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Grammatica latina
‘Potenzialità di una
lingua in evoluzione’
Studio storico-linguistico
comparato
di filologia latina.
Ad opera e cura di
CRISTINA TARABELLA.
Diritti concessi
Introduzione
Indiscrezioni sulla lingua latina
Questo mio lavoro sulla lingua latina,
sicuramente insufficiente a svelare tutti i ‘misteri’ di essa, e
assolutamente inadeguato nella sua scarsità, é comunque un umile
tentativo di contribuzione per la conoscenza e per la comprensione
nella sua complessità.
CRISTINA
TARABELLA.
Il breve ‘exursus’ sulla lingua latina, spesso
coinvolgerà altre lingue, come il greco, più comunemente, oppure
l’italiano; e altre ancora. Il mio, é in definitiva, un tentativo di
apportare un piccolissimo ‘quid’ di maggiore informazione su ciò che
concerne la ‘lingua latina’. Quindi, é ovvio, l’attenzione nostra
sarà maggiormente rivolta a quest’ultima, e solo di sfuggita
parleremo delle altre lingue, là dove lo richieda la spiegazione, e
dove esse ci saranno di supporto per chiarire meglio gli aspetti e
le trasformazioni del latino medesimo.
Le lingue definite troppo sbrigativamente ‘morte’,
come il latino appunto, o il greco, o il sanscrito, e altre, in
realtà hanno al loro interno una vivacità e una ‘vis’ talmente
enormi, che basta avvicinarvisi un poco a dare una ‘sbirciatina’
veloce, per renderci conto che esse vivono ancora instancantemente
fra noi.
Il LATINO é una lingua che ‘respira’ nel
nostro eloquio quotidiano (ce ne serviamo addirittura per fare
citazioni, o esprimere sentenze e ‘dictat!’). Ci basti pensare ad
alcuni modi di dire, come:
lupus in fabula, per indicare una
persona di cui si stava parlando e che nel frattempo é sopraggiunta.
Excusatio non petita, accusatio manifesta, detto di chi si giustifica di qualcosa di cui non é stato
accusato, e così facendo rivela la sua colpevolezza.
Divide et impera!, detto di chi vuole
comandare, portando la discordia fra le persone.
Alibi, detto di chi ha una prova che lo
scagiona da un delitto; alla lettera vuol dire altrove.
Agenda, é il diario su cui segniamo le
cose che dobbiamo fare, e infatti alla lettera significa “cose che
si devono fare”.
Cave canem!. Quante volte lo abbiamo
visto scritto sui cancelli!, infatti vuol dire “attenti al cane”.
Dèficit, di cui, purtroppo, si parla
tanto in politica, é, alla lettera, la “mancanza”, a proposito di un
bilancio.
Gratis, “non a pagamento”, in realtà, in
latino, questo termine é in ‘caso ablativo’, e vuol dire “con
favore”.
Ictus, é, nella terminologia medica un
“colpo, o una battuta”, che danneggia i vasi vascolari del cervello.
Interiora, quelle del pollo ad esempio,
di cui parliamo dal nostro macellaio (e questo per chi, lamentandosi
di dover studiare il latino, pronunzia la fatidica frase : “ Ma che
me ne faccio, io, di imparare questa lingua!, non mi serve mica
quando vado a comprare qualcosa dal macellaio!!”). Esse sono “le
cose più interne” (infatti la parola latina é di grado ‘comparativo’):
lo stomaco, l’intestino, etc.
Merenda, che tutti i bambini fanno a
metà giornata, alla lettera significa “da meritarsi”, perchè, in
passato, ricevevano tale compenso, soltanto i bimbi che erano stati
buoni.
Mutande (che in latino é scritto “mutandae”,
perchè é plurale), significa “da cambiarsi”. E, presumibilmente (ce
lo auguriamo!), tutti quanti ci ‘cambiamo’ questo indumento, quando
il momento lo necessita!
Omnibus, poi divenuto solo BUS,
significa “per tutti”, ed indicava, all’inizio del secolo, il
veicolo, trainato da cavalli, di cui ‘tutti potevano usufruire’.
Referendum, al quale siamo chiamati a
votare, grammaticalmente é un ‘gerundivo’ e significa
“(convocazione) per riferire”.
Super, c’é la benzina ‘super’; oppure
usiamo il termine come aggettivo, per indicare qualcosa di
eccezionale. Ebbene, in realtà, tale termine é, in latino, un
avverbio di grado 'superlativo’, e significa “il più possibile”.
Tot, noi usiamo questo termine, per
indicare una quantità non ben precisata, e infatti, anche in latino,
significa “tanto / tanti”; é parola indeclinabile, quindi un
avverbio, e significa anche qui “quantità non precisata”.
Ci sono poi i modi di dire che più si
avvicinano a sentenze e citazioni.
Carpe diem.. é l’inizio di un’ode di
Orazio, che poi é entrata, come frase, nell’uso corrente, per
significare il concetto di “cogliere l’occasione”, oppure di
“accontentarsi di ciò che si ha sul momento e sfruttarlo”.
Castigat ridendo mores, “con il sorriso
parla dei costumi corrotti e li corregge”, quindi indica un qualcuno
che con il sorriso sulle labbra corregge modi di fare sbagliati, che
altri hanno.
Cogito, ergo sum, famosa frase detta dal
filosofo Descartes (Cartesio, 1596-1650), che significa “penso,
dunque esisto”.
Do, ut des, “dò, affinchè tu dìa”, vale a
dire che ‘non si fa niente per niente!’
Dulcis in fundo, “il dolce viene in
fondo”, detto di qualcosa di bello che arriva alla fine. Tale modo
di dire spesso é usato anche in senso sarcastico.
Dura lex, sed lex, “la legge é dura, ma é
la legge” e dobbiamo rispettarla.
Errare humanum est, perseverare diabolicum,
“errare é umano, ma continuare a farlo é diabolico”.
Historia magistra vitae, “la storia é
maestra di vita”.
Homo, homini lupus,
“l’uomo é un lupo per
l’uomo stesso”.
In vino veritas,
“nel vino c’é la
verità”, perchè quando uno é ubriaco, allenta i freni inibitori e
dice la verità.
Melius est abundare, quam deficere,
“é
meglio abbondare, che mancare di qualcosa”.
Mens sana, in corpore sano, “l’anima é
sana solo in un corpo sano”.
Mors tua, vita mea, “morte tua, vita
mia”, cioè ‘meglio che la malasorte tocchi a te, più tosto che a
me!’
Ora et labora,
“prega e lavora”; é questo
un motto dei frati benedettini.
O tempora!, o mores!,
“O tempi
(corrotti)!, o costumi (corrotti)!”
Panem et circenses sottinteso il verbo
‘dare’, “ pane e giochi del Circo”, cioè accontentarsi nella vita
solo del cibo e del divertimento.
Repetita iuvant,
“ le cose ripetute
giovano”.
Semel in anno, licet insanire,
“una volta
l’anno é concesso fare pazzie”.
Si vis pacem, para bellum!, “se vuoi la
pace, prepara la guerra”, così, se il tuo nemico sa che tu sei
pronto a combatterlo, può darsi che si dissuada dal farlo.
Sunt tecum, quae fugit, “restano sempre
dentro di te, e ti seguono ovunque, le cose che vuoi fuggire”; é
questa una famosissima frase di Seneca.
Ubi maior, minor cessat,
“Dove c’é una
cosa più grande, la più piccola viene sopraffatta”.
Veni, vidi, vici, “venni, vidi e vinsi”.
Famosissima frase di Giulio Cesare, che riferiva al suo amico
Amintio la propria vittoria riportata nel 47 a.C. a Zela, sul re
Farnace del Ponto. Questa frase si usa per indicare che si é portata
a termine una questione in un batter d’occhio.
Verba volant, scripta manent,
“le parole si disperdono e si dimenticano, ma le cose scritte
rimangono per sempre”.
Vox populi, vox Dei, “parole del popolo,
parole della divinità”, per significare che ciò che si sente dire
dalla gente é il vero.
Quante volte abbiamo sentito (almeno una
volta!) frasi del genere!
Possiamo ben vedere dunque, il latino, fare
capolino anche nel linguaggio meno còlto, e lo abbiamo dimostrato,
citando soltanto una piccolissima parte di quel latino che tutti i
giorni usiamo; ciò per non lasciare àdito a dubbi, nemmeno nel più
scettico dei detrattori.
Non ci cimenteremo, in questo àmbito, con
tutto il linguaggio latino, che concerne i vari campi, come
quello ‘giuridico’, o ‘medico’, o ‘botanico’, o ‘etologico’ etc.,
altrimenti ci vorrebbe uno studio a parte soltanto per ognuna di
queste voci!
E ancora, a disdòro di coloro che ancora
reputano il latino una ‘lingua morta’, citerò alcune altre frasi da
noi usate nel nostro quotidiano.
Ad maiora!, “verso cose migliori”. Lo si
dice come forma di saluto e di augurio, quando ci si accomiata da
qualcuno.
“Gli manca il cum quibus (con il quale).
Questo modo di dire é in realtà, ciò che rimane di una proposizione
interrogativa latina che suonava così: cum quibus numnis? con quali
denari?. Infatti, anche nel significato che porta in italiano si
intende che a qualcuno mancano i mezzi per fare qualcosa.
Cum grano salis, “con un grano di sale”.
Spesso lo diciamo ai giovani, per intendere che si devono comportare
con assennatezza.
Il sale, infatti, sin dall’antichità, é
connesso con la saggezza e l’assennatezza.
“Gli ha posto un aut,aut” [“o (questo),
o (quello)]. Viene detto di qualcuno che vuol far decidere qualcun
altro, in modo definitivo, su qualche cosa.
sursum corda,
“in alto i cuori”.
Espressione derivante dal lessico ecclesiastico. Oggi ha perso il
senso religioso e lo si dice a chi si vede triste o “giù di corda”
(neutro, plurale da ‘cor, cordis’ = ‘cuore’). Questa frase é
un’incitazione a stare ‘su di morale’.
Ci sono poi singole parole che usiamo di
continuo e, magari, neppure sappiamo che di LATINO si tratta.
Come mutande, merenda, sopra citati
appunto.
Ma c’é anche salve! forma di saluto e
parola direttamente latina.
Bis,
si richiede a teatro, o al circo;
tris, nel gioco delle carte; tandem (la bicicletta a due
posti).
Poi possiamo riportare quella che per noi é
divenuta una sola parola e che si usa in modo ‘sesquipedale’ [‘eccessivo’,
da lat. ‘sesquipedalem’ = ‘di un piede e mezzo’: composto da ‘sesqui-‘,
che sta per ‘sem(i)sque’, letteralmente ‘e (-que) metà (semis),
sottinteso ‘in più’. E’ un derivato di ‘pes, pedis’ = ‘piede’].
Tale parola, unica per noi, é in realtà, in
latino, ‘una congiunzione + un aggettivo neutro sostantivato’. Tale
parola é di così largo uso, che se ne servono anche i bambini (anche
i bambini parlano il latino, dunque!, che sorpresa!). La parola di
cui trattiamo é ‘eccetera’ , che deriva dal latino et
cetera , e significa “ e tutto il resto che rimane”; dove cetera
é un aggettivo, neutro, plurale, della I classe e che si é
sostantivato. In italiano le due parole si sono unite in una sola,
ed hanno subìto anche il fenomeno della ‘assimilazione progressiva
(vedi infra)’.
...E ancora.
Il Duplex , detto del complesso di due
apparecchi telefonici, rispondenti a numeri diversi, ma che sono
posti sulla stessa linea. Era un modo molto usato qualche decennio
fa, nelle famiglie che vivevano in condominî,
per risparmiare denaro sul canone telefonico.
La Laurea ad honorem, o honoris causa,
é quella laurea ricevuta ‘per / a causa dell’onore’ che una persona
si é guadagnata per meriti particolarmente nobili e speciali.
E alias”?, quante volte avremo usato
questa parola! Anche questa é ‘latino diretto’ e significa
‘altrimenti detto’. Infatti, questa parola, sia in italiano, che in
latino, viene di solito usata davanti a pseudonimi.
E quante volte avremo sentito dire una frase
di questo genere: “ Questo concetto ha in nuce un ampio
significato”.
Bene in nuce significa propriamente
“nella noce”, ed é un modo per indicare qualcosa che già c’é, ma
che non é ancora venuto in evidenza, e che ha ancora bisogno di
svilupparsi, di ingrandirsi.
Ma allora cosa c’entra la ‘noce’?
La ‘colpa’ di questo modo di dire risale a
Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), il quale ci informa, in un suo
scritto, di aver trovato una versione dell’Iliade scritta, così in
piccolo, ma così in piccolo, da poter essere contenuta tutta in una
noce!
Ora, forse, Plinio era un tantino fantasioso
nelle sue ‘scoperte’; tuttavia rimane il fatto, che il suo “in nuce”
si é trasformato in un modo di dire che é giunto sino a noi, e che
noi ancora usiamo, per i più svariati contenuti. Questo é veramente
straordinario.
Anche a noi stessi, poi, ci sarà capitato di
dire: “ Guarda quel tale, come é vestito!, é proprio
sui generis!, che alla lettera vuol
dire “di un suo genere particolare”, e per traslato si dice di
persona o cosa molto originale e che possiede caratteristiche fuori
dal comune.
Dunque, dopo tutto quello che sopra ho
scritto, si può ancora dire del latino, che esso é una ‘lingua morta’? Io direi proprio di no.
Il latino VIVE nell’italiano e accanto ad
esso, compenetrandolo e arricchendolo in misura enorme.
Se poi per ‘lingua morta’ si vuole intendere
una lingua che ha cessato la sua evoluzione, niente é più lontano
dal vero, per quanto concerne la lingua latina. Essa infatti, da
quando é nata, continua ad evolversi costantemente. Il latino arriva
sino a noi attraverso le ‘lingue romanze’, dalle quali ancora si
evolve nelle lingue che ha derivato: l’italiano; l’inglese; lo
spagnolo; il francese; il tedesco, etc.
Inoltre bisogna annotare un’importantissima
informazione storico-linguistica e geografica, la quale non ho mai
visto comparire su nessun testo ad uso scolastico.
La lingua latina, non solo non é affatto ‘morta’,
ma addirittura vive gaiamente (più, o meno!), e solo un poco
trasformata, in un’area linguistica, sia pure ristretta, ma
geograficamente definita, che si trova nel Trentino Alto Adige.
Questo ‘pseudo-latino’, che tra l’altro si
chiama ladino, é ritenuta una lingua così importante da
essere preservata, e ancor oggi viene insegnata nelle scuole del
posto.
Per quanto riguarda il rapporto del ‘ladino’
con il ‘latino’, potremo dire che, se l’italiano si può considerare
il ‘pronipote’ del latino, il ‘ladino’ si può considerarlo ‘suo
fratello’!
Dunque, dopo aver esposto queste poche
informazioni, ritengo che non si possa più dire del latino, che é
una ‘lingua morta’. Del resto, chi vuole continuare a dirlo, non
sarà certo impedito a farlo da nessun divieto scritto: si tratta
semmai di conoscenza e di buon senso!
In realtà, qui e brevemente, noi abbiamo
dimostrato quanta parte abbia ancor oggi il latino nella nostra
lingua.
Il problema veramente preoccupante é di tutt’altra
natura, a mio giudizio.
Questa lingua infatti (come il greco antico, e
purtroppo l’italiano stesso!), non viene più insegnata in maniera
‘ortodossa’ nelle scuole.
Per cominciare bisogna dire che sono ‘apparsi’,
come libri di testo per licei e magistrali, certe rocambolanti
grammatiche, le quali, cercando di ‘inventare’ nuovi modi per
snaturare il latino, non hanno fatto altro che creare un enorme caos
di nozioni posticce, e per di più, proposte in modo non
sistematico, che suscitano (e già se ne vedono i risultati,
purtroppo!) nei giovani che si accingono ai primi rudimenti della
lingua, un completo sbandamento, con la risultante di una
incomprensione totale.
Invece, per insegnare una nuova lingua, così
come per insegnare qualsiasi nuova cosa, bisogna seguire un
programma sistematico, chiaro e conciso, supportato da fermi punti
di riferimento, che dovrebbero essere gli insegnanti. La maggior
parte di costoro, però, non é più in grado di ‘riferire’ ai propri
studenti, la materia in modo chiaro; vuoi perché non ne hanno più
voglia (quanto é cambiata – in peggio! – la scuola!), vuoi perché a
loro volta non hanno recepito abbastanza ‘bene la materia’. Così il
tutto, cioè le materie scolastiche, e fra esse anche il latino,
viene malamente e scarsamente propinato, a giovani che per la loro
naturale inflessione alla frivolezza e ai passatempi ludici, non
hanno la benchè minima intenzione di ‘sprecare’ le proprie energie
cerebrali per l’approfondimento di materie di cui ‘non gliene può
importare di meno!’, per usare un linguaggio ‘ad hoc’, e
preferiscono di gran lunga, mandarsi ‘messaggi’ con il cellulare e
correre a comprarsi l’ultimo ‘CD’ di ‘Tizio’.
Ecco come, di questa bella lingua, se ne perde
il ricordo; se ne perde il gusto e sopratutto se ne perde la
conoscenza, anche da parte di chi, tale lingua, dovrebbe insegnarla,
dopo averla studiata all’Università e aver conseguito una laurea che
gli ha permesso di fregiarsi del titolo di ‘insegnante’.
Allora, questo mio modesto lavoro, cerca
soltanto di contribuire a non lasciare cadere nel dimenticatoio,
cose della lingua latina, che a scuola, ormai, neppure vengono
nominate; e tende – sempre il mio lavoro – a fare in modo che tali
cose rimangano in queste righe, indelebili, nel tempo, perchè, come
si diceva sopra: “verba volant, scripta manent!”.
Del resto, tale contributo informativo é, mi
rendo conto, una festùca infinitesimale, che galleggia nel Mare
Magno della Cultura.
Ma d’altronde, il mare é pur fatto di gocce!
Così, a un di presso, non faccio altro, anche
io, che contribuire, con la mia piccolissima goccia, ad accompagnare
le altre miriadi e miriadi di sue sorelle.
CAPITOLO PRIMO
In questo capitolo tratteremo un importante
fenomeno linguistico, che, sin dall’origine della nostra lingua, ci
accompagna e si impone ancor oggi.
Parleremo delle sonanti vocali Indoeuropee
.
Le “sonanti vocali” sono quattro lettere
provenienti dalla nostra lingua madre, appunto l’ Indo - Europeo
(abbreviazione: I.E.).
Esse accompagnano nella loro evoluzione, ogni
lingua di derivazione I.E.
Tali lettere sono così denominate (‘sonanti
vocali’), perchè nell’ I.E. il loro suono era talmente sonoro, ma al
contempo talmente aperto, che, insieme ad un’altra consonante,
formavano una sillaba.
Chiaramente, da quei tempi remoti (si parla di
un’epoca compresa fra il IV ed il III millennio a.C.) le capacità
fonatorie delle genti, dei popoli, si sono modificate, sia nel
tempo, che nei luoghi. E così, come oggi, noi Italiani troviamo
difficoltà nel pronunziare una lingua straniera (perchè i nostri
organi fonatori si sono sviluppati per i suoni che produce la lingua
italiana), parimenti non saremmo più in grado di pronunziare queste
quattro lettere come erano in origine; lettere che del resto sono
assolutamente necessarie per l’evoluzione della lingua.
Già i Greci avevano ‘evoluto’ ‘le sonanti vocali’ in qualcosa di diverso da ciò che erano originariamente, per
pronunziarle meglio.
Abbiamo attestazione di ciò, a partire dal XV
sec. a.C..
Qui occorre fermarsi un attimo per fare una
precisazione molto importante.
La pronunzia scolastica del greco antico , é
detta erasmiana, perchè appunto ERASMO DA ROTTERDAM, che fu
un rinascimentale vissuto dal 1467, al 1536, ‘codificò’ questa
lingua (il greco antico) secondo i SUOI personali criteri!!
Proprio per questo motivo NON si può avere
certezza della pronunzia del greco antico. Tanto più che la lingua
mutava continuamente, anche da luogo a luogo, dove si imponevano i
varii dialetti, che, pur essendo sempre ‘lingua greca’, differivano
fra loro in maniera abnorme.
La stessa cosa avvenne anche per l’ ANTICO
INDIANO, lingua che prese il nome di SANSCRITO (abbreviazione = sscr.). Esso é attestato in India a partire dal X sec. a.C.
Così le varie lingue modificarono le quattro
‘sonanti vocali’ della lingua-madre: ognuna secondo le proprie
esigenze e capacità fonatorie.
Le quattro ‘sonanti vocali’ di cui sin qui
abbiamo parlato, sono le seguenti:
l m n r
° ° ° °
i vocale = inops
u vocale = mon-ui (rimasi)
i,
‘sonante vocale’ = i,am
(già) u, sonante vocale =
lauda-u,i
(si legge
laudavi e vuol dire lodai(n.d.a.)
Per la sonante vocale u,
tratteremo più dettagliatamente l’argomento in un altro capitolo.
Mentre
gli Autori del libro “Propedeutica al Latino Universitario”, tra i
quali c’é l’Autore ‘Traina’, così definiscono la questione.
<<L’ I.E.
– che é, si badi bene, un concetto non etnico, ma linguistico - é
oggi concepito come un insieme di varietà dialettali parlate da
tribù a struttura patriarcale, in una zona settentrionale del
continente Euroasiatico, tra il IV ed il III millennio a.C.
In seguito a successive migrazioni, scaglionate
nel tempo, questi dialetti si sparsero e si affermarono su un
territorio compreso tra l’ India e l’ Europa, soppiantando quasi
dovunque le lingue indigene, le quali reagirono mediante il così
detto ‘influsso di sostrato’ (1) e differenziandosi ulteriormente in
una serie di lingue che sono, da Oriente ad Occidente:
sanscrito / iranico / persiano / armeno / slavo
/ baltico / greco / germanico / italico / osco-umbro / latino /
celtico, cui si aggiunga il tocario del Turkestan e l’ittita dell’Asia Minore.
Il latino presenta peculiarità sopratutto
morfologiche e lessicali, in comune con l’ ‘indo-iranico’, secondo
la norma delle ‘aree periferiche’ (2).>>
(1)
Influsso di sostrato > Trattasi di strato linguistico
antico, sopraffatto da una lingua nuova sopraggiunta, che lo àltera
e lo influenza, più o meno sensibilmente, dall’interno. (n.d.a.)
(2)
Aree periferiche > Trattasi di zone particolarmente
conservatrici.
Per fare un
esempio si notino i corrispondenti di rēx , che si trovano
solo nel celtico in antroponimi come Vergingetō / rīx .
E nell’ Indo-iranico si può confrontare il
sanscrito mahā – rāja , dove rāja deriva da
rēx , e la parola mahā – rāja
significa magnus rēx.
E continua così la Grammatica degli Autori
Sivieri e Vivian.
<<... Queste quattro lettere
potevano fungere sia da consonante, che da vocale, in modo che ‘una
consonante + una di esse’ formavano una sillaba.
Queste quattro lettere sono m, l , n, r,
chiamate ‘sonanti vocali’ e indicate in funzione di vocale con un
punto sotto di esse:
* n = alfa + ni (an)
, quando * n é davanti a
CONSONANTE.
Il seguente prospetto indica gli esiti delle
sonanti vocali in greco ed in latino.
Si badi che * m diventa alfa + mi (am) davanti a VOCALE
*m in GRECO =
a /
am > da I.E. > *dekm =
de¢ka
= ‘dieci’.
*m in LATINO = em = decem
= ‘dieci’.
in LATINO = en
= tentus = ‘teso’.
in GRECO =
al/la> da I.E. *m l d =
amalo¢V=
‘molle’.
in LATINO = ol = mollis =
‘molle’.
* r
E questo é quanto troviamo sul testo di
grammatica greca, ad uso delle classi ginnasiali, degli Autori Sivieri e Vivian.
Questo testo fu adottato fino agli anni ’80,
nel Liceo Classico Ginnasiale ‘Niccolò Machiavelli’ di Lucca.
Poi fu sostituito dal testo del Savino, il
quale non ritiene necessario trattare questo argomento e dunque non
ne fa il benchè minimo cenno. Nel suo testo, per tanto, non si trova
niente al riguardo di questo importantissimo fenomeno linguistico,
che lega in un tutt’uno d’insieme, svariate lingue dell’antichità,
che poi si sono evolute, per giungere, così come sono oggi, sino a
noi.
Ma sentiamo adesso la definizione di ‘sonate vocale’ che persino gli Autori del Nuovo Dizionario Etimologico
della lingua italiana, ritengono opportuno darci.
Devoto e Oli così definiscono.
<<SONANTE. Aggettivo.
In fonetica si dice di un suono capace di
assumere da solo, valore sillabico.
Più propriamente, ‘sonante’ si dice di un suono
che può essere, secondo l’ambiente fonetico circostante, vocale
oppure consonante. In Italianop solo i ed u adempiono
a queste esigenze.>>
Adesso dunque vediamo un poco più in
dettaglio di dare la giusta collocazione storica e linguistica, a
queste quattro lettere: le sonanti vocali.
Si deve vieppiù notare che il fenomeno fonetico
delle sonanti vocali lo si ritrova, come si é accennato, anche nella
lingua latina e nella lingua italiana.
Ciò sarà oggetto di trattazione per un altro
capitolo.
I ‘Ceppi-madre’ delle lingue della zona
geografica che comprende tutta l’ Eurasia, si dividono in due rami
principali:
(a) le lingue *kmtom ( leggi: ‘kèntom),
che sono di origine I.E. e si distinguono dalle (b) lingue
Sat∂m ( leggi: ‘sàtem’) (1), che sono di
origine iranica.
1)Le lingue *kmtom sono ad
accento INTENSIVO, vale a dire espiratorio.
Mentre le lingue Sat∂m sono
ad accento di ALTEZZA; esso cioè, é un accento MUSICALE o
MELODICO.
°
Sia *kmtom, sia Sat∂m, significa ‘CENTO’ , ma
mentre in I.E. la velare K dà esito sempre K,
in iranico essa non sempre dà esito K,
come in questo caso, ma può dare anche esito S.
Le lingue *kmtom comprendono: greco / latino /
celtico / osco-umbro / ittito / tocario / germanico.
D’ora innanzi ci occuperemo esclusivamente
degli esiti delle sonanti vocali, nelle lingue *kmtom, e più
precisamente prenderemo in esame il greco, il sanscrito, il latino e
un poco anche l’italiano.
Come si é più volte ripetuto, le sonanti
vocali I.E. , mutarono la loro forma originaria, all’interno delle
varie lingue, perchè le necessità fonatorie (1) nell’essere umano
cambiavano da luogo a luogo e da un’epoca ad un’ altra.
(1)
Gli ‘organi fonatori’ sono quegli organi che concorrono
all’articolazione
dei suoni che
formano una lingua.
Essi sono:
le corde vocali / la
laringe / l’apparato respiratorio / il palato /
le cavità nasali e
orali / nonchè la lingua.
Potremmo pensare, per avere un’idea del
cambiamento, come sono diversamente strutturati gli organi fonatori
di un GIAPPONESE o di un CINESE – sia pure moderni! - , rispetto a
quelli di un OCCIDENTALE.
Per il Giapponese o il Cinese, infatti, gli
organi preposti alla parola sono sviluppati in modo da pronunziare
una lingua di tipo melodico, quasi una canzone, mentre per un
Occidentale gli organi del parlare, hanno seguìto uno sviluppo atto
a pronunziare una lingua TONICA, cioè con accenti, pause e
sospensioni.
Esiti delle sonanti vocali
Adesso vedremo più da vicino gli esiti delle
‘sonanti vocali’ n / r .
Esiti della sonante vocale n in
GRECO.
Il verbo te,ni¢-w
subisce ‘metatesi quantitativa’ e diventa
tei¢nw = “stendo”
tei¢nw > perfetto =
te¢tona
>aoristo passivo
= ¢eta¢qen da e- t n
– qhn (1)
de¢rcomai
> perfetto = de¢dorca
= vedo
> aoristo II =
¢¢elipon
(2)
Invece negli esempi numero
1 ) n =a(alfa),
e r = ra(ro-alfa), le
sonanti vocali
n =a,
r =ra, hanno la stessa
posizione, che, negli esempi numero 2), tengono le VOCALI,
quindi significa che negli esempi numero 1),
a e
ra, sono il risultato di sonanti vocali ed indicano il GRADO
ZERO del tema verbale, cioè NON SONO DELLE REALI VOCALI!!
Ecco perchè spesso il grado zero lo troviamo
in a , che é solo
apparentemente una vocale.
Un altro esempio.
Aggettivo verbale del verbo
tei¢nw = stendo.
greco sscr latino I.E.
tato¢V
tatas tentus *tntos
cuore
sscr = c r d
greco = 1)
kradi¢a << dorico
da r =
ra
2)
kardi¢a
<< attico da r = ar
In greco abbiamo DUE ESITI della stessa sonante
vocale.
Mentre in latino abbiamo un unico esito =
c r = cor
Un altro esempio di esiti nella parola
padre.
sscr greco
latino
pit r su
patra¢si patrem
Prendiamo adesso in considerazione il
germanico.
Il PERFETTO ARCAICO ha valore di presente.
¢¢oida
perfetto > ho visto > quindi > so.
Poi il perfetto diventa un preterito del verbo (cioè il passato del
verbo).
greco = *Foi¢da
= germanico = wait = SO
greco = *Fi¢dmen
= germanico = witum = SAPPIAMO
[* La lettera F si chiama digamma,
ed é un’antica lettera che nel corso del tempo é caduta, lasciando
qualche traccia, a volte, nello spirito aspro. La sua pronunzia é
molto vicina al suono della nostra V ; quindi
pronunzieremo Voi¢da,
poi, cadendo il digamma, al suo posto lascia lo SPIRITO
ASPRO, e in italiano diventa vidi.
Legare
= germanico binda (cfr.
it. ‘benda’)
bundum
da b n d = grado zero = noi legammo
greco 1° pers. sing. PERFETTO =
ge¢gona
= GRADO FORTE =
gon-
greco 1° pers. plu. PERFETTO =
ge¢gamen= GRADO
ZERO = gm-
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