Dalla leggendaria fondazione
ai primi anni della Repubblica
Non c'è persona al mondo che non conosca la
leggenda di Romolerremo (così si pronuncia), figli di Rea Silvia,
gettati nel Tevere dallo zio della madre e salvati da una lupa di
bronzo, la lupa capitolina. La lupa fu, praticamente, la vera madre
dei due gemelli, allattandoli fino allo svezzamento. Questo fatto
segnò, in qualche modo, il destino dei due piccoli: da grandi,
soprattutto nelle notti di plenilunio, si sentivano pervadere da
strane sensazioni, come se rivivessero i primordi della loro
infanzia traumatica e capitava spesso che, in queste occasioni,
emettessero strani vagiti somiglianti a ululati. In pratica erano
due lupi mannari. Romolo era, però, più mannaro di Remo e, spinto da
idee grandiose, decise di fondare una città. Venuto il gran giorno,
una considerevole folla di curiosi si era ammassata per assistere al
rito della fondazione, incitando a gran voce i due gemelli. «Forza
lupi!» era lo slogan dei tifosi e Romolo, ululando, cominciò a
tracciare il solco che delimitava i confini della città. Sappiamo
che Remo, invidioso del fratello, saltò all'interno del solco, per
cui Romolo, già trasformatosi in lupo, lo sbranò. Il primo derby
venne, così, vinto dalla Roma.
Vorrei, a questo punto, spendere due parole per
Remo poiché ci si ricorda solo di Romolo come mitico fondatore
dell'Urbe e nessuno menziona mai il fratello.
Remo, pur essendo un lupo mannaro, era più mite
del fratello che era, invece, ir cento e prepotente. Aveva un animo
gentile, gli piaceva cantare ed era appassionato di fiori: li
seminava e curava amorevolmente tant'è che il suo desiderio sarebbe
stato quello di fondare una città di fiori. Dopo la sua uccisione lo
fecero santo e sulla sua tomba scrissero: San Remo. Il resto
deducetelo voi. Questa di cui abbiamo parlato è solo la leggenda. La
realtà storica è, infatti, ben diversa. Si è ormai appurato che Roma
venne fondata da Caio Rutello, inventore del motorino, vissuto
sempre nel verde delle campagne e quindi amante del verde. È
probabile che Rutello, nel 753 a.C., girando su e giù col motorino
per la valle del Tevere, avesse individuato una zona interessante
per costruirci una città. Tale posto era il Palatino, uno dei mitici
sette colli, dove Rutello edificò, appunto, il primo nucleo abitato.
Questo colle aveva una posizione strategica: dominava l'isola
tiberina, già allora molto intasata perché era il punto dove il
guado del fiume era più agevole. Da lassù Rutello cominciava a
rendersi conto dei problemi del traffico e ipotizzava le prime
contromisure da mettere in atto: corsie preferenziali, isole
pedonali, piste ciclabili, recupero del territorio, abbattimento
delle barriere architettoniche. Prima di passare ai fatti, però, si
convinse che un solo colle era un po' pochino per farci la capitale
d'Italia, così ne cercò altri sei. Perché proprio sei, direte voi?
Perché, in tutto, dovevano essere sette, secondo una tradizione
largamente diffusa a quell'epoca. Ricorderemo a tal proposito: le
sette meraviglie del mondo, i sette nani (Dotto, Mammolo, Dandolo,
Mettilo, Levalo, Grappolo, Zoccolo), i sette vizi capitali, il sette
bello, i sette samurai (Toshiro Mifune, Akira Kurosawa, Hofuso
Lamoto, Arno Mentikado, Meneso Ito, Seiuna Rottura, Kosimi Tsubishi),
i magnifici sette, i sette sigilli, la settimana, le sette
sataniche, Settebagni, sette-ntrione, sette-mbre, tresette, trasette
(forma dialettale napoletana dal verbo «trasire»), cassette,
basette, cucù sette-te eccetera.
Il primo colle che Rutello andò a occupare fu il
Capitolino, che si trovava di fronte al Palatino ma era più alto.
Qui decise di trasferire la sua sede che battezzò col nome di
Capodoglio. Alcuni suoi collaboratori gli fecero notare che questo
era il nome di un cetaceo per cui il palazzo cambiò denominazione
assumendo quella attuale di Campidoglio. Insediatosi al Campidoglio,
Rutello si accinse a trovare gli altri colli che in realtà stavano
già lì, quindi non è che ci fosse molto da cercare. Sul Quirinale
fece costruire un palazzo importante, dicendo: «Non si sa mai, un
domani potrebbe servire per qualche personalità di spicco». Decise
poi che il colle del Viminale fosse adibito a non meglio specificate
«questioni interne» e che sul Celio fosse costruito un ospedale,
magari anche militare. Gli altri due colli, I'Esquilino e
l'Aventino, ebbero solo una funzione residenziale.
Sull'Aventino, che aveva un'invidiabile
posizione, i prezzi delle abitazioni salirono subito alle stelle per
cui divenne una specie di chimera possedervi una casa, mentre
l'Esquilino mantenne la fisionomia di quartiere popolare, quindi era
più a buon mercato e infatti si riempì in poco tempo di
extracomunitari. Bisogna, a questo punto, sfatare la leggenda del
ratto delle Sabine che per secoli ha gettato un'ombra sulla
correttezza di comportamento dei Romani. Non ci fu nessun rapimento
di donne per colmare lo scarso popolamento della città. Il ratto
delle Sabine era semplicemente un topo, sia pure più grosso del
comune, diciamo un topone che le Sabine veneravano come una
divinità. I Romani, molto incuriositi da questo culto, chiesero di
assistere alle celebrazioni rattiche che avvenivano annualmente,
adducendo a pretesto l'occasione di scambio culturale tra i due
popoli. I Sabini accettarono invitando i Romani alla festa
religiosa. Durante il rito i Capitolini rimasero talmente colpiti
che decisero di adottare lo stesso culto. Visto, però, che le Sabine
erano molto esperte in fatto di ratti, i Romani pensarono di
portarsele con loro, mica per altro, solo per espletare senza errori
tutte le pratiche cerimoniali. Quindi le rapirono. Per rispettare,
come dicevamo prima, la tradizione del sette, a Roma si alternarono
sette re. Il primo fu Romolo, fondatore mitico della città (Rutello,
infatti, fin dall'inizio aveva preferito la carica di sindaco). A
Romolo seguirono: Numa Poltiglia, Tullio Ostile, Anche Marzo,
Tarquinio Fresco, Servio Tullio (Solengo) e infine Tarquinio il
Superfluo. Descriveremo ora i fatti salienti che hanno
caratterizzato il loro regno.
Numa Poltiglia si ricorda perché amava sguazzare
nel fango. Tullio Ostile era perennemente incavolato e quindi in
guerra contro tutti (famosa la distruzione di Albalonga a opera
degli Orazi coi razzi). Anche Marzo fu soprannominato «il re di
primavera», perché durò una sola stagione. Tarquinio Fresco si
lavava in continuazione perché aveva sempre caldo e odiava la
sensazione di sporco (a lui si deve la costruzione della prima rete
fognaria nota come Cloaca Massima). Servio Tullio era il servitore
di Tullio Solengo, famoso attore dell'epoca che, nominato re, aveva
delegato il suo servo a rappresentarlo perché lui era sempre
indaffarato con le sue piantagioni di caffè. Tarquinio il Superfluo
si dimostrò talmente inutile che se non avesse regnato sarebbe stato
meglio, per questo la Monarchia cessò di esistere con lui. Caduta la
Monarchia Roma divenne, a tutti gli effetti, una «Repubblica fondata
sul lavoro», riconoscibile dalla ben nota sigla Spqr con cui
iniziavano le principali trasmissioni dell'epoca. Il senato
risiedeva anche allora a Palazzo Madama e i senatori erano
esattamente gli stessi attuali. Tra i nomi più illustri ricordiamo
Mario e Silla titolari, tra l'altro, di una caratteristica trattoria
a Trastevere; Furio Camillo che amava girare in metropolitana e Ripa
di Meana addetto ai parchi dell'Urbe.
Altro famoso personaggio dell'epoca fu Cicerone
di cui esemplare è la carriera: aveva iniziato da giovane a lavorare
come guida turistica per pochi soldi: portava in giro gli stranieri
a visitare il Foro, i Musei vaticani, la fontana di Trevi. A poco a
poco, essendo molto abile come cicerone, Cicerone aveva aperto
un'agenzia turistica, la Cicero's travel, fornita di modernissimi
bigoni (grandi bighe corrispondenti ai nostri pullman) che raccolse
per anni il più cospicuo movimento turistico dell'epoca. Si
servivano tutti della Cicero's: Umbri, Sanniti, Etruschi, Volsci e
soprattutto gli stranieri, Galli, Visigoti, Unni, Ostrogoti
eccetera. I turisti più irrequieti comunque erano i Vandali, che
avevano sempre il vizio di devastare gli autogrill. […]
L'Impero dal 27 a.C. al 235
d.C.
L'Impero Romano si distinse nei seguenti
imperatori:
-
Ottaviano Augusto
-
Tiberio
-
Caligola
-
Claudio
-
Nerone
-
Vespasiano
-
Tito
-
Domiziano
-
Traiano
-
Adriano
-
Marco Aurelio
Questa era la formazione titolare che si esibiva
allo stadio Caracalla (dove, come ricorderete, i Romani giocavano a
palla). Compito degli imperatori era imperare. Essi lo fecero
abbastanza bene e ognuno si distinse per qualcosa. Per esempio
Nerone si distinse per il suo temperamento di fuoco, Vespasiano per
i w.c., Traiano perché viveva su una colonna e Marco Aurelio per la
sua faccia di bronzo.
Da notare, sotto Tiberio, un personaggio di
spicco, il governatore della Giudea Ponzio Pilato, così detto perché
funzionava a pile. Egli aveva un solo difetto: si scaricava
facilmente e, per rimettersi in carica, doveva lavarsi le mani. Sul
finire del V sec. l'Impero ebbe una crisi di nervi e si riprese solo
con l'avvento di un grande imperatore che si chiamava Arco di
Costantino. Morto, però, Costantino e rimasto solo l'arco, l'Impero
ebbe un nuovo esaurimento nervoso. Ne approfittarono subito i
barbari per fare i vandali. Iniziarono così le prime invasioni da
parte degli Unni e degli Altri che erano Visigoti, Ostrogoti,
Austroungarici e Astronauti.
Gli Unni erano guidati da Attila che era fatto a
forma di flagello. Essendo, comunque, una creatura umana venne
chiamato il flagello di Dio. Sotto la sua guida gli Unni devastarono
mezza Europa e minacciarono seriamente la stabilità dell'Impero.
Erano tutti terrorizzati dalla ferocia di Attila e non sapevano come
fer-marlo: ci riuscì solo un leone di fronte al quale il condottiero
fece retromarcia e tornò in patria. Per tale motivo questo leone
venne soprannominato Magno e divenne papa. L'Impero aveva ormai i
giorni contati, i Vandali si erano lasciati andare ad atti davvero
vandalici saccheggiando Roma, finché venne deposto Romolo Augustolo,
L'ultimo imperatore (un fanciullo di soli sei anni sulla cui
storia venne girato anche un film all'epoca). Ironia della sorte, il
nome dell'ultimo imperatore di Roma coincideva con quello del primo
re che l'aveva fondata, Romolo.
Nel 476, dunque, cadde l'Impero Romano
d'Occidente e fu proclamato re Odoacre. Questi, emanando, però, un
odore insopportabile, fu subito spedito a Costantinopoli dove fondò
l'Impero Romano d'Oriente.
(da M. Lopez, Impariamo la
storia)