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Pergamo di Troia, 22 febbraio 1873.

Sono tornato qui con mia moglie il 31 gennaio per riprendere gli scavi, ma sono stato ostacolato ora dalle feste greche, ora da tremendi temporali, ora dal freddo tagliente, e fino ad oggi posso calcolare di avere avuto non piú di otto buone giornate di lavoro. Oltre alle due case di legno, in autunno mi ero fatto costruire una casa con muri larghi sessanta centimetri, fatti con pietre di antiche costruzioni troiane, ma sono stato costretto a cederla ai miei sorveglianti, che non avevano vestiti e coperte sufficienti e sarebbero stati uccisi dal gran freddo. La mia povera moglie e io abbiamo dovuto soffrire molto, perché un vento del nord, tempestoso e gelido, soffiava con violenza attraverso le giunture delle pareti di legno, e la sera non eravamo neppure in grado di accendere il lume; benché avessimo il fuoco nel camino, nella stanza il termometro segnava 4 gradi Réaumur e l’acqua gelava accanto al camino. Durante il giorno riuscivamo in qualche modo a sopportare il freddo, lavorando negli scavi, ma la sera per riscaldarci non ci restava altro che il nostro entu­siasmo per la grande impresa della scoperta di Troia. Per fortuna il grande freddo durò soltanto quattro giorni – dal 16 al 19 febbraio – e da allora abbiamo un tempo splendido. Oltre a Georgios Photidas, che era con me già l’anno scorso, ho preso come sorveglianti il capitano marit­timo Georgios Barba Tsirogiannis di Calcide in Eubea e un albanese di Salamina, che però ho subito rimandato indietro per la sua incapacità, facendo venire altri due sorveglianti dal Pireo. Un buon sorvegliante mi è piú utile di dieci operai comuni, ma all’infuori della gente di mare è difficile trovare qualcuno che abbia il dono del comando. Ho portato anche un pittore, per far disegnare subito con l’inchiostro di china gli oggetti trovati e far riprodurre ad Atene i disegni in fotografia. Al momento presente non è piú facile come prima trovare gli operai, perché c’è qui un mercante di Smir­ne che impiega centocinquanta uomini per la ricerca di una radice medicinale dalla quale si ricava la liquirizia. Essendo retribuiti in base alla superficie scavata, col mercante di Smirne gli uomini guadagnano da 12 a 23 piastre al giorno, mentre io ora che le giornate sono corte posso pagare soltanto 9 piastre, per passare a 10 dopo Pasqua e a 12 dopo il 1° giugno. Siccome le radici si scavano poco lontano da Ren Kioi nella raccolta sono occupati soprattutto uomini di questo paese, e io per i miei scavi devo rivolgermi ai paesi di Kalifatli, Jeni Schehr e Neo Chori, situati nella piana di Troia e ai suoi margini, dai quali quando il tempo è asciutto posso far venire ogni giorno centoventi operai. Il vino, che l’anno scorso costava qui solo 1 piastra e un quarto (25 centesimi) loka, ora costa 2 piastre (40 centesimi), Ma è di ottima qualità e lo preferisco a qualsiasi vino francese.

Pergamo di Troia, marzo 1873.

Già da lunedí mattina, 24 febbraio, sono riuscito a portare a centocinquantotto il numero degli operai, e poiché questa settimana abbiamo avuto sempre tempo magnifico, in questi sei giorni ho fatto grandi cose e in questo mese, nonostante i molti ostacoli e difficoltà con cui ho dovuto combattere all’inizio, ho potuto portar via ottomilacin-quecento metri cubi di detriti dal luogo del tempio. Oggi finalmente ho avuto la gioia di portare alla luce gran parte di quel muro di sostegno, fatto di grosse pietre bianche non lavorate, che un tempo rivestiva tutto l’angolo nord-est delle pendici del monte, mentre ora, in seguito al deposito delle ceneri delle vittime sacrificali, gettate dall’alto per molti secoli, il pendio attuale ne dista quaranta metri a nord e ottanta metri ad est. Con mia sorpresa ho trovato che questo muro di sostegno arriva fino a otto metri sotto la superficie e quindi, poiché altrove il livello originario è a soli quattordici-sedici metri di profondità sotto la superficie, esso doveva rivestire sull’estremità nord-est di Pergamo un colle isolato alto da sei a otto metri, sul quale senza dubbio sorgeva una piccola torre. Ma di questo santuario ho trovato soltanto ceneri rosse di legna mescolate a cocci troiani neri e lucidi e una grande quantità di pietre non lavorate che sembrano essere state esposte a un calore tremendo. Invece non c’è traccia di sculture: l’edificio doveva dunque essere molto piccolo. Ho perforato il muro di cinta di questo colle del tempio, su una larghezza di quattro metri, per esaminare il terreno. Ho scavato per un metro e mezzo di profondità e ho trovato che esso è composto di pura terra vergine di colore verdastro. Sul sito dell’antichissimo tempio, indicato dal muro di sostegno, trovo in due punti sabbia granulosa pura, che sembra scendere molto in profondità perché scavando fino a due metri non ne ho trovato la fine. Se questo colle sia composto del tutto o solo in parte di terra e sabbia granulosa, non sono in grado di stabilirlo.

Pergamo di Troia, 15 marzo 1873.

Le notti sono fredde e al mattino il termometro scende ancora spesso a zero, mentre durante il giorno il sole comincia ad essere fastidiosamente caldo e a mezzodí il termometro segna spesso 18 gradi Réaumur all’ombra. Gli alberi cominciano a mettere le foglie, mentre la piana di Troia è già coperta di fiori primaverili. Già da due settimane si sentono gracidare le rane nelle paludi circostanti, e da otto giorni sono tornate le cicogne. Fra i fastidi della vita in questo luogo selvaggio c’è il grido pauroso delle innumerevoli civette annidate nei buchi delle pareti dei miei scavi. Questo grido ha qualche cosa di misterioso e di raccapricciante, e specialmente di notte è insopportabile.

Pergamo di Troia, 22 marzo 1873.

Anche questa settimana abbiamo sempre avuto tempo magnifico e ho fatto lavorare alacremente centocinquanta operai in media. Sul lato nord dello scavo, sul sito del tempio di Minerva, ho già raggiunto una profondità di otto metri e in qualche punto ho messo allo scoperto la torre. Il terreno da scavare ora è ripartito in quattro terrazze, e faccio lavorare con grande energia soprattutto sulla terrazza inferiore che forma la superficie della torre. Ma i sentieri diventano sempre piú ripidi e piú lunghi, e già ora gli uomini con le carriole devono fermarsi a metà strada per riprendere fiato, e il lavoro rallenta ogni giorno di piú. Benché Pergamo, di cui scavo le profondità, finisca direttamente sulle paludi formate dal Simoenta, dove si vedono sempre le cicogne a centinaia, esse non si vogliono stabilire qui. Sulla mia casa di legno avevo prepara­to il posto per un nido di cicogna, e altri due, comodi, ne avevo predisposti sulla casa di pietra, ma mentre nei villaggi turchi circostanti si vedono talvolta due nidi sullo stesso tetto, da me nessuna cicogna ha voluto nidificare. Sul monte di Priamo il clima dev’essere troppo freddo e ventoso.

Pergamo di Troia, 29 marzo 1873.

Dopo la relazione del 22 marzo purtroppo ho pro­gredito poco o niente perché questa settimana nella maggior parte dei paesi si curano i vigneti e inoltre siamo stati continuamente tormentati da una terribile e gelida tempesta del nord, che ieri e oggi ci ha comple­tamente impedito di lavorare. Tuttavia questa settimana abbiamo trovato a otto metri di profondità, sulla grande torre, un gran nume­ro di splendidi vasi di forma singolarissima; essi sono quasi tutti piú o meno rotti, ma è facile restaurarli perché ne possiedo tutti i pezzi. Fra essi merita una menzione particolare un vaso nero lucido con due grossi seni femminili, un grosso ombelico e due voluminose braccia erette. La vita in questo luogo selvaggio non è priva di pericoli. Stanotte è mancato poco che mia moglie e io, e anche il sorvegliante Photidas che dorme nella stanza accanto, bruciassimo vivi. Avevamo fatto costruire un caminetto nella camera sul lato nord della casa di legno dove abitiamo, e vi accendevamo ogni giorno il fuoco perché da sei giorni è tornato un freddo terribile. Ma le pietre del camino poggiavano direttamente sulle tavole del pavimento, che ha preso fuoco, o perché ci fosse una fessura nell’argilla che tiene insieme le pietre o chi sa come, e bruciava già per una superficie di due metri per un metro quando stamani alle tre mi sono svegliato per caso. La stanza era piena di fumo denso e la parete di legno a nord cominciava già a bruciare. In pochi secondi poteva aprirsi un foro e allora tutta la casa sarebbe andata in fiamme in meno di un minuto perché da quella parte soffiava una terribile tramontana. Nonostante lo spavento, non ho perduto la presenza di spirito, ho versato il secchio del lavabo sulla parete incendiata e cosí per il momento ho fermato il fuoco da quella parte. Le nostre grida hanno svegliato Photidas, che dormiva nella stanza accanto, il quale ha chiamato gli altri sorveglianti dalla casa di pietra. In tutta fretta ho mandato a prendere grossi martelli, leve di ferro e picconi. Abbiamo spaccato e sfondato il pavimento e vi abbiamo gettato sopra mucchi di terra umida, in mancanza d’acqua. Ma le travi inferiori bruciavano in piú punti e ci volle un quarto d’ora prima che il fuoco fosse domato e il pericolo scongiurato.

Pergamo di Troia, 5 aprile 1873.

Questa settimana, con un tempo primaverile favo­revole per gli operai, freddo ma splendido, ho conti­nuato con la massima alacrità e buon successo gli scavi impiegando in media centocinquanta uomini. L’oggetto piú interessante da me scoperto qui in tre anni è certamente la casa riportata alla luce questa settimana a sette-otto metri di profondità, sulla grande torre, proprio sotto il tempio greco di Minerva; finora ne sono state sgombrate otto stanze. Le pareti sono fatte di piccole pietre cementate di terra e sembrano appartenere ad epoche diverse, perché mentre alcune di esse poggiano direttamente sulle pietre della torre, altre sono state costruite quando essa era già coperta da un deposito di venti centimetri e, in alcuni casi, addirittura di un metro. Queste pareti hanno anche spessori molto diversi: una è larga un metro e trenta centimetri, altre sessantacinque centimetri e altre ancora soltanto cinquanta centimetri. Diverse di esse sono alte tre metri e alcune presentano larghi resti di un rivestimento di argilla dipinta di giallo o di bianco. Solo in una grande stanza di cui però non si sono potute misurare esattamente le dimensioni ho trovato finora un vero pavimento di pietre calcaree non squadrate, il cui lato liscio è rivolto verso l’esterno. Certe fasce nere, all’estremità inferiore delle pareti delle altre stanze finora scavate, attestano fuor di ogni dubbio che in esse il pavimento era di legno e che fu distrutto dal fuoco. In una stanza si vede una parete bruciata, nera come il carbone, formante un semicerchio. Tutte le stanze finora rimesse alla luce, che non poggiano direttamente sulla torre, le ho scavate fino in fondo e ho trovato senza eccezione che il terreno sottostante è formato di cenere rossa o gialla e di macerie bruciate. Al di sopra, cioè nelle stanze stesse, i molti avanzi rimasti attaccati alle pareti indicano la presenza in parte di sole ceneri di legno rosse o gialle, mescolate a mattoni seccati al sole e cotti dall’incendio, in parte di soli detriti neri prove­nienti da resti di abitazioni e mescolati a masse di piccole conchiglie; in diverse stanze ci sono vasi rossi (pithoi) alti fino a due metri e mezzo, alcuni dei quali ho lasciato in situ; sopra la casa e fino alle fondamenta del tempio, soltanto cenere di legna rossa e gialla. Sul lato est della casa c’è un altare per sacrifici di tipo molto primitivo, rivolto fra nord-ovest e ovest e formato da una lastra di granito lunga e larga un metro e sessantacinque centimetri, sulla cui estremità si trova una larga pietra dello stesso tipo, la cui parte superiore è tagliata a forma di mezzaluna, probabilmente per ucci­dervi sopra le vittime. Sotto l’altare si vede un canale fatto di lastre di ardesia verdi, che probabilmente serviva per far defluire il sangue. Ma è curioso che questo altare non sorga sulla stessa torre: esso sta un metro piú in alto, su mattoni o blocchi di terra seccati al sole che sono stati cotti dall’incendio, ma non sono affatto solidi. L’altare era circondato e ricoperto fino a un’altezza di tre metri da un’enorme massa di detriti composta di quegli stessi mattoni e di cenere di legna rossa e gialla. Naturalmente lascio l’altare in situ perché il visitatore della Troade possa osservare la natura del piedistallo e del terreno della parete vicina, e convincersi dell’esattezza di tutte queste notizie che altrimenti potrebbero suonare favolose. La base singolare di questo altare, il curioso deposito in cui esso era interrato, la conservazione della grande casa evidentemente incendiata, le sue pareti erette in tempi diversi, e infine il riempimento dei vani, con materiali cosí diversi e con i pithoi colossali, per me sono tutti enigmi. Mi limito quindi a constatare i fatti e mi astengo dall’avanzare qualsiasi ipotesi.

Pergamo di Troia, 16 aprile 1873.

Dopo il resoconto del 5 aprile ho avuto in media cen­tosessanta operai e ho portato alla luce molte cose mira-bili, fra le quali posso ricordare particolarmente una strada di Pergamo, larga cinque metri, scoperta nella grossa torre a circa dieci metri di profondità nelle vicinanze immediate della mia casa; essa è lastricata con pie-tre spesse, lunghe circa un metro e mezzo e larghe un metro. Essa scende molto ripida verso la pianura in direzione sud-ovest. Ma finora ne ho potuto portare alla luce soltanto un tratto di dieci metri. Certamente conduce alla Porta Scea, la cui posizione sembra esatta-mente indicata dalla direzione della strada e dalla conformazione del terreno sul lato ovest, al piede dell’altura, e che non può distare piú di centocinquanta metri dalla torre. Sulla destra e sulla sinistra della stra­da c’è un bordo largo settantatre centimetri. La sua pendenza è tale che, mentre sul lato nord-est, nella parte finora scoperta, si trova a soli nove metri e venti centimetri sotto la superficie del monte, a dieci metri di distanza è già scesa alla profondità di undici metri. Questa strada splendidamente lastricata mi fa supporre che a poca distanza sopra di essa, sul lato nord-ovest, doveva trovarsi un edificio importante, e quindi sette giorni fa, quando l’ho scoperta, ho subito messo cento uomini a scavare sul terreno a nord-est di essa, su una larghezza e una lunghezza di ventiquattro metri e fino a dieci metri di profondità. Il trasporto di questa enorme massa di terra compatta e di pietre, comprendente cinquemilasettecento metri cubi, è molto facilitato dalla circostanza che essa sbocca nella grande trincea scavata l’anno scorso, che corre su un piano perfettamente orizzontale dalla pendice nord fino alla torre e quindi si presta ottimamente per l’impiego dei mancarts. Volendo trarre da questo scavo la massima utilità per la scienza, faccio tagliare verticalmente la parete di terra, come del resto ho fatto in quasi tutte le altre trincee. Poiché faccio lavorare contemporaneamente in alto e in basso ad asportare questo enorme ammasso di terra, spero proprio di finire in venti giorni di lavoro. Mi preoccupo grandemente che cristiani o turchi non portino via i lastroni della strada della torre, e per impedirlo ho sparso la voce che Gesú Cristo fece visita a Priamo e salí per questa strada. Per dare piú peso alla cosa ho fatto fissare una grande immagine di Cristo alla parete, sul lato nord-ovest della strada. I pilastri sono cosí del tutto assicurati contro gli attacchi dei superstiziosi cristiani di questa pianura, e spero anche contro l’avidità dei Turchi, che, se hanno orrore per queste immagini sacre, ne sono tuttavia abbastanza intimoriti. Accanto all’immagine di Cristo si vedono in questa parete tre singolarissimi muri sovrapposti, fatti di piccole pietre cementate di terra, costruiti in tempi molto diversi; ma il materiale dimostra che anche il piú alto e piú recente deve essere notevolmente piú antico della colonia greca fondata nel 700 a.C..

Pergamo di Troia, 10 maggio 1873.

Dopo la relazione del 16 aprile ho avuto molte interruzioni, perché la Pasqua greca è durata sei giorni, diver­si altri giorni sono stati occupati dalla festa di san Gior­gio con le solennità successive, cosí che in tutto questo periodo ho avuto solo quattordici vere giornate di lavo­ro, durante le quali però ho lavorato con grande ener­gia impiegando centocinquanta uomini in media. Perdurando il bel tempo, fin dall’inizio di aprile gli operai non dormono piú come prima nei villaggi circostanti, ma all’aperto negli scavi, ciò che per me è molto opportuno perché ora li ho sempre sottomano. Inoltre le giornate lunghe mi aiutano molto e posso far lavorare dalle quattro e tre quarti del mattino fino alle sette e un quarto della sera. Oggi ho terminato gli scavi sopra la strada con la torre, quella coperta di grandi lastroni. Sono venuti alla luce due grandi edifici di età diversa, il piú recente dei quali è costruito sulle rovine del piú antico. Entrambi furono distrutti da terribili incendi che hanno lasciato tracce evidenti nelle pareti; tutti i vani di entrambe le costruzioni sono pure riempiti di cenere nera, rossa e gialla e di rovine carbonizzate. La casa piú recente fu costruita quando le rovine di quella piú antica erano completamente coperte di cenere e di detriti bruciati; ciò risulta dal fatto che i muri nuovi corrono spesso trasversalmente rispetto ai vecchi e non poggiano direttamente su di essi, essendone spesso separati da uno strato di rovine calcinate alto spesso due o tre metri. Entrambe le case sono fatte di pietre cementate con la terra, ma i muri della casa inferiore sono molto piú spessi e anche piú solidi di quelli superiori. La strada della torre non poteva essere impiegata che quando la casa piú antica era ancora abitata, perché conduce proprio a essa, e l’edificio piú recente fu costruito quando la strada era già coperta per un’altezza di tre metri dalle rovine dell’edificio inferiore. Ero fermamente convinto che questa magnifica strada, lastricata con grandi pietroni, dovesse finire davanti all’edificio principale di Pergamo e ho conti­nuato a scavare risolutamente per portare alla luce quest’ultimo; sono stato cosí costretto, con mio grande dolore, ad aprire tre brecce nella casa piú recente. Ma i risultati sono andati ben al di là delle mie speranze: ho trovato non solo due grandi porte, distanti sei metri l’una dall’altra, ma anche le due grosse caviglie di bronzo. La prima porta è larga 3 metri e 76 centimetri ed è formata da due sporti, uno dei quali di 74 centimetri, l’altro di 78. A questa porta la grande strada termina, e da questo punto fino alla seconda porta la via ha un lastricato molto irregolare fatto di grosse pietre non squadrate. Probabilmente il lastrico è stato reso cosí ineguale dalle mura della casa piú antica che vi sono crollate sopra. Anche la seconda porta è formata da due sporti nel muro, che emergono di 75 centimetri. Ho sgomberato la strada fino alla seconda porta, ma non oso andare oltre perché non potrei farlo senza abbattere altre parti dei muri della seconda casa, la cui conservazione ha molto interesse scientifico. Infatti, per quanto debba essere molto piú recente di quella inferiore, sulle cui rovine essa è costruita, le terrecotte e gli idoli con teste di civetta che vi ho trovato, nonché la sua profondità di sei-sette metri sotto la superficie, dimostrano che questa casa fu costruita secoli prima dell’insediamento greco, i cui avanzi raggiungono sol-tanto una profondità di due metri, ed è certo piú antica dei canti omerici. Nell’ultima relazione ho espresso con certezza l’ipotesi che la grande strada che scende ripida nella pianura portasse alla Porta Scea, che poteva distarne al massimo centocinquanta metri. Ma ora affermo con sicurezza che la grossa doppia porta da me riportata alla luce deve essere necessariamene la Porta Scea, dopo che ho scavato lí vicino nel monte un pozzo, nell’altura che continua per lungo tratto in direzione sud-ovest e in linea retta con la grande strada ai piedi di Pergamo, in quell’altura in cui supponevo che si trovassero le grandi mura di cinta di Ilio e la Porta Scea. Nel pozzo ho trovato soltanto cocci greci e già a due metri e mezzo di profondità ho trovato la roccia; cosí mi sono convinto che l’antica Troia non si è mai spinta cosí lontano verso la pianura. Un secondo scavo, eseguito precisamente centotrentacinque metri piú avanti verso est sulla piattaforma, ha dato lo stesso risultato: a cinque metri di profondità ho incontrato la roccia e anche qui ho trovato soltanto frammenti di ceramica ellenica, come ne trovo a Pergamo soltanto fino a due metri di profondità, ma nessuna traccia di ceramica troiana. Ciò dimostra a sufficienza che la città antica non si estese mai fino a questo punto e che il suo sito si congiungeva a Pergamo ancora piú ad est. Ora sono occu­pato a scavare in questa direzione altri quindici pozzi e nonostante la grande profondità che devo raggiungere spero di riuscire a fissare almeno entro certi limiti la topografia di Troia. Lascio aperti tutti i pozzi in modo che ognuno possa convincersi della verità delle mie notizie. Intanto i due pozzi hanno dato alla scienza questa certezza: la strada che dalla doppia porta e dalla grande torre scende ripida nella pianura in direzione sudovest con una pendenza di 65 gradi non può mai aver portato a una seconda porta, e pertanto la doppia porta da me riportata alla luce deve essere necessariamente la Porta Scea. Essa è ottimamente conservata e non ne manca una sola pietra. Dunque accanto a questa doppia porta, sopra la grande porta di Ilio, al margine della scoscesa china occidentale, sedettero Priamo, i sette anziani della città ed Elena: qui si svolge la scena piú mirabile dellIliade. Di qui il gruppo osservava tutta la pianura e vedeva ai piedi di Pergamo gli eserciti dei Troiani e degli Achei, riuniti per concludere il patto in base al quale un duello fra Paride e Menelao avrebbe deciso la guerra. La porta e il grande edificio antichissimo stanno su quel muraglione, già ricordato, che si appoggia al lato nord della torre; esso sembra avere qui ventiquattro metri di spessore ed è fatto dei detriti che furono aspor­tati dal suolo originario quando la torre fu costruita. La posizione dell’edificio che sovrasta immediatamente la torre, su un’altura artificiale, e la sua solida costruzione non lasciano dubbi che esso sia l’edificio piú importante di Troia, la casa di Priamo. Da tempo ho interrotto gli scavi intrapresi sul lato nord del terreno del signor Frank Calvert per trovare altre sculture, perché non posso piú mettermi d’accordo con lui. Devo ancora aggiungere che adesso ripudio assolutamente l’opinione da me espressa una volta secondo cui Ilio sarebbe stata abitata fino al IX secolo, e devo affermare risolutamente che il suo sito fu del tutto abbandonato e deserto fin dalla fine del IV secolo. Mi ero lasciato fuorviare dalle indicazioni fornitemi dal mio egregio amico signor Frank Calvert dei Dardanelli, il quale sosteneva l’esistenza di documenti secondo cui il luogo sarebbe stato abitato fino al XIII o XIV secolo. Questi documenti, se veramente esistono, devono necessariamente riferirsi ad Alessandria di Troade, che è sem­pre chiamata semplicemente Troade, anche nel Nuovo Testamento, giacché in essa si trovano perfino alla superficie enormi quantità di antichità bizantine che sembrano attestare che la città fosse abitata fino al XIV secolo o anche oltre. Qui a Ilio manca invece ogni traccia di architettura bizantina, di scultura bizantina, di ceramica bizantina e di monete bizantine. In tutto ho trovato soltanto due medaglie di rame di conventi bizantini, che possono essere state perdute qui dai pastori. Si trovano a centinaia le monete di Costantino il Grande e di Costante II, mentre mancano del tutto le medaglie degli imperatori successivi. Finché scavavo solo a Pergamo, senza trovare tracce di età bizantina, pensavo che in questo periodo soltanto la rocca fosse rimasta disabitata e che ci fossero invece abitanti nella città. Ma i quindici pozzi che scavo nei punti piú diversi di Ilio e i due già scavati fino al livello primitivo dimostrano che sulla superficie e al di sotto di essa non c’è traccia di età bizantina, che se si eccettua un sottilissimo strato di humus, il quale del resto compare solo in pochi punti, le rovine di età greca arrivano fino alla superficie, e che in diversi pozzi ho trovato mura di case greche subito sotto la superficie.


Troia, 17 giugno 1873.

Dopo la relazione del 10 maggio sono stato soprat­tutto occupato ad accelerare gli scavi sul lato nord-ovest del monte, e a questo scopo ho fatto tracciare anche dal