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§
Le principali leggi
1
- I dittonghi (ae,
au, oe, ...) sono lunghi
2 - Vocale davanti ad altra vocale è breve
3 - Vocale seguita da due o più consonanti o da x e z è
lunga (per posizione)
4 - La a finale è breve al Nom. Sing. di I Decl. ed
al Nom., Acc., Voc. Plur. Neutro di II, III e IV Decl.; è
lunga in altri casi
5 - i / o / u finali sono lunghe
6 - e finale è lunga all'Abl. di V Decl. ed
all'Imper. di II Con.; è breve in altri casi
7 - Ogni sillaba finale in consonante, che non sia s, è
breve
8 - as / es / os finali sono lunghe
9 - is / us finali sono brevi (ma is è lunga al Dat. ed
Abl. Plur. di I e II Decl.)
10 - Vocale seguita da muta (b, c, t, ...) + liquida (r,
...) è ancipite (cioè può essere o breve o lunga)
11 - La penultima sillaba di una parola almeno trisillabica
è lunga, se accentata; breve nell'altro caso
12 - Elisione: una sillaba finale in vocale od in m cade se
la parola che segue inizia per vocale o per h (es.: regere
imperio -> regerimperio )

La metrica studia: a) i piedi (insieme di sillabe brevi e
lunghe)
b) i versi (insieme di più
piedi)
c) le strofi (insieme di più
versi)
Il Piede
La sua unità di misura è la mora, che indica la durata
musicale della vocale breve. I piedi possono essere di due o
più more:
pirrichio.......................due
more................….……........... v v
trìbraco........................tre
more................…..........…..... v v v
giambo......................... "
............…................…….. v -
trocheo / coréo........... "
................……................... - v
dàttilo.........................quattro
more..................……........ - v v
anapèsto..................... "
.....................…...... v v -
anfìbraco.................... "
........................…... v - v
proceleusmàtico....... "
...............….......... v v v v
spondèo...................... "
...............……........... - -
crètico........................cinque
more.......……..................... - v -
bacchìaco.................. "
..............……............. v - -
ionico a minore..........sei
more...........................……..... v v - -
ionico a maiore.......... "
................…................... - - v v
molòsso........................ "
..................……............... - - -
antispasto.................... "
..............…................... v - - v
coriambo..................... "
.................…................. - v v -
apìtrito........................sette
more.............……................. - - - v
Il Verso
La sua unità di misura è il metro, formato da uno o più
piedi (in genere, però, solo due).
Una serie di metri forma il verso. I versi possono essere:
in base al numero dei piedi -> dipodìe...........................2
piedi
tripodìe...........................3
tetrapodìe.......................4
pentapodìe.....................5
esapodìe.........................6
in base al numero dei metri -> dìmetri............................2
metri
trìmetri...........................3
tetràmetri.…...................4
pentàmetri.…..................5
esàmetri..........................6
in base ai piedi che li formano -> dattìlico......................da
dattilo (unità di m.)
giàmbico....................da
giambo (unità di m.)
trocàico.....................da
trocheo (unità di m.)
alcàico........................da
Alceo
asclepiadèo...…..........da Asclepìade
archilochèo.…............da
Archìloco
sàffico.........................da
Saffo
ecc.
quindi
tripodìa trocàica = verso formato da 3 trochèi
trìmetro giàmbico = verso formato da 3 metri giambici
esàmetro dattìlico = verso formato da 6 dàttili
ecc.
La Strofa
Risulta formata da più versi di struttura ed estensione
varia raggruppatisi in modo da presentare un periodo ritmico
maggiore di un distico.
Si ricordi che due versi disuguali accoppiati insieme
formano un distico (quello elegiaco è composto di un
esametro più un pentametro); formano un epòdo, se i due
versi non sono nè un esametro, nè un pentametro.
L'ESAMETRO
Questo verso, "chiamato" da Ennio a sostituire l'antico
saturnio, prende il nome di "esametro" da "ex = sei" + "mètron
= misura/piede", anche se lo si conosce pure come "epico" o
"pizio", perchè adoperato dagli oracoli nel secondo caso,
nei poemi epici nel primo.
Formato da sei dattili, presenta, quindi, uno schema
originario...
- v v , - v v , - v v , - v v , - v v , - v v
1^ 2^ 3^ 4^
5^ 6^..............sede
...che, presentando l'ultimo dattilo catalettico, cioè
mancante di una o più sillabe nella parte finale (- v [v]),
con la possibilità di alternare (per dare ad esso un
carattere di musicalità) al trocheo (- v) lo spondeo (- -) e
di considerare, quindi, ancipite (X) l'ultima sillaba,
facilmente vediamo trasformato in...
- v v , - v v , - v v , - v v , - v v , - X
...e, spesso, per la possibilità di poter sostituire al
dattilo uno spondeo nelle prime quattro sedi, nello schema
definitivo...
- v v (- -) , - v v (- -) , - v v (- -) , - v v (- -) ,
- v v , - - (- v)
Solo raramente si incontra lo spondeo (- -) in quinta
sede ed il dattilo (- v v ) in quarta, ma, quando succede,
l'esametro assume il nome di "spondaico"; rarissimo il caso
di esametri formati solo da spondei.
Al ritmo ed all'armonia dei versi concorrono anche le
"cesure", quasi sempre a fine parola e spesso dopo un segno
di interpunzione.
Quelle proprie dell'esametro sono:
- la semiquinària: cesura principale, dopo due piedi e
mezzo, molto frequente
- la semisettenària: cesura principale, dopo tre piedi e
mezzo
- la trocaica del terzo piede: cesura principale, dopo il
terzo trocheo, rara
- la semiternaria: cesura secondaria, dopo il terzo mezzo
piede
- la trocaica del secondo piede: cesura secondaria, dopo il
secondo trocheo
- la bucolica: dopo il quarto piede dattilico, coincide
spesso con la fine di un piede
-> Esso è l'evoluzione latina del trìmetro giambico greco
di cui conserva lo stesso numero di piedi [la cui unità
di misura è la "mora" che indica la durata musicale della
vocale breve; i piedi possono essere di due o più "more" e
vanno dal "pirrìchio", "v v" cioè due "more", all'"epìtrito",
"- - - v" cioè sette "more"] ma non lo stesso numero di
"metra" [che è l'unità di misura del verso ed in
genere è formato da due o più piedi]: nel trìmetro ci
sono tre "metra" (cioè tre dipodìe [di cui ognuna
formata da due piedi]), mentre nel senario i "metra"
sono sei perchè i singoli piedi costituiscono un "metrum".
-> E' formato da sei piedi giambici: v - , v - , v ||
- , v - , v - , v X
1^
2^ 3^ 4^ 5^ 6^
-> Tutti gli elementi dei primi cinque piedi possono
subire sostituzioni e dar luogo a:
trìbrachi...................v v v [tre more]
spondéi...................- - [quattro more]
dattili.......................- v v [quattro more]
anapesti..................v v - [quattro more]
proceleusmàtici........v v v v [quattro more]
Queste sostituzioni si realizzano secondo precise norme:
ad esempio il "proceleusmàtico" è usato quasi
esclusivamente nella prima sede. Per questo è difficile
trovare consecutivi "dàttilo" (- v v) ed "anapésto"
(v v -), perchè formerebbero una successione di quattro
brevi.
-> Il metro giambico è impiegato nei versi del dialogo, ma
va tenuto presente che la difficoltà di scansione dei versi
giambici deriva dalla diversa prosodia [che regola
l'alternanza di brevi e lunghe] dei testi arcaici
(Plauto) rispetto a quelli più recenti (Fedro, Seneca):
questi ultimi sono decisamente più regolari e di facile
scansione.
-> Il senario giambico ha cesure pentemìmere ([dette
anche "semiquinarie"];cesure principali, che troviamo
dopo il quinto elemento, cioè dopo due piedi e mezzo o,
meglio, dopo la breve del terzo piede) e cesure eftemìmere
([dette anche "semisettenarie"]; cesure principali
che troviamo dopo il settimo elemento, cioè dopo tre piedi e
mezzo).
-> Esempio di lettura:
Erat ìmperàtor sùmmus ||. Nèptunì nepòs
IL SETTENARIO TROCAICO
-> E' il verso delle parti recitate, ma compare anche nei
"càntica".
-> Esso è formato da sette trochéi [o "coréi"; v -,
cioè di tre "more"] più un elemento, cioè da due
tetrapodìe trocaiche [vale a dire, da due versi di
quattro piedi ciascuno] di cui la seconda "cataléttica"
[con l'ultimo piede, cioè, privo del secondo elemento]
ed ha tutte le sostituzioni possibili nei senari giambici.
-> Il penultimo piede è sempre puro; la cesura ricorre
generalmente dopo l'ottavo elemento che è "anceps" [cioè
"breve" o "lunga"].
-> Schema: - v , - v , - v , - X || , - v , - v
, - v , X
1^ 2^ 3^ 4^ 5^
6^ 7^ 8^
-> Esempio di lettura:
dùlci[a] àtqu[e] amàr[a] apùd te || sù[m] elocùtus òmnia
IL SETTENARIO GIAMBICO
-> Detto anche “comicus quadratus”, presenta le
stesse sostituzioni del senario giambico (ognuno dei primi
cinque piedi può essere v - / - - / v v v / - v v / v v -) e
le stesse risoluzioni metriche.
-> Esempio di lettura:
male mètuòne Philùmenàe || magis mòrbus àdgravèscat
L’OTTONARIO GIAMBICO
-> I primi sette piedi ammettono tutte le sostituzioni già
viste per il senario; l’ottavo piede è puro.
-> Esempio di lettura:
ag[e] inèpte! quàsi nunc nòn norìmus || nos intèr nos,
Ctèsiphò!
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Elisione:
fusione di una sillaba finale (in vocale, dittongo od in m)
con la prima sillaba (in vocale, dittongo od in m) della
parola seguente
Es.: Conticuer(e)
omnes
|| intentiqu(e)
ora
tenebant
Sinizèsi (o sinèresi):
unione di due sillabe di una stessa parola in modo da
formare una sola sillaba lunga
Es.: Tristis Aristaeus
|| Penei genitoris ad undam
Diéresi:
separazione di due sillabe, in genere formanti un suono
unico, in due sillabe aventi suono distinto
Es.: Stamina non ulli || dissoluenda
deo
Sìstole:
uso, per necessità metriche, si una sillaba lunga come breve
Es.: Occiderunt
magnis || qui gentibus imperitarunt
Diàstole:
uso di una sillaba breve come lunga
Es.: Accepisse simul || vitam dederitis
in undis
Afèresi:
caduta di sillaba iniziale di parola
Es.: Altera signata
(e)st,
|| altera forma biceps
Sìncope:
caduta di vocale all'interno di una parola
Es.: Sed mihi tarda gelu || saeclisqu(e)
effeta senectus
Apòcope:
caduta di lettera o sillaba a fine parola
Es.: Pauperis et tuguri
(=ii) || congestum caespite culmen
Pròtesi:
aggiunta di lettera o sillaba ad inizio parola
Es.:
Eduramque
pir(um) et || spina iam pruna ferentes
Epèntesi:
aggiunta di lettera o sillaba dentro una parola
Es.: Quantos ille virum || magnam Mavortis
ad Urbem
Paragòge:
aggiunta di lettera o sillaba a fine parla
Es.: Dulce caput magicas || invit(am) accingier
artis |

L'esametro dattilico
(o
semplicemente esàmetro, dal greco hex «sei» e metron
«misura») è un verso composto di sei piedi, dei quali i primi
quattro sono, variamente, dattili e spondei; il quinto in genere è
dattilo, e l'ultimo trocheo o spondeo.
II
quinto piede dell'esametro di solito è un dattilo. Rarissime volte, alla
quinta sede, si trova lo spondeo, ma preceduto dal dattilo alla quarta
sede. L'esametro che presenta lo spondeo al quinto piede è detto
spondiaco.
Le
cesure che più solitamente si riscontrano nell'esametro sono: la
semiquinaria (grecamente pente-mimera), la semisettenaria
(grec. eftemimera), quella del terzo trochèo, e la
cesura, o meglio dieresi, bucolica.
La
cesura semiquinaria è detta così perché capita dopo il quinto
mezzo piede, cioè dopo la sillaba in posizione forte del terzo piede.
La
cesura semisettenaria è detta così perché capita dopo il settimo
mezzo piede, cioè dopo la sillaba in posizione forte del quarto piede.
La
cesura del terzo trocheo capita dopo la prima sillaba breve del
terzo piede che, in tal caso, dev'essere di necessità un dattilo.
La
cesura, o meglio dieresi bucolica si riscontra dopo il quarto
piede. È detta così perché usata a preferenza da poeti che sollevarono a
dignità d'arte le canzoni agresti di pastori e mandriani (greco
boucóloi).
(Del
Grande - Elementi di prosodia e metrica latina, Napoli
Piazza – Prosodia e metrica latina, Milano)

Durante tutto il
periodo preclassico e classico la Grecia antica non conobbe la poesia
«letta» nel significato nostro della parola. Le composizioni poetiche
venivano:
a)
recitate senza accompagnamento musicale da aedi e rapsodi di
professione, i quali si recavano di festa in festa e di città in città
ove speravano trovare uditori e guadagni;
b)
recitate su leggero accompagnamento di aulo, strumento musicale a
fiato, ad ancia, affine alla ciaramella;
c) cantate, ad
una voce o a piu voci, con accompagnamento vario (o di strumento a
corda, o di strumento a fiato, o di ambedue).
L'accompagnamento
auletico delle composizioni recitate (gruppo
b)
aveva il compito di segnare e ravvivare
con nettezza il ritmo e di dare il tono giusto al recitante.
□
Al primo gruppo
appartenevano i canti epici.
Gli aedi piu antichi, quali sono
ricordati nell'epos omerico, hanno sempre da presso la
phorminx,
grossa cetra a sette corde, di tono
grave, usata per solo accompagnamento. Per riposare e riprendere fiato,
gli aedi fermavano la recitazione, riempiendo la pausa con leggeri
arpeggi: e magari si servivano della forminx anche per preludiare. Ma
nei tempi classici gli 0meridi che, seguendo il costume degli antichi
aedi, si recavano di città in città per recitare brani di canti epici,
non sembra seguissero ancora quest'uso. Invece la recitazione si
accostò sempre maggiormente al modello drammatico.
□
Al secondo gruppo
appartenevano le composizioni elegiache e giambiche;
□
al terzo tutte le
composizioni della melica monodica e della melica corale.
Sintesi di tutte queste forme di arte
furono la tragedia e la commedia attica le quali, nelle varie parti,
accolsero i recitati degli attori, i recitativi, con
parakatalogh
auletica, del corifeo, e i canti veri e propri del coro. Col tempo la
tragedia accolse anche canti e duetti lirici affidati agli attori.
Abbiamo visto che i sistemi della lirica
latina, in linea di massima, vanno misurati per piedi. I sistemi della
poesia greca procedono altrimenti e già dall'età attica furono distinti
in due classi, dei metri e dei ritmi.
□
Alla prima appartenevano
quei generi che si avvalevano di versi definiti (esametro e penta metro
dattilici; monometri, dimetri e tetrametri anapestici; dimetro e
trimetro giambico; tetrametro trocaico), cioè i generi della poesia
recitata o modulata con accompagnamento di aulo;
□
alla seconda facevano capo
i cosiddetti melh,
cioè tutti i generi nei quali la parola era strettamente congiunta alla
musica, ed inconcepibile ed inconcepita senza di quella, in altri
termini tutta la melica, sia monodica che corale. Solo in età
ellenistica la melica monodica, liberata dalla musica, fu intesa in
qualche modo simile per natura ai metri,
e i suoi incisi ritmici
intesi come versi, creandosi cosi il presupposto concettuale che sta
alla base della ritmica catulliana ed oraziana. Ora, mentre i metri già
ab antiquo
procedevano per misure isocrone, cioè
per funzioni quantitative uguali e ripetentisi in numero definito per
ogni verso, i ritmi procedevano per basi più o meno libere, cioè
per misure metriche nella maggioranza dei casi non isocrone. Cosi fino a
tutto il quinto secolo, nella cui seconda metà gli studi musicali
cominciarono a progredire assai. Scoperto il valore matematico degli
intervalli della scala musicale, scoperto il valore assoluto del
<<tempo>> nel procedere del ritmo, non solo da una musica composta in
via empirica si passò ad un'altra composta secondo scienza, ma si tentò
l'interpretazione totale del patrimonio poetico dei secoli precedenti
secondo una concezione nuova ed in parte aliena dai documenti stessi.
Nella melica greca delle età ionica ed
attica ritmo musicale e poetico nascevano insieme dalla quantità delle
sillabe e dalla successione delle parole; ed il poeta, nel comporre, si
preoccupava più del ritmo di tutto il periodo musicale e poetico che non
degli incisi uno per uno; i secondi s'atteggiavano in funzione del
primo. Nelle composizioni dei melici maggiori il verso, nel senso nostro
della parola, non appare quasi mai. Esaminando il solo testo lo si
potrebbe definire più una prosa numerosa che una successione di
cosiddetti versi. Si dirà che questi, nelle edizioni che abbiamo
sott'occhio, come già nei codici ed in molti papiri, compaiono sempre.
Ma si risponde che quella disposizione, o colometria, non è originaria,
cioè non rimonta al poeta. Quei pseudo-versi sono per lo più fermati da
filologi alessandrini che, fornendo edizioni di solo testo di poemi già
musicati, credettero bene disporli cosi, a mostrare, già visivamente,
che si trattava di opere di poesia; e non va taciuto che dello stesso
testo editori diversi fornirono colometrie diverse. Non si nega certo
che le colometrie ellenistiche molto possono conservare degli incisi
originari del periodo ritmico; si avverte soltanto che vanno esaminate
con cautela prima di accoglierle, e mai dimenticando ch'esse medesime
propongono distinzioni colari d'un periodo, più che versi.
Come pei versi latini, è uso leggere
anche i versi greci secondo
ictus intensivi, più o meno
rigidi, incidenti sulle sillabe in posizione forte nell'ambito di piedi
e metri. Bisogna però distinguere. Se intendiamo leggere secondo
l'interpretazione stichica fornita dai grammatici ellenistici, o nel
modo, di origine medievale, propugnato dai metricisti anglo-tedeschi tra
settecento ed ottocento, quella lettura è legittima. Se crediamo
invece ricostruire al nostro orecchio il ritmo di quegli incisi, qual
era sentito in età preclassica e classica, quella lettura non ha senso.
Come i Greci dell'età aurea modulassero i versi di Omero, come
recitassero e cantassero le loro forme liriche, ci è affatto ignoto. Gli
studi più severi concordano nel rigettare il principio
dell'ictus
e nel ritenere l'antico accento greco di
natura non intensiva, ma musicale, come già si è detto: non percussione
dovuta all'emissione del fiato, ma sollevamento di tono rispetto a
quello secondo il quale venivano pronunciate nella parola le altre
sillabe. Il verso greco pare si risolvesse in pura alternanza di lunghe
e brevi, sentite nel flusso della varia lunghezza e con elevazioni
tonali piu o meno decise, parola per parola, in rapporto all'acutezza e
alla gravità vocalica delle singole sillabe, ed al fonismo diverso
delle consonanti che con le vocali stesse facevano gruppo. Insomma un
naturale <<melologo>>, una musica parlata, del tutto remota dalla
nostra consuetudine e dalla nostra sensibilità.
È ovvio, stando cosi le cose, che
converrà o didatticamente attenersi agli schemi degli studiosi
ellenistici, nella revisione moderna suaccennata, e giovarsi
degl'ictus, o limitarsi all'indagine delle forme liriche nella loro
probabile costituzione, senza avventurarsi troppo in una recitazione
ritmica illusivamente rinnovatrice.
Nella Grecia antica periodi ritmici e
versi non nacquero tutti da una medesima <<concezione>> metrica. Mentre
i sistemi ionici e dorici, almeno in età classica, furono coerenti ad un
ritmo procedente per metri nei quali, salva l'agwgh,
interessava la somma dei valori singoli più che la figurazione cardine;
invece i metri eolici mantennero successioni di basi rigide per numero
di sillabe e per quantità sillabica. Si potrebbe dire che mentre i
sistemi ionico-dorici furono più intimamente legati al sostrato pregreco,
i ritmi eolici accettarono invece abbastanza, sia pure in vario grado,
dalle linee tecniche della versificazione indoeuropea. Di qui il
siIlabismo dei versi eolici, che resisté intatto anche nelle
derivazioni latine di Catullo e di Orazio.
I versi recitativi
□
L’esametro
L'esametro greco ha un carattere più
pronunciatamente dattilico rispetto all' esametro latino. Le
realizzazioni spondaiche sono ammesse con più larghezza nella prima
parte del verso che nella seconda.
Altre importanti
differenze riguardano le incisioni: nell'esametro greco è vietata la
fine di parola dopo il quarto trocheo (ponte di Hermann); dopo fine di
parola dopo il quarto piede è nettamente preferita la realizzazione
dattilica. Con l'esametro latino, il greco divide il rigoroso divieto di
bipartizione dell'esametro in due metà uguali con un una incisione dopo
il terzo piede.
La incisione del terzo trocheo è molto
più frequente che in latino. L'elisione non costituisce un ostacolo per
l'incisione.
Nella storia dell'esametro greco si
distinguono tre periodi (l'omerico, il callimacheo e il periodo tardo di
Nonno), che si distinguono per la crescente severità delle leggi che lo
governano. Così le occasionali violazioni al ponte di Hermann
riscontrabili in Omero scompaiono nell'esametro alessandrino. Sempre per
quanto riguarda le incisioni, Callimaco e Nonno vietano fine di parola
dopo la seconda e la quarta sede spondaica; questi poeti rispettano
anche altre sottili limitazioni.
L'esametro tardo viene ad assumere un
carattere più nettamente dattilico, con la limitazione delle
realizzazioni spondaiche; in Nonno lo spondeo scompare dalla quinta
sede, dove invece si presenta con una certa frequenza negli
alessandrini. In ogni caso Callimaco e Nonno evitano, con rare
eccezioni, la successione di due spondei.
□
Il pentametro
L'incisione
mediana del pentametro greco ammette molto raramente brevis in longo
nell'elemento che la precede (e che preferisce essere realizzato da
una sillaba lunga per natura piuttosto che da una lunga per posizione) e
richiede rigorosamente fine di parola; ma è ammessa l'elisione a ponte
della dieresi.
Nel secondo
emistichio non sono ammesse realizzazioni spondaiche.
Nel primo
emistichio è evitata la collocazione di una parola giambica prima della
dieresi (ma con diverse eccezioni nell'elegia arcaica).
Sia nel primo sia
nel secondo emistichio sono evitati monosillabi ortotonici in clausola.
Diversamente che nel pentametro
ovidiano, è normale che il pentametro sia chiuso da parole di tre o
quattro sillabe.
□
Il trimetro giambico
Il verso è composto da tre metra
giambici. Le cesure sono la semiquinaria, la semisettenaria, e, molto
più raramente, la dieresi mediana dopo il terzo piede.
Il trimetro si presenta in diverse
varietà; dobbiamo distinguere tra: l) il trimetro dei giambografi; 2) il
trimetro della tragedia; 3) il trimetro del dramma satiresco; 4) il
trimetro della commedia.
Per tutti vale il divieto di strappare
gli elementi bisillabici: le due brevi che costituiscono un elemento non
possono appartenere a due parole diverse (si ricordi che prepositivi e
pospositivi fanno corpo con la parola alla quale si appoggiano); si
evita anche che chiudano una parola di più di due sillabe.
Il trimetro dei giambografi è regolato
da leggi particolarmente rigorose; il verso diventa più libero con il
passare del tempo, raggiungendo il massimo di libertà con il trimetro
della commedia.
Così i giambografi ammettono con
parsimonia le realizzazioni di un elemento mediante due brevi e non
conoscono l'incisione mediana.
Comune ai giambografi e ai tragici, ma
non rispettata dai comici, è la legge di Porson: se il verso termina con
una parola che formi un cretico o un quarto peone, preceduta da un
polisillabo, il quinto piede non può essere uno spondeo.
Esclusive dei giambografi sono invece le
leggi di Knox, che regolano in maniera rigorosa le fini di parola e la
collocazione delle pause sintattiche.
Il trimetro
tragico mostra maggiore libertà per quanto riguarda le realizzazioni
bisillabiche e la collocazione delle cesure, ma rispetta la legge di
Porson.
Il dramma
satiresco incrementa ancora le realizzazioni bisillabiche e ammette l'
anapesto in sede pari.
La commedia raggiunge il massimo di
libertà: ammette l'anapesto anche in sede pari. In linea generale, le
realizzazioni bisillabiche sono particolarmente frequenti.
L'incisione mediana è più frequente che
nella tragedia; ed è possibile incontrare versi per ragioni espressive
del tutto privi di incisioni canoniche.
□
Il trimetro giambico scazonte
La tradizione attribuisce l'invenzione
di questo verso a Ipponatte. Viene ripreso in età ellenistica, ad opera
soprattutto di Callimaco e di Eroda.
Il trimetro giambico scazonte rispetta
in Ipponatte e Callimaco le leggi del trimetro giambico (ma non,
ovviamente, la legge di Porson). Callimaco non ammette di regola che la
quinta sede sia realizzata da uno spondeo (in questo caso particolare
il trimetro si definisce ischiorrogico); la quinta sede giambica è la
regola anche per Ipponatte.
□
Il tetrametro giambico acataletto
Il tetrametro giambico acataletto si
incontra come verso stichico nel dramma satiresco (è attestato in una
scena degli Ichneutai di Sofocle e in un frammento di un dramma di
Ione). Se ne ha inoltre qualche esempio in frammenti lirici (Alceo,
Alcmane).
L'incisione più frequente cade dopo il
nono elemento; le realizzazioni bisillabiche dei vari elementi sono
rare.
□
Il tetrametro giambico catalettico
Il tetrametro giambico catalettico è
testimoniato a partire da Ipponatte, ed è frequente nella commedia,
mentre è assente dalla tragedia. E' trattato in linea di principio come
il trimetro comico e nella commedia ammette l'anapesto in sede pari.
La cesura cade preferibilmente (non
necessariamente) a metà del verso, dopo il quarto piede.
□
Il tetrametro trocaico catalettico
Il tetrametro trocaico catalettico,
secondo la testimonianza di Aristotele, era il metro originario delle
parti dialogate della tragedia, prima di essere sostituito dal trimetro
giambico. Questo verso non scompare del tutto dalla tragedia, essendo
rappresentato in Eschilo, come in Sofocle e in Euripide (in quest'ultimo
più frequentemente rispetto ai primi due); lo si incontra anche nei
giambografi e nella commedia.
Il tardo Euripide
e la commedia lo trattano con maggior libertà per quanto riguarda le
realizzazioni bisillabiche, che sono comunque più frequenti in inizio di
verso e del secondo emistichio; difficilmente si incontra un verso con
più di un elemento bisillabico.
Realizzazioni
anapestiche di una sede si incontrano nelle tragedie tarde di Euripide.
I giambografi presentano sempre la
incisione mediana, che può essere assente nella tragedia e soprattutto
nella commedia.
La legge di Porson ha validità anche per
questo verso (ma non nella commedia). Caratteristica del tetrametro
trocaico è la cosiddetta legge di Havet: se il quarto elemento coincide
con una fine di parola polisillabica, deve essere realizzato da una
sillaba breve.
□
Il tetrametro trocaico catalettico scazonte
Questo verso è attestato solo in alcuni
frammenti di Ipponatte e di Ananio. Nelle scarse attestazioni di questo
verso l'incisione mediana è sempre presente e le realizzazioni
bisillabiche si incontrano solo nel primo emistichio.
□
Il dimetro anapestico
Per quanto riguarda i versi anapestici,
bisogna distinguere in anapesti di marcia e anapesti lirici. Mentre
questi ultimi erano naturalmente cantati, i primi venivano probabilmente
resi in una specie di recitativo.
Il dimetro
anapestico di marcia si incontra frequentemente nella parodo e nell'
esodo del coro della tragedia e nell' anabasi della, tragedia. La sua
forma catalettica è il cosiddetto paremiaco.
I dimetri
anapestici si presentano in sistemi (al paremiaco è riservata una
funzione di clausola); di regola tra i dimetri, in quanto appunto cola
di sistema, non è ammesso lo iato e l'ultimo elemento è un longum,
non un indifferens.
Il dimetro
anapestico acatalettico di marcia evita la successione dattiloanapesto;
eccezionale il proceleusmatico. Di regola è presente la dieresi mediana.
Gli anapesti lirici si distinguono per
una maggiore libertà di realizzazione delle singole sedi; in
particolare, è frequente il proceleusmatico. Si può aggiungere che
presentano il vocalismo dorico, invece di quello attico che caratterizza
invece gli anapesti di marcia.
□
Il tetrametro anapestico catalettico
E' frequente nella parabasi della
commedia.
Per quanto riguarda le realizzazioni
delle varie sedi si comporta come il dimetro anapestico acataletto;
evita tuttavia il dattilo in sesta sede. La settima sede è spondaica
solo eccezionalmente (mai in Aristofane). Presente di regola
l'incisione mediana; ricercata anche la fine di parola dopo il secondo
metron (quarto elemento).
I sistemi cantati
Va da sé che, passando dalla pura forma
monodica alla corale, anche gli incisi eolici quivi immessi perdono il
loro rigido sillabismo ed ammettono le sostituzioni di una lunga con
due brevi e viceversa. Agli effetti musicali, importava il periodo
ritmico maggiore, che forma la strofa. La melica corale quindi è
soprattutto di forma strofica.
In questo tipo di poesia, alle parole e
alla musica si univa, sempre, come terza, la danza. I coreuti che
eseguivano la composizione, guidati da un corifeo (= capo coro), o
cantavano e danzavano al tempo istesso, o, se la composizione era di una
certa lunghezza, parte cantavano e parte danzavano, avvicendandosi.
L'insieme della danza, nel movimento ritmico e nelle figure, era detta
orchestica. Le danze greche d'insieme, per la disposizione dei
danzatori, si distinguevano in cicliche (= a giro tondo, o a gruppi di
coreuti, l'uno dietro l'altro, danzanti in giro) e quadrate (quando i
coreuti erano disposti su piu linee; per esempio, ventiquattro coreuti
su tre linee di otto uomini o su quattro di sei). Le danze connesse con
la poesia corale, in linea di massima, erano del genere delle quadrate .
Essendo la poesia corale di base strofica e congiunta con la danza, è
ovvio che forma strofica e orchestica si svilupparono di pari passo. La
danza d'insieme può essere o progrediente in marcia, o ristretta ad un
breve spazio, nel quale i danzatori si muovono. La poesia corale più
antica si accostò e all'una e all'altra senza contaminarle; ed allora
constò di successioni di strofe simili, secondo lo schema A, A', A",
A''' .... Naturalmente le composizioni scritte per tempo di marcia
seguivano gli schemi metrici che rendevano possibile la marcia stessa
(= metri dattilici ed anapestici); quelle scritte per danza su breve
spazio, erano composte invece in metro trocaico o giambico, i quali si
riportano al tempo che noi diciamo di 6/8. Dallo
schema di successione di strofe simIli (testimoniato, nella tradizione,
dagli embathria
attribuiti a Tirteo), con la contaminazione di due tipi di danza cui si
è accennato (= in marcia e su spazio ristretto). si giunse allo schema
AB, A'B' ... , cioè a strofa + epodo. Probabilmente l'innovazione
avvenne con Alcmane il quale, nei suoi partenii, spezzò il ritmo troppo
agile della marcia sempre progrediente, intrammezzandovi danze da fermo.
Finalmente da questo secondo tipo - che rimaneva sempre danza
processionale - si passò al terzo, composto secondo lo schema AA' B,
A"A"'B', A""A"'''B'' ... ; cioè strofa + antistrofa + epodo. Allora le
forme meliche divennero pienamente spettacolari. Chi operò
l'innovazione fu il siciliano Tisia di Imera, detto altrimenti Stesicoro
(= ordinatore di cori, cioè di danze); ed il soprannome che lo designava
dall'opera compiuta ebbe tanta fama, che con esso, e non con quello di
nascita, il poeta passò alla posterità. L'insieme di strofa, antistrofa
(= controstrofa) ed epodo fu detto grecamente
syzygia (= «
aggiogamento »): possiamo dire, in linguaggio nostro, triade strofica.
Ecco come questa veniva danzata:
Supposto uno spazio congruo, con un
altare al centro, il coro, ordinato su linee parallele, si disponeva di
fronte all'altare, ad una distanza determinata dalla maggiore o minore
ampiezza delle prime due parti della triade da eseguire e dal movimento
più o meno concitato che informava il canto e i ritmi. Il corifeo
prendeva posto a destra o a sinistra della prima linea, come guida
della linea stessa e di tutto il complesso dei danzatori; l'auleta o il
citarista, necessario per la scansione dei ritmi, poteva stare presso
l'altare. All'inizio della strofa il coro, per descrivere un circolo,
doveva compiere una conversione a destra, allargando man mano sino
all'altezza dell'altare, si da descrivere un quarto di cerchio; poi,
progredendo, doveva cominciare una conversione a sinistra, restringendo
sino ad arrivare ad un punto diametralmente opposto a quello di
partenza. In tal modo eseguiva, con la strofa, un semicerchio a destra
dell'altare. Quindi, sempre presentando la faccia a chi stava di contro,
i coreuti compivano una seconda evoluzione semicircolare a sinistra
dell'altare, in modo da rifare, all'indietro, i passi di danza fatti in
avanti nella strofe, sino a giungere al punto di partenza. L'evoluzione
orchestica compiuta a sinistra dell'altare costituiva l'antistrofa, la
quale stava alla strofe come una controdanza alla sua danza. L'epodo
veniva cantato al ritorno al punto di partenza, con evoluzioni su
spazio ristretto. Può anche darsi che il coro movesse non secondo una
curva circolare, ma secondo linee immesse quadrangolarmente, e che le
evoluzioni avvenissero, volta a volta, per movimenti di fianco a destra
e a sinistra. Per necessità di cose, come si comprenderà, strofa e
antistrofa avevano la medesima misura metrica, e formavano due periodi
ritmici uguali e consecutivi. Invece, contro quanto si dice comunemente,
secondo un'abitudine invalsa dal Hermann in poi, l'antistrofa in genere
non ripeteva la melodia della strofa, ma aveva una melodia propria: anzi
ogni strofa, ogni antistrofa ed ogni epodo era cantato secondo una
melodia sua, variazione del nucleo melodico preso a base della
composizione.
I Greci, per la loro musica, si
avvalevano di scale definite nell'estensione e nel tono, che chiamavano
armonie; e ritenevano ognuna mantenesse un e thos o carattere proprio,
che la faceva, volta a volta, prescegliere, in rapporto al fine che si
desiderava conseguire. Le principali armonie erano le seguenti:
□
doria, maestosa e virile,
atta ad educare e ad incitare a nobili imprese;
□
ipodoria, anche maestosa,
ma d'una maestà tendente ad eccessiva magnificenza;
□
missolidia, trenetica,
lamentosa, atta all'espressione di commozione e pianto;
□
frigia, esaltata ed
orgiastica;
□
ipofrigia, simile alla
precedente, ma non altrettanto vivace;
□
Iidia, atta ad esprimere
il dolore;
□
ipolidia, atta ad esprimere mollezza e voluttà.
Forse non si sbaglia affermando che
almeno alcuni generi della lirica corale erano già conosciuti ai tempi
micenei. Nei poemi omerici si trova ricordo di alcune tra le forme che
nomineremo in seguito: segnatamente del peana, dell' imeneo, dei threni.
Il canto di Nausica e delle ancelle, col quale le fanciulle ritmano il
tempo per il lancio della palla, è indice di un altro genere della
melica corale: forse lo scolio.
Tutte le forme della melica corale greca
si mantennero ligie alla tradizione che, per ognuna di essa, aveva
determinato il particolare schema metrico, la scala musicale alla quale
doveva essere informata la melodia, e - per quelle d'indole religiosa
anche il mito da trattare. I varii poeti che le elaborarono, a tale
tradizione mai sfuggirono; l'accettarono in pienezza, e lavorarono
sempre nell'interno dei limiti che quella aveva fissato. Presso i
trattatisti greci usava classificare i generi della melica corale
secondo che erano indirizzati a dei, ad uomini, o a dei ed uomini nel
tempo istesso. Ai fini pratici giova seguire tale classificazione e
vengono qui ricordate solo le forme piu comuni.
a) Generi della
melica corale dedicati agli dei.
□
Inno: nome di un tipo
generale di composizione, per lo più di contenuto mitologico e di
origine liturgica, in onore di un dio. Metricamente l'inno si avvaleva
di sistemi dattilici o trocaici; talvolta di schemi nei quali i due
metri, almeno apparentemente, sembrano intimamente connessi. Per
l'armonia fu elaborato essenzialmente secondo quella dorica. Fu ridotto
a forma pienamente letteraria da Stesicoro.
□
Prosòdio: canto
processionale, che prendeva nome proprio dal muovere verso un tempio o
un altare. Ritmo: soprattutto dattilico. Pare sia stato sollevato a
dignità letteraria da Eumelo di Corinto (VII sec. a.C.).
□
Peana: canto in onore di
Apollo Peana (= guaritore), o di Artemide, di ritmo per lo più
peonico-cretico; armonia, per lo più, dorica. In origine era un canto
prettamente liturgico. Letterariamente, più degli altri poeti, lo curò
Pindaro; ma ci rimangono peani cultuali, trovati scritti su grandi
tavole di marmo nel tesoro degli Ateniesi a Delfi.
□
Ditirambo: inno in onore
di Dioniso, detto cosi da uno dei nomi del dio cui era dedicato. Ritmo:
per lo più eretico, ovvero trocaico-giambico; armonia, frigia, o
ipofrigia. Anche il ditirambo ebbe origini liturgiche; come forma
letteraria fu curato principalmente da Pindaro e da Bacchilide.
□
Iporchèma, canto
accompagnato da danza turbinosa, in onore di Apollo. Ritmo: per lo più
giambico o eretico, talvolta anapestico. Armonia: per lo più frigia. Gli
iporchemi più famosi furono composti da Simonide.
b) Generi della
melica corale dedicati agli uomini:
□
Encòmio, in origine il
canto dei partecipanti al banchetto, allorché già brilli facevano le
ultime libazioni; poi canto laudativo per un uomo eminente. Ritmo:
liberi metri di sei tempi primi, riportabili in genere a figurazioni
giambico-trocaiche. Come forma letteraria, fu curato principalmente da
Simonide.
□
Epinicio: canto in onore
di un vincitore negli agoni ginnici. Ritmo: per lo più di base
trocaica-giambica o epitritica. Armonia: varia. Spesso il poeta, nel
comporre la musica, si avvaleva di temi melodici già comuni e noti,
sviluppandoli, strofe per strofe, in variazioni. Sono famosi gli epinici
di Pindaro, che meglio di tutti pare abbia trattato questo genere; poi
di Simonide e di Bacchilide.
□
Scòlio: canto conviviale,
probabilmente detto cosi dal fatto che le varie sue parti erano cantate
a turno dai convitati, seguendo una disposizione obliqua, rispetto a
quella secondo cui erano disposti nella sala del banchetto. Ritmo: per
lo più trocaico-giambico. Armonia: per lo più lidia o dorica.
□
Imenèo, dal dio che si
credeva presiedesse alle nozze; ma può anche essere che il secondo nome
sia stato tratto dal primo: inno cantato dai partecipanti al corteo
nuziale mentre la sposa veniva accompagnata dalla sua dimora a quella
del marito. Ritmo: o di base dattilico-trocaica, o di base
giambico-anapestica, come si è visto nella poesia monodica.
□
Epitalamio, da « stanza
nuziale »: canto in onore degli sposi, dopo la cerimonia delle nozze.
Ritmo: per lo più dattilico-trocaico. Armonia: o dorica, o lidia o
ipolidia, o anche eolica. Famosissimi, tra gli altri, furono gli imenei
e gli epitalami di Saffo.
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Epicèdio (da « funerale» e
« lamentarsi» per la morte di una persona cara) erano inni funebri; il
primo cantato innanzi al morto, ai funerali; il secondo eseguito in
altra occasione, per lo più in un anniversario più o meno prossimo alla
morte. Ritmo: trocaico. Armonia: lidia o missolidia, o anche dorica.
Simonide espresse tale genere, letterariamente, nella forma pia
squisita.
c) Genere della
melica corale dedicato a dei e ad uomini:
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Partènio, canto di
vergini, dedicato a divinità: per lo più Artemis, o Apollo, o Leto, o
Era. Ritmo: in origine dattilico per i poemi processionali, trocaico
per i poemi danzati da fermo; poi di ritmo trocaico-giambico. Alcmane
forse per primo ridusse questo genere a forma letteraria.
(da Del Grande,
Elementi di metrica greca e da Ceccarelli, Metrica greca)
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