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Il latino "recente"

 

 

 

 

Grammatica latina

‘Potenzialità di una lingua in evoluzione’

Studio storico-linguistico comparato

di filologia latina.

Ad opera e cura di

CRISTINA TARABELLA.

Diritti concessi

Introduzione

Indiscrezioni sulla lingua latina

Questo mio lavoro sulla lingua latina, sicuramente insufficiente a svelare tutti i ‘misteri’ di essa, e assolutamente inadeguato nella sua scarsità, é comunque un umile tentativo di contribuzione per la conoscenza e per la comprensione nella sua complessità.

                                                                                                                  CRISTINA TARABELLA.

Il  breve ‘exursus’ sulla lingua latina, spesso coinvolgerà altre lingue, come il greco, più comunemente, oppure l’italiano; e altre ancora. Il mio, é in definitiva, un tentativo di apportare un piccolissimo ‘quid’ di maggiore informazione su ciò che concerne la ‘lingua latina’. Quindi, é ovvio, l’attenzione nostra sarà maggiormente rivolta a quest’ultima, e solo di sfuggita parleremo delle altre lingue, là dove lo richieda la spiegazione, e dove esse ci saranno di supporto per chiarire meglio gli aspetti e le trasformazioni del latino medesimo.

  Le lingue definite troppo sbrigativamente ‘morte’, come il latino appunto, o il greco, o il sanscrito, e altre, in realtà hanno al loro interno una vivacità e una ‘vis’ talmente enormi, che basta avvicinarvisi un poco a dare una ‘sbirciatina’ veloce, per renderci conto che esse vivono ancora instancantemente fra noi.

 Il LATINO é una lingua che ‘respira’ nel nostro eloquio quotidiano (ce ne serviamo addirittura per fare citazioni, o esprimere sentenze e ‘dictat!’). Ci basti pensare ad alcuni modi di dire, come:

 lupus in fabula, per indicare una persona di cui si stava parlando e che nel frattempo é sopraggiunta.

Excusatio non petita, accusatio manifesta, detto di chi si giustifica di qualcosa di cui non é stato accusato, e così facendo rivela la sua colpevolezza.

Divide et impera!, detto di chi vuole comandare,  portando la discordia fra le persone.

Alibi, detto di chi ha una prova che lo scagiona da un delitto;  alla lettera vuol dire altrove.

Agenda, é il diario su cui segniamo le cose che dobbiamo fare, e infatti alla lettera significa “cose che si devono fare”.

Cave canem!. Quante volte lo abbiamo visto scritto sui cancelli!, infatti vuol dire “attenti al cane”.

Dèficit, di cui, purtroppo, si parla tanto in politica, é, alla lettera, la “mancanza”, a proposito di un bilancio.

Gratis, “non a pagamento”, in realtà, in latino, questo termine é in ‘caso ablativo’, e vuol dire “con favore”.

Ictus, é, nella terminologia medica un “colpo, o una battuta”, che danneggia i vasi vascolari del cervello.

Interiora, quelle del pollo ad esempio, di cui parliamo dal nostro macellaio (e questo per chi, lamentandosi di dover studiare il latino, pronunzia la fatidica frase : “ Ma che me ne faccio, io, di imparare questa lingua!, non mi serve mica quando vado a comprare qualcosa dal macellaio!!”). Esse sono “le cose più interne” (infatti la parola latina é di grado ‘comparativo’): lo stomaco, l’intestino, etc.

Merenda, che tutti i bambini fanno a metà giornata, alla lettera significa “da meritarsi”, perchè, in passato, ricevevano tale compenso, soltanto i bimbi che erano stati buoni.

Mutande (che in latino é scritto “mutandae”, perchè é plurale), significa “da cambiarsi”. E, presumibilmente (ce lo auguriamo!), tutti quanti ci ‘cambiamo’ questo indumento, quando il momento lo necessita!

Omnibus, poi divenuto solo BUS, significa “per tutti”, ed indicava, all’inizio del secolo, il veicolo, trainato da cavalli, di cui ‘tutti potevano usufruire’.

Referendum, al quale siamo chiamati a votare, grammaticalmente é un ‘gerundivo’ e significa “(convocazione) per riferire”.

Super, c’é la benzina ‘super’; oppure usiamo il termine come aggettivo, per indicare qualcosa di eccezionale. Ebbene, in realtà, tale termine é, in latino, un avverbio di grado 'superlativo’, e significa “il più possibile”.

Tot, noi usiamo questo termine, per indicare una quantità non ben precisata, e infatti, anche in latino, significa “tanto / tanti”; é parola indeclinabile, quindi un avverbio, e significa anche qui “quantità non precisata”.

Ci sono poi i modi di dire che più si avvicinano a sentenze e citazioni.

Carpe diem.. é l’inizio di un’ode di Orazio, che poi é entrata, come frase, nell’uso corrente, per significare il  concetto di “cogliere l’occasione”, oppure di “accontentarsi di ciò che si ha sul momento e sfruttarlo”.

Castigat ridendo mores, “con il sorriso parla dei costumi corrotti e li corregge”, quindi indica un qualcuno che con il sorriso sulle labbra corregge modi di fare sbagliati, che altri hanno.

Cogito, ergo sum, famosa frase detta dal filosofo Descartes (Cartesio, 1596-1650), che significa “penso, dunque esisto”.

Do, ut des, “dò, affinchè tu dìa”, vale a dire che ‘non si fa niente per niente!’

Dulcis in fundo, “il dolce viene in fondo”, detto di qualcosa di bello che arriva alla fine. Tale modo di dire spesso é usato anche in senso sarcastico.

Dura lex, sed lex, “la legge é dura, ma é la legge” e dobbiamo rispettarla.

Errare humanum est, perseverare diabolicum, “errare é umano, ma continuare a farlo é diabolico”.

Historia magistra vitae, “la storia é maestra di vita”.

Homo, homini lupus, “l’uomo é un lupo per l’uomo stesso”.

In vino veritas,  “nel vino c’é la verità”, perchè quando uno é ubriaco, allenta i freni inibitori e dice la verità.

Melius est abundare, quam deficere, “é meglio abbondare, che mancare di qualcosa”.

Mens sana, in corpore sano, “l’anima é sana solo in un corpo sano”.

Mors tua, vita mea, “morte tua, vita mia”, cioè ‘meglio che la malasorte tocchi a te, più tosto che a me!’

Ora et labora, “prega e lavora”; é questo un motto dei frati benedettini.

O tempora!, o mores!, “O tempi (corrotti)!, o costumi (corrotti)!”

Panem et circenses sottinteso il verbo ‘dare’, “ pane e giochi del Circo”, cioè accontentarsi nella vita solo del cibo e del divertimento.

Repetita iuvant, “ le cose ripetute giovano”.

Semel in anno, licet insanire, “una volta l’anno é concesso fare pazzie”.

Si vis pacem, para bellum!, “se vuoi la pace, prepara la guerra”, così, se il tuo nemico sa che tu sei pronto a combatterlo, può darsi che si dissuada dal farlo.

Sunt tecum, quae fugit, “restano sempre dentro di te, e ti seguono ovunque, le cose che vuoi fuggire”; é questa una famosissima frase di Seneca.

Ubi maior, minor cessat, “Dove c’é una cosa più grande, la più piccola viene sopraffatta”.

Veni, vidi, vici, “venni, vidi e vinsi”. Famosissima frase di Giulio Cesare, che riferiva al suo amico Amintio la propria vittoria riportata nel 47 a.C. a Zela, sul re Farnace del Ponto. Questa frase si usa per indicare che si é portata a termine una questione in un batter d’occhio.

Verba volant, scripta manent, “le parole si disperdono e si dimenticano, ma le cose scritte rimangono per sempre”.

Vox populi, vox Dei, “parole del popolo, parole della divinità”, per significare che ciò che si sente dire dalla gente é il vero.

 Quante volte abbiamo sentito (almeno una volta!) frasi  del genere!

 Possiamo ben vedere dunque,  il latino, fare capolino anche nel linguaggio meno còlto, e lo abbiamo dimostrato, citando soltanto una piccolissima parte di quel latino che tutti i giorni usiamo; ciò per non lasciare àdito a dubbi, nemmeno nel più scettico dei detrattori.

 Non ci cimenteremo, in questo àmbito, con tutto il linguaggio latino, che concerne i vari campi, come quello ‘giuridico’, o ‘medico’, o ‘botanico’, o ‘etologico’ etc., altrimenti ci vorrebbe uno studio a parte soltanto per ognuna di queste voci!

 E ancora, a disdòro di coloro che ancora reputano il latino una ‘lingua morta’, citerò alcune altre frasi da noi usate nel nostro quotidiano.

Ad maiora!, “verso cose migliori”. Lo si dice come forma di saluto e di augurio, quando ci si accomiata da qualcuno.

“Gli manca il cum quibus (con il quale). Questo modo di dire é in realtà, ciò che rimane di una proposizione interrogativa latina che suonava così: cum quibus numnis? con quali denari?. Infatti, anche nel significato che porta in italiano si intende che a qualcuno mancano i mezzi per fare qualcosa.

Cum grano salis,  “con un grano di sale”. Spesso lo diciamo ai giovani, per intendere che si devono comportare con assennatezza.

 Il sale, infatti, sin dall’antichità, é connesso con la saggezza e l’assennatezza.

“Gli ha posto un aut,aut” [“o (questo), o (quello)]. Viene detto di qualcuno che vuol far decidere qualcun altro, in modo definitivo, su qualche cosa.

sursum corda,  “in alto i cuori”. Espressione derivante dal lessico ecclesiastico. Oggi ha perso il senso religioso e lo si dice a chi si vede triste o “giù di corda” (neutro, plurale da ‘cor, cordis’ = ‘cuore’). Questa frase é un’incitazione a stare ‘su di morale’.

  Ci sono poi singole parole che usiamo di continuo e, magari, neppure sappiamo che di LATINO si tratta.

Come mutande, merenda, sopra citati appunto.

Ma c’é anche salve! forma di saluto e parola direttamente latina.

Bis, si richiede a teatro, o al circo; tris, nel gioco delle carte; tandem (la bicicletta a due posti).

 Poi possiamo riportare quella che per noi é divenuta una sola parola e che si usa in modo ‘sesquipedale’ [‘eccessivo’, da lat. ‘sesquipedalem’ = ‘di un piede e mezzo’: composto da  ‘sesqui-‘, che sta per ‘sem(i)sque’, letteralmente ‘e (-que) metà (semis), sottinteso ‘in più’. E’ un derivato di ‘pes, pedis’ = ‘piede’].

Tale parola, unica per noi, é in realtà, in latino, ‘una congiunzione + un aggettivo neutro sostantivato’. Tale parola é di così largo uso, che se ne servono anche i bambini (anche i bambini parlano il  latino, dunque!, che sorpresa!). La parola di cui trattiamo é ‘eccetera’ , che deriva dal latino et cetera , e significa  “ e tutto il resto che rimane”; dove  cetera é un aggettivo, neutro, plurale, della I classe e che si é sostantivato. In italiano le due parole si sono unite in una sola, ed hanno subìto anche il fenomeno della ‘assimilazione progressiva (vedi infra)’.

...E ancora.

Il Duplex , detto del complesso di due apparecchi telefonici, rispondenti a numeri diversi, ma che sono posti sulla stessa linea. Era un modo molto usato qualche decennio fa, nelle famiglie che vivevano in condominî, per risparmiare denaro sul canone telefonico.

La Laurea ad honorem, o honoris causa, é quella laurea ricevuta ‘per / a causa dell’onore’ che una persona si é guadagnata per meriti particolarmente nobili e speciali.

E alias”?, quante volte avremo usato questa parola! Anche questa é ‘latino diretto’ e significa ‘altrimenti detto’. Infatti, questa parola, sia in italiano, che in latino, viene di solito usata davanti a pseudonimi.

 E quante volte avremo sentito dire una frase di questo genere: “ Questo concetto ha in nuce un ampio significato”.

Bene in nuce significa propriamente “nella noce”,  ed é un modo per indicare qualcosa che già c’é, ma che non é ancora venuto in evidenza, e che ha ancora bisogno di svilupparsi, di ingrandirsi.

Ma allora cosa c’entra la ‘noce’?

La ‘colpa’ di questo modo di dire risale a Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), il quale ci informa, in un suo scritto, di aver trovato una versione dell’Iliade scritta, così in piccolo, ma così in piccolo, da poter essere contenuta tutta in una noce!

Ora, forse, Plinio era un tantino fantasioso nelle sue ‘scoperte’; tuttavia rimane il fatto, che il suo “in nuce” si é trasformato in un  modo di dire che é giunto sino a noi,  e che noi ancora usiamo, per i più svariati contenuti. Questo é veramente straordinario.

Anche a noi stessi, poi, ci sarà capitato di dire: “ Guarda quel tale, come é vestito!, é proprio

sui generis!, che alla lettera vuol dire “di un suo genere particolare”, e per traslato si dice di persona o cosa molto originale e che possiede caratteristiche fuori dal comune.

Dunque, dopo tutto quello che sopra ho scritto, si può ancora dire del latino, che esso é una ‘lingua morta’? Io direi proprio di no.

Il latino VIVE nell’italiano e accanto ad esso, compenetrandolo e arricchendolo in misura enorme.

Se poi per ‘lingua morta’ si vuole intendere una lingua che ha cessato la sua evoluzione, niente é più lontano dal vero, per quanto concerne la lingua latina. Essa infatti, da quando é nata, continua ad evolversi costantemente. Il latino arriva sino a noi attraverso le ‘lingue romanze’, dalle quali ancora si evolve nelle lingue che ha derivato: l’italiano; l’inglese; lo spagnolo; il francese; il tedesco, etc.

Inoltre bisogna annotare un’importantissima informazione storico-linguistica e geografica, la quale non ho mai visto comparire su nessun testo ad uso scolastico.

La lingua latina, non solo non é affatto ‘morta’, ma addirittura vive gaiamente (più, o meno!), e solo un poco trasformata, in un’area linguistica, sia pure ristretta, ma geograficamente definita, che si trova nel Trentino Alto Adige.

Questo ‘pseudo-latino’, che tra l’altro si chiama ladino, é ritenuta una lingua così importante da essere preservata, e ancor oggi viene insegnata nelle scuole del posto.

Per quanto riguarda il rapporto del ‘ladino’ con il ‘latino’, potremo dire che, se l’italiano si può considerare il ‘pronipote’ del latino, il ‘ladino’ si può considerarlo ‘suo fratello’!

Dunque, dopo aver esposto queste poche informazioni, ritengo che non si possa più dire del latino, che é una ‘lingua morta’. Del resto, chi vuole continuare a dirlo, non sarà certo impedito a farlo da nessun divieto scritto: si tratta semmai di conoscenza e di buon senso!

In realtà, qui e brevemente, noi abbiamo dimostrato quanta parte abbia ancor oggi il latino nella nostra lingua.

Il problema veramente preoccupante é di tutt’altra natura, a mio giudizio.

Questa lingua infatti (come il greco antico, e purtroppo l’italiano stesso!), non viene più insegnata in maniera ‘ortodossa’ nelle scuole.

Per cominciare bisogna dire che sono ‘apparsi’, come libri di testo per licei e magistrali, certe rocambolanti grammatiche, le quali, cercando di ‘inventare’ nuovi modi per snaturare il latino, non hanno fatto altro che creare un enorme caos di nozioni posticce, e  per di più, proposte in modo non sistematico, che suscitano (e già se ne vedono i risultati, purtroppo!) nei giovani che si accingono ai primi rudimenti della lingua, un completo sbandamento, con la risultante di una incomprensione totale.

Invece, per insegnare una nuova lingua, così come per insegnare qualsiasi nuova cosa, bisogna seguire un programma sistematico, chiaro e conciso, supportato da fermi punti di riferimento, che dovrebbero essere gli insegnanti. La maggior parte di costoro, però, non é più in grado di ‘riferire’ ai propri studenti, la materia in modo chiaro; vuoi perché non ne hanno più voglia (quanto é cambiata – in peggio! – la scuola!), vuoi perché a loro volta non hanno recepito abbastanza ‘bene la materia’. Così il tutto, cioè le materie scolastiche, e fra esse anche il latino, viene malamente e scarsamente propinato, a giovani che per la loro naturale inflessione alla frivolezza e ai passatempi ludici, non hanno la benchè minima intenzione di ‘sprecare’ le  proprie energie cerebrali per l’approfondimento di materie di cui ‘non gliene può importare di meno!’, per usare un linguaggio ‘ad hoc’, e preferiscono di gran lunga, mandarsi ‘messaggi’ con il cellulare e correre a comprarsi l’ultimo ‘CD’ di ‘Tizio’.

Ecco come, di questa bella lingua, se ne perde il ricordo; se ne perde il gusto e sopratutto se ne perde la conoscenza, anche da parte di chi, tale lingua, dovrebbe insegnarla, dopo averla studiata all’Università e aver conseguito una laurea che gli ha permesso di fregiarsi del titolo di ‘insegnante’.

 Allora, questo mio modesto lavoro, cerca soltanto di contribuire a non lasciare cadere nel dimenticatoio, cose della lingua latina, che a scuola, ormai, neppure vengono nominate; e tende – sempre il mio lavoro – a fare in modo che tali cose rimangano in queste righe, indelebili, nel tempo, perchè, come si diceva sopra: “verba volant, scripta manent!”.

Del resto, tale contributo informativo é, mi rendo conto, una festùca infinitesimale, che galleggia nel Mare Magno della Cultura.

Ma d’altronde, il mare é pur fatto di gocce!

Così, a un di presso, non faccio altro, anche io, che contribuire, con la mia piccolissima goccia, ad accompagnare le altre miriadi e miriadi di sue sorelle.

CAPITOLO PRIMO

 In questo capitolo tratteremo un importante fenomeno linguistico, che, sin dall’origine della nostra lingua, ci accompagna e si impone ancor oggi.

Parleremo delle sonanti vocali Indoeuropee .

Le “sonanti vocali” sono  quattro lettere provenienti dalla nostra lingua madre, appunto l’ Indo -  Europeo (abbreviazione: I.E.).

Esse accompagnano nella loro evoluzione, ogni lingua di derivazione I.E.

Tali lettere sono così denominate (‘sonanti vocali’), perchè nell’ I.E. il loro suono era talmente sonoro, ma al contempo talmente aperto, che, insieme ad un’altra consonante, formavano una sillaba.

Chiaramente, da quei tempi remoti (si parla di un’epoca compresa fra il IV ed il III  millennio a.C.) le capacità fonatorie delle genti, dei popoli, si sono modificate, sia nel tempo, che nei luoghi. E così, come oggi, noi Italiani troviamo difficoltà nel pronunziare una lingua straniera (perchè i nostri organi fonatori si sono sviluppati per i suoni che produce la lingua italiana), parimenti non saremmo più in grado di pronunziare queste quattro lettere come erano in origine; lettere che del resto sono assolutamente necessarie per l’evoluzione della lingua.

Già i Greci avevano ‘evoluto’  ‘le sonanti vocali’ in qualcosa di diverso da ciò che erano originariamente, per pronunziarle meglio.

Abbiamo attestazione di ciò, a partire dal XV sec. a.C..

Qui occorre fermarsi un attimo per fare una precisazione molto importante.

La  pronunzia scolastica del greco antico , é detta erasmiana, perchè appunto ERASMO DA ROTTERDAM, che fu un rinascimentale vissuto dal 1467, al 1536, ‘codificò’ questa lingua (il greco antico)  secondo i SUOI personali criteri!!

Proprio per questo motivo NON si può avere certezza della pronunzia del greco antico. Tanto più che la lingua mutava continuamente,  anche da luogo a luogo, dove si imponevano i varii dialetti, che, pur essendo sempre  ‘lingua greca’, differivano fra loro in maniera abnorme.

La stessa cosa avvenne anche per l’ ANTICO INDIANO, lingua che prese il nome di SANSCRITO (abbreviazione =  sscr.).  Esso é attestato in India  a partire dal X sec. a.C.

Così le varie lingue modificarono le quattro ‘sonanti vocali’ della lingua-madre: ognuna secondo le proprie esigenze e capacità fonatorie.

Le quattro ‘sonanti vocali’ di cui sin qui abbiamo parlato, sono le seguenti:

l   m   n   r

°   °    °   °

e, per riconoscerle, si pone sotto di esse un puntino.

Sentiamo adesso che cosa ci dice, a proposito di queste lettere, la Grammatica Greca degli Autori Sivieri e Vivian.

<<Nell’ I.E. – che é un gruppo di lingue riconosciute genealogicamente imparentate,

fra le quali hanno preminenza i gruppi:

italico / greco / ario / baltico / slavo /  germanico / celtico

e direttamente attestate da età oscillanti fra il XV sec. a.C. (greco), e il XVI sec. d.C. (baltico – n.d.a.), quattro consonanti erano talmente sonore, da essere considerate qualcosa di intermedio tra consonante e vocale.

In latino e in italiano ci sono le ‘sonanti vocali’.

Italiano:

i  vocale = isola                         u vocale = ugola

i, ‘sonante vocale’ = i,ato          u, ‘sonante vocale’ = u,ad

Latino:

i vocale = inops                         u vocale =  mon-ui (rimasi)

i, ‘sonante vocale’ = i,am (già) u, sonante vocale = lauda-u,i

                                                   (si legge laudavi e vuol dire lodai(n.d.a.)

Per la sonante vocale u, tratteremo più dettagliatamente l’argomento in un altro capitolo.

Mentre gli Autori del libro “Propedeutica al Latino Universitario”, tra i quali c’é l’Autore ‘Traina’, così definiscono la questione.

<<L’ I.E. – che é, si badi bene, un concetto non etnico, ma linguistico -  é oggi concepito come un insieme di varietà dialettali parlate da tribù a struttura patriarcale, in una zona settentrionale del continente Euroasiatico, tra il IV ed il III millennio a.C.

In seguito a successive migrazioni, scaglionate nel tempo, questi dialetti si sparsero e si affermarono su un territorio compreso tra l’ India e l’ Europa,  soppiantando quasi dovunque le lingue indigene, le quali reagirono mediante il così detto ‘influsso di sostrato’ (1) e differenziandosi ulteriormente in una serie di lingue che sono, da Oriente ad Occidente:

sanscrito / iranico / persiano / armeno / slavo / baltico / greco / germanico / italico / osco-umbro / latino / celtico, cui si aggiunga il tocario del Turkestan e l’ittita dell’Asia Minore.

Il latino presenta peculiarità sopratutto morfologiche e lessicali, in comune con l’ ‘indo-iranico’, secondo la norma delle ‘aree periferiche’ (2).>>

(1)   Influsso di sostrato >  Trattasi di strato linguistico antico, sopraffatto da una lingua nuova sopraggiunta, che lo àltera e lo influenza, più o meno sensibilmente, dall’interno. (n.d.a.)

(2)   Aree periferiche > Trattasi di zone particolarmente conservatrici.

Per fare un esempio si notino i corrispondenti di  rēx , che si trovano solo nel celtico in antroponimi come  Vergingetō / rīx .

E nell’ Indo-iranico si può confrontare il sanscrito mahā – rāja , dove  rāja deriva da

rēx , e la parola   mahā – rāja   significa   magnus rēx.

E continua così la Grammatica degli Autori  Sivieri e Vivian.

<<... Queste quattro lettere potevano fungere sia da consonante, che da vocale, in modo che  ‘una consonante + una di esse’ formavano una sillaba.

Queste quattro lettere sono  m, l , n, r, chiamate ‘sonanti vocali’ e indicate in funzione di vocale con un punto sotto di esse:

m   l   n   r

°    °   °  °

Il greco, come il latino, non conservò il valore vocalico di queste sonanti, ma sviluppò da esse delle vocali (vocalizzazione), eliminando la sonante, oppure conservandola accanto alla vocale, prima o dopo di essa.

per esempio nella supposta voce I.E. *kmtom (3) la m passa in greco ad  a (alfa) nella voce greca

¢e- ka - ton= cento,

 mentre in LATINO si ha

CENTUM.

 (3) L’asterisco posto in alto a sinistra di una parola o di un verbo, significa che NON si ha la matematica certezza che quella voce abbia esistenza, ma la si suppone per ‘ricostruzione’.

Ancora, il prefisso negativo I.E.   * n  ,  si vocalizza in greco, dando origine ad ‘alfa privativa’

 (α):*n- pistos  =  ¢a- pistoV=  infedele.

E ancora la grammatica di Sivieri e Vivian, continua con altri esempi, che riportiamo di seguito.

* n – ’udròs  =  ¢an-udro¢V= ‘ senza acqua’ <<< quando  *n  = alfa  (a) é davanti a VOCALE.

* n = alfa + ni (an) , quando  * n  é davanti a CONSONANTE.                                                                                                                     

Il seguente prospetto indica gli esiti delle sonanti vocali in greco ed in latino.

Si badi che  * m  diventa alfa + mi (am) davanti a VOCALE

*m  in GRECO  = a / am  > da I.E. > *dekm = de¢ka = ‘dieci’.                                                                       

*m  in LATINO =  em  = decem = ‘dieci’.

*n in GRECO = a/am > da I.E.  * tntos =tata¢V  = ‘teso’.

      in LATINO = en                                 = tentus  = ‘teso’.

       in GRECO = al/la> da I.E. *m l d  =  amalo¢V= ‘molle’.

      in LATINO = ol    = mollis       = ‘molle’.

      in GRECO = ar/ra> da I.E.  *k r d  =kardi¢a  =  ‘cuore’.

* r

     in LATINO = or   = cor         = ‘cuore’.

E questo é quanto troviamo sul testo di grammatica greca, ad uso delle classi ginnasiali, degli Autori Sivieri e Vivian.

Questo testo fu adottato fino agli anni ’80, nel Liceo Classico Ginnasiale ‘Niccolò Machiavelli’ di Lucca.

Poi fu sostituito dal testo del Savino, il quale non ritiene  necessario trattare questo argomento e dunque non ne fa il benchè minimo cenno. Nel suo testo, per tanto, non si trova niente al riguardo di questo importantissimo fenomeno linguistico, che lega in un tutt’uno d’insieme, svariate lingue dell’antichità, che poi si sono evolute, per giungere, così come sono oggi, sino a noi.

Ma sentiamo adesso la definizione di ‘sonate vocale’ che persino gli Autori del Nuovo Dizionario Etimologico della lingua italiana, ritengono opportuno darci.

Devoto e Oli così definiscono.

<<SONANTE. Aggettivo.

In fonetica si dice di un suono capace di assumere da solo, valore sillabico.

Più propriamente, ‘sonante’ si dice di un suono che può essere, secondo l’ambiente fonetico circostante, vocale oppure consonante. In Italianop solo i ed u adempiono a queste esigenze.>>

Adesso dunque vediamo un poco più in dettaglio di dare la giusta collocazione storica e linguistica, a queste quattro lettere: le sonanti vocali.

Si deve vieppiù notare che il fenomeno fonetico delle sonanti vocali lo si ritrova, come si é accennato, anche nella lingua latina e nella lingua italiana.

Ciò sarà oggetto di trattazione per un altro capitolo. 

 I ‘Ceppi-madre’ delle lingue della zona geografica che comprende tutta l’ Eurasia, si dividono in due rami principali:

(a)  le lingue *kmtom ( leggi: ‘kèntom), che sono di origine I.E. e si distinguono dalle (b) lingue 

 Sat∂m  ( leggi: ‘sàtem’) (1), che sono di origine iranica.                   

1)Le lingue *kmtom sono ad accento INTENSIVO, vale a dire espiratorio.

Mentre le lingue Sat∂m sono ad accento di ALTEZZA; esso cioè, é un accento MUSICALE o MELODICO.                 °

Sia *kmtom, sia Sat∂m, significa  ‘CENTO’ , ma mentre in  I.E. la velare  K dà esito sempre K,

in iranico essa non sempre  dà esito  K, come in questo caso, ma può dare anche esito  S.

Le lingue *kmtom comprendono: greco / latino / celtico / osco-umbro / ittito / tocario / germanico.

Le lingue  Sat∂m comprendono: slavo / baltico / albanese / armeno / uranico

D’ora innanzi ci occuperemo esclusivamente degli esiti delle sonanti vocali, nelle lingue *kmtom, e più precisamente prenderemo in esame il greco, il sanscrito, il latino e un poco anche l’italiano.

 Come si é più volte ripetuto, le sonanti vocali I.E. , mutarono la loro forma originaria, all’interno delle   varie lingue, perchè le necessità fonatorie (1) nell’essere umano cambiavano da luogo a luogo e da un’epoca ad un’ altra.

(1)   Gli  ‘organi fonatori’ sono quegli organi che concorrono all’articolazione

dei suoni che formano una lingua.

Essi sono:

le corde vocali / la laringe / l’apparato respiratorio / il palato /

le cavità nasali e orali / nonchè la lingua.

Potremmo pensare, per avere un’idea del cambiamento, come sono diversamente strutturati gli organi fonatori di un GIAPPONESE o di un CINESE – sia pure moderni! - , rispetto a quelli di un OCCIDENTALE.

Per il Giapponese o il Cinese, infatti, gli organi preposti alla parola sono sviluppati in modo da pronunziare una lingua di tipo melodico, quasi una canzone, mentre per un Occidentale gli organi del parlare, hanno seguìto uno sviluppo atto a pronunziare una lingua TONICA, cioè con accenti, pause e sospensioni.

Esiti delle sonanti vocali

Adesso vedremo più da vicino gli esiti delle ‘sonanti vocali’   n  / r  .

Esiti della sonante vocale     n    in GRECO.

Il verbo  te,ni¢-w subisce ‘metatesi quantitativa’ e diventa   tei¢nw  = “stendo” 

tei¢nw   >  perfetto  = te¢tona                                                                    

 >aoristo passivo    =  ¢etqen da  e- t n – qhn   (1)

 de¢rcomai  > perfetto  =  de¢dorca  = vedo

  > aoristo II  = ¢e¢dracon da  e - dr - kon(1)

lei¢pw  >  perfetto =  le¢loipa=   lascio

>  aoristo II  = ¢¢elipon       (2)

¢¢ecw > aoristo II ¢¢escon dal verbo    se¢cw(2)  =  possiedo / ho

 Negli esempi numero “2” possiamo vedere che gli aoristi  così formati, sono a GRADO ZERO, cioè NON HANNO LA VOCALE TEMATICA.

 Infatti:

lei¢pw ha ‘tema verbale’ – (t.v. )  1)    leip- =   grado normale

                                                      2)    loip- =   grado forte

                                                      3)    lip-   =   grado zero

se¢cw  ha   t.v.                               1)    sec(h)- =  grado normale

                                                      2)    sc- =  grado zero

Invece negli esempi numero  1 )  n =a(alfa),  e   r  = ra(ro-alfa), le sonanti vocali

 n =a, r =ra, hanno la stessa posizione, che, negli esempi numero 2), tengono le VOCALI,

quindi significa che negli esempi numero 1), a  e  ra,  sono il risultato di sonanti vocali ed indicano il GRADO ZERO del tema verbale, cioè NON SONO DELLE REALI VOCALI!!

Ecco perchè spesso il grado zero lo troviamo in  a , che é solo apparentemente una vocale.

Un altro esempio.

Aggettivo verbale del verbo   tei¢nw =  stendo.

greco       sscr      latino         I.E.

tato¢V     tatas      tentus     *tntos

Esiti della sonante vocale   

cuore

sscr       =    c r d

greco   =     1)  kradi¢a << dorico  da  r  =  ra

                    2)  kardi¢a  <<  attico  da   r   =  ar

In greco abbiamo DUE ESITI della stessa sonante vocale.

Mentre in latino abbiamo un unico esito  =      c r  =  cor

Un altro esempio di esiti nella parola  padre.

sscr             greco                               latino

pit r su      patra¢si                          patrem

Prendiamo adesso in considerazione il germanico.

Il  PERFETTO ARCAICO ha valore di presente.

  ¢¢oida perfetto  > ho visto  > quindi  > so.


Poi il perfetto diventa un preterito del verbo (cioè il passato del verbo).

 greco   =   *Foda = germanico  =  wait  =  SO

greco   =   *Fi¢dmen  =  germanico   =  witum  =  SAPPIAMO

[* La lettera   F si chiama digamma, ed é un’antica lettera che nel corso del tempo é caduta, lasciando qualche traccia, a volte, nello spirito aspro. La sua pronunzia é molto vicina al suono della nostra   V  ;  quindi pronunzieremo  Voi¢da, poi, cadendo il digamma, al suo posto lascia lo SPIRITO ASPRO, e in italiano diventa vidi.

 Legare   =  germanico   binda    (cfr. it.  ‘benda’)

                                        band   =   grado forte   =   io legai

                                       bundum  da   b n d     =   grado zero =  noi legammo

La lettera  e  I.E., in germanico  diventa   i .

greco   1° pers. sing.  PERFETTO   =   ge¢gona   =   GRADO FORTE   =   gon-

greco   1° pers. plu.   PERFETTO   =   ge¢gamen=    GRADO ZERO     =   gm-

1) Mentre in greco troviamo ‘alfa privativo’, come nella parola  ¢¢a-qanatoV =  immortale, in latino troviamo -il prefisso negativizzante en-, come in  en-pietas = im-pietoso; si ricordi che  n davanti a p / b, diventa m , ma nel latico classico, quando si tratta del prefisso negativizzante, troviamo solo e sempre en-. Per quanto appena detto si confronti, ad esempio, l’ Eneide.

En-finitus,  diventa per motivi fonetici  in-finitus  =  infinito.

In italiano troviamo che lo stesso prefisso negativizzante, ha ormai ‘chiuso’ (ciò avviene per economia linguistica) la  e  in   i , e potremmo citare esempi a nostro piacimento:

in-accessibile / in-adatto / in-esperto / in-congruente / in-decoroso / e così via.

2) Troviamo  -em   in latino, nell’accusativo singolare della III declinazione: civex = acc. civem’.

Mentre la sonante I.E. m , che in latino ci dà esito -em , in greco ci dà esito   a.

Così nell’ acc. singolare della III dec. greca troviamo: klw¢y=  ladro  acc.  =  klw¢pa da  klwp  m

Mentre nell’acc. plu. della III dec. greca abbiamo la desinenza  -aV, che deriva da  n s  I.E.

I temi baritoni – sempre in greco -  cioè con sillaba ultima àtona, della III dec., che nell’acc. sing. escono in  -n, come  poli¢n, per esempio, lo fanno per ANALOGIA con i temi in vocale dolce, e talora sono registrate entrambe le forme.

Cerchiamo di dare spiegazione della seconda parte della nota numero 2, nella pagina seguente. 

TEMI IN VOCALE DOLCE SONO:

1)   in   -ĭ  /  ī    (iota breve / iota lunga)

come  poli¢V =  città > acc. sing. =   poli¢n  > tema   =  polĭ-

I temi in ‘iota’, sono quasi tutti in ‘iota breve’.

 2)   in   -ŭ  /  ū   (upsilon breve / upsilon lunga)

come ¢icq`uV  ‘pesce’  >   acc. sing.¢icq`un > tema  ¢icq`u- ( upsilon lunga)

come  pe¢lekuV > ‘scure’  >  acc. sing. =  pe¢lekun > tema >  pelekŭ-  (upsilon breve)

In questi casi dove all’acc. sing. troviamo  -n anzichè  -a , ciò avviene perchè il tema esce in VOCALE, e la vocale della desinenza  m = -a  >  si consonantizza  in  -n .

  Le sonanti vocali dunque, dell’antica ‘lingua madre’ che fu l’ I.E., ci accompagnano nel tempo e giungono fino a noi con esiti morfologici diversi, certo!, ma da un unico ceppo e, benchè cambi la loro forma, si tratta sempre delle quattro lettere  I.E.  l  m  n  r .

Questi gli esiti di  n  dall’ I.E. sino a noi.

I.E.          greco              latino                  italiano

n               -ă                   -en                        -in

°          (alfa breve)

                         

n         ¢a-pisto¢V       en-pietosus             in-pietoso

°                             

          ¢a-qa¢natoV    en-mortalis              in-mortale

 Abbiamo così dato prova del fatto, che tutte le lingue (dello stesso ceppo di appartenenza, ovviamente!) sono strettamente connesse fra loro e che le uguaglianze, anche se non sono morfologiche, lo sono di struttura e di significato.

Quello che é stato riportato in queste poche righe é, chiaramente, una parte infinitesimale di ciò che si potrebbe sapere della lingua e della sua evoluzione; ma già ciò, é meglio di niente affatto!

Il Sapere é come un albero secolare: affonda le sue radici nell’humus più profondo, e allarga in eterno i cerchi di accrescimento del suo tronco.

CAPITOLO SECONDO

Le consonanti che fanno da vocali

 In questo capitolo parleremo di due consonanti, o per meglio dire, di due semi-vocali latine, che per altro si trovano anche nella lingua italiana. 

Esse due, sono le lettere   u  /   i  .

 Prima, però, di iniziare la trattazione sintattica e grammaticale di queste lettere e del loro uso, avrei il desiderio di accennare alcune considerazioni di carattere storico-linguistico, per introdurre al meglio le nostre argomentazioni.

Si apprenda dunque, innanzi tutto, una informazione di enorme importanza.

(Mi sta molto a cuore che ciò venga recepito da chi si troverà a leggere queste righe, perchè l’ambito della trattazione é ottimale per diffonderla.)

Purtroppo questa ‘grande rivelazione’ che sto per scrivere, così importante a mio parere, ‘da parte di nessuno degli studenti con cui ho lavorato e lavoro – siano essi di licei scientifici, classici, o di istituti magistrali – ne ho riscontrato la conoscenza!’ Anzi, quando io, con mal celato stupore - lo ammetto! -, mi trovo ‘costretta’ a svelare loro questo ‘arcano’, essi, tutti, mi guardano con una meraviglia così enorme, che potrebbe sembrare, a un di presso, che gli svelassi il segreto dei ‘Misteri Eleusini’!

Ebbene, questo grande ‘mistero’, da nessuno!!! conosciuto, e da tutti accolto come un’epifanìa fantasmagorica, é il seguente.

La pronunzia del latino che é oggi adottata nelle scuole e, più in generale, da ogni studioso, nonchè addirittura il latino stesso che troviamo scritto sui libri di testo, sotto forma di ‘versioni’ e ‘brani’ (i quali ‘brani’, si badi bene, sono parti estrapolate da opere di Autori come Cicerone, Cesare, Sallustio, Livio, etc.), é la pronunzia ed il latino scritto tradizionali della Chiesa cattolica, risalente a sua volta alla pronunzia còlta in uso nel V sec. d.C.

Infatti, la pronunzia classica, quella degli Autori che troviamo nei libri di testo e di tutti gli scrittori latini del periodo classico, che arriva appunto sino al V sec. d.C., era ben diversa, da quella che abbiamo adottato  anche noi oggi!

Vediamo dunque in dettaglio in cosa consistono queste diversità.

 Nella PRONUNZIA CLASSICA:

1)      i dittonghi sono letti come tali.

2)      c/g avevano sempre suono gutturale ch/gh.

3)      il gruppo ‘gn’ era pronunziato ‘ighn-nis’.

4)      nei gruppi ch/ph/th, la ‘h’  si faceva  sentire nella pronunzia.

5)      il gruppo ‘quu’, si pronunziava semplicemente ‘cu’.

6)      ‘ t ‘ era sempre pronunziato ‘ t ‘.

7)      Non esisteva il suono ‘V’, ma solo ‘U’ ed ‘U,’ semiconsonante’.

Poi, chiaramente, prevalse la pronunzia ‘vulgata’ tradizionale e si cominciò a distinguere e a leggere il latino come lo leggiamo nel tempo odierno.

Ma non dobbiamo MAI dimenticare che Cicerone e tutti i suoi coevi, i suoi antenati ed i suoi posteri – almeno fino al V sec d.C. - , parlavano in un latino, che noi oggi non riconosceremmo nemmeno come tale, perchè parlavano il  latino classico.

  Ed ecco un esempio, tratto da uno scritto di Cicerone, dove egli invita il Senato a dimostrare che lui é un onesto cittadino, in contrapposizione a Verre, che invece merita di essere condannato per malgoverno proconsolare. (Cic., ‘Verrine’) 

                          “ ... inu,eterau,it i,am opinio pernichiosa rei

                                 publichae(1) u,obique perichulosa...

                             ...iudichiorumque u,estrorum chum sint

                                parati qui chontionibus et leghibus...

                             ...pechuniae maghnitudine sua spe et

                                praedichatione absolutus. Huich egho

                                chausae, iudiches, chum summa u,oluntate

                                et exspechtatione...

                             ...labem atque pernichiem prou,inchiae

                                Sichiliae. ...” 

(1)   Si ricordi che i dittonghi si leggono per esteso – ae, e non e - .  Quando si trova la lettera u, oppure la lettera i, con ‘questo segno’ sotto di essa, significa che esse sono in FUNZIONE DI VOCALI.

Si ricordi anche che la lettera  T  viene sempre letta  T e mai Z, come siamo abituati a leggerla noi.

E ancora citiamo dalla PROPEDEUTICA AL LATINO UNIVERSITARIO di Traina.

<<Ancora Galileo [1564 – 1642 (siamo alla fine del Rinascimento e all’inizio dell’Età Barocca. n.d.a.)]  conosceva un alfabeto latino di “Venti caratteri”, quindi senza la ‘v’.

I Latini non conoscevano il segno ‘v’ minuscolo, e quasi certamente neanche il suono.

Nella pronunzia classica la ‘ u ’ di ‘ u,iu,o ‘ = ‘vivo’, si distingueva dalla  di  unus , in quanto questa é una vocale – come nell’italiano ‘uno’ -  e l’altra é una semi-vocale – come nell’italiano ‘uovo’ ( che per certo é bisillabo  uo / vo , come u,i / u,o, e non é trisillabo, come se la  u  fosse una vocale. (E di fatto una semivocale NON può costituire sillaba. n.d.a.).

La prova che i Latini non conoscevano il suono della fricativa labio-velare sonora  v , é data anche da quanto segue: in greco la trascrizione di  u  era   ou  >

‘Valerius’ = ¢Ouale¢rioV

‘Venosa’  = ¢Ouenosi¢a

Poi abbiamo la prova del verbo  ‘ u,aghire ‘ e della spiegazione che ne dà Gellio (180 d.C.).

La parola  ‘ ųaghire ‘ é onomatopeica del verso che fanno i bambini, cioè ‘ uà, uà ‘  (latino post-classico = ‘vagio, is – vagivi – vagitum – vagīre, n.d.a.). E Gellio per l’appunto scrive: “... I bambini appena nati, emettono, come prima voce, la prima sillaba della parola ‘VATICANUS’, e perciò si dice  u,aghire , una parola che rende il suono della voce”.

(Quindi, chiaramente, Gellio, richiamandola come suono onomatopeico, ci fa capire che quella ‘ V ‘ di ‘VATICANUS’ era letta ‘ u, ‘ semivocale e non ‘ v ‘ vocale.  - n.d.a.).

L’alfabeto latino, quando si fissa intorno al I sec. a.C., consta di 23 lettere, così denominate:

a, be, ke, de, ef, ghe, ha, el, em, en, o, pe, qu, er, es, te, u, ix,

hy (1), zeta.

(1) la  y  =  hy , fu introdotta nel periodo intorno al I sec. a.C. per la pronunzia dei nomi greci. Prima NON C’ERA nell’alfabeto latino.

La pronunzia popolare di tale lettera la fa oscillare fra  i   ed  u , e comunque fu più diffusa la  pronunzia  i , che penetrò nella lingua.

Quintiliano (30 a.C. – 5 d.C.), in un passo di ‘lezione’ incerta, denomina la lettera   y  , come un suono intermedio fra   i   ed  u ...

La grafia più antica era   u , che rimase come segno di arcaismo.

(es. pessuma = pessima / maxuma = maxima  - n.d.a.)

Quintiliano ci informa altresì che l’analogista Cesare, generalizzò la  ‘ u ‘  in  ‘ i ‘. Mentre i più la considerarono una vocale indistinta che nelle parole parossitone (con accento sulla terz’ultima) poteva preludere alla SINCOPE:

 tègŭmen  >  tègĭmen > tègmen.

 Dal I sec. d.C., poi, pare che  ‘ u, vocalica ‘, cominci ad evolversi verso un suono fricativo bilabiale sonora  ‘ bv ‘, da cui le trascrizioni in greco in   b:   Ne¢rba = Ne¢r bv a

E lo scambio epigrafico tra ‘ v ‘  e ‘ b ‘ :

‘potabi’ al posto di ‘potavi’.

 Ma diamo uno sguardo al latino post-classico: a quello che usiamo noi, per intenderci, e che viene insegnato nelle scuole.

Nell’ambito del latino post-classico e scolastico, abbiamo la netta distinzione fra ‘ u ‘ vocale, e ‘ v  ‘ consonante. Ma possiamo vedere che queste due lettere, in realtà, sono una sola. Ciò lo si capisce particolarmente bene quando si studiano i quattro tipi di PERFETTO latino.

1)      Perfetto in allungamento vocalico.>  facio      >  feci

2)      Perfetto in raddoppiamento.          >  mordeo  > momordi

3)      Perfetto in   S .                                 >   fingo     >  finxi

4)      Perfetto in  u / v                               >   monui / laudavi

In realtà si tratta della simi-vocale  ‘ u, ‘, che si comporta, ora da vocale, ora da consonante a seconda dei casi che andiamo ad illustrare.

a)      davanti a vocale la  ‘ u, ‘ si trasforma in  consonante:

laudo >lauda-vi 

b)      davanti a consonante la ‘ u, ‘ si trasforma in  vocale.

moneo > mon-ui

 Quindi, come si può facilmente notare, la  ‘ u, ‘ semi-vocale si comporta da consonante davanti a vocale, e da vocale davanti a consonante. Ma, in ogni caso  si tratta di un’unica lettera, come già si é dimostrato, e questa lettera é appunto la  ‘ u, ‘ semi-vocale.

 Ancora Traina ci informa di quanto segue.

 

<< “ I Latini usavano il segno  u  per la lettera minuscola, e il segno  V  per la maiuscola.

I segni  v  minuscolo, e  U maiuscolo, entrarono nell’uso solo a partire dall’ Età Umanistica, e più precisamente ad opera di  Pierre de la Ramèe (Petrus Ramus,  1515 – 1572), dal quale presero il nome di ‘lettere ramiste’.

Il Ramus, chiamava la lettera  ‘ u, vocalica’, grecamente ‘ vau ‘.

Altra lettera ramista é  ‘ j ‘ (jod), di cui i Latini ignoravano il segno, ma conoscevano il valore fonetico di ‘ į semi-vocale’:

i,acio > it. ‘giaccio’ che é  trisillabico:

i, / a / cio  e  ‘gi / ac / cio’.

Mentre:

i,am  e  it.  ‘già’ sono  monosillabici.

Già Nigidio Figulo ( -  , 45 a.C.) ammoniva di

 non considerare vocali  la  V  e la   I , rispettivamente di ‘VALERIUS’ e di ‘IOCUS’...

...”ne u,ocales quidem sunt”...

 Da tutto ciò possiamo trarre la conclusione che la ‘ į consonantica’ in latino deriva dall’antico

‘ jod’  e in effetti, ritorna con il suo valore consonantico   ‘ g ‘ nella lingua italiana.

Latino:  iam < i,am < jam  dà in italiano  ‘già’.

Latino: maior < mai,or <major  dà in italiano  ‘maggiore’.

Latino: ieieunus < iei,unus < iejunus  dà in italiano  ‘digiuno’. 

CAPITOLO TERZO

Divisione in sillabe in latino

 Nella sillabazione, il latino presenta due particolarità notevoli.

1)      Le parole composte si dividono secondo le parti componenti.

Es.  CONIUNGO  (cum + jungo) si dividerà >>>   con / iun / go.

       ABES             (ab + es)          si dividerà >>>   ab / es  (2° sing. pres. vrb  ‘sum’)

2)      Se due consonanti si trovano fra vocali, la prima consonante fa sillaba con la vocale che precede, la seconda, con quella che segue.

 (ricordare sempre che la lettera  X , nella sillabazione, si sompone in  C + S )

Es.   DIXIMUS       >>>   DIC / SI / MUS

        QUAESTOR   >>>   QUAES / TOR

        AGNUS          >>>    AG / NUS

nota bene.

I gruppi formati da  p / b / c / g / t / d / f  +  liquida  (  l / r), non si separano MAI.

Così avremo:

CEREBRUM     >>>    CE / RE / BRUM

DUPLEX           >>>    DU / PLEX 

Il caso Cleòpatra

 Cleòpătra   >>>   Cle / ò / pă / tra  ( vedi la  legge della ‘muta cum liquida’)

In ‘Cleòpatra’ siamo sicuri della   ă  (a – breve), perchè essa appartiene al gruppo   pătrem, dove la   a  é sempre breve per ragioni morfologico-grammaticali.

Così, secondo le leggi che regolano l’accentazione ( ‘penultima breve, fa accentare la terzultima’), sappiamo con assoluta sicurezza come si deve accentare ‘Cleòpatra’.

Da dove nasce,dunque, l’errore, che fa dire a tutti ‘Cleopàtra’?

Ebbene, l’errore dell’accentazione sbagliata di ‘Cleopàtra’ (anzichè ‘Cleòpatra’, come é giusto), nasce dalla POESIA!

Infatti, per motivi che possono variare nella loro logica e che mai conosceremo fino in fondo, l’errore della sbagliata accentazione avviene, perchè si applicano le leggi della poesia, alla prosa,

ma questo non é affatto lecito e non trova assolutamente nessuna giustificazione grammaticale, o sintattica, o morfologica.

In POESIA (e solamente lì é CONCESSO!!!), ai fini della metrica, fu introdotta nel V sec. a.C., in Attica, la famosa “Correptio Attica”, che in latino prende il nome di “Legge della muta cum liquida”.

Prima del V sec. a.C. la “Correptio Attica” non c’era nemmeno in poesia; infatti

NON NE TROVIAMO TRACCIA IN OMERO.

La legge della “muta cum liquida”

In POESIA, e SOLO ed ESCLUSIVAMENTE in POESIA, é concesso dividere i gruppi  p / b / t / d / c / g / f  + l / r     in due modi.

1)      păt – rem  > che mi dà sillaba lunga, perchè é chiusa 

2)  pă – trem  > che mi dà sillaba breve, perchè é aperta e la vocale é breve.

Una sillaba si dice chiusa quando é delimitata da due (o più) consonanti.

Ad es.

păt-  > essa, per definizione é sempre lunga.

Una sillaba si dice aperta quando NON é delimitata da consonanti, e può essere lunga o br