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IL GIUDIZIO DI PEDAGOGISTI, LETTERATI,
STUDIOSI
‘Fra i seguaci della pazzia tengono il primo
posto i grammatici, ossia i pedanti, che invecchiano nelle
fatiche, intristiscono nelle sozzure, credensi i primi uomini
nel mondo. Non potete immaginarvi il gusto che provano costoro a
far tremare i loro sudditi con un’aria minacciosa e con voce
altisonante. Armati di sferze, di verghe, di staffili ... quello
che poi contribuisce a renderli felici è quell’alta idea che
hanno della loro erudizione, sebbene non facciano che infondere
insignificanti parole e insulse frivolezze nelle menti dei
giovani affidati alla loro cura’
(Erasmo da Rotterdam)
‘Tutto il tempo che noi spendiamo nello
studio grammaticale delle lingue morte è la sola ragione per la
quale noi non penetriamo mai nella grandezza dell’anima e nella
saggezza degli antichi Greci e Romani’.
(Montaigne)
‘Come avviene che con tanto latino che si
insegna a scuola il latino non si impara? Io sono convinto che
le intelligenze ancora tenere e anguste dei bambini sono
atterrite e oppresse da quella immensa congerie di regole,
appendici e note, cosicché non riescono nemmeno a respirare...
Anch’io mi sentivo schiacciare da quell’immenso
aggrovigliatissimo cumulo di regole’
(I. Facciolati)
‘Folle è la condotta degli insegnanti di
latino, che torna in detrimento irreparabile di gioventù oltre
misura. Contro il notevole abuso che molti precettori della
grammatica fanno, io formulo queste tre conclusioni: 1) che per
questa via gli scolari neppure imparano i grammaticali precetti;
2) che quando ben anche imparano i precetti, non imparano la
lingua latina, cui aver dee come necessario termine
l’apprendimento della grammatica; 3) che con queste grammaticali
esercitazioni imparano quello che conviene poi disimparino per
ben imparare. ’
(A. Bandiera)
‘Quale alunno di seconda ginnasio è capace di
valutare nel suo significato teoretico un astruso prospetto di
casi, di declinazioni, di coniugazioni, di norme sintattiche?
Egli ne scorge solo la strutura esterna, il cui studio è per lui
una tortura e non gli offre alcun vantaggio, non gli fa imparare
la lingua’.
(J. G. Herder)
‘Il primo contatto con la grammatica, come di
solito avviene, è stato giustamente definito un lungo percorso
attraverso l’arida steppa delle astrazioni pure e delle forme ad
esse corrispondenti senza alcun contenuto concreto’
(R. Lauff)
‘Cominciando l’ammaestramento dei ragazzi con
la grammatica, si comincia con lo studio col quale si dovrebbe
finire’
(G. Scarabelli)
‘Si legge poco, e poco genialmente,
soffocando la sentenza dello scrittore sotto la grammatica, la
metrica, la linguistica. I più volenterosi, si svogliano, si
annoiano, si intorpidiscono...; e i grandi scrittori non hanno
ancora mostrato al giovane stanco pur un lampo del loro divino
sorriso. Anche nei licei, in qualche liceo per lo meno, la
grammatica si stende come un’ombra sui fiori immortali del
pensiero antico e li aduggia. Il giovane esce, come può, dal
liceo , e getta i libri: Virgilio, Orazio, Livio, Tacito! dei
quali ogni linea, si può dire, nascondeva un laccio grammaticale
e costò uno sforzo e provocò uno sbadiglio’.
(G. Pascoli)
‘Il paradigma non è il principio, ma la
conclusione ultima’
(G. Zamboni)
‘Il metodo adottato nelle scuole italiane per
l’insegnamento delle lingue classiche è il più difficoltoso e il
meno redditizio; serve poco alla conoscenza della lingua, serve
anche meno alla conoscenza dello spirito letterario; Alla base
del fallimento vi sono due errori di fondo: il primo, ed è il
più grave e il più frequente, e quindi anche quello che più
comunemente viene lamentato, è di prendere subito le mosse da un
insegnamento sistematico della grammatica per introdurre alla
conoscenza della lingua, e poi di continuare ad insistere con
esso come se nell’apprendimento delle regole sue e nelle
ripetute esercitazioni per applicarle consistesse tutta la
ragione dello studio della lingua, anzi l’essenza della lingua
stessa. L’altro errore, pure frequente, ma meno generale, è di
estendere oltre la conoscenza e i bisogni propri alla scuola
secondaria l’erudizione filologica e l’analisi grammaticale,
morfologica e sintattica, della parola, della frase, del
periodo, in guisa che la parola per sé diventi l’obiettivo
principale dell’istruzione linguistica’
(Commissione Reale per l’ordinamento degli
studi secondari in Italia, 1909)
La versione dal latino ha dato risultati
sconfortanti o, a dir meglio, umilianti, per questa principale
ragione: che molto tempo alla lettura ed alla intelligenza
decorosa del testo latino viene sottratto dalla eccessiva
preoccupazione morfologico-sintattica degli insegnanti’
(R. Sabbadini)
‘Io in prima ginnasiale, prima che mi fosse
concesso di incominciare il latino, sono stato tormentato per
mesi e mesi da un’analisi logica grossolana e goffa, e così poco
logica da attribuire a un gruppo determinato di complementi,
quello che in latino si tradurrebbe col genitivo, il nome di
"complemento di specificazione", il quale, poiché spetterebbe a
tutti i complementi senza eccezione, non specifica proprio nulla
’.
(G. Pasquali)
‘La degenerazione del metodo grammaticale
distende sugli otto anni più preziosi della vita, in cui il
bambino diventa adolescente e uomo, la melma d’una grammatica
imbecille, malnota ai docenti e inutilmente sofferta dai
discenti’.
(G.B. Pighi)
‘Quando mi si chiede perché i nostri alunni
non sappiano il latino, mi vien voglia di rispondere: perché
l’insegnamento del latino è stato sostituito da quello della
grammatica, che è troppo difficile per loro.’
(U. Tomazzoni)
‘Dinanzi alla porta di accesso al santuario
della lingua latina, è stata disseminata un’impressionante
quantità di trabocchetti, di fossati, di barriere’.
(C. Bally)
‘L’abuso dell’analisi è una delle piaghe del
nostro insegnamento; mi ricordo la sorpresa avuta molto tempo
fa, quando intesi delle versioni e dei temi semplicissimi per
spiegare che il termine da tradurre si trovava nel tal caso, nel
tal tempo, serviva da soggetto e da complemento. Era una cosa da
morire, e non finiva mai!’
(Bézard)
‘Il giovane studente di latino è alle prese
con delle analisi e delle astrazioni superiori a quelle stesse
della sua lingua materna. Tutto procede qui come se la
psicologia moderna e la pedagogia sperimentale non esistessero
ancora’.
(Convegno sulla didattica delle lingue
classiche nei paesi della CEE, 1963)
(Per un elenco più completo, vedi G.
Proverbio, Lingue classiche alla prova, Bologna, 1981;
il presente elenco è stato tratto in massima
parte da G. Pittàno, Didattica del latino, Milano, 1978
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COME (NON) SI INSEGNA IL LATINO
di Luigi Miraglia
tratto dalla rivista Micromega, numero
5 del 1996.
PARS DESTRUENS
"Il metodo adottato nelle scuole italiane per
l’insegnamento delle lingue classiche è il più difficoltoso e il
meno redditizio; serve poco alla conoscenza della lingua, serve
anche meno alla conoscenza dello spirito letterario; alla base
del fallimento vi sono due errori di fondo: il primo, ed è il
più grave e il più frequente, e quindi anche quello che più
comunemente viene lamentato, è di prendere subito le mosse da un
insegnamento sistematico della grammatica per introdurre alla
conoscenza della lingua, e poi di continuare ad insistere con
esso come se nell’apprendimento delle regole sue e nelle
ripetute esercitazioni per applicarle consistesse tutta la
ragione dello studio della lingua, anzi l’essenza della lingua
stessa. L’altro errore, pure frequente, ma meno generale, è di
estendere oltre la conoscenza e i bisogni propri alla scuola
secondaria l’erudizione filologica e l’analisi grammaticale,
morfologica e sintattica, della parola, della frase, del
periodo, in guisa che la parola per sé diventi l’obiettivo
principale dell’istruzione linguistica".
Sembrerebbe la dichiarazione eversiva di un
rerum novarum studiosus, e di risposta si raduna già
compatto il coro dei laudatores temporis acti, pronti a
giurare che all’epoca loro tutti gli studenti conoscevano a
perfezione latino e greco, che il problema sta tutto nell'aver
eliminato lo studio della lingua di Roma nella scuola Media, che
poi, d’altra parte, si sa, questi giovani d’oggi non vogliono
far niente, e grammatica e sintassi sono una cosa seria, una
palestra della mente, ginnastica di analisi e sintesi, di cui
solo col duro esercizio di chi vi si dedica ore e ore al giorno
si può diventare padroni. Purtroppo per loro, però, non si
tratta della dichiarazione rilasciata l’altroieri da uno dei
seguaci dell’idòlum fori del rinnovamento. Sono invece i
risultati dell’indagine compiuta dalla Commissione Reale per
l’ordinamento degli studi secondari in Italia nell’ormai lontano
1909. Nulla, assolutamente nulla è cambiato da allora, se non,
appunto, che la situazione è ancora peggiorata, perché gli otto
anni di studio del latino (otto anni! Quando per
apprendere il giapponese o il finlandese ne bastano quattro, e
qualunque ragazzo di media intelligenza che frequenti il
Goethe Institut impara perfettamente il tedesco in due o tre
anni) sono stati ridotti a cinque, e i ragazzi di oggi, come
sostiene Peter Wülfing, non sono più — e non per colpa loro —
"aspiranti affamati di cultura" che vengano "di loro
spontanea volontà allo sportello della distribuzione del
materiale", e "i nostri beni di informazione, per
continuare con la metafora economica, devono essere annunciati,
offerti, portati in casa da pubblicitari e rappresentanti
esterni". Ancora al termine del più recente convegno sulla
didattica delle lingue classiche nei paesi della CEE, tenutosi
nel 1963 — comunque 33 anni fa! — si è giunti all’unanime
conclusione che "il giovane studente di latino è alle prese
con delle analisi e delle astrazioni superiori a quelle stesse
della sua lingua materna. Tutto procede qui, come se la
psicologia moderna e la pedagogia sperimentale non esistessero
ancora".
Qualche anno fa ebbi la fortunata ventura di
assistere ad una indimenticabile lezione tenuta presso
l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli dal mai
troppo compianto Luigi Firpo. Quando andiamo a verificare le
competenze dei nostri allievi di liceo, diceva più o meno Firpo,
noi ci troviamo nella stessa situazione di un dirigente di
azienda che, avendo l’esigenza di una nuova segretaria con
conoscenza della lingua inglese, pubblichi un’inserzione sul
giornale. Il giorno dopo gli si presenta una signorina, che
sostiene— documentando questa sua asserzione — di aver studiato
l’inglese per cinque anni, di aver ascoltato lezioni di inglese
in media cinque ore alla settimana, e di aver studiato a casa la
lingua almeno un’ora al giorno per tutto questo tempo.
L’industriale, felicissimo, è sicuro di aver trovato un’esperta,
che certamente padroneggia il londinese come la sua propria
lingua materna. Così, tanto per il piacere di sentire la
pronuncia britannica, che immagina perfetta, chiede alla gentile
signorina di parlare un po’ in inglese. Quella, per tutta
risposta, scandalizzata, lo guarda come una bestia rara, e con
fare un po’ irritato sostiene risolutamente di non aver mai
sentito, in cinque anni di studio, che si possa giungere al
livello di poter parlare un buon inglese, se non si è nati in
Inghilterra. "Mi perdoni, signorina — replica il potenziale
datore di lavoro — ma se un inglese fosse qui a colloquiare con
noi, Lei sarebbe in grado di farmi da interprete, e
simultaneamente tradurre il suo discorso?" "Neanche per sogno!
Ma si rende conto che le sue sono richieste inverosimili?" "Sa
scrivere una lettera in Inglese?" "Nient’affatto! Sarebbe
un’operazione scorretta, che produrrebbe una lingua artificiale,
avvertita come aliena dai parlanti nativi" "Ma sa almeno
leggermi in italiano un brano d’inglese?" "No, no, e poi no! La
traduzione è un lavoro impegnativo, difficile, che richiede
ponderazione, analisi delle singole parole, attenzione minuta e
particolareggiata revisione..." "Ma insomma, signorina, mi vuol
dire Lei che sa fare?" "Quello che mi hanno insegnato: se Lei mi
dà un brano di una decina —massimo una dozzina — di righe non
eccessivamente difficile, mi concede un paio d’ore almeno di
tempo, mi fornisce un valido dizionario in cui sia presente un
consistente numero di esempi, tra i quali io possa trovare
almeno un paio di frasi da riportare pari pari, e avrà la
normale tolleranza di accettare tre o quattro errorucci, sarò in
grado di tradurLe il pezzo. Nella nostra scuola questo si
intendeva per ‘sapere l’inglese’!".
L’apologo, narrato con la lucida incisività
che caratterizzava il linguaggio di Firpo, mi è rimasto impresso
nella mente in maniera indelebile. La signorina avrebbe forse
potuto aggiungere di essere capace di indicare i singoli
complementi e le proposizioni contenute nel brano propostole.
Perché, come sostiene Mandruzzato, "lo studente si aggira nel
mondo classico come lo straniero che sapesse molte regole che
gli italiani ignorano e praticamente nessuna parola d’italiano;
e non chiedesse del pane, ma uno dei sostantivi in -e col
plurale in -i". E non sembri un’esagerazione: la
melma di una grammatica imbecille, come la chiamava Giambattista
Pighi, uno dei massimi latinisti del nostro secolo, l’analisi
logica grossolana e goffa che lamentava il Pasquali si stende
ancora, come ai tempi di Pascoli, "come un’ombra sui fiori
immortali del pensiero antico e li aduggia".
Come si studia ancora oggi il latino? Si
parte dalla morfologia, dopo aver perso un paio di settimane a
spiegare (?) l’alfabeto, la pronunzia (generalmente senza nessun
accenno alla restituta, che, volentibus nolentibus
nobis, è adottata dalla quasi totalità degli Europei), e le
regole dell’accento (che si basano fondamentalmente sulla
quantità della penultima sillaba: ma poiché docenti e discenti
spessissimo non sanno se questa sia lunga o breve, gli errori
nella lettura, perpetrati a tutti i livelli, dal ginnasio
all’Università, continuano a far rabbrividire chi abbia un
minimo di orecchio esercitato all’ascolto della lingua
rettamente pronunziata); si comincia a studiare così, ex
abrupto, il sistema dei casi, come se si trattasse della
cosa più facile del mondo, e li si studia tutti insieme; anzi,
in verità si studiano anche i casi inesistenti, come il
vocativo, che potrebbe benissimo essere considerato un’eccezione
della seconda declinazione. Dopo aver imparato a memoria la
prima declinazione — questa cosa strana, che il ragazzo
non aveva mai sentito prima, e che gli risulta completamente
estranea — gli si assegna sei, sette, massimo dieci frasi di
grande interesse contenutistico, del tipo "Le ancelle portano
rose e viole sugli altari di Diana e di Atena", oppure
"La sapienza e l’operosità degli abitanti sono la gloria della
Grecia" , tutte slegate tra di loro, poi si passa a studiare
le "eccezioni", e via alla seconda declinazione; stesso
procedimento; terzo capitolo: "Degli aggettivi di prima
classe, ovvero come imparare a confondersi declinando in
orizzontale ciò che si è fino ad ora imparato in verticale";
quarto capitolo:"Della terza declinazione, ovvero come
rendere difficili le cose facili" . A questo punto il
ragazzo ha già ceduto le armi, e si è convinto che il latino non
è, né è mai stata una lingua: si tratta di un mero esercizio
senza senso, disperante e frustrante, nel quale si sta ore ad
imparare a memoria schemi e tavole grammaticali, per poi giocare
ad un rompicapo da Settimana enigmistica, con la lieve
differenza che, se non si riesce a risolvere la sciarada ci si
becca un bel due e la patente da imbecille nel distribuire la
quale in genere gli insegnanti non lesinano. Intelligenti ed
acuti sono invece considerati quegli alunni ben preparati che
imparano a memoria che ravis, ravis vuol dire "la
raucedine" ed esce in -im all’accusativo e in -i
all’ablativo, assieme a buris, is, "il manico
dell’aratro", e un’altra sfilza di nomi che non troverà mai se
non nel suo libercolo di esercizi; profondi sono quelli che
rimangono affascinati da una lingua che viene a loro presentata
attraverso la traduzione di frasi come quella che ci fa sapere
l’interessantissima notizia che "i generi areranno le terre
dei suoceri", e così via.
Quando si passa alla sintassi — come se poi
esistesse realmente la possibilità di scindere la morfologia
dalla sintassi — la situazione peggiora irreparabilmente. Il
ragazzo impara volta per volta costruzioni, elenchi di verbi,
strutture, maniere di formare le proposizioni che regolarmente
dimentica, nel migliore dei casi dopo una settimana, perché,
oltre che nelle sei-dieci frasette assegnategli per casa, non ha
più occasione di incontrarne esempi, se non per puro caso e dopo
troppo tempo. Apprende una massa di cose inutili alla
comprensione del testo, e funzionali solo ad una ormai —per
buona ventura— inesistente traduzione italiano-latino ("come
si traduce il verbo fare seguito dall’infinito"; "Verbi
fraseologici italiani che si sopprimono in latino", "come si
rende in latino l’idea del futuro anteriore in una proposizione
dipendente", ecc.), comincia ad infettarsi di quella
coniunctiitis professoria che, diceva il Pasquali,
infierisce tra i docenti italiani "più che il tracoma nei più
sudici borghi arabi", e fa sì che "Cicerone in Italia
sarebbe forse bocciato alla maturità classica". Il risultato
di tutto questo processo didattico è che al ragazzo non rimane
nulla dell’insegnamento del latino —e tantomeno del greco, dove
i disastri sono ancora peggiori — tranne un odio feroce e
vatiniano nei confronti di una disciplina che lo ha tormentato
per anni senza che potesse mai avere il piacere di leggere
correntemente una pagina non dirò di Cicerone, ma neanche del
banalissimo Eutropio. Si immagini cosa succederebbe in un
qualsiasi conservatorio, se per anni e anni si studiasse solo
solfeggio e teoria musicale, e non si avesse mai l’occasione di
ascoltare un brano di Bach, di Beethoven, di Mozart, di Vivaldi:
si pensi quale amore si potrebbe infondere nei giovani aspiranti
musicisti, se si vietasse addirittura loro di riprodurre,
suonando, i pezzi classici, e se si eliminasse del tutto la
cattedra di Composizione musicale. Non c’è dubbio che si
sortirebbe il medesimo effetto che si ottiene ogni giorno nelle
nostre scuole di latino: disgusto, odio, avversione per la
materia dinanzi alla porta d’accesso al santuario della quale,
come diceva il Bally, è stata disseminata un’impressionante
quantità di trabocchetti, di fossati, di barriere, ed ogni linea
del cui studio "nascondeva un laccio grammaticale e costò uno
sforzo e provocò uno sbadiglio".
Paradossalmente avviene che coloro i quali
non hanno mai avuto la sventura di studiare il latino nei nostri
licei sono fortemente avvantaggiati rispetto a coloro che hanno
subito per cinque anni il tormento grammaticale scolastico.
Questo dato sconcertante e demoralizzante, che ho avuto più
volte occasione di verificare io stesso, mi è stato ampiamente
confermato da varie esperienze da altri effettuate in ambito
extrascolastico o universitario. Esemplare fra tutte rimane la
sperimentazione didattica condotta dall’Università di Pau, nella
Francia meridionale —dove la situazione si differenzia poco da
quella italiana— ad opera del Prof. Claude Fievet: dopo solo
pochi mesi di corso gli allievi che non avevano mai studiato
latino nella scuola superiore dimostravano competenze
linguistiche e capacità di comprensione dei testi nettamente
superiori a quelle dei veterani della lingua di Roma appresa
secondo i metodi tradizionali. Molte sono le cause che possono
rendere ragione di questo fenomeno, che a nostro parere dimostra
incontestabilmente l’assoluta inadeguatezza delle strategie
didattiche attualmente in uso nei nostri licei da parte della
stragrande maggioranza degli insegnanti. Prima di tutto un
maggiore interesse —che si traduce presto in amore — nei
confronti di una lingua che viene sentita come portatrice di
valori universali, foriera di contenuti culturali, chiave di
accesso a tesori senza fine, a partire dagli antichi codici per
finire con le enigmatiche lapidi che costellano un po’
dappertutto le nostre città, e che si immaginano rivelatrici di
arcana sapienza. Nell’immaginario collettivo, infatti, il latino
non ha ancora perso il suo fascino di lingua d’uso della
saggezza e della scienza europea: ruolo che ha effettivamente
sostenuto nei secoli che vanno dalla fine dell’Impero romano
all’affermarsi degli spiriti nazionalistici col Romanticismo. In
secondo luogo chi non ha mai subito la colluvie di precetti
morfologici e sintattici che sommerge e soffoca i nostri
studenti liceali ha maggiore facilità nell’apprendere il latino
come lingua, cercando cioé di comprendere il significato dei
testi a lui proposti, senza troppo tormentarsi interrogandosi
costantemente sulle "regole" e relative "eccezioni" nella cui
selva doversi districare: chi ha compiuto normalmente il suo
corso liceale troppo spesso, di fronte ad una frase come His
rebus constitutis, Caesar maturat ab Urbe proficisci, non sa
dire altro se non che nel primo membro si tratta di un ‘ablativo
assoluto’ che con il participio passato si può fare solo con i
verbi deponenti intransitivi e transitivi attivi, e, forse, che
proficiscor è un verbo deponente qui usato all’infinito.
Chi non ha mai patito questa deformazione mentale, invece,
secondo cui tutto è regola di grammatica e niente più, cercherà
di comprendere il senso della proposizione nel suo complesso, e
capirà che Cesare parte con una certa fretta da Roma, dopo aver
preso certe deliberazioni. Un ultimo fattore che influisce non
poco sulla buona riuscita nell’apprendimento della lingua di chi
non l’ha mai studiata a scuola è senz’altro la minor paura di
sbagliare, di commettere l’ ‘errore’ cui la cultura scolastica
conferisce il valore sacro e numinoso del tremendum.
"Si direbbe che solo in fatto di lingue classiche in Italia si
sia calvinisti. — scrive ancora Mandruzzato — Non si
apprezza lo studente per quello che sa, ma lo si disprezza per
quello che non sa; e per il metodo con cui ha studiato sa spesso
molto".
Di fronte a questa dolorosa situazione, gli
atteggiamenti assunti da chi si occupa di didattica, anche a
livello direttivo, sono spesso sconcertanti. Da un lato,
infatti, si continua ad insistere sulla necessità di formare gli
alunni perché si impadroniscano nella migliore maniera dell’arte
della traduzione. Anzi, c’è chi sostiene che proprio nel
conseguimento di questa tèchne starebbe tutta l’utilità
dell’insegnamento del latino, che assume così il puro valore
strumentale di un esercizio volto ad approfondire le conoscenze
e migliorare le competenze nella propria lingua materna, perché
"il traduttore mette alla prova quella che deve essere la sua
principale abilità: la sua conoscenza del vocabolario e della
sintassi della lingua d’arrivo". Ora, se per un verso ci si
chiede perché mai applicarsi proprio alla traduzione dal latino
e non da una qualunque delle lingue moderne, forse più utili ai
fini pragmatici —non ritenendo noi sufficiente la
giustificazione secondo cui "nel caso del latino il mondo
degli altri è quello in cui affondano molte radici del proprio"
e dunque si avrebbe solo "un fattore di utilità
conoscitiva in più" rispetto alle altre lingue — dall’altro
si rimane interdetti nello scoprire che viene abbastanza
apertamente sostenuto che la finalità dell’insegnamento del
latino non è per nulla quella di imparare a leggere e
capire la lingua di Roma e della cultura europea, ma quasi
esclusivamente quella di perfezionare la propria conoscenza
dell’italiano: e questo non attraverso un approfondimento
storico del nucleo semantico delle parole e della struttura
sintattica del discorso, ma tramite l’esercizio della buona resa
del pensiero dalla lingua di partenza a quella di arrivo, che
qualunque traduzione necessariamente comporta.
Dall’altro lato bisogna pur considerare che
quello che fino ad oggi i ragazzi nelle nostre scuole fanno, non
è affatto esercizio di traduzione. Assomiglia piuttosto ad una
faticosa e stocastica opera di decifrazione, simile a quella di
Champollion che tentava di leggere i geroglifici della stele di
Rosetta. "Lo studente, il solo sfortunato per cui il latino è
un obbligo, ha la sua grande prova nella traduzione in classe.
E’ il giorno del vocabolario (...) Durante tutta la prova è
compulsato freneticamente. Gran parte del tempo non viene
dedicata alla dozzina di righe del testo da tradurre, ma alla
malversazione del lessico, ora febbrilmente compulsato, ora
meditato su colonnini fittissimi di vani suggerimenti. Che cosa
soprattutto vi cerca, lo studente? Cerca la "frase". E qualche
volta la trova, esultando, ma per lo più deve accontentarsi di
succedanei traditori. Gli esempi, tradotti in anticipo e
promiscuamente, lo lasciano perplesso. Non pensa che la frase
vera, l’esempio più ambientato, è proprio quello che ha davanti
agli occhi, nel testo che traduce". In verità, se è vero,
come è vero, che, secondo la definizione di Martinet, la
traduzione è sempre un ripensamento frastico dell’intera
proposizione, che da una lingua A va veicolata e trasfusa, una
volta riformulata, nella lingua B, i nostri alunni compiono
un’operazione assurda, che nella stragrande maggioranza dei casi
non ha alcun diritto ad essere classificata come "traduzione".
Essi infatti dovrebbero capire prima di tradurre:
inverosimilmente, invece, quasi tutti, e quasi sempre
traducono per capire, e non capiscono per tradurre.
Quale il motivo di questa stortura? L’assoluta ignoranza del
lessico, per cui il ragazzo non sa collocare le singole parole
nel contesto, perché, non conoscendo in pratica nessun vocabolo
e pervaso dal sacro terrore dei false friends infuso
senza risparmio dai docenti, non ha assolutamente alcuna idea
del mosaico all’interno del quale collocare il suo tassello.
Delle mostruosità che da questo stupido e assurdo esercizio
vengono fuori, ogni insegnante sembra farsi vanto, tirando fuori
nelle conversazioni da salotto il campionario personale delle
cantonate e delle frasi senza senso prodotte dai propri alunni.
La situazione sulla quale stiamo conducendo
questa geremiade soltanto per poter proporre una possibile
soluzione, ha oramai investito in un circolo vizioso tante
generazioni, da dover noi oggi con dolore riscontrare che
l’ignoranza del latino si è a macchia d’olio diffusa a tutti i
livelli, e che gravissime cantonate sono presenti nei nostri
libri di testo più diffusi: errori — e qui veramente errori—
commessi imperdonabilmente da chi il latino dovrebbe insegnarlo.
Tra l’infinita copia da cui si potrebbe attingere, scelgo solo
due esempi: il primo tratto da un testo per il biennio, in cui
vengono proposte versioni infarcite di frasi di questo tipo:
qui sine peccato est, primam lapidem in illam mittebit,
infelice correzione dell’evangelico primus lapidem in eam
mittat, proposta ai ragazzi che non hanno ancora "studiato"
il congiuntivo. Il secondo esempio lo ricavo da una diffusissima
antologia di classici, che riporta la frase della XXVIII
epistola di Seneca, in cui il filosofo romano, esortando Lucilio
al cosmopolitismo, dice: quod — cioè il fatto di non
esser nato per starsene in un solo angolino, ma di ritenere
tutto il mondo come propria patria— si liqueret tibi, non
admirareris nihil adiuvari te regionum varietatibus, in quas
subinde priorum taedio migras: prima enim quaeque placuisset, si
omnem tuam crederes". Tale espressione, che vuol dire
semplicemente che al giovane Lucilio, una volta compreso il
valore di essere cittadino del mondo, sarebbe piaciuta la prima
terra che avesse incontrato, se avesse ritenuto che ogni
regione poteva essere considerata come sua, viene
scandalosamente tradotta in nota dagli autori del testo, e
proposta agli alunni in questi termini: "la prima (visitata)
infatti ti sarebbe piaciuta, se tu l’avessi creduta tua patria"
(omnem tuam=lett. tutta tua). Scandalosa, ripetiamo
ci appare questa traduzione, non solo per motivi grammaticali —
anche i ragazzini di quarto ginnasio sanno che, a dispetto del
cesariano Gallia omnis e delle sue imitazioni, nel
novanta per cento dei casi omnis si distingue da totus
e universus proprio per il fatto che il primo indica
un tutto frazionato, mentre i secondi stanno a significare un
tutto nella sua interezza: omnis vir = ogni uomo;
totus vir = l’uomo tutto —ma anche e soprattutto per il
fraintendimento del pensiero, che sembra quasi attribuire a
Seneca un desiderio egemonico sul territorio di residenza, e non
rispecchia più lo splendido concetto secondo cui al vero
filosofo ogni terreno è patria.
Nella maggior parte dei casi, comunque, anche
a livello programmatico, sembra che ci si orienti a dare
manus victas rispetto al problema linguistico — nel senso
che sono ancora in pochi, rarae aves in terris, a credere
che i ragazzi possano imparare a leggere e capire
correntemente i testi classici, almeno di prosa— per
gettarsi tutti sullo studio della "civiltà", spostando
l’apprendimento del latino verso quelle discipline che gli
anglosassoni chiamano classics, all’interno delle quali
la lingua è ritenuto uno strumento sussidiario di non eccessiva
importanza, bastando allo scopo l’utilizzo di ottime traduzioni,
magari col testo a fronte. Questa sembra, tra le righe, la
direttiva delle più recenti formulazioni dei programmi Brocca.
A CHE SERVE IL LATINO?
Si può iniziare a formulare un progetto
didattico, qualora si abbia ben chiara davanti a sé la mèta cui
si vuole giungere al termine del processo. Questo traguardo è
naturalmente condizionato dalla fondamentale questione relativa
all’utilità della disciplina di cui si intraprende lo studio, o,
meglio, al perché si deve studiare una determinata
materia. Nel caso del latino si è aperta una vexata quaestio
che ha visto porre sul tappeto le giustificazioni più
inverosimili. Sopra ne abbiamo analizzate alcune; altre
tritae opiniones sono quelle che vogliono che il latino sia
una palestra logica, una ginnastica mentale, che migliora la
comprensione del proprio idioma, della grammatica, facilita
l’apprendimento delle lingue romanze, procura conoscenze
storiche, contribuisce all’acquisto di metodi e princìpi, è
indispensabile per leggere i tesori della letteratura latina
classica, che è la base della nostra civiltà. Tutti, quale più,
quale meno, risultano motivi piuttosto validi, anche se nessuno
riesce da solo a dare ragione della persistenza di un
insegnamento che nei licei impegna in media 4-5 ore alla
settimana di lezione. Il più debole degli argomenti è quello che
vorrebbe il latino strumento unico per il rafforzamento delle
capacità logiche, mentre non solo altre lingue moderne —il
tedesco, per esempio— potrebbero sortire lo stesso effetto, ma,
qualora fosse questa la finalità dell’insegnamento, si
potrebbero sostituire le ore di latino con ore di logica formale
o di logica matematica. Più convincente ci sembra
l’argomentazione di chi sostiene che, non avendo alcuno scopo
pratico, il latino insegna ai ragazzi il valore dell’otium
inteso classicamente come scholè, ovverosia come studio
che possiede in sé i motivi del suo sussistere, senza essere
subordinato ad un’ulteriore finalità pragmatico-utilitaristica.
Ma anche in questo caso, se qualcuno bellamente diceva che il
latino "non serve a niente: come Mozart", ci si potrebbe
chiedere perché studiare la lingua "morta" di Roma, invece di
armoniose modulazioni sinfoniche.
Raramente, e mai da sedi istituzionali si
sente formulare quella che è la spiegazione più ovvia: al latino
è stato riservato un posto d’onore tra le materie insegnate nei
nostri licei, non tanto per la prestanza della sua letteratura
classica: opportunamente Mandruzzato sottolineava come "c’è
da invidiare i greci moderni e perfino, in altro senso, ebrei e
indiani, le cui lingue madri sono più generose di doni. Seneca
non è Platone, Orazio non è Pindaro, Virgilio non è Omero(...)
Ma il latino va oltre; il suo impero politico ha creato anche un
impero culturale molto superiore a quello greco; per un
millennio e mezzo il latino è stato, tra le due, la primaria
delle lingue della cultura e per fortuna si possono leggere
pensatori e scienziati dei secoli recenziori in un latino
universale che è per noi senza paragone più accessibile che per
un finlandese o un tedesco". Questo il vero motivo: chi non
conosce il latino rimane escluso da quasi tutta la trasmissione
culturale europea nel corso dei secoli in tutti i campi, dal
diritto alla filosofia, dalla medicina alla fisica, dalle
scienze naturali alla teologia. Della maggior parte delle opere
scritte in un latino vivo in quanto a lessico e fraseologia,
"morto", ossia fissato per sempre nelle forme grammaticali della
tradizione classica, quanto a morfo-sintassi, non vi è
traduzione alcuna; e chi ignora quella lingua universale che,
proprio nelle sue strutture immutabili, dava garanzia di
eternità e permetteva l’istituzione di una respublica
litteraria in cui si poteva colloquiare almeno per iscritto
sincronicamente e diacronicamente rompendo gli angusti argini
del proprio tempo e i ristretti confini della propria nazione;
chi ignora quella lingua, dicevamo, è condannato a non conoscere
mai le radici profonde del campo qualunque di cui si occupa.
D’altra parte, qualora anche esistessero
versioni in lingue moderne della sterminata produzione medio- e
neolatina, chi ad essa si avvicinasse attraverso l’ausilio delle
traduzioni, mi sembrerebbe simile a chi, non avendo la chiave di
uno scrigno che racchiudesse preziosi tesori, si accontentasse
di vederne il contenuto in fotografia; così come i fautori,
anche a livello ministeriale, dello studio della letteratura
latina e greca in traduzione non riescono a non ricordarmi il
personaggio di una famosa canzoncina napoletana di Libero Bovio,
il quale, non possedendo sufficiente denaro, sosteneva di
recarsi ogni giorno nel celebre ristorante di Giuseppone a
mare , non per mangiare, ma per sentire l’odore.
IL METODO "NATURALE"
Già Agostino lodava il metodo "naturale", con
cui egli aveva imparato il latino sine ullo metu atque
cruciatu, inter etiam blandimenta nutricum et ioca arridentium
et laetitias alludentium: quasi per gioco, insomma, fra chi
lo blandiva e chi scherzava sorridendo con lui. deprecava
d’altra parte il modo odioso e costrittivo col quale gli era
stata insegnata la lingua greca, che —non diversamente dai
nostri alunni liceali— ferocemente avversava. Rianalizzando
questa sua duplice esperienza infantile, Agostino non aveva
dubbi nell’affermare che nell’apprendimento ha maggior valore la
libera curiositas di quanto non ne abbia una
meticulosa necessitas.
In realtà, però, il problema del metodo in
quanto tale comincia a proporsi con urgente insistenza nel clima
culturale e spirituale del Rinascimento: proprio gli umanisti,
che da un lato avevano favorito un restringimento dell’uso del
latino ad un ambito strettamente elitario con la loro insistenza
sui modelli classici, avvertirono pressante l’esigenza di uscire
dai modelli puramente grammaticali di Donato e Prisciano, per
seguire il precetto oraziano di respicere exemplar vitae
e vivas hinc deducere voces. Erasmo scrisse i
Colloquia familiaria, che pubblicò nel 1518, in cui
conduceva i giovani discenti da semplicissimi dialoghetti
puerili relativi al mondo quotidiano fino a discussioni più
profonde e impegnative per contenuto e per forma
sintattico-lessicale. Non fu né il primo, né l’ultimo
nell’intraprendere questa via: tra gli infiniti altri vale la
pena di ricordare Poliziano, che insegnava i suoi latinucci
al giovanissimo Piero de’ Medici, con brevi frasi, cronachette
del giorno, piccole e semplicissime narrazioni; Vives,
fortunatissimo autore delle Exercitationes linguae latinae,
serie di dialoghi su tutte le occasioni della vita quotidiana,
usato nei seminari fino agli anni quaranta di questo secolo;
Corderio che, invitato da Calvino a dirigere il Collegium
Rivense di Ginevra, scrisse quattro libri Colloquiorum
scholasticorum ad pueros in Latino sermone exercendos;
Melanchton, il "precettore della Germania", braccio destro di
Lutero, che non si stancava di esortare all’uso del metodo vivo
nelle scuole; i gesuiti; più di tutti Comenio, geniale
glottodidatta, che ha anticipato di secoli quelli che oggi sono
considerati punti fermi della psicopedagogia linguistica: il
"realismo" e la la fusione di "parole e cose", la
necessità di andare oltre l’asfissiante pedanteria, il metodo
ciclico, la vivacizzazione, l’uso di immagini unite al testo:
suo è l’Orbis sensualium pictus, in cui il vocabolario
latino viene insegnato attraverso una serie di illustrazioni,
che per l’epoca risultavano una assoluta novità di straordinaria
efficacia. Anche Locke raccomandava, nei suoi Pensieri
sull’educazione, di insegnare il latino not by rules or
art, non con regole, anzi senz’altra regola se non quella
della sua memoria e della consuetudine al parlare (no other
rule...but his memory, and the habit of speaking). A questo
coro su cui siamo passati a volo d’uccello non mancarono nei
secoli successivi le voci di Goffredo Herder, del Rosmini, del
Pascoli. Tutti ad insistere sulla necessità di partire dalle
cose, dal significato delle parole, dal discorso, per poi
arrivare alla "grammatica": eppure l’arido astrattismo
filologico ottocentesco ebbe la meglio su tanto più ragionevoli
proposte.
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Accademia Vivarium Novum,
2000-2004 |