Premessa
Le malattie epidemiche, tra cui in particolare la
peste, terrorizzarono il mondo intero fin dalle età più remote,
lasciando traccia nella letteratura di ogni epoca. Quando parliamo
di peste, a livello storico o letterario, dobbiamo considerare che
con tale termine si sono designate spesso epidemie di diversa genesi
e diversa gravità. Prima del VI secolo d.C., in particolare, si
attribuiva tale nome generico a qualsiasi morbo epidemico che,
diffusosi su vasta scala, provocasse stragi di uomini e/o animali:
nelle fonti antiche essa è indicata con i termini di loimós in greco
e pestis in latino. In età moderna la peste per antonomasia è quella
descritta, tra gli altri, da Manzoni, la peste bubbonica, ma in
medicina ne esistono altri tipi, che coinvolgono uomini o animali.
In campo letterario, inoltre, il termine "peste"
non solo risulta spesso troppo vago e impreciso, ma acquista a volte
pure un significato metaforico, per cui conviene considerarlo
equivalente ad un generico "pestilenza, epidemia", salvo poi
chiarirne i connotati quando vengono forniti dati più precisi.
Qui di seguito accenneremo alla fortuna del tema
letterario delle "epidemie mortali", a partire dall’antichità fino
ai tempi più recenti, limitandoci a citare alcuni dei testi più
significativi delle varie epoche.
La peste nella letteratura greca e latina
La prima citazione letteraria di "peste" (loimós)
nel mondo greco appare all’inizio dell’Iliade (I, 43-61): si tratta
dell’epidemia scatenata nel campo degli Achei da Apollo adirato per
l’affronto subìto dal suo sacerdote Crise; siamo dunque fuori della
storia, nel mondo del mito.
Parimenti celebre e mitica è la situazione
descritta nell’Edipo re, tragedia composta nel V secolo da Sofocle:
la città di Tebe è in preda ad un contagio funesto che è stato
provocato dall’assassinio del re Laio ad opera di uno sconosciuto
(l’attuale re Edipo scoprirà progressivamente di essere, a sua
insaputa, proprio lui il colpevole della contaminazione generale di
Tebe).
La più famosa descrizione di pestilenza nella
letteratura greca è quella di Atene, che Tucidide ricorda nella sua
opera La guerra del Peloponneso (II, 47-54). Nell’estate del 430
a.C., poco dopo l’inizio della guerra che oppose tra il 431 e il 404
a.C. gli Ateniesi e i loro alleati della Lega delio-attica agli
Spartani e si sarebbe conclusa con la sconfitta di Atene,
nell’Attica cominciò a diffondersi un’epidemia senza precedenti: il
morbo, di origine africana, era giunto ad Atene con le navi e si era
ampiamente diffuso. Tucidide, che ne era stato egli stesso
contagiato, lo descrive con grande precisione ed efficacia
stilistica insieme ad una notevole competenza medica, fornendoci un
ritratto impressionante di sfacelo e distruzione, che sconvolge
tutti gli abitanti dell’Attica anche a livello di rapporti e usanze
sociali.
Il racconto di Tucidide nell’età di Cesare
influenzò il poeta latino Lucrezio, che, nella parte conclusiva del
De rerum natura, descrisse nuovamente la triste vicenda con colori
più patetici e macabri rispetto al modello greco.
Ancora nel I secolo a.C. Virgilio, nel finale del
III libro delle Georgiche (vv. 478-566) descrive la grande epidemia
di peste animale scoppiata nella provincia del Norico (l’area
corrispondente all’incirca agli odierni territori dell’Austria
occidentale, della Baviera orientale e della Slovenia
settentrionale), che interessò tutte le specie e portò la rovina
nelle campagne. Il poeta, ispirandosi al modello
tucidideo-lucreziano, presenta in modo piuttosto analitico i sintomi
dei patimenti degli animali domestici e selvatici (rantoli, tosse,
sudori, vampe di calore, perdite di sangue ecc.) e il quadro
generale di desolazione e ammorbamento che coinvolge intimamente
anche gli uomini, in particolare i contadini. Nella descrizione
virgiliana predomina il registro patetico.
Ancora in età augustea, Ovidio nelle Metamorfosi
(VII, 523-613) racconta un evento mitico, la terribile pestilenza
che aveva colpito gli abitanti dell’isola di Egina, sterminando
uomini e animali. La narrazione è anche qui chiaramente influenzata
da Tucidide e Lucrezio: caldi venti apportatori di morte recano un
contagio che non conosce ostacoli; le mura della città non bloccano
i soffi mortiferi e non vi sono medicine che possano limitare il
diffondersi dell’epidemia. Il poeta conferisce un tono fortemente
drammatico alla descrizione: un universale destino di morte sembra
aleggiare sull’isola.
Sempre in età augustea, lo storico Tito Livio
descrive, con maggiore o minore ampiezza, varie pestilenze, in più
luoghi dei suoi Ab urbe condita libri. Nel libro III, ad esempio, in
poche righe, rappresenta con efficacia lo squallore generato in
città e campagna dall’epidemia del 452 a.C., che colpì uomini e
bestiame e decimò i più illustri Romani.
Nel libro XXV, dedicato alla seconda guerra
punica, Livio narra più estesamente l’epidemia che dilagò in Sicilia
nel 212 a.C., soprattutto a causa della calura estiva, e che mieté
vittime nell’esercito romano ma ancor più fra i Cartaginesi. Anche
in questo caso lo storico rileva come l’aggravarsi del contagio e il
moltiplicarsi dei decessi indurisse gli animi e i costumi.
Passando al secolo successivo, in Seneca
ritroviamo la descrizione della peste di Tebe nel monologo di Edipo,
re di Tebe, che apre la tragedia Oedipus (vv. 29-71): un «vapore
pesante e nero» (gravis et ater vapor, v. 46) grava sulla città.
Solo Edipo, colpevole di tanta contaminazione, ne sembra esente.
Dopo un dialogo fra Edipo e Giocasta, il coro (vv. 110-201) descrive
un orribile spettacolo di sfacelo universale che coinvolge non solo
gli abitanti della gloriosa città di Tebe, ma anche gli animali e
l’intera natura. Seneca, nella descrizione dello stravolgimento
operato dal contagio, riprende con toni volutamente carichi gli
elementi descrittivi che abbiamo incontrato negli autori precedenti:
patetismo e macabro si fondono culminando in visioni orride
dell’Oltretomba, che non sembra essere sufficientemente capiente per
quella massa di morti.
Chiudiamo il quadro della presenza della peste
nella letteratura latina con un accenno all’eco di due gravi
epidemie storiche presso due autori cristiani. Orosio, scrittore del
V secolo, nelle Historiae adversus paganos (VII, 15, 5-6) ricorda
succintamente la pestilenza dilagata tra il 165 e il 180 d.C., ai
tempi di Marco Aurelio.
Nel 252-253, invece, il vescovo di Cartagine
Cipriano, nella sua pastorale De mortalitate, lasciò una
testimonianza commossa della terribile pestilenza scoppiata in
quegli anni nell’Africa settentrionale, pestilenza che prese nome
dal vescovo stesso, prodigatosi per aiutare la cittadinanza, senza
distinzioni fra pagani e cristiani.
La peste nelle letterature medievali e moderne
Abbiamo visto come nel mondo greco-romano il tema
dell’epidemia sia tale da superare i confini dei singoli generi
letterari e da indurre gli scrittori – non solo gli storici – a
confrontarsi con esso: ciò si verificò anche nei secoli successivi.
Così, nell’alto Medioevo Paolo Diacono (720-799 circa), nella sua
Historia Langobardorum (libro II, 4-5), ci racconta la terribile
epidemia sviluppatasi in Liguria e giunta a recare la sua opera di
distruzione a sud fino a Roma e a nord fino in Baviera. Anche in
questo caso «dappertutto solo dolore e lacrime»: genitori e figli si
abbandonano vicendevolmente quando scoprono la malattia; campi di
grano e vigneti restano abbandonati; «i morti erano tanti che occhio
umano non avrebbe potuto contarli».
Il primo autore italiano emulo dei grandi modelli
dell’antichità è il trecentesco Giovanni Boccaccio, il quale, nella
Introduzione alla Giornata prima del Decameron, descrive la «peste
nera», così denominata dal colore che assumevano i cadaveri gonfi
degli appestati, che travagliò Firenze e l’Europa intera nel 1348.
Essa si diffuse all’inizio in Oriente, in particolare nella penisola
di Crimea, da dove fu portata in Europa occidentale dalle navi che
fuggivano dalla zona. Devastò Venezia, dove causò 100.000 morti, ed
imperversò in tutto il continente per diversi anni, dimezzando la
popolazione e provocando un arretramento economico. Nel contesto del
Decameron, la peste costituisce lo spunto per la cosiddetta
"cornice" delle cento novelle, che l’autore figura narrate da una
brigata di dieci giovani fuggiti da Firenze, proprio per evitare il
terribile contagio e ricreare, in un locus amoenus, l’antica società
ideale e cortese che pareva finita per sempre. Nel Decameron,
perciò, la peste si configura come l’occasione, la Fortuna, con cui
l’umana intelligenza si misura e su cui trionfa. Ritornano nella
descrizione del Boccaccio i motivi topici di antica origine: sintomi
e manifestazioni del male, isolamento dei malati, rottura dei
rapporti familiari, afflizione, miseria, mancata applicazione delle
leggi, disordine e confusione morale.
Passiamo ora all’epoca rinascimentale, con due
curiosi testi "controcorrente" sul nostro tema. Francesco Berni
(1497-1535), autore di varie opere più o meno serie, alla peste
dedicò un’elegia latina (De puero peste aegrotante) e le Rime 52 e
53 (Capitolo primo e secondo de la peste). Il fanciullo malato di
peste conta 68 versi che rivelano un’evidente influenza di Catullo,
Virgilio e dei poeti elegiaci augustei: la peste è definita
«iniqua», «proterva», «incommoda» e «pessima», e risulta evidente la
profonda partecipazione del poeta alle sofferenze del giovane.
I due Capitoli sono invece esemplari del genere
satirico inventato proprio dal Berni, che trasformò i capitoli in
terzine – utilizzati fino ad allora soprattutto per trattazioni
serie, di ordine morale, politico, filosofico – in componimenti
giocosi e scanzonati i quali, sui temi più disparati, senza remore
di ordine morale, presentavano un mondo alla rovescia (il tutto con
intenzioni polemiche nei confronti del classicismo allora imperante,
sulle orme di Petrarca e Bembo). È sufficiente qualche citazione dai
capitoli sulla peste per offrire un saggio di questo poetare in
terza rima "alla bernesca", che fece scuola dal Cinquecento
all’Ottocento italiano.
In età rinascimentale le pestilenze furono
ripetute e devastanti e ne abbiamo ampie testimonianze e
documentazioni: si pensi alla tremenda peste "di San Carlo Borromeo"
del 1566-67. Fra tutte, la più famosa per noi è quella del 1630,
evocata nei Promessi sposi. Su di essa scrissero estesamente
storici, cronisti, medici, gli stessi su cui si basò Manzoni per il
suo romanzo. I più significativi furono Giuseppe Ripamonti (autore
del De peste quae fuit anno 1630 libri V), Alessandro Tadino (che
scrisse il Ragguaglio dell’origine et giornali successi della gran
peste contagiosa, venefica et malefica, seguita nella città di
Milano) e Ludovico Settala (estensore del De peste et pestiferis
effectibus), che seppero andare al di là della cronaca medica
fornendo descrizioni vivacissime e spaventose degli effetti del
morbo.
Due secoli dopo Alessandro Manzoni rievoca
diffusamente il diffondersi del morbo a Milano nei capitoli
XXXI-XXXII de I promessi sposi, terza vasta digressione storica del
romanzo dopo quelle dedicate alla carestia ed alla guerra. Tale
narrazione oltrepassa il puro dato oggettivo, in quanto l’autore da
un lato analizza le reazioni della popolazione al contagio,
dall’altro mette in luce la scarsa prudenza e l’insensatezza della
classe dirigente. Nell’ottica del romanziere, poi, l’evento della
peste è una delle tante vicende storiche che rivelano
l’imperscrutabilità dei disegni divini.
Finora abbiamo considerato soltanto la
letteratura italiana, che ovviamente non è l’unica a sviluppare il
tema delle pestilenze. Pertanto citeremo ancora alcune opere tra le
più famose del panorama europeo.
Nel 1722 lo scrittore inglese Daniel Defoe
(1660-1731) compose il Diario dell’anno della peste (A Journal of
the Plague Year), un resoconto della pestilenza che travagliò
l’Inghilterra nel 1665, usando nella descrizione accenti che in
alcuni punti assomigliano a quelli manzoniani, anche se – sembra
ormai assodato – né Defoe conobbe nulla della peste milanese del
1630 né Manzoni lesse mai l’opera dello scrittore inglese. Defoe
scrive in prima persona, fingendo di essere un vero e proprio
cronista e cercando di presentare in modo giornalistico i dati
agghiaccianti della morìa e lo sconvolgimento prodotto dal contagio
nella vita quotidiana.
Uno dei maestri del romanticismo ottocentesco,
Edgar Allan Poe (1809-1849) affrontò il tema in un racconto
intitolato King Pest (Re Peste). Lo scritto, composto nel 1840, è
ambientato a Londra all’epoca del re Edoardo III (1312-1377): due
marinai, Legs («Gambe») e Hugh Tarpaulin («Ugo Catrame»), per
sfuggire al padrone dell’osteria dove non hanno pagato il conto,
penetrano nella zona proibita della città, contagiata dalla peste
nera del 1348, e si imbattono in Re Peste, in sua moglie la Regina
Peste e nella loro mostruosa corte di nobili fantasmi, vassalli del
«sovrano ultraterreno che regna su tutti, i cui domini non conoscono
confini ed il cui nome è Morte». I due marinai vengono condannati a
brindare alla prosperità del regno della peste, ma, dopo un
parapiglia, riescono a darsi ad una fuga rocambolesca verso la loro
nave. Umorismo nero, sarcasmo, caricatura delle usanze regali e la
tipica passione di Poe per il grottesco costruiscono un racconto
estremamente originale, in cui i personaggi, irreali ed impossibili,
sono immagini del disfacimento e della degradazione umana.
Un momento fondamentale del nostro percorso è
rappresentato da un’opera capitale del narratore francese Albert
Camus (1913-1960). Egli, esponente della resistenza antinazista,
fiero avversario delle dittature ed appassionato difensore della
dignità dell’uomo, compose il romanzo La peste nel 1947,
ambientandolo nella città algerina di Orano, dove una serie di
personaggi, delineati con notevole maestria, si confrontano con il
terribile morbo, battendosi contro un male che è anche simbolo "del"
male, di tutto ciò che vuole distruggere l’uomo. Si tratta di una
lotta impari, ma necessaria. Il messaggio complessivo dell’opera
risiede forse nella riflessione del dottor Bernard Rieux, dopo la
fine dell’epidemia. La peste ha assunto quindi integralmente il
valore metaforico di elemento distruttivo di una realtà dominata
dall’incertezza e dalla paura.
In questo senso il nostro percorso si può forse
idealmente chiudere con un altro autore contemporaneo di grandissima
fama, il portoghese José Saramago (1922-vivente). Egli, nel suo
romanzo Ensaio sobre a Cegueira (Cecità), pubblicato nel 1995 e
tradotto in italiano nel 1998, narra una vicenda assai simile a
quella raccontata da Camus. In una città imprecisata si diffonde una
terribile malattia, un "mal bianco" che provoca la cecità di un
numero sempre crescente di cittadini. Le autorità, terrorizzate,
rinchiudono i ciechi in una sorta di Lager, dove essi sperimentano
un trattamento crudele e disumano. Ma improvvisa ed inattesa come la
malattia, giunge la salvezza: una donna, moglie di un medico
ammalato, si finge cieca, si fa rinchiudere nella prigione e riesce
a condurre i suoi compagni alla fuga e alla libertà; tuttavia, come
l’evento tragico si è verificato casualmente, così la libertà non è
riconquistata una volta per tutte e la precarietà rimane il tono
dominante del testo. Come la peste annienta i rapporti umani ed
induce a vedere nelle altre persone potenziali veicoli di contagio,
così nelle pagine di Saramago la cecità diviene l’emblema di una
condizione umana priva di speranza e sottoposta all’arbitrio del
male.
(da Passato Presente –
D’Agostini)