Premessa
Con il termine "schiavitù" si intende
un’istituzione per cui alcuni individui sono privati della libertà
personale e divengono possesso legale di altre persone.
Etimologicamente la parola "schiavo" risale al X secolo, quando
l’imperatore Ottone I di Sassonia sottomise molte popolazioni di
ceppo slavo dell’Est europeo e dei Balcani e ridusse molti
appartenenti a tali etnie in schiavitù. Il termine slavus,
originariamente indicante la popolazione, fu così esteso a coloro
che erano privati della libertà. Nel latino medievale la dizione
oscillò tra le forme slavus e sclavus, finché quest’ultima prevalse
anche sulla voce latina servus.
La schiavitù nell’antichità classica
Nel mondo antico, in linea di massima, la
condizione servile si acquisiva in tre modi: a) per eredità, in
quanto i figli degli schiavi appartenevano anch’essi ai padroni dei
genitori; b) per prigionia: divenivano schiavi coloro che erano
catturati in guerra o venivano rapiti dai razziatori e venduti sui
mercati; c) per debiti: i creditori potevano esigere la perdita
della libertà del debitore insolvente.
Gli schiavi rappresentavano nel mondo greco una
parte consistente della manodopera, che crebbe sempre di più in
concomitanza con lo sviluppo economico: vedi F. Gschnitzer, Storia
sociale dell’antica Grecia, trad. it., Bologna 1988, pagg. 97-101 e
190-95.
La schiavitù acquisì i connotati di fenomeno di
massa solo con i Romani: allora vennero sottomesse intere
popolazioni sconfitte in guerra ed il commercio degli schiavi
provenienti dai paesi "barbarici" divenne una fiorente attività
economica, in quanto gli schiavi costituivano la manodopera
indispensabile per garantire il funzionamento dell’economia.
La filosofia greca e gli schiavi
In Grecia i filosofi si trovarono di fronte al
problema dello statuto giuridico della schiavitù e, lungi dal
sottoporlo a critica, cercarono di giustificarlo individuando
supposte ragioni "oggettive" dell’inferiorità degli schiavi.
Ad Atene ne vivevano decine di migliaia: parlando
di loro, Platone (Leggi XI, 2) asserisce che è necessario non
oltrepassare i limiti imposti dalle leggi; consiglia di trattarli
bene e, se possibile, di non ridurre allo stato servile i Greci, ma
non condanna minimamente la schiavitù in quanto tale.
Aristotele (Politica I, 2, 1252 a) teorizza su
basi prettamente utilitaristiche la differenza tra individui: «Ci
sono nella specie umana individui inferiori agli altri quanto il
corpo lo è rispetto all’anima o la bestia all’uomo; sono gli uomini
dai quali la cosa migliore da ricavare è l’uso delle forze
corporali. Tali individui sono destinati dalla natura stessa alla
schiavitù, perché per loro non c’è niente di meglio che obbedire».
Egli è ben consapevole che l’esistenza degli
schiavi è dovuta a ragioni di natura economica: ancora nella
Politica, infatti, scrive che «se ogni strumento potesse, a un
ordine dato, lavorare da se stesso [...] gli imprenditori potrebbero
fare a meno degli operai e i padroni degli schiavi» (Politica I, 2,
1254 a).
In epoca successiva, invece, lo stoico Crisippo
(280-206 a.C.) ammette l’esistenza di fatto della schiavitù come
rapporto sociale, ma pone l’accento sulla natura interiore di
libertà e servaggio e sullo stretto collegamento che si instaura per
conseguenza tra sapienza e libertà. Tale concetto è stato tramandato
in un frammento in cui il filosofo ricorre ad un paradosso: «Solo il
saggio è libero; gli stolti sono servi. La libertà infatti è la
possibilità di poter agire a proprio piacimento, mentre la servitù è
la mancanza di questa possibilità. Vi è una seconda forma di servitù
ed è quella di vivere in uno stato di soggezione, e poi una terza,
che consiste nell’essere sia in stato di soggezione che possesso
d’altri» (Stoicorum Veterum Fragmenta III, 355, trad. di R. Radice).
Anche Posidonio di Apamea (135-50 a.C. ca.),
filosofo e storico, riflette in modo approfondito sul problema della
schiavitù. In un passo delle sue Storie, di cui ci sono giunti solo
alcuni frammenti, egli individuava l’origine del servaggio in un
processo degenerativo: in un primo tempo i più deboli si erano
sottomessi ai più forti in cambio di protezione; poi, in un secondo
momento, questi ultimi si considerarono padroni dei primi
trasformandoli in merce ed oggetto di mercato. Egli esemplificò la
triste condizione di questi servi degradati descrivendo il lavoro
degli schiavi minatori della Spagna: qui essi non hanno diritto al
riposo, ad interruzioni nel lavoro, subiscono pene terribili da
parte dei sorveglianti e per loro, addirittura, «la morte è
preferibile alla vita, tanto grande è la sofferenza» (citato in
Diodoro Siculo, Biblioteca V, 36-38, 1).
La schiavitù a Roma
A Roma gli schiavi erano parte integrante della
familia: appartenevano alla familia rustica quanti lavoravano nelle
campagne, mentre la familia urbana comprendeva i domestici delle
dimore nobiliari; tra i componenti di quest’ultima vi erano cuochi,
ancelle, giardinieri, ma anche scribi, segretari, cassieri,
contabili, che diventavano spesso uomini di fiducia dei loro
padroni. Gli schiavi più forti potevano anche intraprendere la
carriera di gladiatori, vale a dire sottoporsi ad un duro
addestramento alle armi per combattere nelle arene durante i
numerosi giochi allestiti nel corso dell’anno. Questa professione
era estremamente pericolosa, ma poteva anche regalare successi e
concludersi con la fine della schiavitù. Non era infatti infrequente
che agli schiavi fosse resa la libertà per varie ragioni: essa
poteva esser loro donata per motivi personali (affetto, fedeltà)
oppure per il riconoscimento di particolari capacità, oppure ancora
riscattata dallo schiavo stesso con il suo peculium, la somma di
denaro che gli era concesso accumulare. Il rito di liberazione era
detto manumissio e l’ex schiavo diveniva un liberto, come furono per
esempio il poeta Livio Andronico e il segretario di Cicerone Marco
Tullio Tirone.
Naturalmente il comportamento degli schiavi non
fu sempre remissivo e pacifico: sono molte le guerre servili
attestate nel mondo antico e soprattutto in epoca romana; è
sufficiente ricordare la rivolta di Spartaco del 73-71 a.C., che
tenne in scacco con successo numerosi eserciti repubblicani.
Impiegati nell’agricoltura, nell’industria,
nell’artigianato e nella cura della casa e dei suoi occupanti, gli
schiavi potevano occupare anche posti di rilievo e la loro
importanza nella vita pubblica e privata è attestata a Roma sia
nelle arti figurative sia in tutti i generi letterari.
A causa della sua capillare presenza nella
società, lo schiavo divenne presto un tipico soggetto letterario, a
cominciare da Plauto. Parlare dei servi nella sua produzione
teatrale significa entrare in un universo vastissimo, dove grande
protagonista è la calliditas, l’astuzia volpina con cui, in genere
per aiutare i padroncini più o meno innamorati, gli schiavi
ingannano, a rischio spesso della propria incolumità, vecchi padroni
sciocchi ed ingenui. L’abile ed ingegnoso Palestrione del Miles
gloriosus, Tranione, il furbacchione della Mostellaria, Psèudolo,
vero protagonista dell’omonima commedia, così come tanti altri,
delineano un mondo fittizio in cui i sottoposti sono spesso così
abili da aver la meglio sui padroni (i quali, invece, nella realtà,
hanno su di loro un potere assoluto). Naturalmente nel teatro
plautino esistono anche i servi che subiscono ingiurie o sono
vittime di percosse: un esempio emblematico è Sosia nell’Amphitruo.
Se passiamo dal mondo fittizio delle commedie a
quello reale, osserviamo che il ruolo degli schiavi è fondamentale
nel De agricultura di Catone, la prima opera di prosa latina
pervenutaci intera e che contiene una serie di indicazioni relative
al funzionamento di un’azienda agricola ed alla cura del personale e
degli animali. Catone si dimostra estremamente rigido nei confronti
dei servi, ai quali deve essere fornito un nutrimento decisamente
limitato ed un abbigliamento ridotto al minimo. Non vi è quindi
alcun riguardo per l’essere umano, che viene considerato
esclusivamente come bene economico, deperibile ma facilmente
sostituibile: per esempio l’autore consiglia di ridurre il cibo agli
schiavi ammalati, perché, non potendo lavorare, assorbono
inutilmente risorse.
Nel I secolo a.C. la riflessione sulla schiavitù
viene riproposta da Cicerone, che nella sua opera filosofica
Paradoxa Stoicorum (V, 35), riprendendo le tesi stoiche illustrate
da Crisippo, afferma che solo il sapiente è libero mentre lo stolto
è schiavo.
Nella realtà storica Cicerone fu un padrone
umano, come dimostra, per esempio, l’affezione che lo lega al suo
liberto e collaboratore Tirone: in varie lettere delle Ad familiares
(13, 14, 15), inviategli nel 53 a.C., Cicerone si mostra assai
preoccupato per le sue condizioni di salute (Tirone era
febbricitante) e gli rende noto che non ha intenzione di badare a
spese purché possa tornare a star bene.
Contemporaneo di Cicerone è Marco Terenzio
Varrone, che nel trattato De re rustica dedica una sezione ai beni
rustici, tra i quali rientrano gli schiavi, all’interno della
trattazione dei problemi concernenti l’agricoltura e la gestione dei
lavori dei campi. In I, 17, 1, citando alcune fonti senza precisare
di chi si tratti, Varrone propone una definizione dei servi come
instrumenti genus vocale, da affiancare ai buoi (genus semivocale)
ed ai carri (genus mutum). Si tratta anche in questo caso (come già
per Catone) di una valutazione meramente economica, che tiene conto
dei mezzi necessari per la coltivazione dei campi. Tuttavia, proprio
perchè lo schiavo è un bene da cui si deve trarre profitto, se ne
deve salvaguardare l’integrità psico-fisica. Infatti un trattamento
più mite ed umano renderà lo schiavo più produttivo.
Accanto alla realtà la trasfigurazione poetica:
in età augustea ritroviamo lo schiavo come protagonista letterario
in Orazio, che nei Sermones propone un personaggio servile dalla
lingua sciolta e pungente, non molto dissimile dal servus delle
commedie plautine. In Sermones II, 7 Davo, schiavo del poeta,
approfitta della libertà di parola concessa agli schiavi durante i
Saturnali per rimproverare al padrone i suoi vizi, facendogli notare
che, a causa della sua irrequietezza e delle sue debolezze, non è
sostanzialmente differente da lui. Questo rovesciamento sociale,
favorito dalla parentesi "carnevalesca" dei Saturnali, offre ad
Orazio lo spunto non per discutere sull’istituzione della schiavitù,
ma per denunciare la sostanziale uguaglianza degli uomini di fronte
ai vizi ed alle passioni che li dominano.
Sotto Tiberio, lo storico Valerio Massimo, in
Factorum et dictorum memorabilium libri novem, riporta come prova
della sostanziale uguaglianza in natura di padrone e servo un
episodio significativo (VI, 8, 1), in cui un servo dà prova di
estremo coraggio sopportando la tortura pur di non danneggiare il
proprio padrone Marco Antonio.
Sempre nel I secolo d.C. il filosofo Seneca
affronta in vari passi delle sue opere il tema della schiavitù, in
modo sensibilmente nuovo. In De beneficiis III, 18-20 egli,
trattando il tema dell’ingratitudine, sostiene che ci si deve
astenere dal rimproverare gli ingrati, in quanto è il loro stesso
atteggiamento a punirli. Ciò deve valere anche nei confronti degli
schiavi, verso i quali i padroni devono dimostrare la loro
gratitudine. L’elemento che entra in gioco, secondo i dettami della
scuola stoica di cui abbiamo già parlato, è la libertà interiore di
qualsiasi uomo, che non può essere annullata anche se il corpo è
soggetto all’altrui potestà. L’atteggiamento filantropico di Seneca
diviene molto chiaro nell’Epistula 47 ad Lucilium, dove il problema
della schiavitù e del rapporto schiavo-padrone è dibattuto in modo
ampio.
Alcune affermazioni dell’epistola 47 sono state a
volte — impropriamente — accostate a quelle del nascente
Cristianesimo, che rivendicava l’uguaglianza di tutti gli uomini di
fronte a Dio.
«Non c’è più né schiavo né libero [...] poiché
tutti siete uno in Cristo Gesù», dice Paolo nell’Epistola ai Galati
(3, 28). «Chi si è rivestito di Cristo è libero» anche se in
condizione servile. Si delinea così, nell’Epistola agli Efesini (6,
5-9), un codice di comportamento: gli schiavi serviranno i padroni
in semplicità di spirito, come «servi di Cristo», i padroni si
comporteranno allo stesso modo verso gli schiavi, sapendo che «c’è
un solo Signore nel cielo e non c’è preferenza di persone presso di
Lui». Infatti «nella pienezza dei tempi» (Galati 4, 1-3) Dio mandò
Suo Figlio per riscattare coloro che erano «schiavi degli elementi
del mondo» affinché, resi liberi interiormente, passassero dallo
stato di servi alla condizione di figli. La condizione servile
quindi non è di per sé contraria ai principi della nuova fede: ciò
che conta è Cristo, non la condizione di chi lo adora, che è libero
interiormente.
Sentimenti di umanità, affetto e rispetto per gli
schiavi sono espressi anche da Plinio il Giovane nella successiva
età degli Antonini. Egli, nella lettera VIII, 16 del suo
Epistolario, afferma di aver trasformato la propria casa in una res
publica quaedam et quasi civitas («una sorta di stato e per così
dire di comunità».
Sul trattamento degli schiavi è esemplare, pur
nei consueti toni esasperati, il passo di Giovenale sulla crudele
padrona (Sat. VI, vv. 475-495).
Nel II secolo d.C. troviamo un’altra
testimonianza letteraria delle dure condizioni degli schiavi.
Apuleio (Metamorfosi IX, 12) descrive il protagonista Lucio, che,
trasformato in asino, è costretto ad un certo punto a lavorare in un
mulino:
La schiavitù viene in qualche modo
istituzionalizzata dal pensiero giuridico dell’età tardoantica,
fissato nel Corpus Iuris Civilis, che definisce la schiavitù una
constitutio iuris gentium («istituto del diritto delle genti»),
poiché, per quanto concerne il diritto naturale, tutti gli uomini
sono uguali (Institutiones I, 3, 2; Digesta I, 5, 4). Viene perciò
ribadito il fatto che lo schiavo differisce dall’uomo libero non per
natura, ma per "fortuna".
La schiavitù in età moderna e contemporanea
La schiavitù continuò per tutto il Medioevo,
anche se in Europa, a partire dai secoli VIII e IX, fu in gran parte
soppiantata dal sistema feudale della servitù della gleba, che
rappresentò un’indubbia evoluzione rispetto all’organizzazione
precedente del lavoro. Il servo della gleba era fortemente limitato
negli spostamenti e legato al feudatario in modo esclusivo, ma
godeva della libertà personale e possedeva, benché in quantità molto
ridotte, attrezzi agricoli e bestiame che gli consentivano di
produrre beni di sua proprietà. D’altra parte, con lo sviluppo della
navigazione e dei traffici marittimi il commercio degli schiavi ebbe
persino un incremento: uomini, donne e bambini provenienti
soprattutto dall’Oriente furono venduti almeno fino al XV secolo sui
mercati delle città marinare italiane e da qui in tutta Europa. Era
d’altronde consueta la riduzione in schiavitù dei prigionieri
cristiani da parte dei corsari saraceni e turchi: la loro sorte era
in molti casi veramente inumana ed essi potevano essere riscattati
solamente di rado, attraverso il pagamento di somme esose.
La scoperta dell’America e la costituzione del
regime coloniale nel XVI-XVII secolo portò alla riduzione in
schiavitù delle popolazioni locali e, dopo la diminuzione del loro
numero a causa di stragi ed epidemie, al fiorente sviluppo del
commercio degli schiavi africani, destinati a sostituire gli
indigeni soprattutto nei lavori agricoli. Sulla condizione degli
indios si sviluppò in Spagna un aspro dibattito tra coloro che
sostenevano la necessità di considerarli come esseri umani in tutto
e per tutto e coloro che intendevano invece schiavizzarli. Il frate
domenicano Bartolomé de Las Casas (1474-1566), vescovo di Chiapas in
Messico, fu probabilmente il primo uomo di chiesa a prendere la
parola per condannare sia i massacri indiscriminati di molti indiani
perpetrati dai conquistadores spagnoli nel Nuovo Mondo, sia il
sistema della encomienda, grazie al quale un colono spagnolo
riceveva in dono un certo numero di indigeni per utilizzarli come
lavoratori e si impegnava in cambio a fornire loro l’istruzione
religiosa e a farli battezzare: si trattava in realtà di una forma
di schiavitù mascherata.
La Brevissima relazione della distruzione
dell’Indie Occidentali, presentata dal vescovo a Carlo V nel 1542,
determinò l’intervento legislativo della corona di Spagna in favore
degli indios superstiti, che furono peraltro sostituiti nel
servaggio dagli schiavi africani.
Le idee di Bartolomé de Las Casas determinarono
un terremoto delle coscienze in Spagna, ma suscitarono anche forti
reazioni in alcuni ambienti di corte, che chiesero la collaborazione
di teologi per elaborare una risposta. Il latinista e storiografo
Juan Ginés de Sepúlveda (1490-1573), recuperando più o meno
esplicitamente tesi aristoteliche, compose un Trattato sopra le
giuste cause della guerra contro gli Indi contro de Las Casas,
asserendo che la sconfitta del popolo degli Aztechi costituiva la
prova della condizione di inferiorità degli indios rispetto agli
Spagnoli. È opportuno ricordare che le stesse università spagnole di
Salamanca ed Alcalà rifiutarono l’opera perché "malsana" e che la
corte sconfessò le sue conclusioni, impedendone la pubblicazione.
Soltanto verso la fine del XVIII secolo la tesi
dell’uguaglianza di tutti gli uomini fra di loro fu inserita in due
documenti fondamentali per la storia del mondo moderno, la
Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti (4 luglio 1776; art.
I) e la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino (26
agosto 1789; artt. I e II), che stanno alla base delle Rivoluzioni
americana e francese.
Le due dichiarazioni ribadiscono l’importanza
della libertà quale diritto inalienabile dell’uomo e si fondano su
una tradizione che, da un lato, fa riferimento all’esperienza
protestante (che considera essenziale la libertà in quanto dono
principale concesso da Dio all’uomo e fondamento della sua
possibilità di ricercare la felicità), dall’altro si basa sulle
riflessioni illuministiche sintetizzate da Voltaire nel 1764 nella
voce Égalité del Dizionario filosofico. Bisogna però ricordare che
Voltaire stesso aveva tratto benefici dal commercio degli schiavi e
che, in sé, la sua "égalité" non doveva tanto collocare neri e
bianchi sullo stesso piano, quanto impedire le prevaricazioni della
nobiltà sulla borghesia; inoltre la Dichiarazione americana sorvola
sulla presenza nel sud degli Stati Uniti di molti schiavi impiegati
nelle piantagioni di cotone, fatto che provocò un lungo conflitto
giuridico ed etico risolto solo con la guerra di Secessione del
1861-1865. Al termine di questa gli Stati Uniti modificarono la loro
costituzione inserendo nuovi articoli sui diritti dei neri, rimasti
però a lungo, di fatto, lettera morta.
Di prevaricazioni ed ingiustizie non furono nei
secoli vittime solo gli schiavi privi di libertà, ma anche molti
uomini sottoposti agli arbitri dei ricchi e dei potenti da cui
dipendevano; la letteratura ne fornisce ampie testimonianze.
Ad esempio, in clima illuminista, esce il poema
satirico Il giorno di Giuseppe Parini. Nel noto episodio de La
vergine cuccia (Mezzogiorno, vv. 486-556), la Dama del «giovin
signore» ricorda la «terribile esperienza» della sua cagnolina,
quando fu colpita dal «vil piede» di un servo, che essa aveva
mordicchiato. Lo sciagurato, messo alla porta, era stato condannato
alla fame, insieme alla moglie ed ai figli. Nel tessuto ironico dei
versi pariniani trapelano l’amarezza e la condanna per l’ingiusta
sorte dei servi, che sono schiacciati dai padroni e non hanno alcun
diritto, anzi valgono meno degli animali. Le schiavitù che Parini
denuncia sono il bisogno e l’ingiustizia sociale.
In Europa la schiavitù formale delle persone
viene abolita all’inizio del XIX secolo in Inghilterra e condannata
da parte del congresso di Vienna nel 1815; ma ad essa si sostituisce
una servitù sostanziale, fondata sulla privazione dei diritti; essa
costituisce un tema fondamentale della narrativa dell’Ottocento e
del Novecento. Charles Dickens (1812-1870), per esempio, ci ha
lasciato nei suoi romanzi memorabili ritratti di fanciulli e giovani
sfruttati come schiavi. Nel capitolo X di Oliver Twist (1838) il
protagonista, Oliver, incontra un losco individuo, Fagin, che si
avvale di una banda di trovatelli e sbandati per compiere furti.
Anche se la condizione dei giovani ladri è formalmente libera, in
realtà essi gli appartengono. Nei loro confronti Fagin si comporta
come un vero padrone, sottoponendoli a maltrattamenti e a
vessazioni.
Invece, nel capitolo XI della parte I di David
Copperfield (1849-50), Dickens descrive le condizioni di lavoro
nella fabbrica in cui il protagonista, rimasto orfano, è stato
collocato dal suo crudele patrigno Mr. Murdstone; dietro lo schermo
della finzione letteraria, l’autore ritrae la sua esperienza
personale: nel 1821 suo padre dilapidò il suo patrimonio e fu messo
in prigione per debiti: così Charles, a soli 9 anni, dovette
impiegarsi in una fabbrica di lucido da scarpe, dove aveva il
compito di riempire i barattoli con il prodotto e di incollarvi
sopra le etichette.
La descrizione delle tristi condizioni di vita
degli schiavi antichi ritorna in un noto romanzo di Gustave
Flaubert, Salambò (1862), in cui si racconta con forte pathos e un
certo gusto per l’esotico e il macabro un episodio cruento della
storia di Cartagine, la rivolta dei mercenari contro i Cartaginesi
tra il 241 e il 238 a.C. Nel capitolo VII Amilcare Barca,
personalità politica di primo piano di Cartagine, ritorna in patria
dopo la campagna contro i Romani e rientra nella propria dimora,
dove chiede conto delle rendite dei suoi possedimenti e osserva le
condizioni degli schiavi. Flaubert consultò molte fonti antiche per
scrivere il suo romanzo e ne fu fortemente influenzato. Certamente i
toni di queste descrizioni sono molto calcati ma realistici.
La descrizione dell’adolescente sfruttato e
schiavizzato da un sistema violento compare in parecchi racconti
ambientati in Sicilia. Ad esempio Giovanni Verga, in Rosso Malpelo,
novella edita nel 1880 e ripubblicata nel 1897, testimonia le
inumane condizioni di lavoro dei "carusi", i bambini e ragazzi
siciliani che prestavano la loro opera nelle miniere di zolfo e di
rena. I lavoratori ricevevano un trattamento da schiavi, privo di
pietà e del più elementare rispetto umano. Verga non solo conosceva
piuttosto bene questa situazione di sfruttamento, ma aveva
collaborato anche con Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, autori
dell’Inchiesta in Sicilia (1876), in cui si denunciavano le gravi
condizioni di sfruttamento del lavoro minorile: questo documento può
essere quindi a buon diritto considerato una fonte della novella.
Anche Luigi Pirandello nella sua novella Ciaula
scopre la luna trattò il tema dei "carusi". Il protagonista, un
trentenne ritardato che si esprime a versi, vera bestia da soma,
trasporta lo zolfo dal fondo della miniera alla superficie. Fissato
in questa maschera, Ciaula non si ribella ad alcun sopruso; rivela
però la sua intima umanità quando vede per la prima volta la luna e
ne contempla la silenziosa bellezza.
La denominazione di schiavi è stata usata in
tempi recenti anche per gli internati dei Lager nazisti. Lo stesso
Himmler, comandante generale delle SS, in un discorso tenuto nel
1943 a Poznan, in Polonia, disse: «La sorte di un Russo o di un Ceco
mi è del tutto indifferente. [...] Che le altre nazioni vivano
nell’opulenza o muoiano di fame m’importa solo in quanto noi
(Tedeschi) abbiamo bisogno di schiavi per la nostra Kultur,
altrimenti non m’interessa».
Primo Levi nel 1947 pubblicò Se questo è un uomo,
forse il più intenso e drammatico resoconto della vita in un Lager
nazista, sulla base della sua esperienza personale. Nel capitolo
Iniziazione, Primo Levi riassume le parole di un suo compagno di
prigionia, l’ex sergente austriaco Steinlauf, pur dichiarandosene
non convinto:
Appunto perché il Lager è una gran macchina per
ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in
questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler
sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza [...] che
siamo schiavi, privi di ogni diritto, esposti ad ogni offesa, votati
a morte quasi certa, ma che una facoltà ci è rimasta [...]: la
facoltà di negare il nostro consenso.
Si tratta di parole che esprimono una grande
energia morale, ma che allo stesso tempo rivelano la condizione
miserabile e subumana che attendeva i prigionieri, soprattutto gli
Ebrei. Tale situazione è stata messa in rilievo anche da vari film,
in particolare ricordiamo La lista di Schindler di Steven Spielberg
(1993).
È opportuno ricordare che anche i prigionieri nei
Gulag sovietici erano trattati come veri e propri schiavi, come si
evince dalla lettura di Una giornata di Ivan Denisovic e Arcipelago
Gulag di Aleksandr Solzenicyn oppure i Racconti della Kolyma di
Varlam Salamov.
Più di cinquant’anni fa, a New York, il 10
dicembre del 1948, l’Assemblea generale dell’ONU approvò la
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che ribadisce i
principi di libertà ed eguaglianza, vieta esplicitamente la
schiavitù, promuove la fratellanza tra gli uomini (artt. 1, 2, 3).
Il cammino da compiere è però molto lungo, perché i princìpi su cui
si basa tale documento non sono ancora applicati in molti paesi; nel
2004, dichiarato anno internazionale della lotta contro la
schiavitù, l’Anti Slavery Society, attiva dalla fine dell’Ottocento,
calcola che ci siano nel mondo almeno venti milioni di schiavi.
Proprio ad Haiti ad esempio, dove nel 2004 le
Nazioni Unite hanno celebrato l’anniversario dell’abolizione della
tratta di schiavi, 300.000 bambini e ragazzi oggi vengono venduti
per pochi dollari alle famiglie ricche, perché lavorino presso di
loro in cambio di cibo e vestiario. Inoltre, in Amazzonia, si
calcola che almeno 250.000 schiavi lavorino in zone da cui è
impossibile fuggire. E in Sudan, nelle piantagioni lungo il Nilo,
vengono impiegati migliaia di ragazzi e bambini, strappati dai
razziatori ai loro villaggi. Infine sempre in Africa, nell’isola di
Gorée, le navi dei negrieri quasi quotidianamente imbarcano giovani
schiavi razziati nei paesi più poveri del Golfo di Guinea, per
trasportarli nelle piantagioni di caffè del Ghana.
(da Passato Presente –
D’Agostini)