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ROMANTICISMO
Movimento culturale che nasce in Germania alla
fine del ‘700 con la fondazione della rivista Atheneum ad opera dei
fratelli Schlegel, Goethe, Novalis e Tieck, appartenenti al
movimento poetico dello "Sturm und Drang".
Idea dominante è una tensione verso l’assoluto.
Lied: componimento poetico circa l’impossibilità
dell’uomo di raggiungere l’assoluto.
Sehnsucht: avvertire una mancanza interiore e
cercare di porvi rimedio con un desiderio di soprasensibile.
Tematiche Principali
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Scissione e rottura interiore
(istinto-ragione, finito-infinito): inquietudine dell’uomo
romantico.
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Rapporto con il mondo Greco: Grecia=Armonia,
ma forse l’ordine l’armonia era il risultato di una fuga da un
reo tempo presente.
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Fascino del Prerazionale: Arte e Poesia sono
le forme di conoscenza supreme. La creatività innalza l’uomo
verso Dio, la catalogazione lo allontana.
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Visione finalistica della Natura: nella
"Teoria dei colori" Goethe afferma che i colori appartengono
all’occhio umano e nascono come incontro tra l’uomo e la natura
(visione magica della Natura)
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Polemica con l’Illuminismo e recupero delle
tradizioni: Medioevo è stata l’epoca della cultura popolare e
del misticismo, cancellati dall’astrattismo illuministico.
Secondo Shiller nell’uomo è insito un contrasto tragico, che si
conclude sempre male. I Greci erano riusciti a conciliare questo
contrasto con il concetto di "Anima Bella", ormai irrealizzabile
a causa della logica del profitto tipica della borghesia.
Può essere recuperata solo attraverso l’educazione estetica, che
ha per oggetto il gioco inteso come creazione artistica
rispettosa delle regole, unendo così il sensibile e il
razionale, la forma e il contenuto.
Idealismo
Idea di base è l’inutilità del concetto di
noumeno Kantiano che, essendo inconoscibile risulta essere inutile.
L’idealismo è una filosofia contrapposta al
materialismo (Leibniz), che pone un mondo ideale al di sopra di
quello reale (Platone) e che nella sua accezione più dogmatica (Berkeley,
Kant) fa coincidere l’essere con l’essere percepito.
Si sviluppa soprattutto in Germania, tra la fine
del ‘700 e l’inizio dell’800, a Jena, principalmente ad opera di
Fichte, Schelling e Hegel.
Il pensatore dogmatico accetta un principio di
partenza dato, l’idealista non lo accetta.
Ricerca la verità come prodotto del soggetto
(visione fortemente critica)
3 tipi di Idealismo:
Idealismo Etico-Soggettivo di Fichte.
Etico: da risalto alla vita pratica
Soggettivo: pone l’io al centro di tutto
Idealismo Oggettivo-Estetico di Schelling
Oggettivo: al centro della filosofia c’è il concetto di identità
tra io e Natura
Estetico: la massima espressione della conoscenza è l’arte
Idealismo Hegeliano assoluto
Assoluto: superamento di Fichte e Schelling. "La realtà si
risolve nel pensiero".
Predominio di un conoscere logico-mediato-dialettico.
Caratteri generali del Romanticismo tedesco ed
europeo
Per Romanticismo (che originariamente faceva
riferimento al romanzo cavalleresco) si intende un movimento, nato
in Germania nella fine del Settecento. E’ di difficile
catalogazione; per esso valgono principalmente due definizioni: 1)
quella di Hegel e dei romantici in genere, secondo i quali il
Romanticismo è la cultura che esalta il sentimento e che ruota
attorno al Circolo di Jena. Tale definizione è però troppo ristretta
e privilegia soprattutto le arti, per cui è più preciso considerare
il Romanticismo come "un’atmosfera" storica, cioè una situazione
mentale generale che si riflette sull’arte, sulla filosofia, sulla
politica ecc. Non è però neanche esatto rinunciare totalmente di
definire tale movimento (come fanno parecchi studiosi odierni),
perché è sempre possibile dare i tratti principali, come la
ricchezza di "ambivalenze" (che denotano come, pur permanendo, la
logica aristotelica, basata sul principio di non contraddizione,
stia per essere superata da quella hegeliana): c’è l’esaltazione del
genio (cioè del singolo) e contemporaneamente l’esaltazione della
società, il sentimentalismo e il razionalismo, l’esaltazione del
passato e l’attesa del futuro ecc., movimenti antitetici ma che
hanno basi comuni e che insieme sintetizzano il Romanticismo. Le
ambivalenze, inoltre, derivano anche dal periodo storico,
caratterizzato dal ritorno in auge della Chiesa e dei sovrani e
contemporaneamente dalla nascita delle sette e dei moti.
Perché il Romanticismo nasce in Germania? Perché,
dopo tanto tempo, c’è in Germania un movimento filosofico originale?
Per capirlo dobbiamo presupporre che la Francia
aveva speso sangue e soldi nelle guerre napoleoniche (tra l’altro
erano nate tante industrie belliche che ora bisognava riconvertire)
e che l’Inghilterra era il principale paese antinapoleonico. Tra le
cause della rivoluzione francese (e della conseguente ascesa di
Napoleone) c’è la diffusione del pensiero illuminista, quindi in
tutta Europa le sue idee furono rigettate, mentre in Francia e
Inghilterra avvenne un abbandono totale della filosofia. La
Germania, invece, che aveva visto quegli avvenimenti da lontano, pur
rigettando l’illuminismo, continua a filosofare: tale rigetto
avviene soprattutto nei giovani del nutrito gruppo "Sturm und Drang"
(tempesta e assalto), che esaltano il sentimento smodato, l’amore
libero e vanno contro le regole in genere. Questo movimento si
incrocia con il neoclassicismo (che riprende i motivi classici,
aggiungendo la tragicità contemporanea). Sturm und Drang e
neoclassicismo sono due movimenti antitetici: la loro sintesi
dialettica forma il Romanticismo.
Rigettando l’illuminismo, il Romanticismo vede
nella ragione i limiti che gli aveva imposto Kant, per cui per
raggiungere l’infinito essa è inutile: è necessario il sentimento.
L’esaltazione del sentimento è affiancata dal culto dell’arte, vista
come porta della conoscenza, e in particolare della musica
(celebrata non solo dai musicisti ma anche dai filosofi, come
Schopenhauer).
Diffusa in tutti i romantici è la ricerca
dell’infinito, diversi sono, invece, i rapporti con il finito. La
visione predominante è quella panteista, che tende a concepire il
finito come realizzazione vivente dell’Infinito; panteismo
accompagnato ad una religiosità cosmica, diversa delle fedi
positive. Accanto ad essa c’è la visione teista e trascendete, che
distingue finito da Infinito (vedendo nel finito una manifestazione
più o meno adeguata dell’Infinito).
Un altro motivo ricorrente tra i romantici è la
visione della vita come sforzo incessante: l’uomo è preda di un
"demone dell’infinito" che lo porta sempre a trascendere gli
orizzonti del finito.
L’espressione germanica "Sehnsucht" (desiderio,
brama…) sintetizza bene il pensiero dei romantici, che tendono
sempre a desiderare l’impossibile, per il piacere provocato dal
desiderio stesso (che porta al senso di noia e di vuoto rispetto
alle esperienze umane). Tale stato esistenziale si accompagna
all’ironia e al titanismo. L’ironia deriva dalla consapevolezza che
ciò che accade è solo manifestazione particolare dell’Infinito e
quindi è inutile prendere le cose "sul serio". Il titanismo (detto
anche prometeismo, visto che i romantici vedono in Prometeo il
simbolo della ribellione in quanto tale) è invece una sorta di sfida
e di ribellione di chi si propone di combattere sapendo già che sarà
sconfitto. Tant’è vero che a volte il titanismo mette capo al
suicidio, visto come massima sfida contro il destino.
L’anelito all’infinito porta anche al disprezzo
verso il quotidiano e alla tendenza all’evasione e all’amore
dell’eccezionale, del meraviglioso e del primitivo. Tale desiderio
di evasione si manifesta nel culto del medioevo e dell’esotismo e
soprattutto del mondo dei sogni (l’intera arte romantica sembra
muoversi in un’atmosfera rarefatta e quasi transmateriale), che a
volte si tingono di macabro (come accade nel "Romanticismo nero",
popolato da cadaveri, scheletri e simili). Collegata all’evasione è
anche la figura romantica del "viandante", che, diversamente dal
"viaggiatore" cosmopolita illuminista (che viaggiava per curiosità e
studio), "vaga" inquieto in cerca di un non so che di
irraggiungibile (è un’altra manifestazione della "Sehnsucht"). Altro
tema caratteristico del Romanticismo è l’"immediatezza felice" e
"l’armonia perduta", secondo la quale, in un non meglio precisato
periodo della storia, l’uomo ha perso la sua simbiosi con la natura
(nella quale corpo e spirito non erano in lotta), diventando "inautentico"
e quindi desideroso di ricomporre la scissione uomo – mondo. Secondo
ciò Schiller fa una distinzione tra "poesia ingenua" (tipica degli
artisti antichi, che erano natura) e "poesia sentimentale" (degli
artisti moderni, per i quali la natura è oggetto di ricordi e
nostalgia). Questa concezione di armonia iniziale – scissione
intermedia – ricostruzione futura basata sul ricupero del passato
(che anticipa la logica di Hegel) vede la storia come regresso e
come progresso contemporaneamente. C’è quindi una mitizzazione del
passato felice e la consapevolezza di essere al momento culminante
della scissione: il poeta si sente nella mezzanotte del mondo,
mentre attende l’alba.
Le caratteristiche precedenti, piuttosto
sfumante, valgono soprattutto nel Romanticismo letterario. Nel
Romanticismo filosofico è centrale, invece, la figura dell’uomo come
"Spirito", inteso come: attività infinita inesauribile, che supera
di continuo i propri ostacoli; soggetto in funzione di cui esiste e
trova un senso l’oggetto.
Questa teoria, che mette capo all’equazione Io =
Dio, nasce con Fichte (non a caso indicato da Schlegel come
iniziatore del Romanticismo tedesco). L’io di Fichte, però, è
costretto ad obbedire alla necessità razionale ed è quindi limitato,
quello della scuola romantica (Novalis, Tieck ecc.), invece, si basa
sul sentimento è quindi non ha limiti. Entrambi comunque si basano
sull’infinita potenza dello spirito: che si manifesta nel
romanticismo filosofico come sorgente necessaria di produzioni
reali, mentre in quello letterario come libertà assoluta di
produzioni fantastiche. Da questi due modi di vedere nasce il
parallelismo tra individualismo e antiindividualismo: da una parte
notiamo il riconoscimento del valore della personalità (che ama,
soffre, teme la morte…), l’esaltazione del genio (tutti "pensano"
allo stesso modo, ma ognuno "sente" diversamente, quindi il genio
spicca tra gli altri), fino a cadere nel soggettivismo; dall’altra
parte, in antitesi, vediamo la proclamazione della missione sociale
del dotto e l’esaltazione della società.
Il Romanticismo esalta anche l’amore (tale
esaltazione discende principalmente dalla ricerca di evasione dal
quotidiano) come sentimento che solleva lo spirito. La prima
caratteristica dell’amore romantico è la globalità, ovvero la
ricerca di una sintesi tra anima e corpo, spirito e istinto.
L’ideale di donna cambia: la donna dell’illuminismo, chiusa in certi
schemi (con falsi pudori e sottostante alla tradizione), fa posto ad
una donna più emancipata (capace di amare senza freni, presupponendo
una parità di sessi nella vita come nella cultura). Seconda
caratteristica dell’amore è la ricerca dell’unità assoluta degli
amanti, cioè della completa fusione delle anime e dei corpi. In
terzo luogo, l’amore viene visto come "cifra dell’assoluto":
nell’amore si intravede l’infinito (Dio è trascendente ma illumina
l’anima di colui che ama).
Nel Romanticismo c’è anche il culto della storia,
che non è più dominata dall’uomo (come nell’illuminismo), bensì da
un soggetto provvidenziale assoluto (Dio, lo Spirito del mondo, l’Io
trascendente…). La storia è dunque vista positivamente: come
continuo progresso (si tende alla perfezione: ogni evento comprende
e supera il precedente; la pensano così i filosofi della metà
dell’Ottocento). Oppure come insieme di momenti tutti ugualmente
perfetti. (l’errore nella storia è l’antitesi della logica
hegeliana, che poi porterà alla sintesi; la pensano così i filosofi
del primo Ottocento e in particolare Hegel). Vengono quindi
rivalutate il medioevo e la tradizione: il passato non è più visto
criticamente (come facevano gli Illuministi, che giudicavano il
passato alla luce dei valori del presente), bensì viene santificato
(come "corso di Dio nella storia", nel quale ogni periodo ha la sua
individualità).
In politica, inizialmente il romanticismo tedesco
assume forme (come lo erano già i partecipanti dello Sturm und
Drang) di radicalismo repubblicano e anche di ribellismo anarchico:
si assiste allo sviluppo del tema dell’individuo contro la società.
In seguito, però, in virtù della visione provvidenzialistica e
tradizionalistica della storia, il Romanticismo si fa conservatore
ed esalta l’Autorità (i romantici, non tutti e soprattutto in
Germania, si schierano dunque dalla parte della Restaurazione).
Nasce l’idea di nazione: l’illuminista è cosmopolita e parla di
"popolo" (insieme di individui che "vogliono" stare insieme, perché
hanno stipulato un contratto sociale); la nazione è invece un
insieme di individui che "devono" stare insieme, perché altrimenti
rinnegherebbero tradizioni, razza, religione e, di conseguenza, se
stessi. Il culto della nazione, comunque, non è solo esaltazione
dell’autorità: fuori dalla Germania (per esempio in Italia) si
assiste ad una saldatura tra il concetto di nazione e quello di
libertà, libertà non solo dallo straniero ma come libertà nello
stato (ognuno ha una libertà limitata da una legge universale che
porti la pace nella società, affinché "tutti" siano liberi). In
Mazzini, per esempio, il culto della nazione è unito al liberalismo
(salvaguardia dei diritti individuali), alla democrazia (teoria del
popolo come sovrano), al patriottismo (battaglia affinché lo stato
coincida con la nazione) e all’autodeterminazione nazionale (ogni
nazione deve essere padrona del proprio destino politico).
La natura è manifestazione dell’infinito. In
antitesi alla visione meccanicistica nata con Galileo, si
presentano, una visione organicistica (la natura è composta da
organi tutti utili), una energetico – vitalista (la natura è
energetica), una finalistica (la natura è strutturata così per
determinati scopi), una spiritualistica (la natura è uno spirito in
divenire) e una dialettica (la natura è organizzata secondo coppie
opposte). Viene posto un forte legame tra uomo e natura (per cui è
autorizzata l’interpretazione psicologica dei fenomeni fisici e
l’interpretazione fisica di fenomeni psichici). Dividendo la natura
qualitativamente, la filosofia romantica sembra fare un passo
indietro: filosofia e scienza si dividono (tra l’altro lo scienziato
si va specializzando e nascono le équipe).
Nonostante il Romanticismo sia permeato di
pessimismo (la base stessa del Romanticismo è l’anelito impossibile
all’infinito; e l’infelicità viene vista come il prezzo da pagare
per diventare grandi), in una visione complessiva la sua atmosfera è
ottimista, a causa della visione provvidenzialistica del reale che
hanno i romantici (e anche gli atei sublimano il negativo, la
sofferenza, nel positivo, l’arte).
Dal kantismo all’idealismo
La filosofia kantiana viene studiata e
approfondita e criticata per i suoi dualismi. Gli viene accusato che
la realtà noumenica, non essendo conoscibile, non può neanche essere
introdotta. Inoltre l’ammissione del noumeno viene vista pericolosa,
perché se si scoprisse, le leggi che dipendono dalla rivoluzione
copernicana non varrebbero più: studiare il noumeno è dunque inutile
e pericoloso. Diversi filosofi preferirono, quindi, intendere il
noumeno non come cosa eterna bensì come limite interno dell’attività
dell’io (per poi arrivare infine alla completa negazione
dell’esistenza della realtà noumenica).
Nasce in questo periodo, con Fichte e Schelling,
l’idealismo (che riconduce tutto ad un principio, che è la
spiritualità), che fa scomparire il dualismo: la materia è anch’essa
spirito.
Immanuel Kant
Vita e opere:
Nacque a Konigsberg nel 1724. Fu educato dapprima
nel Collegium Fridericianum nello spirito del pietismo. Uscito da lì
Kant studiò la filosofia, la matematica e la teologia
nell'università della sua città. Finiti gli studi fu precettore in
alcune case patrizie, poi insegnò all'università vari discipline.
Nel 1770 fu nominato professore di logica e metafisica
all'università dove restò fino alla morte (1804).
Tra le opere più importanti: La Dissertazione, la
Critica della ragion pura, la Critica della ragion pratica, la
Critica del giudizio.
Il pensiero di Kant viene detto "Criticismo", in
opposizione al dogmatismo e identifica l'esame della ragione sulle
capacità e sui limiti di essa nell'attività conoscitiva (Ragion
pura), nell'attività pratica (Ragion pratica) e nell'esaminare il
sentimento (Critica del giudizio).
CRITICA DELLA RAGION PURA
Consiste in un'analisi critica dei fondamenti del
sapere che al tempo di Kant si divideva in scienza e metafisica.
Queste si presentano in modo diverso al filosofo. Infatti la prima
appariva come un sapere fondato e in continuo progresso, mentre la
seconda non aveva lo stesso cammino sicuro. Poiché Hume aveva
nutrito dubbi ance sulla validità della scienza, Kant decise un
riesame globale della struttura e della validità della scienza. Kant
respinge lo scetticismo scientifico di Hume ma ne condivide invece
lo scetticismo metafisico.
Kant si pone quattro domande: 1) Come è possibile
la matematica pura? 2) Come è possibile la fisica pura? 3) Come è
possibile la metafisica in quanto disposizione naturale? 4) Come è
possibile la metafisica come scienza? Nel caso delle scienze basta
chiedersi come siano possibili, nel caso della metafisica, bisogna
chiedersi se siano possibili.
Giudizi sintetici a priori
Kant dice che per poter parlare di scienza si ha
bisogno dei giudizi sintetici a priori, cioè di giudizi in cui il
predicato aggiunge qualcosa al soggetto e che non derivano
dall’esperienza Quindi la scienza pur derivando in parte
dall'esperienza, presuppone anche alcuni principi immutabili che ne
fungono da pilastri..
Da questo punto di vista, né i Razionalisti, né
gli Empiristi sono riusciti a fare scienza poiché gli uni hanno
formulato giudizi analitici a priori (giudizi dove il predicato è
già inserito nel soggetto: es. "I corpi sono estesi", l'estensione è
già una caratteristica dell'essere corpo), gli altri giudizi
sintetici a posteriori (giudizi dove il predicato afferma qualcosa
di nuovo rispetto al soggetto ma deve essere verificato
dall'esperienza: es. "I corpi sono pesanti").
La scienza risulta quindi feconda in duplice
senso: sia per quanto riguarda la materia, che le deriva
dall'esperienza, sia per quanto riguarda la forma che le deriva da
giudizi sintetici a priori. Quindi abbiamo:
scienza = esperienza + principi sintetici a
priori.
I giudizi sintetici a priori stanno anche alla
base della metafisica, come si vede nella proposizione: "Il mondo
deve avere un primo cominciamento"
Rivoluzione Copernicana
Da dove provengono i giudizi sintetici a priori
visto che non derivano dall'esperienza?
Per rispondere Kant elabora una nuova teoria
della conoscenza intesa come sintesi di materia e di forma.
Per materia intende la molteplicità delle
impressioni sensibili che provengono dall'esperienza, per forma
intende l'insieme delle modalità fisse a priori attraverso cui la
mente ordina la materia sensibile (spazio e tempo). Quindi la
conoscenza viene vista come una sintesi tra un elemento a posteriori
(materia) e un elemento a priori (forma).
Visto che in noi esistono determinate forme a
priori universali e necessarie attraverso cui incapsuliamo i dati
della realtà, ecco spiegato perché si possono formulare dei giudizi
sintetici a priori.
Come Copernico nel campo astronomico capovolse la
concezione tolemaica, così Kant si vanta di avere introdotto una
rivoluzione nel modo tradizionale di intendere la filosofia: il
soggetto conoscente non gravita più passivamente intorno all'oggetto
per raccogliere la conoscenza di un mondo già costituito, ma con la
sua attività a priori illumina l'oggetto ordinando i dati sensibili
e diventando in tal modo legislatore della natura.
In base a questo nuovo modo di vedere la
conoscenza, Kant fa la distinzione tra fenomeno e noumeno. Il
fenomeno è la realtà come ci appare attraverso le forme a priori, il
noumeno è la realtà considerata indipendentemente da noi e dalle
forme a priori mediante cui la conosciamo.
I tre gradi della conoscenza
Kant articola la conoscenza in tre facoltà
principali: la sensibilità, l'intelletto e la ragione. La
sensibilità è la facoltà con cui gli oggetti ci sono dati
intuitivamente attraverso i sensi e tramite le forme a priori di
spazio e di tempo, l'intelletto (Versand) è la facoltà attraverso
cui pensiamo i dati sensibili tramite le categorie, la ragione (Vernunft)
è la facoltà attraverso cui cerchiamo di spiegare la realtà mediante
le idee di anima, mondo e Dio. Su questa tripartizione si basa la
divisione della Critica della ragion pura che si divide in: dottrina
degli elementi (cerca di scoprire gli elementi formali della
conoscenza) e la dottrina del metodo (determina l'uso possibile
degli elementi formali della conoscenza). La dottrina degli elementi
si divide poi in estetica trascendentale (studia la sensibilità e le
sue forme a priori di spazio e di tempo) e in logica trascendentale
che si sdoppia a sua volta in analitica trascendentale (studia
l'intelletto e le categorie) e in dialettica trascendentale (studia
la ragione e le sue tre idee di anima, mondo e Dio).
L'estetica trascendentale
Le sensazioni, per essere comprese da noi hanno
bisogno di un ordine. Questo viene dato dall'idea di spazio e
dall'idea di tempo. Queste due idee vengono definite da Kant
trascendentali intendendo col termine ciò che non deriva
dall'esperienza ma che serve per giustificare l'esperienza stessa.
L'idea di spazio e di tempo sono le condizioni
necessarie di ogni esperienza, le forme a priori dell'intuizione. Lo
spazio è forma del senso esterno ( lo spazio rende possibile la
conoscenza degli oggetti secondo un ordine di coesistenza spaziale),
il tempo è forma del senso interno e del senso esterno (esso rende
possibile la conoscenza della successione temporale degli stati
d'animo e della percezione dei fatti esterni). Kant dimostra che lo
spazio e il tempo sono a priori dicendo, contro l'interpretazione
empiristica, che questi non possono derivare dall'esperienza perché
per fare un'esperienza la dobbiamo già presupporre. Contro
l'interpretazione oggettivistica Kant sostiene che se lo spazio e il
tempo fossero degli assoluti a se stanti dovrebbero continuare a
esistere anche nell'ipotesi che in essi non vi fossero oggetti, ma è
impossibile concepire qualcosa che, senza un oggetto reale, sarebbe
tuttavia reale. Contro l'interpretazione concettualistica, Kant
afferma che spazio e tempo non possono venir riguardati alla stregua
di concetti poiché hanno una natura intuitiva e non discorsiva.
L'analitica trascendentale
I dati ricevuti dall'intuizione sensibile vengono
adesso ordinati dall'intelletto che opera una sintesi dal molteplice
all'unità attraverso le categorie.
Le categorie sono quindi le leggi, le funzioni
con cui raccogliamo la realtà, la unifichiamo e la pensiamo. Ma
pensare qualcosa significa dare un giudizio, quindi, per le
categorie Kant si ispira alla tavola dei giudizi di Aristotele.
Anche Aristotele aveva parlato di categorie intendendole però come
modi dell'essere cioè come le leggi dell'ente, invece Kant, le
riferisce al pensiero e non all'esperienza. Le sue sono quindi leggi
della mente, modi di funzionare del pensiero.
Kant parla di dodici categorie: tre quantitative
(riguardano l’aspetto numerico delle cose = UNIVERSALI, PARTICOLARI,
SINGOLARI), tre qualitative (si riferisce agli attributi delle cose
= AFFERMATIVI, NEGATIVI, INFINITI), tre di relazione e tre di
modalità.
Le categorie di relazione si riferiscono a come
noi sviluppiamo certi giudizi. Il giudizio di relazione può essere:
categorico (non ammette repliche o dubbi), ipotetico (dipende da una
condizione es. "Mi insulta, lo schiaffeggio"), disgiuntivo (quando
si formulano delle ipotesi lasciando varie opportunità).
Le categorie di modalità si riferiscono a come
noi esprimiamo il metodo, la tipologia del giudizio. Si hanno tre
diversi giudizi: problematico (quando la confusione non risolve la
questione), assertore (quando si afferma una cosa senza darne
spiegazioni), apodittico (quando si dimostra una cosa affermata)
Se esistono queste dodici categorie, bisogna
pensare che ci sia un io (un centro) di cui le categorie siano
funzioni e che le raggruppa. Se non ci fosse un unico soggetto (l'io
penso) non avremmo la consapevolezza del pensiero fatto. Kant dà il
nome di "io penso" a questa funzione poiché vuole parlare del
pensiero nel momento in cui pensa.
L'io penso è dunque il principio supremo della
conoscenza umana, esso rende possibile l'oggettività del sapere,
organizza la realtà. Kant scopre la garanzia della conoscenza non
negli oggetti o in Dio ma nella mente stessa dell'uomo e considera
quindi quali sono i suoi limiti e il suo potere conformemente ai
limiti e al potere dell'uomo. Le categorie funzionano solo in
rapporto al materiale che organizzano. Senza di questo sono vuote.
Questo fa sì che le categorie risultino operanti
solo in relazione al fenomeno, cioè alla realtà come si manifesta.
Il conoscere per Kant non può estendersi al di là del fenomeno in
quanto una conoscenza che non si riferisca all’esperienza non è
conoscenza ma un pensiero vuoto.
Questo rimanda al concetto di cosa in sé, cioè
del noumeno. Infatti Kant non vuole ridurre la realtà al fenomeno,
egli afferma infatti che se c’è un per noi deve esserci per forza un
"in sé. Kant distingue tra senso positivo e senso negativo del
noumeno. Nel senso positivo il noumeno è l’oggetto di un’intuizione
intellettiva, non sensibile, cioè di una conoscenza extrafenomenica.
In senso negativo invece, il noumeno è il concetto di una cosa in sé
che non può mai essere oggetto della nostra intuizione sensibile. In
questo senso il noumeno è per noi un concetto limite che mette un
limite alla nostra conoscenza.
La dialettica trascendentale
La dialettica trascendentale vuole essere lo
studio critico del pensiero che si abbandona alla metafisica.
Si è detto che l’uomo può conoscere solo il
fenomeno, infatti, il soggetto può conoscere solo rimanendo
nell’ambito dell’esperienza. L’uomo è cosciente di questo, ma
nonostante tutto si sente insoddisfatto e allora si abbandona alla
metafisica.
Kant affronta il problema se la metafisica possa
anch’essa costituirsi come scienza. Il termine dialettica assunto
con il significato di logica della parvenza, lascia intuire la
risposta negativa di Kant. Egli vuole analizzare e smascherare i
ragionamenti fallaci della metafisica che comunque è un’esigenza
naturale dell’uomo ma che in realtà non ha delle solide fondamenta.
L’intelletto preso in esame nella dialettica è la
"Vernunft" (opposta alla Versand) cioè quello che vuole ragionare in
termini di concetto puro, indipendentemente dall’esperienza. Quest’intelletto
non usufruisce delle esperienze, cerca di comprendere il noumeno. La
Vernunft opera come la Versand, cioè organizza il molteplice e lo
unifica sotto una rappresentazione comune utilizzando non i dati
dell’esperienza, ma i suoi concetti interni e formula tre tipi di
sillogismo: categorico, ipotetico e disgiuntivo. Con questi unifica
tutto il mondo interno con l’idea di anima; i fenomeni esterni col
mondo e l’unione dei fenomeni esterni con quelli interni con l’idea
di dio.
Kant dimostra quindi che queste tre idee non si
costituiscono in scienza.
Critica dell’idea di anima:
Kant critica l’idea di anima e quindi la
psicologia razionale dicendo che questa è fondata su paralogismi
cioè su falsi ragionamenti (il paralogismo è un sillogismo
errato perché quaternario. Il termine medio può assumere due
significati diversi e quindi in contrasto. Il I significato è
quando intendiamo la sostanza spirituale come io penso e quindi
come elemento unificatore delle sensazioni, il II quando
intendiamo la sostanza spirituale che esiste di per sé).
Critica del mondo:
Kant dice che la ragione cade in
contraddizioni insolubili quando pretende di conoscere il mondo
inteso come totalità dei fenomeni esterni. Infatti se si ragiona
in questo senso si ci viene a trovare di fronte a delle
antinomie cioè delle leggi che si contraddicono in cui è
possibile trovare una tesi e un’antitesi che hanno entrambe la
possibilità di esser vere.
Le antinomie sono 4 e sono una qualitativa,
una quantitativa, di relazione, modale: 1) Il mondo può essere
finito o infinito; 2) Il mondo è composto da parti semplici (gli
atomi) o no. 3) E’ possibile trovare cause meccaniche o cause
finali. 4) Il mondo è sempre esistito o è stato creato da un
dio.
Critica di dio:
Kant esamina tre dimostrazioni dell’esistenza
di dio formulate dalla teologia razionale: 1) l’argomento
ontologico, affermato da S. Anselmo e dal razionalismo (anche
Cartesio), non ha validità in quanto dal concetto di dio non si
può dedurre la sua esistenza perché si può avere il concetto di
una cosa senza che questa debba necessariamente esistere.
Infatti in questo modo si passa dal piano gnoseologico (concetto
di dio) al piano ontologico (esistenza di dio). 2) L’argomento
cosmologico affermato dalla scolastica (S. Tommaso) non ha
fondamento scientifico, infatti, dall’esistenza del mondo non si
può dedurre l’esistenza di un ente necessario poiché il
principio causa-effetto è una categoria e quindi ha validità
solo nei limiti dell’esperienza. 3) L’argomento teologico
affermato dalla Scolastica e dalla corrente del Razionalismo
deve essere rifiutato in quanto l’ordine e la regolarità dei
fenomeni naturali che sembrano tendere verso un fine, potrebbero
provare l’esistenza di un ordinatore della materia ma non di un
dio creatore. Però per affermare l’esistenza di un Ente creatore
o semplicemente ordinatore, partendo dall’ordine dell’universo,
bisogna applicare la categoria di causa ad un contenuto che non
si fonda sull’esperienza.
Dunque la Vernunft ha fallito, la metafisica non
può essere considerata scienza. Dunque le tre idee non possiamo
assumerle come verità scientifiche, però le possiamo assumere a
livello regolativo, cioè è meglio pensarle per la vita. L’uomo
infatti servendosi di esse può impostare le sue scelte in modo
consapevole.
CRITICA DELLA RAGION PRATICA
Kant si pone una domanda" : la ragione
interferisce nel nostro comportamento? può dirci come dobbiamo
agire? La risposta è affermativa, egli dice infatti che la ragione
indirizza la nostra volontà ma non si pone di necessità, cioè non si
oppone agli impulsi. Infatti, se fosse così non si porrebbe neanche
la questione morale perché la ragione diventerebbe arbitro del
nostro comportamento, la questione si pone invece per il fatto che
noi siamo liberi, cioè in grado di poter scegliere di seguire o non
i comandi della ragione. L’uomo può scegliere di seguire gli impulsi
sensibili, gli istinti o i dettami della ragione.
Kant distingue tra una ragion pura pratica (che
opera indipendentemente dall’esperienza e dalla sensibilità) e una
ragione empirica pratica (che opera sulla base dell’esperienza e
della sensibilità). E poiché la moralità si identifica con la ragion
pura pratica, il filosofo deve distinguere in quali casi la ragione
è pura pratica , e quindi morale, e in quali è soltanto pratica e
quindi non morale. Questo è lo scopo della critica della ragion
pratica.
La ragion pura pratica non ha bisogno di essere
criticata perché si comporta obbedendo ad una legge universale,
invece, la ragion pratica può darsi delle massime dipendenti
dall’esperienza e perciò non legittime dal punto di vista morale.
Il fatto che la ragion pura pratica non debba
venir criticata non significa che sia priva di limiti, infatti,
risulta segnata dalla finitudine dell’uomo e deve essere
salvaguardata dal fanatismo
Kant distingue i principi che regolano la
volontà, i comandi della ragione in massime e imperativi. Le massime
sono dei comandi soggettivi; gli imperativi invece sono dei comandi
che valgono per tutti. A loro volta gli imperativi si dividono in
ipotetici e categorici.
Gli imperativi ipotetici sono quei comandi legati
ad un obiettivo, a un fine che vogliamo raggiungere. (se…devi)
Gli imperativi categorici sono dei comandi
assoluti della ragione, quelli che rappresentano un’azione come
necessaria per se stessa, buona in sé, senza alcuna relazione con un
altro fine. (devi puro e semplice). Solo l’imperativo categorico,
che ordina un devi assoluto e quindi necessario e universale, ha in
se stesso i contrassegni della moralità, della legge morale essendo
la morale incondizionata dagli impulsi sensibili.
La formula base di questo imperativo è: "Agisci
in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere nello
stesso tempo come principio di una legislazione universale". (cioè
se vuoi sapere se un’azione è morale chiediti se la tua massima
possa dar luogo ad un ordine universale, ad una natura nella quale
puoi vivere con i tuoi simili senza contraddizioni) Kant presenta
altre due formule di questo imperativo. La seconda dice: "Agisci in
modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona, sia in quella di
un altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo" (Si
basa sul principio dell’umanità come fine a sé stessa e prescrive il
riconoscimento della dignità umana nella propria e nell’altrui
persona). La terza afferma di agire in modo tale che: " La volontà,
in base alla massima, possa considerare contemporaneamente se stessa
come universalmente legislatrice". (Riprende la prima ma sottolinea
l’autonomia della volontà chiarendo come il comando morale non sia
un imperativo esterno, ma il frutto spontaneo della volontà.
Gli imperativi devono avere tre requisiti:
formalità, libertà e autonomia.
Formalità:
Il contenuto dell’imperativo non rende
universale la legge morale, ma ciò che la rende universale è la
forma, cioè l’intenzione, il modo con cui si fa un’azione. Es.:
Fare l’elemosina ad un mendicante. Perché me lo sento veramente
di fare o perché dio mi premia. Il contenuto dell’imperativo è
sempre lo stesso, ma la forma cambia.
Libertà:
Se l’uomo deve compiere un’azione, la sua
volontà deve essere indipendente, non può essere soggetta a
qualche cosa. Quindi la volontà è libera, non è costretta né ad
obbedire né a disobbedire alla legge morale, è indipendente sia
dalla ragione che dagli impulsi. La volontà di conseguenza non
ha né meriti né colpe, è un’esigenza dell’imperativo e se la
volontà non fosse libera non si porrebbe neanche la questione
morale. La libertà è l’indipendenza della volontà.
Autonomia:
Se definiamo la libertà come indipendenza
della volontà dai contenuti della legge morale abbiamo il senso
negativo di essa. Se aggiungiamo che la volontà è in grado di
determinarsi da sé abbiamo anche il senso positivo della
volontà. La volontà è quindi capace di darsi una legge, questo
aspetto positivo è chiamato da Kant "autonomia"
Da queste caratteristiche si comprende che Kant
distingue tra moralità e legalità. La legalità (che ti impone
determinati atti) non si cura dell’adesione spirituale che si ha nel
fare quelle azioni. Invece per la moralità la cosa importante è
l’intenzione con la quale si compie un’azione. Kant polemizza
aspramente contro tutte le morali eteronome, cioè contro tutti quei
sistemi che pongono il fondamento del dovere in forze esterne
all’uomo o alla sua ragione. (La religione è quindi eteronoma).
I Postulati:
Adesso Kant prende in considerazione l’assoluto
morale o Sommo Bene. Questo è l’unione tra la virtù (rispetto della
legge morale) e la felicità (senso di appagamento per aver
rispettato la legge morale. E’ intesa come valore interno in quanto
se fosse esterno ci verremmo a trovare di fronte a un imperativo
ipotetico). Il Sommo Bene ci permette di postulare l’esistenza
dell’anima del mondo e di dio. Infatti per potersi realizzare, il
Sommo Bene ha bisogno di un garante di questa realizzazione (dio).
Tra l’altro l’esperienza ci dimostra che chi rispetta la morale in
questa vita non raggiunge la felicità, quindi, ci deve essere
un’altra vita dove possiamo essere felici (immortalità dell’anima).
Nell’uomo sono presenti sia la natura fisica che
quella morale, quindi, risulta esserci il contrasto tra la natura
che ci tiene legati alle sue leggi fisiche e il nostro spirito che
invece ci rende liberi. Questo contrasto è stato inteso come
contrasto tra la dimensione fenomenica e quella noumenica. A questo
punto possiamo vedere che l’uomo entra nel mondo del noumeno però,
non come conoscitore, ma come lui stesso elemento di questo mondo
(l’uomo è un ente noumenico). Questo gli permette di comprendere i
postulati e quindi di credere nell’esistenza dell’anima e di dio,
non gli permette però di dimostrarli. Per la possibilità di
ammettere queste due idee Kant sottolinea il primato della ragion
pratica sulla ragion pura in quanto dove la ragion pura ha fallito
(metafisica) la ragion pratica con la sua morale è riuscita ad
affermare (ma non a dimostrare) l’esistenza di un mondo al di là
della nostra conoscenza.
CRITICA DEL GIUDIZIO
Questa terza critica viene scritta da Kant per
risolvere un problema per il quale è stato criticato sia dai suoi
contemporanei, che dai filosofi successivi (romantici). Così Kant fa
una sintesi tra la dimensione fenomenica e noumenica nell’uomo. Egli
scrive che il sentimento fa sì che l’uomo è libero moralmente e si
senta libero nella natura. Ma la questione non viene risolta e
addirittura viene complicata in quanto i suoi successori dovettero
riuscire a trovare una sintesi tra le tre critiche. Così la
filosofia successiva non accettando questa sintesi fatta nella
critica del giudizio la supera privilegiando la ragion pratica.
Romanticismo
Alla fine del ‘700 ci troviamo di fronte ad una
nuova situazione rispetto all’Illuminismo. I precursori di questa
nuova realtà sono i letterati dello Sturm und Drang. Si assiste
all‘affermazione della dimensione sentimentale e passionale fino ad
allora sottoposta al dominio della ragione. L‘uomo così scopre i
suoi sentimenti, i suoi valori, le sue passioni e si rende conto che
ciò lo contraddistingue dagli altri uomini.
Tutti i sentimenti naturalmente vengono fuori in
maniera tumultuosa poiché fino ad allora erano stati depressi.
Dall’ambito letterario il movimento si sposta
negli altri campi, trovando la sua massima fioritura in tutta
l’Europa all’inizio dell’Ottocento.
E’ difficile spiegare il concetto di
Romanticismo. Sono state date due interpretazioni di fondo. Per una
prima lettura , codificata da Hegel, il Romanticismo sarebbe quell’indirizzo
culturale caratterizzato dall’esaltazione del sentimento. Ma questa
è apparsa troppo angusta per il fatto che privilegia l’aspetto
letterario ed artistico del R., mettendone in ombra le componenti
filosofiche.
Per una seconda interpretazione il R. tende a
configurarsi come un’atmosfera storica, come una situazione mentale
generale. Questo significato evidenzia il R. sul piano
storico-culturale, vedendo in esso tutta una serie di atteggiamenti
che sorgono in relazione a determinate situazioni socio-politiche.
E’ poi difficile se non impossibile esprimere in
una sola definizione l’essenza e i caratteri fondamentali del R..
Esso è pieno di ambivalenze poiché in esso coesistono il primato
dell’individuo e quello della società, l’esaltazione del passato e
l’attesa messianica del futuro, l’evasione nel fantastico e il
realismo. Ma quello che rappresenta il punto di forza di tutto il R.
è la polemica contro l’illuminismo.
IL SENSO DELL’INFINITO
Al contrario di Kant che aveva costruito una
filosofia del finito, i romantici cercano ovunque l’oltre-limite,
ciò che si sottrae alle leggi dell’ordine e della misura. Le
esperienze dei romantici sono caratterizzate da una sorta di
"ebbrezza dell’infinito", sono anime assetate di Assoluto,
desiderose di andare al di là del tempo e dello spazio, del tempo,
del dolore, della morte.
I romantici si differenziano però tra di loro per
il modo di intendere questo Infinito. Il modello più seguito è
quello panteistico. Si concepisce cioè il finito come la
realizzazione vivente dell’infinito (realtà stessa dell’infinito).
Il panteismo può essere naturalistico (identifica l’infinito con il
ciclo eterno della Natura) o idealistico (identifica l’infinito con
lo spirito, con l’umanità stessa).
Abbiamo poi il modello trascendentistico per cui
l’infinito viene a distinguersi dal finito pur manifestandosi in
esso. Il finito appare come la manifestazione dell’infinito. Questo
modello ammette la trascendenza dell’Infinito rispetto al finito e
considera l’infinito stesso come un dio che è al di là delle sue
manifestazioni mondane.
LA VITA COME INQUIETUDINE E DESIDERIO
Un altro dei motivi ricorrenti è la concezione
della vita come inquietudine, aspirazione, brama, sforzo incessante.
I romantici ritengono che l’uomo sia in preda ad un "demone
dell’infinito", il quale fa sì che egli si trovi in uno stato di
irrequietezza e di tensione perenne, che lo porta ad andare al di là
dei limiti del finito.
Bisogna prendere in considerazione la parola
Sehnsucht (desiderio, aspirazione struggente) la quale forse
costituisce la più caratteristica parola del Romanticismo tedesco
poiché racchiude in sé l’interpretazione dell’uomo come desiderio e
mancanza, desiderio verso qualcosa che sfugge sempre.
La Sehnsucht si accompagna all’ironia e al
titanismo. L’ironia consiste nella superiore coscienza del fatto che
ogni realtà finita risulta inferiore all’infinito. Il titanismo
esprime invece un atteggiamento di sfida e di ribellione, proprio di
chi si propone di combattere pur sapendo che alla fine verrà
sconfitto. Talvolta il titanismo conduce al suicidio. Il titanismo è
detto anche prometeismo poiché i romantici lo personificano nel
titano Prometeo simbolo della ribellione in quanto tale.
ANCORA SULLA CRITICA DELLA RAGION PURA
Cosa ha mostrato:
Alla fine della Dialettica si giunge alla
conclusione che le domande metafisiche non possono avere una
risposta scientificamente fondata , perché nessuna conoscenza è
possibile oltre il perimetro dell’esperienza. Le illusioni che
emergono nella Dialettica sono causate da un uso sbagliato della
ragione, che invece dovrebbe essere regolata per estendere il più
possibile il campo dell’espe-rienza.
Caratteri generali:
L’opera è stata scritta nel 1781 dopo un lungo
silenzio. Si basa su una domanda fondamentale, su che cosa cioè si
fonda il rapporto della rappresentazione in noi e l’og-getto.
Il titolo dell’opera può essere analizzato in
questo mo-do: si usa il termine critica riguardo allo studio dei
limiti della ragione umana e al rifiuto di ogni dogmatismo, e
ragione intendendola come insieme della facoltà conoscitive pure (a
priori) che deve indagare su se stessa per definire il suo
perimetro.
Il primo capitolo della Critica della Ragion pura
è la Dottrina trascendentale degli elementi, che parla dello studio
dei motivi per cui la nostra conoscenza è universale. Porta alla
fondazione delle scienze matematiche e sperimentali e all’indagine
sulla legittimità della metafisica.
La prima parte di questa sezione è l’Estetica
trascendentale ("estetica" come indagine sulla conoscenza
sensibile); la seconda è la Logica trascendentale (lo studio del
ragionare in genere).
L’Estetica si divide in Analitica trascendentale,
che tratta delle possibilità delle scienze della natura e in
Dialettica trascendentale, che studia i fondamenti della metafisica
e del suo diritto a proporsi come sapere scientifico. L’Analitica
trascendentale è divisa a sua volta in Analitica dei concetti
(scomposizione della facoltà intellettiva) e Analitica dei princìpi
(studia in che modo le categorie si applicano ai fenomeni e come si
costituiscono i giudizi di esperienza).
Il problema della fondazione della conoscenza
oggettiva (introduzione)
Abbiamo detto che in quest’opera Kant compie una
critica del giudizio, inteso come l’attribuzione di un predicato ad
un soggetto. Il giudizio non opera direttamente sugli oggetti, ma
sulle loro rappresentazioni, quindi è una facoltà dell’intelletto.
(I giudizi sono raccolti da Kant in una tavola
ripresa dalla logica tradizionale)
Si divide in analitico a priori e sintetico a
posteriori:
giudizio analitico a priori: in cui è già
contenuto nel soggetto ciò che esprime il predicato (per
esempio: il triangolo ha tre lati). Il giudizio analitico a
priori è universale e necessario (essendo a priori) e la sua
formulazione deriva dalla tradizione razionalista di Leibniz e
Wolff: Leibniz infatti afferma che il pensiero può produrre a
priori le forme della realtà, e la conoscenza è dunque formata
analiticamente.
Questo tipo di giudizio individua le funzioni
dell’intelletto (di cui si parla nell’Analitica dei concetti),
cioè unità che ordinano le varie rappresentazioni in una
rappresentazione comune.
Il problema che deriva da questa conoscenza è
che, purtroppo, può solo chiarire quello che è già conosciuto.
giudizio sintetico a posteriori: in cui il
predicato contiene qualcosa che non è nel soggetto (per esempio:
il tavolo è verde) ed è un tipo di giudizio collegato
all’esperienza, né universale né necessario, in quanto è a
posteriori.
La sua formulazione deriva dall’empirismo di
Hume, che infatti critica il concetto causa–effetto dicendo che
l’effetto non può venire dedotto logicamente dalla sua causa,
per cui la conoscenza dell’effetto proviene solo
dall’esperienza: non può esistere un sapere a priori, nè
universale, nè necessario. Solo l’abitudine crea in noi la
credenza di leggi universali e quindi si giustifica il fatto che
ce ne serviamo per descrivere le regolarità naturali. Il
problema che deriva da questa conoscenza è che è un giudizio
privo di necessità.
Esiste anche un giudizio sintetico a priori (che
è quello della metafisica), che Kant crea perché né il giudizio
analitico a priori né quello sintetico a posteriori riescono a
soddisfare i requisiti della scienza: uno può infatti solo chiarire
ciò che si è già conosciuto, l’altro è estensivo del sapere ma privo
di necessità. Dunque bisogna fondere i due giudizi.
Kant sa che il problema della conoscenza non può
essere risolto solo in chiave razionalistica, per cui non può
ispirarsi solo a Hume per risolverlo, ma deve conciliare il suo
pensiero con quello di Leibniz.
Un esempio di giudizio sintetico a priori può
essere questo: la linea retta è la più breve fra due punti (più
breve è aggiunto in modo sintetico).
Comunque, mentre nelle altre scienze il problema
può essere come siano possibili i giudizi sintetici a priori che ne
costituiscono le proposizioni, nel caso della metafisica il problema
è se sia possibile essa stessa e poi se sia possibile attribuire il
giudizio sintetico a priori alla metafisica.
Ma di fatto la metafisica esiste in quanto
"disposizione naturale", cioè come naturale tendenza alla ricerca di
risposte. Nel cercare di risolvere i suoi problemi la ragione cerca
di sbarazzarsi dei vincoli dell’esperienza, eliminando così la
propria legittimità. Per rendere la metafisica universale c’è dunque
bisogno che la ragione istituisca un tribunale che esamini la sua
legittimità, che non è altro che la critica della ragion pura
stessa.
Il criticismo e il concetto di trascendentale
(introduzione)
E’ trascendentale ogni conoscenza che si occupa
non di oggetti, ma del nostro modo di conoscere gli oggetti, che
deve essere a priori. Il concetto di trascendentale si oppone a
empirico, perché si riferisce a ciò che non ha origine con
l’esperienza e si oppone a trascendente, perché è in rapporto con
l’esperienza. Trascendentale non è un contenuto, ma una forma del
conoscere.
Da questo concetto parte una domanda
fondamentale: in che modo noi conosciamo le cose?
Lo spazio e il tempo (Estetica trascendentale)
Nell’Estetica, abbiamo detto, si esamina la sfera
della conoscenza sensibile. La sensibilità è la capacità del
soggetto di essere modificato dall’oggetto e la rappresentazione
immediata dell’oggetto sentito è detta intuizione
L’ intuizione è empirica e l’oggetto da essa
rappresentato è il fenomeno, che rappresenta le cose in quanto
conosciute da noi (primo elemento della risposta alla domanda "in
che modo noi conosciamo le cose?"). Il fenomeno è formato da due
componenti: la materia e la forma.
La materia è il contenuto della sensazione,
mentre la forma è il collegamento dei diversi dati sensibili secondo
certi rapporti. Questo collegamento è dato a priori nell’atto stesso
dell’intuizione e infatti non proviene dalla sensazione (che è a
posteriori in quanto effetto proveniente da un oggetto). Dalla forma
allora si ricaverà l’intuizione pura, una forma a priori della
sensibilità. Le forme pure dell’intuizione sono due: lo spazio e il
tempo.
Lo spazio dà l’esperienza del mondo fenomenico.
Non è ricavato dall’esperienza, è la forma di tutti i fenomeni dei
sensi esterni ed è soggettivo. La scienza che si fonda
sull’intuizione spaziale è la geometria.
Anche il tempo dà l’esperienza del mondo
fenomenico (e riguarda anche emozioni e sentimenti), ma è una forma
del senso interno, cioè dell’intuizione di noi stessi e del nostro
stato interno, per cui è a fondamento di tutte le intuizioni. Grazie
al tempo è possibile rappresentare certi fenomeni in successione:
per esempio l’aritmetica costituisce i suoi concetti di numero per
una successiva addizione di unità di tempo.
Per Hume lo spazio e il tempo non sono altro che
relazioni fra idee di cui il pensiero si serve per creare le
connessioni fra le cose, mentre per Leibniz lo spazio e il tempo
esistono solo come relazione fra corpi e fenomeni.
In questa sezione Kant ha analizzato gli oggetti
conosciuti intuitivamente.
Le categorie e la loro deduzione (Logica
trascendentale)
L’Estetica ha esaminato la conoscenza sensibile
ed ora la Logica estende tale esame alla conoscenza intellettuale,
ponendo al posto delle intuizioni i concetti dell’intelletto.
Intelletto e sensibilità creano un rapporto che darà origine alla
conoscenza.
Il mondo analizzato da Kant nell’Estetica è un
mondo di esperienza che ci si presenta come una molteplicità di
dati, quindi non come una natura, un insieme di fenomeni organizzato
secondo leggi. Nella natura troviamo fenomeni che interagiscono tra
loro dinamicamente e compito della scienza è trovare le leggi che
regolano tali fenomeni.
Queste leggi devono connettere i dati
dell’intuizione sensibile oggettivamente. Per fare in modo che ciò
accada, Kant vuole trasformare i giudizi percettivi (tipo: questo
sasso al sole si riscalda) in giudizi d’esperienza (tipo: il sole
riscalda gli oggetti), vuole cioè vedere in che modo il mondo
naturale, vale a dire il mondo dell’ intuizione sensibile, possa
essere per noi un oggetto possibile di conoscenza.
(Analitica dei concetti)
Per arrivare a conoscere il mondo naturale, Kant
opera una scomposizione della facoltà intellettiva in funzioni
dell’intelletto. Il filo conduttore per individuare tali funzioni è
l’analisi del giudizio, che opera mediante rappresentazioni di
oggetti (intuizioni).
Quindi il filosofo ritiene possibile risalire
dall’analisi del giudizio ai concetti puri dell’intelletto, volti in
generale agli oggetti dell’intuizione sensibile, e li chiama
categorie (vedi tabella pag. 1211)
Il concetto di "categoria" è un termine che si
rifà ad Aristotele, ma mentre per lui le categorie sono modi di
organizzazione del pensiero fondati su caratteristiche specifiche
della realtà, per Kant sono funzioni a priori dell’intelletto, che
devono sintetizzare i dati dell’intui-zione.
Ma cosa ci garantisce che le categorie si
riferiscano in modo universale (oggettivo) agli oggetti
dell’esperien-za? Il problema non è a livello intuitivo, che è a
priori, ma intellettuale, perché sappiamo che l’intelletto si
riferisce non agli oggetti direttamente ma alle loro
rappresentazioni. Quindi, come si può affermare che le relazioni
poste dall’intelletto fra le rappresentazioni attraverso le
categorie siano oggettive? O meglio: come può essere garantita
l’oggettività dell’esperienza?
La risposta richiede una deduzione
trascendentale, in cui il termine "deduzione" sta ad indicare la
dimostrazione di un diritto. L’unificazione dell’esperienza,
riflette Kant, sarà possibile solo a condizione che sia pensata come
rappresentazione prodotta dal soggetto: noi non possiamo
rappresentarci nulla di unificato senza prima aver svolto questo
processo in noi.
Da questo si ricava che l’intero mondo
dell’esperienza è basato su un principio unificatore chiamato Io
penso o "appercezione temporale", o "autocoscienza universale".
Grazie all’Io penso il mondo dei fenomeni è conoscibile, perché ci
dà una conoscenza oggettiva. E’ solo grazie a questa autocoscienza
che il soggetto riconosce le rappresentazioni come proprie, perché
sa qual è l’origine a cui possono essere riferite: l’Io penso rende
possibile anche la pensabilità del soggetto come attività di
unificazione e sintesi.
Poiché allora il mondo dei fenomeni e la sua
conoscenza obiettiva si fondano sull’unità originaria
dell’auto-coscienza, potremo dire di aver compiuto il passaggio
dalla natura come insieme di fenomeni alla natura come insieme di
leggi: infatti le leggi esistono non nei fenomeni, ma relativamente
al soggetto, dotato di intelletto. Quindi non è la natura a dare le
sue leggi all’intelletto, ma è l’intelletto che prescrive le leggi
alla natura.
Lo schematismo dell’intelletto e il sistema dei
princìpi (Analitica dei princìpi)
Nell’Analitica dei concetti Kant ha spiegato come
sia possibile la costituzione di un mondo oggettivo dell’esperienza.
Per raggiungere lo scopo dell’Analitica trascendentale (mostrare la
possibilità di una conoscenza scientifica della natura), bisogna
ancora analizzare il modo di applicazione delle categorie e la
costituzione dei giudizi d’esperienza che portano alla conoscenza
degli eventi naturali. Tutto ciò verrà esaminato nell’Analitica dei
princìpi, che sono le regole dell’uso oggettivo delle categorie.
Considerato il fatto che Kant afferma
l’eterogeneità fra sensibilità e intelletto, ma che la conoscenza è
sintesi fra intuizione e concetto, come sarà possibile questa
relazione?
Kant risolve la difficoltà con la dottrina dello
schematismo trascendentale: l’intelletto, per unificare il
molteplice sensibile, opera attraverso schemi, rappresentazioni
intermediarie tra intuizione e intelletto.
Lo schema è l’insieme delle regole necessarie
alla costruzione dell’immagine di un oggetto (non è perciò
l’immagine stessa di esso) ed è un prodotto dell’immaginazione, cioè
la facoltà di rappresentare un oggetto nell’intuizione, anche senza
la sua presenza.
L’immaginazione può essere riproduttiva o
produttiva. E’ riproduttiva quando richiamo alla memoria un’immagine
di un oggetto che non mi è vicino in quel momento. E’ produttiva
quando richiamo un concetto puro (categoria), cioè quando questa fa
un suo schema e lo fa applicare.
Quindi attraverso l’immaginazione vengono
prodotti gli schemi di concetti empirici, di concetti (scrivendo ho
sbagliato e ho scritto cincetti!!!) sensibili puri (figure
geometriche) e "schemi trascendentali", ovvero gli schemi di cui
abbiamo appena parlato.
L’immaginazione è mediana fra sensibilità e
intelletto perché condivide con la sensibilità il fatto che le sue
rappresentazioni sono intuizioni, con l’intelletto il fatto che tali
intuizioni sono prodotte spontaneamente.
Eppure sono gli schemi che fungono da ponte tra
le due. Come? Dal fatto, dice Kant, che esso è una "determinazione
trascendentale del tempo secondo regole". Infatti sappiamo che il
tempo, essendo forma del senso interno, è condizione di possibilità
a priori di tutti i fenomeni (anche di quelli del senso esterno), ed
è quindi l’elemento comune e tutti gli oggetti di esperienza. Quindi
lo schema, come "determinazione trascendentale del tempo", è
connessa sia ai fenomeni sia, in quanto è generale e poggia su una
regola a priori, alle categorie.
Così Kant deriva l’elenco degli schemi dalla
tavola delle categorie: lo schema delle categorie di quantità è il
numero; quello delle categorie di qualità è il grado di intensità;
lo schema delle categorie di relazione è la permanenza del reale nel
tempo; lo schema della causalità è la successione del molteplice in
quanto soggetto ad una regola.
Attraverso lo schematismo si chiarisce che la
costruzione da parte del soggetto del mondo dell’esperienza implica
l’integrazione fra la sensibilità e l’intelletto, con l’apporto
assolutamente necessario del tempo.
Ma che c’entra questo con i princìpi che,
ricordiamolo, sono le regole dell’uso oggettivo delle categorie?
Dei princìpi Kant desume il sistema a partire
dalle categorie:
principio degli assiomi dell’intuizione,
relativo alle categorie di quantità, dice che tutte le
intuizioni sono qualità estensive, cioè noi conosciamo gli
oggetti intuitivamente. Questo principio permette di applicare
la matematica alle scienze della natura;
principio delle anticipazioni della
percezione, relativo alle categorie della qualità, che
stabilisce la regola per cui è possibile misurare i cambiamenti
qualitativi di un fenomeno (es.: temperatura). In questo caso
Kant parla di "anticipazioni" perché così è possibile prevedere
le caratteristiche di future percezioni;
principio delle analogie dell’esperienza,
relativo alle categorie di relazione, attraverso il quale si
fissano i princìpi che rendono possibili i rapporti fra i
diversi fenomeni, in pratica le leggi. Queste analogie non ci
dicono qual è la causa di un certo fenomeno, ma ci dicono che,
dato un evento, ne esiste un altro che è la sua causa e si trova
con esso in una determinata relazione temporale. Le analogie
sono di permanenza, di successione e di simultaneità.
Prima analogia (principio di permanenza della
sostanza): dice che in ogni cambiamento di fenomeni la sostanza
permane e la sua quantità nella natura non aumenta né
diminuisce;
Seconda analogia (principio della legge
temporale secondo la legge delle causalità), che dice che tutti
i mutamenti accadono secondo la legge di causa ed effetto
Terza analogia (principio di simultaneità),
che dice che tutte le sostanze, in quanto simultanee nello
spazio, si trovano ad esercitare fra loro un’azione reciproca
universale (per cui ciascun fenomeno condiziona altri e ne è al
tempo stesso condizionato.
Attraverso le tre analogie, quindi, Kant
giustifica la possibilità di una natura come oggetto di
esperienza, come connessione di fenomeni secondo leggi, infatti
il concetto di base delle tre analogie è che tutti i fenomeni
hanno luogo in una sola natura e vi debbono aver luogo
altrimenti non sarebbe possibile alcuna unità di esperienza e
quindi neppure una determinazione degli oggetti al suo interno;
postulati del pensiero empirico, ultimo
gruppo dei princìpi, che si riferisce alle categorie di
modalità, che indica i rapporti esistenti fra la conoscenza e il
mondo dell’esperienza.
Fenomeno e noumeno
Al termine dell’Analitca, Kant fa il punto sui
concetti cardinali della sua filosofia: la distinzione fra fenomeno
e noumeno.
I noumeni sono le cose come sono in se stesse,
quindi possono essere pensate dall’intelletto ma mai conosciute
attraverso l’intuizione sensibile Il concetto di noumeno può essere
inteso sia in senso negativo che positivo. Nel primo senso il
noumeno qualifica l’oggetti di cui non abbiamo intuizione sensibile;
nel secondo senso il noumeno è l’oggetto di una intuizione non
sensibile. Si può accettare solo l’accezione negativa: non possiamo
comprendere la possibilità della conoscenza di una cosa in sé.
Detto questo, Kant sottolinea il fatto che il
noumeno è un concetto indispensabile, perché ci permette di
circoscrivere le pretese della sensibilità: è perciò un concetto
limite, che non ci fornisce conoscenza positiva e serve solo per
delimitare i limiti della conoscenza stessa, che resta così ancorata
al mondo dell’oggettività fenomenica. Per cui il mondo delle cose in
sé ci è del tutto ignoto, e resta ora da considerare perché in
realtà si cerchi di far conoscere anche questo mondo. Questo è il
compito della Dialettica trascendentale.
La Dialettica della ragione (Dialettica
trascendentale)
Con la Dialettica trascendentale ha inizio
l’esame della metafisica. La dialettica è definita "logica della
parvenza", cioè di ciò che appare. E’ la nostra tendenza a fare
ragionamenti fallaci, perché si basa su premesse non verificate.
Questa definizione è simile a quella già formulata da Aristotele e
ha accezione negativa. Per Platone, invece, la dialettica è intesa
in senso positivo, perché era la scienza che portava alla verità.
Protagonista di questa parte della Critica della
Ragion pura è la ragione in senso stretto, come facoltà del pensiero
che si rivolge alla conoscenza ci ciò che è fuori dell’esperienza
per cui non può seguire un ragionamento scientifico. La ragione
opera attraverso idee, definite come un "concetto necessario della
ragione al quale non può essere dato un oggetto congruente nei
sensi", non se ne può dare cioè una deduzione oggettiva. Queste idee
sono nate per la tendenza che abbiamo di unificare i vari dati di
cui siamo a disposizione, sia del senso interno che di quello
esterno.
Infatti la ragione è alla ricerca della totalità:
posta una connessione di causalità a dei fenomeni, la ragione tenta
di trovare la causalità ultima, quella che è condizione ma non è a
sua volta condizionata. Per questo Kant chiama la ragione facoltà
dell’incondizionato (ciò accade perché i concetti non si limitano ai
fenomeni). Tali tentativi della ragione di ricercare la totalità
sono considerati da Kant illusioni, perché non considerano il fatto
che noi scambiamo per proprietà della cose quelle che sono esigenze
del pensiero.
L’attività della ragione opera attraverso
sillogismi, conclusioni logiche da due premesse. Attraverso una
concatenazione di questi sillogismi la ragione pretende di arrivare
alla totalità. Tre sono le idee messe a capo di questo tentativo:
l’idea di anima, di mondo e di Dio.
l’idea di anima è il soggetto assoluto,
incondizionato. Il campo della sua indagine nella metafisica è
la psicologia razionale, che afferma che l’anima è una sostanza,
è semplice (non scomponibile e incorruttibile), che rimane
identica a se stessa nel tempo, che è distinta da ogni altro
oggetto. Secondo Kant la dottrina razionale dell’anima è fallace
perché si fonda su paralogismi e perché trasforma
arbitrariamente l’Io penso in una sostanza sussistente per sé,
in un’anima (è un processo arbitrario perché viene applicata la
categoria di sostanza all’Io penso, che non è un oggetto!!!.
Infatti è una condizione della conoscenza);
l’idea di mondo è la totalità dei fenomeni
esterni (mentre la natura è la connessione secondo leggi dei
fenomeni oggetto di esperienza). Il campo della sua indagine
nella metafisica è la cosmologia razionale. L’illusorietà del
tentativo della ragione di conoscere il mondo come totalità è
dimostrata perché porta ad antinomie. Le antinomie sono coppie
di proposizioni in contraddizione fra loro e tuttavia ugualmente
dimostrabili. Kant ne individua quattro, divise in tesi e
antitesi:
TESI: il mondo ha un suo inizio nel tempo
ed è delimitato entro certi confini di spazio – ANTITESI: il
mondo non ha inizio né confini, ma è infinito in ogni senso;
TESI. Il mondo è fatto di sostanze
semplici o fatte di parti semplici – ANTITESI: nessuna cosa
composta nel mondo è fatta di parti semplici, né esiste
nulla di semplice;
TESI: non tutti i fenomeni del mondo
derivano dalle causalità delle leggi della ntura, ma per la
loro spiegazione bisogna ricorrere ad una causalità per
libertà – ANTITESI: non esistono libertà e tutto accade per
le leggi di natura;
TESI: del mondo fa parte un essere
assolutamente necessario, o come suo elemento o come sua
causa – ANTITESI: in nessun luogo esiste un essere che sia
assolutamente necessario alla sua causa
La radice dell’antinomia sta
nell’illegittimità dell’idea di mondo come totalità, cioè
nell’appli-cazione delle categorie fuori dell’esperienza.
Comunque le antinomie cercano di risolvere i quattro grandi
interrogativi che derivano da esse (facilmente deducibili
leggendole).
Risolvere criticamente le antinomie vorrà
dire mostrare che le contraddizioni fra tesi e antitesi sono
solo apparenti:
le prime due antinomie sono dette
"matematiche" (perché considerano il mondo dal punto di
vista quantitativo) e sono entrambe false, perché derivano
dal principio contraddittorio che esista il mondo come
totalità in sé. Dunque possiamo dire che il mondo non è né
finito, né infinito, ma è attualmente finito e
potenzialmente infinito;
la terza e quarta antinomia (dette
dinamiche perchè riguardano la regressione
dell’incondizionato) possono essere entrambe vere e non in
contraddizione perchè riguardano campi differenti: le
antitesi il mondo dell’esperienza, le tesi quello
intellegibile, che si può sempre pensare senza mai
conoscerlo.
l’idea di Dio è la condizione assoluta di ogni
realtà, la totalità dell’esistente. Il campo della sua indagine
nella metafisica è la teologia razionale. La ragione esprime
l’ideale di un Ente supremo, che rappresenta la totalità di tutte le
realtà possibili, della quale ogni singola realtà è la
determinazione. L’illusione della ragione sta nel voler trasformare
questo concetto ideale in una realtà, mentre la totalità non potrà
mai essere oggetto di esperienza. Da questo Kant può dimostrare
l’impossibilità delle tre prove dell’esistenza di Dio:
prova ontologica, che arriva
all’esistenza di Dio in quanto Essere perfetto (non può
mancargli l’attributo dell’esistenza). L’errore sta
nell’aver fatto un passaggio arbitrario dal piano del
pensiero a quello dell’essere. L’esistenza può venire solo
dall’esperienza;
prova cosmologica, che dimostra
l’esistenza di Dio in quanto essere necessario, che non ha
causa. Ci sono due grossi errori: l’utilizzo indebito della
categoria di causalità oltre l’ambito dei fenomeni e il
fatto che questa prova dipende dalla prova ontologica;
prova fisico-teologica, che argomenta
l’esi-stenza di Dio a partire dalla bellezza e armonia della
natura. Anche questa prova si regge sulle precedenti, perché
ci sarebbe bisogno di un Essere necessario per tutto questo,
e la sua esistenza è già stata confutata precedentemente
Così la Dialettica trascendentale ha formulato un
verdetto negativo intorno alle pretese conoscitive della metafisica:
le domande sull’immortalità dell’anima o sull’esistenza di Dio non
possono avere una risposta scientificamente provata.
L’unica metafisica possibile come scienza è
quella che critica i limiti della conoscenza.
FEUERBACH
· RELIGIONE:
proiezione o alienazione dell’uomo stesso
· DIO: non è
nient’altro che l’essenza oggettiva del soggetto, cioè l’immagine
riflessa o la proiezione illusoria di qualità umane. La religione ha
una chiara matrice antropologica.
· ANTROPOLOGIA
CAPOVOLTA: è il modo in cui Feu. concepisce la religione, intesa
come " la prima, ma indiretta autocoscienza dell’uomo". Dio è
l’intimo rivelato, l’essenza dell’uomo espressa.
· ALIENAZIONE: termine
che indica quello stato per cui l’uomo, scindendosi, proietta fuori
di sé una potenza superiore (Dio) alla quale si sottomette.
L’alienazione è collegata al fatto che quanto più l’uomo poni in Dio
tanto più toglie a se stesso. La presa di coscienza del fenomeno
dell’alienazione, poiché stato di "scissione" interiore e di
"dipendenza" esteriore, genera per Fau. la necessità dell’ateismo.
· L’ATEISMO:
s’identifica con la ri-appropriazione, da parte dell’uomo, della
propria essenza alienata, e come tal esso non esprime soltanto un
atto d’intelligenza filosofica, ma anche un dovere umano e morale.
Propone una nuova divinità: l’UOMO.
· IDEAL.H=REL(teologia
mascherata o razionalizzata): è la formula usata da Fau. per
sottolineare come l’idealismo hegeliano non sia nient’altro che la
traduzione della religione cristiana.
· FILOSOFIA
dell’AVVENIRE: è la filosofia che s’identifica sostanzialmente con
una forma d’umanismo naturalistico.
· UMANISMO
NATURALISTICO: è la formula con cui può essere riassunta la parte
positiva del pensiero di Fau. Umanismo, perché fa dell’uomo
l’oggetto e lo scopo del discorso filosofico; naturalistico perché
fa della Natura la realtà ontologica primaria da cui tutto dipende.
· L'AMORE: è una
passione legata indissolubilmente alla vita, e che ha il potere di
aprire l'uomo verso il mondo.
· LA NECESSITÀ DEGLI
ALTRI: (l’essenza sociale dell’uomo): deriva dal fatto che
l’IO non può stare senza il TU, in quanto l’uomo ha costitutivamente
bisogno dei propri simili. E ciò non solo a livello biologico, ma in
tutti gli aspetti della sua vita.
· TEORIA degli
ALIMENTI:
"L'uomo è ciò che mangia".
Ciò significa che:
vi è in Feuerbach una lucida consapevolezza
dell'unità psicofisica nell'uomo; per migliorare le condizioni
psicofisiche di un popolo, bisogna prima di tutto migliorarne le
condizioni materiali. Una buona alimentazione è fondamentale per il
vigore spirituale e morale dell'uomo.
· AMORE per l'UMANITÀ(la
filantropia): il filosofo si propone di sostituire l'amore per
Dio con l'amore per l'uomo. Questa rappresenta la parte positiva
dell'ateismo di Feuerbach.
FICHTE
L'Io
L'Io puro di Fichte ha una valenza ben diversa
rispetto a quella che per Kant aveva l'Io penso. Dopo che i
postkantiani hanno abolito il concetto di cosa in sé risolvendo
tutto nell' Io, si giunge all'Io fichtiano. L'Io di Fichte è un
principio metafisico, assoluto, che vale nell'ambito dell'esistenza;
è il fondamento dell'esistenza dell'oggetto ma anche del soggetto:
infatti, essendo autocoscienza dell'Io fonda sia il soggetto che
l'oggetto, e i due vengono risolti in esso. L'Io è autocoscienza
dell'Io, cioè coscienza che l'Io ha di sé in quanto attività
autocreatrice; ha intuizioni intellettuali, cioè conosce le cose in
sé, poiché le crea; viene dedotto mediante una deduzione assoluta,
poiché viene messo a capo non della conoscenza ma della realtà,
perché in esso soggetto e oggetto si risolvono. Avendo in sé tutta
la realtà, è infinito; essendo attività autocreatrice, è libertà.
Dottrina della scienza
· Fine della Dottrina:
Fichte con la dottrina della scienza vuol costruire la scienza della
scienza, cioè il sapere dei fondamenti del sapere stesso.
· Fondamento della
Dottrina: tale fondamento è l'Io, l'Autocoscienza. Infatti, se
qualcosa esiste, esiste per una coscienza, ed essa esiste in quanto
autocoscienza; l'autocoscienza è la condizione di esistenza della
coscienza, e questa dell'essere.
· Primo principio del
sapere: «L'Io pone sé stesso». Il primo principio del sapere non è
quello d'identità, A=A, dove A è dato; se esiste un Io (coscienza)
che pone A, e se A=A solo se Io=Io, prima di porre A e di
confrontarsi con sé stesso, l'Io dovrà porre sé stesso
(autocoscienza). Questa è un'intuizione intellettuale, in quanto
l'Io pone sia soggetto che oggetto, perciò li conosce in sé. La
conoscenza è posizione. L'Io ha la propria essenza non nell'essere,
ma nell'agire: nel porre e nell'essere posto, dunque, nella attività
autocreatrice.
· Secondo principio
del sapere: «L'Io pone il non-io». In questo modo Fichte dall'Io fa
scaturire l'oggetto, la natura. L'Io ponendosi, pone anche tutto
quanto è diverso da sé, che però esiste in funzione dell'Io.
· Terzo principio del
sapere: «L'Io oppone nell'Io ad un io limitato un non-io limitato, e
ad un non-io limitato un io limitato».Così Fichte fa scaturire il
mondo fatto di io limitati (soggetti) e di non-io limitato; con la
prima parte dell'enunciato inoltre, fonda la conoscenza (non-io su
io), con la seconda la morale (io su non-io). L'Io pertanto è
infinito in quanto il non-io è interno all'Io, finito in quanto è
limitato dal non-io; in effetti, non si dà nella storia l'Io
infinito, poiché nel momento stesso in cui si pone genera il non-io
che lo limita e lo trasforma in io limitato, mentre l'Io infinito è
un ideale meta di un io finito. Se complessivamente l'Io è l'insieme
degli io finiti, per un io finito singolo rappresenta una missione.
Lo sforzo per raggiungere lo stato di Io puro da limiti è infinito,
perché qualora tale Io si realizzasse, non essendoci più ostacoli,
non avremo che la morte.
· Dottrina della
conoscenza: l'attività dell'Io infinito è l'autoposizione, mentre
quella di un io limitato è la conoscenza (azione del non-io sull'io)
e l'azione morale (azione dell'io sul non-io). La conoscenza deriva
dall'azione del non-io sull'io (realismo), ma il non-io dipende
dall'Io (idealismo). L'io limitato sente l'oggetto come altro da sé
per il fatto che l'autoposizione è inconscia, poiché la coscienza si
ha solo quando esiste un oggetto contrapposto al soggetto, mentre la
conoscenza è conscia appunto per il medesimo motivo. L'Io con
l'immaginazione produttiva crea il non-io ( in Kant si aveva solo la
creazione delle condizioni formali, mentre l'Io di Fichte crea anche
il materiale della conoscenza).
· Idealismo e
dogmatismo: se la filosofia è la scienza del fondamento, nella
opposizione fra soggetto e oggetto si può prendere a fondamento il
soggetto o l'oggetto. Prendendo a fondamento l'oggetto, si ha il
dogmatismo, che in gnoseologia porta al realismo, in metafisica al
materialismo e infine al determinismo, mentre prendendo a fondamento
il soggetto si ha l'idealismo. filosofia della libertà. Sceglie il
dogmatismo chi non ha sentimento della libertà assoluta dell' Io,
mentre l'idealista ce l'ha.
Dottrina morale
· Fondamento della
morale: L'Io pone il non-io, e poi lo conosce sotto forma di io
conoscente limitato, per il solo scopo di agire. L'io pratico è la
ragion d'essere dell'io teoretico: l'io conosce il non-io solo per
agire. Agire significa imporre al non-io le leggi dell'Io, plasmare
il mondo secondo libertà e razionalità. L'azione è morale quando ha
il carattere del dovere. Dunque, per realizzarsi, l'Io ha bisogno
del non-io per agire moralmente, e il non-io diventa condizione
della moralità dell'Io; una volta posto il non-io, l'azione morale è
il superarlo, l'eliminarlo. L'Io attua questo processo all'infinito,
e in questo modo tende a diventare infinito e a realizzare la sua
infinita libertà.
· La missione sociale
dell'uomo: oltre a me, esistono altri io finiti intelligenti, da cui
ricevo la sollecitazione al dovere; essendo come me, devo limitare
la mia libertà per permettere mettere la loro, e avere come fine la
libertà dell'intera società. Da solo non posso vivere, perché
altrimenti non realizzerei il fine di diventare Io infinito, ch'è
l'insieme degli Io finiti; e dovendo vivere con gli altri, devo
realizzare la completa libertà. Il dotto, che è chi ha maggior
consapevolezza del fine dell'umanità, deve essere educatore del
genere umano, e aiutarlo al perfezionamento morale.
Filosofia politica
Rivoluzione: Fichte, molto colpito dalle vicende
della Rivoluzione francese, arriva a fondarla teoreticamente. Lo
Stato è un contratto sociale che ha lo scopo della educazione alla
libertà; se tale compito non viene compiuto, si ha il diritto di
rompere il contratto sociale e costituirne un altro.
· Stato: secondo
Fichte, lo Stato deve porsi il fine (anche se esso è realizzabile
solo all'infinito) di creare la società perfetta, fatta da esseri
liberi e ragionevoli, e quindi, deve progressivamente ritirarsi,
fino al completo annientamento. Inoltre, se il diritto è fondato
sulla osservanza delle leggi anche senza buona volontà (diversamente
dalla morale, dove la buona volontà è la condizione), lo Stato dev'essere
garante del diritto; i diritti fondamentali degli uomini sono la
libertà, la proprietà e la conservazione.
(fonte internet) |
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