La concezione dello Stato
nell'antica Grecia
Sparta e Atene rappresentavano i due poli della
vita politica greca: a Sparta c'era il polo delle libertà, ad Atene,
invece, che produceva in abbondanza olive e olio di prima qualità,
c'era un polo soprannominato «l'Ulivo», simbolo di progresso e
prosperità. Gli Spartani avevano un'educazione di tipo spartano,
tutto ginnastica, militarismo, adunate, saluto roma... ehm, volevo
dire spartano. Si sentivano dei fini conservatori, mentre gli
Ateniesi si definivano dei prodi innovatori. Per questo tra
le due città c'erano continui dissidi con supremazie alterne dei due
schieramenti politici. Inizialmente prevalsero i prodi Ateniesi che
avevano una concezione democratica dello Stato: Atene, infatti, si
trovava più vicina ai Paesi dell'est rispetto a Sparta e quindi era
più di sinistra (abbreviato: Pds). I fini Spartani fecero
comunque una politica di ostruzione al governo Prodi, che ebbe
evidenti ripercussioni soprattutto durante le guerre persiane
(vedasi la battaglia di Maratona).
Nella Magna Grecia, a differenza delle due
città-Stato, vigeva il regime politico della tirannide. I tiranni
avevano adottato il modello di comportamento del tirannosauro,
quindi i loro avversari finivano generalmente male. Ricordiamo tra i
più famosi il tiranno di Siracusa e quello di Agrigento ma, negli
anni a seguire, ebbero molto successo anche i tiranni di Catania,
Gela e Corleone (quest'ultimo passato alla Storia come uno dei più
feroci). Tuttavia uno dei più attivi fu il tiranno della Padana che
aveva una tipologia tutta sua, basata principalmente sulla minaccia
in senso lato e sulla fissa della secessione che difendeva a spada
tratta (la spada dei soldati del Carroccio durante la battaglia di
Legnano).
Le guerre persiane: la
battaglia di Maratona
Nonostante i dissidi interni, i Greci si
trovavano a fronteggiare un nemico comune molto potente, la Persia,
e quindi dovevano, giocoforza, allearsi per sperare di batterlo. I
Persiani, dal canto loro, forti di un invidiabile apparato bellico e
ammalati di imperialismo, si erano addentrati fin nel cuore della
Grecia per conquistare Atene. Così nel 490 a.C. Greci e Persiani si
affrontarono a Maratona in una battaglia rimasta famosa nella
Storia. I Persiani erano guidati dal generale Dati che non era
propriamente un militare ma un direttore di banca (la Banca Dati).
Questo fatto ha probabilmente influito non poco sull'esito della
battaglia, vinta, come si sa, dagli Ateniesi nonostante fossero in
minoranza numerica rispetto agli invasori. Sembra infatti che il
generale persiano volesse continuamente dei dati aggiornati sulle
forze contendenti e non dava mai ordine d'attaccare se prima non
aveva analizzato a dovere queste informazioni. Le truppe persiane si
trovarono quindi a disagio per questa condotta rinunciataria del
loro capo e furono prese alla sprovvista dagli Ateniesi.
Altrettanto celebre in questa battaglia è rimasta
nei secoli la figura di Fidippide, il corridore greco.
Milziade, comandante degli Ateniesi, temendo
l'imponenza numerica dei Persiani, aveva inviato Fidippide a
chiedere rinforzi a Sparta, prima della battaglia. Fidippide partì
di corsa, orgoglioso della sua missione, ma a metà strada si fermò e
fece marcia indietro. Che cos'era successo? Si era scordato che cosa
doveva chiedere agli Spartani. Tornato a Maratona si beccò tutti gli
improperi possibili da parte di Milziade, quindi ripartì ancora più
velocemente, sentendosi in colpa per il tempo perso. Ma questa volta
venne raggiunto, sempre a metà strada, da due cocchieri che gli
ordinarono di rientrare a Maratona perché Milziade si era
dimenticato di dirgli alcune cose importanti. Fidippide (che era già
un po' stanco) chiese, allora, un passaggio ai cocchieri ma il carro
da loro condotto aveva solo due posti, quindi dovette tornare a
piedi.
Finalmente, giunto a Maratona e istruito a dovere
dal suo generale, riuscì a ripartire (di corsa, naturalmente, perché
lui era un corridore). Nel frattempo aveva già percorso circa
trecento chilometri e stava calando la sera. Giunse a Sparta a notte
fonda con la sua ambasciata e, siccome la situazione richiedeva
un'urgenza, insistette per farsi ricevere dai governanti. Questi,
imbestialiti per essere stati svegliati in piena notte, prima
riempirono di botte il povero Fidippide e poi lo rispedirono
indietro a riferire che non avevano nessuna intenzione di
intervenire nella battaglia.
Fidippide ricominciò a correre. Alle prime luci
dell'alba ebbe un calo di zuccheri iniziando a vacillare. Qualcuno
del pubblico gli dette, allora, un Gatorade e lui riprese la corsa.
Sul calar della sera, ormai stremato dalle forze, arrivò a Maratona:
non c'era più nessuno, la battaglia si era già conclusa con la
vittoria degli Ateniesi. Trovò, in compenso, un messaggio scritto
che diceva: FIDIPPIDE, INVECE DI CORRERE SU E GIÙ COME UN CRETINO,
TORNA SUBITO AD ATENE.
Il poveraccio si fece, così, questi ultimi
quaranta chilometri (in totale ne aveva percorsi circa seicento in
quarantotto ore). Appena giunto nella capitale dell'Attica fu
redarguito dai suoi commilitoni con frasi del tono: «Bel paravento,
te la sei squagliata, eh?» e da Milziade con: «Ringrazia che abbiamo
vinto! Se aspettavamo te stavamo freschi!» a cui il disgraziato
replicò con un fil di voce: «Ma stavo correndo la maratona!» Questa
notizia destò un vivo interesse da parte di tutti e Milziade disse:
«Non sapevo che fossi un maratoneta». Da allora ingaggiò Fidippide e
lo fece gareggiare alle Olimpiadi spremendolo come un limone e
guadagnandoci su un sacco di soldi.
La battaglia di Salamina
Dieci anni dopo Maratona, Greci e Persiani si
affrontarono nelle acque di Salamina. Fu la più grande battaglia di
salami della Storia: si distinsero particolarmente il salame di
Milano, il salame cacciatore, il salame piccante, la salamella,
salam (il salame arabo), i salamelecchi e il feroce Salammo
(fratello del più noto Saladino). Per tutta la contesa i Persiani si
dimostrarono molto più salami rispetto ai Greci. Furono, perciò,
fatti a fette e mangiati dagli ellenici. Al loro posto restarono
solo le Persiane che erano solite accompagnare i loro uomini durante
le spedizioni armate. Furono inizialmente prese in ostaggio dai
Greci che, però, ne apprezzarono subito le qualità e pensarono
quindi di servirsene a loro vantaggio. Le Persiane si adattarono
bene alla nuova patria, soprattutto al clima particolarmente torrido
dei mesi estivi. Con il passare del tempo, anzi, si dimostrarono
molto utili alla comunità per le loro innegabili doti la cui eco è
giunta fino ai nostri giorni. Chi di noi, del resto, non ha mai
avuto a che fare con una Persiana? Chi non ha mai sperimentato la
loro capacità di ripararci dalla luce accecante del sole? Perciò
ringraziamo le Persiane e soprattutto i Persiani senza le cui manie
espansionistiche a quest'ora tutte le giornate estive sarebbero per
noi un incubo.
Filosofia e cultura
nell'antica Grecia
Tra il V e il IV secolo a.C. tutta la Grecia fu
un fermento di vita culturale e filosofica. Atene si distinse
particolarmente per essere una palestra di filosofi e artisti. Fra i
tanti ci furono le scuole dei sofisti, da cui poi originarono i
sofisticati, e dei cinici, da cui derivarono i cinofili che erano
soliti trascorrere le giornate ai cinodromi (Famoso il cinodromo di
Ponte Marconi, a Roma, dove si corrono le corse per cineasti). In
campo filosofico, però, le figure più importanti furono senz'altro
Socrate e Platone.
Il primo ebbe molti proseliti, specie fra i
giovani, per le sue idee rivoluzionarie. Andava in giro per le
piazze e i mercati parlando di ogni argomento con la gente e metteva
tutto in discussione affermando di sapere una sola cosa: di non
sapere nulla. Mentre uno faceva la spesa Socrate gli chiedeva, per
esempio: «Sei sicuro di conoscerti abbastanza?» Quello rimaneva un
po' sconcertato e il filosofo continuava: «Guardati meglio dentro,
chissà cosa potresti scoprire di te, che ancora non sai». Il
poveretto, così, lasciava perdere la spesa e andava a cercare di
scoprirsi. In quel periodo ad Atene aumentarono notevolmente i
suicidi. Socrate, che era alla continua ricerca della verità, non
riusciva a capirne il motivo anche se gran parte dei suicidati erano
suoi proseliti. Chiese, dunque, ai governanti di Atene un'opinione
in merito. Questi gli risposero: «Tu che ne pensi?» e lui, che non
aveva mai le idee chiare, disse, per l'appunto: «Non ne ho la più
pallida idea». I capi, allora, gli fecero: «Hai mai provato con la
cicuta? Tante volte schiarisce le idee». Così Socrate la bevve e
finì di fare il filosofo.
Platone, suo discepolo, aveva invece capito
meglio la situazione: parlava, sì, del «mondo delle idee» come di
un'unica realtà, di fronte alla quale il mondo visibile è solo
illusione e inganno, ma poi si occupava di realtà materiale. Tant'è
che aveva scritto un'opera, La repubblica, con la
collaborazione di Scalfari, in cui parlava della sua concezione
dello Stato ed esponeva le sue convinzioni politiche. Sulla figura
di Platone venne anche girato un film, Platoon, del regista
Olivieròs Stonopoulos.
Nello stesso periodo in Grecia ebbe un grande
sviluppo il teatro, grazie alle straordinarie menti di Eschilo,
Sofocle ed Euripide. La tragedia greca, però, comportò non pochi
problemi tecnici soprattutto nel reperire gli attori. Infatti,
poiché il teatro greco era un teatro-verità e prevedeva il
coinvolgimento totale del pubblico, gli attori venivano feriti o
uccisi realmente sul palcoscenico. Così, per fare un esempio, nell'Orestiade,
trilogia di Eschilo, prima veniva ucciso l'attore che impersonava
Agamennone, poi l'attrice che interpretava Clitennestra assieme a
quello che impersonava Egisto, per non parlare di drammi come I
Persiani, che rievocava una storica battaglia e, come tale, si
traduceva in una strage di attori. Insomma, ogni rappresentazione
era una vera e propria tragedia greca e, tra l'altro, non poteva
essere replicata per la continua moria di interpreti e per la
difficoltà a trovare sostituti. Questi, infatti, malgrado fossero
allettati con offerte di guadagni favolosi, non se la sentivano
quasi mai di accettare (Qualcuno, in effetti, accettava sperando poi
di svignarsela dal palco al momento opportuno con la paga. Ma
generalmente veniva subito acciuffato dal regista o dal produttore
inferocito e ricondotto al suo misero destino). Il teatro greco,
dunque, rischiava di morire sul nascere (in ogni senso), per cui si
pensò di escogitare lo stratagemma della finzione che poi ha
permesso al dramma di sopravvivere fino ai nostri giorni. Certo,
inizialmente, gli attori, abituati com'erano alla verità, mal si
adattavano al nuovo metodo e non ne comprendevano il significato
intrinseco. Per esempio Agamennone, colpito a morte da Egisto, si
rialzava dicendo al pubblico: «Era tutto finto!» E dalli a
convincere l'attore che non c'era bisogno di dirlo, non c'era verso
di farglielo entrare nella zucca.
«Se non lo dico come fanno a capire che si tratta
di una finzione?» era la sua risposta. E il regista, di rimando: «Ma
se glielo dici non c'è più verità nell'azione!»
«Ma come può esserci verità», replicava l'attore,
«se sto fingendo?»
Insomma, in ogni rappresentazione c'era un
battibecco del genere che finiva poi in una zuffa tra regista e
attore durante la quale quest'ultimo veniva regolarmente ucciso.
Quindi, in un modo o nell'altro, gli attori continuarono a morire
durante le tragedie e dovettero passare molti anni prima che si
placasse questo tributo di sangue all'arte.
(da M. Lopez, Impariamo la
storia)