la vicenda del
Risorgimento lungo otto decenni, importante anche per le molteplici
modalità interne su cui è costruito e per un diverso orientamento
linguistico rispetto al Manzoni: si tratta delle Confessioni di un
italiano (pubblicato postumo nel 1867) dello scrittore-patriota
Ippolito Nievo.
Le voci più forti del primo Ottocento sono quelle di due poeti
dialettali, i più grandi di tutta la tradizione letteraria
dialettale in Italia: il milanese Carlo Porta, che costruì un'epopea
degli emarginati, e il romano Giuseppe Gioacchino Belli, che
rappresentò nella plebe di Roma un mondo abbandonato a se stesso,
fuori dalla storia, schiacciato in un dolente e misero presente
senza memoria, senza fede e senza speranza: è il mondo della Roma
papalina nei decenni che precedono l'unità d'Italia.
Quanto al teatro romantico, prevalse la tragedia storica, cui
si dedicarono in molti ma con risultati mediocri. Vi si dedicò anche
Nievo (Spartaco e I Capuani), ma il nome più significativo è quello
del toscano Giovan Battista Niccolini. Grande importanza culturale,
anche per la penetrazione in tutti gli strati sociali, rivestì il
grande melodramma romantico. In questo melodramma non esiste più la
frattura tra linguaggio poetico e quello musicale, perché la musica
invade ogni momento dell'azione e finisce per avere un deciso
sopravvento sulla parola. Nel libretto dell'Ottocento è spesso il
musicista a pilotare la scrittura e nell'opera di Giuseppe Verdi il
libretto è del tutto subalterno alla musica. Tuttavia spesso si
creava una intesa stretta tra librettista e musicista, come nel caso
di Verdi con Francesco Maria Piave e con Salvatore Cammarano. Certo
è comunque che un'opera come La traviata interpreta nelle forme più
tipiche – sentimentali e popolari – l'atmosfera romantica.
Il 1871, l'anno del trasferimento della capitale a Roma dopo
la fine del potere temporale dei papi, quando si sancì il compimento
del processo di unità nazionale, fu anche l'anno in cui Francesco De
Sanctis portò a termine la sua Storia della letteratura italiana,
che è il "romanzo" della storia nazionale d'Italia raccontato sul
versante della letteratura e, insieme, un'interpretazione del
passato italiano da una prospettiva romantico-risorgimentale.
La letteratura
dell'Italia unita
La letteratura dell'Italia unita (la proclamazione del Regno
d'Italia è del 1861) prese avvio con un tipo di produzione
patriottico-sentimentale che indulgeva al popolaresco, molto di
maniera (si parla di un secondo romanticismo), e le cui
esemplificazioni più tipiche si trovano nell'opera di Giovanni Prati
e di Aleardo Aleardi.
La scapigliatura
Mentre, in un clima di diffusa mediocrità culturale, il
Risorgimento si avviava a diventare maniera e retorica, una reazione
decisa a questo conformismo si manifestò, di nuovo, a Milano con la
scapigliatura, che fu anche un fenomeno di ribellismo dell'arte
contro la società, dai toni clamorosi ma non radicali, perché in
Italia il conflitto sociale era ancora modesto. Gli scapigliati
(Arrigo Boito, Camillo Boito, Emilio Praga, Giovanni Camerana,
Iginio Ugo Tarchetti) manifestarono, anche con una vita
provocatoriamente sregolata, il loro rifiuto della morale e dei
valori borghesi e insieme compirono i primi tentativi di un'arte
nuova. Guardavano ai nuovi poeti francesi, i "poeti maledetti" (vedi
Charles Baudelaire), senza saperne apprendere davvero la lezione, e
sostituirono al "padre" Manzoni il loro maestro indigeno, Giuseppe
Rovani (autore di un macchinoso romanzo ciclico, I cento anni,
1857-1858). Gli scapigliati non esercitarono la loro ricerca di
rottura sul piano della lingua, eccetto due casi isolati di
scrittori che si collocano alla periferia del movimento: Carlo
Dossi, capace di una forte deformazione linguistica tra umorismo e
umoralità surreale, e Giovanni Faldella, autore di prose
bozzettistiche rese vivaci da un uso estroso e manipolato della
lingua. Da posizioni ideologiche opposte a quelle degli scapigliati,
il napoletano Vittorio Imbriani espresse il suo estroso
anticonformismo raccontando con un gusto linguistico antimanzoniano
e tendente al pastiche.
Il ritorno al classicismo
Intorno al 1860, per fastidio verso il romanticismo di
maniera, soprattutto in Toscana e in Veneto, si assistette a una
ripresa del classicismo come richiamo a un rigore espressivo
compromesso e, insieme, come impegno civile contro le cadute
conformistiche in un'Italia che vedeva affievolirsi la spinta ideale
del Risorgimento. Il classicismo sottendeva anche una esigenza di
realismo, cioè di richiamo ai problemi concreti, per quanto filtrati
attraverso i modi di un linguaggio da tempo formalizzato. (Non è
casuale che la ripresa classicistica sia stata coeva e a volte
solidale con la richiesta di un contatto più forte con la realtà,
interpretato al meglio dal verismo.) Quest'opera di restaurazione
letteraria in chiave classicistica ha il suo massimo interprete in
Giosue Carducci, poeta della storia contemporanea e del passato che
ripropose il mondo antico come modello di virilità contro la
decadenza presente. Oltre che grande sperimentatore della metrica
barbara, fu filologo e fondatore, in ambito critico, di quella
"scuola storica" che incise profondamente nella cultura di fine
Ottocento.
Il verismo e il
naturalismo
Il terreno in cui la letteratura era più impegnata – anche
grazie alle spinte dei modelli europei – nella rappresentazione
della realtà era la narrativa. Nel clima culturale del positivismo,
sul modello del naturalismo francese (Émile Zola, in particolare),
si sviluppò, con caratteri propri, il verismo.
L'esigenza di concretezza, la scoperta delle province
meridionali dopo l'unità d'Italia, la valorizzazione delle
specifiche realtà regionali, anche con la ripresa dell'insegnamento
manzoniano alla non retorica, trovarono l'espressione più originale
(anche sul piano linguistico e stilistico, ad esempio con l'uso
sistematico del discorso indiretto libero, in funzione oggettivante)
nell'opera di Giovanni Verga, che raccontò il destino epico e
tragico di personaggi destinati alla sconfitta (i "vinti"),
appartenenti a un mondo in cui la storia sembra una variabile
secondaria. Accanto a Verga vanno ricordati altri due siciliani: il
critico e narratore Luigi Capuana e Federico De Roberto, autore di I
Viceré (1894).
Nell'orbita del naturalismo si muovono, con angolazioni
regionalistiche, una serie di narratori: Matilde Serao per Napoli;
la prima Grazia Deledda per l'arcaica Sardegna; Emilio De Marchi per
la Lombardia; il genovese Remigio Zena (1850-1917); il veneto
Antonio Fogazzaro, che delineò personaggi sospesi tra grandi
tensioni ideali e torbide fascinazioni sentimentali. Ci sono poi i
toscani (Mario Pratesi, Renato Fucini e il novecentesco Bruno
Cicognani), tra i quali spicca per il suo espressionismo e per il
talento narrativo Federigo Tozzi, anch'egli scrittore ormai del
Novecento. Un posto a sé occupano due libri di grandissimo successo
tra Ottocento e Novecento, Le avventure di Pinocchio (1883) di Carlo
Collodi e Cuore (1886) di Edmondo De Amicis, ma anch'essi
collocabili nell'ambito del naturalismo.
La valorizzazione degli elementi regionali non è estranea alla
ripresa della letteratura dialettale, che vanta due grandi nomi, il
napoletano Salvatore Di Giacomo e il romano Cesare Pascarella
(1858-1940).
Il decadentismo
Proprio mentre le frange del naturalismo si distendevano in
Italia, verso il finire del secolo si delineò una nitida reazione
alla pretesa di tipo positivistico (espressa anche dal
naturalismo-verismo) di conoscere e rappresentare la complessa
realtà umana col metodo delle scienze naturali. A questa svolta,
sostanziata di fruttuose inquietudini, che in una sorta di ripresa
dell'irrazionalismo romantico aprirono nuovi spazi all'espressione
letteraria e nuove dimensioni conoscitive prima inesplorate, è stato
dato il nome un po' ambiguo di decadentismo. La ripresa di motivi
del decadentismo europeo e del simbolismo francese rivitalizzò la
ricerca letteraria italiana. Non a caso il passaggio da Ottocento a
Novecento (età del decadentismo) è segnato dalle ricerche tematiche
e dallo sperimentalismo linguistico di autori di prima grandezza. La
sperimentazione più appariscente di tanti registri espressivi e
tematici, attraverso un'opera originale di aggiornamento e di
mimesi, è quella compiuta da Gabriele d'Annunzio, che fu artefice
del proprio mito e che seppe interpretare in modo appagante il
velleitarismo del ceto medio di un'"Italietta" nella sua prima fase
di sviluppo unitario. Mediocre è il suo teatro, ma creativa è la sua
ricerca esuberante di un nuovo linguaggio poetico; e anche la prosa
traspira modernità pur nella tensione onnivora a possedere
sensualmente la realtà.
Meno clamorosa ma più profonda è la rivoluzione compiuta nel
linguaggio poetico da Giovanni Pascoli, tanto che il suo primo
libro, Myricae (1891), sembra appartenere a un'altra tradizione
poetica: con Pascoli, infatti, finì il secolare dominio del
classicismo nel linguaggio poetico. Egli creò un linguaggio capace
di cogliere le vibrazioni più segrete ed eloquenti della realtà
naturale e dell'animo; e la sua poetica delle "piccole cose", grazie
all'impiego sistematico dell'analogia, dilata le dimensioni della
realtà, apparentemente ristretta, a una dimensione cosmica, fino a
muoversi al margine degli spazi paranaturali che avvolgono la
realtà.
Il Novecento
La lezione linguistica combinata di Pascoli e di D'Annunzio
(rifiutato nei temi e negli atteggiamenti superomistici) presiede
alla poesia dei crepuscolari e in particolare di Guido Gozzano, che
a sua volta offrì tematiche e soluzioni linguistiche poi passate a
Eugenio Montale. I crepuscolari (Sergio Corazzini, Corrado Govoni,
il primo Marino Moretti e altri) espressero, a conclusione
dell'irrazionalismo decadente, la crisi dell'uomo e della
letteratura (si veda Moretti, poeta che non ha "nulla da dire") e
rifiutarono non solo la figura del poeta-vate (nella versione
moderna, D'Annunzio) ma ridussero il ruolo stesso della poesia.
La coscienza della crisi (si era alla vigilia e nel corso
della prima guerra mondiale) si accompagnava peraltro a un vitalismo
estremo, entusiasta della modernità, di cui massima espressione è il
futurismo, quasi incarnato da Filippo Tommaso Marinetti e
interpretato su registri diversi dagli ex crepuscolari Corrado
Govoni e Aldo Palazzeschi, creativo, scanzonato e dissacrante, ma
leggero come pochi.
Una cesura con l'Ottocento, a parte un senso diffuso di crisi
o di smania di rifondazione (futurismo), è simbolicamente segnata
dall'adozione in Italia del verso libero, che interruppe una
tradizione secolare di versificazione "non libera" e di impiego
ordinato della rima. Il verso libero, che sarebbe stato dominante
nel Novecento, in Italia fu teorizzato con passione dal disordinato
sperimentatore Gian Pietro Lucini e adottato inizialmente dai
futuristi, con tentativi di superarlo nelle apocalittiche
applicazioni delle "parole in libertà".
La coscienza della crisi di inizio secolo è, con diversi
sviluppi, al centro dell'opera di due grandi scrittori, Luigi
Pirandello e Italo Svevo. Il primo, nelle novelle, nei romanzi e nel
teatro (è anche uno dei pochi grandi scrittori di teatro in Italia)
indagò sull'inautenticità e sull'aggressività sulle quali si fondano
i rapporti sociali tra gli uomini, che si trovano in una condizione
di continuo scacco nella vita (Il fu Mattia Pascal, 1904), oltre che
sulla disintegrazione di quella coscienza individuale (Uno, nessuno,
centomila, 1925) che solo un secolo prima era stata al centro della
rivoluzione romantica. Quanto a Svevo, anch'egli proveniente
dall'esperienza del naturalismo, ma a contatto con la cultura
mitteleuropea e beneficiario dell'incontro con James Joyce, trasferì
l'analisi oggettiva all'interno della coscienza, scoprendo (in un
rapporto ruvido con Freud) la dimensione che sta oltre la coscienza,
interpretando la vita, imprevedibile e non dominabile, come
malattia, e facendo, attraverso l'ironia, della coscienza di
inettitudine una strategia esistenziale. L'indagine oltre le
apparenze della coscienza fu così radicale che Svevo dissolse le
tradizionali strutture del romanzo e trasformò la sua lingua, di
matrice triestina, in uno strumento di penetrazione, nell'apparente
grigiore, oltre le falsificazioni inevitabili del linguaggio.
A fronte di tante testimonianze di inquietudine e di senso di
inadeguatezza e disorientamento – e nel loro contesto – stanno altre
ricerche volte a fondare una nuova etica, una nuova coscienza civile
e politica (soprattutto negli anni del fascismo) e un nuovo dominio
intellettuale sulla realtà di tipo razionalista. Ci si riferisce
alla ricerca espressa dalle prime riviste del Novecento, agli
scritti e alla lezione morale di Piero Gobetti e Antonio Gramsci e
al pensiero critico ed estetico di Benedetto Croce.
Nel primo Novecento il confronto di idee passò attraverso una
serie di riviste di vario orientamento: "Il Leonardo" (1903-1907) e
"Lacerba" (1913-1915), la rivista di Giovanni Papini e di Ardengo
Soffici, espressione di un'oltranza futurista; "La Voce", fondata da
Giuseppe Prezzolini nel 1908 e durata fino al 1916, con rifondazione
nel 1914 di Giuseppe De Robertis, importante rivista interessata
prima ai grandi problemi morali e sociali e poi divenuta organo
dell'"idealismo militante"; "La critica" (1903-1944) di Benedetto
Croce. In seguito comparvero "La rivoluzione liberale" (1922-1925)
di Piero Gobetti e "L'ordine nuovo" (1929-1925) di Antonio Gramsci,
Angelo Tasca e Palmiro Togliatti; "Il Baretti" (1924-1928) di Piero
Gobetti, Augusto Monti, Leone Ginzburg, Giacomo Debenedetti; "Solaria"
(1926-1936) di Alberto Carocci, Giansiro Ferrata, Alessandro
Bonsanti.
In parallelo alle prime riviste, alcuni scrittori si
dedicarono a un integrale rinnovamento etico e artistico: Carlo
Michelstaedter, Piero Jahier, originale e insolito poeta, Giovanni
Boine, Scipio Slataper. E, sul fronte critico, ci fu l'opera di un
raffinato e inquieto lettore, Renato Serra. Grandi contributi
intellettuali al rinnovamento dell'Italia durante e dopo il fascismo
dettero Piero Gobetti, con la sua affermazione integrale di libertà
e di saldezza morale, e Antonio Gramsci, i cui Quaderni del carcere
– uno dei cui centri è l'analisi del comportamento degli
intellettuali nella nostra vita nazionale – costituirono un vero e
proprio nutrimento per la cultura dal 1947, anno della prima
edizione, fino a tutti gli anni Settanta. La razionalità politica,
di tipo marxista, di Gramsci ha il suo corrispondente idealistico
nell'opera e nel pensiero di Benedetto Croce, che con l'Estetica
(1902) e col lavoro di critico esercitò un'egemonia culturale lungo
tutto il primo Novecento in Italia, condizionando tutta la critica
accademica di quel periodo.
Sono collocabili nell'ambito del primo Novecento l'opera del
critico e romanziere siciliano Giuseppe Antonio Borgese e l'opera
del senese Federigo Tozzi. Borgese contrapponeva alla scrittura del
"frammento" e all'autobiografismo prevalenti nei "vociani" l'idea di
un romanzo capace di interpretare la realtà storica: con Rubé
(1921), criticò l'interventismo attraverso un personaggio che
trasferisce irrazionalmente la propria passività nell'intervento
nella storia. Tozzi offrì una narrativa a fondo autobiografico e di
taglio apparentemente naturalista; il suo capolavoro, Con gli occhi
chiusi (1919), caratterizzato da un espressionismo violento,
presenta un inetto che, in una realtà disumana e minacciosamente
estranea, chiude gli occhi per non vedere l'insopportabile stranezza
dell'esistenza.
La letteratura fra le due
guerre
La letteratura del primo dopoguerra si aprì con un ritorno
all'ordine, agli equilibri formali e al valore della tradizione in
senso classicistico. Massima promotrice di questa tendenza fu la la
rivista romana "La Ronda" (1919-1922). Due le figure di maggior
spicco che gravitavano attorno a questa esperienza letteraria: il
poeta e narratore Vincenzo Cardarelli e il critico Emilio Cecchi.
Anche Massimo Bontempelli si fece promotore di una sorta di
neoclassicismo "metafisico" per rinnovare la cultura. In contrasto
con l'autarchia culturale del fascismo, una decisa apertura europea
si deve alla già ricordata rivista fiorentina "Solaria". Qui si
creava quel mito dell'America divenuto fondamentale a partire dagli
anni Trenta. Echi del surrealismo francese degli anni Venti si
trovano nella scrittura di Alberto Savinio. Un surrealismo romantico
è quello di Tommaso Landolfi, scrittore originale e appartato, che
elaborò nella sua narrativa una sorta di poetica della paura di
fronte a un mondo pervaso di inquietante mistero. Legami col
surrealismo rivelano anche i racconti di Antonio Delfini, con
continue trasposizioni tra vita e opera. La normalità dell'assurdo e
il tema dell'attesa di un non-avvenimento connotano l'opera di forte
impatto comunicativo di Dino Buzzati. C'è poi la scrittura
umoristica ed esilarante di Achille Campanile, che sciorina un
giocoso campionario della stupidità dell'esistere. Quanto alla
cultura fascista, essa disse ben poco, tra conservatorismo borghese
e accensioni di populismo antiborghese. Aperture nuove vennero negli
anni Trenta da giovani scrittori (Romano Bilenchi e il primo Elio
Vittorini) che rappresentavano il cosiddetto fascismo "di sinistra",
l'ala critica del movimento nella quale si raccolsero molti
intellettuali destinati in seguito a mutare radicalmente le proprie
posizioni politiche.
In questa età assunse grande rilievo la lirica, presentata
perlopiù come esperienza assoluta di un io lirico che vaga
solitario, in una sorta di odissea individuale, negli spazi della
civiltà moderna. C'è la voce dell'eterno farsi del mondo di Arturo
Onofri (1885-1928) e quella di Piero Jahier, che interpreta la
tensione morale della "Voce"; c'è il furore, tra simbolismo ed
espressionismo, dei Canti orfici (1914) di Dino Campana, in cui il
tema del viaggio indica la poesia come assoluto altrove; c'è il
tormento del linguaggio come oggettivazione della tensione morale di
Clemente Rebora; c'è il mondo spaesato e frantumato di Camillo
Sbarbaro; e c'è la nuda cronaca esistenziale elevata a canto nel
grande Canzoniere di Umberto Saba: la poesia diventa qui ricerca
delle ragioni più autentiche dell'esistenza e forma stessa del
desiderio di vita e di dolcezza. C'è, soprattutto, l'opera di
Giuseppe Ungaretti: massimo esponente della linea simbolista,
sviluppò, soprattutto nella prima fase, una poetica dell'analogia e
cercò di creare le condizioni dell'assoluto nella parola isolata.
Inoltre dissolse e ricostruì la metrica classica entro una
tradizione lirica tesa al sublime e lontana da ogni realismo. Tra
ermetismo prima e neorealismo poi si muovono le liriche di Salvatore
Quasimodo (premio Nobel nel 1959) e, in forma diversa, quelle di
Alfonso Gatto.
Fiorì anche la poesia dialettale con il romano Trilussa
(pseudonimo di Carlo Alberto Salustri), il triestino Virgilio Giotti
(1885-1957), il gradese Biagio Marin, che elevò un purissimo canto
tra il quotidiano e il magico, e il milanese Delio Tessa,
continuatore della grande lezione di Porta tra realismo e
deformazione.
Eugenio Montale (premio Nobel nel 1976), il più grande poeta
del XX secolo, a partire dalla poetica del negativo che interpreta
le inquietudini del Novecento sviluppò una poesia "metafisica" in
cui la natura ligure (Ossi di seppia, 1925) è il "correlativo
oggettivo" (vedi Thomas Stearns Eliot) della desolata condizione
esistenziale e in cui la donna è mediatrice tra esistere ed essere e
poi depositaria (Le occasioni, 1939) di una possibile salvezza di
fronte a una realtà storica sempre più apocalittica (La bufera e
altro, 1956). Seguì la svolta, espressiva e tematica, di Satura
(1971) e delle raccolte successive, che ripropongono la negatività
del mondo della società dei consumi in cui la parola si svuota e il
linguaggio evade in toni epigrammatici e sarcastici.
Il disordine, il "pasticciaccio" del mondo viene rappresentato
anche da uno degli scrittori più grandi del Novecento, il milanese
Carlo Emilio Gadda, che, in una prosa ardua e manipolata con
elementi linguistici dialettali e dotti e in uno scatenamento
linguistico acido e furioso insieme, tenta di dominare il disordine
con una lancinante angoscia dell'esistenza.
Il secondo dopoguerra
(1945-1968)
La seconda guerra mondiale e la Resistenza determinarono un
diverso clima culturale. Gli anni del dopoguerra sono caratterizzati
dal neorealismo, che espresse una forte istanza etico-civile per la
rifondazione della società e dei suoi valori. Uno dei paradossi del
neorealismo è che i suoi maestri, Elio Vittorini e Cesare Pavese,
sono scrittori dal taglio fortemente simbolico. Del primo è
fondamentale Conversazione in Sicilia (1938-1839); del secondo lo
sono almeno La casa in collina (1948) e La luna e i falò (1950);
entrambi furono grandi organizzatori di cultura; entrambi
introdussero in Italia i modelli, soprattutto linguistici, della
letteratura americana e offrirono un modello di prosa narrativa
moderna ispirata a quella americana anche attraverso le traduzioni.
Alla letteratura di lingua inglese guardava anche Beppe Fenoglio, lo
scrittore più creativo anche sul piano linguistico e l'autore di due
grandi testi, Il partigiano Johnny e Una questione privata, entrambi
pubblicati postumi. Numerosi sono i memorialisti e i narratori del
neorealismo: Ignazio Silone, Carlo Levi, Francesco Jovine, Vasco
Pratolini.
Oltre il neorealismo si dilata una grande "nebulosa
narrativa", che ingloba nomi importanti: Carlo Cassola, con al
centro la tematica esistenziale; Giorgio Bassani, che privilegia la
memoria; Giuseppe Tomasi di Lampedusa, con Il Gattopardo (pubblicato
postumo nel 1958); Alberto Moravia con un grande romanzo, Gli
indifferenti (1929), e poi ossessionato dall'attualità; Primo Levi e
il tema della memoria (Se questo è un uomo, 1947); e poi Vitaliano
Brancati, Ennio Flaiano, Goffredo Parise; Leonardo Sciascia, con la
sua lucida narrativa critica; e ancora Guido Morselli, scoperto dopo
la morte, Guido Piovene, Mario Soldati, Giuseppe Bonaviri (1924). A
costoro vanno aggiunti i nomi di scrittrici di primo piano.
Anzitutto Elsa Morante, di cui occorre ricordare almeno La storia
(1974); poi Lalla Romano, attenta osservatrice dei rapporti umani; e
Anna Maria Ortese. Alla fine di questo elenco spicca il nome di
Italo Calvino, la cui opera, iniziata all'insegna del neorealismo,
arrivò a esplorare nuovi territori letterari, dalla fantascienza
alla letteratura come gioco combinatorio.
La ricerca sperimentale degli anni Cinquanta e l'esperienza
della neoavanguardia (che in qualche modo trovò espressione nel
Sessantotto) registra alcune tappe importanti: lo sperimentalismo di
riviste come "Officina" (1955-1958), con Francesco Leonetti, Pier
Paolo Pasolini, Roberto Roversi, Franco Fortini, Angelo Romanò,
Gianni Scalia, e "Il Menabò" (1959-1967), con Vittorini e Calvino;
la neoavanguardia del Gruppo 63, che mirava a ridefinire il rapporto
tra letteratura e pubblico; Pier Paolo Pasolini, poeta, narratore e
cineasta, che sperimentò oltre i compromessi linguistici – propri
del neorealismo – tra lingua e dialetto; Franco Fortini, poeta e
saggista; lo sperimentalismo espressionistico di Giovanni Testori e
di Stefano D'Arrigo (1919); la prosa di Antonio Pizzuto, nella quale
il processo narrativo sembra venire negato; il caso singolare di
Luigi Meneghello; la scrittura d'avanguardia di Edoardo Sanguineti;
i poeti-prosatori della neoavanguardia Elio Pagliarani, Alfredo
Giuliani, Antonio Porta, Nanni Balestrini; le scontrose finzioni di
Giorgio Manganelli; e gli inesauribili artifici di Alberto Arbasino.
Quanto alla lirica, si costruì una ricca e complessa
situazione che la critica ha cercato di dipanare individuando una
"linea sabiana", in cui prevalgono un rapporto più diretto con le
cose e un linguaggio più tradizionale, e una "linea novecentista",
più modernizzante e tendenzialmente ermetica, che fa capo a
Ungaretti e Montale. Alla prima linea appartengono poeti come Carlo
Betocchi (1899-1986), Sandro Penna, Attilio Bertolucci, Giorgio
Caproni e in qualche modo anche Giovanni Giudici; alla seconda poeti
come Mario Luzi e Vittorio Sereni.
Luciano Anceschi indicò poi una "linea lombarda", che
comprende poeti legati a Milano ed esordienti nel dopoguerra, come
Giorgio Orelli, Nelo Risi, Luciano Erba, Bartolo Cattafi; in seguito
sono stati fatti rientrare nella stessa tendenza poeti più giovani,
quali Giancarlo Majorino, Giovanni Raboni, Tiziano Rossi e Maurizio
Cucchi. Per la poesia dialettale registriamo Ignazio Buttitta e
Tonino Guerra.
Dopo il Sessantotto
Negli ultimi decenni si è delineata una condizione culturale
in cui le manifestazioni del moderno nelle società industriali
avanzate si sono saturate e in cui la realtà si sviluppa attraverso
procedimenti sparsi e poco controllabili. Per indicare questa
situazione si parla di "postmoderno". Inoltre il vuoto lasciato da
grandi scrittori, come Calvino, Morante, Levi, Sciascia, e dalle
tradizionali ideologie contribuiscono al disorientamento. Uno
scrittore strutturalmente postmoderno anche per il virtuosismo
intellettuale è Umberto Eco (1932). Altri vivono il postmoderno con
un atteggiamento mentale di resistenza; tra questi, Paolo Volponi
con la sua razionalità e Luigi Malerba su un registro
satirico-grottesco. Ci sono poi i poeti come Andrea Zanzotto (1921),
col suo toccante sperimentalismo; la tensione morale di Giovanni
Giudici; l'ostinato ascolto del linguaggio della poetessa Amelia
Rosselli; e ancora la poesia in dialetto di Franco Loi.
Le opere migliori sono di autori non più giovani come Gesualdo
Bufalino, Vincenzo Consolo, Sebastiano Vassalli e Antonio Tabucchi
per la prosa; e, per la poesia, alcuni nomi della già ricordata
"linea lombarda" (Raboni, Rossi, Cucchi), oltre a Cesare Viviani
(1947), Valentino Zeichen (1938) e le poetesse Alda Merini e Vivian
Lamarque, quest'ultima dal linguaggio fiabesco. Tra gli scrittori
ancora più recenti si sono segnalati: Pier Vittorio Tondelli,
Stefano Benni, Daniele Del Giudice, Aldo Busi, Andrea De Carlo,
Alessandro Baricco, Susanna Tamaro; tra i poeti, Valerio Magrelli
(1957). Infine merita ricordare i nomi di giornalisti e studiosi
come Enzo Biagi, Pietro Citati, Claudio Magris e Roberto Calasso
(1941).