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LETTURE 4

LA SPOSA

Per i Greci il vincolo matrimoniale non poteva sussistere se non con la conti­nuata convivenza dei coniugi, cessando la quale il matrimonio era sciolto. È attestata la possibilità che da un giorno all'altro una donna, legittima moglie di un marito, divenisse la legittima moglie di un altro marito. La cessazione della convivenza, e per conseguenza del matrimonio, poteva avvenire in tre modi: 1) se la moglie si allontanava dalla casa del marito con l'intenzione di non tornarci più; 2) se il marito rimandava la moglie a casa sua; 3) se il padre della moglie, o altri, a ciò autorizzato dalla legge, avesse obbligato la moglie a separarsi dall'attuale marito.

Il far delle nozze un avvenimento familiare, celebrato con grande pubblicità e con quel che di coreografico hanno dovunque le nozze, era uso che, oltre a essere consacrato da una lunga tradizione, rispondeva alla esigenza di render notorio che il padre della sposa era d'accordo con lo sposo nel volere il matrimonio, il che lasciava supporre l'avvenuta egguhsiV, anche a chi non vi avesse assistito. Non vi erano infatti né in Atene né in altra città della Grecia regolari uffici di stato civile e, se il matrimonio non fosse stato celebrato con la maggiore pubblicità, la legittimità di una unione poteva sempre essere contestata, come talvolta in Atene era real­mente avvenuto.

Per la celebrazione delle nozze si aveva cura di scegliere un giorno che fosse fausto: per Esiodo il giorno migliore per sposarsi è il quarto del mese. Quanto alla stagione, sembrava che la più adatta fosse l'inverno, per cui il mese più freddo del­l'anno, corrispondente all'incirca al gennaio, era chiamato in Atene il mese delle nozze. Della cerimonia nuziale facevano parte alcuni riti di carattere sacrale, i quali, pur non essendo necessari alla validità del matrimonio, servivano a render propizi gli dèi tutori del vincolo coniugale. La più importante tra le formalità che si adempivano in quell'occasione era la notificazione del matrimonio che i padri degli sposi facevano alla propria fratria, accompagnandola con un'offerta. Il giorno precedente le nozze gli sposi facevano, ciascuno nella propria casa, un bagno purificatore con l'acqua di un fiume o di una fonte prescritti dall'uso: la fonte Calliroe in Atene, il fiume Ismeno in Tebe; nella Troade, in età storica, la sposa faceva un bagno nelle acque dello Scamandro, pronunciando una formula augurale, che era l'addio alla sua purezza di fanciulla... Erano prescritti anche altri riti, detti proteleia gamwn, come i sacrifici che il padre della sposa fa­ceva alle due maggiori divinità dell'Olimpo. La sposa assisteva al sacrificio e bru­ciava sul fuoco dell'altare la bile dell'animale immolato, perché, si spiegava, il ma­trimonio dev'esser senz'ira... In Atene vi era l'uso di condurre la sposa, prima delle nozze, al tempio della dea Atena. Altro uso, diffuso ovunque, era che essa dedicas­se a una divinità le sue chiome e i balocchi della sua infanzia.

Il giorno delle nozze tutta la famiglia era mobilitata, non solo nella casa della sposa, dove aveva luogo il banchetto più solenne, ma anche nella casa dello sposo, che pure offriva un banchetto invitandovi parenti e amici. I cuochi... erano presi a nolo per quel giorno e si facevano venire, coi loro inservienti e coi loro utensili, dall'agorà. Corone di fiori, appese sulla porta e un po' dappertutto nella casa della sposa, indicavano ai passanti che quella casa era in festa. Intanto la sposa veniva preparata con ogni cura... L'incontro con lo sposo avveniva nella casa paterna di lei, e subito dopo aveva luogo il sontuoso banchetto nuziale, nel quale era di rito offrire la focaccia col sesamo, simbolo di fecondità. Le donne invitate ad assistere alla cerimonia vi prendevano parte stando davanti a tavole separate, e la sposa era con loro. Venuta la sera e terminato il banchetto, lo sposo conduceva la sposa nella propria casa. Si formava allora il corteo, alla testa del quale avanzava il carro nu­ziale tirato da muli e da buoi o anche, talvolta, da cavalli: la sposa se­deva fra lo sposo e il più vicino dei parenti, o un amico di casa, detto «paraninfo». Se però lo sposo aveva già avuto moglie, in luogo di lui sedeva vicino alla sposa un suo rappresentante. Scortavano il carro un mulattiere e la guida del corteo; seguivano i parenti e gl'invitati. Il corteo procedeva a suon di flauto, e durante il percorso venivano agitate delle fiaccole che le madri dei due sposi avevano acceso. Faceva ala un popolo festante, dicendo parole di buon augurio per gli sposi... Se la famiglia della sposa non poteva permettersi le spese del carro, gli sposi e il paranin­fo andavano a piedi... In questo caso il paraninfo, invece che parocoV (che in gre­co significa «quello che accompagna sul cocchio»), era detto camaipouV («quello che va a piedi»). Pedestre sarà stato il corteo, anche quando gli sposi abitavano in case contigue o vicinissime.

Entrata in casa, la prima cosa che la donna faceva era il mangiare una mela co­togna: questo era almeno l'uso prescritto ad Atene dalla saggezza di Solone. Dopo di che, la madre dello sposo conduceva la sposa nella camera da letto, e una volta entrato anche il marito, li lasciavano soli...

U.E. paoli, La donna greca nell'antichità, 2' ediz., Le Monnier, Firenze, 1955

Il pensiero politico greco

Un primo problema deriva dalla necessità di usare termini attuali per descrivere ed interpretare tale concetto, con il rischio di " modernizzare" quanto è oggetto di esame e, quindi, di non esprimere esattamente il relativo significato, attribuendone ad esso uno attuale. Un’altra difficoltà è quella connessa con l’esigenza di riuscire a cogliere l’ampiezza del contenuto e del significato di un concetto del passato, oltre che di riuscire a descriverlo ed esprimerlo, in tutta la sua portata, con parole adeguate.

Tali problemi e difficoltà emergono in misura notevole e, in particolare, quando si esamina il termine di democrazia, parola ampiamente presente nel linguaggio politico moderno il cui significato e portata sono, però, del tutto diversi da quelli ad essa attribuiti nel periodo della democrazia greca.

Nella Grecia del quinto e del quarto secolo,demokratia è una parola polemica e di "lotta" che esprime il carattere aggressivo di questa forma di governo che viene intesa come kràtos, cioè come dominio esclusivo ed anche violento di una parte (il popolo) sull’altra, sui propri avversari. Il significato attuale ha perso completamente ogni connotazione di tale genere ed esprime valori del tutto assenti dalla nozione greca ed, anzi, opposti ad essa.

Oggi con la parola democrazia, si intende far riferimento ad un sistema politico caratterizzato dalla tolleranza e cioè da una situazione in cui posizioni differenti si scontrano, ma senza violenza e prevaricazione e con reciproca accettazione. Sarebbe quindi errato, allorché si intende indicare la nozione greca di democrazia, il far riferimento al significato attualmente attribuito a tale espressione.L'antropologo Gernet, cercando di esprimere una connotazione sommaria della democrazia greca, evidenzia come, con riferimento alle nostre concezioni politiche, essa dovrebbe considerarsi una oligarchia, cioè una situazione di dominio e concentrazione di potere di una parte sull’altra, tanto che si deve ritenere che fossero più democratiche le città con il maggior numero di schiavi e cioè le città nelle quali vi era maggiore disparità tra il mondo dei liberi e il mondo degli schiavi: ciò perché, appunto, il carattere essenziale della democrazia era quello di appropriazione e di dominio esercitato dal popolo, tanto da poter affermare che "i diritti dell’uomo non sono propriamente a cuore alla democrazia".

Mentre nel quinto secolo la democrazia era innanzitutto "politica" e cioè si esplicava essenzialmente sul piano politico e non solo sul piano economico (ogni cittadino di ceto popolare aveva rilievo in quanto tale e la sua posizione non era contrapposta e di rivendicazione nei confronti di chi possedeva la ricchezza in quanto, appunto, possidente), nel quarto secolo emerse la contrapposizione tra il ceto popolare, in quanto privo di ricchezze e il ceto di chi aveva le proprietà e la ricchezza. Ciò tra l’altro è deducibile da parecchie orazioni di Demostene nelle quali si evidenzia la necessità di cessare i processi volti a colpire i ricchi e l’esigenza di un patto sociale attraverso il quale si garantiscano sovvenzioni pubbliche al popolo.

Nella seconda metà del quarto secolo la democrazia , oltre a colpire sul terreno dell’economia diviene "totalizzante" poiché coinvolge tutte le attività del cittadino che esercita il suo kràtos sia come uomo politico che come giudice e, comunque, in modo molto ampio addirittura utilizzando un’azione di censura e di intervento nell’elaborazione artistica, determinando ciò che i comici devono dire ed esprimere. Va evidenziato che non esiste una teoria della democrazia greca elaborata da chi sosteneva tale istituto e che le uniche teorie in proposito possono essere ricavate da ciò che ne hanno detto i suoi avversari.

Di fondamentale rilevanza è l’opera di Tucidide dalla quale, in sostanza, emerge la sussistenza di un nesso contemporaneamente di identità e di contraddizione tra libertà e democrazia [1] . Nell’epitafio di Pericle, riportato da Tucidide [2] , il concetto di democrazia appare essere in antitesi con quello di libertà perché la democrazia si manifesta come la negazione della libertà di chiamare a far parte del demo.

Tucidide, al contrario, identifica il regime democratico con il concetto di libertà quando, parlando del colpo di stato del 411 ad Atene, afferma che, in tale occasione, fu tolta al popolo la libertà conquistata cento anni prima con la cacciata dei tiranni. Da questi due contrastanti idee di democrazia ne derivano altre due ugualmente opposte l’una all’altra: da un lato, da parte di chi identifica la democrazia con la libertà, vi è la coincidenza di oligarchia e tirannide, mentre, dall’altro lato chi ritiene che la democrazia sia kràtos, cioè dominio oppressivo ed esclusivo del popolo in contrapposizione alla libertà e alla uguaglianza, identifica la stessa democrazia con la tirannide intesa come dominio del popolo ai danni degli oligarchi e cioè dei possidenti e di coloro che vorrebbero un regime di libertà e di uguaglianza in cui sia premiata la competenza e la qualità piuttosto che la violenza.

Il pensiero politico greco tenta di superare questo contrasto nella concezione di democrazia, introducendo un concetto correttivo valido per ciascuna forma costituzionale, prevedendo una forma buona ed una cattiva per ognuna di esse e, quindi, una buona ed una cattiva democrazia, un buona ed una cattiva oligarchia, una buona ed una attiva monarchia (tirannide). Ciò significa che ogni forma costituzionale presenta delle possibilità positive e delle possibilità negative che permettono di esprimere, in ogni situazione particolare, valutazione positiva o negativa a seconda che prevalgano le une o le altre. Questa elaborazione del pensiero greco è teorizzata esplicitamente da Aristotele che, addirittura, usa due termini diversi per indicare le due possibilità nell’ambito della democrazia, politeia per individuare quella buona e demokratìa per la cattiva, identificando la politeia con un regime in cui un consistente ceto medio attenua i conflitti di classe con un regime di scontro di classi e di prevalenza ed affermazione del kràtos del popolo. Quest’ultima situazione si realizza soprattutto nel quarto secolo ed è caratterizzata dal costante scontro, soprattutto sulla ricchezza connessa con l’iniziativa del popolo volta all’appropriazione di essa. La politeia per Aristotele è una forma ideale di costituzione mista, in cui convivono in armonia un po’ di monarchia, un po’ di oligarchia e un po’ di democrazia.

Inoltre va evidenziato il limite preciso della riflessione politica greca, costituito dal fatto che essa non ha approfondito a sufficienza e risolto il problema fondamentale sulla natura del regime che si instaura quando il demo esercita il kràtos :questo è un regime di democrazia e di libertà o di oligarchia e tirannide? Esemplare è il colloquio tra il giovane Alcibiade ed il vecchio Pericle. Pericle, che non esita ad affermare che è legge valida sia quella proposta dal tiranno sia quella proposta dagli oligarchi se trova il consenso degli altri membri della compagine sociale e che non è legge quella imposta con la violenza, evita di pronunciarsi in ugual modo quando Alcibiade gli chiede se sia legge valida quella imposta dal demo con la violenza.

La democrazia ateniese caratterizzata dall’esercizio del kràtos e, quindi, anche dalla legge imposta dal demo senza il consenso generale, è stata effetto di varie critiche. In particolare i sofisti hanno evidenziato la contrapposizione tra la legge così imposta e la natura, poiché quella è spesso in contrasto con i principi fondamentali della natura. Per natura tutti gli uomini sono uguali e devono essere trattati allo stesso modo: la legge, al contrario, introduce spesso situazioni di disuguaglianza e di prevaricazione, ad esempio prevedendo categorie di uomini liberi e di uomini schiavi in contrasto con l’uguaglianza naturale. Questa teoria è, evidentemente, critica verso il regime democratico di Atene, che è fondato proprio sulla disuguaglianza e sulla prevaricazione di chi fa parte del demo nei confronti di chi ne è escluso.


[1] Il Pericle tucidideo, descrivendo il sistema politico ateniese, pone una contrapposizione tra democrazia e libertà. La democrazia appare realizzare in realtà il prevalere anche violento del demo, cioè di una parte su un’altra, tanto da assumere le caratteristiche proprie della tirannide, prima fra tutte la rivendicazione da parte del popolo del diritto di essere al di sopra della legge, rivendicazione questa che è propria anche del tiranno. Per altro, nel linguaggio politico ateniese si afferma anche il ben diverso concetto che colloca, da un lato la democrazia e la libertà e, dall’altro, l’oligarchia e la tirannide. Lo stesso Tucidide, quando esamina il significato e le conseguenze del colpo di stato oligarchico del 411, evidenzia che gli oligarchi hanno "tolto al popolo di Atene la libertà cento anni dopo la cacciata dei tiranni". Il che significa contrapporre, alla libertà democratica, la non libertà della tirannide e dell’oligarchia. Verosimilmente tali contrastanti teorizzazioni della democrazia sono connesse con il fatto che, in concreto, la democrazia, nella Grecia classica, è sorta da un compromesso tra popolo e signori ai quali il popolo affida il governo della città democratica, signori che ritengono tale regime accettabile perché depurato da ogni residuo tirannico. Altri pensatori greci, approfondendo il problema, si orientano nel suddividere ogni forma politica in due sottotipi, quello buono e quello cattivo e Aristotele, addirittura, usa due termini parlando di politeia per la democrazia buona e di demokratia per la democrazia irrispettosa della libertà. Emerge anche il concetto per il quale ogni forma politico/costituzionale degenera nella sua faccia deteriore e, in tal modo, da una costituzione si passa ad un’altra.

[2] Guerra del Peloponneso, II, 36-41: Per prima cosa comincerò dagli antenati: è giusto, infatti, e conveniente insieme che in simile occasione sia dato loro questo onore della prima menzione. Restando sempre i medesimi abitatori di questa terra, in un seguito ininterrotto di generazioni, grazie al loro valore, la tramandarono libera fino ai nostri giorni. E se i nostri antenati sono degni di lode, ancora di più lo sono i nostri padri: non senza fatica aggiunsero quell’Impero che ora è nostro a quello che era stato lasciato loro, e cosi grande lo lasciarono a noi. Ma l’ampliamento dell’Impero stesso è opera nostra, di tutti quanti noi che ci troviamo nell’età matura e che abbiamo ingrandito la nostra città, si da renderla preparata da ogni punto di vista e autosufficiente per la pace e per la guerra. Le imprese in guerra, con le quali furono conquistati a uno a uno questi vantaggi, o le occasioni in cui noi stessi o i nostri padri respingemmo valorosamente il Barbaro o il Greco che ci assaliva, le tralascio, perché non voglio dilungarmi a parlarne con persone che ne sono al corrente. Ma in virtù di quali principi noi siamo giunti a questo Impero, e con quale costituzione e con qual modo di vivere tale Impero si è ingrandito, questo mi accingo a mostrare per primo, e quindi a lodare costoro, poiché penso che in questa situazione non è sconveniente che se ne parli, ed è utile che tutta la folla dei cittadini e degli stranieri lo ascolti. Abbiamo una costituzione che non emula le leggi dei vicini, in quanto noi siamo più d’esempio ad altri che imitatori. E poiché essa è retta in modo che i diritti civili spettino non a poche persone, ma alla maggioranza, essa è chiamata democrazia: di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a tutti spetta un piano di parità, mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell’amministrazione dello Stato, ciascuno è preferito a seconda del suo emergere in un determinato campo, non per la provenienza da una classe sociale più che per quello che vale. E per quanto riguarda la povertà, se uno può fare qualcosa di buono alla città, non ne è impedito dall’oscurità del sud rango sociale. Liberamente noi viviamo nei rapporti con la comunità, e in tutto quanto riguarda il sospetto che sorge dai rapporti reciproci nelle abitudini giornaliere, senza adirarci col vicino se fa qualcosa secondo il suo piacere e senza infliggerci a vicenda molestie che, si, non sono dannose, ma pure sono spiacevoli ai nostri occhi. Senza danneggiarci esercitiamo reciprocamente i rapporti privati e nella vita pubblica la reverenza soprattutto ci impedisce di violare le leggi, in obbedienza a coloro che sono nei posti di comando, e alle istituzioni poste a tutela di chi subisce ingiustizia, e in particolare a quelle che, pur essendo non scritte, portano a chi le infrange una vergogna da tutti riconosciuta. E abbiamo dato al nostro spirito moltissimo sollievo dalle fatiche, istituendo abitualmente giochi e feste per tutto l’anno, e avendo belle suppellettili nelle nostre case private, dalle quali giornalmente deriva il diletto con cui scacciamo il dolore. E per la sua grandezza, alla città giunge ogni genere di prodotti da ogni terra, e avviene che noi godiamo dei beni degli altri uomini con non minor piacere che dei beni di qui. Ma anche nelle esercitazioni della guerra noi differiamo dai nemici per i seguenti motivi. Offriamo la nostra città in comune a tutti, né avviene che qualche volta con la cacciata degli stranieri noi impediamo a qualcuno di imparare o di vedere qualcosa (mentre un nemico che potesse vedere una certa cosa, quando non fosse nascosta, ne trarrebbe un vantaggio). Ché la nostra fiducia è posta più nell’audacia che mostriamo verso l’azione (audacia che deriva da noi stessi), che nei preparativi di difesa e negli inganni. E nell’educazione, gli altri subito fin da fanciulli cercano con fatiche ed esercizi di raggiungere un carattere virile, mentre noi, pur vivendo con larghezza, non per questo ci rifiutiamo di affrontare quei pericoli in cui i nostri nemici sono alla nostra altezza. Eccone la prova: neppure i Lacedemoni invadono la nostra terra da soli, ma insieme a tutti gli alleati, e quando noi assaliamo da soli i nostri vicini, di solito non duriamo fatica a vincere in una terra straniera, combattendo con della gente che difende i propri beni. Le nostre forze unite per ora nessun nemico le ha incontrate, perché noi siamo occupati con la flotta, e contemporaneamente per terra facciamo numerosi invii di truppe nostre, in molte imprese. Se si scontrano con una piccola parte di noi e la vincono, si gloriano di averci respinti tutti, mentre se sono vinti si vantano di esserlo stati da tutti noi. Eppure, se noi siamo disposti ad affrontare pericoli più col prendere le cose facilmente che con un esercizio fondato sulla fatica, e con un coraggio generato in noi non più dalle leggi che dal nostro modo di agire, da questo fatto ci deriva il vantaggio di non affaticarci anticipando i dolori che ci attendono, e di non apparire, quando li affrontiamo, più timidi di coloro che sempre si mettono a dura prova, e per la nostra città il vantaggio di esser degna di ammirazione per questa e per altre cose. Amiamo il bello, ma con compostezza, e ci dedichiamo al sapere, ma senza debolezza; adoperiamo la ricchezza più per la possibilità di agire, che essa offre, che per sciocco vanto di discorsi, e la povertà non è vergognosa ad ammettersi per nessuno, mentre lo è assai più il non darsi da fare per liberarsene. Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, pure non manca in noi la conoscenza degli interessi pubblici. Siamo i soli, infatti, a considerare non già ozioso, ma inutile chi non se ne interessa, e noi Ateniesi o giudichiamo o, almeno, ponderiamo convenientemente le varie questioni, senza pensare che il discutere sia un danno per l’agire, ma che lo sia piuttosto il non essere informati delle discussioni prima di entrare in azione. E di certo noi possediamo anche questa qualità in modo differente dagli altri, cioè noi siamo i medesimi e nell’osare e nel ponderare al massimo grado quello che ci accingiamo a fare, mentre negli altri l’ignoranza produce audacia e il calcolo incertezza. è giusto giudicare superiori per forza d’animo coloro che distinguono chiaramente le miserie e i piaceri, ma non per questo si lasciano spaventare dai pericoli. E anche per quanto riguarda la nobiltà d’animo, noi ci comportiamo in modo opposto a quello della maggioranza: ci procuriamo gli amici non già col ricevere i benefici ma col farli. Chi ha fatto il favore è un amico più sicuro, in quanto è disposto, con una continua benevolenza verso chi lo riceve, a tenere vivo in lui il sentimento di gratitudine, mentre chi è debitore è meno pronto, sapendo che restituisce una nobile azione non per fare un piacere ma per pagare un debito. E siamo i soli a beneficare qualcuno senza timore, non tanto per aver calcolato l’utilità del beneficio ma per la fiducia che abbiamo negli uomini liberi. Concludendo, affermo che tutta la città è la scuola della Grecia, e mi sembra che ciascun uomo della nostra gente volga individualmente la propria indipendente personalità a ogni genere di occupazioni, e con la più grande versatilità accompagnata da decoro. E che questo non sia ora un vanto di parole più che una realtà di fatto lo indica la stessa potenza della città, potenza che ci siamo procurata grazie a questo modo di vivere. Sola tra le città di adesso, infatti, essa affronta la prova in modo superiore alla sua fama, e lei sola al nemico che la assale non dà motivo di irritazione quando costui considera da chi è vinto, né, al suddito, motivo di disprezzo, come se costui non fosse dominato da persone degne. Non spieghiamo a tutti la nostra potenza con importanti testimonianze e molte prove, e saremo ammirati dagli uomini di ora e dai posteri senza bisogno delle lodi di un Omero o di un altro, che nei versi può dilettare per il momento presente, mentre la verità sminuisce poi le opinioni concepite sui fatti, ma per aver costretto tutto il mare e la terra a divenire accessibili alla nostra audacia, stabilendo ovunque, assieme alle nostre colonie, monumenti eterni delle nostre imprese fortunate o sfortunate. Per una tale città combattendo, costoro, che nobilmente pretesero di non esserne privati, sono morti, e ognuno dei sopravvissuti è giusto che sia disposto ad affrontare sofferenze per lei.

LA MEDICINA

Fino dai tempi più antichi troviamo in Grecia la medicina esercitata come pro­fessione speciale. Omero ricorda nell'Iliade, II 732, come valorosi medici Macaone e Podalirio, figli di Asclepio (Esculapio), principe di Itome in Tessaglia, e valentissimo medico, che aveva appreso l'arte da Chirone. I medici erano annoverati tra' professionisti, che esercitavano l'arte loro per trarne guadagno. Ma poiché le malattie, e le malattie contagiose o epidemiche soprattutto che menavano strage nella città e nell'intero paese, erano considerate come punizioni e flagelli mandati dagli Dei, così agli Dei si chiedevano pure i suggerimenti e i rimedi per la guarigione. In tal modo l'ufficio del medico venne in parte a confondersi con quello del sacerdote, e le cure furono fatte più col mezzo di preghiere, sacrifizi e scongiuri che non con rimedi terapeutici. S'innalzarono templi agli Dei salutari, principalmen­te ad Asclepio divinizzato. Presso il tempio sorsero edifizi appositi per accogliervi e curarvi gli ammalati, detti 'Asclepiei', specie di case di cura. Qui­vi le pratiche igieniche e terapeutiche s'intrecciavano in modo strano con le super­stizioni religiose, e un rituale simbolico minuzioso, più che una razionale applica­zione de' rimedi regolava la cura. Bagni, diete e digiuni rigorosi, frizioni e unzioni con sostanze oleose davano principio a questa; seguivano preghiere e sacrifizi nel­l'interno del tempio al Dio. Vittime preferite erano il montone, il gallo, la gallina. Si faceva in modo che o per semplice suggestione o per esaurimento di forze, o per altri mezzi, artifizi e incantesimi, a noi ignoti, l'ammalato cadesse in una specie di sonno ipnotico. I sogni, che durante esso egli faceva e che raccontava poi ai sacerdoti, venivano da questi raccolti e interpretati a modo loro. In tale interpretazione era anche suggerita la cura che avrebbe dovuto rendere la salute all'infer­mo. La cura per lo più consisteva in purgativi d'ogni specie, abbondanti salassi, fre­gagioni e bagni, non certo privi del tutto di efficacia terapeutica. Come per gli ora­coli, così per queste case di cura semireligiosa o ieratica riesce a noi impossibile di­stinguere quanto vi avesse di buona fede e quanto di ciurmeria nei sacerdoti-medi­ci di Asclepio. Certo è che gli ammalati accorrevano sempre in gran numero e che rinomati Asclepiei v'erano in ogni parte di Grecia: a Epidauro, a Pergamo, a Sicione, nella Tessaglia soprattutto, e lauti guadagni si ritraevano dalle cure. Oltre ai sa­crifizi, le persone agiate che ne partivano guarite lasciavano ricchi doni e voti pre­ziosi al tempio, e generosi compensi ai sacerdoti. Alle colonne e alle pareti del tem­pio erano appese tavolette votive, che ricordassero con iscrizioni e con figure di­pinte le guarigioni ottenute miracolosamente per benefizio del Dio; in luogo delle tavolette si ponevano talvolta figurine in creta, in legno, in metallo, che riprodu­cessero in piccolo mani, braccia, piedi, gambe o altre parti del corpo, a perpetuo ri­cordo delle lesioni e malattie guarite. Né a questa specie di medicina ieratica fon-data sugli incantesimi, sulle suggestioni religiose, sulla fede cieca in un aiuto so­prannaturale, miracoloso ricorrevano solamente le persone superstiziose; possia­mo dire che fosse questa la medicina dei più. Tuttavia accanto ad essa continuava a svolgersi, a crescere e progredire anche la vera arte medica o scienza come noi diciamo. Questa, approfittando anche del ricco materiale di os­servazioni e di fatti raccolto nei tempi di Asclepio e sceverando in esso ciò che era frutto di sicura esperienza da ciò che era crassa e ignorante superstizione, riuscì a creare una disciplina terapeutica razionale e positiva degna veramente del nome di scienza, e una classe di medici meritevole di ogni considerazione e fidu­cia. Ippocrate di Cos (circa il 470 a.C.), che apparteneva appunto a una famiglia sa­cerdotale dedicata al culto di Asclepio, fu il primo che compose trattati teorici di scienza medica, e fu il fondatore di una scuola che fiorì a lungo e godette, meritatamente, d'un grandissimo credito in tutta la Grecia.

Medici ve n'erano di pubblici, o come noi diremmo governativi, e di privati, che prestavano l'opera loro solamente a sin­gole famiglie, ricche o principesche. La medicina e la chirurgia erano esercitate dallo stesso medico. Di più egli di solito preparava da sé e vendeva i propri medici­nali; e molti di essi avevano anche loro proprie case di salute, ove da­vano consulti e accoglievano in cura gli ammalati. In queste case v'erano e farmacie e bagni e tutto quanto occorresse per raggiungere meglio lo scopo per cui erano sta­te fondate.

Non era punto sconosciuta agli antichi Greci l'efficacia salutare delle acque termali, salse, solforose, ferruginose, medicinali in generale. Stabilimenti di bagni e luoghi ove si bevevano acque curative ve n'erano in parecchie regioni del paese.

Non mancavano nell'antica Grecia, v'erano anzi numerosi i ciarlatani di me­stiere, i ciurmadori, le fattucchiere, e simil sorta di gente, che esercitavano abusi­vamente l'arte medica, facendo a fidanza con la cieca credulità della moltitudine, e gettando il discredito sulla scienza vera e seria.

V. inama, Antichità greche pubbliche, sacre e private, 3a ed., 1924 - ristampa anastatica autorizzata dall'editore nel 1976

LA POLIS GRECA

La Grecia micenea o achea dei secoli XVI-XII a.C. viene comunemente equiparata alle formazioni statali dispotiche d'Oriente, ad essa coeve (Assiria, Babilonia, Egitto, il regno Hittita). Molti tratti, in effetti, sono comuni: un forte potere monarchico, grande proprietario terriere, supportato dall'esercito e da funzionari statali; vasti territori soggetti a sfruttamento, sotto il controllo universale di una contabilità burocratica, ecc.

Tuttavia, nella società greca più antica vi erano anche delle caratteristiche non riscontrabili in alcuna società orientale. Si pensi, ad es., al rapporto tra Micene (principale capitale del mondo acheo) e le altre città minori, ovvero il suo re (simile all'Agamennone dell'Iliade) e i principi di rango inferiore (come i vari Menelao, Ulisse, Achille...).

In Oriente esisteva una grande differenza fra i monarchi veri e propri, che si consideravano alla stregua di "fratelli", e gli altri potentati, giudicati dei vassalli o "figli" del re. Quest'ultimi dovevano al loro "padre" la subordinazione politica, il tributo economico, l'aiuto militare e la collaborazione diplomatica.

Certo, anche i re micenei avevano una grande autorità. Basti pensare che Micene e Tirinto (altra residenza reale) erano le due uniche città fortificate da cinte imponenti, mentre le altre città ne erano quasi prive, a testimonianza della loro inferiorità. Inoltre lo stile miceneo dominava le arti e i mestieri di tutta la Grecia.

Nondimeno l'autorità sovrana dei micenei era fondata più sulla leadership morale che non sul dominio economico o sulla forza militare. Nessun tributo venne mai pagato a Micene da altre città. Tra i documenti ritrovati a Pylos, vi è una lettera del XIII sec. a.C. che il re hittita aveva scritto, con tutta la deferenza possibile, al re della Grecia achea, per chiedergli l'estradizione di un vassallo ribelle. Ebbene, il re acheo -come si evince dal documento- mostrava di non avere il potere di obbligare i propri sudditi, presso i quali il fuggiasco s'era rifugiato, a estradarlo. Egli al massimo poteva raccomandarli di consegnarlo, ma non forzarli, come invece si aspettava il re hittita.

Questo rispetto della dignità dell'individuo, del suo libero arbitrio, benché riguardi ancora una ristretta cerchia di aristocratici, costituirà più tardi una caratteristica fondamentale della struttura politico-sociale della polis. In fondo l'universo dell'Iliade, che rispecchiava la tradizione micenea, era dominato da una sorta di "cultura cavalleresca", del tutto estranea al centralismo assolutistico.

La polis era un tipo di organizzazione socio-politica formatasi nella Grecia e nella Roma antiche. Essa si fondava sulla sovranità economica e politica della comunità dei proprietari e dei liberi produttori, cittadini appunto della polis, e la sua organizzazione si estendeva all'intero territorio. Tale sovranità implicava, per ogni cittadino, la possibilità (e spesso anche l'obbligo) di partecipare, con l'uso del voto nelle assemblee popolari, alle delibere riguardanti le questioni politiche vitali della città. La polis costituiva l'unità organica della struttura politica e della società civile. Essa contribuiva allo sviluppo del patriottismo, del sentimento di uguaglianza fra tutti i cittadini e al rispetto consapevole delle leggi fissate, normalmente, da una Costituzione scritta.

La monarchia micenea avrebbe anche potuto trasformarsi in un dispotismo assoluto. Ciò non avvenne anche per una ragione molto concreta: una potente ondata migratoria dal nord s'abbatté sulla Grecia achea nei secoli XIII-XI a.C. I possedimenti reali furono suddivisi tra gli immigrati, ovvero tra le comunità d'invasori e, all'interno di queste, tra i membri la cui proprietà privata della terra stava per diventare la base del nuovo sviluppo economico della Grecia.

Col passare del tempo, nella misura in cui cresceva il progresso economico e la stabilità politica, le comunità rurali si allearono, dando vita a delle formazioni che prefiguravano la polis ("protopolis") e che si ponevano come garanti della proprietà dei loro membri. La comunità dei proprietari liberi costituiva una sorta di embrione della futura società civile.

L'ideologia dei liberi proprietari, abitanti della "protopolis", trovò la sua migliore espressione nel poema di Esiodo, Le opere e i giorni (sec. VIII-VII a.C.). Già da tempo gli studiosi hanno rilevato lo spirito "borghese" della morale di Esiodo, la cui "protopolis" rappresenta una società debolmente stratificata, ove si distingue un ceto elevato che vanta sì origini aristocratiche, ma che, nel contempo, resta aperto a ogni proprietario agiato.

La principale massima morale è "Lavora e avrai successo". Nella "protopolis" il lavoro è non solo una via verso il benessere e la reputazione sociale, ma anche una sorta di dovere religioso, una forma di espiazione dell'antico peccato di Prometeo, imposta dagli dèi, che amano i lavoratori e odiano i fannulloni. Il lavoro apprezzato dagli dèi è una convinzione che prefigura, se vogliamo, quella "etica protestante" il cui ruolo nella formazione del capitalismo è stato ben sottolineato da Max Weber.

La "protopolis" si trasformò in polis classica nei secolo VII-VI a.C., quando in Grecia le varie comunità dei liberi proprietari stabilirono formalmente, attraverso delle Costituzioni scritte, la sovranità sui loro rispettivi territori e introdussero l'uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Fu così che, per la prima volta, la società civile apparve sulla scena storica, in una forma praticamente identica alla struttura politica.

Nella stragrande maggioranza delle società antiche il potere militare e amministrativo dominava la proprietà, cioè la controllava e la distribuiva. Nella polis invece il potere veniva esercitato dalla comunità dei proprietari cittadini ed essa era chiamata ad esprimere direttamente la loro volontà.

La seconda componente aristocratica della polis, correlata alla morale di Esiodo, era l'atmosfera di competizione che vi regnava, cioè l'aspirazione dell'individuo, socialmente incoraggiato, alla gloria, alla notorietà, guadagnata anche in campi estranei alla politica e alla produzione materiale (come le gare atletiche, l'arte, la scienza). Lo stile di vita era agonistico e l'individuo cercava di affermarsi in una competizione tra uguali.

All'epoca della "protopolis" questo stile di vita si traduceva nel desiderio di distinguersi nella guerra, nella caccia, nei festini, nella produzione di oggetti di lusso, nel mecenatismo, nell'organizzazione delle competizioni poetiche, nel finanziare regolarmente i giochi olimpici, che erano assai costosi. Gli aristocratici, praticamente, emulavano lo stile di vita miceneo, così vivacemente descritto da Omero.

Nella misura in cui la democratizzazione si estese a tutti gli aspetti della vita cittadina, l'ideale aristocratico di autoaffermazione nella competizione guadagnò strati sociali più vasti di cittadini liberi. Tutte le capacità: fisiche, intellettuali, artistiche, che potevano rendere celebri, venivano sviluppate.

Così, mentre la "borghesia" della polis seppe creare l'unità della società politica e civile, l'aristocrazia invece seppe aggiungere a questa sintesi l'ideale dell'individuo libero, che non pensa solo a "lavorare" ma anche a "competere per diventare famoso".

La sovranità economica della polis era sempre considerata come una garanzia della proprietà privata dei suoi cittadini, anzitutto della loro proprietà fondiaria, benché in numerose polis si siano sviluppate efficacemente anche l'artigianato e il commercio.

Se la proprietà fondiaria e la cittadinanza procedevano parallelamente, l'artigianato e il commercio erano spesso praticati, nella polis, da lavoratori non-cittadini, come ad es. i coloni di altre polis e, più tardi, i liberti. Come nel caso della plebe romana, esisteva uno strato sociale assai vasto di persone che, pur non fruendo dei diritti civili, giocava un ruolo considerevole nella vita economica della città, lottando, spesso con successo, per l'uguaglianza.

Per l'uomo dell'antichità classica gli schiavi, così come i meteci (persone prive di cittadinanza), erano visti come "strumenti" o "circostanze" che servivano al benessere della polis. L'impiego degli stranieri schiavizzati divenne un fenomeno di massa in seguito alla vasta applicazione dell'iniziativa libera nella produzione mercantile. Nell'antichità gli schiavi avevano la stessa funzione della macchina nell'epoca industriale.

Non per questo dobbiamo considerare gli antichi greci e romani come anzitutto degli "schiavisti". L'abitante della polis era prima di tutto un libero proprietario in emulazione coi suoi pari, che partecipava direttamente alla realizzazione della volontà politica del suo Stato.

Il fenomeno dello schiavismo è parte integrante d'un fenomeno più generale: l'autarchia, il separatismo civile della polis, che nega ai non-cittadini ogni diritto sul proprio territorio e che impone dei limiti alla crescita della stessa polis. Da un lato, quindi, s'impongono rigidi e assurdi controlli sul numero effettivo della popolazione; dall'altro sorgono interminabili e spesso disastrosi conflitti egemonici tra le polis.

La cosiddetta "democrazia dei piccoli spazi", se assolutizzata, restringe le possibilità evolutive del sistema, trasformando i rapporti tra le polis in una guerra interminabile di tutti contro tutti.

La Roma antica cercò di superare questa contraddizione, sostituendo progressivamente alla polis greca la costruzione dell'impero, che, dapprima in forme repubblicane, si pose come obiettivo quello di creare una "cosmopolis universale". Il cosmopolitismo, come teoria filosofica, era nato nella Grecia antica, ma solo nell'impero romano trovò la sua adeguata espressione politica. Una gigantesca potenza polietnica appariva come un'unica città. Con l'editto di Caracalla (212 d.C.) tutti gli abitanti dell'Impero acquisivano lo status legale di cittadini liberi. Nel contempo l'Impero cercava di trasformare gli schiavi in coloni locatari, interessandoli ai risultati del loro lavoro.

Purtroppo, riducendo la polis a livello di "municipi", e subordinandole alle strutture burocratiche indipendenti dalla volontà dei cittadini, l'Impero aveva creato, col tempo, una frattura tra il sistema politica e la società civile. L'importanza politica di un cittadino era stata ridotta al minimo: il potere centrale poteva facilmente disporre di lui e della sua proprietà. L'Impero, divenuto dispotico, si avvicinava così ai modelli delle monarchie orientali.

IL LAVORO

II lavoro nell'antichità non aveva il valore morale che gli è stato attribuito da venti secoli di cristianesimo e dalla nascita del movimento operaio. Il disprezzo per il lavoro manuale è apparso a molti come contropartita della schiavitù e, nel con­tempo, causa del ristagno delle tecniche. Dell'esistenza di questo disprezzo si po­trebbero dare molteplici prove. Nella Politica Aristotele esalta il fatto che i cittadi­ni abbiano tutto il tempo libero «per far nascere la virtù nella loro anima e perché possano adempiere i loro doveri civici». È la stessa nozione dell'otium cum dignitate che appare come l'ideale di vita degli scrittori romani alla fine della Repubblica e all'inizio dell'Impero. Ciò significa affermare anche che il lavoro è un ostacolo a questo tipo di vita e, quindi, una degradazione. Senofonte, facendo parlare Socrate nell'Economico, mette sulla sua bocca parole che non lasciano possibilità di equi­voco:

«...I mestieri che vengon chiamati artigianali (banausici) sono screditati ed è del tutto naturale che nelle città siano tenuti in grande disprezzo. Rovinano il corpo degli operai che li esercitano e di quelli che li dirigono, obbligandoli a una vita se­dentaria, seduti all'ombra dei laboratori, talora persine a passare tutta la giornata di fronte al fuoco. Poiché, in tal modo, i corpi si fanno più molli e deboli, anche le anime diventano più fiacche. Soprattutto, questi mestieri di artigiano non lasciano alcun tempo libero per occuparsi degli amici e della città; e così costoro paiono ben misere relazioni per gli amici e ben miseri difensori per la patria. Pertanto in alcune città, soprattutto in quelle che passano per guerriere, si arriva fino al punto di proi­bire a tutti i cittadini di praticare i mestieri artigianali».

Una simile professione di fede potrebbe essere accostata all'epiteto di cui tre secoli più tardi Cicerone, nel De officiis (I, 42, 150), gratificò i mestieri artigianali: sordidi. Per la conclusione ci rifaremo a Isocrate; egli scrive, nell’Areopagitico, che occorre riservare i diritti politici «...alle persone che possono avere tempo libero e posseggono mezzi sufficienti per vivere». Ciò suppone, come riscontro, che tutti i mestieri manuali siano esercitati da schiavi o da uomini liberi di condizione inferio­re. Ma... una situazione siffatta si riscontrava solo a Sparta, dove il cittadino, libe­rato da ogni preoccupazione materiale grazie al lavoro dell'ilota, si consacrava in­teramente alla guerra, mentre il lavoro artigianale era appannaggio dei perieci abi­tanti delle città. In tutte le altre situazioni, nel mondo greco come nell'Italia roma­na, fra i cittadini c'erano contadini che coltivavano essi stessi la terra, altri che vive­vano di commercio o di artigianato e Pericle proclamava che ad Atene «i semplici artigiani potevano capire sufficientemente le questioni politiche». Non si può non pensare ai numerosi monumenti funebri innalzati nel mondo romano, specialmen­te in Italia e in Gallia, da artigiani ricchi; si tratta di monumenti ornati di bassorilievi che glorificano l'attività manuale e il lavoro. Le iscrizioni di Ercolano e di Pom-pei rivelano l'esistenza di una borghesia municipale composta di artigiani e di com­mercianti agiati. A Roma stessa esisteva, alla fine della Repubblica, una classe ri­spettata di uomini d'affari e di artigiani che erano tutt'altro che schiavi o schiavi af­francati.

Il disprezzo per il lavoro manuale era dunque solo appannaggio di una piccola minoranza di intellettuali, imbevuti di pregiudizi aristocratici? Il problema è, in realtà, complesso e può esser affrontato solo se viene considerato nella sua evolu­zione storica.

Prima di tutto sono necessarie due osservazioni: in primo luogo, eccettuati certi pensatori sistematici come Aristotele, il lavoro della terra sfugge all'obbrobrio che viene riversato in realtà solo sul lavoro artigianale. «I migliori non potrebbero vivere, se non ci fosse nessuno che lavorasse la terra» scrive Senofonte nell'Econo­mico; e lo stesso Aristotele, che sostiene l'ozio assoluto, dice nondimeno che «...la classe migliore è quella degli agricoltori ed è possibile stabilire una democrazia ovunque il popolo viva dell'agricoltura e della pastorizia». Lo stesso spirito anima a Roma l'opera dei riformatori agrari, che è concepibile solo nel quadro di una rina­scita morale e politica della città; e, tre secoli dopo Senofonte, Cicerone stesso gli fa eco quando scrive: ...nihil est agricultura melius, nihil uberius, nihil dulcius, nihil homine libero dignius. La vita dei campi fortifica il corpo e l'anima, l'amore della terra è la componente essenziale del patriottismo. D'altro canto gli uomini più grandi non esitano a consacrare parte del loro tempo ai possedimenti terrieri: Se­nofonte evoca con compiacenza la cura con cui Ciro il giovane si occupava del suo «paradiso» di Sardi. Ma bisogna fare un'altra osservazione: il lavoro manuale non è, in sé, degradante. La migliore prova è che gli eroi dell'epopea sono spesso rap­presentati nell'atto di dedicarsi a un'attività pratica: Ulisse si costruisce la nave, Penelope fila e tesse, Efesto, il dio fabbro, vive costantemente nel barbaglio rosso del suo fuoco. Infine, gli artisti, artigiani ispirati dagli dèi, sono onorati e ammirati. In realtà, per capire il disprezzo con cui viene considerato il lavoro manuale, biso­gna tener conto di due situazioni: da un lato il vincolo di dipendenza che il lavoro crea, dall'altro i progressi dell'economia servile... Non il lavoro in sé produce il sentimento di disprezzo, ma il legame di dipendenza che si forma fra l'artigiano e colui che usa il prodotto da lui fabbricato. Costruire la propria casa, la propria im­barcazione, filare e tessere le stoffe per gli abiti delle persone di casa non ha nulla di disprezzabile; ma lavorare per terzi, con un salario, sotto qualsiasi forma, è de­gradante. È questo che distingue la mentalità antica da una certa mentalità moder­na che volentieri porrebbe l'artigiano indipendente al di sopra del salariato: fra l'artigiano che vende egli stesso i prodotti che ha fabbricato e l'operaio che da la sua forza-lavoro per gli antichi non c'era reale differenza. Entrambi lavorano per sod­disfare i bisogni altrui e non i propri; dipendono da altri per la loro sussistenza; per­tanto non sono più liberi. Forse è proprio questo che distingue l'artigiano dal con­tadino: il secondo è rimasto, più del primo, vicino all'ideale di autarchia che era il fondamento essenziale della libertà dell'uomo antico. C'è appena bisogno di dire che nell'epoca classica, in Grecia come a Roma, questo ideale di autarchia ha da tempo fatto posto a un sistema di scambi organizzati. Ma la mentalità arcaica rimane e spiega non solo il disprezzo per l'artigiano che soffre nel fondo della fucina o sotto il sole bruciante nei cantieri, ma, ciò che più ci sorprende, il disprezzo appena dissimulato per il mercante o per il ricco impresario che vive del lavoro degli schia­vi. Quando nell'Atene del V secolo Aristofane rimproverava ai «demagoghi» Cleone, Iperbole o Cleofonte la loro professione «banausica» esprimeva proprio questo stato d'animo perché — non c'è bisogno di dirlo — i capi del partito democra­tico non erano, essi stessi, lavoratori manuali.

Tuttavia, anche se la sopravvivenza di una mentalità arcaica spiega in parte l'obbrobrio in cui erano tenute le attività artigianali e mercantili, non lo spiega del tutto: è vero che lo sviluppo della schiavitù contribuì a rafforzare ancor più i pre­giudizi nei confronti del lavoro manuale. Talora si parla, a torto, di concorrenza fra lavoro libero e lavoro servile: una simile concorrenza non aveva senso, dal momen­to che non esisteva un mercato libero del lavoro. In realtà, ogni volta che ha potu­to, l'uomo libero ha scaricato sullo schiavo le attività materiali. Sicuramente... la­voro libero e lavoro servile hanno sempre coesistito. In Grecia, nel periodo del maggiore sviluppo dell'economia servile (V e IV secolo) schiavi e uomini liberi la­voravano fianco a fianco nei campi e sui cantieri delle costruzioni pubbliche. L'eco­nomia del latifondo non fece scomparire dall'Italia il piccolo contadino libero can­tato da Virgilio. Ma si prese l'abitudine di riservare agli schiavi i lavori più penosi, in particolare quelli delle miniere; e dal momento che il lavoro è sorte comune del­l'uomo libero e dello schiavo, c'è la tendenza ad identificarli in una comune ripro­vazione. È significativo il fatto che le leggi contro l'ozio e la glorificazione del lavo­ro manuale corrispondono sia ad un'epoca in cui la schiavitù era allo stato embrio­nale, sia al momento del declino della schiavitù stessa, quando la rarità della manodopera e il rialzo dei prezzi resero importanza al lavoro libero e individuale, crean­do le condizioni per lo sviluppo di una ideologia antischiavista e di una riabilitazio­ne parziale del lavoro.

Tuttavia è naturale che, per quanto limitato nel tempo e affermato solo da una minoranza di teorici e di pensatori legati al passato, il disprezzo profondo di alcuni verso il lavoro manuale avesse ripercussioni profonde sulle stesse condizioni del la­voro. Nell'antichità esistono corporazioni, ma non hanno per finalità la difesa dei loro aderenti. Le rivolte degli schiavi, quando si verificano, non partono da riven­dicazioni precise, ma esprimono vaghe aspirazioni egalitarie nel migliore dei casi; il più delle volte sono soltanto rivolte della miseria e della fame. Lo sciopero è un fenomeno sconosciuto nel mondo antico...

Tecniche ancora primitive che poco si evolvono nel corso della storia dell'anti­chità greco-romana; un quadro politico-sociale che crea un sistema di valori in cui il lavoro appare come servitù, come un ostacolo al libero sviluppo di quell'«animale politico» che è il cittadino antico; condizioni oggettive, fra le quali va messa in pri­mo piano la realtà della schiavitù e, anche, l'asservimento delle città e dei popoli assoggettati, che permettono a una minoranza di vivere in un ozio che finirà col di­ventare parassitismo: queste le condizioni del lavoro nel mondo delle città-stato antiche e specialmente in Grecia e a Roma.

C. mosse, Il lavoro in Grecia e a Roma, traduz. it. di F. Giani Cecchini - titolo origi­nale Le travail en Grèce et a Rome, 1973

La sposa nel mondo greco

(secc. VII-IV)

Nei secoli dal VII al IV a.C., nel mondo greco, con le precisazioni che faremo, la donna, o almeno la sposa legittima, cioè quella data, dopo l’”eggùe” dal suo “kùrios” insieme con la dote, al marito, veniva considerata un “dono grazioso”. Lo statuto della sposa e delle ricchezze che l’ accompagnavano era molto diverso ad Atene, città dell’apertura e del cambiamento, rispetto a Sparta, città della chiusura e dell’immobilismo, proprio perché le due città avevano una diversa concezione della comunità cittadina e della sua composizione.

A quel tempo vi erano “città calde” e “città fredde”, secondo una classificazione del Levi-Strauss.

Le “città fredde”, come Sparta, avevano deciso di conservare l’ organizzazione in case e di limitare l’ appartenenza alla comunità cittadina ai soli possessori di terreni.

Le “città calde”, come Atene, posero fine alla struttura per case e rifiutarono di limitare l’appartenenza alla comunità cittadina ai possessori di terre.

Nelle città fredde la sposa era padrona della sua persona e del suo corredo matrimoniale, mentre nelle città calde la sposa, legata ad una dote in denaro, era sottoposta all’autorità maritale.

Potremmo dire, insomma, che la donna fu vittima dell’invenzione della democrazia.

Nell’Iliade e nell’Odissea vengono descritte molto bene le società strutturate in “case separate”.

L’”oikos”, la casa, era un elemento simbolico che rappresentava: la casa stessa, il suo contenuto, il proprio pezzo di terra ed il bestiame.

La casa omerica è dunque un oggetto simbolico anche se essa è soprattutto l’abitazione.

Essa è importantissima per la persona e per determinarne la condizione sociale: per avere un nome bisognava essere riconosciuti dal padre, appartenere ad un gruppo di residenti liberi di una casa.

Nelle società omeriche i non liberi non avevano una casa, un nome, un padre.

Se la casa era importante per determinare un gruppo residenziale, la terra permetteva la costruzione della gerarchia dei gruppi residenziali.

Il possesso di un lotto di terreno permetteva l’integrazione con la comunità: casa e terra erano, quindi, ricchezze particolari che determinavano lo status giuridico-sociale e lo statuto.

La casa era fondata sul matrimonio legittimo e si perpetuava attraverso matrimoni legittimi: la donna che metteva al mondo figli legittimi, a differenza delle altre donne, aveva, nel bene e nel male, un‘esistenza sociale riconosciuta.

La donna sposa, per la logica delle cose della società di allora, faceva parte delle ricchezze, poiché era colei che provvedeva alla riproduzione.

Nelle società omeriche l‘intero gruppo residenziale si fondava sul matrimonio legittimo e si perpetuava imponendolo.

Statuti e beni erano trasmessi per via ereditaria e solo i legittimi eredi ne potevano usufruire; infatti, solo ai figli legittimi era destinata l‘eredità, agli illegittimi era riservata solo la quota del bastardo e non godevano di nessuno statuto.

Vi erano, quindi, delle regole rigidissime per quanto riguardava la sessualità a scopo riproduttivo, mentre non vi erano vincoli per la sessualità edonistica: le grandi case omeriche erano piene di concubine e di prigioniere.

Tutte le regole imposte tendevano a scoraggiare la poligamia, forse perché si temeva un ingrandimento delle grandi case o un‘esplosione demografica.

Tre concetti fondamentali aiutano a capire la società delle case:

1.                  le case non si intersecavano: i figli maschi rimanevano in esse, le figlie femmine andavano in mogli in altre case;

2.                  le case si perpetuavano: se una casa aveva solo figli maschi, essa si perpetuava accogliendo delle nuore; se, invece, aveva solo figlie femmine,  essa si perpetuava accogliendo generi;

3.                  le case si segmentavano: alla morte del padre, quando i figli si dividevano l‘eredità e si insediavano separatamente nella casa; oppure quando un padre prendeva un genero.

Le case omeriche, quindi, sembravano praticare due tipi di matrimonio: quello “da genero” e quello “da nuora”, che sono tipici della società omerica.

Tali due tipi di matrimonio implicano entrambi: il “dono grazioso” di una sposa, legata a delle ricchezze e l‘incorporazione del coniuge “mobile” nella consanguineità della casa che lo riceve.

Il concetto di sposa e di matrimonio si è poi evoluto, nel mondo greco, dalla configurazione dell‘epoca omerica a quella del periodo classico.

In proposito vi sono due ipotesi più accreditate ed entrambe legate, per metodiche opposte – cogliendo una le affinità e l’ altra le differenze – alla  formazione ed evoluzione delle varie “pòleis”, le città-Stato, del periodo in esame.

La prima ipotesi individua una relazione fra l’apparire delle città e la scomparsa della regalità e la ristrutturazione dei gruppi sociali.

Le “case separate” omeriche cedono il posto alle “case che si collegano fra loro”: cambia, cioè, l’organizzazione sociale.

Nelle società strutturate in “case che si collegano fra loro” è la sovrapposizione delle case che salda il gruppo sociale trasformandolo in un insieme indivisibile.

La città comincia ad esistere con l’instaurarsi della parentela fra cognati.

Questo processo di ristrutturazione delle case scaturisce da una riorganizzazione del sistema della riproduzione legittima:

1.                  la sposa viene data dalla sua casa a quella del marito affinché egli possa assicurare la sua continuità;

2.                  la dote o “deriva patrimoniale” segue la sposa che rimane per tutta la vita titolare delle ricchezze donate dalla sua famiglia. Lo sposo è solo un usufruttuario, essendo, in realtà i beni dotali destinati ai figli generati dai due sposi e tali beni, provenienti dalla casa della madre, sono il segno concreto della loro appartenenza alla casa della madre. Non si tratta più di una filiazione complementare, bensì di una doppia filiazione;

3.                   il collegamento fra le case rende superflue le procedure dei matrimoni della nuora e del genero e l’integrazione del  coniuge mobile nella casa che lo accoglie. Gli sposi cessano di essere consanguinei per diventare affini.

In tutte le “pòleis”, oramai, due sono gli schemi matrimoniali seguiti: il matrimonio della figlia che ha un fratello e il matrimonio della figlia che non ha un fratello.

La seconda ipotesi tiene conto delle differenze che il “dono grazioso” della sposa presenta tra le due città tipo di Atene e Gortina (cui sono assimilabili Chio, Teo, ma, soprattutto, Sparta).

Essa propone di stabilire una correlazione tra la scelta del sistema matrimoniale e quella del sistema politico.

La riconversione delle società a “case separate” in società a “case che si collegano” non vuole rimettere in discussione i principi cardine dell’organizzazione delle società omeriche:

a)                  la gerarchia del gruppo residenziale è fondata sul possesso di ricchezze che danno uno statuto, quali la casa (segno concreto della libertà) e l’ appezzamento di terra (segno concreto dell’integrazione nella comunità \ collettività ormai “pòlis”);

b)                  la riproduzione legittima assicura tanto la trasmissione ereditaria quanto la successione.

Quelle città che, come Gortina e Sparta, hanno scelto di conservare questi principi organizzatori hanno scelto di legare le loro figlie alle particelle della terra della comunità.

Queste città, pertanto, sono state portate a pensare il loro dispositivo matrimoniale a partire dal matrimonio da genero delle società a “case separate“ e a fare della donna un membro della comunità, padrona della sua persona e dei suoi beni.

Le case cittadine, che rappresentano solo una parte dell’insieme dei residenti, si collegano e trasmettono il loro bene comune (la terra della città) ai loro figli legittimi, senza distinzione di sesso.

Altre città, come Atene, hanno scelto, in un certo momento storico, di rifiutare la gerarchia della società organizzata per case; le case cittadine, che rappresentano la totalità dei residenti, si collegano trasmettendo ai loro figli legittimi, senza distinzione di sesso le ricchezze che esse contengono. In tal modo la città si può aprire anche a coloro che non posseggono terra civica.

Quello che comunque emerge e che colpisce la nostra sensibilità affinata ai problemi femminili (in una società dove la pari opportunità fra i sessi è oramai conquista riconosciuta), è la considerazione che presso la “pòlis” per eccellenza democratica e culturalmente avanzata, quale Atene, la donna sposa vive una vita segregata e vegetativa.

In verità Atene era una “pòlis” creata da uomini per uomini, che escludeva le mogli non solo dall‘attività politica, ma anche da quella sociale, religiosa e culturale.

Il mondo, regno e prigione, della sposa ateniese era la casa, anzi la “gunaikonìtis” e tutti gli avvenimenti esterni ad essa riguardavano l’uomo e solo l’uomo.

Viceversa presso Sparta, Gortina, Chio, Teo, Lesbo, città di cui abbiamo testimonianze storiche, il discorso si atteggia alquanto diversamente.

Le donne in generale, ma anche le spose, godevano di una maggiore libertà, non vincolate alle precipue funzioni di procreazione e di amministrazione della casa, libere di frequentare palestre, scuole, danze, cori, teatri, vita culturale, religiosa, sportiva, anche pubblica, pur con l‘esclusione di tutti i diritti politici e di governo.

Il perché di questa differenza, abbiamo visto, sta forse nelle diverse scelte effettuate nel contesto della trasmissione del patrimonio e dell’adozione delle forme di sviluppo economiche attuate dalla “pòlis”.

Come già detto, presso Sparta e Gortina la cittadinanza veniva trasmessa insieme alla terra: cittadino era chi possedesse della terra nell’ambito dell’agro della polis.

Tra l’altro tali scelte hanno comportato come conseguenza coatta, sovente, l’endogamia proprio per evitare la dispersione del patrimonio immobiliare della “pòlis” e la disgregazione del tessuto sociale originario della città stessa.

Così la donna che, sia pure in misura meno garantita rispetto ai maschi della famiglia, poteva anch’essa ereditare la terra, vedeva automaticamente riconosciuto il suo status di cittadino con la connessa maggior tutela della sua condizione anche da sposata: ricordiamo ancora una volta che le era conservata la proprietà del bene dotale, mentre il marito ne era solo usufruttuario.

Presso Atene, invece, l’evoluzione del matrimonio monogamico non solo non favorì la donna, quanto, invece, aumentò l’emarginazione femminile.

La condizione della donna ateniese divenne assolutamente subordinata al padre prima, al marito poi, al figlio o ad altro parente, in caso di vedovanza.

Ciò parallelamente alla nascita di una città–stato dalla struttura di tipo maschilista, un vero “club di uomini” da cui erano escluse, oltre agli schiavi, agli stranieri, ovviamente le donne.

Abbiamo visto, riconducendo il discorso sul piano della disamina delle scelte che hanno determinato una tale organizzazione societaria, che in Atene prevalsero un sistema ereditario femminile ed un sistema dotale legati al denaro ed ai beni mobili.

La donna non ereditava terre che, fra l’altro, non davano più “tout-court” il diritto alla cittadinanza, ma passava essa stessa, come un qualunque oggetto, vero “oikourèma”, dalla potestà del padre a quella dello sposo.

Tale sistema si adattava bene di sicuro ad una città come Atene dall’economia vivace e dinamica, dai molteplici contatti, dai commerci veloci e legati a capitali facilmente reperibili, da spostare in vari settori.

Furono le riforme matrimoniali e politiche di Solone a segnare storicamente il transito dalla società “a case separate” all’Atene “pòlis” più evoluta.

Aristotele ha ritenuto che tali riforme furono determinate dall’esigenza di ripianare i contrasti fra ricca minoranza nobile, proprietaria terriera potente e dominante e massa di poveri che non avevano terra propria.

Atene è assurta a prototipo e paradigma del mondo classico anche in virtù del fatto che di tale popolo e di tale periodo abbiamo un maggior numero di testimonianze rilevanti oltre che per quantità anche per qualità.

Grazie a tali contributi il carattere della donna greca è stato formato e modulato sullo schema della donna ateniese dell’età classica.

E va detto che il matrimonio monogamico non favorì la donna: padrone era l’uomo.

La donna non sceglieva mai ed arrivava al matrimonio quasi sempre senza aver visto il suo futuro marito.

L’uomo si sposava per un unico scopo: la procreazione di figli legittimi.

Il matrimonio d’amore non esisteva, anzi il matrimonio era un vero e proprio contratto in cui tutti gli obblighi erano a carico di una sola parte.

Infatti il marito poteva ripudiare la moglie e tenersi i figli, con la sola formalità di una dichiarazione in presenza di testimoni ed al solo patto di restituire la dote o pagarne gli interessi.

Al contrario l’istanza di divorzio presentata dalla moglie veniva raramente accolta; era sempre necessaria una decisione del giudice, motivata da sevizie gravi o da notoria infedeltà.

A tale ultimo proposito va detto, comunque, che l’ infedeltà del marito veniva comunemente ammessa dal costume, potendo egli avere concubine e cortigiane.

Si attribuisce a Demostene l’affermazione: “…abbiamo cortigiane per il nostro piacere, concubine per essere ben curati e mogli perché ci diano figli legittimi e siano guardiane fedeli del focolare”.

Va altresì ricordato che il contratto di matrimonio fa appartenere la donna alla comunità cittadina ponendola sotto la tutela di un altro cittadino, e colui che la dà garantisce che ella sia nata da un padre e da una madre appartenenti entrambi alla comunità cittadina, secondo le clausole del decreto di Pericle: “…per essere oggetto di un contratto di matrimonio una donna deve essere cittadina di nascita. Colui che la dà deve essere un cittadino … ( omissis )”.

Le condizioni del contratto, dunque, garantivano che la donna data in sposa fosse di nascita cittadina, pur se non attestanti la legittimità di essa.

Quanto alla “deriva patrimoniale”, ossia alla dote, va detto che il suo significato non è di univoca interpretazione.

Ad una prima superficiale analisi, la dote è il segno concreto dell’ascendenza materna e della doppia filiazione: vero ”punctum dolens” dei matrimoni, se nell’ età omerica era l’ assillo del giovane che voleva sposare una fanciulla – ricordiamo che solo in casi eccezionali la sposa era ceduta senza pretendere dote da parte del richiedente