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L’animismo delle origini
La religione romana delle origini si configurò
come espressione del timore dell’uomo primitivo di fronte al mondo
esterno e come antidoto a tale sentimento di angoscia, attraverso un
insieme di riti minuziosi tesi ad esorcizzare o sollecitare a
proprio favore le oscure forze che si riteneva popolassero
l’universo.
Tali forze animistiche (numina, cioè «volontà»),
insite in ogni oggetto, essere animato o azione umana, ammontavano a
un numero di più di settemila e, per essere sottomesse alla volontà
dell’individuo, richiedevano formule più o meno misteriose, pratiche
di ispirazione magica, offerte rituali, preghiere a base di ritmiche
litanie. Fra i tanti numi della religione arcaica emersero le
divinità del focolare domestico e una presenza divina femminile,
dagli attributi materni e di probabile origine preromana, la Terra
Madre.
L’antropomorfismo
Intorno alla metà del VI secolo a.C., anche per i
contatti col mondo greco ed etrusco, la religione primitiva si avviò
ad una prima organizzazione: fu elaborato un calendario, che
comportò la scelta di divinità della famiglia, degli inferi, dei
grandi fenomeni naturali; gli dei cominciarono ad assumere
caratteristiche antropomorfe, riunendo talora in un’unica
personalità competenze proprie di diversi numi; nel complesso delle
divinità si delineò una prima gerarchia, che vide emergere gli dei
maschili Giove, Marte, Quirino, Giano e le dee femminili Giunone,
Minerva e Diana.
Assimilazione dei culti stranieri
L’intensificarsi delle relazioni con il mondo
etrusco e, soprattutto, con quello greco portò poi ad una
trasformazione della religione primitiva e all’introduzione di nuove
divinità, talora venerate con le loro peculiari caratteristiche,
talora identificate con dèi romani attraverso un processo di
assimilazione. In tale evoluzione un ruolo decisivo giocarono i
Libri sibyllini, di origine greco-etrusca, legati al culto del dio
Apollo e contenenti gli oracoli della Sibilla cumana, alla cui
consultazione si ricorreva in occasione di calamità pubbliche. I
sacerdoti addetti a tale consultazione (Quindecemviri sacris
faciundis) controllarono, poi, anche i culti stranieri introdotti in
Roma.
Il pantheon romano
Riportiamo qui le principali caratteristiche
delle più importanti fra le divinità che furono in Roma oggetto di
culto particolare, o per la loro antichità, o per la stretta
connessione con la vita politica e culturale.
Giano (Ianus): divinità italica, la prima ad
essere invocata nelle formule rituali. Protettore della porta (ianua),
è rappresentato bifronte. Gli è dedicato nel Foro un tempio, le cui
porte si aprono in tempo di guerra. Dà il nome al primo mese
dell’anno (Ianuarius).
Giove (Iuppiter): divinità indoeuropea del cielo,
presiede ai fenomeni atmosferici (di qui gli appellativi di Pluvius
e Fulgurator). Suoi attributi sono il fulmine, l’aquila, la quercia.
Assimilato al greco Zeus, è garante di promesse, giuramenti, patti.
Giove adorato nel tempio sul Campidoglio è chiamato Optimus Maximus.
Marte (Mars): dio italico, in cui si fondono la
funzione, probabilmente più antica, di divinità agricola (dà nome al
primo mese della primavera, Martius) e quella di divinità guerriera,
che poi prevarrà, anche per l’assimilazione con il greco Ares. Come
padre di Romolo è associato alle origini mitiche di Roma.
Quirino (Quirinus): divinità tra le più antiche,
dalla fisionomia incerta. Nel mito delle origini di Roma è
identificato con Romolo, divinizzato dopo la morte; Quirites vengono
chiamati i membri del popolo romano. È venerato sul Quirinale.
Giunone (Iuno): corrispondente alla greca Hera,
simbolo della femminilità, è la dea protettrice dei matrimoni
(Pronuba) e delle nascite (Lucina).
Minerva (Minerva): dea italica preposta
all’attività artistica ed intellettuale, assimilata poi alla greca
Atena, costituisce con Giove e Giunone la Triade Capitolina, in
onore della quale è eretto un tempio su una delle sommità del
Campidoglio.
Diana (Diana): divinità italica e romana, il cui
nome è collegato con dius (aggettivo arcaico = «celeste»), assai
presto identificata con la greca Artemide: vergine silvestre e
cacciatrice, come la greca Artemide è assimilata a Selene (dea
lunare) e ad Ecate (dea della notte e della magia); da quest’ultima
identificazione assume a Roma il nome di Trivia, come protettrice di
crocicchi. Famoso era il santuario di Diana ad Ariccia, presso il
lago di Nemi, di cui forse fu una replica il tempio romano
sull’Aventino.
Venere (Venus): probabilmente in origine connessa
al culto della vegetazione primaverile, assume rilievo in seguito
all’assimilazione con la greca Afrodite, dea dell’amore e della
fertilità. Verrà poi considerata progenitrice degli Eneadi e della
gens Iulia (Venus genetrix).
Vesta (Vesta): dea protettrice del focolare
domestico, della prosperità familiare e della pace pubblica. Nel
tempio del Foro a lei dedicato le Vestali, sue sacerdotesse,
custodiscono il sacro fuoco perenne, simbolo del focolare dello
Stato.
Cerere (Ceres): dea italica delle messi e
dell’agricoltura, e come tale assimilata alla greca Demetra, è
associata a Libero (o Bacco, corrispondente al greco Diòniso) e
Libera (o Prosèrpina, figlia di Cerere), ed è venerata in un tempio
ai piedi dell’Aventino, sede dell’edilità plebea.
Saturno (Saturnus): antico dio delle sementi,
assimilato al greco Crono, viene considerato il re dell’antico Lazio
durante la mitica età dell’oro, età di benessere e di pace (Saturnia
regna). Nel suo tempio, ai piedi del Campidoglio, si conservano
l’erario dello Stato e le insegne delle legioni in tempo di pace. È
celebrato ogni anno, a dicembre, nei Saturnalia, giorni in cui è
consuetudine scambiarsi doni reciproci ed è concessa agli schiavi
libertà di rapporti con i padroni.
Nonostante l’introduzione di nuove divinità e
l’ellenizzazione di quelle già esistenti, i numi arcaici
continuarono a sopravvivere e, anzi, si arricchirono di nuove
presenze tratte dall’astrazione di concetti, come Concordia,
Libertas, Salus, Febris, Pax, Fides, Honos. Continuò a mancare però
una dottrina che spiegasse la natura delle divinità, il destino
dell’uomo, i suoi rapporti con il dio, che rimasero così ristretti
alla semplice osservanza rituale.
Crisi religiosa e fermenti spirituali
Durante la seconda guerra punica (fine del III
sec. a.C.), il succedersi di traumatici eventi militari produsse una
grave crisi religiosa; il Senato e la classe dirigente cercarono
allora di frenare la superstizione popolare, il proliferare di
pratiche astrologiche e le incontrollate manifestazioni religiose
introducendo, sotto la loro rigida sorveglianza, alcuni culti
orientali, come quello della Grande Madre Cibele. Terminata però
l’emergenza, tali culti vennero duramente repressi per i loro
aspetti orgiastici, che sembravano favorire la trasgressione delle
norme morali e la ribellione all’ordine costituito (Senatus
consultum de Bacchanalibus, 186 a.C.). Non si placarono tuttavia i
nuovi fermenti spirituali, che nel corso dei decenni indirizzarono
alcuni ambienti colti verso le varie scuole filosofiche greche,
mentre rivolsero taluni strati delle classi popolari verso forme
religiose di origine orientale, come i culti degli dei Iside,
Osiride, Mitra. La società intellettuale romana viveva nel frattempo
un vero dramma religioso poiché, oramai consapevole che il
grossolano politeismo delle origini era scarso di valori etici, era
tuttavia incapace di rompere con la tradizione e di rinunciare
all’arma politica e all’azione conservatrice che la religione
esercitava sulle classi subalterne.
La "restaurazione" augustea
Su tale situazione di crisi e di manifesto
scetticismo cercò di incidere con la sua opera riformatrice Augusto,
che favorì la restaurazione e rigenerazione del culto tradizionale,
il rigetto dei culti non romani e la creazione di una religione
imperiale. A tal fine fece restaurare i templi in rovina, incoraggiò
la nobiltà ad assumere nuovamente incarichi sacerdotali, riesumò
antichi culti nazionali, avversò la diffusione del giudaismo e il
culto di divinità egiziane, pose le basi del culto dell’imperatore
permettendo che si venerasse il suo Genio, cioè il suo demone
personale.
Una religione universale
Alla sua morte gli fu decretata l’apoteosi: in
questo modo la nuova religione imperiale giunse, con la sua
diffusione e universalità, a colmare la lacuna di un culto che
unificasse tutte le genti dell’impero. Tale funzione, arricchita da
contenuti spirituali ben più autentici e pregnanti, fu poi svolta
dalla religione cristiana che, dapprima appannaggio di ristrette
cerchie di fedeli, si affermò progressivamente, grazie a un’opera di
capillare proselitismo e nonostante reiterate persecuzioni, finché
le fu riconosciuta libertà di culto dall’imperatore Costantino (313
d.C.).
I sacerdoti
Sotto l’aspetto dell’amministrazione del culto,
il sacerdozio romano non possedette nulla di spirituale né di
carismatico, ma, circondato da rigidi tabù e cerimoniali complessi,
si incaricò di regolare i riti, di stabilire le norme cerimoniali,
di consacrare i templi.
I sacerdoti romani, reclutati tra i ceti più
elevati, si organizzarono in collegi o sodalizi, di cui ricordiamo
qui i più importanti.
Pontefici (pontifices): esperti di diritto sacro,
custodi delle tradizioni civico-religiose (in numero crescente nel
tempo, da 3 a 16), sono guidati dal pontifex maximus (carica
vitalizia). È di competenza dei pontefici la compilazione di testi,
in cui si raccolgono sia preghiere e disposizioni di ordine
sacro-giuridico, sia annotazioni cronachistiche concernenti la vita
politica.
Dai pontefici dipendono:
– il rex sacrorum (carica che ricorda nel nome la
funzione religiosa dell’antico monarca): sacerdote di Giano;
– i flàmini (flamines): 15 addetti al culto di
varie divinità, i più importanti dei quali sono i flamini Diale
(sacerdote di Giove), Marziale (di Marte), Quirinale (di Quirino);
– le Vestali (Vestales): 6 vergini, sacerdotesse
di Vesta, addette alla custodia del fuoco sacro cittadino, scelte
fra i 6 e i 10 anni; restano in carica per 30 anni.
Àuguri (augures): ministri dell’arte divinatoria
(saliti da 3 a 16), assistono il magistrato che interroga il
comportamento degli uccelli per conoscere la volontà degli dei (auspicium),
nei momenti critici della vita pubblica.
Arvàli (Fratres Arvales): 12 sacerdoti della dea
Dia (equivalente a Cerere), ogni anno celebrano alla fine di maggio
un rito solenne, legato alla fecondità dei campi (= arva), di cui ci
è giunta un’interessante documentazione scritta (Carmen Arvale).
Salii (Salii = «danzatori»): celebrano il culto
di Marte percorrendo la città a passo di danza, con corazza, elmo e
uno scudo (ancile), che percuotono con un giavellotto, cantando
invocazioni.
Luperci (Luperci): addetti al culto di Fauno
(divinità dei pascoli), ricordano probabilmente nel nome e nella
cerimonia annuale (Lupercalia), in febbraio, antichi riti celebrati
dai pastori per «tenere lontano i lupi» (da lupus e arceo).
Feziali (Fetiales): in numero di 20, curano sotto
il patrocinio di Giove i rapporti con i popoli stranieri, vigilando
sull’osservanza dei trattati e delle norme del diritto
internazionale.
Luoghi e forme del culto
Se dapprima, nei tempi più arcaici, non
esistettero precisi luoghi di culto, perché la divinità risiedeva
dovunque e non aveva immagine né tempio, con l’evolversi della
religione furono privilegiati come sedi di culto i boschi sacri, gli
altari a cielo aperto e, infine, per influsso greco, edifici chiusi,
come dimora della divinità. Ad essa l’uomo romano indirizzò, con lo
scopo di ottenerne il favore quasi in un rapporto giuridico di
scambio, offerte di primizie o sacrifici cruenti di animali, formule
magiche con potere costrittivo o preghiere con intento di supplica,
ex voto in metallo o terracotta, dediche sacre a fine espiativo,
propiziatorio o purificatore.
Il culto privato
Bisogna, peraltro, ricordare ancora che, accanto
al culto pubblico, fu assai vivo in Roma il culto privato, di cui
era sacerdote il padre di famiglia. Divinità del culto privato
erano: i Lari (Lares), spiriti degli antenati; i Penati (Penates),
protettori della famiglia e del focolare domestico; il Genio (Genius),
dio tutelare che accompagna nella vita il singolo individuo
(anzitutto il capofamiglia).
Testimonianze
I sacerdoti e i loro compiti
(Cicerone, De legibus II, 20-21)
Nel secondo libro del’opera, dedicato alla
legislazione sacra, Cicerone espone i titoli e gli argomenti dei
provvedimenti più importanti ed i compiti delle famiglie
sacerdotali.
20 [...] Ogni dio abbia i suoi sacerdoti, tutti
abbiano i pontefici, ciascuno il suo flamine, e le vergini Vestali
nella città custodiscano il fuoco perenne del focolare pubblico.
In quale modo e con quale rito si svolgano questi
atti di culto sia in pubblico sia in privato, lo apprendano i
profani dai pubblici sacerdoti. Di questi, tre siano i generi: l’una
che presieda le cerimonie e i sacrifici, l’altra che interpreti i
misteriosi responsi degli indovini e dei vati, riconosciuti dal
senato e dal popolo.
21 Inoltre gli interpreti di Giove Ottimo
Massimo, i pubblici àuguri, prevedano il futuro dai presagi e dagli
auspìci, tengano in osservanza la disciplina e istruiscano i
sacerdoti, facciano pronostici riguardo ai vigneti e ai saliceti,
per il benessere del popolo romano; e coloro che intraprenderanno
un’azione di guerra o una pubblica deliberazione, consultino gli
auspìci e li osservino.
Prevedano le ire degli dèi e rispettino i
prodigi, distribuiscano le folgori in precise regioni (1) del cielo,
tengano purificati e consacrati la città, i campi, i templi. E gli
atti che l’augure dichiarerà iniqui, nefasti, scorretti, di cattivo
augurio, risultino non validi e incompiuti; e chi non obbedirà, sia
condannato a morte.
Degli atti di pace, di guerra, di tregua siano
ambasciatori i feziali, non però responsabili, decidano delle
guerre.
Deferiscano prodigi e portenti ad aruspici
etruschi, se il senato lo ordina, e l’Etruria ammaestri gli ottimati
(2). Agli dèi che hanno stabilito, tributino riti propiziatori e
anche facciano espiazioni delle folgori e delle cose colpite da
fulmine.
1. L’àugure, prima di prendere gli auspìci,
divideva il cielo in quattro parti, tracciando col lituo due linee
immaginarie che s’incrociavano sopra di lui; e stando rivolto a
mezzogiorno, considerava favorevoli i segni (ed in particolare le
folgori) che si manifestavano alla sua sinistra, sfavorevoli invece
quelli del settore di destra.
2. Gli Etruschi erano assai dotati nell’arte
della divinazione, la quale, con l’augurato, costituiva in Roma un
monopolio degli ottimati.
Una formula rituale
(Livio, Ab Urbe condita VIII, 9, 4-8)
Il console P. Decio Mure, durante la guerra
contro i Latini (340 a.C.), per stornare infausti presagi e ottenere
la vittoria, si votò in sacrificio agli dèi. Leggi la solenne
procedura di questa devotio a determinate divinità.
In quel momento di trepidazione il console Decio
chiama a gran voce Marco Valerio: «Occorre il soccorso degli dèi,»
gli dice «o Marco Valerio. Suvvia dunque, pubblico pontefice del
popolo romano, suggeriscimi le parole con le quali devo immolarmi
per la salvezza delle legioni».
Il Pontefice gli ordinò di indossare la toga
pretesta e di dire, col capo velato, levando la mano di sotto alla
toga fino a toccare il mento, ritto su un giavellotto posto sotto i
suoi piedi: «O Giano, o Giove, o Marte padre, o Quirino, o Bellona,
o Lari, o dèi Novènsili, o dèi Indìgeti, o dèi che avete potere su
di noi e sui nemici, e voi, o dèi Mani (Si osservi il rituale
arcaico, e la preghiera, che riecheggia le formule antiche dei
pontefici. Gli dèi invocati sono gli dèi tutelari di Roma: Giano al
primo posto, in quanto l’origine dell’universo; poi Giove, Marte,
Quirino, che sono gli dèi di importanza primaria, come si ricava
anche dal fatto che a ciascuno di essi era riservato un flamine; i
Lari, protettori della casa, o i Lares praestites, protettori della
città; gli dèi indigeti, cioè nativi del luogo, e gli dèi novensiles,
cioè estranei al territorio, immigrati, che hanno in Roma una nova
sedes [n. d. T.]), vi prego, vi supplico, vi chiedo e mi
riprometto la grazia che voi accordiate propizi al popolo romano dei
Quiriti potenza e vittoria, e rechiate terrore, spavento e morte ai
nemici del popolo romano dei Quiriti.
Così come ho espressamente dichiarato, io immolo
insieme con me agli dèi Mani e alla Terra, per la Repubblica del
popolo romano dei Quiriti, per l’esercito, per le legioni, per le
milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, le legioni e le
milizie ausiliarie dei nemici».
(trad. di M. Scàndola)
Il rito guerresco dei Feziali
(Livio Ab Urbe condita I, 32, 5-14)
La dichiarazione di guerra dei Romani era
preceduta nel periodo arcaico dall’invio dei Feziali, i quali
seguivano un rituale ben preciso.
Tuttavia, poiché Numa aveva istituiti i riti
religiosi di pace, volendo per parte sua istituire un sacro
cerimoniale di guerra, perché non si facessero guerre senza prima
averle dichiarate secondo un certo rito, introdusse dall'antica
gente degli Equicoli (Equicoli è l’antico nome di Equi.
L’attribuzione ad essi del rito dei Feziali viene forse dalla falsa
etimologia che collegava il loro nome all’espressione aequum colere)
il rituale con cui si esigono risarcimenti, che ancor oggi i feziali
osservano.
Quando il messaggero giunge al confine di quel
popolo a cui si chiede un risarcimento, col capo cinto da una benda
di lana (La lana era usata nei riti sacerdotali ed aveva
proprietà magiche, in quanto era un materiale simpatetico, vale a
dire capace di facilitare le relazioni esistenti fra le forze della
natura, visibili e nascosta, e apotropaico, ovvero dotati della
forza sufficiente per respingere gli influssi negativi) dice:
«Ascolta, o Giove, ascoltate, o confini — e fa il nome del popolo
cui appartengono —, ascolti la giustizia divina: io sono il pubblico
rappresentante del popolo romano; vengo delegato giustamente e
santamente, e alle mie parole sia prestata fede».
Quindi espone le richieste, ed invoca Giove a
testimonio: «Se ingiustamente ed empiamente chiedo che mi siano
consegnati quegli uomini e quelle cose, non lasciare che mai più io
faccia parte della patria».
Queste cose ripete quando varca il confine,
quando incontra il primo uomo in territorio nemico, quando entra
nella città e quando giunge nel foro, mutando solo poche parole
della formula e del giuramento.
Se non vengono consegnate le persone richieste,
passati trentatré giorni (questo infatti è il numero prescritto) in
questo modo dichiara la guerra: «Ascolta, o Giove, e tu, o Giano
Quirino, e voi tutti, o dèi del cielo, della terra e degli inferi,
ascoltate; io vi invoco a testimoni che quel popolo — e qui ne fa il
nome — è ingiusto e non concede la dovuta riparazione. Ma su queste
cose consulteremo gli anziani in patria, sul modo come possiamo far
valere il nostro buon diritto». Poi […] (Qui c’è un grave guasto
dei manoscritti) il messaggero ritorna a Roma a riferire.
Immediatamente il re consultava il senato
all'incirca con queste parole: «Intorno alle cose, controversie e
accuse di cui il padre patrato (È il sacerdote capo dei Feziali.
Il termine patratus deriva da patro, che indica l’azione di
stipulare o concludere un patto) del popolo romano dei Quiriti
trattò col padre patrato degli antichi Latini (Gli «antichi
Latini» sono le popolazioni latine più antiche, residenti nel Lazio
fin dai tempi più remoti) e con gli uomini antichi Latini, le
quali cose né restituirono, né fecero, né pagarono, mentre era
doveroso che fossero restituite, fatte, pagate, dimmi — diceva
rivolto a colui che per primo veniva richiesto del suo parere — che
cosa proponi?».
Allora quello rispondeva: «Propongo che si
richiedano con pia e santa guerra: a questo mi associo e questo
approvo». Quindi venivano interrogati gli altri per ordine; e se la
maggior parte dei presenti era dello stesso parere, la guerra era
decisa. Era usanza che il feziale portasse al confine nemico un'asta
con la punta di ferro, oppure di corniolo rosso (Il ferro e il
legno di corniolo erano considerati dotati di potere magico. Il
ferro, dotato di valore apotropaico, allontanava le presenze
"maligne" del nemico. Ruolo analogo era attribuito al corniolo.
Secondo un’altra interpretazione, il termine fa riferimento
semplicemente al color rosso sangue della punta della lancia)
aguzzata nel fuoco, e dicesse alla presenza di almeno tre uomini
atti alle armi: «Poiché i popoli degli antichi Latini e gli antichi
uomini Latini agirono ingiustamente contro il popolo romano dei
Quiriti, poiché il popolo romano dei Quiriti ha ordinato che vi
fosse guerra cogli antichi Latini, e il senato del popolo romano dei
Quiriti ha proposto, approvato, deliberato che si facesse la guerra
cogli antichi Latini, per questo io a nome del popolo romano
dichiaro e muovo guerra ai popoli dei Prischi Latini e agli uomini
antichi Latini».
Detto ciò scagliava l'asta nel loro territorio.
In questo modo allora fu richiesta soddisfazione e fu dichiarata
guerra ai Latini, e i posteri conservarono quel rito.
(trad. di L. Perelli, con lievi adattamenti)
È necessario scegliere la vittima adatta
(Plinio il Vecchio, Naturalis Historia 8, 183)
I tori sono fra gli animali più adatti ai
sacrifici, ma anche essi devono essere scrupolosamente esaminati
prima del rito.
Da questi (i tori) derivano le offerte
sacrificali più grasse e il più prezioso atto di riconciliazione con
gli dèi. Soltanto questo animale tra tutti quelli che hanno la coda
alquanto lunga non la possiede appena nato della misura definitiva,
come capita a tutti gli altri: essa cresce insieme a lui solo,
finché arriva fino in fondo agli zoccoli; perciò l’accettazione tra
le vittime del vitello impone che la coda arrivi all’articolazione
del garretto; se è più corta, i riti non promettono un buon esito.
Si è anche osservato che i vitelli portati sulle spalle di un uomo
agli altari non garantiscono un buon sacrificio; così gli dèi non
possono essere riconciliati né da una vittima zoppicante né estranea
a loro né che cerca di sfuggire al sacrificio. Nei prodigi degli
antichi si trova sovente un bue che ha parlato: all’annuncio di
questo prodigio il senato era solito riunirsi all’aperto.
Il tempio di Giano e le origini del culto
(Macrobio, Saturnali I, 9, 17-18)
Macrobio, nella prima giornata dei Saturnali,
affronta il problema dell’origine e delle caratteristiche di diverse
istituzioni religiose romane, tra cui il culto di Giano.
17 Durante la guerra sabina, provocata dal ratto
delle vergini, i Romani avevano fretta di chiudere la porta ai piedi
del colle Viminale, che in seguito fu per questo chiamata Gianuale,
perché i nemici facevano impeto in quel punto. Appena chiusa, si
aprì da sola; e il fatto si ripeté una seconda e una terza volta.
Visto che non era possibile chiuderla, rimasero di guardia armati in
gran numero davanti alla soglia. Mentre da un'altra parte si
combatteva molto aspramente, all'improvviso corse la voce che i
nostri erano stati sbaragliati da Tazio.
18 A questa notizia i Romani che difendevano
l'accesso fuggirono atterriti. Quando però i Sabini stavano per
irrompere attraverso la porta aperta, si dice che dal tempio di
Giano uscirono attraverso questa porta torrenti impetuosi dalle
acque gorgoglianti e molte schiere nemiche perirono bruciate dai
flutti bollenti o inghiottite dai gorghi travolgenti. In seguito a
ciò si decretò che in tempo di guerra le porte del tempio restassero
aperte, come se il dio fosse partito in aiuto della città. Questo
per quanto riguarda Giano.
(trad. di N. Marinone)
(da Passato Presente – D’Agostini)

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