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ROMANTICISMO

Movimento culturale che nasce in Germania alla fine del ‘700 con la fondazione della rivista Atheneum ad opera dei fratelli Schlegel, Goethe, Novalis e Tieck, appartenenti al movimento poetico dello "Sturm und Drang".

Idea dominante è una tensione verso l’assoluto.

Lied: componimento poetico circa l’impossibilità dell’uomo di raggiungere l’assoluto.

Sehnsucht: avvertire una mancanza interiore e cercare di porvi rimedio con un desiderio di soprasensibile.

Tematiche Principali

  • Scissione e rottura interiore (istinto-ragione, finito-infinito): inquietudine dell’uomo romantico.

  • Rapporto con il mondo Greco: Grecia=Armonia, ma forse l’ordine l’armonia era il risultato di una fuga da un reo tempo presente.

  • Fascino del Prerazionale: Arte e Poesia sono le forme di conoscenza supreme. La creatività innalza l’uomo verso Dio, la catalogazione lo allontana.

  • Visione finalistica della Natura: nella "Teoria dei colori" Goethe afferma che i colori appartengono all’occhio umano e nascono come incontro tra l’uomo e la natura (visione magica della Natura)

  • Polemica con l’Illuminismo e recupero delle tradizioni: Medioevo è stata l’epoca della cultura popolare e del misticismo, cancellati dall’astrattismo illuministico.
    Secondo Shiller nell’uomo è insito un contrasto tragico, che si conclude sempre male. I Greci erano riusciti a conciliare questo contrasto con il concetto di "Anima Bella", ormai irrealizzabile a causa della logica del profitto tipica della borghesia.
    Può essere recuperata solo attraverso l’educazione estetica, che ha per oggetto il gioco inteso come creazione artistica rispettosa delle regole, unendo così il sensibile e il razionale, la forma e il contenuto.

Idealismo

Idea di base è l’inutilità del concetto di noumeno Kantiano che, essendo inconoscibile risulta essere inutile.

L’idealismo è una filosofia contrapposta al materialismo (Leibniz), che pone un mondo ideale al di sopra di quello reale (Platone) e che nella sua accezione più dogmatica (Berkeley, Kant) fa coincidere l’essere con l’essere percepito.

Si sviluppa soprattutto in Germania, tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, a Jena, principalmente ad opera di Fichte, Schelling e Hegel.

Il pensatore dogmatico accetta un principio di partenza dato, l’idealista non lo accetta.

Ricerca la verità come prodotto del soggetto (visione fortemente critica)

3 tipi di Idealismo:

  • Idealismo Etico-Soggettivo di Fichte.
    Etico: da risalto alla vita pratica
    Soggettivo: pone l’io al centro di tutto
  • Idealismo Oggettivo-Estetico di Schelling
    Oggettivo: al centro della filosofia c’è il concetto di identità tra io e Natura
    Estetico: la massima espressione della conoscenza è l’arte
  • Idealismo Hegeliano assoluto
    Assoluto: superamento di Fichte e Schelling. "La realtà si risolve nel pensiero".
    Predominio di un conoscere logico-mediato-dialettico.
  • Caratteri generali del Romanticismo tedesco ed europeo

    Per Romanticismo (che originariamente faceva riferimento al romanzo cavalleresco) si intende un movimento, nato in Germania nella fine del Settecento. E’ di difficile catalogazione; per esso valgono principalmente due definizioni: 1) quella di Hegel e dei romantici in genere, secondo i quali il Romanticismo è la cultura che esalta il sentimento e che ruota attorno al Circolo di Jena. Tale definizione è però troppo ristretta e privilegia soprattutto le arti, per cui è più preciso considerare il Romanticismo come "un’atmosfera" storica, cioè una situazione mentale generale che si riflette sull’arte, sulla filosofia, sulla politica ecc. Non è però neanche esatto rinunciare totalmente di definire tale movimento (come fanno parecchi studiosi odierni), perché è sempre possibile dare i tratti principali, come la ricchezza di "ambivalenze" (che denotano come, pur permanendo, la logica aristotelica, basata sul principio di non contraddizione, stia per essere superata da quella hegeliana): c’è l’esaltazione del genio (cioè del singolo) e contemporaneamente l’esaltazione della società, il sentimentalismo e il razionalismo, l’esaltazione del passato e l’attesa del futuro ecc., movimenti antitetici ma che hanno basi comuni e che insieme sintetizzano il Romanticismo. Le ambivalenze, inoltre, derivano anche dal periodo storico, caratterizzato dal ritorno in auge della Chiesa e dei sovrani e contemporaneamente dalla nascita delle sette e dei moti.

    Perché il Romanticismo nasce in Germania? Perché, dopo tanto tempo, c’è in Germania un movimento filosofico originale?

    Per capirlo dobbiamo presupporre che la Francia aveva speso sangue e soldi nelle guerre napoleoniche (tra l’altro erano nate tante industrie belliche che ora bisognava riconvertire) e che l’Inghilterra era il principale paese antinapoleonico. Tra le cause della rivoluzione francese (e della conseguente ascesa di Napoleone) c’è la diffusione del pensiero illuminista, quindi in tutta Europa le sue idee furono rigettate, mentre in Francia e Inghilterra avvenne un abbandono totale della filosofia. La Germania, invece, che aveva visto quegli avvenimenti da lontano, pur rigettando l’illuminismo, continua a filosofare: tale rigetto avviene soprattutto nei giovani del nutrito gruppo "Sturm und Drang" (tempesta e assalto), che esaltano il sentimento smodato, l’amore libero e vanno contro le regole in genere. Questo movimento si incrocia con il neoclassicismo (che riprende i motivi classici, aggiungendo la tragicità contemporanea). Sturm und Drang e neoclassicismo sono due movimenti antitetici: la loro sintesi dialettica forma il Romanticismo.

    Rigettando l’illuminismo, il Romanticismo vede nella ragione i limiti che gli aveva imposto Kant, per cui per raggiungere l’infinito essa è inutile: è necessario il sentimento. L’esaltazione del sentimento è affiancata dal culto dell’arte, vista come porta della conoscenza, e in particolare della musica (celebrata non solo dai musicisti ma anche dai filosofi, come Schopenhauer).

    Diffusa in tutti i romantici è la ricerca dell’infinito, diversi sono, invece, i rapporti con il finito. La visione predominante è quella panteista, che tende a concepire il finito come realizzazione vivente dell’Infinito; panteismo accompagnato ad una religiosità cosmica, diversa delle fedi positive. Accanto ad essa c’è la visione teista e trascendete, che distingue finito da Infinito (vedendo nel finito una manifestazione più o meno adeguata dell’Infinito).

    Un altro motivo ricorrente tra i romantici è la visione della vita come sforzo incessante: l’uomo è preda di un "demone dell’infinito" che lo porta sempre a trascendere gli orizzonti del finito.

    L’espressione germanica "Sehnsucht" (desiderio, brama…) sintetizza bene il pensiero dei romantici, che tendono sempre a desiderare l’impossibile, per il piacere provocato dal desiderio stesso (che porta al senso di noia e di vuoto rispetto alle esperienze umane). Tale stato esistenziale si accompagna all’ironia e al titanismo. L’ironia deriva dalla consapevolezza che ciò che accade è solo manifestazione particolare dell’Infinito e quindi è inutile prendere le cose "sul serio". Il titanismo (detto anche prometeismo, visto che i romantici vedono in Prometeo il simbolo della ribellione in quanto tale) è invece una sorta di sfida e di ribellione di chi si propone di combattere sapendo già che sarà sconfitto. Tant’è vero che a volte il titanismo mette capo al suicidio, visto come massima sfida contro il destino.

    L’anelito all’infinito porta anche al disprezzo verso il quotidiano e alla tendenza all’evasione e all’amore dell’eccezionale, del meraviglioso e del primitivo. Tale desiderio di evasione si manifesta nel culto del medioevo e dell’esotismo e soprattutto del mondo dei sogni (l’intera arte romantica sembra muoversi in un’atmosfera rarefatta e quasi transmateriale), che a volte si tingono di macabro (come accade nel "Romanticismo nero", popolato da cadaveri, scheletri e simili). Collegata all’evasione è anche la figura romantica del "viandante", che, diversamente dal "viaggiatore" cosmopolita illuminista (che viaggiava per curiosità e studio), "vaga" inquieto in cerca di un non so che di irraggiungibile (è un’altra manifestazione della "Sehnsucht"). Altro tema caratteristico del Romanticismo è l’"immediatezza felice" e "l’armonia perduta", secondo la quale, in un non meglio precisato periodo della storia, l’uomo ha perso la sua simbiosi con la natura (nella quale corpo e spirito non erano in lotta), diventando "inautentico" e quindi desideroso di ricomporre la scissione uomo – mondo. Secondo ciò Schiller fa una distinzione tra "poesia ingenua" (tipica degli artisti antichi, che erano natura) e "poesia sentimentale" (degli artisti moderni, per i quali la natura è oggetto di ricordi e nostalgia). Questa concezione di armonia iniziale – scissione intermedia – ricostruzione futura basata sul ricupero del passato (che anticipa la logica di Hegel) vede la storia come regresso e come progresso contemporaneamente. C’è quindi una mitizzazione del passato felice e la consapevolezza di essere al momento culminante della scissione: il poeta si sente nella mezzanotte del mondo, mentre attende l’alba.

    Le caratteristiche precedenti, piuttosto sfumante, valgono soprattutto nel Romanticismo letterario. Nel Romanticismo filosofico è centrale, invece, la figura dell’uomo come "Spirito", inteso come: attività infinita inesauribile, che supera di continuo i propri ostacoli; soggetto in funzione di cui esiste e trova un senso l’oggetto.

    Questa teoria, che mette capo all’equazione Io = Dio, nasce con Fichte (non a caso indicato da Schlegel come iniziatore del Romanticismo tedesco). L’io di Fichte, però, è costretto ad obbedire alla necessità razionale ed è quindi limitato, quello della scuola romantica (Novalis, Tieck ecc.), invece, si basa sul sentimento è quindi non ha limiti. Entrambi comunque si basano sull’infinita potenza dello spirito: che si manifesta nel romanticismo filosofico come sorgente necessaria di produzioni reali, mentre in quello letterario come libertà assoluta di produzioni fantastiche. Da questi due modi di vedere nasce il parallelismo tra individualismo e antiindividualismo: da una parte notiamo il riconoscimento del valore della personalità (che ama, soffre, teme la morte…), l’esaltazione del genio (tutti "pensano" allo stesso modo, ma ognuno "sente" diversamente, quindi il genio spicca tra gli altri), fino a cadere nel soggettivismo; dall’altra parte, in antitesi, vediamo la proclamazione della missione sociale del dotto e l’esaltazione della società.

    Il Romanticismo esalta anche l’amore (tale esaltazione discende principalmente dalla ricerca di evasione dal quotidiano) come sentimento che solleva lo spirito. La prima caratteristica dell’amore romantico è la globalità, ovvero la ricerca di una sintesi tra anima e corpo, spirito e istinto. L’ideale di donna cambia: la donna dell’illuminismo, chiusa in certi schemi (con falsi pudori e sottostante alla tradizione), fa posto ad una donna più emancipata (capace di amare senza freni, presupponendo una parità di sessi nella vita come nella cultura). Seconda caratteristica dell’amore è la ricerca dell’unità assoluta degli amanti, cioè della completa fusione delle anime e dei corpi. In terzo luogo, l’amore viene visto come "cifra dell’assoluto": nell’amore si intravede l’infinito (Dio è trascendente ma illumina l’anima di colui che ama).

    Nel Romanticismo c’è anche il culto della storia, che non è più dominata dall’uomo (come nell’illuminismo), bensì da un soggetto provvidenziale assoluto (Dio, lo Spirito del mondo, l’Io trascendente…). La storia è dunque vista positivamente: come continuo progresso (si tende alla perfezione: ogni evento comprende e supera il precedente; la pensano così i filosofi della metà dell’Ottocento). Oppure come insieme di momenti tutti ugualmente perfetti. (l’errore nella storia è l’antitesi della logica hegeliana, che poi porterà alla sintesi; la pensano così i filosofi del primo Ottocento e in particolare Hegel). Vengono quindi rivalutate il medioevo e la tradizione: il passato non è più visto criticamente (come facevano gli Illuministi, che giudicavano il passato alla luce dei valori del presente), bensì viene santificato (come "corso di Dio nella storia", nel quale ogni periodo ha la sua individualità).

    In politica, inizialmente il romanticismo tedesco assume forme (come lo erano già i partecipanti dello Sturm und Drang) di radicalismo repubblicano e anche di ribellismo anarchico: si assiste allo sviluppo del tema dell’individuo contro la società. In seguito, però, in virtù della visione provvidenzialistica e tradizionalistica della storia, il Romanticismo si fa conservatore ed esalta l’Autorità (i romantici, non tutti e soprattutto in Germania, si schierano dunque dalla parte della Restaurazione). Nasce l’idea di nazione: l’illuminista è cosmopolita e parla di "popolo" (insieme di individui che "vogliono" stare insieme, perché hanno stipulato un contratto sociale); la nazione è invece un insieme di individui che "devono" stare insieme, perché altrimenti rinnegherebbero tradizioni, razza, religione e, di conseguenza, se stessi. Il culto della nazione, comunque, non è solo esaltazione dell’autorità: fuori dalla Germania (per esempio in Italia) si assiste ad una saldatura tra il concetto di nazione e quello di libertà, libertà non solo dallo straniero ma come libertà nello stato (ognuno ha una libertà limitata da una legge universale che porti la pace nella società, affinché "tutti" siano liberi). In Mazzini, per esempio, il culto della nazione è unito al liberalismo (salvaguardia dei diritti individuali), alla democrazia (teoria del popolo come sovrano), al patriottismo (battaglia affinché lo stato coincida con la nazione) e all’autodeterminazione nazionale (ogni nazione deve essere padrona del proprio destino politico).

    La natura è manifestazione dell’infinito. In antitesi alla visione meccanicistica nata con Galileo, si presentano, una visione organicistica (la natura è composta da organi tutti utili), una energetico – vitalista (la natura è energetica), una finalistica (la natura è strutturata così per determinati scopi), una spiritualistica (la natura è uno spirito in divenire) e una dialettica (la natura è organizzata secondo coppie opposte). Viene posto un forte legame tra uomo e natura (per cui è autorizzata l’interpretazione psicologica dei fenomeni fisici e l’interpretazione fisica di fenomeni psichici). Dividendo la natura qualitativamente, la filosofia romantica sembra fare un passo indietro: filosofia e scienza si dividono (tra l’altro lo scienziato si va specializzando e nascono le équipe).

    Nonostante il Romanticismo sia permeato di pessimismo (la base stessa del Romanticismo è l’anelito impossibile all’infinito; e l’infelicità viene vista come il prezzo da pagare per diventare grandi), in una visione complessiva la sua atmosfera è ottimista, a causa della visione provvidenzialistica del reale che hanno i romantici (e anche gli atei sublimano il negativo, la sofferenza, nel positivo, l’arte).

    Dal kantismo all’idealismo

    La filosofia kantiana viene studiata e approfondita e criticata per i suoi dualismi. Gli viene accusato che la realtà noumenica, non essendo conoscibile, non può neanche essere introdotta. Inoltre l’ammissione del noumeno viene vista pericolosa, perché se si scoprisse, le leggi che dipendono dalla rivoluzione copernicana non varrebbero più: studiare il noumeno è dunque inutile e pericoloso. Diversi filosofi preferirono, quindi, intendere il noumeno non come cosa eterna bensì come limite interno dell’attività dell’io (per poi arrivare infine alla completa negazione dell’esistenza della realtà noumenica).

    Nasce in questo periodo, con Fichte e Schelling, l’idealismo (che riconduce tutto ad un principio, che è la spiritualità), che fa scomparire il dualismo: la materia è anch’essa spirito.

    Immanuel Kant

    Vita e opere:

    Nacque a Konigsberg nel 1724. Fu educato dapprima nel Collegium Fridericianum nello spirito del pietismo. Uscito da lì Kant studiò la filosofia, la matematica e la teologia nell'università della sua città. Finiti gli studi fu precettore in alcune case patrizie, poi insegnò all'università vari discipline. Nel 1770 fu nominato professore di logica e metafisica all'università dove restò fino alla morte (1804).

    Tra le opere più importanti: La Dissertazione, la Critica della ragion pura, la Critica della ragion pratica, la Critica del giudizio.

    Il pensiero di Kant viene detto "Criticismo", in opposizione al dogmatismo e identifica l'esame della ragione sulle capacità e sui limiti di essa nell'attività conoscitiva (Ragion pura), nell'attività pratica (Ragion pratica) e nell'esaminare il sentimento (Critica del giudizio).

    CRITICA DELLA RAGION PURA

    Consiste in un'analisi critica dei fondamenti del sapere che al tempo di Kant si divideva in scienza e metafisica. Queste si presentano in modo diverso al filosofo. Infatti la prima appariva come un sapere fondato e in continuo progresso, mentre la seconda non aveva lo stesso cammino sicuro. Poiché Hume aveva nutrito dubbi ance sulla validità della scienza, Kant decise un riesame globale della struttura e della validità della scienza. Kant respinge lo scetticismo scientifico di Hume ma ne condivide invece lo scetticismo metafisico.

    Kant si pone quattro domande: 1) Come è possibile la matematica pura? 2) Come è possibile la fisica pura? 3) Come è possibile la metafisica in quanto disposizione naturale? 4) Come è possibile la metafisica come scienza? Nel caso delle scienze basta chiedersi come siano possibili, nel caso della metafisica, bisogna chiedersi se siano possibili.

    Giudizi sintetici a priori

    Kant dice che per poter parlare di scienza si ha bisogno dei giudizi sintetici a priori, cioè di giudizi in cui il predicato aggiunge qualcosa al soggetto e che non derivano dall’esperienza Quindi la scienza pur derivando in parte dall'esperienza, presuppone anche alcuni principi immutabili che ne fungono da pilastri..

    Da questo punto di vista, né i Razionalisti, né gli Empiristi sono riusciti a fare scienza poiché gli uni hanno formulato giudizi analitici a priori (giudizi dove il predicato è già inserito nel soggetto: es. "I corpi sono estesi", l'estensione è già una caratteristica dell'essere corpo), gli altri giudizi sintetici a posteriori (giudizi dove il predicato afferma qualcosa di nuovo rispetto al soggetto ma deve essere verificato dall'esperienza: es. "I corpi sono pesanti").

    La scienza risulta quindi feconda in duplice senso: sia per quanto riguarda la materia, che le deriva dall'esperienza, sia per quanto riguarda la forma che le deriva da giudizi sintetici a priori. Quindi abbiamo:

    scienza = esperienza + principi sintetici a priori.

    I giudizi sintetici a priori stanno anche alla base della metafisica, come si vede nella proposizione: "Il mondo deve avere un primo cominciamento"

    Rivoluzione Copernicana

    Da dove provengono i giudizi sintetici a priori visto che non derivano dall'esperienza?

    Per rispondere Kant elabora una nuova teoria della conoscenza intesa come sintesi di materia e di forma.

    Per materia intende la molteplicità delle impressioni sensibili che provengono dall'esperienza, per forma intende l'insieme delle modalità fisse a priori attraverso cui la mente ordina la materia sensibile (spazio e tempo). Quindi la conoscenza viene vista come una sintesi tra un elemento a posteriori (materia) e un elemento a priori (forma).

    Visto che in noi esistono determinate forme a priori universali e necessarie attraverso cui incapsuliamo i dati della realtà, ecco spiegato perché si possono formulare dei giudizi sintetici a priori.

    Come Copernico nel campo astronomico capovolse la concezione tolemaica, così Kant si vanta di avere introdotto una rivoluzione nel modo tradizionale di intendere la filosofia: il soggetto conoscente non gravita più passivamente intorno all'oggetto per raccogliere la conoscenza di un mondo già costituito, ma con la sua attività a priori illumina l'oggetto ordinando i dati sensibili e diventando in tal modo legislatore della natura.

    In base a questo nuovo modo di vedere la conoscenza, Kant fa la distinzione tra fenomeno e noumeno. Il fenomeno è la realtà come ci appare attraverso le forme a priori, il noumeno è la realtà considerata indipendentemente da noi e dalle forme a priori mediante cui la conosciamo.

    I tre gradi della conoscenza

    Kant articola la conoscenza in tre facoltà principali: la sensibilità, l'intelletto e la ragione. La sensibilità è la facoltà con cui gli oggetti ci sono dati intuitivamente attraverso i sensi e tramite le forme a priori di spazio e di tempo, l'intelletto (Versand) è la facoltà attraverso cui pensiamo i dati sensibili tramite le categorie, la ragione (Vernunft) è la facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare la realtà mediante le idee di anima, mondo e Dio. Su questa tripartizione si basa la divisione della Critica della ragion pura che si divide in: dottrina degli elementi (cerca di scoprire gli elementi formali della conoscenza) e la dottrina del metodo (determina l'uso possibile degli elementi formali della conoscenza). La dottrina degli elementi si divide poi in estetica trascendentale (studia la sensibilità e le sue forme a priori di spazio e di tempo) e in logica trascendentale che si sdoppia a sua volta in analitica trascendentale (studia l'intelletto e le categorie) e in dialettica trascendentale (studia la ragione e le sue tre idee di anima, mondo e Dio).

    L'estetica trascendentale

    Le sensazioni, per essere comprese da noi hanno bisogno di un ordine. Questo viene dato dall'idea di spazio e dall'idea di tempo. Queste due idee vengono definite da Kant trascendentali intendendo col termine ciò che non deriva dall'esperienza ma che serve per giustificare l'esperienza stessa.

    L'idea di spazio e di tempo sono le condizioni necessarie di ogni esperienza, le forme a priori dell'intuizione. Lo spazio è forma del senso esterno ( lo spazio rende possibile la conoscenza degli oggetti secondo un ordine di coesistenza spaziale), il tempo è forma del senso interno e del senso esterno (esso rende possibile la conoscenza della successione temporale degli stati d'animo e della percezione dei fatti esterni). Kant dimostra che lo spazio e il tempo sono a priori dicendo, contro l'interpretazione empiristica, che questi non possono derivare dall'esperienza perché per fare un'esperienza la dobbiamo già presupporre. Contro l'interpretazione oggettivistica Kant sostiene che se lo spazio e il tempo fossero degli assoluti a se stanti dovrebbero continuare a esistere anche nell'ipotesi che in essi non vi fossero oggetti, ma è impossibile concepire qualcosa che, senza un oggetto reale, sarebbe tuttavia reale. Contro l'interpretazione concettualistica, Kant afferma che spazio e tempo non possono venir riguardati alla stregua di concetti poiché hanno una natura intuitiva e non discorsiva.

    L'analitica trascendentale

    I dati ricevuti dall'intuizione sensibile vengono adesso ordinati dall'intelletto che opera una sintesi dal molteplice all'unità attraverso le categorie.

    Le categorie sono quindi le leggi, le funzioni con cui raccogliamo la realtà, la unifichiamo e la pensiamo. Ma pensare qualcosa significa dare un giudizio, quindi, per le categorie Kant si ispira alla tavola dei giudizi di Aristotele. Anche Aristotele aveva parlato di categorie intendendole però come modi dell'essere cioè come le leggi dell'ente, invece Kant, le riferisce al pensiero e non all'esperienza. Le sue sono quindi leggi della mente, modi di funzionare del pensiero.

    Kant parla di dodici categorie: tre quantitative (riguardano l’aspetto numerico delle cose = UNIVERSALI, PARTICOLARI, SINGOLARI), tre qualitative (si riferisce agli attributi delle cose = AFFERMATIVI, NEGATIVI, INFINITI), tre di relazione e tre di modalità.

    Le categorie di relazione si riferiscono a come noi sviluppiamo certi giudizi. Il giudizio di relazione può essere: categorico (non ammette repliche o dubbi), ipotetico (dipende da una condizione es. "Mi insulta, lo schiaffeggio"), disgiuntivo (quando si formulano delle ipotesi lasciando varie opportunità).

    Le categorie di modalità si riferiscono a come noi esprimiamo il metodo, la tipologia del giudizio. Si hanno tre diversi giudizi: problematico (quando la confusione non risolve la questione), assertore (quando si afferma una cosa senza darne spiegazioni), apodittico (quando si dimostra una cosa affermata)

    Se esistono queste dodici categorie, bisogna pensare che ci sia un io (un centro) di cui le categorie siano funzioni e che le raggruppa. Se non ci fosse un unico soggetto (l'io penso) non avremmo la consapevolezza del pensiero fatto. Kant dà il nome di "io penso" a questa funzione poiché vuole parlare del pensiero nel momento in cui pensa.

    L'io penso è dunque il principio supremo della conoscenza umana, esso rende possibile l'oggettività del sapere, organizza la realtà. Kant scopre la garanzia della conoscenza non negli oggetti o in Dio ma nella mente stessa dell'uomo e considera quindi quali sono i suoi limiti e il suo potere conformemente ai limiti e al potere dell'uomo. Le categorie funzionano solo in rapporto al materiale che organizzano. Senza di questo sono vuote.

    Questo fa sì che le categorie risultino operanti solo in relazione al fenomeno, cioè alla realtà come si manifesta. Il conoscere per Kant non può estendersi al di là del fenomeno in quanto una conoscenza che non si riferisca all’esperienza non è conoscenza ma un pensiero vuoto.

    Questo rimanda al concetto di cosa in sé, cioè del noumeno. Infatti Kant non vuole ridurre la realtà al fenomeno, egli afferma infatti che se c’è un per noi deve esserci per forza un "in sé. Kant distingue tra senso positivo e senso negativo del noumeno. Nel senso positivo il noumeno è l’oggetto di un’intuizione intellettiva, non sensibile, cioè di una conoscenza extrafenomenica. In senso negativo invece, il noumeno è il concetto di una cosa in sé che non può mai essere oggetto della nostra intuizione sensibile. In questo senso il noumeno è per noi un concetto limite che mette un limite alla nostra conoscenza.

    La dialettica trascendentale

    La dialettica trascendentale vuole essere lo studio critico del pensiero che si abbandona alla metafisica.

    Si è detto che l’uomo può conoscere solo il fenomeno, infatti, il soggetto può conoscere solo rimanendo nell’ambito dell’esperienza. L’uomo è cosciente di questo, ma nonostante tutto si sente insoddisfatto e allora si abbandona alla metafisica.

    Kant affronta il problema se la metafisica possa anch’essa costituirsi come scienza. Il termine dialettica assunto con il significato di logica della parvenza, lascia intuire la risposta negativa di Kant. Egli vuole analizzare e smascherare i ragionamenti fallaci della metafisica che comunque è un’esigenza naturale dell’uomo ma che in realtà non ha delle solide fondamenta.

    L’intelletto preso in esame nella dialettica è la "Vernunft" (opposta alla Versand) cioè quello che vuole ragionare in termini di concetto puro, indipendentemente dall’esperienza. Quest’intelletto non usufruisce delle esperienze, cerca di comprendere il noumeno. La Vernunft opera come la Versand, cioè organizza il molteplice e lo unifica sotto una rappresentazione comune utilizzando non i dati dell’esperienza, ma i suoi concetti interni e formula tre tipi di sillogismo: categorico, ipotetico e disgiuntivo. Con questi unifica tutto il mondo interno con l’idea di anima; i fenomeni esterni col mondo e l’unione dei fenomeni esterni con quelli interni con l’idea di dio.

    Kant dimostra quindi che queste tre idee non si costituiscono in scienza.

    Critica dell’idea di anima:

    Kant critica l’idea di anima e quindi la psicologia razionale dicendo che questa è fondata su paralogismi cioè su falsi ragionamenti (il paralogismo è un sillogismo errato perché quaternario. Il termine medio può assumere due significati diversi e quindi in contrasto. Il I significato è quando intendiamo la sostanza spirituale come io penso e quindi come elemento unificatore delle sensazioni, il II quando intendiamo la sostanza spirituale che esiste di per sé).

    Critica del mondo:

    Kant dice che la ragione cade in contraddizioni insolubili quando pretende di conoscere il mondo inteso come totalità dei fenomeni esterni. Infatti se si ragiona in questo senso si ci viene a trovare di fronte a delle antinomie cioè delle leggi che si contraddicono in cui è possibile trovare una tesi e un’antitesi che hanno entrambe la possibilità di esser vere.

    Le antinomie sono 4 e sono una qualitativa, una quantitativa, di relazione, modale: 1) Il mondo può essere finito o infinito; 2) Il mondo è composto da parti semplici (gli atomi) o no. 3) E’ possibile trovare cause meccaniche o cause finali. 4) Il mondo è sempre esistito o è stato creato da un dio.

    Critica di dio:

    Kant esamina tre dimostrazioni dell’esistenza di dio formulate dalla teologia razionale: 1) l’argomento ontologico, affermato da S. Anselmo e dal razionalismo (anche Cartesio), non ha validità in quanto dal concetto di dio non si può dedurre la sua esistenza perché si può avere il concetto di una cosa senza che questa debba necessariamente esistere. Infatti in questo modo si passa dal piano gnoseologico (concetto di dio) al piano ontologico (esistenza di dio). 2) L’argomento cosmologico affermato dalla scolastica (S. Tommaso) non ha fondamento scientifico, infatti, dall’esistenza del mondo non si può dedurre l’esistenza di un ente necessario poiché il principio causa-effetto è una categoria e quindi ha validità solo nei limiti dell’esperienza. 3) L’argomento teologico affermato dalla Scolastica e dalla corrente del Razionalismo deve essere rifiutato in quanto l’ordine e la regolarità dei fenomeni naturali che sembrano tendere verso un fine, potrebbero provare l’esistenza di un ordinatore della materia ma non di un dio creatore. Però per affermare l’esistenza di un Ente creatore o semplicemente ordinatore, partendo dall’ordine dell’universo, bisogna applicare la categoria di causa ad un contenuto che non si fonda sull’esperienza.

    Dunque la Vernunft ha fallito, la metafisica non può essere considerata scienza. Dunque le tre idee non possiamo assumerle come verità scientifiche, però le possiamo assumere a livello regolativo, cioè è meglio pensarle per la vita. L’uomo infatti servendosi di esse può impostare le sue scelte in modo consapevole.

    CRITICA DELLA RAGION PRATICA

    Kant si pone una domanda" : la ragione interferisce nel nostro comportamento? può dirci come dobbiamo agire? La risposta è affermativa, egli dice infatti che la ragione indirizza la nostra volontà ma non si pone di necessità, cioè non si oppone agli impulsi. Infatti, se fosse così non si porrebbe neanche la questione morale perché la ragione diventerebbe arbitro del nostro comportamento, la questione si pone invece per il fatto che noi siamo liberi, cioè in grado di poter scegliere di seguire o non i comandi della ragione. L’uomo può scegliere di seguire gli impulsi sensibili, gli istinti o i dettami della ragione.

    Kant distingue tra una ragion pura pratica (che opera indipendentemente dall’esperienza e dalla sensibilità) e una ragione empirica pratica (che opera sulla base dell’esperienza e della sensibilità). E poiché la moralità si identifica con la ragion pura pratica, il filosofo deve distinguere in quali casi la ragione è pura pratica , e quindi morale, e in quali è soltanto pratica e quindi non morale. Questo è lo scopo della critica della ragion pratica.

    La ragion pura pratica non ha bisogno di essere criticata perché si comporta obbedendo ad una legge universale, invece, la ragion pratica può darsi delle massime dipendenti dall’esperienza e perciò non legittime dal punto di vista morale.

    Il fatto che la ragion pura pratica non debba venir criticata non significa che sia priva di limiti, infatti, risulta segnata dalla finitudine dell’uomo e deve essere salvaguardata dal fanatismo

    Kant distingue i principi che regolano la volontà, i comandi della ragione in massime e imperativi. Le massime sono dei comandi soggettivi; gli imperativi invece sono dei comandi che valgono per tutti. A loro volta gli imperativi si dividono in ipotetici e categorici.

    Gli imperativi ipotetici sono quei comandi legati ad un obiettivo, a un fine che vogliamo raggiungere. (se…devi)

    Gli imperativi categorici sono dei comandi assoluti della ragione, quelli che rappresentano un’azione come necessaria per se stessa, buona in sé, senza alcuna relazione con un altro fine. (devi puro e semplice). Solo l’imperativo categorico, che ordina un devi assoluto e quindi necessario e universale, ha in se stesso i contrassegni della moralità, della legge morale essendo la morale incondizionata dagli impulsi sensibili.

    La formula base di questo imperativo è: "Agisci in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello stesso tempo come principio di una legislazione universale". (cioè se vuoi sapere se un’azione è morale chiediti se la tua massima possa dar luogo ad un ordine universale, ad una natura nella quale puoi vivere con i tuoi simili senza contraddizioni) Kant presenta altre due formule di questo imperativo. La seconda dice: "Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona, sia in quella di un altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo" (Si basa sul principio dell’umanità come fine a sé stessa e prescrive il riconoscimento della dignità umana nella propria e nell’altrui persona). La terza afferma di agire in modo tale che: " La volontà, in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa come universalmente legislatrice". (Riprende la prima ma sottolinea l’autonomia della volontà chiarendo come il comando morale non sia un imperativo esterno, ma il frutto spontaneo della volontà.

    Gli imperativi devono avere tre requisiti: formalità, libertà e autonomia.

    Formalità:

    Il contenuto dell’imperativo non rende universale la legge morale, ma ciò che la rende universale è la forma, cioè l’intenzione, il modo con cui si fa un’azione. Es.: Fare l’elemosina ad un mendicante. Perché me lo sento veramente di fare o perché dio mi premia. Il contenuto dell’imperativo è sempre lo stesso, ma la forma cambia.

    Libertà:

    Se l’uomo deve compiere un’azione, la sua volontà deve essere indipendente, non può essere soggetta a qualche cosa. Quindi la volontà è libera, non è costretta né ad obbedire né a disobbedire alla legge morale, è indipendente sia dalla ragione che dagli impulsi. La volontà di conseguenza non ha né meriti né colpe, è un’esigenza dell’imperativo e se la volontà non fosse libera non si porrebbe neanche la questione morale. La libertà è l’indipendenza della volontà.

    Autonomia:

    Se definiamo la libertà come indipendenza della volontà dai contenuti della legge morale abbiamo il senso negativo di essa. Se aggiungiamo che la volontà è in grado di determinarsi da sé abbiamo anche il senso positivo della volontà. La volontà è quindi capace di darsi una legge, questo aspetto positivo è chiamato da Kant "autonomia"

    Da queste caratteristiche si comprende che Kant distingue tra moralità e legalità. La legalità (che ti impone determinati atti) non si cura dell’adesione spirituale che si ha nel fare quelle azioni. Invece per la moralità la cosa importante è l’intenzione con la quale si compie un’azione. Kant polemizza aspramente contro tutte le morali eteronome, cioè contro tutti quei sistemi che pongono il fondamento del dovere in forze esterne all’uomo o alla sua ragione. (La religione è quindi eteronoma).

    I Postulati:

    Adesso Kant prende in considerazione l’assoluto morale o Sommo Bene. Questo è l’unione tra la virtù (rispetto della legge morale) e la felicità (senso di appagamento per aver rispettato la legge morale. E’ intesa come valore interno in quanto se fosse esterno ci verremmo a trovare di fronte a un imperativo ipotetico). Il Sommo Bene ci permette di postulare l’esistenza dell’anima del mondo e di dio. Infatti per potersi realizzare, il Sommo Bene ha bisogno di un garante di questa realizzazione (dio). Tra l’altro l’esperienza ci dimostra che chi rispetta la morale in questa vita non raggiunge la felicità, quindi, ci deve essere un’altra vita dove possiamo essere felici (immortalità dell’anima).

    Nell’uomo sono presenti sia la natura fisica che quella morale, quindi, risulta esserci il contrasto tra la natura che ci tiene legati alle sue leggi fisiche e il nostro spirito che invece ci rende liberi. Questo contrasto è stato inteso come contrasto tra la dimensione fenomenica e quella noumenica. A questo punto possiamo vedere che l’uomo entra nel mondo del noumeno però, non come conoscitore, ma come lui stesso elemento di questo mondo (l’uomo è un ente noumenico). Questo gli permette di comprendere i postulati e quindi di credere nell’esistenza dell’anima e di dio, non gli permette però di dimostrarli. Per la possibilità di ammettere queste due idee Kant sottolinea il primato della ragion pratica sulla ragion pura in quanto dove la ragion pura ha fallito (metafisica) la ragion pratica con la sua morale è riuscita ad affermare (ma non a dimostrare) l’esistenza di un mondo al di là della nostra conoscenza.

    CRITICA DEL GIUDIZIO

    Questa terza critica viene scritta da Kant per risolvere un problema per il quale è stato criticato sia dai suoi contemporanei, che dai filosofi successivi (romantici). Così Kant fa una sintesi tra la dimensione fenomenica e noumenica nell’uomo. Egli scrive che il sentimento fa sì che l’uomo è libero moralmente e si senta libero nella natura. Ma la questione non viene risolta e addirittura viene complicata in quanto i suoi successori dovettero riuscire a trovare una sintesi tra le tre critiche. Così la filosofia successiva non accettando questa sintesi fatta nella critica del giudizio la supera privilegiando la ragion pratica.

    Romanticismo

    Alla fine del ‘700 ci troviamo di fronte ad una nuova situazione rispetto all’Illuminismo. I precursori di questa nuova realtà sono i letterati dello Sturm und Drang. Si assiste all‘affermazione della dimensione sentimentale e passionale fino ad allora sottoposta al dominio della ragione. L‘uomo così scopre i suoi sentimenti, i suoi valori, le sue passioni e si rende conto che ciò lo contraddistingue dagli altri uomini.

    Tutti i sentimenti naturalmente vengono fuori in maniera tumultuosa poiché fino ad allora erano stati depressi.

    Dall’ambito letterario il movimento si sposta negli altri campi, trovando la sua massima fioritura in tutta l’Europa all’inizio dell’Ottocento.

    E’ difficile spiegare il concetto di Romanticismo. Sono state date due interpretazioni di fondo. Per una prima lettura , codificata da Hegel, il Romanticismo sarebbe quell’indirizzo culturale caratterizzato dall’esaltazione del sentimento. Ma questa è apparsa troppo angusta per il fatto che privilegia l’aspetto letterario ed artistico del R., mettendone in ombra le componenti filosofiche.

    Per una seconda interpretazione il R. tende a configurarsi come un’atmosfera storica, come una situazione mentale generale. Questo significato evidenzia il R. sul piano storico-culturale, vedendo in esso tutta una serie di atteggiamenti che sorgono in relazione a determinate situazioni socio-politiche.

    E’ poi difficile se non impossibile esprimere in una sola definizione l’essenza e i caratteri fondamentali del R.. Esso è pieno di ambivalenze poiché in esso coesistono il primato dell’individuo e quello della società, l’esaltazione del passato e l’attesa messianica del futuro, l’evasione nel fantastico e il realismo. Ma quello che rappresenta il punto di forza di tutto il R. è la polemica contro l’illuminismo.

    IL SENSO DELL’INFINITO

    Al contrario di Kant che aveva costruito una filosofia del finito, i romantici cercano ovunque l’oltre-limite, ciò che si sottrae alle leggi dell’ordine e della misura. Le esperienze dei romantici sono caratterizzate da una sorta di "ebbrezza dell’infinito", sono anime assetate di Assoluto, desiderose di andare al di là del tempo e dello spazio, del tempo, del dolore, della morte.

    I romantici si differenziano però tra di loro per il modo di intendere questo Infinito. Il modello più seguito è quello panteistico. Si concepisce cioè il finito come la realizzazione vivente dell’infinito (realtà stessa dell’infinito). Il panteismo può essere naturalistico (identifica l’infinito con il ciclo eterno della Natura) o idealistico (identifica l’infinito con lo spirito, con l’umanità stessa).

    Abbiamo poi il modello trascendentistico per cui l’infinito viene a distinguersi dal finito pur manifestandosi in esso. Il finito appare come la manifestazione dell’infinito. Questo modello ammette la trascendenza dell’Infinito rispetto al finito e considera l’infinito stesso come un dio che è al di là delle sue manifestazioni mondane.

    LA VITA COME INQUIETUDINE E DESIDERIO

    Un altro dei motivi ricorrenti è la concezione della vita come inquietudine, aspirazione, brama, sforzo incessante. I romantici ritengono che l’uomo sia in preda ad un "demone dell’infinito", il quale fa sì che egli si trovi in uno stato di irrequietezza e di tensione perenne, che lo porta ad andare al di là dei limiti del finito.

    Bisogna prendere in considerazione la parola Sehnsucht (desiderio, aspirazione struggente) la quale forse costituisce la più caratteristica parola del Romanticismo tedesco poiché racchiude in sé l’interpretazione dell’uomo come desiderio e mancanza, desiderio verso qualcosa che sfugge sempre.

    La Sehnsucht si accompagna all’ironia e al titanismo. L’ironia consiste nella superiore coscienza del fatto che ogni realtà finita risulta inferiore all’infinito. Il titanismo esprime invece un atteggiamento di sfida e di ribellione, proprio di chi si propone di combattere pur sapendo che alla fine verrà sconfitto. Talvolta il titanismo conduce al suicidio. Il titanismo è detto anche prometeismo poiché i romantici lo personificano nel titano Prometeo simbolo della ribellione in quanto tale.

    ANCORA SULLA CRITICA DELLA RAGION PURA

    Cosa ha mostrato:

    Alla fine della Dialettica si giunge alla conclusione che le domande metafisiche non possono avere una risposta scientificamente fondata , perché nessuna conoscenza è possibile oltre il perimetro dell’esperienza. Le illusioni che emergono nella Dialettica sono causate da un uso sbagliato della ragione, che invece dovrebbe essere regolata per estendere il più possibile il campo dell’espe-rienza.

    Caratteri generali:

    L’opera è stata scritta nel 1781 dopo un lungo silenzio. Si basa su una domanda fondamentale, su che cosa cioè si fonda il rapporto della rappresentazione in noi e l’og-getto.

    Il titolo dell’opera può essere analizzato in questo mo-do: si usa il termine critica riguardo allo studio dei limiti della ragione umana e al rifiuto di ogni dogmatismo, e ragione intendendola come insieme della facoltà conoscitive pure (a priori) che deve indagare su se stessa per definire il suo perimetro.

    Il primo capitolo della Critica della Ragion pura è la Dottrina trascendentale degli elementi, che parla dello studio dei motivi per cui la nostra conoscenza è universale. Porta alla fondazione delle scienze matematiche e sperimentali e all’indagine sulla legittimità della metafisica.

    La prima parte di questa sezione è l’Estetica trascendentale ("estetica" come indagine sulla conoscenza sensibile); la seconda è la Logica trascendentale (lo studio del ragionare in genere).

    L’Estetica si divide in Analitica trascendentale, che tratta delle possibilità delle scienze della natura e in Dialettica trascendentale, che studia i fondamenti della metafisica e del suo diritto a proporsi come sapere scientifico. L’Analitica trascendentale è divisa a sua volta in Analitica dei concetti (scomposizione della facoltà intellettiva) e Analitica dei princìpi (studia in che modo le categorie si applicano ai fenomeni e come si costituiscono i giudizi di esperienza).

    Il problema della fondazione della conoscenza oggettiva (introduzione)

    Abbiamo detto che in quest’opera Kant compie una critica del giudizio, inteso come l’attribuzione di un predicato ad un soggetto. Il giudizio non opera direttamente sugli oggetti, ma sulle loro rappresentazioni, quindi è una facoltà dell’intelletto.

    (I giudizi sono raccolti da Kant in una tavola ripresa dalla logica tradizionale)

    Si divide in analitico a priori e sintetico a posteriori:

    giudizio analitico a priori: in cui è già contenuto nel soggetto ciò che esprime il predicato (per esempio: il triangolo ha tre lati). Il giudizio analitico a priori è universale e necessario (essendo a priori) e la sua formulazione deriva dalla tradizione razionalista di Leibniz e Wolff: Leibniz infatti afferma che il pensiero può produrre a priori le forme della realtà, e la conoscenza è dunque formata analiticamente.

    Questo tipo di giudizio individua le funzioni dell’intelletto (di cui si parla nell’Analitica dei concetti), cioè unità che ordinano le varie rappresentazioni in una rappresentazione comune.

    Il problema che deriva da questa conoscenza è che, purtroppo, può solo chiarire quello che è già conosciuto.

    giudizio sintetico a posteriori: in cui il predicato contiene qualcosa che non è nel soggetto (per esempio: il tavolo è verde) ed è un tipo di giudizio collegato all’esperienza, né universale né necessario, in quanto è a posteriori.

    La sua formulazione deriva dall’empirismo di Hume, che infatti critica il concetto causa–effetto dicendo che l’effetto non può venire dedotto logicamente dalla sua causa, per cui la conoscenza dell’effetto proviene solo dall’esperienza: non può esistere un sapere a priori, nè universale, nè necessario. Solo l’abitudine crea in noi la credenza di leggi universali e quindi si giustifica il fatto che ce ne serviamo per descrivere le regolarità naturali. Il problema che deriva da questa conoscenza è che è un giudizio privo di necessità.

    Esiste anche un giudizio sintetico a priori (che è quello della metafisica), che Kant crea perché né il giudizio analitico a priori né quello sintetico a posteriori riescono a soddisfare i requisiti della scienza: uno può infatti solo chiarire ciò che si è già conosciuto, l’altro è estensivo del sapere ma privo di necessità. Dunque bisogna fondere i due giudizi.

    Kant sa che il problema della conoscenza non può essere risolto solo in chiave razionalistica, per cui non può ispirarsi solo a Hume per risolverlo, ma deve conciliare il suo pensiero con quello di Leibniz.

    Un esempio di giudizio sintetico a priori può essere questo: la linea retta è la più breve fra due punti (più breve è aggiunto in modo sintetico).

    Comunque, mentre nelle altre scienze il problema può essere come siano possibili i giudizi sintetici a priori che ne costituiscono le proposizioni, nel caso della metafisica il problema è se sia possibile essa stessa e poi se sia possibile attribuire il giudizio sintetico a priori alla metafisica.

    Ma di fatto la metafisica esiste in quanto "disposizione naturale", cioè come naturale tendenza alla ricerca di risposte. Nel cercare di risolvere i suoi problemi la ragione cerca di sbarazzarsi dei vincoli dell’esperienza, eliminando così la propria legittimità. Per rendere la metafisica universale c’è dunque bisogno che la ragione istituisca un tribunale che esamini la sua legittimità, che non è altro che la critica della ragion pura stessa.

    Il criticismo e il concetto di trascendentale (introduzione)

    E’ trascendentale ogni conoscenza che si occupa non di oggetti, ma del nostro modo di conoscere gli oggetti, che deve essere a priori. Il concetto di trascendentale si oppone a empirico, perché si riferisce a ciò che non ha origine con l’esperienza e si oppone a trascendente, perché è in rapporto con l’esperienza. Trascendentale non è un contenuto, ma una forma del conoscere.

    Da questo concetto parte una domanda fondamentale: in che modo noi conosciamo le cose?

    Lo spazio e il tempo (Estetica trascendentale)

    Nell’Estetica, abbiamo detto, si esamina la sfera della conoscenza sensibile. La sensibilità è la capacità del soggetto di essere modificato dall’oggetto e la rappresentazione immediata dell’oggetto sentito è detta intuizione

    L’ intuizione è empirica e l’oggetto da essa rappresentato è il fenomeno, che rappresenta le cose in quanto conosciute da noi (primo elemento della risposta alla domanda "in che modo noi conosciamo le cose?"). Il fenomeno è formato da due componenti: la materia e la forma.

    La materia è il contenuto della sensazione, mentre la forma è il collegamento dei diversi dati sensibili secondo certi rapporti. Questo collegamento è dato a priori nell’atto stesso dell’intuizione e infatti non proviene dalla sensazione (che è a posteriori in quanto effetto proveniente da un oggetto). Dalla forma allora si ricaverà l’intuizione pura, una forma a priori della sensibilità. Le forme pure dell’intuizione sono due: lo spazio e il tempo.

    Lo spazio dà l’esperienza del mondo fenomenico. Non è ricavato dall’esperienza, è la forma di tutti i fenomeni dei sensi esterni ed è soggettivo. La scienza che si fonda sull’intuizione spaziale è la geometria.

    Anche il tempo dà l’esperienza del mondo fenomenico (e riguarda anche emozioni e sentimenti), ma è una forma del senso interno, cioè dell’intuizione di noi stessi e del nostro stato interno, per cui è a fondamento di tutte le intuizioni. Grazie al tempo è possibile rappresentare certi fenomeni in successione: per esempio l’aritmetica costituisce i suoi concetti di numero per una successiva addizione di unità di tempo.

    Per Hume lo spazio e il tempo non sono altro che relazioni fra idee di cui il pensiero si serve per creare le connessioni fra le cose, mentre per Leibniz lo spazio e il tempo esistono solo come relazione fra corpi e fenomeni.

    In questa sezione Kant ha analizzato gli oggetti conosciuti intuitivamente.

    Le categorie e la loro deduzione (Logica trascendentale)

    L’Estetica ha esaminato la conoscenza sensibile ed ora la Logica estende tale esame alla conoscenza intellettuale, ponendo al posto delle intuizioni i concetti dell’intelletto. Intelletto e sensibilità creano un rapporto che darà origine alla conoscenza.

    Il mondo analizzato da Kant nell’Estetica è un mondo di esperienza che ci si presenta come una molteplicità di dati, quindi non come una natura, un insieme di fenomeni organizzato secondo leggi. Nella natura troviamo fenomeni che interagiscono tra loro dinamicamente e compito della scienza è trovare le leggi che regolano tali fenomeni.

    Queste leggi devono connettere i dati dell’intuizione sensibile oggettivamente. Per fare in modo che ciò accada, Kant vuole trasformare i giudizi percettivi (tipo: questo sasso al sole si riscalda) in giudizi d’esperienza (tipo: il sole riscalda gli oggetti), vuole cioè vedere in che modo il mondo naturale, vale a dire il mondo dell’ intuizione sensibile, possa essere per noi un oggetto possibile di conoscenza.

    (Analitica dei concetti)

    Per arrivare a conoscere il mondo naturale, Kant opera una scomposizione della facoltà intellettiva in funzioni dell’intelletto. Il filo conduttore per individuare tali funzioni è l’analisi del giudizio, che opera mediante rappresentazioni di oggetti (intuizioni).

    Quindi il filosofo ritiene possibile risalire dall’analisi del giudizio ai concetti puri dell’intelletto, volti in generale agli oggetti dell’intuizione sensibile, e li chiama categorie (vedi tabella pag. 1211)

    Il concetto di "categoria" è un termine che si rifà ad Aristotele, ma mentre per lui le categorie sono modi di organizzazione del pensiero fondati su caratteristiche specifiche della realtà, per Kant sono funzioni a priori dell’intelletto, che devono sintetizzare i dati dell’intui-zione.

    Ma cosa ci garantisce che le categorie si riferiscano in modo universale (oggettivo) agli oggetti dell’esperien-za? Il problema non è a livello intuitivo, che è a priori, ma intellettuale, perché sappiamo che l’intelletto si riferisce non agli oggetti direttamente ma alle loro rappresentazioni. Quindi, come si può affermare che le relazioni poste dall’intelletto fra le rappresentazioni attraverso le categorie siano oggettive? O meglio: come può essere garantita l’oggettività dell’esperienza?

    La risposta richiede una deduzione trascendentale, in cui il termine "deduzione" sta ad indicare la dimostrazione di un diritto. L’unificazione dell’esperienza, riflette Kant, sarà possibile solo a condizione che sia pensata come rappresentazione prodotta dal soggetto: noi non possiamo rappresentarci nulla di unificato senza prima aver svolto questo processo in noi.

    Da questo si ricava che l’intero mondo dell’esperienza è basato su un principio unificatore chiamato Io penso o "appercezione temporale", o "autocoscienza universale". Grazie all’Io penso il mondo dei fenomeni è conoscibile, perché ci dà una conoscenza oggettiva. E’ solo grazie a questa autocoscienza che il soggetto riconosce le rappresentazioni come proprie, perché sa qual è l’origine a cui possono essere riferite: l’Io penso rende possibile anche la pensabilità del soggetto come attività di unificazione e sintesi.

    Poiché allora il mondo dei fenomeni e la sua conoscenza obiettiva si fondano sull’unità originaria dell’auto-coscienza, potremo dire di aver compiuto il passaggio dalla natura come insieme di fenomeni alla natura come insieme di leggi: infatti le leggi esistono non nei fenomeni, ma relativamente al soggetto, dotato di intelletto. Quindi non è la natura a dare le sue leggi all’intelletto, ma è l’intelletto che prescrive le leggi alla natura.

    Lo schematismo dell’intelletto e il sistema dei princìpi (Analitica dei princìpi)

    Nell’Analitica dei concetti Kant ha spiegato come sia possibile la costituzione di un mondo oggettivo dell’esperienza. Per raggiungere lo scopo dell’Analitica trascendentale (mostrare la possibilità di una conoscenza scientifica della natura), bisogna ancora analizzare il modo di applicazione delle categorie e la costituzione dei giudizi d’esperienza che portano alla conoscenza degli eventi naturali. Tutto ciò verrà esaminato nell’Analitica dei princìpi, che sono le regole dell’uso oggettivo delle categorie.

    Considerato il fatto che Kant afferma l’eterogeneità fra sensibilità e intelletto, ma che la conoscenza è sintesi fra intuizione e concetto, come sarà possibile questa relazione?

    Kant risolve la difficoltà con la dottrina dello schematismo trascendentale: l’intelletto, per unificare il molteplice sensibile, opera attraverso schemi, rappresentazioni intermediarie tra intuizione e intelletto.

    Lo schema è l’insieme delle regole necessarie alla costruzione dell’immagine di un oggetto (non è perciò l’immagine stessa di esso) ed è un prodotto dell’immaginazione, cioè la facoltà di rappresentare un oggetto nell’intuizione, anche senza la sua presenza.

    L’immaginazione può essere riproduttiva o produttiva. E’ riproduttiva quando richiamo alla memoria un’immagine di un oggetto che non mi è vicino in quel momento. E’ produttiva quando richiamo un concetto puro (categoria), cioè quando questa fa un suo schema e lo fa applicare.

    Quindi attraverso l’immaginazione vengono prodotti gli schemi di concetti empirici, di concetti (scrivendo ho sbagliato e ho scritto cincetti!!!) sensibili puri (figure geometriche) e "schemi trascendentali", ovvero gli schemi di cui abbiamo appena parlato.

    L’immaginazione è mediana fra sensibilità e intelletto perché condivide con la sensibilità il fatto che le sue rappresentazioni sono intuizioni, con l’intelletto il fatto che tali intuizioni sono prodotte spontaneamente.

    Eppure sono gli schemi che fungono da ponte tra le due. Come? Dal fatto, dice Kant, che esso è una "determinazione trascendentale del tempo secondo regole". Infatti sappiamo che il tempo, essendo forma del senso interno, è condizione di possibilità a priori di tutti i fenomeni (anche di quelli del senso esterno), ed è quindi l’elemento comune e tutti gli oggetti di esperienza. Quindi lo schema, come "determinazione trascendentale del tempo", è connessa sia ai fenomeni sia, in quanto è generale e poggia su una regola a priori, alle categorie.

    Così Kant deriva l’elenco degli schemi dalla tavola delle categorie: lo schema delle categorie di quantità è il numero; quello delle categorie di qualità è il grado di intensità; lo schema delle categorie di relazione è la permanenza del reale nel tempo; lo schema della causalità è la successione del molteplice in quanto soggetto ad una regola.

    Attraverso lo schematismo si chiarisce che la costruzione da parte del soggetto del mondo dell’esperienza implica l’integrazione fra la sensibilità e l’intelletto, con l’apporto assolutamente necessario del tempo.

    Ma che c’entra questo con i princìpi che, ricordiamolo, sono le regole dell’uso oggettivo delle categorie?

    Dei princìpi Kant desume il sistema a partire dalle categorie:

    principio degli assiomi dell’intuizione, relativo alle categorie di quantità, dice che tutte le intuizioni sono qualità estensive, cioè noi conosciamo gli oggetti intuitivamente. Questo principio permette di applicare la matematica alle scienze della natura;

    principio delle anticipazioni della percezione, relativo alle categorie della qualità, che stabilisce la regola per cui è possibile misurare i cambiamenti qualitativi di un fenomeno (es.: temperatura). In questo caso Kant parla di "anticipazioni" perché così è possibile prevedere le caratteristiche di future percezioni;

    principio delle analogie dell’esperienza, relativo alle categorie di relazione, attraverso il quale si fissano i princìpi che rendono possibili i rapporti fra i diversi fenomeni, in pratica le leggi. Queste analogie non ci dicono qual è la causa di un certo fenomeno, ma ci dicono che, dato un evento, ne esiste un altro che è la sua causa e si trova con esso in una determinata relazione temporale. Le analogie sono di permanenza, di successione e di simultaneità.

    Prima analogia (principio di permanenza della sostanza): dice che in ogni cambiamento di fenomeni la sostanza permane e la sua quantità nella natura non aumenta né diminuisce;

    Seconda analogia (principio della legge temporale secondo la legge delle causalità), che dice che tutti i mutamenti accadono secondo la legge di causa ed effetto

    Terza analogia (principio di simultaneità), che dice che tutte le sostanze, in quanto simultanee nello spazio, si trovano ad esercitare fra loro un’azione reciproca universale (per cui ciascun fenomeno condiziona altri e ne è al tempo stesso condizionato.

    Attraverso le tre analogie, quindi, Kant giustifica la possibilità di una natura come oggetto di esperienza, come connessione di fenomeni secondo leggi, infatti il concetto di base delle tre analogie è che tutti i fenomeni hanno luogo in una sola natura e vi debbono aver luogo altrimenti non sarebbe possibile alcuna unità di esperienza e quindi neppure una determinazione degli oggetti al suo interno;

    postulati del pensiero empirico, ultimo gruppo dei princìpi, che si riferisce alle categorie di modalità, che indica i rapporti esistenti fra la conoscenza e il mondo dell’esperienza.

    Fenomeno e noumeno

    Al termine dell’Analitca, Kant fa il punto sui concetti cardinali della sua filosofia: la distinzione fra fenomeno e noumeno.

    I noumeni sono le cose come sono in se stesse, quindi possono essere pensate dall’intelletto ma mai conosciute attraverso l’intuizione sensibile Il concetto di noumeno può essere inteso sia in senso negativo che positivo. Nel primo senso il noumeno qualifica l’oggetti di cui non abbiamo intuizione sensibile; nel secondo senso il noumeno è l’oggetto di una intuizione non sensibile. Si può accettare solo l’accezione negativa: non possiamo comprendere la possibilità della conoscenza di una cosa in sé.

    Detto questo, Kant sottolinea il fatto che il noumeno è un concetto indispensabile, perché ci permette di circoscrivere le pretese della sensibilità: è perciò un concetto limite, che non ci fornisce conoscenza positiva e serve solo per delimitare i limiti della conoscenza stessa, che resta così ancorata al mondo dell’oggettività fenomenica. Per cui il mondo delle cose in sé ci è del tutto ignoto, e resta ora da considerare perché in realtà si cerchi di far conoscere anche questo mondo. Questo è il compito della Dialettica trascendentale.

    La Dialettica della ragione (Dialettica trascendentale)

    Con la Dialettica trascendentale ha inizio l’esame della metafisica. La dialettica è definita "logica della parvenza", cioè di ciò che appare. E’ la nostra tendenza a fare ragionamenti fallaci, perché si basa su premesse non verificate. Questa definizione è simile a quella già formulata da Aristotele e ha accezione negativa. Per Platone, invece, la dialettica è intesa in senso positivo, perché era la scienza che portava alla verità.

    Protagonista di questa parte della Critica della Ragion pura è la ragione in senso stretto, come facoltà del pensiero che si rivolge alla conoscenza ci ciò che è fuori dell’esperienza per cui non può seguire un ragionamento scientifico. La ragione opera attraverso idee, definite come un "concetto necessario della ragione al quale non può essere dato un oggetto congruente nei sensi", non se ne può dare cioè una deduzione oggettiva. Queste idee sono nate per la tendenza che abbiamo di unificare i vari dati di cui siamo a disposizione, sia del senso interno che di quello esterno.

    Infatti la ragione è alla ricerca della totalità: posta una connessione di causalità a dei fenomeni, la ragione tenta di trovare la causalità ultima, quella che è condizione ma non è a sua volta condizionata. Per questo Kant chiama la ragione facoltà dell’incondizionato (ciò accade perché i concetti non si limitano ai fenomeni). Tali tentativi della ragione di ricercare la totalità sono considerati da Kant illusioni, perché non considerano il fatto che noi scambiamo per proprietà della cose quelle che sono esigenze del pensiero.

    L’attività della ragione opera attraverso sillogismi, conclusioni logiche da due premesse. Attraverso una concatenazione di questi sillogismi la ragione pretende di arrivare alla totalità. Tre sono le idee messe a capo di questo tentativo: l’idea di anima, di mondo e di Dio.

    l’idea di anima è il soggetto assoluto, incondizionato. Il campo della sua indagine nella metafisica è la psicologia razionale, che afferma che l’anima è una sostanza, è semplice (non scomponibile e incorruttibile), che rimane identica a se stessa nel tempo, che è distinta da ogni altro oggetto. Secondo Kant la dottrina razionale dell’anima è fallace perché si fonda su paralogismi e perché trasforma arbitrariamente l’Io penso in una sostanza sussistente per sé, in un’anima (è un processo arbitrario perché viene applicata la categoria di sostanza all’Io penso, che non è un oggetto!!!. Infatti è una condizione della conoscenza);

    l’idea di mondo è la totalità dei fenomeni esterni (mentre la natura è la connessione secondo leggi dei fenomeni oggetto di esperienza). Il campo della sua indagine nella metafisica è la cosmologia razionale. L’illusorietà del tentativo della ragione di conoscere il mondo come totalità è dimostrata perché porta ad antinomie. Le antinomie sono coppie di proposizioni in contraddizione fra loro e tuttavia ugualmente dimostrabili. Kant ne individua quattro, divise in tesi e antitesi:

  • TESI: il mondo ha un suo inizio nel tempo ed è delimitato entro certi confini di spazio – ANTITESI: il mondo non ha inizio né confini, ma è infinito in ogni senso;

  • TESI. Il mondo è fatto di sostanze semplici o fatte di parti semplici – ANTITESI: nessuna cosa composta nel mondo è fatta di parti semplici, né esiste nulla di semplice;

  • TESI: non tutti i fenomeni del mondo derivano dalle causalità delle leggi della ntura, ma per la loro spiegazione bisogna ricorrere ad una causalità per libertà – ANTITESI: non esistono libertà e tutto accade per le leggi di natura;

  • TESI: del mondo fa parte un essere assolutamente necessario, o come suo elemento o come sua causa – ANTITESI: in nessun luogo esiste un essere che sia assolutamente necessario alla sua causa

  • La radice dell’antinomia sta nell’illegittimità dell’idea di mondo come totalità, cioè nell’appli-cazione delle categorie fuori dell’esperienza. Comunque le antinomie cercano di risolvere i quattro grandi interrogativi che derivano da esse (facilmente deducibili leggendole).

    Risolvere criticamente le antinomie vorrà dire mostrare che le contraddizioni fra tesi e antitesi sono solo apparenti:

  • le prime due antinomie sono dette "matematiche" (perché considerano il mondo dal punto di vista quantitativo) e sono entrambe false, perché derivano dal principio contraddittorio che esista il mondo come totalità in sé. Dunque possiamo dire che il mondo non è né finito, né infinito, ma è attualmente finito e potenzialmente infinito;

  • la terza e quarta antinomia (dette dinamiche perchè riguardano la regressione dell’incondizionato) possono essere entrambe vere e non in contraddizione perchè riguardano campi differenti: le antitesi il mondo dell’esperienza, le tesi quello intellegibile, che si può sempre pensare senza mai conoscerlo.

  • l’idea di Dio è la condizione assoluta di ogni realtà, la totalità dell’esistente. Il campo della sua indagine nella metafisica è la teologia razionale. La ragione esprime l’ideale di un Ente supremo, che rappresenta la totalità di tutte le realtà possibili, della quale ogni singola realtà è la determinazione. L’illusione della ragione sta nel voler trasformare questo concetto ideale in una realtà, mentre la totalità non potrà mai essere oggetto di esperienza. Da questo Kant può dimostrare l’impossibilità delle tre prove dell’esistenza di Dio:

  • prova ontologica, che arriva all’esistenza di Dio in quanto Essere perfetto (non può mancargli l’attributo dell’esistenza). L’errore sta nell’aver fatto un passaggio arbitrario dal piano del pensiero a quello dell’essere. L’esistenza può venire solo dall’esperienza;

  • prova cosmologica, che dimostra l’esistenza di Dio in quanto essere necessario, che non ha causa. Ci sono due grossi errori: l’utilizzo indebito della categoria di causalità oltre l’ambito dei fenomeni e il fatto che questa prova dipende dalla prova ontologica;

  • prova fisico-teologica, che argomenta l’esi-stenza di Dio a partire dalla bellezza e armonia della natura. Anche questa prova si regge sulle precedenti, perché ci sarebbe bisogno di un Essere necessario per tutto questo, e la sua esistenza è già stata confutata precedentemente

  • Così la Dialettica trascendentale ha formulato un verdetto negativo intorno alle pretese conoscitive della metafisica: le domande sull’immortalità dell’anima o sull’esistenza di Dio non possono avere una risposta scientificamente provata.

    L’unica metafisica possibile come scienza è quella che critica i limiti della conoscenza.

    FEUERBACH

    · RELIGIONE: proiezione o alienazione dell’uomo stesso

    · DIO: non è nient’altro che l’essenza oggettiva del soggetto, cioè l’immagine riflessa o la proiezione illusoria di qualità umane. La religione ha una chiara matrice antropologica.

    · ANTROPOLOGIA CAPOVOLTA: è il modo in cui Feu. concepisce la religione, intesa come " la prima, ma indiretta autocoscienza dell’uomo". Dio è l’intimo rivelato, l’essenza dell’uomo espressa.

    · ALIENAZIONE: termine che indica quello stato per cui l’uomo, scindendosi, proietta fuori di sé una potenza superiore (Dio) alla quale si sottomette. L’alienazione è collegata al fatto che quanto più l’uomo poni in Dio tanto più toglie a se stesso. La presa di coscienza del fenomeno dell’alienazione, poiché stato di "scissione" interiore e di "dipendenza" esteriore, genera per Fau. la necessità dell’ateismo.

    · L’ATEISMO: s’identifica con la ri-appropriazione, da parte dell’uomo, della propria essenza alienata, e come tal esso non esprime soltanto un atto d’intelligenza filosofica, ma anche un dovere umano e morale. Propone una nuova divinità: l’UOMO.

    · IDEAL.H=REL(teologia mascherata o razionalizzata): è la formula usata da Fau. per sottolineare come l’idealismo hegeliano non sia nient’altro che la traduzione della religione cristiana.

    · FILOSOFIA dell’AVVENIRE: è la filosofia che s’identifica sostanzialmente con una forma d’umanismo naturalistico.

    · UMANISMO NATURALISTICO: è la formula con cui può essere riassunta la parte positiva del pensiero di Fau. Umanismo, perché fa dell’uomo l’oggetto e lo scopo del discorso filosofico; naturalistico perché fa della Natura la realtà ontologica primaria da cui tutto dipende.

    · L'AMORE: è una passione legata indissolubilmente alla vita, e che ha il potere di aprire l'uomo verso il mondo.

    · LA NECESSITÀ DEGLI ALTRI: (l’essenza sociale dell’uomo): deriva dal fatto che l’IO non può stare senza il TU, in quanto l’uomo ha costitutivamente bisogno dei propri simili. E ciò non solo a livello biologico, ma in tutti gli aspetti della sua vita.

    · TEORIA degli ALIMENTI: "L'uomo è ciò che mangia". Ciò significa che:

    vi è in Feuerbach una lucida consapevolezza dell'unità psicofisica nell'uomo; per migliorare le condizioni psicofisiche di un popolo, bisogna prima di tutto migliorarne le condizioni materiali. Una buona alimentazione è fondamentale per il vigore spirituale e morale dell'uomo.

    · AMORE per l'UMANITÀ(la filantropia): il filosofo si propone di sostituire l'amore per Dio con l'amore per l'uomo. Questa rappresenta la parte positiva dell'ateismo di Feuerbach.

    FICHTE

    L'Io

    L'Io puro di Fichte ha una valenza ben diversa rispetto a quella che per Kant aveva l'Io penso. Dopo che i postkantiani hanno abolito il concetto di cosa in sé risolvendo tutto nell' Io, si giunge all'Io fichtiano. L'Io di Fichte è un principio metafisico, assoluto, che vale nell'ambito dell'esistenza; è il fondamento dell'esistenza dell'oggetto ma anche del soggetto: infatti, essendo autocoscienza dell'Io fonda sia il soggetto che l'oggetto, e i due vengono risolti in esso. L'Io è autocoscienza dell'Io, cioè coscienza che l'Io ha di sé in quanto attività autocreatrice; ha intuizioni intellettuali, cioè conosce le cose in sé, poiché le crea; viene dedotto mediante una deduzione assoluta, poiché viene messo a capo non della conoscenza ma della realtà, perché in esso soggetto e oggetto si risolvono. Avendo in sé tutta la realtà, è infinito; essendo attività autocreatrice, è libertà.

    Dottrina della scienza

    · Fine della Dottrina: Fichte con la dottrina della scienza vuol costruire la scienza della scienza, cioè il sapere dei fondamenti del sapere stesso.

    · Fondamento della Dottrina: tale fondamento è l'Io, l'Autocoscienza. Infatti, se qualcosa esiste, esiste per una coscienza, ed essa esiste in quanto autocoscienza; l'autocoscienza è la condizione di esistenza della coscienza, e questa dell'essere.

    · Primo principio del sapere: «L'Io pone sé stesso». Il primo principio del sapere non è quello d'identità, A=A, dove A è dato; se esiste un Io (coscienza) che pone A, e se A=A solo se Io=Io, prima di porre A e di confrontarsi con sé stesso, l'Io dovrà porre sé stesso (autocoscienza). Questa è un'intuizione intellettuale, in quanto l'Io pone sia soggetto che oggetto, perciò li conosce in sé. La conoscenza è posizione. L'Io ha la propria essenza non nell'essere, ma nell'agire: nel porre e nell'essere posto, dunque, nella attività autocreatrice.

    · Secondo principio del sapere: «L'Io pone il non-io». In questo modo Fichte dall'Io fa scaturire l'oggetto, la natura. L'Io ponendosi, pone anche tutto quanto è diverso da sé, che però esiste in funzione dell'Io.

    · Terzo principio del sapere: «L'Io oppone nell'Io ad un io limitato un non-io limitato, e ad un non-io limitato un io limitato».Così Fichte fa scaturire il mondo fatto di io limitati (soggetti) e di non-io limitato; con la prima parte dell'enunciato inoltre, fonda la conoscenza (non-io su io), con la seconda la morale (io su non-io). L'Io pertanto è infinito in quanto il non-io è interno all'Io, finito in quanto è limitato dal non-io; in effetti, non si dà nella storia l'Io infinito, poiché nel momento stesso in cui si pone genera il non-io che lo limita e lo trasforma in io limitato, mentre l'Io infinito è un ideale meta di un io finito. Se complessivamente l'Io è l'insieme degli io finiti, per un io finito singolo rappresenta una missione. Lo sforzo per raggiungere lo stato di Io puro da limiti è infinito, perché qualora tale Io si realizzasse, non essendoci più ostacoli, non avremo che la morte.

    · Dottrina della conoscenza: l'attività dell'Io infinito è l'autoposizione, mentre quella di un io limitato è la conoscenza (azione del non-io sull'io) e l'azione morale (azione dell'io sul non-io). La conoscenza deriva dall'azione del non-io sull'io (realismo), ma il non-io dipende dall'Io (idealismo). L'io limitato sente l'oggetto come altro da sé per il fatto che l'autoposizione è inconscia, poiché la coscienza si ha solo quando esiste un oggetto contrapposto al soggetto, mentre la conoscenza è conscia appunto per il medesimo motivo. L'Io con l'immaginazione produttiva crea il non-io ( in Kant si aveva solo la creazione delle condizioni formali, mentre l'Io di Fichte crea anche il materiale della conoscenza).

    · Idealismo e dogmatismo: se la filosofia è la scienza del fondamento, nella opposizione fra soggetto e oggetto si può prendere a fondamento il soggetto o l'oggetto. Prendendo a fondamento l'oggetto, si ha il dogmatismo, che in gnoseologia porta al realismo, in metafisica al materialismo e infine al determinismo, mentre prendendo a fondamento il soggetto si ha l'idealismo. filosofia della libertà. Sceglie il dogmatismo chi non ha sentimento della libertà assoluta dell' Io, mentre l'idealista ce l'ha.

    Dottrina morale

    · Fondamento della morale: L'Io pone il non-io, e poi lo conosce sotto forma di io conoscente limitato, per il solo scopo di agire. L'io pratico è la ragion d'essere dell'io teoretico: l'io conosce il non-io solo per agire. Agire significa imporre al non-io le leggi dell'Io, plasmare il mondo secondo libertà e razionalità. L'azione è morale quando ha il carattere del dovere. Dunque, per realizzarsi, l'Io ha bisogno del non-io per agire moralmente, e il non-io diventa condizione della moralità dell'Io; una volta posto il non-io, l'azione morale è il superarlo, l'eliminarlo. L'Io attua questo processo all'infinito, e in questo modo tende a diventare infinito e a realizzare la sua infinita libertà.

    · La missione sociale dell'uomo: oltre a me, esistono altri io finiti intelligenti, da cui ricevo la sollecitazione al dovere; essendo come me, devo limitare la mia libertà per permettere mettere la loro, e avere come fine la libertà dell'intera società. Da solo non posso vivere, perché altrimenti non realizzerei il fine di diventare Io infinito, ch'è l'insieme degli Io finiti; e dovendo vivere con gli altri, devo realizzare la completa libertà. Il dotto, che è chi ha maggior consapevolezza del fine dell'umanità, deve essere educatore del genere umano, e aiutarlo al perfezionamento morale.

    Filosofia politica

    Rivoluzione: Fichte, molto colpito dalle vicende della Rivoluzione francese, arriva a fondarla teoreticamente. Lo Stato è un contratto sociale che ha lo scopo della educazione alla libertà; se tale compito non viene compiuto, si ha il diritto di rompere il contratto sociale e costituirne un altro.

    · Stato: secondo Fichte, lo Stato deve porsi il fine (anche se esso è realizzabile solo all'infinito) di creare la società perfetta, fatta da esseri liberi e ragionevoli, e quindi, deve progressivamente ritirarsi, fino al completo annientamento. Inoltre, se il diritto è fondato sulla osservanza delle leggi anche senza buona volontà (diversamente dalla morale, dove la buona volontà è la condizione), lo Stato dev'essere garante del diritto; i diritti fondamentali degli uomini sono la libertà, la proprietà e la conservazione.

    (fonte internet)


       

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    Ultimo aggiornamento:  17-03-07