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L’Italia nel 1861 non attraversa ancora la sua
rivoluzione industriale; è un Paese legato a forme di produzione
pre-industriale, in quanto le industrie erano concentrate nella Pianura
Padana.
L’Italia è un Paese ancora legato a forme di produzione
agricola: il 70% della popolazione attiva è impiegata nell’agricoltura che
veniva praticata secondo forme pre – capitalistiche. Nell’Itali centrale
prevalgono rapporti di Mezzadria ( contratto che prevede la
coltivazione di un fondo improprio da parte di un mezzadro che dividerà a
metà col proprietario i prodotti della coltivazione; a sud invece prevale
il Latifondo (grande estensione di terra con coltivazioni estensive
in cui vigono spesso rapporti ancora feudali) soprattutto in Sicilia.
L’analfabetismo era diffusissimo, la malaria era la
malattia più diffusa lungo le regioni costiere e vi erano situazioni di
povertà e ignoranza estrema.
L’Italia è arrivata all’unificazione troppo tardi
rispetto agli altri paesi. La prima classe dirigente che fu chiamata ad
affrontare i problemi dell’Italia unita fu la destra. Questa classe
dirigente continuava la politica di Cavour liberista e laica. Si trattava
di una destra liberale, diede al suo intervento politico le
caratteristiche che facevano parte della cultura liberale.
Libero scambio intervento minimo
dello stato nell’economia.
Vi era il problema su come doveva essere il nuovo
modello di stato, ovvero accentrato o decentrato.
Gli uomini della destra storica furono costretti contro
la propria volontà ad utilizzare un potere di tipo accentrato per tenere
insieme i pezzi di un Italia così eterogenea che faceva fatica a stare in
piedi. Quella dell’accentramento fu una scelta obbligata, che provocò una
serie di malumori che andarono ad aggiungersi a quelli già esistenti.
Il dazio piemontese si estese a tutta Italia provocando
il fallimento di nuove aziende meridionali perché le aprì alla concorrenza
straniera, ma queste aziende erano troppo deboli per reggere la
concorrenza. Il profondo malcontento sociale trovò espressione in quel
fenomeno che chiamiamo brigantaggio: i briganti sostenevano di
compiere le loro scorribande anche in nome di un significato politico,
cioè di ribellione all’oppressione del regime piemontese.Il problema del
brigantaggio fu affrontato con la repressione; ci furono quattro cinque
anni di guerra civile fino ad arrivare alla repressione totale. Questo
significò da una parte porre fine ad un fenomeno inquietante ma dall’altra
parte porre fine ad un intervento sintomatico, cioè si agì sul sintomo non
sulla causa per cui il malcontento continuò.
Con l’espressione "Questione meridionale" si intende
non solo l’arretratezza economica e culturale del mezzogiorno ma
soprattutto quando questo fenomeno iniziò ad essere dibattuto e
tematizzato.
Il regno d’Italia dopo l’unificazione aveva un grande
disavanzo nell’economia, per cui ora c’è il problema di attuare una
politica economica che possa attenuare il debito dei bilanci e delle
entrate. L’obiettivo fu raggiunto nel 1875 sotto Quinto Sella, il quale
provocò una politica fiscale così aspra da suscitare ovunque malcontento.
L destra dovendo fare gli interessi della propria classe impose si imposte
dirette che indirette, andando a colpire tutte le classi.
Quando si è formata l’Italia non sono entrate a far
parte alcune regioni abitate da popolazioni di lingua italiana, e sono
Veneto, Friuli Venezia Giulia, Trentino, Roma e Lazio. Era vivo il
desiderio di completare il Risorgimento perché mancavano ancora questi
territori, ma naturalmente questo comportava un serie di problemi.
L’annessione dei territori pontifici era un questione difficile da
risolvere, perché anche Napoleone III appoggiava il Papa con un esercito
del Lazio; quindi l’annessione del Lazio sarebbe dovuta passare sotto una
guerra con la Francia. Per risolvere questa questione, si pensò di fare
una spedizione militare con un breve guerra liberatoria; nel 1862 vi fu
infatti il tentativo di Garibaldi di liberare Roma. Questo tentativo si
scontrò Napoleone III il quale fece intendere di voler continuare ad
essere il garante dello Stato Pontificio. Per evitare una guerra
internazionale, il primo ministro Rattazzi fu costretto ad inviare
l’esercito contro Garibaldi, il quale fu anche ferito. Questo fu un
momento critico, dove la credibilità dello stato italiano venne messa in
discussione. Dopo questo tentativo di spedizione l’Italia venne a patti
con la Francia di Napoleone III nel settembre del 1864 stabilendo un
accordo con il quale si impegnava a rispettare l’indipendenza e
l’integrità dello Stato Pontificio; come prova della sua credibilità il
governo decretò il trasferimento della capitale da Torino a Firenze. La
questione romana si risolse definitivamente nel 1870, per motivi di
politica internazionale. Nel 1870 vi fu il conflitto tra la Prussia del
cancelliere Bismarck e la Francia di Napoleone III, dove nella battaglia
di Sedan i francesi furono sconfitti e Napoleone fu fatto prigioniero. Ci
fu la fine dell’impero francese; cadde l’accordo con l’Italia che così
potè penetrare attraverso la breccia di Porta Pia ( 20 settembre 1870),
ponendo fine al potere temporale della chiesa. Essendo stata risolta la
questione romana con l’uso delle armi si è creata una frattura tra lo
Stato Italiano e la Chiesa romana. Pio IX non appoggiava l’idea liberale e
laica di Cavour quindi la questione fu risolta il 13 maggio del 1871 con
la legge delle guarentigie con cui lo Stato Italiano si impegnava
garantire la libertà spirituale al Papa, onori simili a quelli di un capo
di Stato, una guardia militare, il diritto di rappresentanza diplomatica,
i palazzi del Vaticano e del Laterano,. Tutto ciò non fu concordato con la
santa sede, ma fu una legge unilaterale, per cui il Papa si ritenne uno
sconfitto ed utilizzò tutto il suo potere spirituale per condannare lo
Stato italiano attraverso le Encicliche, dove affermò che non era
opportuno che i cattolici fossero impegnati nella politica dello stato
italiano. Questo fu un duro colpo perché la maggior parte dei cittadini
italiani erano cattolici, costituendo una frattura che si sanerà solo nel
1829; per quanto riguarda il Veneto, la questione si risolse quando
l’Italia fu invitata dalla Prussia a combattere contro l’Austria che
malgrado successivamente si rivelò un fallimento dal punto di vista
militare riuscì ad ottenere grazie alle vittorie riportate dalla Prussica
il Veneto nel 1866.
Se nella seconda meta del 1800 abbiamo avuto dal punto
di vista storico L’Unita d’ Italia dal punto di vista letterario si viene
a delineare una nuova pensiero letterario : IL POSITIVISMO, caratterizzato
dalla posizione privilegiata attribuita alle scienze naturali,considerate
l’unica fonte legittima della conoscenza ed il modello a cui tutte le
scienze devono ispirarsi per essere considerate degne di tale nome. Il
positivismo è alla fine parso a molti come un nuovo dogmatismo, avente la
pretesa di racchiudere l’ uomo negli schemi riduttivi della sola scienza.negli
anni in cui Verga scriveva le sue opere in tutta Europa si stavano
diffondendo le idee positiviste che in ambito letterario si proponevano di
rappresentare la realtà oggettivamente, procedendo dallo studio
scientifico dei fatti alla formulazione delle leggi che li determinavano.
L’artista e il letterato si assumevano il ruolo di
descrivere la vita intorno a loro, una realtà da riprodurre senza
alterazioni, secondo la tecnica della fotografia. Così come lo scienziato
doveva essere l’insieme osservatore e sperimentatore, l’artista doveva
considerare l’arte come una riproduzione oggettiva del reale governata
dalle leggi della natura, rivendicando l’impegno morale dello scrittore
che, mettendo in luce le cause dei fenomeni sociali, doveva indurre la
società stessa a intervenire per modificarli e migliorarli. Nelle arti
prevale la tendenza a ispirarsi al concreto e al funzionale. Gli artisti
ritraevano la realtà nelle forme e nei colori con cui appariva
nell’immediato. Il pittore doveva ritrarre ciò che l’occhio vede: niente
contorni del disegno, ma solo colore e chiaroscuro; niente soggetti
storici, ma soggetti reali e fatti di cronaca presente.
La letteratura che allora circolava in Europa era
naturalista che si ispirava soprattutto alle classi operaie che in quegli
anni compivano progressi. Questo tipo di letteratura non ebbe molto
sviluppo probabilmente perché si era verificata l’unificazione nazionale e
solo una minima parte della penisola era industrializzata. Verga nelle sue
opere descrive la popolazione meridionale prevalentemente agricola,
attraverso lo stile dell’ impersonalità che consiste nello scegliere un
ambiente e calarvi nei personaggi.
L’alienazione in Verga, Marx ed
Hegel
Ne "I Malavoglia", esaltare la legge del lavoro
significa attribuire all’ethos familiare un contenuto non quietistico ma
dinamicamente combattivo. Qui si forma il democraticismo di Verga, cioè il
rispetto profondo per il popolo lavoratore di cui il romanzo denuncia con
tanta drammaticità le condizioni di indigenza ed arretratezza. Ogni legame
affettivo diviene un ostacolo anziché un incentivo all’affermazione
dell’io; il progresso materiale, che rafforza l’organismo collettivo, si
verifica a scapito dell’ordine morale, in cui vive l’istituto familiare.
La figura dell’imprenditore solerte non si identifica più anzi si
contrappone a quella del buon padre.
L’una e l’altro si riconoscono vincolati ad una stessa
legge, il lavoro, dunque coabitano in una civiltà unitaria: almeno così
ancora ad Aci Trezza, mentre non è già più vero nell’ambito delle
metropoli moderne. Ma per il pater familias l’attività lavorativa è posta
al servizio del focolare domestico; laffarista le assegna un fine di
dominio sulle cose, che implica esso pure una sorta di sentimentalità
delle ricchezza, tanto risentita quanto arida. Ne "I Malavoglia" e in
"Mastro don Gesualdo", Verga sembra aver individuato il ritmo espressivo
di un umanità condizionata dal bisogno o dall’avidità del denaro e
condannata alla solitudine. E’ una condizione di cui i personaggi non
hanno coscienza ne esibiscono alcun disagio romantico, diversamente dagli
artisti e dagli uomini di lusso dei romanzi giovanili. Per questo "Mastro
don Gesualdo" è molto più che un ultimo grande prodotto della tradizione
ottocentesca. Ho visto dentro la prospettiva europea del realismo
borghese, esso appare il primo romanzo dell’alienazione.
In Max il concetto di alienazione viene soprattutto
adoperato per spiegare la condizione dell’operaio nel mondo moderno:
l’operaio che lavora in una fabbrica compiendo atti meccanici e ripetitivi
finisce per somigliare ad un meccanismo e in tal senso si aliena, pur
restando sostanzialmente uomo. Egli può identificarsi solo con le sue
funzioni fisiologiche ( mangiare, dormire, etc.) rinunciando a quelli che
costituiscono gli aspetti essenziali della sua natura, cioè la
razionalità, la libertà e la creatività.
Nella religione, gli uomini alienano il proprio essere
proiettandolo in un Dio immaginario, solo quando la loro esistenza reale
nella società classista proibisce lo sviluppo e la realizzazione della
loro umanità.
Per Hegel alienazione è invece quel processo per il
quale Dio è presente nella Natura: Dio si <<aliena>> nella Natura nel
senso che assume un aspetto materiale, pur restando nella sua sostanza
pura spiritualità.
Il rapporto tra il servi e il padrone lo troviamo nella
seconda tappa dell’itinerario fenomenologico hegeliano, quella
dell’Autocoscienza; la prima figura è proprio quella del servo-padrone:
l’Autocoscienza non è sola, ma ne trova intorno a se altre; queste entrano
in lotta. L’apoteosi dovrebbe essere la morte dell’una e il trionfo
dell’altra, ma ciò non accade e si verifica che uno ha paura della morte e
si ritira dalla lotta (servo) e l’altro vince (padrone).
Il servo lavora per sostenersi e per sostenere il
padrone. Anche se egli esprime la sua subalternità dinamicamente si
riscatta attraverso il lavoro. Egli acquisisce, lavorando, gli strumenti
di dominio, mentre il padrone, non lavorando, dipende dal servo, perché
non lo sa fare.
Lo Stato ottocentesco e la nascita della teoria
anarchica
Punto di partenza della riflessione anarchica sul ruolo
dello Stato prima durante e dopo la rivoluzione sociale è indubbiamente
Bakunin. Occorre dire subito che, ai fini della comprensione del ruolo
dello Stato moderno e delle modalità del suo superamento, l'impostazione
bakuninista è di scarso aiuto, perché troppo legata ai bisogni della sua
lotta contingente. Purtroppo talune affermazioni apodittiche del nostro,
fuori dal proprio contesto e senza alcuno sforzo interpretativo, sono
state assunte a principi adamantini e immarcescibili dell'Anarchia. Per
uscire da una superficiale assunzione di parole d'ordine che finiscono per
distorcere qualsiasi intrapresa politica è necessario puntualizzare alcune
cose.
L'elaborazione di Bakunin si sviluppa nell'ultimo
decennio della sua vita, nel bel mezzo del suo agire all'interno
dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori e della polemica con la
componente marxista; inoltre i riferimenti principali, legati strettamente
allo sviluppo dell'azione rivoluzionaria del gruppo antiautoritario, sono
l'Italia, la Spagna, la Russia e l'Austria, cui si deve aggiungere
l'impero tedesco, sia per il suo ruolo nascente di prima potenza
continentale europea, sia per il fatto che ivi stava il nucleo forte degli
antagonisti socialdemocratici.
In questo quadro le preoccupazioni immediate di Bakunin
sono tre:
stabilire definitivamente che la conquista dello
Stato ( per via elettorale ) o la sua trasformazione tramite le riforme,
non sono vie percorribili per arrivare alla società egualitaria e
solidale;
dimostrare che laddove esiste una forma di potere
esiste sempre una forma di sfruttamento e che quindi non esiste
un'organizzazione sociale migliore di un'altra, se si esclude la società
senza proprietà, senza classi e senza gerarchia;
infine, come logica conseguenza, che l'organizzazione
statale non può e non deve sopravvivere alla Rivoluzione Sociale.
Questi punti restano incontestabilmente i tratti
distintivi e fondanti di qualsiasi concezione anarchica.
Nell'urgenza di fissare le suddette coordinate, Bakunin,
convinto dell'imminenza del sollevamento rivoluzionario delle masse grazie
allo sviluppo irresistibile dell'Internazionale, non trova il tempo o gli
spazi di riflessione necessari per un'analisi approfondita del ruolo che
lo Stato veniva assumendo già da tre quarti di secolo, con un processo
lento, contraddittorio, spesso di difficile individuazione, ma sicuro e
per certi versi irreversibile. Per lui lo Stato è essenzialmente quello
tedesco oppure l'autocratico zarismo russo. Tanto è vero che non considera
neppure un vero Stato quello inglese, in quanto non corrisponde ai criteri
che egli crede distintivi dello Stato moderno, e cioè: centralizzazione
militare, poliziesca e burocratica. È evidente la distorsione che
comporta, dal punto di vista teorico, lo scambiare le organizzazioni
statali, o meglio sarebbe meglio dire centralizzate, residue del passato,
con lo Stato moderno da individuare proprio nella Gran Bretagna e in
quello Stato francese in forte trasformazione, anche se con il retaggio
storico di una secolare centralizzazione.
Per la verità, il moloch Stato è entrato nella teoria
anarchica, proprio a partire da questa concezione di centralizzazione
militare, poliziesca e burocratica, fucina di tutta la deformazione futura
e dell'incapacità di adeguare l'analisi. Ogni evoluzione dello Stato ha
ricevuto l'interpretazione di un approfondimento di dette
centralizzazioni, il che ha impedito di discernere le funzioni nuove, non
sempre negative, e porta oggi molti anarchici allo sbandamento teorico di
fronte alle forme di decentralizzazione e di apparente dissoluzione
persino dell'apparato oppressivo.
Bakunin aveva avvertito anche che il non - Stato
inglese ( decentralizzato ) non per questo era meno pericoloso, anche se
la sua polemica, necessaria per l'urgere della rivoluzione che andava
correttamente finalizzata e per spazzare via perniciose illusioni, tendeva
ad assimilare forme diverse di dominio borghese, senza assaporarne le
differenze anche ai fini delle condizioni di vita materiale delle masse;
anzi a volte l'illusione democratica veniva considerata addirittura più
negativa per lo sviluppo della coscienza rivoluzionaria del popolo.
Tuttavia non sempre Bakunin appare indifferente alle
regole della società entro cui la lotta rivoluzionaria si trova a compiere
il proprio sviluppo, a riprova di quanto sopra detto che quest'aspetto è
solamente restato non sviluppato nella sua riflessione.
Del filosofo russo si riportano alcuni passi di " Stato
e anarchia ", che riguardano la famosa polemica con Marx, la quale
vivacizzò tutto il dibattito interno alla Prima Internazionale. Bakunin è
convinto che nel popolo sia presente un istinto naturale, che lo guida
verso l'anarchia e la distruzione di ogni forma di Stato. I "
rivoluzionari dottrinari ", con a capo Marx, propendono invece per lo
statalismo, contro la rivoluzione del popolo.
M. Bakunin, Stato e anarchia
" Noi, rivoluzionari - anarchici, fautori
dell'istruzione generale del popolo, dell'emancipazione e del più vasto
sviluppo della vita sociale e ,di conseguenza, nemici dello Stato e di
ogni statalizzazione, affermiamo, in opposizione a tutti i metafisici, ai
positivisti e a tutti gli adoratori scienziati o non della scienza
deificata, che la vita naturale precede sempre il pensiero, il quale è
solo una delle sue funzioni, ma non sarà mai il risultato del pensiero;
che essa si sviluppa a partire dalla sua propria insondabile profondità
attraverso una successione di fatti diversi e mai con una serie di
riflessi astratti e che a questi ultimi, prodotti sempre dalla vita, che a
sua volta non ne è mai prodotta, indicano soltanto come pietre miliari la
sua direzione e le varie fasi della sua evoluzione propria e indipendente.
In conformità con questa convinzioni noi non solo non
abbiamo l'intenzione né la minima velleità d'imporre al nostro popolo, o a
qualunque altro popolo, un qualsiasi ideale di organizzazione sociale
tratto dai libri o inventato da noi stessi ma, persuasi che le masse
popolari portano in se stesse, negli istinti piú o meno sviluppati dalla
loro storia; nelle loro necessità quotidiane e nelle loro aspirazioni
coscienti o inconsce, tutti gli elementi della loro futura organizzazione
naturale, noi cerchiamo questo ideale nel popolo stesso; e siccome ogni
potere di Stato, ogni governo deve, per la sua medesima essenza e per la
sua posizione fuori del popolo o sopra di esso, deve necessariamente
mirare a subordinarlo a un'organizzazione e a fini che gli sono estranei
noi ci dichiariamo nemici di ogni governo, di ogni potere di Stato, nemici
di un'organizzazione di Stato in generale e siamo convinti che il popolo
potrà essere felice e libero solo quando, organizzandosi dal basso in alto
per mezzo di associazioni indipendenti e assolutamente libere e al di
fuori di ogni tutela ufficiale, ma non fuori delle influenze diverse e
ugualmente libere di uomini e di partiti, creerà esso stesso la propria
vita.
Queste sono le convinzioni dei socialisti rivoluzionari
e per questo ci chiamano anarchici. Noi non protestiamo contro questa
definizione perché siamo realmente nemici di ogni autorità, perché
sappiamo che il potere corrompe sia coloro che ne sono investiti che
coloro i quali devono soggiacervi. Sotto la sua nefasta influenza gli uni
si trasformano in despoti ambiziosi e avidi, in sfruttatori della società
in favore della propria persona o casta, gli altri in schiavi.
[...] È chiaro allora perché i rivoluzionari dottrinari
che si sono assunta la missione di distruggere i poteri e gli ordini
esistenti per creare sulle loro rovine la propria dittatura, non sono mai
stati e non saranno mai i nemici ma, al contrario sono stati e saranno
sempre i difensori piú ardenti dello Stato. Sono nemici dei poteri attuali
solo perché vogliono impadronirsene; nemici delle istituzioni politiche
attuali solo perché escludono la possibilità della loro dittatura; ma sono
tuttavia i piú ardenti amici del potere di Stato che dev'essere mantenuto,
senza di che la rivoluzione, dopo aver liberato sul serio le masse
popolari, toglierebbe a questa minoranza pseudorivoluzionaria ogni
speranza di riuscire a riaggiogarle a un nuovo carro e di gratificarle dei
suoi provvedimenti governativi.
Ciò è tanto vero che oggi, quando in tutta l'Europa
trionfa la reazione, quando tutti gli Stati ossessionati dallo spirito piú
frenetico di conservazione e di oppressione popolare, armati da capo a
piedi di una triplice corazza, militare, politica e finanziaria e si
apprestano sotto la direzione del principe Bismarck a una lotta
implacabile contro la Rivoluzione Sociale; oggi, quando si sarebbe dovuto
pensare che tutti i sinceri rivoluzionari s'unissero per respingere
l'attacco disperato della reazione internazionale, noi vediamo al
contrario che i rivoluzionari dottrinari sotto la guida del signor Marx
prendono dappertutto il partito dello statalismo e degli statalisti contro
la rivoluzione del popolo ".
(M. Bakunin, Stato e anarchia, Feltrinelli, Milano,
1979, pagg. 161-163)
I rapporti tra marxisti e anarchici sono sempre stati
particolarmente ambigui. Alcuni sottolineano momenti ed eventi particolari
- i dissidi nella Prima Internazionale e Saint Imier, la rivoluzione
bolscevica, la guerra di Spagna - per illustrare lo stacco incolmabile tra
la visione della rivoluzione dei seguaci di Marx e quella dei seguaci di
Bakunin. L'argomento forte di tali teorici della " separazione " è il
seguente: ogni qualvolta i comunisti marxisti hanno raggiunto il potere,
una delle loro prime preoccupazione è stata quella di " far fuori " gli
anarchici, sia dal punto di vista culturale sia dal punto di vista
propriamente " fisico ". È un'argomentazione probabilmente definitiva, ma
nasconde un problema ulteriore. Infatti, i marxisti - in Russia come in
Cina, a Cuba come nell'ex Jugoslavia - non si sono limitati a " far fuori
" solo gli anarchici, ma hanno fatto la stessa cosa con altri radicali: i
socialisti, i socialdemocratici, i liberali, i populisti, i " borghesi
rivoluzionari ", i vari " eretici " a sinistra, eccetera. Tra questi
gruppi di " eliminati " registriamo reazioni diverse. Alcuni la prendono,
per così dire, con calma; se l'aspettano; è nell'ordine naturale delle
cose. Altri strillano, berciano, fanno polemica. Insistono su un tema
ricorrente: il " tradimento " dei comunisti, sia della rivoluzione, sia
dei loro " compagni di strada ". Inoltre, se si dovesse descrivere
l'atteggiamento di fondo di buona parte della cultura libertaria di
orientamento comunista nei confronti delle varie repressioni bolsceviche,
si potrebbe parlare di " sorpresa esistenziale non del tutto inaspettata
": da un lato la presa d'atto di un contrasto tra due visioni del mondo,
dall'altro una sorta di stupore di fronte alle iniziative di chi sembrava
condividere, fino a ieri, immaginario e progettualità. Ed è proprio questo
il punto sul quale forse occorre riflettere. Mettere in luce le differenze
di fondo tra il comunismo marxista e quello anarchico è un esercizio di
indubbia utilità; si possono prendere in considerazione il diverso
giudizio sulla " dittatura del proletariato ", sulla natura della
pianificazione, sulla transizione rivoluzionaria, sulla relazione tra
mezzi/fini, eccetera. Ma nel contempo bisogna tenere conto del quadro
generale in cui si svolge tale confronto, che è quello di una sostanziale
condivisione complessiva di un preciso immaginario: la rivoluzione, la "
nuova " storia, la " nuova " società, il comunismo, e così via. È questo
l'elemento che spiega la ricorrenza dell'accusa di tradimento.
Necessità storica e rivoluzione
Il socialismo anarchico e quello marxista hanno ovvie
radici storiche in comune. In primo luogo, l'ethos rivoluzionario e
insurrezionalista che scaturisce dalla Rivoluzione francese e che modella
sia il pensiero dei teorici sia l'azione dei movimenti nel corso
dell'Ottocento. In secondo, la comune matrice nell'area socialista (
trascuriamo quelle tendenze dell'anarchismo che risalgono a prospettive
differenti ). In terzo, la fucina dell'Internazionale: per quasi un
ventennio ( grosso modo, dagli inizi degli anni Cinquanta agli inizi degli
anni Settanta ) proudhoniani, lassalliani, marxisti, tradeunionisti,
socialisti cristiani e comunisti utopisti costituirono un bacino condiviso
di esperienze e di elaborazioni. Le differenziazioni ebbero luogo in un
secondo momento. Solo dalla metà degli anni Settanta comincia ad avere
pienamente senso discutere di un movimento socialista che va articolandosi
in tendenze divergenti. È questo il periodo decisivo per comprendere la
natura profonda del dissidio tra marxisti e anarcocomunisti: condivise le
matrici; condiviso l'obiettivo di fondo ( l'abbattimento della società
capitalista e l'instaurazione del comunismo ); differente l'orientamento
etico-politico. Di recente Nico Berti si è chiesto se " la divergenza sui
mezzi per raggiungere il socialismo sia così profonda da rendere del tutto
secondario ed apparente il fine teorico che li accomuna ". Dal punto di
vista della teoria, Berti ha ragione nell'affermare la differenza tra le
due tendenze, che ci permette peraltro di comprendere la distanza che oggi
le separa; ma, dal punto di vista storico, tale conclusione obnubila quel
terreno comune che le ha contraddistinte nel loro sviluppo concreto.
E non bisogna fare grande fatica per identificare un
preciso elemento ideologico che spiega non solo affinità teoriche e
vicinanza negli obiettivi, ma anche, cosa più importante, quella
condivisione di immaginario che rappresenta la componente più
significativa della connessione marxismo/anarco - comunismo.
Il passaggio di Marx dalla prospettiva hegeliana a
quella del materialismo storico avvenne tra il 1844 e il 1846, grazie
anche a un confronto serrato con gli anarchici Stirner e Proudhon. Nel
manoscritto su Feuerbach che apre l'Ideologia tedesca si trovano le prime
elaborazione sul tema. Ne emergono - ancora a uno stadio non del tutto
sviluppato - i punti fermi della filosofia della storia marxiana, così
riassunti, in un'opera più tarda, dallo stesso autore: " Nella produzione
sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati,
necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che
corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze
produttive materiali ". Da questo presupposto si evince una serie di altri
postulati, che nel Manifesto del 1848 troveranno l'esposizione più nota e
diffusa: le fasi rivoluzionarie si aprono quando i rapporti di produzione
consolidati entrano in contraddizione con l'evoluzione economica della
società; la storia è, quindi, frutto di una costante lotta tra le classi;
stato, diritto, tecnologia sono sovrastrutture; il potere politico è solo
" il potere organizzato di una classe per l'oppressione di un'altra ".
Marx (qui in collaborazione con Engels) concludeva il ragionamento con la
scoperta " scientifica " della necessità storica di una rivoluzione
proletaria, destinata a essere diversa, per natura, dalle precedenti: il
proletariato, infatti, al contrario dei movimenti precedenti, " di
minoranza o nell'interesse di minoranze ", era " il movimento indipendente
dell'enorme maggioranza nell'interesse dell'enorme maggioranza "; ne
sarebbe conseguita l'abolizione delle classi e l'estinzione, di fatto,
dello stato. Negli anni successivi, Marx avrebbe dedicato gran parte delle
sue energie a precisare le implicazioni economico - politiche del
materialismo storico, partendo dalla teoria del valore - lavoro e
sviluppando le idee del " plusvalore ", della caduta tendenziale del tasso
di profitto, eccetera. In sostanza, la sua concezione della storia
valorizzava istanze classiste, che situavano la riflessione
sull'oppressione del proletariato in una cornice di fatalismo
rivoluzionario; sul piano filosofico, esprimeva, sotto una copertura "
scientifica ", una potente tendenza al dogmatismo; sotto il profilo
politico, diveniva una giustificazione della " dittatura " del
proletariato. Le teorie marxiane ricevettero un colpo fatale sin dalla
fine del secolo scorso, quando filosofi ed economisti misero in luce
l'insufficienza del valore - lavoro come spiegazione del meccanismo della
società capitalista, anche perché le principali predizioni di Marx - in
primo luogo quello di una progressiva polarizzazione sociale, con
l'aumento di capitalisti e proletari, i primi sempre più ricchi e i
secondi sempre più poveri, e la scomparsa delle classi intermedie - non si
erano affatto avverate. Inoltre, i sociologi e gli studenti di scienze
sociali colsero - soprattutto a partire dal successo bolscevico - il
sostrato religioso della filosofia della storia marxiana, che sembrava
costituire la più perfetta laicizzazione dell'ideale cristiano
dell'avvento del paradiso in terra; la strumentazione concettuale del
leninismo, con l'accento sulla superiore " sapienza " scientifica degli
iniziati riuniti in " partito ", ricordava in particolare gli antichi
gnostici. La cosa più interessante da discutere è se sia possibile
rintracciare nel materialismo storico una delle matrici dell'esperienza
totalitaria del comunismo reale. Sarebbe ovviamente anacronistico
addossare direttamente a Marx tale responsabilità; tuttavia, nella sua
teoria sono presenti elementi che avranno una funzione importante nel
plasmare l'ideologia totalitaria: la funzione di " guida " delle
avanguardie; la necessità " storica " della rivoluzione proletaria;
l'azzeramento della storia nella società comunista; l'esaltazione della
violenza " liberatrice "; e così via.
Materialismo storico e immaginario
Il materialismo storico ha esercitato un'influenza per
certi versi maggiore di quanto abbiano fatto le teorie economico -
politiche di Marx. Esso, infatti, non ha fornito semplicemente il
linguaggio della redenzione a tutti i socialisti ( per lo meno sino ai
primi revisionisti degli anni Ottanta e Novanta ), ma ha plasmato un
immaginario fondato sulla " classe ", la " rivoluzione ", la " nuova
storia ". Un immaginario che è stato ed è ampiamente condiviso da buona
parte degli stessi anarchici. Poco conta, da tale punto di vista,
insistere sulle differenze teoriche e pratiche tra comunismo " autoritario
" e comunismo " libertario ": la comune matrice materialista, con i suoi
corollari classisti e insurrezionalisti - con un lessico incentrato su
categorie marxiste ( quali " struttura ", " merce ", " capitale ", "
proletariato " e così via ) non tanto ( e non solo ) obsolete, quanto
prive ormai di contenuto reale - modella quasi per necessità una forma
mentis fondata sullo scontro, la violenza, la coartazione e, nei casi
limite, la mistica della rivoluzione proletaria, con i suoi sogni da
millennio rigeneratore. In altri termini, gli anarco-comunisti, lungi dal
rivelarsi diversi dai loro " compagni di strada " autoritari, ne
condividono in parte le premesse storiche, epistemologiche ed
antropologiche. Il percorso verso la società comunista immaginata dagli
anarchici pare cioè riprodurre, nella sua impostazione unanimistica,
fatalistica e azzeratrice della storia, gli stessi temi e le stesse
fallacie che i libertari sono usi attribuire ai loro avversari/compagni di
parte marxista. La letteratura e la pratica degli anarco - comunisti
dimostrano più che a sufficienza la presenza di questo immaginario di
matrice materialista. Sugli internazionalisti non è possibile nutrire
dubbio alcuno. Carlo Cafiero chiude il suo Compendio del Capitale - di per
sé prova di tale argomentazione - con un avvertimento ai piccoli
proprietari, " inevitabilmente ridotti tutti, dalla moderna accumulazione
capitalista, alla trista condizione: o vendersi al governo per la
pagnotta, o scomparire per sempre fra le dense file del proletariato ". Le
pagine del primo Enrico Malatesta testimoniano un'analoga fedeltà ai
capisaldi dell'interpretazione materialista; facendo qualche esempio
concreto, nell'Anarchia riprodusse quasi perfettamente la concezione dello
stato offerta da Marx ( " In tutto il corso della storia, così come
nell'epoca attuale, il governo, o è la dominazione brutale, violenta,
arbitraria, di pochi sulle masse, o è uno strumento ordinato ad assicurare
il dominio e il privilegio a coloro che hanno accaparrato tutti i mezzi di
vita " ); in Fra contadini sposò con tanta convinzione la tesi della
progressiva concentrazione della ricchezza da ritrovarsi costretto ad
aggiungervi, a partire dall'edizione del 1913, una dissociazione da tale
tesi, spiegando che il testo era stato scritto " nel 1883, quando ancora
era indiscussa fra i socialisti la teoria di Marx sulla concentrazione
della ricchezza ". Nei giornali e nella libellistica anarchica l'enfasi
sulla retorica materialista dello scontro tra le classi e della
rivoluzione rigeneratrice era ancora più marcata. Persino in un pensatore
sofisticato come Kropotkin fanno capolino le premesse materialiste. Con
ciò non s'intende che gli anarchici - neppure quelli di tendenza comunista
- siano materialisti loro malgrado, ma più che altro che le tesi di Marx,
diffuse in tutto il movimento socialista, hanno attecchito, per lo meno in
parte e ma in modo precipuo, proprio tra coloro che ne condividevano
l'obiettivo ultimo, l'edificazione della società comunista. E la migliore
testimonianza di questa presenza sta nello sviluppo del revisionismo
anarchico negli anni Venti e Trenta di questo secolo, che in massima parte
costituisce un tentativo di " epurazione " dall'anarchismo di quei tratti
maggiormente associati all'immaginario materialista e che ha visto
impegnarsi nell'impresa Malatesta, Berneri, Fabbri, Borghi, Rocker e
altri. Anzi, proprio Rocker ha tentato esplicitamente, con la prefazione a
Nazionalismo e cultura, di dare all'anarchismo una filosofia della storia
- fondata non sulla " guerra di classe ", ma sulla " volontà di potenza "
- alternativa a quella di derivazione marxiana.
Revisionismo e libera sperimentazione
Il dopoguerra ha segnato una nuova involuzione. La
marginalizzazione degli anarchici e l'apparente successo dei bolscevichi
ha in sostanza riconsegnato il movimento alle parole d'ordine del
materialismo storico. Nel 1955 Luigi Fabbri ha offerto il seguente
commento: " Un'innegabile influenza marxista su tutti i movimenti italiani
( e, possiamo dire, europei ) di " sinistra ", specialmente nei loro
settori giovanili, dovuta a circostanze di carattere materiale come la
potenza politica della Russia, ha prodotto un acuirsi della mentalità
classista vecchio stile, proprio quando le classi stanno cambiando
rapidamente di natura. Ha portato ad esaurire la lotta nell'azione
anticapitalista in un momento in cui il capitalismo decade e non certo a
vantaggio delle soluzioni socialiste, e nuove forme di assolutismo statale
anneriscono l'orizzonte a oriente e a occidente. La suggestione che
esercitano le " realizzazioni pratiche " ( più immaginarie che reali )
fece ( anche in mezzo agli anarchici ) fermentare variamente i residui
dell'educazione marxista ricevuta nell'atmosfera infuocata della
resistenza, nel senso dell'accentuazione di motivi autoritari e perfino,
in alcuni casi estremi, di un avvicinamento ideologico al trotzkismo ".
Per certi versi il '68 ha prodotto un effetto analogo,
rinforzando ancora una volta quella tentazione materialista che fu
presente nell'anarchismo di orientamento comunista sin dagli esordi. I
revisionisti degli anni Venti e Trenta e i loro pochi seguaci nei decenni
successivi hanno tentato di confutare le premesse classiste e materialiste
dei loro compagni, seguendo percorsi diversi e per certi versi persino
divergenti.
Il superamento del problema della relazione
materialismo storico/comunismo anarchico è avvenuto attraverso il
potenziamento del tema della libera sperimentazione, grazie al quale la
concezione comunista libertaria ha perso le connotazioni classiste ed
escatologiche. Concepita da Malatesta e Fabbri come il metodo per
conciliare il rifiuto anarchico della coartazione con la prospettiva di
una società libera, la libera sperimentazione pareva configurare un
sistema di interrelazione sociale ed economico fondato sul pluralismo, in
cui il comunismo diveniva soluzione tra tante. Certo, Malatesta e Fabbri
erano convinti - o, per meglio dire, speravano - che essa, paragonata alle
altre, uscisse vincitrice dal confronto e si affermasse a seguito della
libera scelta di ognuno. In questa prospettiva restavano saldi due
principi: la vittoria del comunismo libertario non avrebbe precluso la
possibilità di scegliere altrimenti in futuro; la situazione della "
transizione ", ovvero una " società aperta " caratterizzata dalla libera
sperimentazione, era di per sé favorevole allo sviluppo della libertà.
Luigi Fabbri aveva toccato il punto nevralgico dell'argomentazione
anarchica già nel 1922, quando aveva giudicato della massima importanza
che, " qualunque sia il tipo di produzione adottato, lo sia per libera
volontà dei medesimi, e non sia possibile la sua imposizione "; nel 1926
spiegava poi che il programma dell'Unione anarchica italiana del 1920 "
affermava implicitamente la tolleranza verso la piccola proprietà non
sfruttante il lavoro salariato, rivendicando la libertà dei produttori di
non far parte delle associazioni di produzione ". Tali argomentazioni
illustravano con chiarezza quale tipo di comunismo era qui concepito: se
si fosse negato il principio della libera scelta del produttore, si
sarebbe piombati nel totalitarismo; se fosse stato accettato pienamente,
ciò avrebbe condotto a una società caratterizzata dalla concorrenza
possibile, e quindi dal mercato. In effetti, non si può fare a meno di
rilevare che è proprio questa la soluzione prospettata da Malatesta,
Fabbri e dagli altri " comunisti " disposti alla " revisione ". Postulando
la possibilità della differenza ( anche economica ), essi abbandonavano la
posizione rigidamente classista; auspicando una società in cui erano
ammessi il mutamento, lo sviluppo e la possibilità d alterare la scelta
sullo stile di vita ( e sullo stile di " produzione ", ovviamente ),
evitavano lo scivolamento nell'escatologia e in quell'azzeramento della
storia che costituiva il prodromo inevitabile del totalitarismo. In questo
tragitto i " revisionisti " si erano allontanati parecchio dal
materialismo storico e dalla versione più diffusa del cosiddetto comunismo
libertario; nel contempo, si erano avvicinati a quelle tendenze
dell'anarchismo che si erano sempre definite anticomuniste e che nel tema
dell'inevitabilità della rivoluzione proletaria avevano colto, più che
un'istanza di liberazione, la possibilità di una soluzione autoritaria.
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