Il primo giorno di scuola
Nulla è più emozionante del primo giorno di
scuola.

Me lo ricordo: era già dal 23 luglio che facevano
la disinfestazione per i topi, avevano vinto i topi e ce ne erano
alcuni grossi come cammelli.
Il bidello sorrise e apri il portone; il portone
cadde e aprì il bidello, che ancora sorride: è rimasto sotto,
ridotto come una specie di radiografia. Lo portarono in ospedale in
busta chiusa.
Tutti i bambini entrarono di corsa urlando, anche
perché cercavano di sfuggire agli spacciatori. Le aule erano
splendide: pavimenti di cotto, prosciutto cotto, quello delle
merende degli anni passati, azzeccato per terra. Per rendere
trasparenti le finestre erano stati rotti i vetri. I nemici nascosti
dell'igiene, grossi come tacchini, aspettavano i bambini in smoking:
il primo giorno di scuola era anche per loro una grande occasione.
Tra i bambini ricordo Deborah, con la "h" finale,
un bambino di undici anni che la mamma aveva chiamato cos? per
rendergli la vita più facile. Deborah stava solo e in disparte... si
fosse fatto la doccia più spesso... chissà! Era uno di quei bambini
che a Carnevale mandavamo nelle altre classi al posto delle fialette
puzzolenti.
A un tratto Claudio Castello si avvicinò a
Deborah.
I ragazzi ammutolirono guardando commossi la
scena. Claudio era furbo per natura e socialista per vocazione, rubò
la merenda di Deborah e scappò; allora Deborah, che era timidissimo
e dolce, si avvicinò a Claudio e con un cric gli sgranò tutti i
denti.
C'è ancora il pavimento pieno di molari. Quello
fu un giorno commovente e i ragazzi impararono un fatto importante:
« Chi ha il pane non ha i denti, chi ha i denti non ha il pane ».
Mentre Castello cercava ancora i suoi canini
entrò il preside con aria mesta, salutò con grande dignità e disse:
« Ragazzi devo darvi una brutta notizia, avrete un altro maestro,
quello dell'anno scorso è morto! » Ci fu un boato di gioia,
applausi, tutta la curva B della classe intonò canti di tripudio. «
È stato il fumo a ucciderlo » disse il Preside.
Il maestro dell'anno passato era un uomo
decrepito, aveva il volto incartapecorito dalle rughe, capelli
bianchi e radi, denti cariati, spalle curve e parlava con voce roca
e catarrosa. Aveva ventitré anni.
Un giorno lesse sul pacchetto di sigarette: « Il
fumo nuoce gravemente alla salute ». Allora cominciò a ridere,
ridere, ridere e rise tanto che morì soffocato.
Il mio compagno Bakunin lo diceva sempre: « Sarà
una risata che vi seppellirà! »
Così il preside ci presentò il maestro di
quest'anno. Si chiamava Sergio Sergio, Sergio di nome e Sergio di
cognome, ma tutti per comodità lo chiamavano Piero. Un ragazzo
timidissimo. Quando noi bambini entravamo in classe lui si alzava.
Era giovane, aveva ancora l'acne juvenilis, non
molta in realtà, un foruncolo solo, ma non siamo mai riusciti a
vederlo bene in faccia perché quel foruncolo lo copriva tutto.
Ricordo che Garrone quel giorno gli chiese: « Possiamo dar fuoco
alla maestra di ginnastica sul prato? »
« Non credo » rispose lui timido, « si rovina
tutto il prato, comunque domani chiederò al preside ».
Capimmo che quello sarebbe stato un anno
particolare.
Quel giorno ritrovai anche tutti gli altri miei
compagni: Musiani Silvio, il primo della classe; intelligente come
un ramarro, aveva passato tutta l'estate a studiare a memoria il
programma di quest'anno per non fare brutta figura.
Scannaguaglia Pino, il piccolo iettatore; quando
lo vedevamo ci grattavamo tutti. Era il compagno preferito dalla
Forgioni, la bambina ninfomane, perché con quella scusa poteva
toccare chiunque.
Giacchetti Lorenzo, lo psicolabile; già
all'appello, quando lo chiamarono, pensando di dover essere
interrogato si cosparse di benzina e si dette fuoco.
Poletti Giovanni, il genio della scuola; suonava
il piano e il violino, scriveva poesie, conosceva la teoria della
relatività, sapeva fare la crostata di mirtilli, aveva la patente
anche per i TIR. Al Costanzo Show non volle mai andare perché la
trovava una trasmissione per ragazzi. Aveva sei anni e otto mesi.
Poi c'era il ripetente Paganini Nicola (e poi si
dice!) che tutti chiamavano "scoglio", non perché fosse forte ma
perché aveva la testa dura come il porfido; era stato bocciato un
sacco di volte, aveva ottantanove anni. Quest'anno però ce l'avrebbe
messa tutta, per fare contenti i genitori.
Poi c'era Barnum, il piccolo Darix Barnum, un
ragazzo che viveva col circo. Suo padre era un pezzo d'uomo, nel
senso che faceva il trapezista, era caduto nella gabbia delle tigri,
e non ne era rimasto un gran che. La madre era la donna cannone,
erano costretti a incontrarsi in volo, perché i genitori
contrastavano il loro amore. Erano rapporti fugaci, amplessi
velocissimi, ma da uno di questi nacque Darix. Era un ragazzo
vivace, un po' troppo, sarà che era circense, ma come sapeva far
girare le palle lui non le sapeva far girare nessuno. Riusciva anche
a starci sopra, stava sulle palle quasi a tutti. Era fachiro,
mangiava il fuoco, beveva la nafta, ingoiava vetri e chiodi: certo
la mattina era un problema, ma per amore dell'arte... Dopo il suo
numero, si prendeva quattro chili di Falqui. `Ai bambini buoni la
dolce Euchessina', sarà che lui non era buono, ma non gli bastava
nemmeno l'idraulico liquido. […]
L’ultimo giorno di scuola
Ieri il bidello bionico ha suonato la campanella
per l'ultima volta. Piangeva, un po' per la commozione, un po' per i
220 volts. Domani partirà come volontario per il terzo mondo: porta
la corrente a un villaggio del Sudan.
Sergio Sergio detto Piero, dopo l'esperienza di
quest'anno scolastico, si è iscritto a un corso di aggiornamento
sull'allevamento e la tosatura delle pecore e ha comprato un
biglietto per la Nuova Zelanda. Ha detto che tornerà a settembre, ma
non ha specificato l'anno. La classe si è svuotata, a eccezione del
piccolo Paolontoni, che non ha sentito la campanella (è sordo!).
(da G. Covatta, Pancreas)