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LETTURE 4
LA SPOSA
Per i Greci il vincolo matrimoniale non
poteva sussistere se non con la continuata
convivenza dei coniugi, cessando la quale il
matrimonio era sciolto. È attestata la
possibilità che da un giorno all'altro una
donna, legittima moglie di un marito,
divenisse la legittima moglie di un altro
marito. La cessazione della convivenza, e
per conseguenza del matrimonio, poteva
avvenire in tre modi: 1) se la moglie si
allontanava dalla casa del marito con
l'intenzione di non tornarci più; 2) se il
marito rimandava la moglie a casa sua; 3) se
il padre della moglie, o altri, a ciò
autorizzato dalla legge, avesse obbligato la
moglie a separarsi dall'attuale marito.
Il far delle nozze un avvenimento familiare,
celebrato con grande pubblicità e con quel
che di coreografico hanno dovunque le nozze,
era uso che, oltre a essere consacrato da
una lunga tradizione, rispondeva alla
esigenza di render notorio che il padre
della sposa era d'accordo con lo sposo nel
volere il matrimonio, il che lasciava
supporre l'avvenuta egguhsiV,
anche a chi non vi avesse assistito. Non vi
erano infatti né in Atene né in altra città
della Grecia regolari uffici di stato civile
e, se il matrimonio non fosse stato
celebrato con la maggiore pubblicità, la
legittimità di una unione poteva sempre
essere contestata, come talvolta in Atene
era realmente avvenuto.
Per la celebrazione delle nozze si aveva
cura di scegliere un giorno che fosse
fausto: per Esiodo il giorno migliore per
sposarsi è il quarto del mese. Quanto alla
stagione, sembrava che la più adatta fosse
l'inverno, per cui il mese più freddo dell'anno,
corrispondente all'incirca al gennaio, era
chiamato in Atene il mese delle nozze. Della
cerimonia nuziale facevano parte alcuni riti
di carattere sacrale, i quali, pur non
essendo necessari alla validità del
matrimonio, servivano a render propizi gli
dèi tutori del vincolo coniugale. La più
importante tra le formalità che si
adempivano in quell'occasione era la
notificazione del matrimonio che i padri
degli sposi facevano alla propria fratria,
accompagnandola con un'offerta. Il giorno
precedente le nozze gli sposi facevano,
ciascuno nella propria casa, un bagno
purificatore con l'acqua di un fiume o di
una fonte prescritti dall'uso: la fonte
Calliroe in Atene, il fiume Ismeno in Tebe;
nella Troade, in età storica, la sposa
faceva un bagno nelle acque dello Scamandro,
pronunciando una formula augurale, che era
l'addio alla sua purezza di fanciulla...
Erano prescritti anche altri riti, detti
proteleia gamwn,
come i sacrifici che il padre della sposa
faceva alle due maggiori divinità
dell'Olimpo. La sposa assisteva al
sacrificio e bruciava sul fuoco dell'altare
la bile dell'animale immolato, perché, si
spiegava, il matrimonio dev'esser
senz'ira... In Atene vi era l'uso di
condurre la sposa, prima delle nozze, al
tempio della dea Atena. Altro uso, diffuso
ovunque, era che essa dedicasse a una
divinità le sue chiome e i balocchi della
sua infanzia.
Il giorno delle nozze tutta la famiglia era
mobilitata, non solo nella casa della sposa,
dove aveva luogo il banchetto più solenne,
ma anche nella casa dello sposo, che pure
offriva un banchetto invitandovi parenti e
amici. I cuochi... erano presi a nolo per
quel giorno e si facevano venire, coi loro
inservienti e coi loro utensili, dall'agorà.
Corone di fiori, appese sulla porta e un po'
dappertutto nella casa della sposa,
indicavano ai passanti che quella casa era
in festa. Intanto la sposa veniva preparata
con ogni cura... L'incontro con lo sposo
avveniva nella casa paterna di lei, e subito
dopo aveva luogo il sontuoso banchetto
nuziale, nel quale era di rito offrire la
focaccia col sesamo, simbolo di fecondità.
Le donne invitate ad assistere alla
cerimonia vi prendevano parte stando davanti
a tavole separate, e la sposa era con loro.
Venuta la sera e terminato il banchetto, lo
sposo conduceva la sposa nella propria casa.
Si formava allora il corteo, alla testa del
quale avanzava il carro nuziale tirato da
muli e da buoi o anche, talvolta, da
cavalli: la sposa sedeva fra lo sposo e il
più vicino dei parenti, o un amico di casa,
detto «paraninfo». Se però lo sposo aveva
già avuto moglie, in luogo di lui sedeva
vicino alla sposa un suo rappresentante.
Scortavano il carro un mulattiere e la guida
del corteo; seguivano i parenti e
gl'invitati. Il corteo procedeva a suon di
flauto, e durante il percorso venivano
agitate delle fiaccole che le madri dei due
sposi avevano acceso. Faceva ala un popolo
festante, dicendo parole di buon augurio per
gli sposi... Se la famiglia della sposa non
poteva permettersi le spese del carro, gli
sposi e il paraninfo andavano a piedi... In
questo caso il paraninfo, invece che parocoV
(che in greco significa «quello che
accompagna sul cocchio»), era detto
camaipouV
(«quello che va a piedi»). Pedestre sarà
stato il corteo, anche quando gli sposi
abitavano in case contigue o vicinissime.
Entrata in casa, la prima cosa che la donna
faceva era il mangiare una mela cotogna:
questo era almeno l'uso prescritto ad Atene
dalla saggezza di Solone. Dopo di che, la
madre dello sposo conduceva la sposa nella
camera da letto, e una volta entrato anche
il marito, li lasciavano soli...
U.E.
paoli, La donna greca nell'antichità,
2' ediz., Le Monnier, Firenze, 1955
Il pensiero
politico greco
Un primo
problema deriva dalla necessità di usare
termini attuali per descrivere ed
interpretare tale concetto, con il rischio
di " modernizzare" quanto è oggetto di esame
e, quindi, di non esprimere esattamente il
relativo significato, attribuendone ad esso
uno attuale. Un’altra difficoltà è quella
connessa con l’esigenza di riuscire a
cogliere l’ampiezza del contenuto e del
significato di un concetto del passato,
oltre che di riuscire a descriverlo ed
esprimerlo, in tutta la sua portata, con
parole adeguate.
Tali problemi
e difficoltà emergono in misura notevole e,
in particolare, quando si esamina il termine
di democrazia, parola ampiamente presente
nel linguaggio politico moderno il cui
significato e portata sono, però, del tutto
diversi da quelli ad essa attribuiti nel
periodo della democrazia greca.
Nella Grecia
del quinto e del quarto secolo,demokratia è
una parola polemica e di "lotta" che esprime
il carattere aggressivo di questa forma di
governo che viene intesa come kràtos, cioè
come dominio esclusivo ed anche violento di
una parte (il popolo) sull’altra, sui propri
avversari. Il significato attuale ha perso
completamente ogni connotazione di tale
genere ed esprime valori del tutto assenti
dalla nozione greca ed, anzi, opposti ad
essa.
Oggi con la
parola democrazia, si intende far
riferimento ad un sistema politico
caratterizzato dalla tolleranza e cioè da
una situazione in cui posizioni differenti
si scontrano, ma senza violenza e
prevaricazione e con reciproca accettazione.
Sarebbe quindi errato, allorché si intende
indicare la nozione greca di democrazia, il
far riferimento al significato attualmente
attribuito a tale espressione.L'antropologo
Gernet, cercando di esprimere una
connotazione sommaria della democrazia
greca, evidenzia come, con riferimento alle
nostre concezioni politiche, essa dovrebbe
considerarsi una oligarchia, cioè una
situazione di dominio e concentrazione di
potere di una parte sull’altra, tanto che si
deve ritenere che fossero più democratiche
le città con il maggior numero di schiavi e
cioè le città nelle quali vi era maggiore
disparità tra il mondo dei liberi e il mondo
degli schiavi: ciò perché, appunto, il
carattere essenziale della democrazia era
quello di appropriazione e di dominio
esercitato dal popolo, tanto da poter
affermare che "i diritti dell’uomo non sono
propriamente a cuore alla democrazia".
Mentre nel
quinto secolo la democrazia era innanzitutto
"politica" e cioè si esplicava
essenzialmente sul piano politico e non solo
sul piano economico (ogni cittadino di ceto
popolare aveva rilievo in quanto tale e la
sua posizione non era contrapposta e di
rivendicazione nei confronti di chi
possedeva la ricchezza in quanto, appunto,
possidente), nel quarto secolo emerse la
contrapposizione tra il ceto popolare, in
quanto privo di ricchezze e il ceto di chi
aveva le proprietà e la ricchezza. Ciò tra
l’altro è deducibile da parecchie orazioni
di Demostene nelle quali si evidenzia la
necessità di cessare i processi volti a
colpire i ricchi e l’esigenza di un patto
sociale attraverso il quale si garantiscano
sovvenzioni pubbliche al popolo.
Nella seconda
metà del quarto secolo la democrazia , oltre
a colpire sul terreno dell’economia diviene
"totalizzante" poiché coinvolge tutte le
attività del cittadino che esercita il suo
kràtos sia come uomo politico che come
giudice e, comunque, in modo molto ampio
addirittura utilizzando un’azione di censura
e di intervento nell’elaborazione artistica,
determinando ciò che i comici devono dire ed
esprimere. Va evidenziato che non esiste una
teoria della democrazia greca elaborata da
chi sosteneva tale istituto e che le uniche
teorie in proposito possono essere ricavate
da ciò che ne hanno detto i suoi avversari.
Di fondamentale rilevanza è l’opera di
Tucidide dalla quale, in sostanza, emerge la
sussistenza di un nesso contemporaneamente
di identità e di contraddizione tra libertà
e democrazia
. Nell’epitafio di Pericle, riportato da
Tucidide
, il concetto di democrazia appare essere in
antitesi con quello di libertà perché la
democrazia si manifesta come la negazione
della libertà di chiamare a far parte del
demo.
Tucidide, al
contrario, identifica il regime democratico
con il concetto di libertà quando, parlando
del colpo di stato del 411 ad Atene, afferma
che, in tale occasione, fu tolta al popolo
la libertà conquistata cento anni prima con
la cacciata dei tiranni. Da questi due
contrastanti idee di democrazia ne derivano
altre due ugualmente opposte l’una
all’altra: da un lato, da parte di chi
identifica la democrazia con la libertà, vi
è la coincidenza di oligarchia e tirannide,
mentre, dall’altro lato chi ritiene che la
democrazia sia kràtos, cioè dominio
oppressivo ed esclusivo del popolo in
contrapposizione alla libertà e alla
uguaglianza, identifica la stessa democrazia
con la tirannide intesa come dominio del
popolo ai danni degli oligarchi e cioè dei
possidenti e di coloro che vorrebbero un
regime di libertà e di uguaglianza in cui
sia premiata la competenza e la qualità
piuttosto che la violenza.
Il pensiero
politico greco tenta di superare questo
contrasto nella concezione di democrazia,
introducendo un concetto correttivo valido
per ciascuna forma costituzionale,
prevedendo una forma buona ed una cattiva
per ognuna di esse e, quindi, una buona ed
una cattiva democrazia, un buona ed una
cattiva oligarchia, una buona ed una attiva
monarchia (tirannide). Ciò significa che
ogni forma costituzionale presenta delle
possibilità positive e delle possibilità
negative che permettono di esprimere, in
ogni situazione particolare, valutazione
positiva o negativa a seconda che prevalgano
le une o le altre. Questa elaborazione del
pensiero greco è teorizzata esplicitamente
da Aristotele che, addirittura, usa due
termini diversi per indicare le due
possibilità nell’ambito della democrazia,
politeia per individuare quella buona e
demokratìa per la cattiva, identificando la
politeia con un regime in cui un consistente
ceto medio attenua i conflitti di classe con
un regime di scontro di classi e di
prevalenza ed affermazione del kràtos del
popolo. Quest’ultima situazione si realizza
soprattutto nel quarto secolo ed è
caratterizzata dal costante scontro,
soprattutto sulla ricchezza connessa con
l’iniziativa del popolo volta
all’appropriazione di essa. La politeia per
Aristotele è una forma ideale di
costituzione mista, in cui convivono in
armonia un po’ di monarchia, un po’ di
oligarchia e un po’ di democrazia.
Inoltre va
evidenziato il limite preciso della
riflessione politica greca, costituito dal
fatto che essa non ha approfondito a
sufficienza e risolto il problema
fondamentale sulla natura del regime che si
instaura quando il demo esercita il kràtos
:questo è un regime di democrazia e di
libertà o di oligarchia e tirannide?
Esemplare è il colloquio tra il giovane
Alcibiade ed il vecchio Pericle. Pericle,
che non esita ad affermare che è legge
valida sia quella proposta dal tiranno sia
quella proposta dagli oligarchi se trova il
consenso degli altri membri della compagine
sociale e che non è legge quella imposta con
la violenza, evita di pronunciarsi in ugual
modo quando Alcibiade gli chiede se sia
legge valida quella imposta dal demo con la
violenza.
La democrazia
ateniese caratterizzata dall’esercizio del
kràtos e, quindi, anche dalla legge imposta
dal demo senza il consenso generale, è stata
effetto di varie critiche. In particolare i
sofisti hanno evidenziato la
contrapposizione tra la legge così imposta e
la natura, poiché quella è spesso in
contrasto con i principi fondamentali della
natura. Per natura tutti gli uomini sono
uguali e devono essere trattati allo stesso
modo: la legge, al contrario, introduce
spesso situazioni di disuguaglianza e di
prevaricazione, ad esempio prevedendo
categorie di uomini liberi e di uomini
schiavi in contrasto con l’uguaglianza
naturale. Questa teoria è, evidentemente,
critica verso il regime democratico di
Atene, che è fondato proprio sulla
disuguaglianza e sulla prevaricazione di chi
fa parte del demo nei confronti di chi ne è
escluso.
LA MEDICINA
Fino dai tempi più
antichi troviamo in Grecia la medicina
esercitata come professione speciale. Omero
ricorda nell'Iliade, II 732, come
valorosi medici Macaone e Podalirio, figli
di Asclepio (Esculapio), principe di Itome
in Tessaglia, e valentissimo medico, che
aveva appreso l'arte da Chirone. I medici
erano annoverati tra' professionisti,
che esercitavano l'arte loro per
trarne guadagno. Ma poiché le malattie, e le
malattie contagiose o epidemiche soprattutto
che menavano strage nella città e
nell'intero paese, erano considerate come
punizioni e flagelli mandati dagli Dei, così
agli Dei si chiedevano pure i suggerimenti e
i rimedi per la guarigione. In tal modo
l'ufficio del medico venne in parte a
confondersi con quello del sacerdote, e le
cure furono fatte più col mezzo di
preghiere, sacrifizi e scongiuri che non con
rimedi terapeutici. S'innalzarono templi
agli Dei salutari, principalmente ad
Asclepio divinizzato. Presso il tempio
sorsero edifizi appositi per accogliervi e
curarvi gli ammalati, detti 'Asclepiei',
specie di case di cura. Quivi le pratiche
igieniche e terapeutiche s'intrecciavano in
modo strano con le superstizioni religiose,
e un rituale simbolico minuzioso, più che
una razionale applicazione de' rimedi
regolava la cura. Bagni, diete e digiuni
rigorosi, frizioni e unzioni con sostanze
oleose davano principio a questa; seguivano
preghiere e sacrifizi nell'interno del
tempio al Dio. Vittime preferite erano il
montone, il gallo, la gallina. Si faceva in
modo che o per semplice suggestione o per
esaurimento di forze, o per altri mezzi,
artifizi e incantesimi, a noi ignoti,
l'ammalato cadesse in una specie di sonno
ipnotico. I sogni, che durante esso egli
faceva e che raccontava poi ai sacerdoti,
venivano da questi raccolti e interpretati a
modo loro. In tale interpretazione era anche
suggerita la cura che avrebbe dovuto rendere
la salute all'infermo. La cura per lo più
consisteva in purgativi d'ogni specie,
abbondanti salassi, fregagioni e bagni, non
certo privi del tutto di efficacia
terapeutica. Come per gli oracoli, così per
queste case di cura semireligiosa o ieratica
riesce a noi impossibile distinguere quanto
vi avesse di buona fede e quanto di
ciurmeria nei sacerdoti-medici di Asclepio.
Certo è che gli ammalati accorrevano sempre
in gran numero e che rinomati Asclepiei
v'erano in ogni parte di Grecia: a Epidauro,
a Pergamo, a Sicione, nella Tessaglia
soprattutto, e lauti guadagni si ritraevano
dalle cure. Oltre ai sacrifizi, le persone
agiate che ne partivano guarite lasciavano
ricchi doni e voti preziosi al tempio, e
generosi compensi ai sacerdoti. Alle colonne
e alle pareti del tempio erano appese
tavolette votive, che ricordassero con
iscrizioni e con figure dipinte le
guarigioni ottenute miracolosamente per
benefizio del Dio; in luogo delle tavolette
si ponevano talvolta figurine in creta, in
legno, in metallo, che riproducessero in
piccolo mani, braccia, piedi, gambe o altre
parti del corpo, a perpetuo ricordo delle
lesioni e malattie guarite. Né a questa
specie di medicina ieratica fon-data sugli
incantesimi, sulle suggestioni religiose,
sulla fede cieca in un aiuto
soprannaturale, miracoloso ricorrevano
solamente le persone superstiziose;
possiamo dire che fosse questa la medicina
dei più. Tuttavia accanto ad essa continuava
a svolgersi, a crescere e progredire anche
la vera arte medica
o scienza come noi diciamo. Questa,
approfittando anche del ricco materiale di
osservazioni e di fatti raccolto nei tempi
di Asclepio e sceverando in esso ciò che era
frutto di sicura esperienza da ciò che era
crassa e ignorante superstizione, riuscì a
creare una disciplina terapeutica razionale
e positiva degna veramente del nome di
scienza, e una classe di medici meritevole
di ogni considerazione e fiducia. Ippocrate
di Cos (circa il 470 a.C.), che apparteneva
appunto a una famiglia sacerdotale dedicata
al culto di Asclepio, fu il primo che
compose trattati teorici di scienza medica,
e fu il fondatore di una scuola che fiorì a
lungo e godette, meritatamente, d'un
grandissimo credito in tutta la Grecia.
Medici ve n'erano di
pubblici, o come noi diremmo governativi,
e di privati,
che prestavano l'opera loro solamente
a singole famiglie, ricche o principesche.
La medicina e la chirurgia erano esercitate
dallo stesso medico. Di più egli di solito
preparava da sé e vendeva i propri
medicinali; e molti di essi avevano anche
loro proprie case di salute, ove davano
consulti e accoglievano in cura gli
ammalati. In queste case v'erano e farmacie
e bagni e tutto quanto occorresse per
raggiungere meglio lo scopo per cui erano
state fondate.
Non era punto
sconosciuta agli antichi Greci l'efficacia
salutare delle acque termali, salse,
solforose, ferruginose, medicinali in
generale. Stabilimenti di bagni e luoghi ove
si bevevano acque curative ve n'erano in
parecchie regioni del paese.
Non mancavano
nell'antica Grecia, v'erano anzi numerosi i
ciarlatani di mestiere, i ciurmadori, le
fattucchiere, e simil sorta di gente, che
esercitavano abusivamente l'arte medica,
facendo a fidanza con la cieca credulità
della moltitudine, e gettando il discredito
sulla scienza vera e seria.
V.
inama, Antichità greche pubbliche,
sacre e private, 3a ed., 1924 -
ristampa anastatica autorizzata dall'editore
nel 1976
LA POLIS
GRECA
La Grecia
micenea o achea dei secoli XVI-XII a.C.
viene comunemente equiparata alle formazioni
statali dispotiche d'Oriente, ad essa coeve
(Assiria, Babilonia, Egitto, il regno
Hittita). Molti tratti, in effetti, sono
comuni: un forte potere monarchico, grande
proprietario terriere, supportato
dall'esercito e da funzionari statali; vasti
territori soggetti a sfruttamento, sotto il
controllo universale di una contabilità
burocratica, ecc.
Tuttavia,
nella società greca più antica vi erano
anche delle caratteristiche non
riscontrabili in alcuna società orientale.
Si pensi, ad es., al rapporto tra Micene
(principale capitale del mondo acheo) e le
altre città minori, ovvero il suo re (simile
all'Agamennone dell'Iliade) e i principi di
rango inferiore (come i vari Menelao,
Ulisse, Achille...).
In Oriente
esisteva una grande differenza fra i
monarchi veri e propri, che si consideravano
alla stregua di "fratelli", e gli altri
potentati, giudicati dei vassalli o "figli"
del re. Quest'ultimi dovevano al loro
"padre" la subordinazione politica, il
tributo economico, l'aiuto militare e la
collaborazione diplomatica.
Certo, anche
i re micenei avevano una grande autorità.
Basti pensare che Micene e Tirinto (altra
residenza reale) erano le due uniche città
fortificate da cinte imponenti, mentre le
altre città ne erano quasi prive, a
testimonianza della loro inferiorità.
Inoltre lo stile miceneo dominava le arti e
i mestieri di tutta la Grecia.
Nondimeno
l'autorità sovrana dei micenei era fondata
più sulla leadership morale che non sul
dominio economico o sulla forza militare.
Nessun tributo venne mai pagato a Micene da
altre città. Tra i documenti ritrovati a
Pylos, vi è una lettera del XIII sec. a.C.
che il re hittita aveva scritto, con tutta
la deferenza possibile, al re della Grecia
achea, per chiedergli l'estradizione di un
vassallo ribelle. Ebbene, il re acheo -come
si evince dal documento- mostrava di non
avere il potere di obbligare i propri
sudditi, presso i quali il fuggiasco s'era
rifugiato, a estradarlo. Egli al massimo
poteva raccomandarli di consegnarlo, ma non
forzarli, come invece si aspettava il re
hittita.
Questo
rispetto della dignità dell'individuo, del
suo libero arbitrio, benché riguardi ancora
una ristretta cerchia di aristocratici,
costituirà più tardi una caratteristica
fondamentale della struttura
politico-sociale della polis. In fondo
l'universo dell'Iliade, che rispecchiava la
tradizione micenea, era dominato da una
sorta di "cultura cavalleresca", del tutto
estranea al centralismo assolutistico.
La polis era
un tipo di organizzazione socio-politica
formatasi nella Grecia e nella Roma antiche.
Essa si fondava sulla sovranità economica e
politica della comunità dei proprietari e
dei liberi produttori, cittadini appunto
della polis, e la sua organizzazione si
estendeva all'intero territorio. Tale
sovranità implicava, per ogni cittadino, la
possibilità (e spesso anche l'obbligo) di
partecipare, con l'uso del voto nelle
assemblee popolari, alle delibere
riguardanti le questioni politiche vitali
della città. La polis costituiva l'unità
organica della struttura politica e della
società civile. Essa contribuiva allo
sviluppo del patriottismo, del sentimento di
uguaglianza fra tutti i cittadini e al
rispetto consapevole delle leggi fissate,
normalmente, da una Costituzione scritta.
La monarchia
micenea avrebbe anche potuto trasformarsi in
un dispotismo assoluto. Ciò non avvenne
anche per una ragione molto concreta: una
potente ondata migratoria dal nord s'abbatté
sulla Grecia achea nei secoli XIII-XI a.C. I
possedimenti reali furono suddivisi tra gli
immigrati, ovvero tra le comunità d'invasori
e, all'interno di queste, tra i membri la
cui proprietà privata della terra stava per
diventare la base del nuovo sviluppo
economico della Grecia.
Col passare
del tempo, nella misura in cui cresceva il
progresso economico e la stabilità politica,
le comunità rurali si allearono, dando vita
a delle formazioni che prefiguravano la
polis ("protopolis") e che si ponevano come
garanti della proprietà dei loro membri. La
comunità dei proprietari liberi costituiva
una sorta di embrione della futura società
civile.
L'ideologia
dei liberi proprietari, abitanti della
"protopolis", trovò la sua migliore
espressione nel poema di Esiodo, Le opere e
i giorni (sec. VIII-VII a.C.). Già da tempo
gli studiosi hanno rilevato lo spirito
"borghese" della morale di Esiodo, la cui
"protopolis" rappresenta una società
debolmente stratificata, ove si distingue un
ceto elevato che vanta sì origini
aristocratiche, ma che, nel contempo, resta
aperto a ogni proprietario agiato.
La principale
massima morale è "Lavora e avrai successo".
Nella "protopolis" il lavoro è non solo una
via verso il benessere e la reputazione
sociale, ma anche una sorta di dovere
religioso, una forma di espiazione
dell'antico peccato di Prometeo, imposta
dagli dèi, che amano i lavoratori e odiano i
fannulloni. Il lavoro apprezzato dagli dèi è
una convinzione che prefigura, se vogliamo,
quella "etica protestante" il cui ruolo
nella formazione del capitalismo è stato ben
sottolineato da Max Weber.
La
"protopolis" si trasformò in polis classica
nei secolo VII-VI a.C., quando in Grecia le
varie comunità dei liberi proprietari
stabilirono formalmente, attraverso delle
Costituzioni scritte, la sovranità sui loro
rispettivi territori e introdussero
l'uguaglianza dei cittadini davanti alla
legge. Fu così che, per la prima volta, la
società civile apparve sulla scena storica,
in una forma praticamente identica alla
struttura politica.
Nella
stragrande maggioranza delle società antiche
il potere militare e amministrativo dominava
la proprietà, cioè la controllava e la
distribuiva. Nella polis invece il potere
veniva esercitato dalla comunità dei
proprietari cittadini ed essa era chiamata
ad esprimere direttamente la loro volontà.
La seconda
componente aristocratica della polis,
correlata alla morale di Esiodo, era
l'atmosfera di competizione che vi regnava,
cioè l'aspirazione dell'individuo,
socialmente incoraggiato, alla gloria, alla
notorietà, guadagnata anche in campi
estranei alla politica e alla produzione
materiale (come le gare atletiche, l'arte,
la scienza). Lo stile di vita era agonistico
e l'individuo cercava di affermarsi in una
competizione tra uguali.
All'epoca
della "protopolis" questo stile di vita si
traduceva nel desiderio di distinguersi
nella guerra, nella caccia, nei festini,
nella produzione di oggetti di lusso, nel
mecenatismo, nell'organizzazione delle
competizioni poetiche, nel finanziare
regolarmente i giochi olimpici, che erano
assai costosi. Gli aristocratici,
praticamente, emulavano lo stile di vita
miceneo, così vivacemente descritto da
Omero.
Nella misura
in cui la democratizzazione si estese a
tutti gli aspetti della vita cittadina,
l'ideale aristocratico di autoaffermazione
nella competizione guadagnò strati sociali
più vasti di cittadini liberi. Tutte le
capacità: fisiche, intellettuali,
artistiche, che potevano rendere celebri,
venivano sviluppate.
Così, mentre
la "borghesia" della polis seppe creare
l'unità della società politica e civile,
l'aristocrazia invece seppe aggiungere a
questa sintesi l'ideale dell'individuo
libero, che non pensa solo a "lavorare" ma
anche a "competere per diventare famoso".
La sovranità
economica della polis era sempre considerata
come una garanzia della proprietà privata
dei suoi cittadini, anzitutto della loro
proprietà fondiaria, benché in numerose
polis si siano sviluppate efficacemente
anche l'artigianato e il commercio.
Se la
proprietà fondiaria e la cittadinanza
procedevano parallelamente, l'artigianato e
il commercio erano spesso praticati, nella
polis, da lavoratori non-cittadini, come ad
es. i coloni di altre polis e, più tardi, i
liberti. Come nel caso della plebe romana,
esisteva uno strato sociale assai vasto di
persone che, pur non fruendo dei diritti
civili, giocava un ruolo considerevole nella
vita economica della città, lottando, spesso
con successo, per l'uguaglianza.
Per l'uomo
dell'antichità classica gli schiavi, così
come i meteci (persone prive di
cittadinanza), erano visti come "strumenti"
o "circostanze" che servivano al benessere
della polis. L'impiego degli stranieri
schiavizzati divenne un fenomeno di massa in
seguito alla vasta applicazione
dell'iniziativa libera nella produzione
mercantile. Nell'antichità gli schiavi
avevano la stessa funzione della macchina
nell'epoca industriale.
Non per
questo dobbiamo considerare gli antichi
greci e romani come anzitutto degli
"schiavisti". L'abitante della polis era
prima di tutto un libero proprietario in
emulazione coi suoi pari, che partecipava
direttamente alla realizzazione della
volontà politica del suo Stato.
Il fenomeno
dello schiavismo è parte integrante d'un
fenomeno più generale: l'autarchia, il
separatismo civile della polis, che nega ai
non-cittadini ogni diritto sul proprio
territorio e che impone dei limiti alla
crescita della stessa polis. Da un lato,
quindi, s'impongono rigidi e assurdi
controlli sul numero effettivo della
popolazione; dall'altro sorgono
interminabili e spesso disastrosi conflitti
egemonici tra le polis.
La cosiddetta
"democrazia dei piccoli spazi", se
assolutizzata, restringe le possibilità
evolutive del sistema, trasformando i
rapporti tra le polis in una guerra
interminabile di tutti contro tutti.
La Roma
antica cercò di superare questa
contraddizione, sostituendo progressivamente
alla polis greca la costruzione dell'impero,
che, dapprima in forme repubblicane, si pose
come obiettivo quello di creare una
"cosmopolis universale". Il cosmopolitismo,
come teoria filosofica, era nato nella
Grecia antica, ma solo nell'impero romano
trovò la sua adeguata espressione politica.
Una gigantesca potenza polietnica appariva
come un'unica città. Con l'editto di
Caracalla (212 d.C.) tutti gli abitanti
dell'Impero acquisivano lo status legale di
cittadini liberi. Nel contempo l'Impero
cercava di trasformare gli schiavi in coloni
locatari, interessandoli ai risultati del
loro lavoro.
Purtroppo,
riducendo la polis a livello di "municipi",
e subordinandole alle strutture burocratiche
indipendenti dalla volontà dei cittadini,
l'Impero aveva creato, col tempo, una
frattura tra il sistema politica e la
società civile. L'importanza politica di un
cittadino era stata ridotta al minimo: il
potere centrale poteva facilmente disporre
di lui e della sua proprietà. L'Impero,
divenuto dispotico, si avvicinava così ai
modelli delle monarchie orientali.
IL LAVORO
II lavoro nell'antichità non aveva il valore
morale che gli è stato attribuito da venti
secoli di cristianesimo e dalla nascita del
movimento operaio. Il disprezzo per il
lavoro manuale è apparso a molti come
contropartita della schiavitù e, nel
contempo, causa del ristagno delle
tecniche. Dell'esistenza di questo disprezzo
si potrebbero dare molteplici prove. Nella
Politica Aristotele esalta il fatto
che i cittadini abbiano tutto il tempo
libero «per far nascere la virtù nella loro
anima e perché possano adempiere i loro
doveri civici». È la stessa nozione
dell'otium cum dignitate che appare come
l'ideale di vita degli scrittori romani alla
fine della Repubblica e all'inizio
dell'Impero. Ciò significa affermare anche
che il lavoro è un ostacolo a questo tipo di
vita e, quindi, una degradazione. Senofonte,
facendo parlare Socrate nell'Economico,
mette sulla sua bocca parole che non
lasciano possibilità di equivoco:
«...I mestieri che vengon chiamati
artigianali (banausici) sono
screditati ed è del tutto naturale che nelle
città siano tenuti in grande disprezzo.
Rovinano il corpo degli operai che li
esercitano e di quelli che li dirigono,
obbligandoli a una vita sedentaria, seduti
all'ombra dei laboratori, talora persine a
passare tutta la giornata di fronte al
fuoco. Poiché, in tal modo, i corpi si fanno
più molli e deboli, anche le anime diventano
più fiacche. Soprattutto, questi mestieri di
artigiano non lasciano alcun tempo libero
per occuparsi degli amici e della città; e
così costoro paiono ben misere relazioni per
gli amici e ben miseri difensori per la
patria. Pertanto in alcune città,
soprattutto in quelle che passano per
guerriere, si arriva fino al punto di
proibire a tutti i cittadini di praticare i
mestieri artigianali».
Una simile professione di fede potrebbe
essere accostata all'epiteto di cui tre
secoli più tardi Cicerone, nel De
officiis (I, 42, 150), gratificò i
mestieri artigianali: sordidi. Per la
conclusione ci rifaremo a Isocrate; egli
scrive, nell’Areopagitico, che
occorre riservare i diritti politici
«...alle persone che possono avere tempo
libero e posseggono mezzi sufficienti per
vivere». Ciò suppone, come riscontro, che
tutti i mestieri manuali siano esercitati da
schiavi o da uomini liberi di condizione
inferiore. Ma... una situazione siffatta si
riscontrava solo a Sparta, dove il
cittadino, liberato da ogni preoccupazione
materiale grazie al lavoro dell'ilota, si
consacrava interamente alla guerra, mentre
il lavoro artigianale era appannaggio dei
perieci abitanti delle città. In tutte le
altre situazioni, nel mondo greco come
nell'Italia romana, fra i cittadini c'erano
contadini che coltivavano essi stessi la
terra, altri che vivevano di commercio o di
artigianato e Pericle proclamava che ad
Atene «i semplici artigiani potevano capire
sufficientemente le questioni politiche».
Non si può non pensare ai numerosi monumenti
funebri innalzati nel mondo romano,
specialmente in Italia e in Gallia, da
artigiani ricchi; si tratta di monumenti
ornati di bassorilievi che glorificano
l'attività manuale e il lavoro. Le
iscrizioni di Ercolano e di Pom-pei rivelano
l'esistenza di una borghesia municipale
composta di artigiani e di commercianti
agiati. A Roma stessa esisteva, alla fine
della Repubblica, una classe rispettata di
uomini d'affari e di artigiani che erano
tutt'altro che schiavi o schiavi
affrancati.
Il disprezzo per il lavoro manuale era
dunque solo appannaggio di una piccola
minoranza di intellettuali, imbevuti di
pregiudizi aristocratici? Il problema è, in
realtà, complesso e può esser affrontato
solo se viene considerato nella sua
evoluzione storica.
Prima di tutto sono necessarie due
osservazioni: in primo luogo, eccettuati
certi pensatori sistematici come Aristotele,
il lavoro della terra sfugge all'obbrobrio
che viene riversato in realtà solo sul
lavoro artigianale. «I migliori non
potrebbero vivere, se non ci fosse nessuno
che lavorasse la terra» scrive Senofonte
nell'Economico; e lo stesso Aristotele, che
sostiene l'ozio assoluto, dice nondimeno che
«...la classe migliore è quella degli
agricoltori ed è possibile stabilire una
democrazia ovunque il popolo viva
dell'agricoltura e della pastorizia». Lo
stesso spirito anima a Roma l'opera dei
riformatori agrari, che è concepibile solo
nel quadro di una rinascita morale e
politica della città; e, tre secoli dopo
Senofonte, Cicerone stesso gli fa eco quando
scrive: ...nihil est agricultura melius,
nihil uberius, nihil dulcius, nihil homine
libero dignius. La vita dei campi
fortifica il corpo e l'anima, l'amore della
terra è la componente essenziale del
patriottismo. D'altro canto gli uomini più
grandi non esitano a consacrare parte del
loro tempo ai possedimenti terrieri:
Senofonte evoca con compiacenza la cura con
cui Ciro il giovane si occupava del suo
«paradiso» di Sardi. Ma bisogna fare
un'altra osservazione: il lavoro manuale non
è, in sé, degradante. La migliore prova è
che gli eroi dell'epopea sono spesso
rappresentati nell'atto di dedicarsi a
un'attività pratica: Ulisse si costruisce la
nave, Penelope fila e tesse, Efesto, il dio
fabbro, vive costantemente nel barbaglio
rosso del suo fuoco. Infine, gli artisti,
artigiani ispirati dagli dèi, sono onorati e
ammirati. In realtà, per capire il disprezzo
con cui viene considerato il lavoro manuale,
bisogna tener conto di due situazioni: da
un lato il vincolo di dipendenza che il
lavoro crea, dall'altro i progressi
dell'economia servile... Non il lavoro in sé
produce il sentimento di disprezzo, ma il
legame di dipendenza che si forma fra
l'artigiano e colui che usa il prodotto da
lui fabbricato. Costruire la propria casa,
la propria imbarcazione, filare e tessere
le stoffe per gli abiti delle persone di
casa non ha nulla di disprezzabile; ma
lavorare per terzi, con un salario, sotto
qualsiasi forma, è degradante. È questo che
distingue la mentalità antica da una certa
mentalità moderna che volentieri porrebbe
l'artigiano indipendente al di sopra del
salariato: fra l'artigiano che vende egli
stesso i prodotti che ha fabbricato e
l'operaio che da la sua forza-lavoro per gli
antichi non c'era reale differenza. Entrambi
lavorano per soddisfare i bisogni altrui e
non i propri; dipendono da altri per la loro
sussistenza; pertanto non sono più liberi.
Forse è proprio questo che distingue
l'artigiano dal contadino: il secondo è
rimasto, più del primo, vicino all'ideale di
autarchia che era il fondamento essenziale
della libertà dell'uomo antico. C'è appena
bisogno di dire che nell'epoca classica, in
Grecia come a Roma, questo ideale di
autarchia ha da tempo fatto posto a un
sistema di scambi organizzati. Ma la
mentalità arcaica rimane e spiega non
solo il disprezzo per l'artigiano che soffre
nel fondo della fucina o sotto il sole
bruciante nei cantieri, ma, ciò che più ci
sorprende, il disprezzo appena dissimulato
per il mercante o per il ricco impresario
che vive del lavoro degli schiavi. Quando
nell'Atene del V secolo Aristofane
rimproverava ai «demagoghi» Cleone, Iperbole
o Cleofonte la loro professione «banausica»
esprimeva proprio questo stato d'animo
perché — non c'è bisogno di dirlo — i capi
del partito democratico non erano, essi
stessi, lavoratori manuali.
Tuttavia, anche se la sopravvivenza di una
mentalità arcaica spiega in parte
l'obbrobrio in cui erano tenute le attività
artigianali e mercantili, non lo spiega del
tutto: è vero che lo sviluppo della
schiavitù contribuì a rafforzare ancor più i
pregiudizi nei confronti del lavoro
manuale. Talora si parla, a torto, di
concorrenza fra lavoro libero e lavoro
servile: una simile concorrenza non aveva
senso, dal momento che non esisteva un
mercato libero del lavoro. In realtà, ogni
volta che ha potuto, l'uomo libero ha
scaricato sullo schiavo le attività
materiali. Sicuramente... lavoro libero e
lavoro servile hanno sempre coesistito. In
Grecia, nel periodo del maggiore sviluppo
dell'economia servile (V e IV secolo)
schiavi e uomini liberi lavoravano fianco a
fianco nei campi e sui cantieri delle
costruzioni pubbliche. L'economia del
latifondo non fece scomparire dall'Italia il
piccolo contadino libero cantato da
Virgilio. Ma si prese l'abitudine di
riservare agli schiavi i lavori più penosi,
in particolare quelli delle miniere; e dal
momento che il lavoro è sorte comune
dell'uomo libero e dello schiavo, c'è la
tendenza ad identificarli in una comune
riprovazione. È significativo il fatto che
le leggi contro l'ozio e la glorificazione
del lavoro manuale corrispondono sia ad
un'epoca in cui la schiavitù era allo stato
embrionale, sia al momento del declino
della schiavitù stessa, quando la rarità
della manodopera e il rialzo dei prezzi
resero importanza al lavoro libero e
individuale, creando le condizioni per lo
sviluppo di una ideologia antischiavista
e di una riabilitazione parziale del
lavoro.
Tuttavia è naturale che, per quanto limitato
nel tempo e affermato solo da una minoranza
di teorici e di pensatori legati al passato,
il disprezzo profondo di alcuni verso il
lavoro manuale avesse ripercussioni profonde
sulle stesse condizioni del lavoro.
Nell'antichità esistono corporazioni, ma non
hanno per finalità la difesa dei loro
aderenti. Le rivolte degli schiavi, quando
si verificano, non partono da
rivendicazioni precise, ma esprimono vaghe
aspirazioni egalitarie nel migliore dei
casi; il più delle volte sono soltanto
rivolte della miseria e della fame. Lo
sciopero è un fenomeno sconosciuto nel mondo
antico...
Tecniche ancora primitive che poco si
evolvono nel corso della storia
dell'antichità greco-romana; un quadro
politico-sociale che crea un sistema di
valori in cui il lavoro appare come servitù,
come un ostacolo al libero sviluppo di
quell'«animale politico» che è il cittadino
antico; condizioni oggettive, fra le quali
va messa in primo piano la realtà della
schiavitù e, anche, l'asservimento delle
città e dei popoli assoggettati, che
permettono a una minoranza di vivere in un
ozio che finirà col diventare parassitismo:
queste le condizioni del lavoro nel mondo
delle città-stato antiche e specialmente in
Grecia e a Roma.
C.
mosse, Il lavoro in Grecia e a Roma,
traduz. it. di F. Giani Cecchini - titolo
originale Le travail en Grèce et a Rome,
1973
La sposa
nel mondo greco
(secc.
VII-IV)
Nei
secoli dal VII al IV a.C., nel mondo
greco, con le precisazioni che faremo,
la donna, o almeno la sposa legittima,
cioè quella data, dopo l’”eggùe” dal suo
“kùrios” insieme con la dote, al marito,
veniva considerata un “dono grazioso”.
Lo statuto della sposa e delle ricchezze
che l’ accompagnavano era molto diverso
ad Atene, città dell’apertura e del
cambiamento, rispetto a Sparta, città
della chiusura e dell’immobilismo,
proprio perché le due città avevano una
diversa concezione della comunità
cittadina e della sua composizione.
A quel
tempo vi erano “città calde” e “città
fredde”, secondo una classificazione del
Levi-Strauss.
Le “città
fredde”, come Sparta, avevano deciso di
conservare l’ organizzazione in case e
di limitare l’ appartenenza alla
comunità cittadina ai soli possessori di
terreni.
Le “città
calde”, come Atene, posero fine alla
struttura per case e rifiutarono di
limitare l’appartenenza alla comunità
cittadina ai possessori di terre.
Nelle
città fredde la sposa era padrona della
sua persona e del suo corredo
matrimoniale, mentre nelle città calde
la sposa, legata ad una dote in denaro,
era sottoposta all’autorità maritale.
Potremmo
dire, insomma, che la donna fu vittima
dell’invenzione della democrazia.
Nell’Iliade e nell’Odissea vengono
descritte molto bene le società
strutturate in “case separate”.
L’”oikos”, la casa, era un elemento
simbolico che rappresentava: la casa
stessa, il suo contenuto, il proprio
pezzo di terra ed il bestiame.
La casa
omerica è dunque un oggetto simbolico
anche se essa è soprattutto
l’abitazione.
Essa è
importantissima per la persona e per
determinarne la condizione sociale: per
avere un nome bisognava essere
riconosciuti dal padre, appartenere ad
un gruppo di residenti liberi di una
casa.
Nelle
società omeriche i non liberi non
avevano una casa, un nome, un padre.
Se la
casa era importante per determinare un
gruppo residenziale, la terra permetteva
la costruzione della gerarchia dei
gruppi residenziali.
Il
possesso di un lotto di terreno
permetteva l’integrazione con la
comunità: casa e terra erano, quindi,
ricchezze particolari che determinavano
lo status giuridico-sociale e lo
statuto.
La casa
era fondata sul matrimonio legittimo e
si perpetuava attraverso matrimoni
legittimi: la donna che metteva al mondo
figli legittimi, a differenza delle
altre donne, aveva, nel bene e nel male,
un‘esistenza sociale riconosciuta.
La donna
sposa, per la logica delle cose della
società di allora, faceva parte delle
ricchezze, poiché era colei che
provvedeva alla riproduzione.
Nelle
società omeriche l‘intero gruppo
residenziale si fondava sul matrimonio
legittimo e si perpetuava imponendolo.
Statuti e
beni erano trasmessi per via ereditaria
e solo i legittimi eredi ne potevano
usufruire; infatti, solo ai figli
legittimi era destinata l‘eredità, agli
illegittimi era riservata solo la quota
del bastardo e non godevano di nessuno
statuto.
Vi erano,
quindi, delle regole rigidissime per
quanto riguardava la sessualità a scopo
riproduttivo, mentre non vi erano
vincoli per la sessualità edonistica: le
grandi case omeriche erano piene di
concubine e di prigioniere.
Tutte le
regole imposte tendevano a scoraggiare
la poligamia, forse perché si temeva un
ingrandimento delle grandi case o
un‘esplosione demografica.
Tre
concetti fondamentali aiutano a capire
la società delle case:
1.
le case
non si intersecavano: i figli maschi
rimanevano in esse, le figlie femmine
andavano in mogli in altre case;
2.
le case si
perpetuavano: se una casa aveva solo
figli maschi, essa si perpetuava
accogliendo delle nuore; se, invece,
aveva solo figlie femmine, essa si
perpetuava accogliendo generi;
3.
le case si
segmentavano: alla morte del padre,
quando i figli si dividevano l‘eredità e
si insediavano separatamente nella casa;
oppure quando un padre prendeva un
genero.
Le case
omeriche, quindi, sembravano praticare
due tipi di matrimonio: quello “da
genero” e quello “da nuora”, che sono
tipici della società omerica.
Tali due
tipi di matrimonio implicano entrambi:
il “dono grazioso” di una sposa, legata
a delle ricchezze e l‘incorporazione del
coniuge “mobile” nella consanguineità
della casa che lo riceve.
Il
concetto di sposa e di matrimonio si è
poi evoluto, nel mondo greco, dalla
configurazione dell‘epoca omerica a
quella del periodo classico.
In
proposito vi sono due ipotesi più
accreditate ed entrambe legate, per
metodiche opposte – cogliendo una le
affinità e l’ altra le differenze –
alla formazione ed evoluzione delle
varie “pòleis”, le città-Stato, del
periodo in esame.
La prima
ipotesi individua una relazione fra
l’apparire delle città e la scomparsa
della regalità e la ristrutturazione dei
gruppi sociali.
Le “case
separate” omeriche cedono il posto alle
“case che si collegano fra loro”:
cambia, cioè, l’organizzazione sociale.
Nelle
società strutturate in “case che si
collegano fra loro” è la sovrapposizione
delle case che salda il gruppo sociale
trasformandolo in un insieme
indivisibile.
La città
comincia ad esistere con l’instaurarsi
della parentela fra cognati.
Questo
processo di ristrutturazione delle case
scaturisce da una riorganizzazione del
sistema della riproduzione legittima:
1.
la sposa
viene data dalla sua casa a quella del
marito affinché egli possa assicurare la
sua continuità;
2.
la dote o
“deriva patrimoniale” segue la sposa che
rimane per tutta la vita titolare delle
ricchezze donate dalla sua famiglia. Lo
sposo è solo un usufruttuario, essendo,
in realtà i beni dotali destinati ai
figli generati dai due sposi e tali
beni, provenienti dalla casa della
madre, sono il segno concreto della loro
appartenenza alla casa della madre. Non
si tratta più di una filiazione
complementare, bensì di una doppia
filiazione;
3.
il
collegamento fra le case rende superflue
le procedure dei matrimoni della nuora e
del genero e l’integrazione del coniuge
mobile nella casa che lo accoglie. Gli
sposi cessano di essere consanguinei per
diventare affini.
In tutte
le “pòleis”, oramai, due sono gli schemi
matrimoniali seguiti: il matrimonio
della figlia che ha un fratello e il
matrimonio della figlia che non ha un
fratello.
La
seconda ipotesi tiene conto delle
differenze che il “dono grazioso” della
sposa presenta tra le due città tipo di
Atene e Gortina (cui sono assimilabili
Chio, Teo, ma, soprattutto, Sparta).
Essa
propone di stabilire una correlazione
tra la scelta del sistema matrimoniale e
quella del sistema politico.
La
riconversione delle società a “case
separate” in società a “case che si
collegano” non vuole rimettere in
discussione i principi cardine
dell’organizzazione delle società
omeriche:
a)
la
gerarchia del gruppo residenziale è
fondata sul possesso di ricchezze che
danno uno statuto, quali la casa (segno
concreto della libertà) e l’
appezzamento di terra (segno concreto
dell’integrazione nella comunità \
collettività ormai “pòlis”);
b)
la
riproduzione legittima assicura tanto la
trasmissione ereditaria quanto la
successione.
Quelle
città che, come Gortina e Sparta, hanno
scelto di conservare questi principi
organizzatori hanno scelto di legare le
loro figlie alle particelle della terra
della comunità.
Queste
città, pertanto, sono state portate a
pensare il loro dispositivo matrimoniale
a partire dal matrimonio da genero delle
società a “case separate“ e a fare della
donna un membro della comunità, padrona
della sua persona e dei suoi beni.
Le case
cittadine, che rappresentano solo una
parte dell’insieme dei residenti, si
collegano e trasmettono il loro bene
comune (la terra della città) ai loro
figli legittimi, senza distinzione di
sesso.
Altre
città, come Atene, hanno scelto, in un
certo momento storico, di rifiutare la
gerarchia della società organizzata per
case; le case cittadine, che
rappresentano la totalità dei residenti,
si collegano trasmettendo ai loro figli
legittimi, senza distinzione di sesso le
ricchezze che esse contengono. In tal
modo la città si può aprire anche a
coloro che non posseggono terra civica.
Quello
che comunque emerge e che colpisce la
nostra sensibilità affinata ai problemi
femminili (in una società dove la pari
opportunità fra i sessi è oramai
conquista riconosciuta), è la
considerazione che presso la “pòlis” per
eccellenza democratica e culturalmente
avanzata, quale Atene, la donna sposa
vive una vita segregata e vegetativa.
In verità
Atene era una “pòlis” creata da uomini
per uomini, che escludeva le mogli non
solo dall‘attività politica, ma anche da
quella sociale, religiosa e culturale.
Il mondo,
regno e prigione, della sposa ateniese
era la casa, anzi la “gunaikonìtis” e
tutti gli avvenimenti esterni ad essa
riguardavano l’uomo e solo l’uomo.
Viceversa
presso Sparta, Gortina, Chio, Teo,
Lesbo, città di cui abbiamo
testimonianze storiche, il discorso si
atteggia alquanto diversamente.
Le donne
in generale, ma anche le spose, godevano
di una maggiore libertà, non vincolate
alle precipue funzioni di procreazione e
di amministrazione della casa, libere di
frequentare palestre, scuole, danze,
cori, teatri, vita culturale, religiosa,
sportiva, anche pubblica, pur con
l‘esclusione di tutti i diritti politici
e di governo.
Il perché
di questa differenza, abbiamo visto, sta
forse nelle diverse scelte effettuate
nel contesto della trasmissione del
patrimonio e dell’adozione delle forme
di sviluppo economiche attuate dalla
“pòlis”.
Come già
detto, presso Sparta e Gortina la
cittadinanza veniva trasmessa insieme
alla terra: cittadino era chi possedesse
della terra nell’ambito dell’agro della
polis.
Tra
l’altro tali scelte hanno comportato
come conseguenza coatta, sovente,
l’endogamia proprio per evitare la
dispersione del patrimonio immobiliare
della “pòlis” e la disgregazione del
tessuto sociale originario della città
stessa.
Così la
donna che, sia pure in misura meno
garantita rispetto ai maschi della
famiglia, poteva anch’essa ereditare la
terra, vedeva automaticamente
riconosciuto il suo status di cittadino
con la connessa maggior tutela della sua
condizione anche da sposata: ricordiamo
ancora una volta che le era conservata
la proprietà del bene dotale, mentre il
marito ne era solo usufruttuario.
Presso
Atene, invece, l’evoluzione del
matrimonio monogamico non solo non
favorì la donna, quanto, invece, aumentò
l’emarginazione femminile.
La
condizione della donna ateniese divenne
assolutamente subordinata al padre
prima, al marito poi, al figlio o ad
altro parente, in caso di vedovanza.
Ciò
parallelamente alla nascita di una
città–stato dalla struttura di tipo
maschilista, un vero “club di uomini” da
cui erano escluse, oltre agli schiavi,
agli stranieri, ovviamente le donne.
Abbiamo
visto, riconducendo il discorso sul
piano della disamina delle scelte che
hanno determinato una tale
organizzazione societaria, che in Atene
prevalsero un sistema ereditario
femminile ed un sistema dotale legati al
denaro ed ai beni mobili.
La donna
non ereditava terre che, fra l’altro,
non davano più “tout-court” il diritto
alla cittadinanza, ma passava essa
stessa, come un qualunque oggetto, vero
“oikourèma”, dalla potestà del padre a
quella dello sposo.
Tale
sistema si adattava bene di sicuro ad
una città come Atene dall’economia
vivace e dinamica, dai molteplici
contatti, dai commerci veloci e legati a
capitali facilmente reperibili, da
spostare in vari settori.
Furono le
riforme matrimoniali e politiche di
Solone a segnare storicamente il
transito dalla società “a case separate”
all’Atene “pòlis” più evoluta.
Aristotele ha ritenuto che tali riforme
furono determinate dall’esigenza di
ripianare i contrasti fra ricca
minoranza nobile, proprietaria terriera
potente e dominante e massa di poveri
che non avevano terra propria.
Atene è
assurta a prototipo e paradigma del
mondo classico anche in virtù del fatto
che di tale popolo e di tale periodo
abbiamo un maggior numero di
testimonianze rilevanti oltre che per
quantità anche per qualità.
Grazie a
tali contributi il carattere della donna
greca è stato formato e modulato sullo
schema della donna ateniese dell’età
classica.
E va
detto che il matrimonio monogamico non
favorì la donna: padrone era l’uomo.
La donna
non sceglieva mai ed arrivava al
matrimonio quasi sempre senza aver visto
il suo futuro marito.
L’uomo si
sposava per un unico scopo: la
procreazione di figli legittimi.
Il
matrimonio d’amore non esisteva, anzi il
matrimonio era un vero e proprio
contratto in cui tutti gli obblighi
erano a carico di una sola parte.
Infatti
il marito poteva ripudiare la moglie e
tenersi i figli, con la sola formalità
di una dichiarazione in presenza di
testimoni ed al solo patto di restituire
la dote o pagarne gli interessi.
Al
contrario l’istanza di divorzio
presentata dalla moglie veniva raramente
accolta; era sempre necessaria una
decisione del giudice, motivata da
sevizie gravi o da notoria infedeltà.
A tale
ultimo proposito va detto, comunque, che
l’ infedeltà del marito veniva
comunemente ammessa dal costume, potendo
egli avere concubine e cortigiane.
Si
attribuisce a Demostene l’affermazione:
“…abbiamo cortigiane per il nostro
piacere, concubine per essere ben curati
e mogli perché ci diano figli legittimi
e siano guardiane fedeli del focolare”.
Va
altresì ricordato che il contratto di
matrimonio fa appartenere la donna alla
comunità cittadina ponendola sotto la
tutela di un altro cittadino, e colui
che la dà garantisce che ella sia nata
da un padre e da una madre appartenenti
entrambi alla comunità cittadina,
secondo le clausole del decreto di
Pericle: “…per essere oggetto di un
contratto di matrimonio una donna deve
essere cittadina di nascita. Colui che
la dà deve essere un cittadino … (
omissis )”.
Le
condizioni del contratto, dunque,
garantivano che la donna data in sposa
fosse di nascita cittadina, pur se non
attestanti la legittimità di essa.
Quanto
alla “deriva patrimoniale”, ossia alla
dote, va detto che il suo significato
non è di univoca interpretazione.
Ad una
prima superficiale analisi, la dote è il
segno concreto dell’ascendenza materna e
della doppia filiazione: vero ”punctum
dolens” dei matrimoni, se nell’ età
omerica era l’ assillo del giovane che
voleva sposare una fanciulla –
ricordiamo che solo in casi eccezionali
la sposa era ceduta senza pretendere
dote da parte del richiedente |