






|
|
|
INTRODUZIONE: GENESI NATURA E SVILUPPI DELLA FILOSOFIA
E
DEI PROBLEMI SPECULATIVI DELL’ANTICHITA’
LA NASCITA DELLA FILOSOFIA IN GRECIA
- La filosofia come creazione del genio greco
La filosofia è una creazione dei greci, non ha un
corrispondente negli altri popoli, nemmeno quelli orientali.
Ciò spiega il motivo per cui la civiltà
occidentale ha preso una strada diversa da quella orientale e quello
per cui in Occidente è nata la scienza. Proprio la filosofia ha dato
le categorie logiche, un nuovo modo di pensare che ha poi consentito
tali sviluppi.
- Inconsistenza della tesi di una presunta derivazione della
filosofia dall’Oriente
In passato si è anche tentato da parte dei
sacerdoti egizi ai tempi dei Tolomei di far derivare il pensiero
greco dalla sapienza egiziana. Ad Alessandria gli ebrei affermavano
che essa derivava da Mosè e dai profeti biblici.
In realtà nell’epoca classica nessuno aveva fatto
una proposta simile, lo si fece in epoca decadente, quasi alla
ricerca di una rivelazione iniziale.
In realtà i popoli orientali possedevano una
mitologia, un religione, un pensiero, ma non una scienza filosofica.
Eventuali influssi dovevano essere assai
problematici anche per i problemi della lingua, ma quand’anche vi
fossero stati la novità della nascita della filosofia era di tale
portata da trasformarli radicalmente, così come i greci
trasformarono le arti che effettivamente appresero dagli orientali,
come la matematica e l’astronomia, ricevute dagli egiziani e dai
babilonesi.
- La peculiare trasformazione teoretica delle cognizioni egiziane
e caldaiche operata dallo spirito dei Greci
Matematica e geometri negli egiziani avevano un
carattere decisamente pratico, non speculativo. Fu invece Pitagora ad
elaborare una scienza generale dei numeri e una scienza geometrica
teoricamente fondata.
Anche i babilonesi studiavano gli astri per scopi
pratici, per predire il futuro.
Perciò i greci trasformarono qualitativamente tutto
ciò che avevano ricevuto.
LE FORME DELLA VITA SPIRITUALE GRECA CHE PREPARARONO
LA NASCITA DELLA FILOSOFIA
- I poemi omerici
I poeti, e soprattutto Omero, erano gli educatori
dei greci prima della filosofia.
Il poeta narra i fatti e cerca di esporre anche
le ragioni, ma l’epica rappresenta sempre una descrizione mitica,
non razionale, della realtà, cosa che farà poi il pensiero
filosofico.
- Gli dei della religione pubblica e la loro relazione con la
filosofia
Vi era in Grecia la religione pubblica ben
descritta nei poemi omerici e la religione dei misteri che nega lo
spirito della religione pubblica.
Per Omero tutto quanto è divino, tutto ciò che
avviene è opera degli dei, questi erano forze naturali idealizzate,
figure umane idealizzate, quindi sono quantitativamente, non
qualitativamente, diversi da noi. La religione pubblica greca è una
religione naturalistica.
Così l’uomo vede negli dei se stesso.
Questa religione non aveva libri sacri, non vi
erano dogmi e custodi del dogma, per cui la successiva riflessione
filosofica non trovò impedimenti.
- La religione dei misteri: incidenza dell’orfismo sulla
costituzione della problematica della filosofia antica
Dell’esperienza misterica solo orfismo lasciò una
traccia nello sviluppo del pensiero filosofico greco. L’orfismo è
successivo ai poemi omerici che non ne parlano, fiorisce nel VI
secolo.
Per gli orfici nell’uomo è presente un principio
divino, un’anima lì intrappolata per una colpa originaria. È questa
un demone immortale che preesisteva al corpo e che cerca di
liberarsi da esso attraverso la reincarnazione.
Vi è così per la prima volta una concezione
dualistica dell’uomo (anima + corpo), si capisce che non tutti i
comportamenti sono buoni, che c’è anche bisogno di una
purificazione.
Senza l’orfismo non si spiega così Pitagora,
Eraclito, Empedocle, Platone.
- Le condizioni politiche, sociali ed economiche che favorirono la
nascita della filosofia presso i Greci
Presso i greci vi era una libertà sconosciuta agli
altri popoli, vi era un ottimo rapporto con lo stato nella polis.
Ma soprattutto in Grecia nacquero gli ordinamenti
repubblicani e vi fu l’espansione coloniale e la filosofia nacque prima
nelle colonie per il benessere e la cultura che lì si potevano avere a
motivo dell’operosità e dei commerci fortunati.
Si erano così create presso le colonie (prima in
Oriente, poi in Occidente) le condizioni socio-economiche favorevoli per
la nascita della filosofia.
NATURA E PROBLEMI DELLA FILOSOFIA ANTICA
- I caratteri definitori della filosofia antica
Secondo la tradizione antica l'inventore del
termine filosofia fu Pitagora: agli Dei spetta la sophia, gli
uomini sono solo gli amanti della sophia, un tendere ad essa.
Per ciò che riguarda il contenuto, la filosofia
intende spiegare la totalità delle cose, cioè tutta quanta la
realtà, in tal modo essa si distingue dalle scienze particolari.
Come metodo la filosofia è una spiegazione
puramente razionale di questa totalità, andando oltre il fatto si
cerca la causa, il principio, il logos.
Lo scopo della filosofia è puramente teoretico
(Aristotele), cioè contemplativo, si cerca la verità per se stessa,
senza utilizzazioni pratiche, perciò "tutte le altre scienze saranno
più necessarie di questa, ma nessuna sarà superiore" (Aristotele).
- I problemi della filosofia antica
Per i primi filosofi naturalisti la totalità del
reale era il cosmo, da qui il problema cosmologico.
Per i sofisti la vera realtà è l'uomo, per Platone la
vera realtà è quella trascendente. Col tempo le problematiche si
moltiplicheranno e saranno di carattere morale, logico, epistemologico
(=quale via per raggiungere la verità?), artistico (che cos'è il
bello?).
Con le scuole ellenistiche, dopo il crollo della
polis e della sua tradizioni, la filosofia assumerà anche tratti pratici
costruendo l'ideale del saggio avendo attenzione per la morale, ma resta
l'antica attenzione: la filosofia scopre la verità e indica come vivere
nella verità.
Nell'ultima parte della sua storia la filosofia
antica si arricchisce del problema mistico religioso con il
neoplatonismo sulla scorta anche degli stimoli provenienti dal
cristianesimo.
I PERIODI DELLA FILOSOFIA ANTICA
Si va dal VI secolo avanti Cristo al 529 dopo Cristo
quando Giustiniano fece chiudere le scuole pagane e distrusse le loro
biblioteche.
Si distinguono cinque periodi:
- Naturalistico: Ionici, Pitagorici, Eleati, Pluralisti
- Umanistico: Sofisti, Socrate
- Grande sintesi di Platone e Aristotele
- Scuole ellenistiche: stoicismo, epicureismo, scetticismo,
eclettismo
- Periodo religioso: ripresa del pitagorismo, medioplatonismo e
neoplatonismo.
PARTE PRIMA:
I FILOSOFI NATURALISTI IONICI E ITALICI
I PROBLEMI DELLA PHYSYS, DELL'ESSERE E DEL COSMO
I miti teogonici e cosmogonici
È l'antecedente delle cosmologie filosofiche, qui il
paradigma è la Teogonia di Esiodo che narra la nascita di tutti
gli Dei e la nascita del cosmo come loro opera.
Esiodo ebbe la rivelazione dalle Muse: prima si generò
il Caos, poi Geo (la terra), il Tartaro, Eros etc.
Sono rappresentazione fantastiche, poetiche, mitiche, in
questo modo si appagava la meraviglia, poi ci sarà il modo della ragione
che nascerà con Talete, il primo filosofo.
Metafora della staffetta: la storia della filosofia è
un continuo passaggio del testimone, dove il testimone che ci si passa è
il problema, non le soluzioni. In questo senso la filosofia è la scienza
che pone i problemi giusti, non che ci dà le soluzioni giuste.
LA SCUOLA DI MILETO
TALETE
Aristotele ci dice che fu l'iniziatore della
filosofia della physis.
Talete si pone in termini razionali, non mitici, il
problema dell’inizio, del principio, dell’archè. Principio è ciò da cui
derivano, ciò per cui sono e ciò per cui si risolvono tutte le cose.
Per Talete il principio è l’acqua: tutte le cose,
infatti, nascono dall’acqua, sono trasformazione dell’acqua e finiscono
in acqua, come il fiume.
Talete sembra anche dare un carattere divino
all’acqua: "tutto è pieno di dei" così tutte le cose sono divine, ma il
Dio di Talete non è il Dio della religione popolare del suo tempo.
Disse poi anche che il magnete possiede un'anima
perché è capace di muovere (per cui l'anima è principio di movimento), e
forse che le anime sono immortali, ma non nel senso di una immortalità
personale (che la filosofia riprenderà in seguito dagli orfici), bensì
per il fatto che sono d'acqua e l'acqua resta.
ANASSIMANDRO (a
lui si deve il termine archè)
Principio è l’apeiron, l’infinito indefinito,
infinito quantitativo ed indeterminato qualitativo, l’archè, un minimo
comun denominatore presente in tutte le cose. L’apeiron in quanto
indefinito si può trasformare in tutte le cose senza costringerle ad
avere i suoi caratteri.
Non era facile spiegare come le cose derivino
dall’acqua (critica di Anassimandro a Talete) mentre dall’infinito esse
provengono per separazione dei contrari, operazione che Anassimandro
chiama ingiustizia e guerra, dato che i contrari separati sono sempre in
conflitto. L'infinito comprende e regge tutte le cose. Questo principio
è divino perché è immortale ed incorruttibile. Questo divino per essere
tale non nasce, è eterno.
Ma il Divino dei presocratici non è altro dal mondo,
bensì la physis del mondo, l'essenza di tutte le cose.
Anassimandro disse che "i cieli infiniti erano Dei"
Le cose si generano per distacco dei contrari, ma
questo nascere e dissolversi viene collegato da Anassimandro ad una
colpa, si tratta infatti di una ingiustizia il nascere di contrari che
si contrappongono (i contrari infatti sono sempre in lotta tra di loro)
e che poi muoiono come espiazione di questa ingiustizia. Sono qui
presenti elementi pessimistici ed orfici
Così vi è una cosmogonia di infiniti mondi che si
origina dalla separazione caldo/freddo (prima coppia di contrari che si
separano), che diventano fuoco e acqua, l’acqua diventa terra (l’isola,
infatti sorge dal mare che la produce), ed anche aria. Mondi che
continuamente nascono e muoiono
Il caldo formò subito una sfera di fuoco che poi
l’aria (che si formò dall'incontro del caldo con il freddo), salendo,
spezza la sfera del fuoco in tre sfere: sole, luna e fuoco etereo, e le
avvolge come una guaina trascinandole in un movimento circolare. L’aria
buca la guaina che separa il fuoco etereo da sole e luna. Ecco perché
noi intravediamo le stelle guardando in alto, esse sono in realtà il
fuoco eterno che possiamo intravedere a causa della rottura della
guaina.
Dal freddo, di forma liquida, si formarono la terra e
il mare. La terra ha una forma cilindrica e non ha alcun bisogno di
sostegno essendo in una situazione di equilibrio di forze (in Talete la
terra aveva bisogno del sostegno del mare). Dall'elemento liquido, sotto
l'azione del sole, ebbero origine gli esseri viventi. I primi furono
animali acquatici, poi gli altri che si adattarono via via all'ambiente
terrestre (idea moderna!)
ANASSIMENE
Anassimene corregge il suo maestro Anassimandro. Per
lui il principio è sì infinito, ma non indeterminato.
Principio è l’aria, essa è un qualcosa di intangibile
che può assumere qualsiasi forma per rarefazione (fuoco) e condensazione
(nubi, acqua, terra, pietre etc.), l’aria è la vita, dove c’è aria c’è
vita, l’aria è dappertutto, è invisibile e impercettibile, è vicina
all'incorporeo.
Gli antichi dicono che Anassimandro abbia chiamato
Dio l'aria e Dei le cose che derivano dall'aria. Da essa hanno origine
l’acqua, la terra, il fuoco.
Anassimene spiega così la differenza qualitativa
delle cose con un carattere quantitativo (condensazione e rarefazione
dell'elemento unico, l'aria).
Il progresso con Anassimene consiste nel fatto che
egli seppe descrivere la causa che fa derivare dal principio tutte le
cose, con una naturalismo che è allora coerente con le sue premesse (che
sono naturali, senza altri apporti orfici o altro).
ERACLITO
Già i Milesi avevano colto l'universale dinamismo
della realtà, ma non avevano riflettuto su di esso, cosa invece che fece
Eraclito.
Egli ha così influito sul modo di porre il problema,
ora non si cerca il principio in un elemento materiale, ma negli stati,
nelle condizioni, esso è il fluire, il panta rei. Il fiume
cambia, noi che ci bagniamo cambiamo etc.
Si deve allora cogliere la legge che regola il fluire
delle cose, dato che il divenire che regola il mondo è un divenire
ordinato. La legge è la guerra/armonia dei contrari: tutte le cose
divengono da un contrario all’altro: le cose calde diventano fredde etc.
se anche l’apparenza ci dice che tutto è fermo, in realtà tale
equilibrio è frutto comunque di forze che si equilibrano (come il
castello di carte), da qui l'armonia dei contrari che fa esistere il
mondo (malattia/salute; fatica/riposo etc.).
Poiché la consistenza della realtà è il suo continuo
divenire, il mutare di un contrario ad un altro, ne consegue che "la
guerra è madre di tute le cose e di tutte regina".
Poiché le cose hanno realtà solo in quanto divengono,
il principio che spiega tutta la realtà è la sintesi degli opposti, è
questa l'unità nella molteplicità, perciò Dio è l'armonia dei contrari e
l'unità degli opposti.
Ma Eraclito era comunque un filosofo della natura,
perciò l'unità che egli affermava era un qualcosa di fisico, la sostanza
primordiale presente in tutte le cose visibili.
Il fuoco/logos realizza questo principio, egli è in
perenne movimento, vive della morte del combustibile, si trasforma in
fumo e cenere e ha in sé le regole del suo essere. Dunque "il fulmine
(cioè il fuoco divino) governa ogni cosa".
"il fuoco vuole e non vuole essere chiamato Zeus".
Vuole perché effettivamente il fuoco è divino, non vuole perché è una
rappresentazione antropomorfica.
Contrariamente ai Milesi, in Eraclito il principio
primo ha una sua intelligenza: "esiste una sola sapienza riconoscere
l'intelligenza che governa tutte le cose attraverso tutte le cose".
Sembra che Eraclito abbia anche chiamato il suo
principio Logos nel senso però di regola secondo cui tutte le cose si
realizzano, legge che governa tutte le cose. La verità è comprendere il
Logos.
Come già per i milesi, anche per Eraclito la natura
dell'anima è la natura del principio, così essa è fuoco. In più però
Eraclito quando afferma che l'anima è profonda la differenzia da
qualsiasi altro organo del corpo (non ha senso dire che l'occhio è
profondo, che la mano è profonda). Così l'anima è qualcosa di diverso
dalle cose finite, dagli organo corporei, essa si estende all'infinito.
Vi è qui forse una ripresa dell'orfismo con
l'immortalità dell'anima, premi e castighi dopo la morte, anima
personale, anche se tutto questo non si concilia bene con la dottrina
della physis.
Eraclito accenna nei frammenti anche ad una morale di
tipo orfico che disprezza i piaceri del corpo, perché saziare il corpo
significa perdere l'anima.
PITAGORICI
(siamo ora in Italia meridionale, fine VI secolo inizi
IV secolo)
Si preferisce parlare di pitagorici piuttosto che di
Pitagora perché egli non ha lasciato nulla di scritto ed è un problema
distinguerlo dai suoi discepoli. Sappiamo poco sulla sua vita e le
Vite di Pitagora sono fantasiose.
Fonda una sorta di setta religiosa, dalle dottrine
segrete, dove la scienza era studiata come mezzo per raggiungere un fine
comune. Fu Filolao il primo a divulgare le dottrine ai tempi di Socrate.
Eppure Aristotele sa ben poco di quelli che chiama "i
cosiddetti pitagorici" a sottolineare il fatto originale del loro
lavorare insieme che rende impossibile una distinzione di pensatori.
Il numero principio di tutte le cose
Siamo ad un livello di astrazione superiore, ora il
principio sempre presente in ogni cosa è il numero. I pitagorici furono
i primi cultori sistematici della matematica, videro dunque la
possibilità di tradurre in rapporti numerici i fenomeni della realtà.
Per esempio la musica, con i criteri dell'armonia, con i suoni diversi
che dipendono dalle lunghezze delle corde degli strumenti etc.
Tutto è sempre una sequenza ordinata (le stagioni, i
giorni, i 9 mesi del feto) che si ripete con regolarità.
Ma attenzione: solo con Platone si penserà
all’esistenza di enti sensibili e sovrasensibili (enti di ragione, così
è per noi oggi un numero), ora si pensa al numero come ad un qualcosa di
reale, materiale, tale da sostanziare le cose (il 9 fa sì che il feto
duri 9 mesi, il quattro le stagioni etc.).
I numeri, a loro volta, sono costituiti di elementi o
principi che sono il pari e il dispari, (fa eccezione l'uno che è "parimperi".
Esso genera il pari e il dispari aggiungendosi ad un numero dispari o
pari), ma essi non sono ancora l'elemento primo. I principi fondamentali
sono infatti il limitato e l’illimitato, la loro unione costituisce il
numero. Questi elementi del numero sono l’archè. Questa unione è però
tale per cui un principio prevale sull'altro, così nei numeri pari
abbiamo il prevale re dell'indeterminato (o illimitato) e nei numeri
dispari del determinato (per questo i dispari sono più perfetti).
Ciò veniva anche raffigurato visibilmente con i
sassolini sulla sabbia. I sassi sulla sabbia circoscrivono uno spazio,
il numero pari (due sassi sopra e due sotto) lasciano uno spazio al
centro che indica un non limite, un infinito, i dispari (due sopra due
sotto uno nel mezzo) no, essi limitano.
Passaggio dal numero alle cose
A sua volta il numero è una forza limitante che
agisce sulla realtà illimitata. Per i pitagorici essi erano spazialmente
intesi, occupanti spazio, aventi massa.
Ai numeri dunque corrispondevano degli enti
geometrici, ad essi delle figure solide, ad esse gli elementi. Così il
cubo è la terra, la piramide il fuoco (che ha una forma di piramide),
l’aria l’ottaedro, l’acqua l’esaedro.
Poiché il numero sostanzia le cose ed ogni cosa che
esiste è riducibile ad un numero significa che tutto è ordinato, che
tutto è cosmo ordinato da leggi precise (aspetto di grande modernità dei
pitagorici). Ora il mondo non è più dominio di forze oscure. Dominio del
numero indica dominio della razionalità e della verità. Dal caos di
Esiodo siamo passati al cosmo di Pitagora.
La metempsicosi e l’orfismo
L’orfismo era una religione parallela rispetto a
quella dell’Olimpo. Con una visione dualista dell’uomo si pensava
all’anima come ad un demone, ad una realtà divina incarcerata nel corpo
per una colpa originaria. Alla morte essa si incarna in un altro corpo.
I pitagorici pensavano però alla liberazione dal corpo, e alla fine del
ciclo della reincarnazione per un ritorno al divino, non con i riti
dell’orfismo, ma attraverso lo studio dei principi e la vita
contemplativa (fatta di regole, medicina, musica etc.), cioè la loro
scienza che era mezzo di purificazione per questo fine: contemplare la
realtà matematica ha infatti un valore catartico ed assimila l’uomo a
ciò che è perfetto, divino.
Il misticismo dei pitagorici è dunque di tipo
razionale, ben diverso, perciò, dal misticismo orientale che è, al
contrario, a-razionale.
I pitagorici tentarono anche una teologia un
riferimento agli dei della loro dottrina, ma non vi riuscirono, non
identificarono, ad esempio, Dio con i principi primi, come fecero invece
i milesi. Del resto il principio illimitato essendo irrazionale non
poteva coincidere con un Dio! Casomai Dio, dovendo coincidere con il
perfetto, andava riferito alla determinazione dell'indeterminato,
all'armonia. Così Dio sarebbe stato identificato con il numero sette (e
non con l'Uno come fecero poi i neopitagorici) che non genera e non è
generato.
Anche le anime per coerenza andrebbero identificate
con un numero, ma questo significherebbe perdere la loro individualità.
In realtà la dottrina pitagorica cade in aporie
quando cerca di definire le questioni soprasensibili (Dio, anima etc.)
in termini di filosofia della natura.
Solo Platone con la sua seconda navigazione potrà
risolvere la questione.
LA SCUOLA DI ELEA
SENOFANE
Si è soliti qui collocare la figura di Senofane quale
fondatore della scuola di Elea, ma ciò non è vero. Troppo diversi sono i
contenuti e il metodo del ricercare. Fu Platone nel sofista ad
ingenerare l'equivoco (ma, scrive, la setta è iniziata anche prima)
Si ricorda Senofane per la sua critica
all’antropomorfismo di Dio presente nella religione dei sacerdoti e
nelle opere di Omero ed Esiodo. Gli dei non hanno né sembianze umane, né
si comportano come gli uomini! I fenomeni fisici sono naturali, non
divini. Tutto questo è una grande novità di portata rivoluzionaria per
quel tempo: ecco gli effetti già maturi della filosofia!
Egli affermò anche: "Uno, Dio, sommo fra gli Dei e
gli uomini, né per figura, né per pensiero simile agli uomini" (fr. 23),
facendo pensare alcuni ad una affermazione monoteistica di un Dio
trascendente ed onnipotente. Però egli più precisamente ha scritto:
"L’universo è uno…, Dio, sommo fra gli Dei e gli uomini", dunque si
riferiva all’universo. E poi ha detto sommo fra gli Dei (dunque pensava
a molti Dei). Inoltre è un versetto riportato da fonte cristiana
(Clemente alessandrino), quindi con un intento apologetico.
È invece Aristotele ad informarci che l'Uno-Dio di
Senofane è l'universo.
Il problema monoteismo-politeismo era del resto
assente nella mentalità del greco di quel tempo. Si potrebbe pensare che
egli sia panteista ed in parte è vero, tutta via è questa una categoria
di riflessione posteriore che dunque va usta con cautela, anche perché
Senofane non approfondisce questo discorso, mancandogli anche gli
strumenti concettuali per farlo.
Nella sua fisica il principio è la terra o, in altri
frammenti, la terra-acqua. Ciò però vale solo per gli esseri terrestri,
non per il cosmo intero. Propose una morale nella quale al primo posto
vengono i valori spirituali su quelli vitali come la forza.
PARMENIDE
È l'innovatore radicale tra i presocratici. Una Dea
rivela a Parmenide che vi sono tre vie possibili per la ricerca della
verità:
1. VIA DELLA VERITA’: è la via della ragione, del
logos l’essere è e non può non essere, il non essere non è e non può in
alcun modo essere. È la prima formulazione del principio di non
contraddizione.
Parmenide era un naturalista e va alla ricerca
dell’elemento originario del tutto e nota che ciò che è realmente comune
a tutte le cose è il verbo essere, perciò l’oggetto del verbo essere è
l’archè.
Dunque all’inizio c’è stato l’essere, perciò tutte le
cose sono essere, quelle materiali e quelle spirituali (come il
pensiero: si pensa l'essere, il non essere non è pensabile, pensare ed
essere coincidono!).
L’essere è ingenerato ed incorruttibile, non nasce e
non muore, perciò non c’è futuro, non c’è passato, non c’è alterazione,
non c’è movimento, l’essere è omogeneo e sempre identico, indivisibile
in parti, finito (influsso pitagorico: il perfetto era il finito, il
limitato), come una sfera, uno.
Contro gli ionici (=i milesi) l'essere di Parmenide
non è allora principio, perché non c'è un principio, non genera le cose
differenziandosi, non esiste una generazione che implicherebbe il non
essere.
VIA DELL’ERRORE: la si percorre seguendo i sensi e
tale è l’opinione dei mortali i quali accettando il divenire e il
molteplice, il nascere e il morire, ammettono l’esistenza del non
essere.
VIA DELLA DOXA: viene data una certa plausibilità
alle apparenze rettamente intese, ai sensi, benché fallaci. Ne emerge
una concezione che benché non vera è tutta via plausibile, è
"apparente". Questa opinione plausibile cerca di rendere conto dei
fenomeni.
Secondo Parmenide i mortali hanno ammesso due forme
supreme (Luce e Notte) dalla cui combinazione sono venute tutte le cose,
senza capire che esse andavano sintetizzate in una unità superiore che è
l'essere. cioè luce e notte sono uguali, sono essere. Per questo
Parmenide arriva ad affermare che il cadavere, che cade nelle tenebre,
percepisce il freddo, il silenzio. Le tenebre non sono il nulla, sono
essere, come la luce, come tutto.
ZENONE DI ELEA
Zenone difende Parmenide attaccava chi attaccava il
maestro attraverso il metodo dialettico (che nasce ora, Aristotele
considera Zenone il fondatore della dialettica), facendo vedere
l'inconsistenza e l’insostenibilità delle tesi contraddittorie degli
avversari. A tali obiezioni, in quanto contraddittorie, non si doveva
rispondere.
Gli argomenti dialettici contro il movimento
1. Chi afferma l'esistenza del movimento va incontro
a delle assurdità. Per percorrere un tratto di strada se ne deve sempre
prima percorrere una metà, una infinità di metà (ogni grandezza può
essere divisa all'infinito). si tratta allora si percorrere in un tempo
finito tratti infiniti, il che è manifestamente impossibile, dunque il
movimento non esiste, come aveva detto Parmenide.
2. Se poi il movimento esistesse allora, per le
infinite metà da percorrere, Achille non raggiungerà mai la tartaruga
quando questa parti con un piccolo vantaggio.
3. Le freccia che si vede scoccata da un arco non si
muove (deve dimostrare che non esiste il movimento!), ma è a riposo
perché in ogni istante del suo volo essa occupa uno spazio identico
(sempre il suo) e occupare uno spazio identico è stare a riposo. Il suo
è allora una somma si stati di riposo, dunque non c'è movimento.
4. L'argomento dello stadio mostra la relatività
della velocità e quindi del movimento che non è oggettivo e perciò non
esiste.
Gli argomenti dialettici contro l'esistenza di una
molteplicità di esseri
Si intende la molteplicità come un'insieme molteplice
di unità (si considera la molteplicità come un insieme di molte unità)
eppure queste unità sono impensabili nonostante l'evidenza dei sensi.
1. Se gli esseri fossero molteplici dovrebbero essere
infinitamente piccoli o infinitamente grandi. Per esempio se si divide
un corpo (che in ipotesi è molteplice) in infinite metà fino a restare
con l’ultima particella se essa ha estensione, allora la somma di
infinite parti estese dà un corpo infinitamente grande, se non ha
estensione, allora la somma di tutte le parti è zero.
Perciò questa unità di cui è composta la molteplicità
dovrebbe portare (sommando tutte le unità) ad un corpo che dovrebbe
essere nullo o infinitamente grande.
2. Se gli esseri fossero molteplici dovrebbero essere
allo stesso tempo finiti e infiniti. Finiti perché sono quanti sono,
infiniti perché tra uno e l'altro vi sono infiniti esseri (infatti
qualunque cosa estesa tra una cosa e l'altra è sempre divisibile
all'infinito).
3. Il terzo argomento nega l'esistenza dello spazio
che è condizione di esistenza della molteplicità. Lo spazio, infatti,
deve trovarsi in qualche cosa che è ancora uno spazio e così
all'infinito, dunque lo spazio non esiste.
4. Dall'esperienza se cadono molti chicchi di grano
fanno rumore, mentre se ne cade uno, o una parte anche infinitesimale di
uno, no. Invece se fosse vera l'esistenza di una molteplicità di
chicchi, anche l'unico chicco, in proporzione, dovrebbe fare rumore.
Perciò le cose si comportano in modo contraddittorio, il che significa
che non esiste la molteplicità dei chicchi.
Così con l'uso della dialettica Zenone aveva
incentrato il problema di Parmenide sulla questione uno-molti e aveva
evidenziato la fallacità delle apparenze fenomeniche.
Quanto egli aveva trattato dialetticamente sarà
portato teoreticamente a sistema da Melisso che viene ricordato come il
sistematore dell'eleatismo.
MELISSO DI SAMO
È il primo a scrivere in prosa, non in poesia.
L'essere è ingenerato, se non lo fosse prima di lui
vi sarebbe il nulla e allora non vi sarebbe essere in quanto dal nulla
non viene nulla. Perciò l'essere "sempre era ciò che era e sempre sarà"
Per lui l’essere non può essere finito (lo aveva
detto Parmenide ma solo perché si riteneva l'infinito come imperfetto),
ma infinito, senza confine, ed è tutto. Un essere finito sarebbe
limitato dal vuoto che è non essere. Ma questo è impensabile.
L’essere poi, poiché è infinito, è Uno e non vi
possono essere due esseri, essi si limiterebbero e sarebbero finiti
(anche Parmenide aveva detto che l'essere è uno, ma non lo aveva
dimostrato, Zenone lo aveva affermato, ma solo dialetticamente, ora
Melisso l'ha dimostrato).
L’essere è uguale, inalterabile, immobile (non c'è il
vuoto), incorporeo (se avesse un corpo avrebbe delle parti e non sarebbe
più uno, oppure sarebbe limitato e allo non sarebbe più infinito).
Il fatto che non abbia corpo non significa che
Melisso sia uno spiritualista. Le categorie materiale/spirituale,
infatti, sono successive!
Circa la piccola possibilità lasciata da Parmenide ai
sensi (la doxa, la via del verosimile), Melisso è più radicale e
coerente: la nega totalmente, i sensi sbagliano del tutto, sono del
tutto fallaci, essi ci mostrano infatti le cose molteplici e divenienti,
quando ciò non è possibile.
La ragione è l'unica fonte di verità.
Aristotele ha denunciato qui la follia della ragione
che intende riconoscere solo sé medesima, negando l'apporto del
sensibile.
L'unico modo di salvare Parmenide e i dati sensibili
sarà quello di porre vari livelli di essere, precisamente quanto
affermerà Platone.
I PLURALISTI
Sono autori che dopo Parmenide cercano di prendere
quanto di buono vi fosse nella sua filosofia per farne uso nel risolvere
la questione del principio che si pone ancora in termini naturalistici
EMPEDOCLE (484/481-424/421)
Tenta di conciliare l'essere parmenideo con i dati
fenomenici dell'esperienza. Per lui l'essere è, non nasce e non perisce,
ma solo si trasforma, perciò la nascita e la morte è in realtà
mescolanza e dissoluzione dei quattro elementi eterni: fuoco, acqua,
terra ed aria, le "radici di tutte le cose". Nasce la nozione di
elemento, cioè di una qualcosa di immutabile (i principi degli ionici,
infatti mutavano nel dar luogo alle cose!) e poteva nascere solo dopo
Parmenide, nasce una concezione pluralista, oltre il monismo degli
ionici.
È probabile che Empedocle pensasse a quei quattro
elementi un po' per l'esperienza sensibile, un po' per la suggestione
che il numero quattro portava con sé (influssi pitagorei).
L'Amore e l'Odio
L'unione e la separazione dei quattro elementi doveva
avere una causa, essa è costituita da due forze cosmiche e naturali:
l'Amore e l'Odio (o amicizia/discordia). Esse sono forze eterne come gli
elementi, l'amore unisce e l'odio separa, il predominio alterno dell'una
o dell'altra provoca la nascita la morte delle cose. In tal modo si è
spiegato il divenire fenomenico, pur mantenendo le esigenze parmenidee.
L'amore tende alla compattezza a dare unità. Quando
prevale solo l'amore allora l'essere sarebbe proprio uno, la sfera
parmenidea. Quando invece prevale odio gli elementi sono tutti separati.
Il nostro cosmo nasce ed esiste nelle due condizioni intermedie tra il
prevalere dell'amore e il prevalere dell'odio.
Empedocle ha anche una sua concezione, ovviamente
fisica, della conoscenza: le cose sprigionano degli effluvi che
colpiscono gli organi sensoriali dove il simile conosce il simile (il
fuoco dell'organo sensoriale riconosce il fuoco della cosa conosciuta e
così acqua terra ed aria).
Per ciò che riguarda l'anima e il divino, Empedocle,
nel suo Poema lustrale, risente degli influssi orfico-pitagorici:
l'anima è un demone caduto nella prigione del corpo, purificazione e
metempsicosi, infine vita beata.
Questa visione religiosa non è in contraddizione con
quella fisica la quale è a modo suo (il modo dei presocratici) anche
divina, mistica.
Resta l'aporia di tutti i presocratici che hanno
accolto l'orfismo, la difficoltà cioè di spiegare con il loro impianto
fisicistico come l'anima possa essere diversa dal corpo e raggiungere,
attraverso la purificazione, una beatitudine finale.
ANASSAGORA DI CLAZOMENE (500ca-428ca)
Allo stesso modo di Empedocle Anassagora risolve la
questione eleatica, il nascere e il morire è un continuo processo di
composizione e divisione delle cose che sono.
Queste non sono i quattro elementi, bensì i semi,
infiniti, senza limiti di grandezza o piccolezza, divisibili, ma senza
mai poter arrivare al nulla, perché il nulla non è. I semi sono detti
anche omeomerie in quanto se li divido ottengo sempre cose
qualitativamente identiche.
All'inizio le omeomerie erano mescolate insieme ed
indistinguibili. L'intelligenza divina con il suo movimento ha dato
origine alle cose dove ogni cosa contiene tutte le omeomerie, ma con la
prevalenza di alcune che danno l'identità alla cosa stessa.
Così nel bianco sono compresi tutti i colori. Il
nascere delle cose da una cosa è possibile proprio perché Tutto è in
tutto. La carne non può nascere dalla non carne, lo vieta Parmenide,
ma con Anassagora la non carne non esiste.
Nell'insieme non c'è nel mondo una differenza né
qualitativa, né quantitativa da sempre.
Il mescolarsi dei semi è opera dell'Intelligenza, il
Nous che è staccato dai semi: è questo un aspetto nuovo, ma non
siamo ancora nell'ambito dello spirituale e dell'immateriale, il Nous
sarebbe come una materia più fine che si mescola con le altre cose, ma
non si confonde con esse.
GLI ATOMISTI
Sono Leucippo (discepolo
di Zenone e di Melisso) e Democrito
(460ca-?)
Principio sono gli atomi, è l’atomo-idea che si può
cogliere sono con l’intelletto. Essi sono una frantumazione dell'Essere
parmenideo di cui aspirano a mantenere le qualità, secondo
l'insegnamento di Melisso: "se esistessero i molti, questi dovrebbero
essere tali e quali io dico che è l'Uno" (fr. 8). Melisso lo diceva per
far notare l'impossibilità di un molteplice sensibile, Leucippo lo può
riprendere proprio perché il suo (l'insieme degli atomi) non è un
molteplice sensibile, ma casomai il fondamento del molteplice sensibile
(in tal modo è realizzata la combinazione delle esigenze parmenidee e
dei sensi).
Atomo significa indivisibile (contro Zenone: nella
realtà sensibile non tutto è divisibile), gli atomi non hanno qualità
(odore, sapore, colore etc.) sono tutti uguali, l'unica differenza è
costituita dalla forma geometrica e dal loro ordine e dalla loro
posizione. Gli atomi sono invisibili ai sensi (del resto se fossero
visibili sarebbero divisibili), ma visibili all'intelletto che è in
gradi di penetrare le cose fino a coglierne l'essenza più profonda,
l'idea, l'atomo indivisibile, appunto che però non è qualcosa di
spirituale (che ancora non esiste prima di Platone), ma pur sempre di
materiale.
Il movimento degli atomi presuppone il vuoto che
dunque esiste.
La qualità delle cose dipende dal nostro modo di
coglierle e dall’aspetto geometrico degli atomi che le compongono, così
la disposizione e la forma degli atomi provocano tutte le qualità delle
cose (qualità secondarie, intuizione moderna, le qualità primarie sono
quelle geometrico-meccaniche degli atomi).
Dunque ora gli atomi hanno preso il carattere di
omogeneità proprio dell’essere parmenideo (le differenze geometriche tra
gli atomo sono differenze solo secondarie), così l’atomo non nasce, non
si altera, non muore.
A differenza di Parmenide, per gli atomisti l’atomo
si muove, questo obbliga però a pensare al vuoto come spazio del
movimento introducendo così il non essere, non occorre invece introdurre
una causa di questo movimento, dato che gli atomi sono causa a se
stessi, si muovono da sé, dall'eternità, per il loro peso.
Vi è un primo movimento caotico, un secondo in cui si
ha l'aggregazione degli atomi in maniera ordinata, questo dà origine al
cosmo. Anche circa il movimento ordinato non occorre una causa esterna
ordinatrice, dal movimento caotico nasce l’ordine in modo naturale data
la diversità di peso e grandezza degli atomi, così dal caos si passa al
cosmo e ad una infinità di mondi.
Un terzo tipo di movimento atomico è quello degli
effluvi di atomi che si staccano dalle cose (ad esempio i profumi).
In tutto ciò vi è un rigore e una determinatezza
assoluti (Leucippo e Democrito non sono allora quelli che "il mondo a
caso pone" come voleva Dante), ma non una causa finale (da qui il
fraintendimento dantesco) che però, come concetto e necessità, non era
stato ancora individuato a quel tempo.
L'anima è costituita di atomi più sottili e lisci,
sferiformi, di natura ignea. Essa dà vita e movimento al corpo, i suoi
atomi tendono ad uscire dal corpo, ma la respirazione le trattiene, così
quando si muore essi si perdono.
Resta il solito problema, gli atomi dell'anima sono
qualitativamente uguali a quelli del corpo e a tutti gli altri atomi (e
conta poco il fatto che abbiano una forma più perfetta o che siano detti
perciò divini, per non rompere il principio parmenideo).
La conoscenza nasce dall'incontro degli atomi usciti
dalle cose e entrati in contatto con i sensi, simile con simile.
La felicità è il bene della vita che si ottiene
soddisfacendo non i piaceri del corpo, bensì quelli dell'anima. C'è un
tentativo morale in Democrito (epoca socratica) che però non è ancora
filosoficamente fondato. Da qui comunque l'esaltazione dell'autodominio,
la vittoria sui sensi, ma anche sul male, sull'odio, sui vizi.
La questione uomo non era sta ancora trattata, per
questo non vi può essere la fondazione di una filosofia morale.
I FISICI ECLETTICI
Riprendono le posizioni dei loro predecessori
tentandone nuove sintesi, ma senza l'acume di chi voleva prendere sul
serio la questione di Parmenide e del mondo sensibile.
Così essi rifiutarono il pluralismo per tentare di
tornare al monismo, l'unicità del principio. Ippone torna a Talete con
l'acqua e ad Eraclito con il fuoco. Altri hanno combinato con Anassimene.
Aristotele dà un giudizio negativo a tutti questi tentativi, ormai
superati.
Diogene di Apollonia (V secolo): non è possibili che
elementi originari diversi possano mescolarsi tra loro per costituire
tutte le cose. Invece ogni cosa può essere generata solo per
modificazione di un unico principi primo che per Diogene è l'aria
infinita che coincide anche con il Nous di Anassagora, essendo aria
dotata di intelligenza (elemento di novità).
Quest'aria è Dio, essa è diversa (secca, umida, calda
etc.) e le cose partecipano di essa in maniera differente.
L'aspetto positivo sta nell'aver qui ripreso
l'intelligenza portando la riflessione più in là che in Anassagora che
non aveva molto riflettuto sul suo concetto di Nous, con Diogene abbiamo
una concezione teleologica del mondo assai interessante che influenzò lo
stesso Socrate.
Con Archelao di Atene secondo Diogene Laerzio termina
la filosofia naturalista che lui stesso portò ad Atene. Fu maestro di
Socrate, riprese il concetto di aria infinita di Diogene.
METAFORA: così il fiume della filosofia si è
scontrato con la diga Parmenide, ma l’ha aggirata, ora il fiume si
stacca dal letto precedente costituito dal tema della fusis e
della sua origine, per trovare un nuovo indirizzo: nasce la filosofia
dell’uomo o filosofia morale.
In precedenza la morale era presente nei poemi
omerici, in quei grandi personaggi che erano dei modelli di
comportamento, oppure essa era presente nelle massime scritte dai sette
savi.
La filosofia morale nasce quando si spiega il perché
e quando si coordinano le massime di comportamento.
Per fare ciò è necessario però prima conoscere
l’uomo, saper come è fatto, valutare i rapporti tra gli uomini e con la
realtà tutta.
I SOFISTI
I naturalisti non si erano interessati dell'uomo come
soggetto, ma solo come oggetto tra tanti oggetti, tra le cose del mondo
di cui si cercava si scovare l'origine. Solo il cosmo, infatti, si
presentava all'uomo greco come unità organica determinata e regolata,
tale da rendere possibile una riflessione su di esso. L'uomo ancora no,
l'uomo era una molteplicità disgregata, senza nessi chiari, senza una
unità di comportamento. Perciò la filosofia morale non era ancora
iniziata.
Vi era un'etica pre-filosofica, opera dei poeti e dei
legislatori, essa mirava al particolare, non ancora ai principi
universali i quali, dovendo guidare l'uomo, hanno bisogno, prima di
essere definiti, che si conosca la natura dell'uomo, cosa che ancora non
era stata fatta!
Posto rilevante nella fase pre-filosofica fu quello
dei poemi omerici, i cui personaggi erano veri e propri modelli di vita
(eroismo di Achille, saggezza di Nestore, ingegno e coraggio di Ulisse,
fedeltà di Penelope etc.). Nei testi di Esiodo vi erano presenti anche
massime e sentenze con una visione etico-religiosa della vita (i mali
sono punizione degli dei, il duro lavoro è dovuto ad una colpa etc.)
senza giustificazione razionale, ma ancora mitica.
Vi sono poi i poeti gnomici del sec. VI e i sette
saggi con le loro sentenze e con i quali il problema morale comincia ad
emergere. Ma siamo ancora in ambito pre-filosofico, queste sentenze non
vengono giustificate, non sono sorrette da un principio.
Così perché nascesse una filosofia morale occorreva
che l'uomo diventasse prima l'oggetto della filosofia per determinarne
le virtù e i comportamenti.
Quest'opera fu iniziata dai sofisti e portata a
termine da Socrate.
Sofista significa sapiente, si deve a Socrate,
Platone e Aristotele il significato negativo che oggi questo termine
comporta. Senofonte chiama i sofisti prostituti perché vendono il
sapere. Per Aristotele il loro non era un sapere vero.
La gente vedeva in essi un pericolo per la religione,
ma anche per la morale.
Per gli aristocratici essi avevano dato un incentivo
alla nascita di una nuova classe in cui contavano le doti personali, non
la nobiltà del casato.
Dal secolo scorso questa condanna è stata superata
nell'interpretazione.
Questi uomini si staccarono dagli interessi dei
naturalisti anche per la povertà dei risultati da loro raggiunti e dai
sistemi proposti, ognuno in contraddizione con l'altro, e incentrarono
la loro attenzione sull'uomo. A ciò contribuirono anche i fattori
storici del V secolo, i fermenti sociali, culturali ed economici, il
declino dell'aristocrazia (e la crisi dei valori tradizionali con essa),
lo sviluppo del commercio e dei contatti che esso rendeva possibili.
Così i sofisti rispondevano alle esigenze del momento
e ciò spiega il loro successo soprattutto tra i giovani.
I sofisti furono i professionisti della filosofia,
parlano dell’uomo vero, concreto, insegnano la via della virtù che non
si eredita (come accadeva, p. es., nei personaggi dell’Iliade), ma si
impara.
Diversamente dai naturalisti che adottavano un metodo
deduttivo (dal principio alle cose), i sofisti fanno uso di un metodo
induttivo, parte dall'esperienza, il loro fine ora è pratico, non
teorico come prima: essi insegnavano e si facevano pagare (ma ne avevano
bisogno per vivere, non erano aristocratici!) girando di città in città
(aspetto nuovo e criticato, un greco stava sempre nella sua città!).
Le novità che portarono, la loro libertà di spirito,
la critica alla religione tradizionale valse loro il soprannome di
"illuministi greci", fiduciosi nella ragione, nel suo potere critico.
Non esiste una dottrina sofistica, ma sforzi
indipendenti per soddisfare un identico bisogno e uguali problemi.
I sofisti insegnavano: nasce la dimensione educativa
della filosofia.
Vi sono state tre generazioni di sofisti: quella dei
grandi, gli eristi (attenti solo al metodo dialettico diventato con loro
l'arte del contendere), i politici-sofisti, cioè gli aspiranti al
potere, ormai immorali.
PROTAGORA DI ABDERA (491/481-?)
"L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono
per ciò che sono e di quelle che non sono per ciò che non sono". La
seconda parte è in polemica con Parmenide: l’essere e il non essere
delle cose li decide l’uomo, il singolo uomo! Non esiste un criterio
assoluto.
In effetti il vento poteva sembrare ad alcuni caldo,
ad altri freddo.
Poiché la verità allora la decide chi parla meglio
(es. dei tribunali dove la condanna o l’assoluzione dipende dall’arte di
convincere della difesa o dell’accusa), Protagora insegna a parlare in
modo suadente, per fare la verità e la verità la fa chi parla meglio,
chi seduce gli altri (metodo della controversia o antilogia, riuscire a
far vincere in una controversia l'argomento più debole o far vincere un
qualsiasi punto di vista).
La virtù è qui l'abilità di convincere.
Ne consegue che vero, bene, bello, giusto, sono in
balia di chi è capace di far apparire le cose così: relativismo.
Non esistono valori assoluti, ma solo valori più
utili e più convenienti, così il sapiente è l'uomo pragmatico, da notare
però che mentre il vero e falso sono relativi, l'utile e il dannoso sono
oggettivi (ma questa è una contraddizione), anche se Protagora non
dimentica il soggetto che definisce ciò che è utile.
Comunque il sapiente sa ciò che è utile e ciò che non
lo è. Così gli agricoltori, i medici sono sapienti, e lo sono anche i
politici che agiscono per l'utile della città.
Siamo qui a livello di intuizione, la posizione di
Protagora non è teoreticamente fondata, egli non aveva la strumentazione
concettuale per farlo, si è lasciato guidare, per così dire, dal buon
senso.
Manca il fondamento per cui il sofista riesce a
definire ciò che è utile all'uomo, in base a cosa si può essere certi
che una cosa è davvero utile per l'uomo globalmente inteso, o per la
città? (sarebbe necessario conoscere la natura, l'essenza dell'uomo,
cosa che Protagora non sa fare).
È poi presente un pericolo di fondo che contraddice
lo stesso operare dei sofisti: se l’uomo è misura di tutte le cose, non
vi può essere un insegnamento, una educazione, una comunicazione.
Inoltre se tutto è relativo lo è anche la frase che
tutto è relativo, il che comporta che niente è relativo.
Circa gli dei Protagora non afferma né che siano né
che non siano. Probabilmente egli intendeva negare la loro conoscenza
(però Platone ci dice che egli nell'atteggiamento pratico credeva agli
dei)
GORGIA (485/480-?): "Trattato sul non essere"
Se almeno per Protagora esisteva una verità relativa,
per gorgia non esiste nessuna verità e tutto è falso.
Viene considerato il padre del nichilismo, per lui la
realtà non ha fondamento, vi è in lui l'intento di attaccare le
posizioni di Parmenide.
Il suo pensiero si sintetizza nelle celebri tre
proposizioni.
- L'essere non esiste, cioè non esiste un principio delle cose,
non esiste un fondamento, così dopo tanti tentativi dei filosofi
naturalisti che avevano proposto soluzioni differenti al problema
dell'archè, Gorgia trae le conclusioni: l'archè non esiste: non può
esistere una cosa di cui si è detto tutto e il contrario di tutto.
Se non esiste un fondamento, allora nulla esiste: è distrutta
l'intera filosofia della phisys.
- Se anche esistesse sarebbe inconoscibile. Contro l'unità di
essere e pensiero sostenuta da Parmenide, Gorgia afferma che vi può
anche essere pensiero di non essere (basta pensare ad una cosa che
non esiste), mentre Parmenide negava che il non essere fosse
pensabile. Dunque si possono pensare anche cose che non esistono. Ne
consegue che i contenuti di pensiero non esistono, cioè che il
pensiero non è pensiero dell'essere (se penso un uomo che vola non
penso un essere!), in quanto se non lo è una volta non lo è mai.
Inoltre il non essere si può pensare, basta pensare la chimera
Scilla. Siamo nell'ambito di un totale divorzio tra essere e
pensiero.
- Se anche esistesse e fosse conoscibile, non sarebbe
comunicabile. Si comunica attraverso i sensi, ma in realtà le
espressioni che si rifanno ai sensi non sono comunicabili. Si
comunica attraverso il parlare, il vedere, l'udire, ma come si fa a
vedere un suono, un profumo, una musica (o meglio il principio del
suono, del profumo, della musica)? Manca il carattere significativo
alle parole che usiamo. La parola non è in grado di esprimere un
qualcos'altro da sé (i colori, i sapori, gli odori etc.)
La novità è che ora la parola è svincolata dal suo
contenuto di verità, rimane il suo potere suggestivo ed evocativo che
può convincere, sedurre.
Perciò per esempio nel teatro l'attore non dice la
verità, non è il personaggio che interpreta (ovviamente) ma vuol far
credere di esserlo e il pubblico che va allo spettacolo vuol farsi
ingannare.
Eppure Gorgia nega validità non solo alla verità, ma
anche alla doxa, all'opinione, dunque tra verità e doxa vi è una
terza via legata alla situazione in base alla quale vi è una ragione in
grado di indirizzare la vita degli uomini e della città.
Etica della situazione vi sono conseguenze pratiche
del nichilismo gorgiano. Non esiste una morale, ma vi sono tante morali,
tante virtù quanti sono gli uomini una cosa è buona o cattiva in base al
momento o al soggetto che la compie. Un'etica che tiene conto delle
comuni convinzioni.
Come per Protagora, però, tutto questo argomentare
non è solido perché manca di una autentico fondamento teoretico.
Non essendoci una verità la parola è libera ed è
portatrice di suggestione, persuasione, credenza: la retorica è l'arte
che sa sfruttare questo aspetto della parola. Perciò è l'arte del
persuadere. E nell'Atene del V secolo essa era ricercatissima e il
politico è il retore.
Dunque la parola è un'arma potentissima che va usata
per il bene, cioè per quel bene che Gorgia ritiene possibile definire,
cioè i valori morali comunemente ammessi, l'etica della situazione.
La parola è fortissima anche nella poesia che è un
discorso in versi, essa suscita sentimenti praticamente disinteressati
(al contrario della retorica che è molto concreta), una sorta di valore
estetico. Nella poesia il poeta inganna e l'ascoltatore si lascia
ingannare.
PRODICO DI CEO (470-460-?)
Attraverso un attento studio dei sinonimi dava alla sua
arte di persuadere u a grande finezza (arte della sinonimica)
lo si ricorda perché ha introdotto la categoria
dell'utile nella morale. Racconto di Eracle al bivio, egli deve
scegliere tra la strada indicata dalla donna pudica e riservata (la
virtù, Aretè) e quella indicata dalla donna esuberante e bellissima (il
vizio, Kakìa). In realtà i precetti di Aretè sono utilitaristici perché
mirano a degli obiettivi ben precisi, come avere l'onore, la gloria, la
benevolenza degli dei etc. perciò la virtù è il mezzo adeguato per
ottenere vantaggi e utilità.
Dunque entrambe le donne propongono come obiettivo ad
Eracle la felicità, il piacere, esse divergono circa il mezzo per
ottenerlo. Secondo Aretè Kakìa sbaglia perché la felicità viene
dall'appagare un desiderio, la sofferenza per una mancanza, una povertà,
mentre la proposta di Kakìa era mangiare senza fame, bere senza sete
etc.
Perciò Eracle ha fatto la scelta virtuosa perché al
di là delle apparenze sapeva che era la più vantaggiosa per lui (l'altra
proposta era falsa!).
Bene è ciò che è utile. L'utile è poi fondamento
anche della teologia. Gli essere fisici utili erano infatti
ipostatizzati dagli antichi in dèi (sole, luna etc.) in quanto utili.
Perciò ci troviamo di fronte ad un filosofo che
contesta la religione.
IPPIA E ANTIFONTE: la corrente naturalistica della
sofistica
Ippia (fine secolo V) afferma la necessità di un
sapere enciclopedico per il quale era necessaria una tecnica particolare
di memoria, la mnemotecnica. Contano qui soprattutto le
matematiche e le scienze naturali, infatti la vita umana deve adeguarsi
la legge di natura e non alle leggi umane.
Ippia compie la distinzione tra legge naturale e
legge positiva, tra physis e nomos: la prima regge gli
uomini in quanto esseri naturali, la seconda è quella fissata dagli
stati, per Ippia migliore è la prima perché è la stessa per tutti gli
uomini, fa riferimento all'unità del genere umano, la prima unisce,
mentre la seconda divide ed è tiranna. In positivo inizia qui un'idea
ugualitaria, di uguaglianza tra gli uomini sulla base del diritto
naturale di portata rivoluzionaria per la grecità.
Antifonte (fine V secolo) radicalizza l'opposizione
phisys-nomos: se la legge di natura è migliore gli uomini
la debbono seguire, la legge positiva si può invece trasgredire, perché
la legge di natura è verità, mentre quella degli uomini è solo opinione.
Esse sono spesso in lotta tra di loro. Così alla presenza di testimoni
uno segue le leggi dello stato, ma quando è da solo segue le leggi di
natura. Tutto questo fonda l'egualitarismo "poiché di natura siamo
assolutamente uguali, sia greci che barbari" (fr. di Antifonte)
Così la natura è la norma prima del comportamento
umano, ma essa è una legge violenta, la legge del più forte, dato che la
natura stessa ci mostra uomini più forti e più deboli! In tal modo si
arriva a giustificare "naturalmente" il dominio e questa sarà la
conclusione dei sofisti politici
Qui però il concetto di natura è ancora legato al
sensibile, dove il bene è il piacere e il male è il dolore e la natura è
spontaneità e libertà.
Gli eristi e i sofisti politici
L'eristica è l'arte di contendere con la parola (dal
greco erìzein, lottare), dalla persuasione alla contesa, dalla
retorica alla eristica. Si combatte con la parola per vincere
sull'avversario, non per amore del vero.
Sono gli eristi che con tecniche verbali e
argomentazioni furbe elaborarono quelli che ancor oggi chiamiamo
sofismi. Ma questo è un ragionare che distrugge tutto, siamo alla
degenerazione di Protagora
CALLICLE, sofista
politico (presentato da Platone nel Gorgia, ma di fatto forse
figura fittizia e tuttavia realistica espressione della corrente), trae
le conseguenze politiche del naturalismo pensando ad una sorte di
super-uomo: è giusto che chi è più forte abbia di più, secondo una legge
di natura. Le leggi umane difendono il più debole, ma ciò non è giusto,
il super-uomo le deve infrangere per seguire l'istinto della legge di
natura. Così, allo stesso modo, gli stati più forti schiacciano i più
deboli.
CRIZIA (460/450-403)
processo di distruzione della divinità, gli dèi sono solo uno
spauracchio, sono posti a controllo dell'ordine costituito, per far
rispettare le leggi umane.
Così la sofistica, ma solo quest'ultima sofistica,
finisce per distruggere via via la morale, la legge, la divinità. Il suo
risulta allora essere un messaggio negativo.
Conclusioni sulla sofistica
L'asse di interesse si è ora spostata sull'uomo e
quindi sul comportamento umano. Eppure non si è ancora giunti alla
scoperta del principio che determina l'essenza dell'uomo. I sofisti non
ci dicono che cosa sia l'uomo! Nel loro ragionare manca un fondamento
adeguato.
Perciò il loro contributo è stato importante, ma
parziale.
I sofisti contestarono l'identificazione del divino
con un elemento naturale proprio dei naturalisti, condividendone
peraltro la contestazione dell'antropomorfismo religioso: Protagora era
agnostico, Gorgia nichilista e poi le contestazioni di Crizia e Prodico.
Perciò dopo i sofisti il divino va cercato in
un'altra sfera.
Nell'ambito dell'umano i sofisti contestarono, la
visione di uomo propria della tradizione, dei poeti, dei legislatori.
Qui "pensiero e parola hanno ormai perduto l'oggetto
e la regola, l'essere e la verità" (280).
Sarà Socrate che, pur nell'orizzonte culturale della
sofistica, quindi non ancora con le scoperte metafisiche di Platone e
Aristotele, costruirà il giusto volto dell'uomo.
SOCRATE (470/469-399)
1. LA QUESTIONE SOCRATICA
Socrate non scrisse nulla, è perciò necessario
rifarsi alle testimonianze su di lui, che però sono discordanti tra di
loro.
La fonte più antica è la commedia Le nuvole di
Aristofane con la parodia di Socrate e un attacco al suo pensiero. Qui
Socrate è il peggiore dei sofisti ed è, al tempo stesso (!), un filosofo
naturalista.
Seconda fonte è Platone che fa però di Socrate un
eroe e un santo, il saggio e l'educatore per eccellenza. Qui Socrate è
la maschera di Platone ed è difficilissimo separare ciò che vi è di
socratico e ciò che vi è di platonico.
Terza fonte è Senofonte con i suoi Detti
memorabili di Socrate scritti tardi dopo aver potuto ascoltare
Socrate mentre era giovane (Senofonte), appare così un Socrate
addomesticato, non polemico, non da mandare a morte.
Quarta fonte è Aristotele che fa qualche riferimento,
anche se importante, ma che comunque non era un contemporaneo di
Socrate.
Quinta sono i socratici minori che però hanno
filtrato l'autentico insegnamento del maestro.
Tutte le fonti vanno prese in considerazione, come si
completassero.
È certo comunque che ai tempi di Socrate, ad Atene,
la speculazione filosofica acquisisce novità di grande portata e secondo
tutte le fonti Socrate fu all'origine di tale sviluppo, perciò queste
novità sarebbero autenticamente socratiche.
La filosofia socratica ha avuto un peso decisivo
nello svolgimento del pensiero greco ed occidentale.
1. L'ETICA SOCRATICA
Socrate agisce in un contesto sofistico, ma la
sofistica era ormai all'inizio della sua crisi, la cui causa di fondo
era la mancanza di un adeguato fondamento (da qui il relativismo e
l'utilitarismo).
Socrate attacca i sofisti contestando la competenza
di chi sapeva parlare bene ed agiva con scaltrezza, per questo la sua
azione era destabilizzante.
Egli rifiutava la filosofia della natura perché era
inconcludente avendo elaborato posizioni del tutto contraddittorie. La
filosofia della natura è cosa da Dio, non da uomini, l'uomo, infatti,
deve occuparsi solo della scienza umana, dunque solo di se stesso.
Però inizialmente anche Socrate era un filosofo della
natura (era discepolo di Archelao che era discepolo di Anassagora) anche
se non fu soddisfatto di quelle ricerche che troncò in maniera netta e
non insegnò mai (nell'Apologia dice che egli non si occupa delle cose
dei fisici: 19c). Socrate si dichiarò sapiente solo della sapienza degli
uomini, della sapienza che riguarda l'uomo (Apoogia 20d-e), eppure dai
fisici gli è rimasta l'impostazione della ricerca dell'archè che egli
applica proprio nello studio dell'uomo cercando l'archè dell'uomo, la
sua essenza. In tal modo Socrate poneva quel fondamento che i sofisti
non avevano cercato o trovato, proprio questa mancanza di fondamento
decretò la loro fine.
La scoperta dell'essenza dell'uomo
Per Socrate l'archè dell'uomo è l'anima, l'uomo è la
sua anima, la sua facoltà intellettuale e di volontà, per il fatto di
avere l'anima l'uomo si distingue da qualsiasi altra cosa.
Già in passato si era parlato di psichè ma con
significati assai diversi:
- Per Omero l'anima era il fantasma dell'uomo che alla morte
abbandonava il corpo e finiva nell'Ade.
- per gli Orfici era il demone caduto nel corpo-prigione per
espiare una colpa, da esso si doveva liberare, perciò si manifestava
maggiormente nel sonno, nello svenimento, nella morte.
- Per i fisici era il principio, in senso fisico.
- Per i poeti era indefinibile.
Per Socrate l'anima è qualcosa dell'uomo, non è altro
dall'uomo (come in Pitagora o negli Orfici) coincide con la coscienza,
con la ragione, essa è l'io consapevole, "la personalità intellettuale e
morale" (302). Perciò Socrate "portò la filosofia dal cielo giù sulla
terra" (302). Ora la filosofia diventa distinta dalla scienza naturale e
dalla teosofia, siamo agli inizi della cultura occidentale.
Questa concezione nuova di anima era allora assente
prima di Socrate e presente subito dopo di lui (in Isocrate, Senofonte,
Platone). Si tratta proprio di una di quelle novità che è necessario far
risalire al filosofo ateniese
Partendo dall'essenza dell'uomo è possibile giungere
a definire la virtù. Tale virtù si ottiene quando l'uomo obbedisce a due
regole fondamentali: "conosci te stesso" e "abbi cura di te stesso".
Ai tempi di Socrate l'uomo era fondamentalmente il
corpo e l'etica era di tipo corporea, si mirava al bello, al forte,
Socrate, invece, cambiava tutto.
Perciò il conosci te stesso significava maturare la
consapevolezza di dover mettere al centro il suo essere anima razionale,
perché se non si fa così il corpo (istinti, pulsioni etc.) prende il
sopravvento e ci si riduce ad animali.
Partendo da questa certezza, il curare se stesso
significa aver cura della propria anima, della ragione, cioè svilupparla
(cfr. Apologia 29d-30b). Lo sviluppo della ragione si ottiene attraverso
la scienza. A differenza dei sofisti Socrate conosce l'anima, il vero
cibo dell'anima egli è il medico dell'anima (prologo del Protagora,
310b-314c).
Altro è l'uomo e altro è il corpo, il corpo è uno
strumento, e l'uomo è colui che si serve del corpo, è l'anima che si
serve del corpo (Alcibiade Maggiore 128d-130e).
Senofonte ci presenta un dialogo di Socrate con il
pittore Parrasio e con lo scultore Clitone in cui il filosofo invita gli
artisti a ritrarre non il corpo perfetto, bensì l'anima dell'uomo così
come essa si manifesta attraverso il sensibile.
Dunque la virtù è la scienza, uno è tanto più
virtuoso quanto più sapiente.
I valori del corpo non sono necessariamente
disprezzati da Socrate, ma essi sono solo beni strumentali che devono
comunque essere sempre guidati dall'anima.
Conoscere il fondamento dell'uomo significa anche
poterne stabilire il fine dell'agire, quindi una morale che sia guida
del comportamento, significa stabilire cosa sia la virtù.
La virtù è ciò che consente all'anima di essere
buona, cioè di essere ciò che essa per natura deve essere: essa è la
scienza, la conoscenza.
Non la bellezza, né la forza, la ricchezza, la fama e
altro di simile danno la felicità, esse portano alla rovina (dai
Memorabili di Senofonte).
In realtà Socrate non eliminerà del tutto queste
cose, sarà Platone a fare il passo decisivo. Ciò che è decisivo in
Socrate è che i valori del corpo siano sottomessi a quelli dell'anima,
l'anima, con la sua conoscenza, ne deve fare un buon uso (Eutidemo
281d-e). È importare notare che in Socrate, allora, non vi è ancora la
contrapposizione tra corpo e anima che sarà poi di Platone.
I paradossi dell'etica socratica
La virtù della scienza riassumeva in Socrate ciò che
erano la sapienza, la giustizia, la saggezza, la temperanza, la fortezza
etc. nel senso che chi sa il vero è anche immancabilmente giusto,
temperante, forte etc.
Intellettualismo socratico: la virtù è scienza, chi
pecca non pecca volontariamente, ma pecca per ignoranza. Quando infatti
uno conosce il bene e il vero, è irrimediabilmente attratto da esso. Se
il malvagio conoscesse il bene certamente lo realizzerebbe perché solo
il bene rende felici.
Questa posizione è coerente con il fatto che l'uomo è
essenzialmente anima intelligente, perciò non esistono peccati, ma solo
errori.
Socrate non considera la dimensione volontaristica e
a-razionale dell'uomo, egli mette le cose al vaglio della ragione e
perciò si distacca dalla tradizione comune, dalle convinzioni e
abitudini della società greca del tempo: virtù non è più adeguarsi ad
esse.
Dunque per Socrate la conoscenza del bene è
condizione sufficiente, non solo necessaria per comportarsi in maniera
virtuosa, egli non considera la possibilità di una volontà che pur
vedendo il bene si rifiuti di farlo, una volontà debole che pecca.
Questo non voler considerare il dato della volontà valse a seguito di
l'accusa di intellettualismo. Ma questo è dovuto al fatto che Socrate ha
una visione unitaria dell'animo umano, una visione "parmenidea" di un
tutto che non distingue tra intelletto e volontà nell'anima. Per questa
distinzione dovremo aspettare Platone, che oltre al razionale vede
nell'anima anche l'irrazionale e il concupiscibile. Per i greci,
inoltre, la colpa ha sempre una dimensione intellettuale, manca un vero
e proprio concetto di peccato che sarà introdotto solo con il
cristianesimo.
Se la prima virtù è la scienza, la seconda è l'autodominio
(enkràteia) che significa il comando della parte razionale dell'uomo su
quella somatica, è il dominio sulla propria animalità (è un dominio
della ragione, da non confondere con il dominio della volontà). L'uomo
senza il dominio di sé è come il caradrio, l'uccello voracissimo
e mai sazio (Gorgia 494b). Il dominio coincide con la libertà (eleutherìa),
la libertà del saggio, la libertà dalle passioni, è la ragione che
riesce ad imporsi (non è da intendersi come libero arbitrio). Così
appare per la prima volta un concetto di libertà staccato dalla
dimensione politico-giuridica.
Una terza virtù è l'autarchia, che indica
l'autosufficienza della ragione umana: il saggio non dipende da nessuno,
non dipende dagli impulsi fisici, dalle cose, dalla società etc. Questo
dominio (libertà e autonomia) porta all'autentica felicità che solo il
saggio conosce.
La felicità non dipende dal piacere, ma se il piacere
è sottomesso alla enkràteia, allora è una cosa buona.
La morale di Socrate è una morale autonoma, non
dipende che da sé, non dipende dal demone, non ha fino escatologici.
Perciò la felicità è possibile già qui sulla terra. Essa è stata anche
giudicata una morale utilitaristica, ma non nel senso dell'egoismo,
dell'edonismo, in quanto per Socrate l'utile è sempre l'utile dell'anima
e la felicità da raggiungere non è quella dei sensi che è felicità
falsa, ma quella dell'anima.
Socrate collega al valore morale anche la vera
amicizia, l'amico è l'uomo virtuoso, che basta a se stesso, che domina
se stesso. Solo i buoni possono così essere amici, perciò anche
l'amicizia si fonda sull'anima e sulla virtù.
Socrate non amò la politica, il demone gliela aveva
anche vietata, non amò né i democratici né gli oligarchici, criticando
tutti. Pur tuttavia il suo era un insegnamento politico, cioè per il
bene della polis di Atene. Egli voleva formare uomini, questi poi
avrebbero dovuto condurre la città in modo adeguato. Il buon politico
deve prendersi cura delle anime degli uomini (Gorgia 504d,ss.).
L'agire di Socrate ad Atene fu davvero
rivoluzionario, ma la sua fu una rivoluzione non violenta basata
sull'arma della persuasione.
2. LA TEOLOGIA SOCRATICA E IL SUO SIGNIFICATO
la posizione di socrate nei confronti del problema
teologico
Socrate rifiutava gli dei di Atene, ma non era ateo
(casomai era eretico), nei greci infatti va distinto il concetto di
divino da quello di Dio. Socrate non accettava le singole divinità, ma
accettava il divino, perciò non era ateo. Socrate rifiutava gli dei per
il loro comportamento immorale, troppo antropomorfico, troppo
"corporeo".
Così Socrate parlava di Dio, ma solo ad un livello
intuitivo, egli, infatti, aveva scartato la filosofia della natura (per
la quale il divino era il principio) e non aveva ancora categorie
sufficienti per fondare teoreticamente la questione di Dio. Comunque per
i filosofi greci era possibile pensare il divino come un qualcosa di
unitario (ma non ancora monoteistico) il cui manifestarsi poteva essere
molteplice (magari in reazione al politeismo della religione popolare).
Così per esempio si poteva anche pensare ad un Dio, ma poi divinizzavano
le varie forze naturali operanti nel mondo. Una visione monoteista si ha
solo pensando un Dio al di sopra del mondo, cosa che il greco non seppe
mai fare, mancando il concetto di persona adeguato.
Eppure per Socrate se c'è un mondo organizzato,
armonico, finalizzato, indirizzabile moralmente, vi deve essere un
organizzatore intelligente. Perciò Dio è l'intelligenza finalizzatrice
provvidente, ordinatrice (non nel senso cristiano), ma non tanto nel
senso fisico, quanto in quello morale.
Dio come Intelligenza finalizzatrice e come
Provvidenza
Fonte sono qui i Memorabili di Senofonte.
Ciò che ha un fine postula un'intelligenza che lo ha
prodotto, nell'uomo, per esempio, tutti gli uomini hanno un fine, ed
essendo l'uomo l'essere più perfetto, ne consegue che l'Intelligenza,
l'artefice divino, ha una predilezione per esso.
Per Socrate vi è un collegamento tra l'intelligenza
divina e la psychè dell'uomo, Dio ha messo nell'uomo l'anima
meravigliosa.
Prima di Socrate una concezione teleologica
dell'universo era stata ipotizzata sol oda Diogene Apollonio restando
però nell'ambito fisico (l'intelligenza ordinatrice che tutto governa
era l'aria). In Socrate questo aspetto non c'è, Dio è l'intelligenza,
anche se Socrate non fu mai in grado di dire cosa essa sia, il suo
statuto ontologico.
Manca comunque un concetto di salvezza, perché l'uomo
si salva da sé.
La provvidenza di Dio si esercita nel dare all'uomo
buono le giuste capacità ed un adeguato ambiente di vita. Dio però non è
provvidente con chi non è buono. Anche Dio è attratto dal bene, al di
sopra di lui vi è la legge del bene, la quale vincola anche Dio.
Il "Daimònion" di Socrate
L'accusa fatta a Socrate comprendeva anche
l'introduzione di nuove divinità. Ci si riferiva al continuo riferimento
fatto dal filosofo ad un demone che lo guidava fin da fanciullo e che
gli impediva di fare cose sbagliate (mentre non esortava a fare,
Apologia 31c-d, secondo Senofonte invece quel demone diceva a Socrate
anche cosa fare)
Così Socrate aveva una voce demoniaca che gli parlava
e lo difendeva impedendogli di fare cose sbagliate, benché Socrate,
saggio, sapesse che cosa fare. Forse si trattò davvero di una esperienza
mistica.
Daimònion è un neutro, perciò non indica un essere
personale, quanto un evento, un fenomeno divino, tuttavia Socrate
nell'Apologia dice che da questa consapevolezza ne deriva che lui crede
all'esistenza degli dei (27b) e che quella voce è proprio la voce di Dio
(Apologia, 40b).
Per i greci era comune la consapevolezza dei demoni
come esseri intermedi tra Dio e le persone, così dunque anche Socrate.
Per Socrate era questo il segno del Dio provvidente
verso di lui che era uomo che cercava il bene (gli dei premiano gli
uomini saggi che cercano il bene).
Cosa diceva a Socrate il demone? Non comunicava
alcuna verità filosofica, dato che queste sono accessibili alla ragione,
alla sapienza umana, la loro argomentazione è razionale, non per divina
rivelazione. Esso non comunicò a Socrate neppure il compito di educatore
in Atene che pure gli fu ordinato da Dio (Apologia 33c, qui Dio è Theoù,
non daimònion). Perciò il demone interveniva negli eventi particolari
della vita di Socrate (non andare lì, non incontrare quello, non fare
quella cosa etc., soprattutto non fare politica).
L'etica socratica non è teonoma, ma autonoma, essa è
conseguenza dell'essenza dell'uomo che è anima. Dio non fonda l'etica,
non dà un premio, però Dio protegge i valori morali dell'uomo, riconosce
in essi l'espressione del bene. Ecco perché Dio si cura di tutto gli
uomini, ma specialmente dell'uomo virtuoso, questo interesse non è
l'amore cristiano (che non dipende dalle azioni o dal comportamento del
singolo), il dio protegge il virtuoso solo perché lì vede realizzato il
bene ed è anch'egli attratto dal bene.
Comunque questa protezione viene dopo, dato che
l'uomo non ha bisogno del dio per essere buono.
3. LA DIALETTICA SOCRATICA
sofisti, con il loro modo di procedere, basato
sull'eloquenza, le citazioni per meravigliare l'uditore e convincerlo,
al di là della verità delle cose, avevano guastato l'anima, Socrate
vuole invece curare l'anima e questo è possibile solo con il metodo del
dia-logo.
Non la parata sofista dei lunghi discorsi, ma il
dialogo breve, senza citazioni o altre autorità, tra il maestro e il
discepolo è il metodo efficace al fine di esortare alla virtù, a
purificare l'anima.
Per Socrate il punto di partenza della sua dialettica
è l'affermazione di non sapere, di fronte l'interlocutore egli si pone
come colui che deve imparare, non come colui che deve insegnare (siamo
all'opposto del discorso di parata dei sofisti). Questa logica del non
sapere poneva Socrate contro le illusioni del sapere dei fisici, contro
la presunzione dei sofisti che pensavano di saper rispondere a qualsiasi
domanda (così diceva di sé Gorgia), contro la superficialità della
cultura dei poeti, dei politici, degli artisti.
Nell'Apologia, interpretando l'oracolo di Delfi (che
aveva detto che Socrate è l'uomo più sapiente) Socrate afferma che
sapiente è solo dio, mentre poco vale o nulla la sapienza umana (23a-b).
L'ironia socratica
Si tratta di un prendersi gioco dell'interlocutore,
delle sue certezze, un farsi credere attratto ed ammirato da lui per uno
scopo serio. Socrate finge di accettare le posizioni dell'interlocutore
esasperandole fino alla caricatura per poi rovesciarle con la loro
stessa logica. Così l'interlocutore ben disposto era portato a rendersi
conto dei propri errori.
La prima fase dell'ironia prevedeva la distruzione
degli argomenti dell'altro, Socrate confutava e confutava fino a che
l'altro ammetteva l'ignoranza. Così Socrate fu accusato di seminare
dubbi e di essere un corruttore (nel Menone Socrate è paragonato da
Menone stesso ad una torpedine marina che intorpidisce chi la tocca).
Eppure la verità non si può raggiungere fintantoché
nell'anima vi sono falsità.
Fatta la purificazione ecco il secondo momento del
metodo socratico: la maieutica. Socrate è ignorante e non può comunicare
un sapere, però la verità è tale per cui l'anima ne è gravida, perciò
essa va solo fatta venire alla luce. Per far ciò è necessario una
levatrice, e Socrate non è altro che una brava levatrice (come sua mamma
Fenarete) che opera sugli uomini e non sulle donne e opera sulle anime e
non sui corpi (Teeteto) e come le lavatrici (che dovevano essere anziane
e non più in gradi di generare, ma non potevano essere sterili) Socrate
è sterile di sapienza, il Dio gli vietò di generare, egli deve solo
risvegliare (metodo protrettico).
Per vari autori Socrate sarebbe stato lo scopritore
del concetto, della logica, e perfino il padre del razionalismo
occidentale.
Essi si basano su Aristotele che nella Metafisica
segnalava l'attenzione socratica per l'universale, per le definizioni,
per l'essenza delle cose, per i ragionamenti induttivi che dai
particolari portano all'universale.
Aristotele, però, va preso con cautela come fonte
storica perché interpreta in base alle sue opinioni e non è vero che
Socrate ha scoperto l'universale e le definizioni, mancandogli le
categorie per esprimerle, presenti in Platone e solo dal Repubblica e in
pienezza solo con Aristotele.
Nel domandare "che cos'è?" Socrate ancora non
intendeva giungere ad una definizione logica, ad un concetto universale,
anche se egli aprì una via in questo senso.
Socrate praticava l'induzione, faceva salire
l'interlocutore dal caso particolare al generale, ma senza giungere ad
una teorizzazione dell'universale, non ne aveva gli strumenti (lo farà
solo Aristotele negli Analitici).
Insomma Socrate fu un grande logico, ma non teorizzò
la logica, in lui vi sono solo i germi di essa.
4. APORIE E LIMITI STRUTTURALI DEL SOCRATISMO
Il pensiero socratico ruota tutto attorno al suo
nuovo concetto di anima, ma egli non ne seppe definire l'essenza,
l'anima conosce il bene e il male, dirige, governa, partecipa del
divino, ma che cos'è?
Del resto a Socrate mancavano i concetti ontologici
adatti, così Socrate accettava l'immortalità dell'anima, ma non
filosoficamente (lo farà Platone) bensì (è almeno probabile) per fede,
razionalmente la cosa resta per lui insoluta (conclusione
dell'Apologia).
Anche su Dio e sul divino vi sono intuizioni, ma non
argomentazioni metafisiche, dalle opere si ricava un dio provvidente e
intelligente, ma nient'altro.
Anche la teleologia, il finalismo non hanno base
teoretica, siamo sempre a livello empirico, intuitivo, ci vorranno poi
le idee di Platone e le quattro cause di Aristotele per fondare il
tutto.
Il logos socratico, la maieutica fa partorire solo le
anime gravide, non tutte, inoltre chi feconda l'anima? E come mai si può
conoscere il bene eppure non farlo? La libertà non si riduce a
conoscenza o sapere, c'è il mistero dell'uomo che entra in gioco, egli
può anche rifiutare la verità, cosa che Socrate riteneva impossibile.
Infine Socrate intese il suo insegnamento valido per
gli ateniesi, non per un'altra polis, tantomeno per l'umanità,
invece la portata della sua filosofia aveva ben altri orizzonti, essa fu
così ripresa dai socratici minori e da Platone con ben diversi
risultati.
I SOCRATICI MINORI
La profezia-minaccia di Socrate di tanti discepoli
che continueranno la sua opera del finale dell'Apologia si è
effettivamente avverata. Cinque suoi allievi formarono cinque scuole
filosofiche.
- ANTISTENE E LA FONDAZIONE DELLA SCUOLA
CINICA (a cavallo tra il V e il IV secolo)
È la figura maggiore tra i socratici minori,
interpretò Socrate all'opposto dell'interpretazione di Platone con
il quale entrò in polemica.
Per Antistene il messaggio di Socrate consisteva
prima di tutto nella libertà, ne riprese poi la dottrina della
psychè, dell'intellettualismo etico, identificando virtù e
conoscenza.
Contro gli approfondimenti metafisici platonici,
Antistene riduceva al minimo ciò che era necessario sapere (contro
Platone: "io vedo il cavallo, non la cavallinità). Contano le
percezioni sensibili, le cose semplici non si definiscono, ma al
massimo si descrivono, e quelle complesse si suddividono in
semplici.
Per descrivere basta dare i nomi, non ci si deve
soffermare sulle essenze! Ogni cosa ha un suo nome e solo quello,
perciò l'uomo e uomo, il buono e buono, ma non: l'uomo è buono, non
esiste un giudizio che unisca termini differenti, contro Platone non
si può fare né una logica, né una ontologia.
In Socrate contava solo l'aspetto esistenziale,
con la sua psychè Socrate distruggeva i valori tradizionali e
Antistene colse soprattutto questo aspetto del maestro, la felicità
sta nella nostra anima, nella nostra autosufficienza, nel nostro non
dipendere, dunque nella nostra libertà che consiste nel non aver
bisogno di nulla.
Ma Socrate non aveva ritenuto il piacere come
senz'altro un male, esso poteva essere o un male o un bene. Per
Antistene esso era certamente sempre un male, perché schiavizza
l'uomo, specie quello erotico, e fa perdere all'uomo la sovranità su
di sé (Platone negava il piacere perché era qualcosa di corporeo in
nome dello spirituale, Antistene lo negava in senso materialistico).
No alla fama e alla gloria, esse sono un male, si
deve mirare alla assenza delle illusioni, perfino andando contro le
leggi della città, dato che conta solo la legge della virtù.
No anche agli dei della città, perché Dio è uno
per natura e non è conoscibile per immagini, non anche all'al di là.
La fatica dell'uomo per staccarsi da tutte queste
cose è il suo bene ed è legata alla virtù.
Cinico deriva da cane, il ginnasio dove
conversava Antistene era chiamato Cinosarge, cane puro e Antistene
era chiamato anche il cane puro. E per la gente la vita di Antistene
e seguaci era proprio una vita da cani e questi filosofi si amavano
chiamare cani a segnalare la loro rottura con il senso comune.
Con Diogene la scuola cinica finirà per rifiutare
tutto della polis rovinando l'intento socratico che invece
filosofava per la polis, per purificarne la vita.
Inoltre Antistene proponeva a tutti il suo
messaggio, anche ai malvagi, per redimerli, mentre Socrate si
rivolgeva all'elite.
È un aspetto questo che già anticipa aspetti del
cristianesimo.
- ARISTIPPO (tra il V e il IV secolo) E LA
SCUOLA CIRENAICA
Fu tra i socratici il più indipendente dal
maestro, data anche la sua vita agiata a Cirene.
Per Aristippo il bene fisico è quello supremo e
il piacere è il principale movente per la vita (edonismo), per
Socrate invece il piacere può essere bene o male, ma comunque il
vero bene lo dà la scienza. Allora virtuoso è l'uomo che sa
procurarsi il piacere.
Così, scandalosamente, Aristippo si faceva pagare
le lezioni.
Aristippo era però affascinato dall'arte
socratica di trattare con gli uomini, dal suo saper essere al di
sopra degli avvenimenti, a disprezzare il superfluo.
Con Socrate i cirenaici negavano validità alle
riflessioni dei naturalisti e alle matematiche. Si deve trattare
invece solo di argomenti etici che sono alla nostra portata e sono
utili.
La verità è un sensismo fenomenistico, conosciamo
le nostre sensazioni, verità sono le affezioni, ciò che ci appare è
il vero, l'affezione è vera, non l'oggetto che la provoca che è
esterno a noi e quindi oscuro. Le affezioni sono poi soggettive,
vere per me, perciò ciò che appare non è mai universale, né
comunicabile, i nomi sono solo convenzioni.
Il piacere, le affezioni piacevoli, sono il fine
dell'agire, il vero bene, tutti gli animali cercano il piacere e
fuggono il dolore, così anche l'uomo.
I piaceri, definiti "movimento lieve" (e il
dolore è "movimento violento") sono tutti uguali, non si distinguono
gerarchicamente, essi sono perciò sempre bene anche quando c'è chi
li considera indecenti.
Però i piaceri del corpo, quelli dell'istante,
sono di gran lunga migliori di quelli dell'anima. Si deve
continuamente pensare all'oggi, il bene è nel presente, non contano
la memoria o la speranza, conta il piacere, non la felicità.
Di socratico è rimasto l'autodominio, perché del
piacere si può anche rimanere vittime, quando ci si lascia
travolgere dalle passioni, che vanno comunque soddisfatte. In
pratica Aristippo condannava gli eccessi. Nessun interesse per
l'anima, il che fa di Aristippo un ben poco socratico!
Infine questo comportamento etico dei cirenaici
si configurava anche in netta rottura con l'ethos di Atene.
Si nega l'impegno politico che non dà un piacere.
- EUCLIDE (tra il 435 e il 365) E LA SCUOLA
MEGARICA
Conosciamo poco di questa scuola che, vicino al
movimento di Elea, tentò una sintesi tra etica socratica ed
ontologia eleatica.
Euclide riduceva il Bene all'Uno che è l'Uno di
Elea, sempre identico, che non ammette non-essere, il contrario,
perciò non c'è generazione né corruzione, molteplicità, divenire,
movimento.
Euclide respinge la tecnica socratica
dell'analogia.
Questo Bene ha comunque degli attributi
socratici, lo chiama anche saggezza, Dio, anche Socrate identificava
la saggezza, la conoscenza con il Bene.
La negazione del non-essere era negazione del
non-bene, cioè del male, ed anche per Socrate il male non esisteva,
esisteva solo l'ignoranza del Bene.
Virtù per Euclide e Socrate era la conoscenza del
Bene-Uno.
Allora Euclide tentò di dare alla dottrina
socratica quel fondamento ontologico di cui difettava, ma lo fece
cercando strumenti nel passato, mentre Platone farà la stessa
operazione, ma in un modo del tutto nuovo, oltre la filosofia della
physis.
Euclide fece suo il metodo della eristica (arte
del contendere con la parola) e della dialettica. Confutava
l'avversario riducendo ad assurdità le sue argomentazioni, ma questa
è una esasperazione della dialettica socratica.
Questa purificazione delle dottrine avversarie
era inteso dai megarici come un vero e proprio compito etico da
assolvere, per innalzare gli uomini alla visione del vero bene
(questo è un atteggiamento socratico).
- FEDONE E LA SCUOLA DI ELIDE
È l'autore socratico meno originale, i logos
socratico domina i caratteri più ribelli e passionali, la ragione
scaccia i vizi e aveva ragione Zopiro (protagonista dell'opera omonima
di Fedone) a dire che Socrate era un vizioso studiandone i tratti
somatici (fisiognomica). Socrate lo ammise, era vizioso da giovane, ma
poi la ragione sottomise il vizio.
Socrate era allora l'esempio di ciò che Fedone voleva
sostenere grazie alla ragione, alla filosofia.
Questi socratici sono proprio minori se paragonati al
socratico Platone, ma essi sono anche semi-socratici avendo preso solo
in parte la dottrina del maestro unendola ad altre suggestioni
provenienti dai sofisti (cinici e cirenaici) o da Elea (megarici). Essi
prendevano Socrate sotto un aspetto, filtrando la sua dottrina.
L'ORFISMO E LA NOVITA' DEL SUO MESSAGGIO
La letteratura orfica è un grande problema. Ciò che
si riteneva originario è invece di marca neoplatonica e dunque un
millennio posteriore: Inni, Argonautici, Litici.
Originari sono solo dei frammenti (363) e le
testimonianze indirette (263) che son operò in gran parte del V e IV
secolo a.c., cioè recenti.
Però già il poeta Ibico del VI sec. parla di Orfeo e
ne attesta allora la notorietà al suo tempo. Di riti e iniziazione
orfiche parlano Platone e Aristotele, Erodoto, Aristofane.
Gli orfici sono portatori di una concezione della
natura e del destino dell'uomo totalmente sconosciuta ai greci di quel
tempo: nell'uomo vi era qualcosa di divino e di immortale, di altro dal
corpo, che si manifesta quando il corpo tace (sonno-sogni, svenimento,
morte), cfr. frammento di Pindaro pag. 440.
Abbiamo allora una concezione dualistica dell'uomo
dove l'anima prevale sul corpo (novità assoluta per la civiltà europea).
L'anima appartiene alla stirpe degli dei (laminette
d'oro di Turi).
Gli orfici portarono in Grecia la dottrina della
metempsicosi, della preesistenza delle anime, da essi la ripresero poi i
pitagorici e poi i filosofi (non viceversa!), Pindaro la conosceva già
molto bene. Platone, Aristotele concordano in ciò. La metempsicosi
giustificava il dolore innocente.
Per i greci castighi e premi nell'al di là erano
riservati solo a figure eccezionali, in pratica già in Omero essi non ci
sono più, gli orfici al contrario riprendono queste categorie e le
considerano valide per tutti: ci sarà per tutti un premio o una pena (cfr.
Pindaro i malvagi sono condannati e i buoni sono premiati).
Più esplicite le laminette d'oro: l'anima tornerà con
gli dei.
La teogonia orfica si rifaceva in parte a quella di
Esiodo, ma era più concettuale, gli dei non erano quelli omerici pur
mantenendo i nomi tradizionali. La creazione era opera di varie divinità
che si succedevano
Il Zeus orfico comprende tutto.
Il figlio di Zeus, Dionisio fu fatto a pezzi dai
titani e divorato, Zeus li incenerì per vendetta e da quella cenere
nacquero gli uomini, da qui la tendenza la bene e al male degli uomini:
l'anima è la parte dionisiaca, quella buona, il copro è la parte
titanica, quella cattiva.
La morale è che l'anima si deve liberare dal corpo, e
ciò avviene attraverso la reincarnazione (che è la punizione) fino alla
purificazione completa.
I riti orfici aiutavano la purificazione, così la
regola di vita che vietava le carni.
PRECISAZIONI SULLE
CARATTERISTICHE
FONDAMENTALI
DEL CONCETTO GRECO DI FILOSOFIA
- L'OGGETTO DELLA FILOSOFIA ANTICA COME L'"INTERO" DELL'ESSERE
La filosofia cerca di misurarsi con l'intero
dell'essere, dove l'intero non è la somma delle parti, qui è in
gioco la qualità dell'approccio alla realtà delle cose, non la
quantità.
Conoscere tutte le cose non significa, cioè,
conoscere tutte le singole cose, bensì conoscere un universale in
cui rientrano tutte le cose particolari da esso unificate, un
principio o più principi da cui tutte le cose derivano e,
correlativamente il senso delle cose stesse.
Fu questo il tentativo dei fisici, trovare quella
realtà naturale che resta sempre, da cui tutto ha origine. Il loro
limite consisteva nel fatto che il principio era di tipo materiale,
dato che per loro esisteva solo l'elemento fisico.
Per Aristotele l'intero è invece l'essere in
quanto essere, non un elemento materiale, esso viene studiato non
dalle scienze particolari (le quali hanno per oggetto solo una parte
dell'essere), ma dalla metafisica.
Fra i fisici Parmenide colse l'unità dell'essere
con le note conseguenze.
Nel Repubblica Platone dice che i filosofi
studiano l'essere che sempre è e mai non muta, il filosofo deve
contemplare tutto l'essere fino a farsi un tutt'uno con il Tutto (Plotino).
Ciò vale anche per i sofisti e Socrate che
sembravano aver posto attenzione non al tutto, ma ad una parte
(l'uomo, l'etica). Essi, infatti, avevano solo cambiato la
prospettiva da cui guardare l'intero.
Socrate studiava l'uomo cercandone però
l'essenza, l'elemento unitario, la sua non voleva essere una scienza
particolare come la medicina o la ginnastica che non trattano l'uomo
nel suo intero, ma solo nelle parti.
- LA FILOSOFIA COME BISOGNO PRIMARIO DELLO SPIRITO UMANO
"Tutti gli uomini, per natura, desiderano il
sapere" (inizio della Metafisica di Aristotele), ecco perché, dice
Aristotele, amiamo la vista, la memoria, l'esperienza, il perché
delle cose, la sapienza. Tutto ciò si esprime con la meraviglia di
fronte al creato (Platone, Teeteto 155d; Aristotele,
Metafisica A2, 982b 12ss). La meraviglia nasce dalla mancanza
che si deve allora colmare.
La meraviglia vi sarà sempre, e allora vi sarà
sempre anche la filosofia.
- LO SCOPO DELLA FILOSOFIA COME CONTEMPLAZIONE DELL'ESSERE
Il fine è la contemplazione del tutto, non vi
sono altri interessi nel filosofo (conoscere per il conoscere). Per
Platone Talete è il simbolo della vita teoretica (cadde in un pozzo
mentre guardava le stelle, Teeteto 173d-174b).
I veri filosofi amano contemplare la verità,
l'Assoluto.
- LE VALENZE PRATICO MORALI DELLA FILOSOFIA
Il "theorein" greco non è un astratto pensare, ma
un pensare che incide profondamente nella vita etico-politica
La contemplazione greca ha anche una valenza
pratica, morale, non è mai atto solo intellettuale. Nel periodo
tardo ellenistico-romano si accentuò l'attenzione per la prassi, ma
senza perdere l'aspetto intellettuale (così come prima, pur
prevalendo quello intellettuale non era assente la valenza pratica
nel filosofare).
Costante è il teorizzare, il theorein con
accentuazioni ora speculative, ora pratico-morali.
Il filosofo contemplando l'intero ha un approccio
con la vita di tipo ascetico, ha altri interessi, altre prospettive.
Eppure molti filosofi erano anche dei politici non nel senso
militante, ma nel dare consigli per le leggi e per il bene della
città.
Socrate non volle fare politica, ma la sua
filosofia era per la formazione delle coscienze, lui educava perché
aveva la giusta visione "intera" dell'uomo.
Platone metteva i filosofi a capo della
Repubblica ideale, essi vedono, infatti, l'idea del bene, l'ordinato
e il divino che la vita pubblica deve imitare.
Il fare dipende dal contemplare, in Platone le
anime migliori sono quelle che hanno più contemplato le idee nella
pianura della Verità (Fedro).
Per Aristotele la contemplazione di Dio è il
criterio della vita pratica.
- LA FILOSOFIA E L'EUDAIMONIA
Eudaimonia significa felicità (la parola richiama
la presenza in noi del demone) e la felicità non sta nei piaceri del
corpo bensì in quelli della psychè come aveva detto Socrate,
ma già prima di lui Eraclito e Democrito.
Il theorein è l'attività conoscitiva che
gratifica l'anima e la fa diventare virtuosa, quindi buona, quindi
felice, così anche per Platone (Gorgia 470e).
Così per Aristotele la forma più alta di vita è
l'attività pensante dell'anima, dunque il filosofare e il culmine
della felicità sta nella contemplazione (Etica a Nicomaco) e Dio è
autocontemplazione.
- LA RADICALE FIDUCIA DEL FILOSOFO GRECO NELLA POSSIBILITA' DI
RAGGIUNGERE LA VERITA' E DI VIVERE NELLA VERITA'
Molti filosofi sembrano essere pessimisti circa
la possibilità di giungere alla verità, la quale ama nascondersi
(Eraclito) o è nell'abisso (Democrito), Socrate sa di non sapere, ma
solo gli scettici l'hanno davvero pensato e sono una eccezione.
L'identità tra essere e pensare di Parmenide
indica la possibilità di conoscere il vero, anche in Aristotele le
cose che hanno più essere sono conoscibili (quoad se) e la filosofia
fa sì che noi le possiamo conoscere (quoad nos).
La verità si raggiunge anche per gli epicurei
(attraverso le sensazioni) e per gli stoici (attraverso le
rappresentazioni catalettiche), così anche i neoplatonici e i
filosofi dell'età ellenistica.
Già Socrate con la maieutica faceva poi del vero
un possesso strutturale dell'anima e così anche l'anamnesi
platonica.
Per Aristotele la verità è davanti a noi, se è
difficile conoscerla è per le nostre incapacità, come gli occhi
della nottola faticano a vedere la luce.
- A PROPOSITO DEL METODO DELLA FILOSOFIA ANTICA
È un metodo che si fonda sul Logos e sulla ragione
che non è la nostra ragione scientifica sperimentale.
Anche la logica del sillogismo di Aristotele in
realtà viene per confermare il sistema più che per definirlo.
Molti filosofi si sono richiamati all'intuizione
quale principio del filosofare, nel senso che i principi primi non si
deducono, si colgono per intuizione, ma questo non è irrazionalismo,
l'intuizione è la ragione che coglie una evidenza, quindi è operazione
razionale.
Il procedimento privilegiato nella filosofia antica è
però quello della confutazione (elenchos) per il quale si
dimostrano contraddittorie le tesi degli avversari: è questa la scoperta
metodica principale dei greci.
Giovanni Reale, STORIA DELLA
FILOSOFIA ANTICA |
|
|