INTRODUZIONE:
GENESI NATURA E SVILUPPI DELLA FILOSOFIA E
DEI PROBLEMI
SPECULATIVI DELL’ANTICHITA’
LA NASCITA DELLA FILOSOFIA IN GRECIA
1.
La
filosofia come creazione del genio greco
La filosofia è una
creazione dei greci, non ha un corrispondente negli altri popoli,
nemmeno quelli orientali.
Ciò spiega il
motivo per cui la civiltà occidentale ha preso una strada diversa da
quella orientale e quello per cui in Occidente è nata la scienza.
Proprio la filosofia ha dato le categorie logiche, un nuovo modo di
pensare che ha poi consentito tali sviluppi.
2.
Inconsistenza della tesi di una presunta derivazione della filosofia
dall’Oriente
In passato si è
anche tentato da parte dei sacerdoti egizi ai tempi dei Tolomei di far
derivare il pensiero greco dalla sapienza egiziana. Ad Alessandria gli
ebrei affermavano che essa derivava da Mosè e dai profeti biblici.
In realtà
nell’epoca classica nessuno aveva fatto una proposta simile, lo si fece
in epoca decadente, quasi alla ricerca di una rivelazione iniziale.
In realtà i popoli
orientali possedevano una mitologia, un religione, un pensiero, ma non
una scienza filosofica.
Eventuali influssi
dovevano essere assai problematici anche per i problemi della lingua, ma
quand’anche vi fossero stati la novità della nascita della filosofia era
di tale portata da trasformarli radicalmente, così come i greci
trasformarono le arti che effettivamente appresero dagli orientali, come
la matematica e l’astronomia, ricevute dagli egiziani e dai babilonesi.
3.
La
peculiare trasformazione teoretica delle cognizioni egiziane e caldaiche
operata dallo spirito dei Greci
Matematica e
geometri negli egiziani avevano un carattere decisamente pratico, non
speculativo. Fu invece Pitagora ad elaborare una scienza generale dei
numeri e una scienza geometrica teoricamente fondata.
Anche i babilonesi
studiavano gli astri per scopi pratici, per predire il futuro.
Perciò i greci
trasformarono qualitativamente tutto ciò che avevano ricevuto
LE FORME DELLA
VITA SPIRITUALE GRECA CHE PREPARARONO LA NASCITA DELLA FILOSOFIA
1.
I
poemi omerici
I poeti, e
soprattutto Omero, erano gli educatori dei greci prima della filosofia.
Il poeta narra i
fatti e cerca di esporre anche le ragioni, ma l’epica rappresenta sempre
una descrizione mitica, non razionale, della realtà, cosa che farà poi
il pensiero filosofico.
2.
Gli
dei della religione pubblica e la loro relazione con la filosofia
Vi era in Grecia
la religione pubblica ben descritta nei poemi omerici e la religione dei
misteri che nega lo spirito della religione pubblica.
Per Omero tutto
quanto è divino, tutto ciò che avviene è opera degli dei, questi erano
forze naturali idealizzate, figure umane idealizzate, quindi sono
quantitativamente, non qualitativamente, diversi da noi. La religione
pubblica greca è una religione naturalistica.
Così l’uomo vede
negli dei se stesso.
Questa religione
non aveva libri sacri, non vi erano dogmi e custodi del dogma, per cui
la successiva riflessione filosofica non trovò impedimenti.
3.
La
religione dei misteri: incidenza dell’orfismo sulla costituzione della
problematica della filosofia antica
Dell’esperienza
misterica solo orfismo lasciò una traccia nello sviluppo del pensiero
filosofico greco. L’orfismo è successivo ai poemi omerici che non ne
parlano, fiorisce nel VI secolo.
Per gli orfici
nell’uomo è presente un principio divino, un’anima lì intrappolata per
una colpa originaria. È questa un demone immortale che preesisteva al
corpo e che cerca di liberarsi da esso attraverso la reincarnazione.
Vi è così per la
prima volta una concezione dualistica dell’uomo (anima + corpo), si
capisce che non tutti i comportamenti sono buoni, che c’è anche bisogno
di una purificazione.
Senza l’orfismo
non si spiega così Pitagora, Eraclito, Empedocle, Platone.
4.
Le
condizioni politiche, sociali ed economiche che favorirono la nascita
della filosofia presso i Greci
Presso i greci vi
era una libertà sconosciuta agli altri popoli, vi era un ottimo rapporto
con lo stato nella polis.
Ma soprattutto in
Grecia nacquero gli ordinamenti repubblicani e vi fu l’espansione
coloniale e la filosofia nacque prima nelle colonie per il benessere e
la cultura che lì si potevano avere a motivo dell’operosità e dei
commerci fortunati.
Si erano così
create presso le colonie (prima in Oriente, poi in Occidente) le
condizioni socio-economiche favorevoli per la nascita della filosofia.
NATURA E PROBLEMI DELLA FILOSOFIA ANTICA
1.
I
caratteri definitori della filosofia antica
Secondo la
tradizione antica l'inventore del termine filosofia fu Pitagora: agli
Dei spetta la sophia, gli uomini sono solo gli amanti della
sophia, un tendere ad essa.
Per ciò che
riguarda il contenuto, la filosofia intende spiegare la totalità delle
cose, cioè tutta quanta la realtà, in tal modo essa si distingue dalle
scienze particolari.
Come metodo la
filosofia è una spiegazione puramente razionale di questa totalità,
andando oltre il fatto si cerca la causa, il principio, il logos.
Lo scopo della
filosofia è puramente teoretico (Aristotele), cioè contemplativo, si
cerca la verità per se stessa, senza utilizzazioni pratiche, perciò
"tutte le altre scienze saranno più necessarie di questa, ma nessuna
sarà superiore" (Aristotele).
2.
I
problemi della filosofia antica
Per i primi
filosofi naturalisti la totalità del reale era il cosmo, da qui il
problema cosmologico.
Per i sofisti la
vera realtà è l'uomo, per Platone la vera realtà è quella trascendente.
Col tempo le problematiche si moltiplicheranno e saranno di carattere
morale, logico, epistemologico (=quale via per raggiungere la verità?),
artistico (che cos'è il bello?).
Con le scuole
ellenistiche, dopo il crollo della polis e della sua tradizioni, la
filosofia assumerà anche tratti pratici costruendo l'ideale del saggio
avendo attenzione per la morale, ma resta l'antica attenzione: la
filosofia scopre la verità e indica come vivere nella verità.
Nell'ultima parte
della sua storia la filosofia antica si arricchisce del problema mistico
religioso con il neoplatonismo sulla scorta anche degli stimoli
provenienti dal cristianesimo.
I PERIODI DELLA FILOSOFIA ANTICA
Si va dal VI
secolo avanti Cristo al 529 dopo Cristo quando Giustiniano fece chiudere
le scuole pagane e distrusse le loro biblioteche.
Si distinguono
cinque periodi:
1.
Naturalistico: Ionici, Pitagorici, Eleati, Pluralisti
2.
Umanistico: Sofisti, Socrate
3.
Grande sintesi di Platone e Aristotele
4.
Scuole ellenistiche: stoicismo, epicureismo, scetticismo, eclettismo
5.
Periodo religioso: ripresa del pitagorismo, medioplatonismo e
neoplatonismo.
PARTE PRIMA:
I FILOSOFI NATURALISTI IONICI E ITALICI
I PROBLEMI DELLA PHYSYS, DELL'ESSERE E DEL COSMO
I miti teogonici e
cosmogonici
È l'antecedente
delle cosmologie filosofiche, qui il paradigma è la Teogonia di
Esiodo che narra la nascita di tutti gli Dei e la nascita del cosmo come
loro opera.
Esiodo ebbe la
rivelazione dalle Muse: prima si generò il Caos, poi Geo (la terra), il
Tartaro, Eros etc.
Sono
rappresentazione fantastiche, poetiche, mitiche, in questo modo si
appagava la meraviglia, poi ci sarà il modo della ragione che nascerà
con Talete, il primo filosofo.
Metafora della
staffetta: la storia della filosofia è un continuo passaggio del
testimone, dove il testimone che ci si passa è il problema, non le
soluzioni. In questo senso la filosofia è la scienza che pone i problemi
giusti, non che ci dà le soluzioni giuste.
LA SCUOLA DI MILETO
TALETE
Aristotele ci dice
che fu l'iniziatore della filosofia della physis.
Talete si pone in
termini razionali, non mitici, il problema dell’inizio, del principio,
dell’archè. Principio è ciò da cui derivano, ciò per cui sono e ciò per
cui si risolvono tutte le cose.
Per Talete il
principio è l’acqua: tutte le cose, infatti, nascono dall’acqua, sono
trasformazione dell’acqua e finiscono in acqua, come il fiume.
Talete sembra
anche dare un carattere divino all’acqua: “tutto è pieno di dei” così
tutte le cose sono divine, ma il Dio di Talete non è il Dio della
religione popolare del suo tempo.
Disse poi anche
che il magnete possiede un'anima perché è capace di muovere (per cui
l'anima è principio di movimento), e forse che le anime sono immortali,
ma non nel senso di una immortalità personale (che la filosofia
riprenderà in seguito dagli orfici), bensì per il fatto che sono d'acqua
e l'acqua resta.
ANASSIMANDRO (a lui si deve il termine archè)
Principio è l’apeiron,
l’infinito indefinito, infinito quantitativo ed indeterminato
qualitativo, l’archè, un minimo comun denominatore presente in tutte le
cose. L’apeiron in quanto indefinito si può trasformare in tutte
le cose senza costringerle ad avere i suoi caratteri.
Non era facile
spiegare come le cose derivino dall’acqua (critica di Anassimandro a
Talete) mentre dall’infinito esse provengono per separazione dei
contrari, operazione che Anassimandro chiama ingiustizia e guerra, dato
che i contrari separati sono sempre in conflitto. L'infinito comprende e
regge tutte le cose. Questo principio è divino perché è immortale ed
incorruttibile. Questo divino per essere tale non nasce, è eterno.
Ma il Divino dei
presocratici non è altro dal mondo, bensì la physis del mondo,
l'essenza di tutte le cose.
Anassimandro disse
che "i cieli infiniti erano Dei"
Le cose si
generano per distacco dei contrari, ma questo nascere e dissolversi
viene collegato da Anassimandro ad una colpa, si tratta infatti di una
ingiustizia il nascere di contrari che si contrappongono (i contrari
infatti sono sempre in lotta tra di loro) e che poi muoiono come
espiazione di questa ingiustizia. Sono qui presenti elementi
pessimistici ed orfici
Così vi è una
cosmogonia di infiniti mondi che si origina dalla separazione
caldo/freddo (prima coppia di contrari che si separano), che diventano
fuoco e acqua, l’acqua diventa terra (l’isola, infatti sorge dal mare
che la produce), ed anche aria. Mondi che continuamente nascono e
muoiono
Il caldo formò
subito una sfera di fuoco che poi l’aria (che si formò dall'incontro del
caldo con il freddo), salendo, spezza la sfera del fuoco in tre sfere:
sole, luna e fuoco etereo, e le avvolge come una guaina trascinandole in
un movimento circolare. L’aria buca la guaina che separa il fuoco etereo
da sole e luna. Ecco perché noi intravediamo le stelle guardando in
alto, esse sono in realtà il fuoco eterno che possiamo intravedere a
causa della rottura della guaina.
Dal freddo, di
forma liquida, si formarono la terra e il mare. La terra ha una forma
cilindrica e non ha alcun bisogno di sostegno essendo in una situazione
di equilibrio di forze (in Talete la terra aveva bisogno del sostegno
del mare). Dall'elemento liquido, sotto l'azione del sole, ebbero
origine gli esseri viventi. I primi furono animali acquatici, poi gli
altri che si adattarono via via all'ambiente terrestre (idea moderna!)
ANASSIMENE
Anassimene
corregge il suo maestro Anassimandro. Per lui il principio è sì
infinito, ma non indeterminato.
Principio è
l’aria, essa è un qualcosa di intangibile che può assumere qualsiasi
forma per rarefazione (fuoco) e condensazione (nubi, acqua, terra,
pietre etc.), l’aria è la vita, dove c’è aria c’è vita, l’aria è
dappertutto, è invisibile e impercettibile, è vicina all'incorporeo.
Gli antichi dicono
che Anassimandro abbia chiamato Dio l'aria e Dei le cose che derivano
dall'aria. Da essa hanno origine l’acqua, la terra, il fuoco.
Anassimene spiega
così la differenza qualitativa delle cose con un carattere quantitativo
(condensazione e rarefazione dell'elemento unico, l'aria).
Il progresso con
Anassimene consiste nel fatto che egli seppe descrivere la causa che fa
derivare dal principio tutte le cose, con una naturalismo che è allora
coerente con le sue premesse (che sono naturali, senza altri apporti
orfici o altro).
ERACLITO
Già i Milesi
avevano colto l'universale dinamismo della realtà, ma non avevano
riflettuto su di esso, cosa invece che fece Eraclito.
Egli ha così
influito sul modo di porre il problema, ora non si cerca il principio in
un elemento materiale, ma negli stati, nelle condizioni, esso è il
fluire, il panta rei. Il fiume cambia, noi che ci bagniamo
cambiamo etc.
Si deve allora
cogliere la legge che regola il fluire delle cose, dato che il divenire
che regola il mondo è un divenire ordinato. La legge è la guerra/armonia
dei contrari: tutte le cose divengono da un contrario all’altro: le cose
calde diventano fredde etc. se anche l’apparenza ci dice che tutto è
fermo, in realtà tale equilibrio è frutto comunque di forze che si
equilibrano (come il castello di carte), da qui l'armonia dei contrari
che fa esistere il mondo (malattia/salute; fatica/riposo etc.).
Poiché la
consistenza della realtà è il suo continuo divenire, il mutare di un
contrario ad un altro, ne consegue che "la guerra è madre di tute le
cose e di tutte regina".
Poiché le cose
hanno realtà solo in quanto divengono, il principio che spiega tutta la
realtà è la sintesi degli opposti, è questa l'unità nella molteplicità,
perciò Dio è l'armonia dei contrari e l'unità degli opposti.
Ma Eraclito era
comunque un filosofo della natura, perciò l'unità che egli affermava era
un qualcosa di fisico, la sostanza primordiale presente in tutte le cose
visibili.
Il fuoco/logos
realizza questo principio, egli è in perenne movimento, vive della morte
del combustibile, si trasforma in fumo e cenere e ha in sé le regole del
suo essere. Dunque "il fulmine (cioè il fuoco divino) governa ogni
cosa".
"il fuoco vuole e
non vuole essere chiamato Zeus". Vuole perché effettivamente il fuoco è
divino, non vuole perché è una rappresentazione antropomorfica.
Contrariamente ai
Milesi, in Eraclito il principio primo ha una sua intelligenza: "esiste
una sola sapienza riconoscere l'intelligenza che governa tutte le cose
attraverso tutte le cose".
Sembra che
Eraclito abbia anche chiamato il suo principio Logos nel senso però di
regola secondo cui tutte le cose si realizzano, legge che governa tutte
le cose. La verità è comprendere il Logos.
Come già per i
milesi, anche per Eraclito la natura dell'anima è la natura del
principio, così essa è fuoco. In più però Eraclito quando afferma che
l'anima è profonda la differenzia da qualsiasi altro organo del corpo
(non ha senso dire che l'occhio è profondo, che la mano è profonda).
Così l'anima è qualcosa di diverso dalle cose finite, dagli organo
corporei, essa si estende all'infinito.
Vi è qui forse una
ripresa dell'orfismo con l'immortalità dell'anima, premi e castighi dopo
la morte, anima personale, anche se tutto questo non si concilia bene
con la dottrina della physis.
Eraclito accenna
nei frammenti anche ad una morale di tipo orfico che disprezza i piaceri
del corpo, perché saziare il corpo significa perdere l'anima.
PITAGORICI
(siamo ora in
Italia meridionale, fine VI secolo inizi IV secolo)
Si preferisce
parlare di pitagorici piuttosto che di Pitagora perché egli non ha
lasciato nulla di scritto ed è un problema distinguerlo dai suoi
discepoli. Sappiamo poco sulla sua vita e le Vite di Pitagora
sono fantasiose.
Fonda una sorta di
setta religiosa, dalle dottrine segrete, dove la scienza era studiata
come mezzo per raggiungere un fine comune. Fu Filolao il primo a
divulgare le dottrine ai tempi di Socrate.
Eppure Aristotele
sa ben poco di quelli che chiama "i cosiddetti pitagorici" a
sottolineare il fatto originale del loro lavorare insieme che rende
impossibile una distinzione di pensatori.
Il numero
principio di tutte le cose
Siamo ad un
livello di astrazione superiore, ora il principio sempre presente in
ogni cosa è il numero. I pitagorici furono i primi cultori sistematici
della matematica, videro dunque la possibilità di tradurre in rapporti
numerici i fenomeni della realtà. Per esempio la musica, con i criteri
dell'armonia, con i suoni diversi che dipendono dalle lunghezze delle
corde degli strumenti etc.
Tutto è sempre una
sequenza ordinata (le stagioni, i giorni, i 9 mesi del feto) che si
ripete con regolarità.
Ma attenzione:
solo con Platone si penserà all’esistenza di enti sensibili e
sovrasensibili (enti di ragione, così è per noi oggi un numero), ora si
pensa al numero come ad un qualcosa di reale, materiale, tale da
sostanziare le cose (il 9 fa sì che il feto duri 9 mesi, il quattro le
stagioni etc.).
I numeri, a loro
volta, sono costituiti di elementi o principi che sono il pari e il
dispari, (fa eccezione l'uno che è "parimperi". Esso genera il pari e il
dispari aggiungendosi ad un numero dispari o pari), ma essi non sono
ancora l'elemento primo. I principi fondamentali sono infatti il
limitato e l’illimitato, la loro unione costituisce il numero. Questi
elementi del numero sono l’archè. Questa unione è però tale per cui un
principio prevale sull'altro, così nei numeri pari abbiamo il prevale re
dell'indeterminato (o illimitato) e nei numeri dispari del determinato
(per questo i dispari sono più perfetti).
Ciò veniva anche
raffigurato visibilmente con i sassolini sulla sabbia. I sassi sulla
sabbia circoscrivono uno spazio, il numero pari (due sassi sopra e due
sotto) lasciano uno spazio al centro che indica un non limite, un
infinito, i dispari (due sopra due sotto uno nel mezzo) no, essi
limitano.
Passaggio dal
numero alle cose
A sua volta il
numero è una forza limitante che agisce sulla realtà illimitata. Per i
pitagorici essi erano spazialmente intesi, occupanti spazio, aventi
massa.
Ai numeri dunque
corrispondevano degli enti geometrici, ad essi delle figure solide, ad
esse gli elementi. Così il cubo è la terra, la piramide il fuoco (che ha
una forma di piramide), l’aria l’ottaedro, l’acqua l’esaedro.
Poiché il numero
sostanzia le cose ed ogni cosa che esiste è riducibile ad un numero
significa che tutto è ordinato, che tutto è cosmo ordinato da leggi
precise (aspetto di grande modernità dei pitagorici). Ora il mondo non è
più dominio di forze oscure. Dominio del numero indica dominio della
razionalità e della verità. Dal caos di Esiodo siamo passati al cosmo di
Pitagora.
La metempsicosi e
l’orfismo
L’orfismo era una
religione parallela rispetto a quella dell’Olimpo. Con una visione
dualista dell’uomo si pensava all’anima come ad un demone, ad una realtà
divina incarcerata nel corpo per una colpa originaria. Alla morte essa
si incarna in un altro corpo. I pitagorici pensavano però alla
liberazione dal corpo, e alla fine del ciclo della reincarnazione per un
ritorno al divino, non con i riti dell’orfismo, ma attraverso lo studio
dei principi e la vita contemplativa (fatta di regole, medicina, musica
etc.), cioè la loro scienza che era mezzo di purificazione per questo
fine: contemplare la realtà matematica ha infatti un valore catartico ed
assimila l’uomo a ciò che è perfetto, divino.
Il misticismo dei
pitagorici è dunque di tipo razionale, ben diverso, perciò, dal
misticismo orientale che è, al contrario, a-razionale.
I pitagorici
tentarono anche una teologia un riferimento agli dei della loro
dottrina, ma non vi riuscirono, non identificarono, ad esempio, Dio con
i principi primi, come fecero invece i milesi. Del resto il principio
illimitato essendo irrazionale non poteva coincidere con un Dio! Casomai
Dio, dovendo coincidere con il perfetto, andava riferito alla
determinazione dell'indeterminato, all'armonia. Così Dio sarebbe stato
identificato con il numero sette (e non con l'Uno come fecero poi i
neopitagorici) che non genera e non è generato.
Anche le anime per
coerenza andrebbero identificate con un numero, ma questo
significherebbe perdere la loro individualità.
In realtà la
dottrina pitagorica cade in aporie quando cerca di definire le questioni
soprasensibili (Dio, anima etc.) in termini di filosofia della natura.
Solo Platone con
la sua seconda navigazione potrà risolvere la questione.
LA SCUOLA DI ELEA
SENOFANE
Si è soliti qui
collocare la figura di Senofane quale fondatore della scuola di Elea, ma
ciò non è vero. Troppo diversi sono i contenuti e il metodo del
ricercare. Fu Platone nel sofista ad ingenerare l'equivoco (ma, scrive,
la setta è iniziata anche prima)
Si ricorda
Senofane per la sua critica all’antropomorfismo di Dio presente nella
religione dei sacerdoti e nelle opere di Omero ed Esiodo. Gli dei non
hanno né sembianze umane, né si comportano come gli uomini! I fenomeni
fisici sono naturali, non divini. Tutto questo è una grande novità di
portata rivoluzionaria per quel tempo: ecco gli effetti già maturi della
filosofia!
Egli affermò
anche: “Uno, Dio, sommo fra gli Dei e gli uomini, né per figura, né per
pensiero simile agli uomini” (fr. 23), facendo pensare alcuni ad una
affermazione monoteistica di un Dio trascendente ed onnipotente. Però
egli più precisamente ha scritto: “L’universo è uno…, Dio, sommo fra gli
Dei e gli uomini”, dunque si riferiva all’universo. E poi ha detto sommo
fra gli Dei (dunque pensava a molti Dei). Inoltre è un versetto
riportato da fonte cristiana (Clemente alessandrino), quindi con un
intento apologetico.
È invece
Aristotele ad informarci che l'Uno-Dio di Senofane è l'universo.
Il problema
monoteismo-politeismo era del resto assente nella mentalità del greco di
quel tempo. Si potrebbe pensare che egli sia panteista ed in parte è
vero, tutta via è questa una categoria di riflessione posteriore che
dunque va usta con cautela, anche perché Senofane non approfondisce
questo discorso, mancandogli anche gli strumenti concettuali per farlo.
Nella sua fisica
il principio è la terra o, in altri frammenti, la terra-acqua. Ciò però
vale solo per gli esseri terrestri, non per il cosmo intero. Propose una
morale nella quale al primo posto vengono i valori spirituali su quelli
vitali come la forza.
PARMENIDE
È l'innovatore
radicale tra i presocratici. Una Dea rivela a Parmenide che vi sono tre
vie possibili per la ricerca della verità:
1. VIA DELLA
VERITA’: è la via della ragione, del logos l’essere è e non può non
essere, il non essere non è e non può in alcun modo essere. È la prima
formulazione del principio di non contraddizione.
Parmenide era un
naturalista e va alla ricerca dell’elemento originario del tutto e nota
che ciò che è realmente comune a tutte le cose è il verbo essere, perciò
l’oggetto del verbo essere è l’archè.
Dunque all’inizio
c’è stato l’essere, perciò tutte le cose sono essere, quelle materiali e
quelle spirituali (come il pensiero: si pensa l'essere, il non essere
non è pensabile, pensare ed essere coincidono!).
L’essere è
ingenerato ed incorruttibile, non nasce e non muore, perciò non c’è
futuro, non c’è passato, non c’è alterazione, non c’è movimento,
l’essere è omogeneo e sempre identico, indivisibile in parti, finito
(influsso pitagorico: il perfetto era il finito, il limitato), come una
sfera, uno.
Contro gli ionici
(=i milesi) l'essere di Parmenide non è allora principio, perché non c'è
un principio, non genera le cose differenziandosi, non esiste una
generazione che implicherebbe il non essere.
VIA DELL’ERRORE:
la si percorre seguendo i sensi e tale è l’opinione dei mortali i quali
accettando il divenire e il molteplice, il nascere e il morire,
ammettono l’esistenza del non essere.
VIA DELLA DOXA:
viene data una certa plausibilità alle apparenze rettamente intese, ai
sensi, benché fallaci. Ne emerge una concezione che benché non vera è
tutta via plausibile, è "apparente". Questa opinione plausibile cerca di
rendere conto dei fenomeni.
Secondo Parmenide
i mortali hanno ammesso due forme supreme (Luce e Notte) dalla cui
combinazione sono venute tutte le cose, senza capire che esse andavano
sintetizzate in una unità superiore che è l'essere. cioè luce e notte
sono uguali, sono essere. Per questo Parmenide arriva ad affermare che
il cadavere, che cade nelle tenebre, percepisce il freddo, il silenzio.
Le tenebre non sono il nulla, sono essere, come la luce, come tutto.
ZENONE DI ELEA
Zenone difende
Parmenide attaccava chi attaccava il maestro attraverso il metodo
dialettico (che nasce ora, Aristotele considera Zenone il fondatore
della dialettica), facendo vedere l'inconsistenza e l’insostenibilità
delle tesi contraddittorie degli avversari. A tali obiezioni, in quanto
contraddittorie, non si doveva rispondere.
Gli argomenti
dialettici contro il movimento
1. Chi afferma
l'esistenza del movimento va incontro a delle assurdità. Per percorrere
un tratto di strada se ne deve sempre prima percorrere una metà, una
infinità di metà (ogni grandezza può essere divisa all'infinito). si
tratta allora si percorrere in un tempo finito tratti infiniti, il che è
manifestamente impossibile, dunque il movimento non esiste, come aveva
detto Parmenide.
2. Se poi il
movimento esistesse allora, per le infinite metà da percorrere, Achille
non raggiungerà mai la tartaruga quando questa parti con un piccolo
vantaggio.
3. Le freccia che
si vede scoccata da un arco non si muove (deve dimostrare che non esiste
il movimento!), ma è a riposo perché in ogni istante del suo volo essa
occupa uno spazio identico (sempre il suo) e occupare uno spazio
identico è stare a riposo. Il suo è allora una somma si stati di riposo,
dunque non c'è movimento.
4. L'argomento
dello stadio mostra la relatività della velocità e quindi del movimento
che non è oggettivo e perciò non esiste.
Gli argomenti
dialettici contro l'esistenza di una molteplicità di esseri
Si intende la
molteplicità come un'insieme molteplice di unità (si considera la
molteplicità come un insieme di molte unità) eppure queste unità sono
impensabili nonostante l'evidenza dei sensi.
1. Se gli esseri
fossero molteplici dovrebbero essere infinitamente piccoli o
infinitamente grandi. Per esempio se si divide un corpo (che in ipotesi
è molteplice) in infinite metà fino a restare con l’ultima particella se
essa ha estensione, allora la somma di infinite parti estese dà un corpo
infinitamente grande, se non ha estensione, allora la somma di tutte le
parti è zero.
Perciò questa
unità di cui è composta la molteplicità dovrebbe portare (sommando tutte
le unità) ad un corpo che dovrebbe essere nullo o infinitamente grande.
2. Se gli esseri
fossero molteplici dovrebbero essere allo stesso tempo finiti e
infiniti. Finiti perché sono quanti sono, infiniti perché tra uno e
l'altro vi sono infiniti esseri (infatti qualunque cosa estesa tra una
cosa e l'altra è sempre divisibile all'infinito).
3. Il terzo
argomento nega l'esistenza dello spazio che è condizione di esistenza
della molteplicità. Lo spazio, infatti, deve trovarsi in qualche cosa
che è ancora uno spazio e così all'infinito, dunque lo spazio non
esiste.
4. Dall'esperienza
se cadono molti chicchi di grano fanno rumore, mentre se ne cade uno, o
una parte anche infinitesimale di uno, no. Invece se fosse vera
l'esistenza di una molteplicità di chicchi, anche l'unico chicco, in
proporzione, dovrebbe fare rumore. Perciò le cose si comportano in modo
contraddittorio, il che significa che non esiste la molteplicità dei
chicchi.
Così con l'uso
della dialettica Zenone aveva incentrato il problema di Parmenide sulla
questione uno-molti e aveva evidenziato la fallacità delle apparenze
fenomeniche.
Quanto egli aveva
trattato dialetticamente sarà portato teoreticamente a sistema da
Melisso che viene ricordato come il sistematore dell'eleatismo.
MELISSO DI SAMO
È il primo a
scrivere in prosa, non in poesia.
L'essere è
ingenerato, se non lo fosse prima di lui vi sarebbe il nulla e allora
non vi sarebbe essere in quanto dal nulla non viene nulla. Perciò
l'essere "sempre era ciò che era e sempre sarà"
Per lui l’essere
non può essere finito (lo aveva detto Parmenide ma solo perché si
riteneva l'infinito come imperfetto), ma infinito, senza confine, ed
è tutto. Un essere finito sarebbe limitato dal vuoto che è non
essere. Ma questo è impensabile.
L’essere poi,
poiché è infinito, è Uno e non vi possono essere due esseri, essi si
limiterebbero e sarebbero finiti (anche Parmenide aveva detto che
l'essere è uno, ma non lo aveva dimostrato, Zenone lo aveva affermato,
ma solo dialetticamente, ora Melisso l'ha dimostrato).
L’essere è uguale,
inalterabile, immobile (non c'è il vuoto), incorporeo (se avesse un
corpo avrebbe delle parti e non sarebbe più uno, oppure sarebbe limitato
e allo non sarebbe più infinito).
Il fatto che non
abbia corpo non significa che Melisso sia uno spiritualista. Le
categorie materiale/spirituale, infatti, sono successive!
Circa la piccola
possibilità lasciata da Parmenide ai sensi (la doxa, la via del
verosimile), Melisso è più radicale e coerente: la nega totalmente, i
sensi sbagliano del tutto, sono del tutto fallaci, essi ci mostrano
infatti le cose molteplici e divenienti, quando ciò non è possibile.
La ragione è
l'unica fonte di verità.
Aristotele ha
denunciato qui la follia della ragione che intende riconoscere solo sé
medesima, negando l'apporto del sensibile.
L'unico modo di
salvare Parmenide e i dati sensibili sarà quello di porre vari livelli
di essere, precisamente quanto affermerà Platone.
I PLURALISTI
Sono autori che
dopo Parmenide cercano di prendere quanto di buono vi fosse nella sua
filosofia per farne uso nel risolvere la questione del principio che si
pone ancora in termini naturalistici
EMPEDOCLE (484/481-424/421)
Tenta di
conciliare l'essere parmenideo con i dati fenomenici dell'esperienza.
Per lui l'essere è, non nasce e non perisce, ma solo si trasforma,
perciò la nascita e la morte è in realtà mescolanza e dissoluzione dei
quattro elementi eterni: fuoco, acqua, terra ed aria, le "radici di
tutte le cose". Nasce la nozione di elemento, cioè di una qualcosa di
immutabile (i principi degli ionici, infatti mutavano nel dar luogo alle
cose!) e poteva nascere solo dopo Parmenide, nasce una concezione
pluralista, oltre il monismo degli ionici.
È probabile che
Empedocle pensasse a quei quattro elementi un po' per l'esperienza
sensibile, un po' per la suggestione che il numero quattro portava con
sé (influssi pitagorei).
L'Amore e l'Odio
L'unione e la
separazione dei quattro elementi doveva avere una causa, essa è
costituita da due forze cosmiche e naturali: l'Amore e l'Odio (o
amicizia/discordia). Esse sono forze eterne come gli elementi, l'amore
unisce e l'odio separa, il predominio alterno dell'una o dell'altra
provoca la nascita la morte delle cose. In tal modo si è spiegato il
divenire fenomenico, pur mantenendo le esigenze parmenidee.
L'amore tende alla
compattezza a dare unità. Quando prevale solo l'amore allora l'essere
sarebbe proprio uno, la sfera parmenidea. Quando invece prevale odio gli
elementi sono tutti separati. Il nostro cosmo nasce ed esiste nelle due
condizioni intermedie tra il prevalere dell'amore e il prevalere
dell'odio.
Empedocle ha anche
una sua concezione, ovviamente fisica, della conoscenza: le cose
sprigionano degli effluvi che colpiscono gli organi sensoriali dove il
simile conosce il simile (il fuoco dell'organo sensoriale riconosce il
fuoco della cosa conosciuta e così acqua terra ed aria).
Per ciò che
riguarda l'anima e il divino, Empedocle, nel suo Poema lustrale,
risente degli influssi orfico-pitagorici: l'anima è un demone caduto
nella prigione del corpo, purificazione e metempsicosi, infine vita
beata.
Questa visione
religiosa non è in contraddizione con quella fisica la quale è a modo
suo (il modo dei presocratici) anche divina, mistica.
Resta l'aporia di
tutti i presocratici che hanno accolto l'orfismo, la difficoltà cioè di
spiegare con il loro impianto fisicistico come l'anima possa essere
diversa dal corpo e raggiungere, attraverso la purificazione, una
beatitudine finale.
ANASSAGORA DI CLAZOMENE (500ca-428ca)
Allo stesso modo
di Empedocle Anassagora risolve la questione eleatica, il nascere e il
morire è un continuo processo di composizione e divisione delle cose
che sono.
Queste non sono i
quattro elementi, bensì i semi, infiniti, senza limiti di grandezza o
piccolezza, divisibili, ma senza mai poter arrivare al nulla, perché il
nulla non è. I semi sono detti anche omeomerie in quanto se li
divido ottengo sempre cose qualitativamente identiche.
All'inizio le
omeomerie erano mescolate insieme ed indistinguibili. L'intelligenza
divina con il suo movimento ha dato origine alle cose dove ogni cosa
contiene tutte le omeomerie, ma con la prevalenza di alcune che danno
l'identità alla cosa stessa.
Così nel bianco
sono compresi tutti i colori. Il nascere delle cose da una cosa è
possibile proprio perché Tutto è in tutto. La carne non può
nascere dalla non carne, lo vieta Parmenide, ma con Anassagora la non
carne non esiste.
Nell'insieme non
c'è nel mondo una differenza né qualitativa, né quantitativa da sempre.
Il mescolarsi dei
semi è opera dell'Intelligenza, il Nous che è staccato dai semi:
è questo un aspetto nuovo, ma non siamo ancora nell'ambito dello
spirituale e dell'immateriale, il Nous sarebbe come una materia più fine
che si mescola con le altre cose, ma non si confonde con esse.
GLI ATOMISTI
Sono Leucippo
(discepolo di Zenone e di Melisso) e Democrito (460ca-?)
Principio sono gli
atomi, è l’atomo-idea che si può cogliere sono con l’intelletto. Essi
sono una frantumazione dell'Essere parmenideo di cui aspirano a
mantenere le qualità, secondo l'insegnamento di Melisso: "se esistessero
i molti, questi dovrebbero essere tali e quali io dico che è l'Uno" (fr.
8). Melisso lo diceva per far notare l'impossibilità di un molteplice
sensibile, Leucippo lo può riprendere proprio perché il suo (l'insieme
degli atomi) non è un molteplice sensibile, ma casomai il fondamento del
molteplice sensibile (in tal modo è realizzata la combinazione delle
esigenze parmenidee e dei sensi).
Atomo significa
indivisibile (contro Zenone: nella realtà sensibile non tutto è
divisibile), gli atomi non hanno qualità (odore, sapore, colore etc.)
sono tutti uguali, l'unica differenza è costituita dalla forma
geometrica e dal loro ordine e dalla loro posizione. Gli atomi sono
invisibili ai sensi (del resto se fossero visibili sarebbero
divisibili), ma visibili all'intelletto che è in gradi di penetrare le
cose fino a coglierne l'essenza più profonda, l'idea, l'atomo
indivisibile, appunto che però non è qualcosa di spirituale (che ancora
non esiste prima di Platone), ma pur sempre di materiale.
Il movimento degli
atomi presuppone il vuoto che dunque esiste.
La qualità delle
cose dipende dal nostro modo di coglierle e dall’aspetto geometrico
degli atomi che le compongono, così la disposizione e la forma degli
atomi provocano tutte le qualità delle cose (qualità secondarie,
intuizione moderna, le qualità primarie sono quelle
geometrico-meccaniche degli atomi).
Dunque ora gli
atomi hanno preso il carattere di omogeneità proprio dell’essere
parmenideo (le differenze geometriche tra gli atomo sono differenze solo
secondarie), così l’atomo non nasce, non si altera, non muore.
A differenza di
Parmenide, per gli atomisti l’atomo si muove, questo obbliga però a
pensare al vuoto come spazio del movimento introducendo così il non
essere, non occorre invece introdurre una causa di questo movimento,
dato che gli atomi sono causa a se stessi, si muovono da sé,
dall'eternità, per il loro peso.
Vi è un primo
movimento caotico, un secondo in cui si ha l'aggregazione degli atomi in
maniera ordinata, questo dà origine al cosmo. Anche circa il movimento
ordinato non occorre una causa esterna ordinatrice, dal movimento
caotico nasce l’ordine in modo naturale data la diversità di peso e
grandezza degli atomi, così dal caos si passa al cosmo e ad una infinità
di mondi.
Un terzo tipo di
movimento atomico è quello degli effluvi di atomi che si staccano dalle
cose (ad esempio i profumi).
In tutto ciò vi è
un rigore e una determinatezza assoluti (Leucippo e Democrito non sono
allora quelli che "il mondo a caso pone" come voleva Dante), ma non una
causa finale (da qui il fraintendimento dantesco) che però, come
concetto e necessità, non era stato ancora individuato a quel tempo.
L'anima è
costituita di atomi più sottili e lisci, sferiformi, di natura ignea.
Essa dà vita e movimento al corpo, i suoi atomi tendono ad uscire dal
corpo, ma la respirazione le trattiene, così quando si muore essi si
perdono.
Resta il solito
problema, gli atomi dell'anima sono qualitativamente uguali a quelli del
corpo e a tutti gli altri atomi (e conta poco il fatto che abbiano una
forma più perfetta o che siano detti perciò divini, per non rompere il
principio parmenideo).
La conoscenza
nasce dall'incontro degli atomi usciti dalle cose e entrati in contatto
con i sensi, simile con simile.
La felicità è il
bene della vita che si ottiene soddisfacendo non i piaceri del corpo,
bensì quelli dell'anima. C'è un tentativo morale in Democrito (epoca
socratica) che però non è ancora filosoficamente fondato. Da qui
comunque l'esaltazione dell'autodominio, la vittoria sui sensi, ma anche
sul male, sull'odio, sui vizi.
La questione uomo
non era sta ancora trattata, per questo non vi può essere la fondazione
di una filosofia morale.
I FISICI ECLETTICI
Riprendono le
posizioni dei loro predecessori tentandone nuove sintesi, ma senza
l'acume di chi voleva prendere sul serio la questione di Parmenide e del
mondo sensibile.
Così essi
rifiutarono il pluralismo per tentare di tornare al monismo, l'unicità
del principio. Ippone torna a Talete con l'acqua e ad Eraclito con il
fuoco. Altri hanno combinato con Anassimene. Aristotele dà un giudizio
negativo a tutti questi tentativi, ormai superati.
Diogene di
Apollonia (V secolo): non è possibili che elementi originari diversi
possano mescolarsi tra loro per costituire tutte le cose. Invece ogni
cosa può essere generata solo per modificazione di un unico principi
primo che per Diogene è l'aria infinita che coincide anche con il Nous
di Anassagora, essendo aria dotata di intelligenza (elemento di novità).
Quest'aria è Dio,
essa è diversa (secca, umida, calda etc.) e le cose partecipano di essa
in maniera differente.
L'aspetto positivo
sta nell'aver qui ripreso l'intelligenza portando la riflessione più in
là che in Anassagora che non aveva molto riflettuto sul suo concetto di
Nous, con Diogene abbiamo una concezione teleologica del mondo assai
interessante che influenzò lo stesso Socrate.
Con Archelao di
Atene secondo Diogene Laerzio termina la filosofia naturalista che lui
stesso portò ad Atene. Fu maestro di Socrate, riprese il concetto di
aria infinita di Diogene.
METAFORA: così il
fiume della filosofia si è scontrato con la diga Parmenide, ma l’ha
aggirata, ora il fiume si stacca dal letto precedente costituito dal
tema della fusis e della sua origine, per trovare un nuovo
indirizzo: nasce la filosofia dell’uomo o filosofia morale.
In precedenza la
morale era presente nei poemi omerici, in quei grandi personaggi che
erano dei modelli di comportamento, oppure essa era presente nelle
massime scritte dai sette savi.
La filosofia
morale nasce quando si spiega il perché e quando si coordinano le
massime di comportamento.
Per fare ciò è
necessario però prima conoscere l’uomo, saper come è fatto, valutare i
rapporti tra gli uomini e con la realtà tutta.
I SOFISTI
I naturalisti non
si erano interessati dell'uomo come soggetto, ma solo come oggetto tra
tanti oggetti, tra le cose del mondo di cui si cercava si scovare
l'origine. Solo il cosmo, infatti, si presentava all'uomo greco come
unità organica determinata e regolata, tale da rendere possibile una
riflessione su di esso. L'uomo ancora no, l'uomo era una molteplicità
disgregata, senza nessi chiari, senza una unità di comportamento. Perciò
la filosofia morale non era ancora iniziata.
Vi era un'etica
pre-filosofica, opera dei poeti e dei legislatori, essa mirava al
particolare, non ancora ai principi universali i quali, dovendo guidare
l'uomo, hanno bisogno, prima di essere definiti, che si conosca la
natura dell'uomo, cosa che ancora non era stata fatta!
Posto rilevante
nella fase pre-filosofica fu quello dei poemi omerici, i cui personaggi
erano veri e propri modelli di vita (eroismo di Achille, saggezza di
Nestore, ingegno e coraggio di Ulisse, fedeltà di Penelope etc.). Nei
testi di Esiodo vi erano presenti anche massime e sentenze con una
visione etico-religiosa della vita (i mali sono punizione degli dei, il
duro lavoro è dovuto ad una colpa etc.) senza giustificazione razionale,
ma ancora mitica.
Vi sono poi i
poeti gnomici del sec. VI e i sette saggi con le loro sentenze e con i
quali il problema morale comincia ad emergere. Ma siamo ancora in ambito
pre-filosofico, queste sentenze non vengono giustificate, non sono
sorrette da un principio.
Così perché
nascesse una filosofia morale occorreva che l'uomo diventasse prima
l'oggetto della filosofia per determinarne le virtù e i comportamenti.
Quest'opera fu
iniziata dai sofisti e portata a termine da Socrate.
Sofista significa
sapiente, si deve a Socrate, Platone e Aristotele il significato
negativo che oggi questo termine comporta. Senofonte chiama i sofisti
prostituti perché vendono il sapere. Per Aristotele il loro non era un
sapere vero.
La gente vedeva in
essi un pericolo per la religione, ma anche per la morale.
Per gli
aristocratici essi avevano dato un incentivo alla nascita di una nuova
classe in cui contavano le doti personali, non la nobiltà del casato.
Dal secolo scorso
questa condanna è stata superata nell'interpretazione.
Questi uomini si
staccarono dagli interessi dei naturalisti anche per la povertà dei
risultati da loro raggiunti e dai sistemi proposti, ognuno in
contraddizione con l'altro, e incentrarono la loro attenzione sull'uomo.
A ciò contribuirono anche i fattori storici del V secolo, i fermenti
sociali, culturali ed economici, il declino dell'aristocrazia (e la
crisi dei valori tradizionali con essa), lo sviluppo del commercio e dei
contatti che esso rendeva possibili.
Così i sofisti
rispondevano alle esigenze del momento e ciò spiega il loro successo
soprattutto tra i giovani.
I sofisti furono i
professionisti della filosofia, parlano dell’uomo vero, concreto,
insegnano la via della virtù che non si eredita (come accadeva, p. es.,
nei personaggi dell’Iliade), ma si impara.
Diversamente dai
naturalisti che adottavano un metodo deduttivo (dal principio alle
cose), i sofisti fanno uso di un metodo induttivo, parte
dall'esperienza, il loro fine ora è pratico, non teorico come prima:
essi insegnavano e si facevano pagare (ma ne avevano bisogno per vivere,
non erano aristocratici!) girando di città in città (aspetto nuovo e
criticato, un greco stava sempre nella sua città!).
Le novità che
portarono, la loro libertà di spirito, la critica alla religione
tradizionale valse loro il soprannome di "illuministi greci", fiduciosi
nella ragione, nel suo potere critico.
Non esiste una
dottrina sofistica, ma sforzi indipendenti per soddisfare un identico
bisogno e uguali problemi.
I sofisti
insegnavano: nasce la dimensione educativa della filosofia.
Vi sono state tre
generazioni di sofisti: quella dei grandi, gli eristi (attenti solo al
metodo dialettico diventato con loro l'arte del contendere), i
politici-sofisti, cioè gli aspiranti al potere, ormai immorali.
PROTAGORA DI ABDERA (491/481-?)
“L’uomo è misura
di tutte le cose, di quelle che sono per ciò che sono e di quelle che
non sono per ciò che non sono”. La seconda parte è in polemica con
Parmenide: l’essere e il non essere delle cose li decide l’uomo, il
singolo uomo! Non esiste un criterio assoluto.
In effetti il
vento poteva sembrare ad alcuni caldo, ad altri freddo.
Poiché la verità
allora la decide chi parla meglio (es. dei tribunali dove la condanna o
l’assoluzione dipende dall’arte di convincere della difesa o
dell’accusa), Protagora insegna a parlare in modo suadente, per fare la
verità e la verità la fa chi parla meglio, chi seduce gli altri (metodo
della controversia o antilogia, riuscire a far vincere in una
controversia l'argomento più debole o far vincere un qualsiasi punto di
vista).
La virtù è qui
l'abilità di convincere.
Ne consegue che
vero, bene, bello, giusto, sono in balia di chi è capace di far apparire
le cose così: relativismo.
Non esistono
valori assoluti, ma solo valori più utili e più convenienti, così il
sapiente è l'uomo pragmatico, da notare però che mentre il vero e falso
sono relativi, l'utile e il dannoso sono oggettivi (ma questa è una
contraddizione), anche se Protagora non dimentica il soggetto che
definisce ciò che è utile.
Comunque il
sapiente sa ciò che è utile e ciò che non lo è. Così gli agricoltori, i
medici sono sapienti, e lo sono anche i politici che agiscono per
l'utile della città.
Siamo qui a
livello di intuizione, la posizione di Protagora non è teoreticamente
fondata, egli non aveva la strumentazione concettuale per farlo, si è
lasciato guidare, per così dire, dal buon senso.
Manca il
fondamento per cui il sofista riesce a definire ciò che è utile
all'uomo, in base a cosa si può essere certi che una cosa è davvero
utile per l'uomo globalmente inteso, o per la città? (sarebbe necessario
conoscere la natura, l'essenza dell'uomo, cosa che Protagora non sa
fare).
È poi presente un
pericolo di fondo che contraddice lo stesso operare dei sofisti: se
l’uomo è misura di tutte le cose, non vi può essere un insegnamento, una
educazione, una comunicazione.
Inoltre se tutto è
relativo lo è anche la frase che tutto è relativo, il che comporta che
niente è relativo.
Circa gli dei
Protagora non afferma né che siano né che non siano. Probabilmente egli
intendeva negare la loro conoscenza (però Platone ci dice che egli
nell'atteggiamento pratico credeva agli dei)
GORGIA (485/480-?): "Trattato sul non essere"
Se almeno per
Protagora esisteva una verità relativa, per gorgia non esiste nessuna
verità e tutto è falso.
Viene considerato
il padre del nichilismo, per lui la realtà non ha fondamento, vi è in
lui l'intento di attaccare le posizioni di Parmenide.
Il suo pensiero si
sintetizza nelle celebri tre proposizioni.
1.
L'essere non esiste, cioè non esiste un principio delle cose, non esiste
un fondamento, così dopo tanti tentativi dei filosofi naturalisti che
avevano proposto soluzioni differenti al problema dell'archè, Gorgia
trae le conclusioni: l'archè non esiste: non può esistere una cosa di
cui si è detto tutto e il contrario di tutto. Se non esiste un
fondamento, allora nulla esiste: è distrutta l'intera filosofia della
phisys.
2.
Se
anche esistesse sarebbe inconoscibile. Contro l'unità di essere e
pensiero sostenuta da Parmenide, Gorgia afferma che vi può anche essere
pensiero di non essere (basta pensare ad una cosa che non esiste),
mentre Parmenide negava che il non essere fosse pensabile. Dunque si
possono pensare anche cose che non esistono. Ne consegue che i contenuti
di pensiero non esistono, cioè che il pensiero non è pensiero
dell'essere (se penso un uomo che vola non penso un essere!), in quanto
se non lo è una volta non lo è mai. Inoltre il non essere si può
pensare, basta pensare la chimera Scilla. Siamo nell'ambito di un totale
divorzio tra essere e pensiero.
3.
Se
anche esistesse e fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. Si
comunica attraverso i sensi, ma in realtà le espressioni che si rifanno
ai sensi non sono comunicabili. Si comunica attraverso il parlare, il
vedere, l'udire, ma come si fa a vedere un suono, un profumo, una musica
(o meglio il principio del suono, del profumo, della musica)? Manca il
carattere significativo alle parole che usiamo. La parola non è in grado
di esprimere un qualcos'altro da sé (i colori, i sapori, gli odori etc.)
La novità è che
ora la parola è svincolata dal suo contenuto di verità, rimane il suo
potere suggestivo ed evocativo che può convincere, sedurre.
Perciò per esempio
nel teatro l'attore non dice la verità, non è il personaggio che
interpreta (ovviamente) ma vuol far credere di esserlo e il pubblico che
va allo spettacolo vuol farsi ingannare.
Eppure Gorgia nega
validità non solo alla verità, ma anche alla doxa, all'opinione,
dunque tra verità e doxa vi è una terza via legata alla situazione in
base alla quale vi è una ragione in grado di indirizzare la vita degli
uomini e della città.
Etica della
situazione vi sono conseguenze pratiche del nichilismo gorgiano. Non
esiste una morale, ma vi sono tante morali, tante virtù quanti sono gli
uomini una cosa è buona o cattiva in base al momento o al soggetto che
la compie. Un'etica che tiene conto delle comuni convinzioni.
Come per Protagora,
però, tutto questo argomentare non è solido perché manca di una
autentico fondamento teoretico.
Non essendoci una
verità la parola è libera ed è portatrice di suggestione, persuasione,
credenza: la retorica è l'arte che sa sfruttare questo aspetto della
parola. Perciò è l'arte del persuadere. E nell'Atene del V secolo
essa era ricercatissima e il politico è il retore.
Dunque la parola è
un'arma potentissima che va usata per il bene, cioè per quel bene che
Gorgia ritiene possibile definire, cioè i valori morali comunemente
ammessi, l'etica della situazione.
La parola è
fortissima anche nella poesia che è un discorso in versi, essa suscita
sentimenti praticamente disinteressati (al contrario della retorica che
è molto concreta), una sorta di valore estetico. Nella poesia il poeta
inganna e l'ascoltatore si lascia ingannare.
PRODICO DI CEO (470-460-?)
Attraverso un
attento studio dei sinonimi dava alla sua arte di persuadere u a grande
finezza (arte della sinonimica)
lo si ricorda
perché ha introdotto la categoria dell'utile nella morale. Racconto di
Eracle al bivio, egli deve scegliere tra la strada indicata dalla donna
pudica e riservata (la virtù, Aretè) e quella indicata dalla donna
esuberante e bellissima (il vizio, Kakìa). In realtà i precetti di Aretè
sono utilitaristici perché mirano a degli obiettivi ben precisi, come
avere l'onore, la gloria, la benevolenza degli dei etc. perciò la virtù
è il mezzo adeguato per ottenere vantaggi e utilità.
Dunque entrambe le
donne propongono come obiettivo ad Eracle la felicità, il piacere, esse
divergono circa il mezzo per ottenerlo. Secondo Aretè Kakìa sbaglia
perché la felicità viene dall'appagare un desiderio, la sofferenza per
una mancanza, una povertà, mentre la proposta di Kakìa era mangiare
senza fame, bere senza sete etc.
Perciò Eracle ha
fatto la scelta virtuosa perché al di là delle apparenze sapeva che era
la più vantaggiosa per lui (l'altra proposta era falsa!).
Bene è ciò che è
utile. L'utile è poi fondamento anche della teologia. Gli essere fisici
utili erano infatti ipostatizzati dagli antichi in dèi (sole, luna etc.)
in quanto utili.
Perciò ci troviamo
di fronte ad un filosofo che contesta la religione.
IPPIA E
ANTIFONTE: la corrente naturalistica della sofistica
Ippia (fine secolo
V) afferma la necessità di un sapere enciclopedico per il quale era
necessaria una tecnica particolare di memoria, la mnemotecnica.
Contano qui soprattutto le matematiche e le scienze naturali, infatti la
vita umana deve adeguarsi la legge di natura e non alle leggi umane.
Ippia compie la
distinzione tra legge naturale e legge positiva, tra physis e
nomos: la prima regge gli uomini in quanto esseri naturali, la
seconda è quella fissata dagli stati, per Ippia migliore è la prima
perché è la stessa per tutti gli uomini, fa riferimento all'unità del
genere umano, la prima unisce, mentre la seconda divide ed è tiranna. In
positivo inizia qui un'idea ugualitaria, di uguaglianza tra gli uomini
sulla base del diritto naturale di portata rivoluzionaria per la
grecità.
Antifonte (fine V
secolo) radicalizza l'opposizione phisys-nomos: se la
legge di natura è migliore gli uomini la debbono seguire, la legge
positiva si può invece trasgredire, perché la legge di natura è verità,
mentre quella degli uomini è solo opinione. Esse sono spesso in lotta
tra di loro. Così alla presenza di testimoni uno segue le leggi dello
stato, ma quando è da solo segue le leggi di natura. Tutto questo fonda
l'egualitarismo "poiché di natura siamo assolutamente uguali, sia greci
che barbari" (fr. di Antifonte)
Così la natura è
la norma prima del comportamento umano, ma essa è una legge violenta, la
legge del più forte, dato che la natura stessa ci mostra uomini più
forti e più deboli! In tal modo si arriva a giustificare "naturalmente"
il dominio e questa sarà la conclusione dei sofisti politici
Qui però il
concetto di natura è ancora legato al sensibile, dove il bene è il
piacere e il male è il dolore e la natura è spontaneità e libertà.
Gli eristi e i
sofisti politici
L'eristica è
l'arte di contendere con la parola (dal greco erìzein, lottare),
dalla persuasione alla contesa, dalla retorica alla eristica. Si
combatte con la parola per vincere sull'avversario, non per amore del
vero.
Sono gli eristi
che con tecniche verbali e argomentazioni furbe elaborarono quelli che
ancor oggi chiamiamo sofismi. Ma questo è un ragionare che distrugge
tutto, siamo alla degenerazione di Protagora
CALLICLE, sofista
politico (presentato da Platone nel Gorgia, ma di fatto forse
figura fittizia e tuttavia realistica espressione della corrente), trae
le conseguenze politiche del naturalismo pensando ad una sorte di
super-uomo: è giusto che chi è più forte abbia di più, secondo una legge
di natura. Le leggi umane difendono il più debole, ma ciò non è giusto,
il super-uomo le deve infrangere per seguire l'istinto della legge di
natura. Così, allo stesso modo, gli stati più forti schiacciano i più
deboli.
CRIZIA
(460/450-403) processo di distruzione della divinità, gli dèi sono solo
uno spauracchio, sono posti a controllo dell'ordine costituito, per far
rispettare le leggi umane.
Così la sofistica,
ma solo quest'ultima sofistica, finisce per distruggere via via la
morale, la legge, la divinità. Il suo risulta allora essere un messaggio
negativo.
Conclusioni sulla
sofistica
L'asse di
interesse si è ora spostata sull'uomo e quindi sul comportamento umano.
Eppure non si è ancora giunti alla scoperta del principio che determina
l'essenza dell'uomo. I sofisti non ci dicono che cosa sia l'uomo! Nel
loro ragionare manca un fondamento adeguato.
Perciò il loro
contributo è stato importante, ma parziale.
I sofisti
contestarono l'identificazione del divino con un elemento naturale
proprio dei naturalisti, condividendone peraltro la contestazione
dell'antropomorfismo religioso: Protagora era agnostico, Gorgia
nichilista e poi le contestazioni di Crizia e Prodico.
Perciò dopo i
sofisti il divino va cercato in un'altra sfera.
Nell'ambito
dell'umano i sofisti contestarono, la visione di uomo propria della
tradizione, dei poeti, dei legislatori.
Qui "pensiero e
parola hanno ormai perduto l'oggetto e la regola, l'essere e la verità"
(280).
Sarà Socrate che,
pur nell'orizzonte culturale della sofistica, quindi non ancora con le
scoperte metafisiche di Platone e Aristotele, costruirà il giusto volto
dell'uomo.
SOCRATE (470/469-399)
1. LA QUESTIONE
SOCRATICA
Socrate non
scrisse nulla, è perciò necessario rifarsi alle testimonianze su di lui,
che però sono discordanti tra di loro.
La fonte più
antica è la commedia Le nuvole di Aristofane con la parodia di
Socrate e un attacco al suo pensiero. Qui Socrate è il peggiore dei
sofisti ed è, al tempo stesso (!), un filosofo naturalista.
Seconda fonte è
Platone che fa però di Socrate un eroe e un santo, il saggio e
l'educatore per eccellenza. Qui Socrate è la maschera di Platone ed è
difficilissimo separare ciò che vi è di socratico e ciò che vi è di
platonico.
Terza fonte è
Senofonte con i suoi Detti memorabili di Socrate scritti tardi
dopo aver potuto ascoltare Socrate mentre era giovane (Senofonte),
appare così un Socrate addomesticato, non polemico, non da mandare a
morte.
Quarta fonte è
Aristotele che fa qualche riferimento, anche se importante, ma che
comunque non era un contemporaneo di Socrate.
Quinta sono i
socratici minori che però hanno filtrato l'autentico insegnamento del
maestro.
Tutte le fonti
vanno prese in considerazione, come si completassero.
È certo comunque
che ai tempi di Socrate, ad Atene, la speculazione filosofica acquisisce
novità di grande portata e secondo tutte le fonti Socrate fu all'origine
di tale sviluppo, perciò queste novità sarebbero autenticamente
socratiche.
La filosofia
socratica ha avuto un peso decisivo nello svolgimento del pensiero greco
ed occidentale.
1. L'ETICA
SOCRATICA
Socrate agisce in
un contesto sofistico, ma la sofistica era ormai all'inizio della sua
crisi, la cui causa di fondo era la mancanza di un adeguato fondamento
(da qui il relativismo e l'utilitarismo).
Socrate attacca i
sofisti contestando la competenza di chi sapeva parlare bene ed agiva
con scaltrezza, per questo la sua azione era destabilizzante.
Egli rifiutava la
filosofia della natura perché era inconcludente avendo elaborato
posizioni del tutto contraddittorie. La filosofia della natura è cosa da
Dio, non da uomini, l'uomo, infatti, deve occuparsi solo della scienza
umana, dunque solo di se stesso.
Però inizialmente
anche Socrate era un filosofo della natura (era discepolo di Archelao
che era discepolo di Anassagora) anche se non fu soddisfatto di quelle
ricerche che troncò in maniera netta e non insegnò mai (nell'Apologia
dice che egli non si occupa delle cose dei fisici: 19c). Socrate si
dichiarò sapiente solo della sapienza degli uomini, della sapienza che
riguarda l'uomo (Apoogia 20d-e), eppure dai fisici gli è rimasta
l'impostazione della ricerca dell'archè che egli applica proprio nello
studio dell'uomo cercando l'archè dell'uomo, la sua essenza. In tal modo
Socrate poneva quel fondamento che i sofisti non avevano cercato o
trovato, proprio questa mancanza di fondamento decretò la loro fine.
La scoperta dell'essenza dell'uomo
Per Socrate l'archè
dell'uomo è l'anima, l'uomo è la sua anima, la sua facoltà intellettuale
e di volontà, per il fatto di avere l'anima l'uomo si distingue da
qualsiasi altra cosa.
Già in passato si
era parlato di psichè ma con significati assai diversi:
1.
Per
Omero l'anima era il fantasma dell'uomo che alla morte abbandonava il
corpo e finiva nell'Ade.
2.
per
gli Orfici era il demone caduto nel corpo-prigione per espiare una
colpa, da esso si doveva liberare, perciò si manifestava maggiormente
nel sonno, nello svenimento, nella morte.
3.
Per
i fisici era il principio, in senso fisico.
4.
Per
i poeti era indefinibile.
Per Socrate
l'anima è qualcosa dell'uomo, non è altro dall'uomo (come in Pitagora o
negli Orfici) coincide con la coscienza, con la ragione, essa è l'io
consapevole, "la personalità intellettuale e morale" (302). Perciò
Socrate "portò la filosofia dal cielo giù sulla terra" (302). Ora la
filosofia diventa distinta dalla scienza naturale e dalla teosofia,
siamo agli inizi della cultura occidentale.
Questa concezione
nuova di anima era allora assente prima di Socrate e presente subito
dopo di lui (in Isocrate, Senofonte, Platone). Si tratta proprio di una
di quelle novità che è necessario far risalire al filosofo ateniese
Partendo
dall'essenza dell'uomo è possibile giungere a definire la virtù. Tale
virtù si ottiene quando l'uomo obbedisce a due regole fondamentali:
"conosci te stesso" e "abbi cura di te stesso".
Ai tempi di
Socrate l'uomo era fondamentalmente il corpo e l'etica era di tipo
corporea, si mirava al bello, al forte, Socrate, invece, cambiava tutto.
Perciò il conosci
te stesso significava maturare la consapevolezza di dover mettere al
centro il suo essere anima razionale, perché se non si fa così il corpo
(istinti, pulsioni etc.) prende il sopravvento e ci si riduce ad
animali.
Partendo da questa
certezza, il curare se stesso significa aver cura della propria anima,
della ragione, cioè svilupparla (cfr. Apologia 29d-30b). Lo sviluppo
della ragione si ottiene attraverso la scienza. A differenza dei sofisti
Socrate conosce l'anima, il vero cibo dell'anima egli è il medico
dell'anima (prologo del Protagora, 310b-314c).
Altro è l'uomo e
altro è il corpo, il corpo è uno strumento, e l'uomo è colui che si
serve del corpo, è l'anima che si serve del corpo (Alcibiade Maggiore
128d-130e).
Senofonte ci
presenta un dialogo di Socrate con il pittore Parrasio e con lo scultore
Clitone in cui il filosofo invita gli artisti a ritrarre non il corpo
perfetto, bensì l'anima dell'uomo così come essa si manifesta attraverso
il sensibile.
Dunque la virtù è
la scienza, uno è tanto più virtuoso quanto più sapiente.
I valori del corpo
non sono necessariamente disprezzati da Socrate, ma essi sono solo beni
strumentali che devono comunque essere sempre guidati dall'anima.
Conoscere il
fondamento dell'uomo significa anche poterne stabilire il fine
dell'agire, quindi una morale che sia guida del comportamento, significa
stabilire cosa sia la virtù.
La virtù è ciò che
consente all'anima di essere buona, cioè di essere ciò che essa per
natura deve essere: essa è la scienza, la conoscenza.
Non la bellezza,
né la forza, la ricchezza, la fama e altro di simile danno la felicità,
esse portano alla rovina (dai Memorabili di Senofonte).
In realtà Socrate
non eliminerà del tutto queste cose, sarà Platone a fare il passo
decisivo. Ciò che è decisivo in Socrate è che i valori del corpo siano
sottomessi a quelli dell'anima, l'anima, con la sua conoscenza, ne deve
fare un buon uso (Eutidemo 281d-e). È importare notare che in Socrate,
allora, non vi è ancora la contrapposizione tra corpo e anima che sarà
poi di Platone.
I paradossi dell'etica socratica
La virtù della
scienza riassumeva in Socrate ciò che erano la sapienza, la giustizia,
la saggezza, la temperanza, la fortezza etc. nel senso che chi sa il
vero è anche immancabilmente giusto, temperante, forte etc.
Intellettualismo
socratico: la virtù è scienza, chi pecca non pecca volontariamente, ma
pecca per ignoranza. Quando infatti uno conosce il bene e il vero, è
irrimediabilmente attratto da esso. Se il malvagio conoscesse il bene
certamente lo realizzerebbe perché solo il bene rende felici.
Questa posizione è
coerente con il fatto che l'uomo è essenzialmente anima intelligente,
perciò non esistono peccati, ma solo errori.
Socrate non
considera la dimensione volontaristica e a-razionale dell'uomo, egli
mette le cose al vaglio della ragione e perciò si distacca dalla
tradizione comune, dalle convinzioni e abitudini della società greca del
tempo: virtù non è più adeguarsi ad esse.
Dunque per Socrate
la conoscenza del bene è condizione sufficiente, non solo necessaria per
comportarsi in maniera virtuosa, egli non considera la possibilità di
una volontà che pur vedendo il bene si rifiuti di farlo, una volontà
debole che pecca. Questo non voler considerare il dato della volontà
valse a seguito di l'accusa di intellettualismo. Ma questo è dovuto al
fatto che Socrate ha una visione unitaria dell'animo umano, una visione
"parmenidea" di un tutto che non distingue tra intelletto e volontà
nell'anima. Per questa distinzione dovremo aspettare Platone, che oltre
al razionale vede nell'anima anche l'irrazionale e il concupiscibile.
Per i greci, inoltre, la colpa ha sempre una dimensione intellettuale,
manca un vero e proprio concetto di peccato che sarà introdotto solo con
il cristianesimo.
Se la prima virtù
è la scienza, la seconda è l'autodominio (enkràteia) che significa il
comando della parte razionale dell'uomo su quella somatica, è il dominio
sulla propria animalità (è un dominio della ragione, da non confondere
con il dominio della volontà). L'uomo senza il dominio di sé è come il
caradrio, l'uccello voracissimo e mai sazio (Gorgia 494b). Il
dominio coincide con la libertà (eleutherìa), la libertà del saggio, la
libertà dalle passioni, è la ragione che riesce ad imporsi (non è da
intendersi come libero arbitrio). Così appare per la prima volta un
concetto di libertà staccato dalla dimensione politico-giuridica.
Una terza virtù è
l'autarchia, che indica l'autosufficienza della ragione umana: il saggio
non dipende da nessuno, non dipende dagli impulsi fisici, dalle cose,
dalla società etc. Questo dominio (libertà e autonomia) porta
all'autentica felicità che solo il saggio conosce.
La felicità non
dipende dal piacere, ma se il piacere è sottomesso alla enkràteia,
allora è una cosa buona.
La morale di
Socrate è una morale autonoma, non dipende che da sé, non dipende dal
demone, non ha fino escatologici. Perciò la felicità è possibile già qui
sulla terra. Essa è stata anche giudicata una morale utilitaristica, ma
non nel senso dell'egoismo, dell'edonismo, in quanto per Socrate l'utile
è sempre l'utile dell'anima e la felicità da raggiungere non è quella
dei sensi che è felicità falsa, ma quella dell'anima.
Socrate collega al
valore morale anche la vera amicizia, l'amico è l'uomo virtuoso, che
basta a se stesso, che domina se stesso. Solo i buoni possono così
essere amici, perciò anche l'amicizia si fonda sull'anima e sulla virtù.
Socrate non amò la
politica, il demone gliela aveva anche vietata, non amò né i democratici
né gli oligarchici, criticando tutti. Pur tuttavia il suo era un
insegnamento politico, cioè per il bene della polis di Atene.
Egli voleva formare uomini, questi poi avrebbero dovuto condurre la
città in modo adeguato. Il buon politico deve prendersi cura delle anime
degli uomini (Gorgia 504d,ss.).
L'agire di Socrate
ad Atene fu davvero rivoluzionario, ma la sua fu una rivoluzione non
violenta basata sull'arma della persuasione.
2. LA TEOLOGIA
SOCRATICA E IL SUO SIGNIFICATO
la posizione di socrate nei confronti del problema teologico
Socrate rifiutava
gli dei di Atene, ma non era ateo (casomai era eretico), nei greci
infatti va distinto il concetto di divino da quello di Dio. Socrate non
accettava le singole divinità, ma accettava il divino, perciò non era
ateo. Socrate rifiutava gli dei per il loro comportamento immorale,
troppo antropomorfico, troppo "corporeo".
Così Socrate
parlava di Dio, ma solo ad un livello intuitivo, egli, infatti, aveva
scartato la filosofia della natura (per la quale il divino era il
principio) e non aveva ancora categorie sufficienti per fondare
teoreticamente la questione di Dio. Comunque per i filosofi greci era
possibile pensare il divino come un qualcosa di unitario (ma non ancora
monoteistico) il cui manifestarsi poteva essere molteplice (magari in
reazione al politeismo della religione popolare). Così per esempio si
poteva anche pensare ad un Dio, ma poi divinizzavano le varie forze
naturali operanti nel mondo. Una visione monoteista si ha solo pensando
un Dio al di sopra del mondo, cosa che il greco non seppe mai fare,
mancando il concetto di persona adeguato.
Eppure per Socrate
se c'è un mondo organizzato, armonico, finalizzato, indirizzabile
moralmente, vi deve essere un organizzatore intelligente. Perciò Dio è
l'intelligenza finalizzatrice provvidente, ordinatrice (non nel senso
cristiano), ma non tanto nel senso fisico, quanto in quello morale.
Dio come Intelligenza finalizzatrice e come Provvidenza
Fonte sono qui i
Memorabili di Senofonte.
Ciò che ha un fine
postula un'intelligenza che lo ha prodotto, nell'uomo, per esempio,
tutti gli uomini hanno un fine, ed essendo l'uomo l'essere più perfetto,
ne consegue che l'Intelligenza, l'artefice divino, ha una predilezione
per esso.
Per Socrate vi è
un collegamento tra l'intelligenza divina e la psychè dell'uomo,
Dio ha messo nell'uomo l'anima meravigliosa.
Prima di Socrate
una concezione teleologica dell'universo era stata ipotizzata sol oda
Diogene Apollonio restando però nell'ambito fisico (l'intelligenza
ordinatrice che tutto governa era l'aria). In Socrate questo aspetto non
c'è, Dio è l'intelligenza, anche se Socrate non fu mai in grado di dire
cosa essa sia, il suo statuto ontologico.
Manca comunque un
concetto di salvezza, perché l'uomo si salva da sé.
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