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Si è sempre parlato del connubio felice della Poesia con la Musica, e ciò perché entrambe obbediscono alle Leggi del Ritmo ; ma, di questo felice connubio, nella grecità classica, non abbiamo che notizie storiche, giacché, del patrimonio culturale dei Greci, ci è pervenuta, sebbene abbastanza malconcia, la materia poetica, ma la materia musicale era già svanita irrimediabilmente, al cominciare del periodo della decadenza.

Tralasciamo, naturalmente, il patrimonio storico, filosofico, scientifico, per puntualizzare meglio la nostra tesi.

Ora, risalendo un po' a ritroso la corrente dei secoli, soltanto nel periodo prettamente classico noi troviamo indissolubilmente unite le tre Arti ritmiche : Poesia - Musica - Danza, come diremo, in seguito, assai più particolarmente. Ma, al periodo classico già era seguito il periodo della decadenza alessandrina, che aveva separato la Musica dalla Poesia; quindi, all'epoca della conquista romana, l'espressione oraziana : « Graecia capta, ferum victorem cepit, et Artes intulit agresti Latio » poteva riferirsi solo alla Poesia, agli altri aspetti letterari, alle Arti plastiche e figurative, all'Architettura, ma non più alla Musica, perché la Poesia non era più cantata, ma solo recitata.

I Romani, quindi, assimilarono tutto quello che riguardava il sistema quantitativo dei versi greci, adattandolo alla Lingua Latina, che cominciò a vivere una vita di riflesso sul binario delle forme metriche già immortalate da una ricca schiera di Poeti greci. Ma il Poeta, oramai, non era più anche Musico. La scissura restò definitiva, ma le trasformazioni seguitarono.

Caduto l'Impero Romano d'Occidente, cominciarono le invasioni barbariche, le quali ebbero tanta influenza nella corruzione dei linguaggi, da limitare l'uso della Lingua Latina ai soli dotti, che si astraevano dai contatti col pubblico nel silenzio dei numerosi chiostri che sorgevano, con crescente frequenza, pel trionfare del Cristianesimo. E, non solo, essi furono i custodi della tradizione classica della Lingua Latina, ma, da bravi « glossatori », favorirono gli studi glottologici dei posteri, mettendo a confronto vocaboli volgari con vocaboli di perfetta lingua (Appendice di Probo - Glosse di Reichenau). E mentre le invasioni barbariche percotevano e avvilivano le classi elevate della società, il Cristianesimo esaltava le masse di umili popolani che, più presto di quelle, avevano assorbito l'essenza confortatrice della nuova Dottrina sacra.

Per queste ragioni, mentre la Lingua Latina rimaneva appartata, come patrimonio dei dotti, si ebbe una fioritura di nuovi linguaggi - - le Lingue Neolatine - - il più perfetto dei quali fu, poi, la nostra armoniosa Lingua nazionale. A questo punto dobbiamo dare uno sguardo duplice al periodo delle « Origini » o Alto Medio Evo letterario; uno per la Musica, l'altro per la Poesia. Circa la Musica, si sa che l'espressione musicale del Medio Evo fu essenzialmente religiosa e subì gli influssi della Chiesa bizantina; le più antiche scuole di canto furono quelle di Antiochia e di Alessandria.

Le date più antiche non sono anteriori al IV secolo d.C., con S. Ambrogio (333-397), iniziatore della forma «antifonica», nella quale la massa degli oranti si divideva in due gruppi, che si alternavano nella preghiera; e al VI secolo d.C., con Severino Boezio (m. 525), che, nel «De Musica» ebbe a modello la teoria musicale ellenica.

Circa la Poesia, si sa che, nella « salmodia » — recitazione cadenzata di preghiere — ogni sillaba non aveva più d'un suono e l'accento della parola era come l'anima di quel canto. Si sa che gl'Inni furono canti su testi in versi sui quali operarono infllussi di forme popolari.

Sviluppatisi in forme complesse e fiorite, diedero origine alle « JUBILATIONES », nelle quali i vocalizzi più lunghi si effettuavano sulla parola: ALLELUJA = lodate il Signore.

Nel IX secolo furono adattati sillabicamente altri testi alle giubilazioni allelujatiche e formarono le « sequenze », veri canti popolari, in contrasto coi canti antifonici e responsoriali della Messa.

Ed ecco che i grandi mutamenti si originano, si definiscono, si affermano :

I) il passaggio alla Musica di tutto il materiale metrico della Poesia greco-latina.

II) la sostituzione del sistema accentuativo a quello quantitativo.

Può sembrare strano che il materiale metrico della Lingua Latina si sia riversato non nella nuova lingua, che pure scaturiva da essa, bensì nell'Arte dei suoni : la Musica, che ha per linguaggio, proprio i suoni.

Ma, in Natura, nulla avviene a caso e, di ogni mutamento, v'è il suo senso logico, o meglio, di « necessità », anche se non è subito palese.

Ciò che cade più facilmente è sempre l'artificio.

Perché il materiale metrico passava alla musica?

Perché è un elemento essenzialmente musicale; perché è quello di cui la musica non può proprio far di meno, essendo la sua impalcatura; perché, per la musica, è qualità sortita da natura: dunque è elemento naturale.

Perché, poi, la Poesia si liberò del sistema quantitativo?

Perché, tra i due, il sistema quantitativo è quello artificiale.

Non v'è idioma, al mondo, antico o moderno, barbaro o letterario che sia, che non abbia un accento naturale, in ogni parola: accento che noi chiamiamo, in Fonologia, ovvero, in quella parte della Grammatica che si occupa delle parole come suoni : accento tonico.

Presso i Romani esistevano due linguaggi : il « sermo urbanus », ovvero la lingua delle persone colte; e il « sermo plebeius » (proletarius ; cottidianus; usualis; rusticus; militaris; vulgaris), o lingua delle persone incolte, o, come diremmo noi : dialetto.

Ma questa distinzione riguardava l'eleganza dei vocaboli, non il modo di pronunziarli.

Nessun grammatico antico ci ha tramandato che i plebei pronunziassero le parole col sistema dell'accento tonico e i letterati col sistema della quantità, anche se i grandi oratori latini usavano concludere, per preziosità oratoria, i sonanti fraseggi con clausole metriche bene stabilite, come per esempio, secondo Cicerone : Dicoreo o Ditrocheo ; Cretico e Spondeo ; Dispondeo ; Peone I e Spondeo; Peone IV e Spondeo; Trocheo e Cretico; Coriambo e Cretico; nei quali, però, la coincidenza dell'accento naturale con quello prosodiaco era evidentissimo.

I manuali di prosodia insegnano che: le vocali lunghe si pronunziavano con suono chiuso e spiccato (exili), e le vocali brevi con suono aperto (pleniore); ma perché, poi, soltanto la O e la E (che conservano anche nella nostra Lingua il suono aperto e chiuso) e soltanto in Greco disposero di segni grafici ben distinti, se le vocali, in Latino e in Greco sono sette?

È, dunque, dai Greci che dobbiamo rifarci, almeno per cominciare, per cercar di impostare il Problema della Quantità.

La Letteratura greca, dalle origini mitiche, fino al periodo alessandrino, ci presenta una schiera assai ricca di Poeti musici-cantori. È, però, opinione comune che la musica con cui cantavano i versi fosse, più che canto, una specie di declamazione musicale.

Tuttavia dovette per avere una condotta melodica in grado di affascinare, altrimenti il mito non avrebbe favoleggiato di Orfeo che, col canto, mansuefaceva le fiere e moveva sassi e piante, e di Amfione, che ricostruì le mura di Tebe, attirando, al suono della cetra, blocchi di roccia dal monte Citerone. Si perde, dunque, nella notte dei tempi il punto in cui la parola si è unita con la musica.

Ed è da Omero che, in seguito, ogni poema epico si iniziò con la dichiarazione di « cantare », anche quando, ormai, la musica e la poesia non erano più doti d'uno stesso intelletto, le gesta e le vicende di eroi di ogni genere.

Oscuro è, però, il momento in cui la Poesia e la Musica si unirono, e spontaneo sorge il dubbio se fu la musica che si adattò alla poesia, o la poesia che si adattò alla musica.

Dubbio che, in noi, moderni Occidentali, può sembrare ozioso, perché, nella massima parte dei casi, nasce prima la composizione poetica e dopo quella musicale.

Oggi, nel distribuire le parole del contesto poetico tra le note del relativo contesto musicale, non si esige che ogni nota corrisponda ad una sillaba, tanto che, spesso, una sola sillaba giocherella su e giù, per un intero melisma, con la propria vocale, ottenendo effetti assai vari di gradimento e di pesantezza.

Tal altra, più sillabe si pigiano nel breve ambito di una sola nota, togliendo sfogo alla voce, e dando un senso di aritmia e di fastidio.

Presso i Greci, però, la cosa non andava così.

Ogni nota corrispondeva ad una sillaba, e ciò spiega l'abbondanza dei ritmi poetici, i quali seguivano strettamente il ritmo musicale.

E lo seguivano tanto strettamente, da aver bisogno, i Poeti, di esprimere la pausa con un segno grafico, per giustificare un breve vuoto del discorso poetico, che lasciava il discorso melodico solo per un istante, come si vedrà, meglio, in seguito.

Da questi indizi e da queste riflessioni si può indurre che il sistema quantitativo non fu una caratteristica naturale del linguaggio, ma un artificio di poeti per sopperire alle necessità ritmiche della musica. Dare alla sillaba valore di lunghe o di brevi significava asservire completamente la parola alla musica, perché si attribuiva loro una durata calcolabile esattamente una frazione stabilita di tempo. Se il sistema quantitativo fosse stato un naturale portato del linguaggio, il sistema accentuativo non sarebbe mai nato, né si sarebbe affermato, quando trionfò il « sermo plebeius », ovvero, la lingua delle persone incolte ; ovvero, il linguaggio delle persone che parlano secondo natura, non secondo cultura.

Del resto, basta ricordare le prime regole di prosodia, per notare quanto di artificioso vi sia nel sistema quantitativo : perché una vocale può essere lunga per posizione"? Perché è seguita da due o più consonanti, o da una consonante di quelle che, per costare uno sforzo alla pronunzia, cagionano un indugio maggiore. Perché una vocale considerata come breve può divenir lunga in percussione? Perché viene a cadere sotto un accento principale di quelli che bisogna, a tutti i costi, far sentire e che, provocando uno sforzo nella pronunzia, cagionano un indugio. Perché, alla fine del verso, la sillaba è sempre ancipite, ovvero lunga o breve a discrezione del poeta? Perché il verso è un periodo ritmico ben definito di per sé, che, prima di ripetersi, ammette un indugio nella voce. Perché il dittongo è, per sua natura, lungo? Perché tanto studio per evitare l'iato? Perché una sillaba lunga rimasta senza accento si abbrevia?

Gli esempi possono ancora moltipllcarsi, ma la ragione è sempre la stessa ; cioè : che la sillaba era costretta a subire delle modificazioni, per sopperire alla tirannia del ritmo musicale. Se le leggi della prosodia fossero insite nella natura del linguaggio, chi ci impedirebbe, oggi, di considerare lunga una vocale seguita da più consonanti, oppure un dittongo o un trittongo? Anche noi, se ciò fosse un fatto naturale, pronunzieremmo le parole con una sillabazione simile al solfeggio musicale.

Ammesse queste ipotesi, il ritmo del verso ci appare come un casellario fatto di tanti piccoli spazi da riempire con le sillabe delle parole, le quali subiscono varianti di contrazioni e di distensioni a seconda che si debbano pigiare in una quantità musicale di piccola durata, o che si possano dilatare in una quantità maggiore.

L'indagine storica non potrà giammai apprenderci il nome del primo uomo di genio che ebbe l'idea di attribuire alle sillabe una durata ben definita. Il più antico Poeta-cantore, il sommo Omero, nonostante rimonti a più di otto secoli avanti la nascita del Redentore, appare non come un iniziatore, ma, piuttosto, come il frutto più maturo di un periodo lunghissimo di tempo, la cui origine si perde nelle nebbie del mito.

E i grammatici che, studiando le parole, poterono compilare l'alfabeto greco, distinguendo la eta dall'epsilon e I'omicron dall'omega dovettero prendere, naturalmente, le mosse dalle artificiosità prosodiche dei versi, giacché era iì che serviva la quantità delle vocali, e di lì era iniziato l'uso delle lunghe e delle brevi, creando una tradizione. E, del resto, le norme grammaticali sorgono allorché le grandi opere letterarie hanno saldamente affermato il linguaggio. Ma i grammatici - - sebbene anche Platone si occupasse di studi grammaticali — non rimontano che al 280 a.C., con Zenodoto; e, d'altronde, Platone stesso non supera l'anno 429 a.C. - - anno di sua nascita - - però si tratta di millenni, piuttosto che di secoli.

Come si potrebbe spiegare altrimenti che la Poesia greca abbia tanti ritmi, così svariati, mentre le Lingue moderne non dispongono che di pochi tipi di versi, dei quali alcuni non sono che raddoppi, se non supponendo che la musica abbia influenzato la Poesia?

Ma indietreggiamo ancor più nei millenni.

La razza europea è di origine asiatica, e le Lingue europee derivano dal ceppo indoeuropeo, o, meglio ancora, dal Sanscrito. Questa veneranda lingua, ricchissima di flessioni, ricca di testimonianze letterarie di ogni genere, ebbe, ed ha, tuttora, i suoi sistemi metrici. Ma, strano a constatarsi, ebbe, nell'epoca più antica, un sistema poetico sillabico, nell'epoca più moderna, che si estende fino ad oggi, ebbe, ed ha, tuttora, un sistema poetico prosodico.

Infatti, le più antiche forme metriche indiane si osservano nei libri del veda.

Di questi quattro Libri, specialmente il Rgveda, che è il più antico, contiene versi composti di un determinato numero di sillabe, mentre in tutta la metrica posteriore, si sviluppò quel principio della quantità che, dapprima, era stato circoscritto solo ad una porzione del verso. I metri poetici indiani si distinsero, quindi, in Vedici e profani, giacché i vedici erano ritenuti perfetti, mentre i profani erano ritenuti arbitrari. I metri vedici constavano di quattro, cinque, otto, undici, dodici sillabe, ed erano raggruppati in strofe di tre, quattro, cinque versi. Si scrissero anche strofe di versi misti. I metri profani (e posteriori), invece, erano quantitativi e, per questa ragione, hanno la possibilità di spaziarsi in ben centosessanta forme metriche. Con questa testimonianza, chi vorrà negare che le manifestazioni poetiche della più remota umanità civile avvenissero nella forma sillabica, come la più naturale? Gli artifici, come ben si sa, si producono quanto più ci si allontana dalla natura.

Anche la metrica iranica, che è rimasta allo stadio vedico, in una condizione, quindi stazionaria, possiede una metrica sillabica, con versi di otto, undici, dodici, quindici, sedici sillabe e strofe di tre, quattro, cinque versi. Abbiamo citato la metrica iranica perché dall'Iran si effusero, in Europa, le antiche popolazioni ariane, alle quali dobbiamo razza e linguaggi. Si potrebbe, quindi, dire, della Lingua Indiana, quello che tentiamo di affermare per la Lingua Greca : che, cioè, la forma quantitativa si andò affermando allorché la Poesia, aderendo più strettamente alla musica, fu asservita alle esigenze metriche di questa, sì da essere costretta ad attribuire un valore di durata ad ogni sillaba.

Infatti, dei quattro libri del veda - - sapere - - il primo, scritto in versi sillabici, più antico, fu il Rgveda, che contiene inni da recitarsi; mentre il successivo: Sàmaveda, che è scritto in versi quantitativi, contiene melodie vere e proprie, da cantarsi, unendole a versi.

E che questo secondo libro dell'antico sapere indiano sia il libro musicale per eccellenza, ce lo apprende, prima di tutto, la stessa Mitologia indiana : « Brahman, per appagare le richieste degli Dei, che gli chiedevano una creazione artistica che dilettasse la vista e l'udito, creò un quinto veda, cioè il natyaveda, ricavando dal Rgveda la recitazione, dal Sàmaveda il canto, dallo Yajurveda la mimica, e dall'Atharvaveda i sentimenti ».

Il natyaveda fu, così, il Veda dell'Arte Drammatica. La parola deriva, da natyasastra, o scienza dell'Arte Drammatica. La lingua indiana ci dà, quindi, un'altra testimonianza, per confortar l'ipotesi che la metrica poetica di una lingua si arricchisce di ritmi allorquando si rende adatta, con opportuni artifici, ai ritmi musicali.

Ecco perché la metrica vedica o sillabica disponeva soltanto di cinque ritmi, mentre quella profana o prosodica aveva ed ha, tuttora, al suo attivo, ben centosessanta forme metriche.

Ed ecco perché la Lingua Italiana, figlia della Latina, ritornando al sistema sillabico, ha visto limitare il suo campo d'azione ai diciassette tipi di versi che conosciamo, laddove la Lingua Madre disponeva di ben sessanta tipi di Piedi metrici, tra bisillabi, trisillabi, quadrisillabi e pentasillabi, più tre forme di Piedi Maggiori; dodici tipi di Membri, e poi, tra Membri e Versi : quarantadue tipi Dattilici ; trentadue tipi Anapestici ; ventiquattro Trocaici; ventidue Giambici; sette Scazonti; trentadue tipi Giambo-Trocaici sincopati; cinque Saturnii; quattro Coriambo-Jonici ; diciannove Cretico-Bacchiaci del gruppo Peonico; sessantasette tipi Logaedici, trentacinque Coriambici; trentaquattro Jonici ; sei Dattilo-Peonici ; undici eretico-Trocaici; un tipo Giambo-Bacchiaco ; quindici Metri composti ; trentanove tipi di Dattilo-Epitriti e sette tipi di strofe; in tutto: ben quattrocentosettantotto forme metriche, tra Piedi, Membri, Versi e Strofe ! ! (cfr. Zambaldi).

Ma com'è che la Musica e la Poesia, che, per secoli e secoli, erano vissute nel più stretto connubio, poterono dissociarsi e prendere due strade così differenti?

Questo fenomeno non si sarebbe prodotto, se non vi fosse stata la parentesi latina, preparata dal periodo di decadenza alessandrina.

Il periodo latino può considerarsi come un ponte di passaggio tra il sistema prosodico e il sistema sillabico. Il mutamento si è effettuato attraverso tre lingue: la Greca; la Latina e l'Italiana, che stanno, tra loro, in stretti rapporti di derivazione etimologica.

Se alla schiera greca di Poeti-Musicisti fosse successa una schiera latina di Poeti-Musicisti, avremmo avuto, senza soluzione di continuità, una schiera italiana di Poeti-Musicisti, e non si sarebbe interrotta la tradizione prosodico-quantitativa. Invece, l'elemento musicale, sì vivo nei Greci, si estingue nei poeti latini, i quali si immortalano soltanto come poeti. Non che la razza latina fosse incapace di sentir la musica, ma le loro manifestazioni musicali avevano carattere religioso e popolaresco, quali : I Carmi Saliari, il Carme dei Fratelli Arvali, le Ambarvalia, le Sature e i Carmi Amebei. In queste, e in altre manifestazioni artistiche, quali : i Giochi Fescennini, non era esclusa l'influenza Osca ed Etrusca. Così, mentre l'aristocrazia della cultura aveva perduto un elemento di vitale interesse artistico, quale la Musica, il popolo, sempre ricco di risorse naturali, come immensa fucina in continua attività, si evolveva a modo suo, elaborando, a sua insaputa, le novità dell'avvenire.

Dietro la scorta indiana si possono fare congetture che, alla prima, sembrerebbero prive di fondamento. Come la Lingua Sanscrita ebbe un antichissimo periodo di poesia sillabica, che fu originato in epoca preistorica, e che ha la sua inconfutabile testimonianza nel venerando Rgveda, così la Lingua Greca avrà potuto avere un suo antichissimo periodo di poesia a sistema accentuativo - - del quale, però, non sono rimaste tracce - - ivi creato dalle prime ondate ariane d'immigrazione greca, ed in seguito trasformato dalle successive ondate. Certo, si tratta di congetture ma, se si riflette sulla evoluzione naturale delle umane possibilità, facilmente si potrà concludere che la Poesia, come linguaggio naturale, dotato di ritmo, si sia sviluppata prima della Poesia che artificialmente si unisce alla Musica.

Compagna, in un primo tempo, della Musica, ne divenne, poi, la schiava, per poterne meglio seguire il ritmo.

Ma se la poesia fu costretta a svisare la natura accentuativa delle parole per aderire strettamente all'arte dispotica della musica, e trascurò i suoi accenti naturali per non guastare quelli del ritmo che la dominava, in cambio si arricchì di tanti ritmi quanti ne poteva avere la musica, che è arte, per sua natura, quantitativa. Di qui la sproporzione immensa tra i pochissimi tipi di versi sillabici e gli innumerevoli tipi di versi prosodici.

Posto, quindi, che le congetture fatte finora rispondano ad altrettante realtà, non ci meraviglieremo più dell'artificio prosodico, perché, se le ondate ariane penetrate in Grecia esplicarono tutte le meravigliose qualità di cui erano ricche, non poterono mancare di trasmettere alla nuova lingua che si andava formando, a contatto coi Pregreci, anche il patrimonio accentuativo, in un primo tempo, e quantitativo in un secondo tempo.

Esaminando l’alfabeto sanscrito, noi potremmo essere tentati di credere che il sistema quantitativo fosse spontaneo in quei popoli che parlarono quella Lingua. Esso è ricchissimo di suoni; si tratta, infatti, di quarantadue lettere, di cui dieci vocali, cinque lunghe e cinque brevi, quattro dittonghi e trentadue consonanti. È chiaro, quindi, che la loro pronunzia doni, all'alfabeto, varietà fonetiche superiori a quelle delle lingue europee, non soltanto riguardo ai suoni veri e propri, ma anche riguardo alla durata dei suoni.

In un alfabeto così ricco di suoni, parlare di durata e di quantità non significa lambiccarsi il cervello inutilmente. I grammatici hanno fissato bene sia le regole morfologiche, sia quelle metriche, e lo studioso impara, fin dalla prima parte della fonologia, quante more, o frazioni di tempo valga un suono dell'alfabeto. Ma non bisogna dimenticare che il sanscrito classico fu fissato, dai grammatici, appena dal IV al II secolo avanti Cristo, in un'epoca, cioè, in cui, da circa un millennio, la grande metamorfosi del sistema sillabico in sistema quantitativo si era compiuto ; lo attestano i due vetusti Poemi : Ràmàyana e Mahabhàrata composti dal IV secolo a.C. in poi (epoca incerta).

Le grandi migrazioni di popoli Ariani si svolsero a ondate successive, in Europa. Le prime penetrazioni si effettuarono nel Peloponneso, dal 2500 al 2000 a.C.

Vennero prima gli Joni, poi gli Eoli settentrionali, quindi i Meridionali o Arcadi, ma, a quest'epoca, nella Lingua vigeva ancora il sistema sillabico dei versi che, o non attecchì, tra i popoli ivi esistenti, ossia i Pregreci, per mancanza di fusione tra i linguaggi, o fu assimilato, ma non ne rimasero tracce.

La seconda ondata Ariana fu quella della razza Acheo-Dorica, che occupò le rispettive regioni della Grecia dal 1700 al 1600 a.C.

La terza ondata indoeuropea fu quella degli Illiri, e occupò la zona relativa, in Europa, dal 1500 al 1400 a.C.

Orbene, la data di composizione che si assegna al Rgveda va dal 1500 al 1200 a.C. Ed è noto che già nel Egveda si inizia il passaggio dal sistema sillabico a quello prosodico.

Non sarebbe, quindi, troppo arbitrario affermare che le ultime ondate ariane portassero, nelle regioni invase, il nuovo sistema, che attecchì, profondamente, perché, ormai, la fusione tra Pregreci e Indoirani era saldamente compiuta.

Se confrontiamo l’essenza dei due primi Libri del VEDA, possiamo giungere ad affermazioni meno arbitrarie.

La lingua del Rgveda, pur essendo il più antico stadio linguistico documentato ario-indiano, tuttavia dimostra epoche differenti: il IX libro contiene materia che risale ad alta antichità, mentre il X e parte del I sono di minore arcaicità. La metrica di quegli inni contenuti nel Rgveda è sillabica; i versi, detti « pàda », di 4, 5, 8, 11, 12 sillabe mostrano una tendenza quantitativa, che si affermerà sempre più, in seguito, nel più tardo periodo vedico, e, propriamente, quelli di 8 sillabe tenderanno ad un'uscita digiambica e quelli di 11 e 12 sillabe ad una di trocaica. I versi, o «pàda» sono raggruppati in strofe (re) di 3, 4, 5, se sono di otto sillabe; e in strofe di 4, se sono di 11 o 12 sillabe.

Alcuni di questi metri, sviluppati con base sillabico-quantitativa, nel periodo classico, daranno il celebre metro epico, costituito di strofe di 4 versi dì otto sillabe.

Il Rgveda consta di 10600 strofe e ciascun inno ne ha da 3 a 58. Esso è il primissimo monumento della civiltà iranica e risale al tempo delle immigrazioni degli Arii, allorché parte di essi, staccati dai loro fratelli, i futuri Irani, membri, tutti, della grande famiglia indo-europea, valicato l'altipiano dell' Hindu-Kush, penetrarono, a varie ondate, nell'India, fermandosi nel Panjab orientale, presso Umballa, l'odierna Ambala. Con ogni probabilità l'epoca relativa a questa raccolta è il secondo millennio a.C., cioè dal 1500 al 1200.

Esaminiamo, ora, il Sàmaveda.

Consta di 1812 strofe di tre versi ottonari ciascuna ; senza le ripetizioni, le strofe sono 1549. Sono tutte tolte dal Rgveda -meno 75 che appartengono allo Yajurveda, all'Atharvaveda e ad altri testi — propriamente dai Libri Vili e IX. È composto a scopo rituale e i suoi versi debbono essere cantati dal sacerdote, detto, per questa ragione : « Udgatar » (dalla radice ga, che vuoi dire : cantare ) durante il sacrificio del Soma.

La grande differenza, tra i versi del Rgveda e quelli del Sàmaveda consiste in questo : che i versi del Rgveda erano recitati, dall'Hotar, in,una specie di declamazione semimusicale; quelli del Sàmaveda, invece, pur essendo tratti dalla raccolta precedente, erano, propriamente, cantati, anzi, dal giusto modo del canto dipendeva, secondo gli antichi indiani, l'efficacia del sacrificio.

Un'altra differenza, tra i versi del Rgveda e quelli del Sàmaveda, consiste nella differente accentuazione. I versi del Sàmaveda erano soggetti ad alterazioni non dovute a lezioni più antiche, ma a conseguenti adattamenti di essi alla melodia ; adattamenti consistenti in allungamenti, ripetizioni, intromissioni di sillabe dette, appunto: stobha ovvero : inserzioni. Si nota, a questo riguardo, una grande differenza tra la maniera indiana e quella europea occidentale di unire la musica alla poesia. Gli Occidentali adattano la musica alla poesia; gli Indiani adattarono la poesia alla melodia, donde la necessità di alterarne gli accenti e di attribuire alle sillabe una quantità.

Nel Sàmaveda o Veda della melodia (da sàman, specie di canto gregoriano) si raccoglievano circa 8000 melodie di cui alcune antichissime, le quali avevano nomi e attribuzioni mistiche speciali. Ogni strofa si poteva cantare su più melodie, e più strofe su di una melodia stessa, per cui esisteva la strofa tipo detta yoni (che vuoi dire matrice o grembo materno) e che faceva richiamare una speciale melodia. La melodia su cui i tre versi della strofa erano cantati si divideva in cinque parti di varia ampiezza: le prime quattro erano cantate da quattro sacerdoti; la quinta da tutti insieme. Speciali testi si occupano delle melodie : l'Arcika e l'Uttararcika, che fanno parte della Sàmavedasamhità (sebbene il secondo sia posteriore al primo) e che riproducono i versi come si devono cantare, mentre altri testi, detti « gana » contengono norme per le note musicali indi-catrici delle modulazioni melodiche e per l'adattamento dei versi alle melodie. Questi « gana », in numero di quattro, appartengono due all'Arcika, due all'Uttararcika. Per tali ragioni il Sàmavedasamhità è importantissimo per la storia dell'antica musica indiana.

Possiamo fare, dopo queste notizie, alcune considerazioni e alcuni paralleli.

Come tra gli Ariani divenuti Greci, così tra gli Ariani divenuti Indiani, il periodo grammaticale si afferma dopo che la grande epica ha fissato saldamente le forme del linguaggio.

In Grecia, dal V al III secolo a.C., ossia da tre secoli dopo Omero in qua; in India, dal sec. IV al II a.C., dopo il Viasa o Krsnadvaipàyana , autore del Mahàbhàrata. Ed è noto che sono i grandi Poeti che innalzano i dialetti a dignità di linguaggi letterari.

Però, sia il grande Europeo, che il grande Indoario rappresentano altrettanti punti di arrivo, perché le loro opere mostrano il culmine di un lunghissimo periodo di elaborazione linguistica, che si perde nella notte dei tempi. Sia nell'Epica greca che in quella indiana, troviamo, in pienissimo sviluppo, il sistema prosodico-quantitativo, ma mentre nel nucleo ariano immigrato in Europa la grande Epica si è sviluppata prima che nel nucleo ariano immigrato in India, e sebbene le prime migrazioni degli Indoeuropei si siano effettuate prima in Europa (2500 a.C.) che in India (1800 a.C.), pure è il nucleo Indoario che ci fa assistere alla trasformazione del più antico sistema accentuativo-sillabico in quello meno antico prosodico-quantitativo, attraverso i vetusti Libri del veda.

Gli Ariani d'Europa, dal loro primo ingresso nella Jonia, prima regione greca da essi occupata, fino a Omero, primo poeta ionico di esistenza non mitica, ebbero un silenzio di circa due millenni; silenzio lunghissimo, in cui sono sepolte tutte le evoluzioni della razza e del linguaggio, derivante, probabilmente, da maggiore difficoltà di fusione tra invasori e invasi. Gli Ariani dell'India, invece, sebbene immigrassero in questa terra almeno mille anni dopo quelli penetrati in Europa, diedero subito prova della loro intellettualità scrivendo gl'inni religiosi pei loro riti, che furono, poi, raccolti nel Rgveda. È da credere, quindi, che i popoli con cui vennero a contatto, fossero ad essi più affini.

Notiamo, dopo aver dato uno sguardo particolare ai due più antichi libri del Veda, ossia il Rgveda e il Sàmaveda, che la parte più antica degl' inni del Rgveda è contenuta nel libro IX, e che gl'inni tolti dal Rgveda ed accolti nel Sàmaveda sono proprio quelli del libro IX, oltre che dell'VIII.

Abbiamo fatto questo rilievo perché si è detto che se i versi del Rgveda erano recitati con una certa cadenza, e soltanto alla fine del verso mostravano un principio di quantità, nel Sàmaveda questi medesimi versi, modificati nella loro essenza metrica, per aderire alla melodia, dovettero dare un fortissimo impulso al sistema prosodico.

Orbene, se il Rgveda contiene poesie antichissime, il Sàmaveda contiene antichissime melodie, e siccome gli Ariani che immigrarono in Europa, nella terza ondata, vi penetrarono dal 1500 a.C. al 1400 a.C., e siccome la Lingua del Rgveda è proprio quella Ariana, o Indoaria, nessuna meraviglia che a quelle popolazioni migranti fosse familiare quel sistema di unire la Poesia alla Musica, che loro diffusero in Grecia e che sviluppò, in Grecia, il sistema quantitativo dei versi che, nel più antico poeta ionico: Omero, aveva già raggiunto un grado di perfezione degna di essere imitata.

Anche qui è la successione delle date che regola le nostre ipotesi. Infatti, nella civiltà indiana e Dravidica, che ebbe sede nella valle dell'Indo, ebbe contatti con Babilonia e si manifestò nel 3° millennio avanti Cristo, un nuovo periodo si iniziò con l'invasione dei popoli detti Àrya, che parlavano, naturalmente, la lingua ariana.

Essi mossero dal settentrione, in due ondate. La prima, del 1800 a.C., li portò alle rive dell'Indo e dello Jumna; la seconda, del 1000 a.C., li portò nella valle del Gange.

Quindi, la composizione del Rgveda: 1500-1200 a.C. ebbe luogo, precisamente, tra la prima e la seconda ondata di immigrazione in India. Si suppone che la lingua del Rgveda non sia propriamente l'Indiano più antico, figlio primogenito dell'Indoario, e, ciò perché presenta una notevole elaborazione linguistica, ma un Indiano antico di minore arcaicità, Comunque è certo che la lingua più perfetta nacque dalla perfetta fusione degli invasori con gl'invasi. Questa perfetta fusione si compi, in India, verso il 500 a.C., dopo di che vennero alla luce i due grandi poemi epici : Mahabhàrata e Ràmayana, ovvero, dal IV secolo in poi.

Anche in Grecia la cosa dovette procedere nel medesimo senso, ma siccome la fusione tra Ariani e Pregreci fu stentosa, per maggiore diversità razziale, occorse un periodo di tempo più lungo di ben mille anni per giungere a Omero, e non rimasero tracce di evoluzione di linguaggio.

Si è parlato dei versi del Rgveda, che mostravano un principio di quantità verso la fine di ciascuno di essi. Ma ben lungi dal considerarlo un fatto naturale, ci ricorderemo che, nel Rgveda, essi erano pronunziati come un recitativo semimusicale, che doveva rendere il periodo ritmico di otto sillabe concluso con una specie di cadenza della voce pari a quella delle preghiere latine del nostro Culto, recitate, dai nostri sacerdoti, con quella intonazione declamatoria che diventa quasi melodia, nei punti ove il concetto si conclude per cedere il posto al seguente.

Da quel che abbiamo, finora, preso in esame, possiamo arrischiarci a concludere che la Poesia e la Musica sono nate e si sono sviluppate indipendentemente l'una dall'altra, prima di unirsi, e quando si sono unite, ciò non è stato perché sono sorte nello stesso cervello, almeno alle origini, ma perché uno spirito pratico ha utilizzato materiale poetico e materiale musicale, già esistenti, e li ha adattati insieme, forzando le qualità dell'uno per costringerlo a seguire le norme dell'altro: in questo caso, la parte forzata è stata la Poesia.

Orbene, se questo fatto è avvenuto presso gli Ariani dell'India, perché non potrebbe essere avvenuto anche presso gli Ariani della Grecia?

Che cosa fu la musica greca, prima di Omero? Un silenzio sepolcrale grava su quel periodo preistorico. Però parlarono i miti, e si favoleggiò di esseri superiori capaci di compiere prodigi mediante la musica. Orfeo, Amfione, Lino, etc. furono senza dubbio, personificazioni delle qualità avvincenti della musica. Ma quale fu la realtà? La realtà è negli stessi poemi Omerici, ove si invita la Musa a cantare le gesta degli eroi.

Dunque, si cantava; dunque, si è sempre cantato.

E perché non potremmo pensare che i poeti preomerici, e, forse, lo stesso Omero, adattassero i loro versi su melodie penetrate profondamente nel popolo, per opera degli immigrati Ariani? Quelle stesse melodie che rimontano ad epoche immemorabili, e che il Samaveda raccolse per adattarvi i versi del Rgveda?

Si ripete sovente che la Storia umana ha i suoi corsi e ricorsi. E, in generale, all'inizio di ère nuove, quando vecchi regimi troppo aristocratizzati sono mandati a gambe levate dalle ondate rivoluzionarie popolari, viene in luce un tesoro di elementi nuovi, sotto forma di rielaborazione di tutto quel patrimonio intellettuale che il popolo ha assorbito attraverso i millenni, e ha serbato per tradizione. Così accadde, nell'Europa Occidentale, per tutto il Medio Evo ed oltre, fino al Palestrina, allorché i compositori di musica non cessavano di rielaborare e rielaborare le melodie dell'Antifonario Gregoriano — celebre raccolta di melodie anonime per creare nuove musiche; così accadde in Russia, all'epoca della Riforma della Giovane Scuola Russa, allorché, per dare alla Musica russa un'impronta schiettamente nazionale, i giovani compositori si facevano un vanto di rielaborare, essenzialmente temi di canti popolari.

Ebbene, sia i Canti Gregoriani, sia i Canti popolari russi e sia le melodie su cui furono adottati i versi del Rgveda, non sono che tre aspetti di un fatto unico ; cioè : che essi facevano parte del patrimonio intellettuale del popolo, patrimonio anonimo e collettivo, originato non si sa quando e non importa come né da chi, come le masse umane di cui non è più possibile rintracciare gl'innumerevoli antenati, ma che, pur tuttavia, vivono e agiscono, si moltiplicano e si affaccendano senza interruzione e, soprattutto, si rinnovano continuamente.

E valga ancora, per rinforzare ii ragionameno, ciō che si apprende degli Ebrei Sefarditi, i quali, cacciati daiļa Palestina, rifugiatisi in Ispagna, cantavano i versetti della Bibbia su melodie spagnuole celebri: « El campo duerme », « Tres colores en una ».

Poniamo che tutte le ipotesi fatte finora siano giustamente fondate e cerchiamo di darci ragione di una nuova possibile obbiezione.

Per quale ragione, se ii ceppo ariano comune ai Greci e agli Indiani ha fornito la messe melodica a questi e a quelli, della antica musica indiāņa si serbano le melodie scritte, nella raccolta del Sāmaveda, e della antica musica greca non si possono avere che soltanto notizie teoriche incomplete e impos-sibili a riprodursi in suoni senza un audace arbitrio?

Le ragioni sono svariate:

Anzitutto gl'Indoani unirono le melodie agl'Inni Religiosi, che assunsero, cosi, carattere di immutabilità e di perennità, ēd ē noto che ciò che si lega ai Gulto non muta e non muore, mentre i Greci sentirono la religione in modo diverso e i loro Culti furono sviluppati in maniera piū plastica e meno spirituale.

In secondo luogo i Greci ebbero maggiori contatti con altri popoli, diversamente intellettuali, e non poterono conservare intatte le loro attitudini.

In terzo luogo furono sopraffatti da un rude popolo con-quistatore, ii Romano, ai quale cederono ciò che rimaneva loro di meglio: la tecnica del verso giā dissociata daiļa musica.

Potrebbe sembrare un dirizzone ostinato quello per cui si vogliono penetrare le profondità ignote della antica cultura greca mediante le cognizioni, indubbiamente piū ricche, di quella indoaria, ma non si può forzare una porta chiusa a chiave še, anzitutto, non ci si sforza di spingerla o di crivellarla.

Še insistiamo a cercare nuove testimonianze nel patrimonio culturale indoario gli ē perchē ii Sanscrito, ii Greco e ii Latino hanno legami cosi stretti, che non ē possibile spiegarli senza ammettere una fonte comune. E quanto all'Indiano e all'Iranico, essi sembrano varietà dialettali d'uno stesso linguaggio.

Possiamo arrischiare un altro confronto, questa volta di carattere musicale. II sistēma musicale indiano si basa su d'una ottava suddivisa in 22 frazioni di tono, dette « sruti». Questo frazionamento cosi minuto del singolo tono trova riscontro nel genere enarmonico degli antichi Greci, genere musicale che, secondo le supposizioni storiche piū accreditate, fu inventato dal poeta e musico Frigio: Olimpo il giovane, primo della sērie non mitica dei musici greci. L'epoca malsicura della sua nascita, vicinissima, per altro, ai 1000 a.C., e l'essere, questo musico, ii primo di cui si abbia memoria, che due secoli prima del vene-rando Omero, diede prova di intellettualitā, dopo ii millenario periodo di fusione tra Ariani e Pregreci, puō indurci a pensare che i grandi conquistatori asiatici non avessero diffuso soltanto ii linguaggio, tra i popoli indigeni dell'Europa.

La lingua greca ē troppo vicina ai Sanscrito, per non ve-dervi le derivazioni metriche da un ceppo comune, e, d'altronde, ii materiale del IX Libro del Ŗgveda, che ē quello specialmente trasformato daile melodie del Sāmaveda ē troppo antico per non essersi infiltrato nelle ondate migratorie venute in Grecia. E i popoli, si sa, assorbono competamente ciō che interessa ii loro senso religioso, e sono in grado di ricordarlo e tramandarlo, attraverso i secoli, anche restando lontani per sempre daiļa loro terra d'origine. E sia gli inni del Ŗgveda, che le melodie del Sāmaveda erano di indole religiosa.

Ē opinione comune degli archeologi che la Lirica, come la musica greca, siano di origine egea e minoica, ma di questa tardissima epoca non si sa nulla all'infuori di testimonianze figurative e architettoniche, dovute a rilievi e dipinti del periodo tardo-minoico, di Haghia Triada (sec. XIV-XIII a.Ch).

Ma, per tutto ii resto, si puō supporre che ereditassero usi poetico-musicali Eoli e Joni che agirono nel periodo miceneo o ultimo-minoico, perchē, da essi, si originano costumi di cui ē traccia nella Poesia omerico-esiodea dei secoli IX e VIII a.C., dove si corona la tradizione epica e si prelude ai rinnovamento della Lirica. Come pure, si suppone, che i Dori abbiano avuto canti religiosi corali che andarono perduti. Tanto vēro, che non si conserva nessun esempio di poesia corale di patria dorica, ma tutta la lirica corale successiva fu opera di poeti non dorici.

Ebbene, supposizione per supposizione, perchè si deve pensare che la Lirica greca e la relatīva musica siano sorte daiļa civiltā minoica, di cui non si ē, finora, riusciti a comprendere le iscrizioni, mentre la Lingua greca presenta una cosi evidente derivazione dall'Ariano? Non era, la dorica, una razza indo-europea?

Ē possibile che un popolo capace di influenzare la lingua del sottoposto, non solo, nel linguaggio popolare, ma anche nell'artificio prosodico-quantitativo, non fosse, poi, capace di influenzarne ii senso musicale? Perchè si ritenne autore del sistēma enarmonico, un Frigio? Non ēra, anche ii Frigio, un lin-guaggio indoeuropeo? Non ēra, la scala musicale enarmonica, sussivisa per intervalli minūti, comprendenti anche i « quarti di tono », qualche cosa di molto vicino alla scala indiāņa, composta di 22 frazioni di tono?

Del resto, riflettiamo sulla traccia delle date:

La civiltā antico-minoica si estende a tutto ii III millennio a.C., ma ē alla metā del III millennio a.C. che gli Ariani occuparono la penisola ellenica (2500-2000 a.C.), nella prima ondata.

La penisola ellenica fu occupata dai Greci quasi un millennio prima delle isole egee e delle coste deH'Asia Minore, quindi, in quel tardissimo periodo, vi fu un lungo spazio di tempo in cui la civiltà ariana e quella minoica procedettero di pāri passo e non dovettero avere, tra loro, che relazioni discu-tibili, altrimenti, col formarsi della Lingua greca, si sarebbe modificata anche la Lingua dei Minoici, rimasta indecifrabile, nelle sue scritture murali.

Si vorrebbe che Eoli e Joni del periodo ultimo-minoico, o miceneo (sec. XIV-XIII a.C.), avessero ereditato usi poetico-musicali dalle popolazioni di civiltà minoica, ma ē anche vēro che dal sēc. XV ai XIV ēra venuta in Grecia la terza ondata indoeuropea, della stirpe Illirica.

Possiamo domandarci che cosa abbia fatto maggiore impressione sopra un popolo di Lingua greca e di razza Indoeuropea: se un nuovo influsso Ariano, di razza e di lingua, e di civiltà più progredita, o qualche contatto con genti di razza, lingua e civiltā assai differenti.

E si potrebbe, ancora, muovere un'obbiezione: perchē, se i Greci ereditarono Musica e Poesia dai Minoici, non ne eredita-rono anche la scrittura? Si dice che i Greci del periodo miceneo abbiano adoperato una forma di scrittura ideografica minoica, ma usarono anche una scrittura sillabica che i Peloponnesii di Cipro appresero dagli Hittiti, ēd ē anche vēro che gli Hittiti parlavano una lingua indoeuropea.

Del resto, dato come certo che i Greci dell'età minoica abbiano avuto una Lirica appresa da essi, perchē non scrissero le loro operē nella scrittura di esse? Invece i più antichi cimelii di scrittura greca risalgono, appena, ai VII sec., quando, cioè, si ēra affermata in modo indubbio, la Lingua Greca come figliola dell'Ariana.

E mentre ē insostenibile la tesi che i Greci abbiano appreso l'alfabeto dai Minoici e lo abbiano trasmesso ai Fenici, evidentissima e, invece, la derivazione dell'alfabeto greco, ai pari di quelli indiani, da quello ebraico.

Infatti, pare che i vēri primi inventori della scrittura alfa-betica siano stati gli Ebrei abitatori del Šinai, ai tempo del Nuovo Impero Egiziano, come dimostrano i cimelii trovati a Serablt ai Khādim, presso miniere di lapislazzuli, sfruttate fin daiļa 18a dinastia egiziana, nei secoli XVI-XV a.C. Questi Ebrei consonantizzarono i geroglifici egiziani, e i Fenici li trasformarono dopo averli appresi, e li diffusero dappertutto. Si stabilirono, quindi due derivazioni, partendo dal Fenicio: da un lato, gli alfabeti: greco; latino; italico; forsē iberico; lidio; cario; ed altri deH'Asia Minore; dall'altro; gli alfabeti: aramaico (il quale, divenuto lingua ufficiale dell'Impero Persiano, originò l'ebraico più moderno) l'arabo settentrionale e meridionale; l'etiopico e gli alfabēti indiani.

Ē facile ammettere che gli Ariani della terza ondata, appartenenti all'epoca in cui si iniziava la raccolta degli inni del Bgveda, fossero in grado di scrivere e, per tornare alla nostra tesi, può sembrare perfino discutibile che i Greci apprendessero l'alfabeto direttamente dai Fenici - - sec. X e anche prima - - perchè, accettando questa serie di ragionamenti, si può pensare che le ondate Ariane che si riversarono successivamente sulla Grecia, per lo spazio complessivo di 1100 (millecento) anni, come diffusero lingua e sistema prosodico, poterono anche diffondere un sistema di scrittura.

Possiamo permetterci uno sguardo aile Lingue piū antiche della Greca e della Latiņa, per riunire qualche altro indizio a conforto della nostra tesi.

Le Letterature poetiche in lingue semitiche: assira; babilonese; ebraica; aramaica; etiopica; araba, non posseggono - tranne l'araba e, in parte, l'aramaica - alcuna trattazione sistematica delle leggi e delle forme poetiche; pure, risultando da tradizioni e usi ancor vivi, che essi unirono la parola ai canto, non v'è dubbio che i Poeti dovettero assoggettarsi ad alcune norme. Questo prova, implicitamente, che le leggi del ritmo musicale dovevano gravare su quelle della Poesia. Le scarsis-sime cognizioni che si hanno sulla Letteratura assiro-babilonese — o accadica che dir si voglia — non permettono di rintracciare leggi nè sillabiche nè quantitative, nè accentuative; nè la metrica ebraica è più illuminata di quella accadica.

Combattute sono le opinioni degli studiosi, a tai proposito. Nella poesia del Vecchio Testamenta si rintracciano periodi ritmici, distinti, talora, anche da un ritornello, divisi in strofe di tre, quattro vērsi, ma ē impossibile dividere un componimento poetico in strofe regolari.

Verso la fine del sec. XIX ha fatto strādā la teoria del « parallelismo dei membri», secondo la quale le Lingue: ebraica, accadica, aramaica usarono, in poesia, serie di doppi versi, dei quali il secondo imita il primo, nel concetto sinonimato, nella disposizione simmetrica delle varie parti della proposizione e nel numero dei termini. Ma, tralasciando questa idea, la quale potrebbe, se non altro, provare che dovesse esistere, in musica, un certo quale equilibrio del periodo, per influenzare quello poetico, pare indubbio, ormai, che la metrica ebraica abbia conosciuto periodi ritmici di non più che tre o quattro arsi costituite da sillabe accentate, o, per lō meno, lunghe, seguite da un numero non costante, ma variabile a piacere, di sillabe, da pronunziarsi rapidamente, per essere contenute nello stesso ambito musicale.

Certo, il ritmo doveva derivarle dalļa musica di accompagnamento. E, per quanto lievi siano queste conquiste della moderna glottologia, si può avere ancora un'altra prova della supremazia che, in tutte le Lingue antiche, la musica ebbe sulla poesia.

Un'altra testimonianza che le prime manifestazioni poetiche umane siano state di genere sillabico e non quantitativo, ce le fornisce la Lingua aramaica, la quale, allontanatasi dalļa ebraica, si attenne ad un tipo di versi di cinque a sette sillabe, spesso in distici. I moderni glottologi non hanno potuto scoprire se questi versi abbiano avuto carattere accentuativo o quantitativo, ma, essendo sillabici, è più ragionevole considerarli retti dalle leggi dell'accento.

Anche la metrica bizantina ebbe carattere sillabico e accentuativo, che, probabilmente, prese dalla Lingua della Siria. E se è vero che Bardesane, e suo figlio Armanio, verso l'inizio del sec. III di C. introdussero in Siria i metri greci, abbiamo ancora una prova che le prime manifestazioni poetiche dei popoli furono sillabiche, non quantitative.

Per quanto riguarda la metrica araba, è molto discusso quale sia stato il carattere originario ritmico e musicale dei metri arabi. E, forse, questa difficoltà di indagini è dovuta al fatto che la poesia araba fu tramandata oralmente fino ai principio dell'epoca Abbasside.

Tuttavia ē assodato che l'antica poesia araba fu, in un primo tempo, prosa rimata.

Altre forme piū complesse, a distici e, propriamente, 15 tipi, furono attribuite a Khadll ibn Ahmad, morto il 790 d.C..

Senza preoccuparci delle forme che seguono l'era volgare e delle quali si possono sospettare imitazioni e infiltrazioni straniere, noi ci permetteremo soltanto un rilievo sulle congetture degli studiosi, circa i metri più antichi.

Essi hanno voluto ricercare le origini di quei ritmi giambici nel ritmo del passo del cammello e nel ritmo dei singoli lavori dell'uomo che, adattando la voce e il canto ad essi, allevia la sua fatica. Ecco, dunque, un'implicita dichiarazione che un ritmo musicale esistente nelle varie forme dell'attività umana, abbia potuto influenzare la forma poetica.

E se pensiamo che la prima espressione poetica di quel popolo fu la prosa rimata, potremmo, ancora una volta, affermare che le prime manifestazioni poetiche dell'umanità furono in stile sillabico-accentuativo, giacchè breve è il passo dalla prosa rimata alla poesia vera e propria quale noi l'intendiamo.

Ma non andiamo oltre, in questo lato del nostro argomento. Abbiamo voluto soltanto accennare le ragioni che confortano la nostra tesi, che, cioè, il sistema prosodico o quantitativo non sia un fatto spontaneo nei popoli antichi, ma che sia sorto artificialmente, per un progressivo adattamento dei versi alla melodia, fino a giungere all'adesione completa degli uni all'altra, e che le prime manifestazioni dell'umana Poesia furono di genere sillabico-accentuativo.

da "Possibilità ritmiche della poesia italiana" di J. Arina


     

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Ultimo aggiornamento:  18-03-07