IBIS REDIBIS
Un cittadino romano doveva partire per la guerra
e temeva di rimanere ucciso. Nel dubbio si rivolse all'oracolo il
quale gli rispose :
Ibis redibis non morieris in bello
La risposta poteva significare:
<<Andrai, ritornerai, non morrai in guerra>>.
<<Andrai, non tornerai, morrai in guerra>>.
L'oracolo lasciava all'interessato il compito di
segnare le virgole che noi abbiamo messo nella traduzione della
risposta. Ibis redibis si dice oggi di una risposta che ....
Non risponde, che si presta a tutte le interpretazioni.
LA VIA DI DAMASCO.
Negli Atti degli Apostoli si legge che
Saulo mentre si recava, nel 46 d. C., a Damasco per sterminarvi i
cristiani, fu indotto da una visione a farsi proselito della nuova
fede. Infatti si convertì e la predicò poi col nome di Paolo, con
mirabili parole. L'espressione è usata oggi per indicare la via
della conversione, del ravvedimento.
FARE COME MONSIGNOR
PERRELLI
Che scriveva le lettere e poi le consegnava di
persona al destinatario.
Forse l'ottimo monsignore, nativo di Cava dei
Tirreni, si fidava poco del servizio postale dei suoi tempi o
credeva utile andare a spiegare al destinatario il testo della
lettera che gli aveva indirizzato.
FAR VEDERE LA LUNA NEL
POZZO
Cioè ingannare qualcuno con promesse bugiarde
come fece la volpe che mostrando al lupo l'immagine della luna in
fondo al pozzo gli diede a intendere ch'era una bella forma di
formaggio. Così racconta in una sua favola il La Fontaine.
SUPPLIZIO DI TANTALO.
Come saprete, l'ambrosia era il cibo degli
dei e il nettare ne era la bevanda: ambedue conservavano
l'immortalità e l'eterna giovinezza.
Tantalo, re della Frigia, rubò dal banchetto
degli dei, al quale era stato invitato, il nettare e l'ambrosia per
farne dono agli uomini, e per questa sua gravissima colpa venne
condannato da Giove, nell'inferno, allo strazio della fame e della
sete. Immerso nell'acqua sino al mento, quando si chinava per bere
l'acqua gli sfuggiva e gli rendeva più aspra la tortura della sete.
Posto accanto ad un albero i cui frutti maturi gli pendevano sul
capo, quando alzava la mano per coglierli si allontanavano
aumentando così i morsi dolorosi della fame.
Da questa favola -- che la mitologia racconta per
mettere in guardia gli uomini dai pericoli dell'ambizione di voler
diventare simili agli dei — è nata l'espressione: supplizio di
Tantalo che viene usata per indicare la sofferenza di chi tiene
a portata di mano una cosa che desidera vivamente e di cui non può
servirsi.
TALLONE DI ACHILLE.
Racconta la leggenda che la dea del mare Teli per
rendere suo figlio Achille invulnerabile — per evitare cioè che
potesse essere ferito in combattimento — lo immerse nello Stige
tenendolo per il tallone. Naturalmente il tallone non venne bagnato
dalle acque del fiume infernale (lo Stige) e rimase perciò l'unico
punto vulnerabile. Achille infatti — racconta Omero — morì colpito
nel tallone da una freccia del dio Apollo.
L'espressione: tallone di Achille viene
oggi usata per indicare il punto in cui un individuo non offre
difesa; il difetto sul quale gli altri speculano; il lato debole
di un ragionamento.
LA SPADA DI DAMOCLE.
Damocle, cortigiano di Dionisio il vecchio,
tiranno di Siracusa, invidiava la vita dei Re e dei potenti,
convinto che essa fosse la più facile e felice. Dionisio, non
riuscendo a fargli comprendere che la potenza è piena di pericoli e
che il dominio a nulla vale se non è accompagnato dalla tranquillità
dell'animo, ricorse al seguente stratagemma: Ordinò che venisse
servito un sontuoso banchetto e che fosse appesa al soffitto, in
modo che pendesse sul capo di Damocle, una spada legata ad un crine
di cavallo.
È facile immaginare il terrore di Damocle quando
si accorse del pericolo che correva; il letto, sul quale si era
comodamente adagiato, gli sembrò di spine e le vivande ebbero sapore
di amarissimo veleno. Dionisio aveva ragione !
Si suole definire « Spada di Damocle » un
pericolo, una minaccia che incombe continuamente.
IL TEMPO CHE BERTA FILAVA.
Un giorno si presentò a Berta di Savoia, sposa di
Enrico IV, re di Francia, una vecchia che le fece affettuoso omaggio
del suo fuso dicendo che era tutto quello che possedeva.
La Regina, come era naturale, ne fu commossa ed
ordinò che alla donna fosse dato tanto terreno quanto se ne poteva
misurare, in lungo e in largo, con il filo del suo fuso. La notizia
si diffuse rapidamente e giovani e vecchie accorsero ad offrire alla
Regina fusi e rocche con molto filo. Ma la Regina rifiutò i doni —
che erano espressione di omaggio interessato — dicendo: « Grazie,
non mi servono: è passato il tempo che Berta filava».
L'espressione si usa per dire che è passato il
buon tempo antico, quando i doni venivano fatti col cuore e senza
calcolo di ricompensa.
FATICA DI SISIFO.
Sisifo è considerato dalla mitologia classica
come uno degli uomini più scaltri e più cattivi. Condannato a morire
da Giove riuscì ad incatenare la Morte la quale poi — liberata da
Ares —• si vendicò atrocemente. Sisifo venne condannato a spingere
su per un alto monte — nell'inferno — un gran masso che appena era
in cima rotolava a valle, sicché il lavoro era inutile e la fatica
senza riposo.
«Fatica di Sisifo» si dice appunto un
lavoro pesante, senza soste e inutile.
VEDERE LUCCIOLE PER
LANTERNE.
Gli Arabi antichi, di notte, accendevano nelle
loro tende un lumicino tanto piccolo che illuminava appena. Avevano
poco grasso e dovevano farne economia. Quando invasero l'Egitto, un
gruppo di soldati si trovò, di notte, di fronte ad uno sciame di
lucciole, che in quel paese sono di non comune grandezza. I soldati,
che vedevano per la prima volta simili insetti, ebbero la sensazione
di trovarsi di fronte ad uno sterminato esercito che avanzava contro
di loro al lume di minuscole lanterne e... Coraggiosamente
fuggirono.
Da allora si dice che uno « vede lucciole per
lanterne » se scambia una cosa per un'altra.
CALENDE GRECHE.
Nel calendario romano il primo giorno di ogni
mese era detto Kalendae che significa chiamare, convocare. Il
primo giorno di ogni mese, infatti, il popolo era convocato per
ascoltare l'elenco dei giuochi, delle feste e degli avvenimenti che
cadevano nei prossimi trenta giorni. I Greci non avevano le calende
e fissare una cosa ad Kalendas graecas significava fissarla
per un giorno che non sarebbe venuto.
IL BECCO DI UN QUATTRINO.
Il « quattrino » era un'antica moneta toscana che
valeva quattro denari o spiccioli equivalenti ai nostri centesimi.
Nelle monete di rame di quel tempo si usava disegnare il rostro
che era lo sprone di bronzo col quale le navi da guerra romane
cozzavano e perforavano nel combattimento le navi ne-miche. Il
rostro era simile al becco degli uccelli rapaci, e da questa
similitudine nacque la frase non avere il becco di un quattrino
che vuoi dire non avere una sola di quelle monetucce col becco,
o, come diremmo noi, non avere un centesimo.
VIVERE DA SIBARITA
Sibari, città della Magna Grecia fondata dagli
Achei nel 709 avanti Cristo, sulla spiaggia orientale del Golfo di
Taranto e distrutta dai Crotoniati nel 510, fu celebre per il lusso
e la mollezza dei suoi abitanti.
Si racconta che i Sibariti dormissero su letti di
rose e che uno di loro si svegliò perché nel suo letto un pètalo di
rosa si era piegato !
«Vivere da sibarita» vuoi dire perciò,
scherzosamente, vivere nel lusso più raffinato.
SIAMO FRITTI !
Cioè siamo rovinati. Eccovi uno scherzoso
dialogo su questo modo di dire:
— Siamo fritti ! — disse il merluzzo al
cefalo, quando si accorse che erano caduti nella rete del pescatore.
— Non credo — osservò il cefalo, che aveva fama
di essere spiritoso —. Io sarò certamente arrostito e farò
testamento sulla graticola; tu sarai lessato e nuoterai
nell'olio, incoronato di prezzemolo !
CIURLARE NEL MANICO
<<ciurlare>> vuoi dire non star saldo come
avviene ad esempio al coltello il cui codolo si muove, non è ben
fermo, nel manico.
In senso figurato ciurla nel manico la
persona che tentenna, che si mostra incerta e della quale poco o
niente ci si può fidare.
ESSERE AL VERDE
Anticamente si usava tingere di verde la parte
inferiore delle candele, quella che si incastra nel bocciuolo del
candeliere o delle bugie. Quando la candela era quasi tutta
consumata restava l'ultimo mozzicone, quello colorato di verde.
L'espressione «essere al verde» equivale
all'altra, che abbiamo già visto, «essere al lumicino», ma
indica più precisamente mancanza assoluta di denaro.
LETTO DI PROCRUSTE
(o, più usualmente, Procuste). Damaste, detto
Prokrustes, « lo stiratore », obbligava i forestieri che
capitavano sulle rive del Cefiso, ove egli abitava, a stendersi nel
suo letto. Se erano più corti del letto, ne stirava le membra, se
erano più lunghi tagliava il di più. Venne ucciso da Teseo.
L'espressione è rimasta per indicare la stupida
pretesa di coloro che vogliono ridurre tutto ad una stessa misura.
Ed indica anche, naturalmente, una situazione di disagio e di
pericolo.
VERITÀ LAPALISSIANA.
Dopo la morte del cavaliere francese de La
Palisse -- caduto nella battaglia di Pavia (1525) — i suoi soldati,
con l'intento di esaltarne il valore, cantavano di lui: «II Signor
de La Palisse è morto, morto davanti a Pavia. Un quarto d'ora prima
della morte, egli era ancora vivo».
L'evidente, pacifica verità che un uomo prima di
morire è ancora vivo ha dato origine a burlesche espressioni dello
stesso tipo (La pioggia bagna; Se fossi a casa non sarei qui) che
vengono definite verità lapalissiane. Verità ovvie e perciò ingenue
o ridicole.
FRA SCILLA E CARIDDI.
Scilla e Cariddi erano, nella mitologia classica,
due mostri orrendi che avevano sede l'uno sulla costa calabrese e
l'altro — dirimpetto — su quella siciliana. Scilla stritolava le
navi e Cariddi inghiottiva e vomitava, tre volte al giorno, le acque
del mare. Il navigante che passava lo stretto di Messina si trovava
perciò esposto al pericolo di essere stritolato con la nave se
voleva evitarne il naufragio nei gorghi di Cariddi.
L'espressione «essere — o trovarsi — fra Scilla e
Cariddi » significa « trovarsi fra due pericoli egualmente gravi».
A BIZZEFFE.
La parola araba bizzaf vuoi dire « molto
». La locuzione avverbiale che ne deriva a bizzeffe vuoi dire
perciò moltissimo, in larga e soddisfacente misura.
TORRE DI BABELE.
Narra la Sacra Scrittura che i discendenti di Noè
vollero costruire nella città di Babele una torre così alta da
toccare il cielo con la cima. Ma Iddio, sdegnato da tanta superbia,
confuse il linguaggio di quelli che la costruivano i quali — non
potendo più intendersi fra loro -lasciarono l'opera incompiuta.
Opera che fu detta torre della confusione.
Le parole babele, babilonia e
l'espressione: Torre di Babele, sono oggi adoperate per
indicare una grande confusione.
CANTO DEL CIGNO.
Era comune credenza degli antichi che il cigno
morendo spieghi un canto dolce e melodioso. Il presentimento della
morte e la commozione di dover abbandonare i luoghi e gli animali
che gli erano cari, trasformava la sua voce sgradevole in armoniosa
e piacevole.
Da questa favola la parola Cigno è
diventata appellativo dei musicisti e dei poeti, e l'espressione:
canto del cigno viene adoperata per indicare l'ultimo canto di
un poeta o l'ultimo lavoro di un artista.
VEDERE LUCCIOLE PER
LANTERNE.
Gli Arabi antichi, di notte, accendevano nelle
loro tende un lumicino tanto piccolo che illuminava appena. Avevano
poco grasso e dovevano farne economia. Quando invasero l'Egitto, un
gruppo di soldati si trovò, di notte, di fronte ad uno sciame di
lucciole, che in quel paese sono di non comune grandezza. I soldati,
che vedevano per la prima volta simili insetti, ebbero la sensazione
di trovarsi di fronte ad uno sterminato esercito che avanzava contro
di loro al lume di minuscole lanterne e... coraggiosamente
fuggirono.
Da allora si dice che uno «vede lucciole per
lanterne» se scambia una cosa per un'altra.
IL BECCO DI UN QUATTRINO.
Il «quattrino» era un' antica moneta toscana che
valeva quattro denari o spiccioli equivalenti ai nostri centesimi.
Nelle monete di rame di quel tempo si usava disegnare il rostro
che era lo sprone di bronzo col quale le navi da guerra romane
cozzavano e perforavano nel combattimento le navi nemiche. Il rostro
era simile al becco degli uccelli rapaci, e da questa similitudine
nacque la frase non avere il becco di un quattrino che vuoi
dire non avere una sola di quelle monetucce col becco, o, come
diremmo noi, non avere un centesimo.
LEGARSELA AL DITO.
Gli antichi usavano legarsi intorno a un dito un
filo d'erba o altro - - noi oggi facciamo un nodo al fazzoletto -
- per ricordare qualche cosa che dovevano fare o dire nella
giornata. Da questa consuetudine — che si spiega col fatto che
allora pochi sapevano scrivere e la carta non era di uso comune - è
derivata la frase legarsela al dito, che vuoi dire aver viva
nella memoria una cosa da ricordare, e il più delle volte tenere a
mente un torto ricevuto per vendicarsene al momento opportuno.
CAPRO ESPIATORIO.
Nel rito giudaico era detto espiatorio od
emissario quel capro che il Sommo sacerdote faceva condurre lontano
da Gerusalemme e precipitare da una rupe o abbandonare nel deserto.
Questo sacrifìcio era offerto dal popolo Ebreo per espiazione dei
peccati degli uomini di cui il capro era considerato portatore
(emissario).
L'espressione si usa oggi per indicare una
persona che sconta - quasi sempre a torto - le colpe degli altri.
ESSERE IN BOLLETTA.
Anticamente si usava di affìggere in pubblico
l'elenco delle persone che per non aver potuto pagare i loro debiti
erano state dichiarate fallite. Questo elenco era chiamato
bolletta ed essere in bolletta significava figurare nella lista
dei falliti.
L'espressione viene oggi usata per indicare
mancanza di denaro per lo più momentanea.
(da "Storia e struttura
delle parole" di S. Tàlia e U. Andria)