Le prime notizie storiche certe che abbiamo della
Scuola Salernitana risalgono al principio del IX secolo. Lo studio della
medicina in Salerno era eminentemente pratico: l'arte sanitaria era
esercitata da monaci (Vedi la storia della Certosa di Trisulti) che
tramandavano l'insegnamento oralmente. Nella Scuola Salernitana si
riconosce una tendenza spiccatamente laica, al punto che il concilio di
Reims proibì ai religiosi l'esercizio medico. Il che significava che il
popolino poteva morire tranquillamente ed al monaco tutt'al più poteva
chiedere l'estrema unzione...
La Scuola Salernitana raggiunse il suo massimo
splendore nel secolo xn, dopo che Costantino l'Africano aveva tradotto e
diffuso, nel massimo riserbo, le opere mediche nientemeno che degli
arabi infedeli... Il profumo delle spezie orientali si fuse così con
l'erboristeria casereccia, in un clima di segreto, quasi che il corpo
non potesse essere oggetto di manipolazioni se non da parte del Maligno.
Sorprendente ostilità questa, nei riguardi dell'arte della salute in un
'epoca in cui si praticavano legalmente e a «fin di bene» i più atroci
tipi di tortura. Disprezzo del corpo e sete di martirio.
O Segnor, per cortesia
mandame la malsanìa!
A me la freve quartana
la continua e la terzana,
la doppia cotidiana
co la grande idropisia.
A me venga mal de denti
mal de capo e mal de ventre,
pregava Jacopone da Todi, mentre gli umili monaci di
Salerno si prodigavano alla cura del corpo.
Il popolo ricorreva ad essi, quando poteva; imparava,
apprendeva, provava e riprovava, scartando ciò che gli era inutile,
assumendo i rimedi in cui trovava giovamento.
La Scuola Salernitana viene a configurarsi come il
filone laico e razionalista del tempo e lentamente cederà il passo alle
nuove scoperte della medicina.
Ma il popolo resterà attaccato ai precetti ispirati
dal buon senso dei monaci di Salerno, con un atteggiamento certo
autonomo che si compendia nel proverbio:
Chi tanti anni voi campar
del dottor non si deve mai fidar...
Nella medicina popolare molto è rimasto delle
pratiche mediche e dei suggerimenti igienici dei monaci salernitani,
tranne in alcuni settori «di contrasto». La Scuola Salernitana
raccomandava (giustamente) molta parsimonia nel mangiare: ma il popolo,
a cui questa «parsimonia» era imposta forzatamente dalle disastrose
condizioni di lavoro, spesso realizzava (o fantasticava) pantagruelici
piatti e banchetti con centinaia di portate e damigiane di vino.
Il popolo vedeva la fame come la peggiore delle
malattie e dell'esortazione «Ex magna coena stomacho fìt maxima poena»,
capiva solo che «Chi va a letto senza cena tutta la notte si dimena»
(cioè non trova pace).
A parte queste discordanze ideologiche, le teorie
popolari e quelle della Scuola Salernitana hanno notevoli punti di
contatto specialmente per quanto riguarda le erbe: la salvia è
febbrifuga; la ruta rende acuta la vista e scaccia le pulci; l'ortica in
decotto frena la tosse; l'issopo (pianta sacra della Bibbia) pulisce i
polmoni e dona un bel colorito.
La Scuola Salernitana non si limita a curare i morbi,
ma li previene con un insieme di regole igieniche. I cibi migliori sono
le uova fresche, il vino rosso, e le pappine in brodo (sic!).
Nell'elenco dei cibi nocivi e ingrassanti sono enumerate parecchie
leccornie al punto che viene in mente il celebre detto di Oscar Wilde «Tutto
ciò che è buono o è immorale, o è illegale, o ingrassa!!».
Volete un rimedio alla concupiscenza? Preparate
decotto di salvia, di rose di rovo, di ruta fresca e che Dio ve la mandi
buona!
Sulle cipolle non ci si riesce a mettere d'accordo:
Galeno le stimava negativamente, mentre il divino Asclepio le
raccomandava vivamente ai suoi discepoli; mentre a detta di tutte le
correnti il porro rende feconde le ragazze (attenzione!). ,
II Flos Medicinae Salerni raccoglie un documento di
vita dell'epoca in cui si riflette una visione del mondo e una ideologia
volta a proteggere la salute del corpo che un malinteso senso religioso
tende a disprezzare.
[…]
Il Regimen Sanitatis o Flos medicinae è un trattato
igienico-profilattico, a carattere divulgativo, che espone una serie di
norme (da seguire quotidianamente) che permettono di conservare lo stato
di benessere e di essere più longevi, migliorando la efficienza fìsica.
Esso individua una serie di elementi esterni all'organismo
(alimentazione, luoghi, fattori climatici, attività fisica, bagno) che
andavano controllati e regolati affinché non turbassero lo stato di
salute dell'individuo, ma lo migliorassero. Nella parte dedicata ai cibi
e alle bevande gli alimenti venivano suddivisi, in base alla loro
maggiore o minore digeribilità in: verdure; frutta; carni.
L'opera è essenzialmente un prontuario che si
richiama ai precetti igienici, diagnostici e terapeutici della scuola.
Emerge, inoltre, da questo trattato lo stretto connubio esistente tra
l'uso delle erbe medicinali e l'alimentazione. A Salerno, era importante
la ricerca di farmaci basati sulle virtù curative delle erbe, sul cui
uso terapeutico vengono date informazioni e indicazioni esaurienti. Vale
la pena sottolineare che numerose erbe usate dalla Scuola Salernitana
hanno oggi dimostrato la loro efficacia; ad esempio l'Issopo: «Purga
l'isopo dalle flemme il petto», così diceva la scuola, e oggi si è
dimostrato che questa pianta è utile nelle bronchiti e nelle affezioni
respiratorie. E anche la Ruta: «che giova agli occhi, e fa la vista
assai acuta...» ha mostrato, in base a moderni studi, una quota di
flavonoici e antociani, che hanno proprietà vasoprotettrici e
normalizzanti la permeabilità dei vasi sanguigni. Gli antocianosidi
possono influenzare vantaggiosamente la microcircolazione, anche quella
oculare, favorendo un maggiore adattamento dell'occhio alla visione
notturna.
Ma i consigli che i maestri di Salerno hanno lasciato
in eredità non si esauriscono qui e, per quanto riguarda la cura delle
affezioni reumatiche, prescrivevano le famose Pillulae Artheticae che
nella loro composizione comprendevano l'Hermodattilo, una pianta, che
alcuni ricercatori avrebbero individuato come il Colchico Autumnale,
ricca di colchicina, sostanza alcaloidea ad azione antinfiammatoria
(particolarmente indicata nella terapia della gotta). […]
DAL REGIMEN SANITATIS
Tr., intr. e comm. C. Gatto Trocchi
De flatu in ventre incluso
(Del flato trattenuto)
Insegna la maestra sperienza, Che da' flati nel
ventre trattenuti Quattro sogliono uscir acerbi mali: L'impetuoso moto
convulsivo, L'acquosa sitibonda Idropisia, La dolorosa colica, e la
sempre Ne' giri suoi vertigine incostante.
De coena
(Della cena)
Di lauta cena apporta il cibo grave, A stomaco
indigesto, assai di pena: Se la notte dormir sonno soave Tu brami, usa
frugale, e parca cena.
De cibis melancholicis vitandis
(Dei cibi da evitarsi dagl'ipocondriaci)
Il Pesco, il Melo, il Pero, il Latte, il Cacio, E la
Carne salata, e la Cervina, Quella di Lepre, e quella ancor di Bue, e la
Caprina esaltan l'atrabile, Ed agli infermi son di nocumento.
De cibis bene nutrientibus
(Dei cibi nutrienti)
L'uova fresche, il vin rosso, e il brodo grasso Misto
col più bel fior della farina Del miglior grano, sono un alimento
Profittevol di molto alla natura.
De cibis nutrientibus et impinguantibus
(Dei cibi nutrienti ed ingrassanti)
Cibi sono incrassanti, e nutritivi, Il bianco pane di
frumento eletto, Il pero fresco, latte appena uscito Dalle poppe di
capra ben pasciuta, E quello che del provido Pastore, Unì l'arte
maestra, e in cerchio strinse, Recente, che di sai non anco è sparso, E
quella parte senza cui è inetto Al generar ogn'Animai, la carne Del
giovane dimestico majale, E il celabro sucoso, e la midolla, Il dolce
amabil vino, e ogn'altro al gusto Più grato cibo, e l'uova atte a
sorbirsi, E i fichi ben maturi, e l'Uva fresca.
De numero ossium, dentìum et venarum in homine
(Del numero delle ossa, dei denti e delle vene
dell'uomo)
L'Uomo d'ossa dugento, e diciannove E di trentadue
denti, e di trecento Sessantacinque vene egli è composto.
De quatuor humoribus corporis
(Dei quattro umori del corpo)
Nel corpo umano quattro sono gli umori, Sangue,
collera, flemma ed atrabile; All'atrabil la terra corrisponde, L'acqua
alla flemma, e l'aer puro al sangue, E la forza del fuoco alla bil
flava.
De sanguineis
(Dei sanguigni)
La Colera è un umore che conviene All'Uomo
impetuoso,... Che facilmente apprende, e molto mangia,... L'uomo
sanguigno di natura è pingue, Faceto, allegro, e di novelle vago, Cui
piace assai Venere, e i cibi, e il vino, Sempre loquace, ilare e
ridente, Atto ad apprender ogni studio, ed arte, Che non si muove
facilmente all'ira, Amante, liberale e rubicondo, Benigno, audace, e di
be' canti amico.
De cholericis
(Dei biliosi)
La Colera è un umore che conviene All'Uomo impetuoso,
il qual desidera Nudrido da superbia avanzar tutti, Che facilmente
apprende, e molto mangia, Che presto cresce, e che uno spirto nutre
Liberale, e magnanimo, e d'onori, E di grandezze sempre mai fornito, di
natura fallace, ed iracondo, Prodigo, irsuto, audace, astuto, e gracile,
E secco, e di color pallido in volto.
De phlegmaticis
(Dei flemmatici)
Di fiacche e infermi forze è l'Uom flemmatico Largo
bensì, ma di statura breve, Pingue la flemma il fa, mediocre il sangue,
Poco allo studio, e assai dato all'ozio, Tardo di moto, e in un di poco
ingegno, E pigro, e sonnolento, e sputacchioso, E d'un color quasi di
neve in volto. Di fiacche e infermi forze è l'Uom flemmatico ...Pingue
la flemma il fa, mediocre il sangue, Poco allo studio, e assai dato
all'ozio,...
De melancholicis
(Degl'ipocondriaci)
Pessimo e invidioso è il malinconico, Di poche
ciance, e in un di poco sonno, Pronto ad apprender facilmente i studi,
Costante, timoroso, invidio assai, Cupido, avaro, e tristo, e
frodolento, E di un terreo color sempre coperto.
De coloribus humorum
(Dei colori degli umori)
Il color nostro dagli umori nasce, La Flemma rende
per lo più l'Uom bianco, il sangue rosso e la bil flava rufo.
De abundantia sanguinis
(Dell'abbondanza del sangue)
Rosseggia il volto, allorché il sangue è in auge,
Fansi gonfie le gotte, e gli occhi tumidi, Tutto diviene il corpo grave,
e il polso Rendesi in un frequente, e pieno, e molle, Nasce un grave
dolor principalmente in su la fronte, e si costipa il ventre, Arsiccia
vien la lingua, e sitibonda, L'acre par dolce, e dolci sono i sputi, E i
sogni non sono che di sangue. Rosseggia il volto, allorché il sangue è
in auge, Fansi gonfie le gotte, e gli occhi tumidi,...
De scissurae quantitate in venaesectione
(Delle dimensioni del taglio nel salasso)
Piaga farai mediocremente larga, Acciò libero il
sangue, e il fumo n'esca.
Quae consideranda circa venaesectionem
(Quali cose debbono considerarsi intorno al salasso)
Dopo l'estratto sangue almen sei ore Debbesi
vigilare, acciocché il sonno, Sensibilmente non offenda il corpo;
Profonda assai non esser dee la piaga Per non offender o l'arteria, o i
nervi; Né men prender si dee subito il cibo.
Quae vitanda sunt post phlebotomiam
(Quali cose debbono evitarsi dopo il salasso)
Piaga farai mediocremente larga, Acciò libero il
sangue, e il fumo n 'esca. L'Uomo a cui dalla vena è estratto il sangue,
Tutto ciò fuggir debbe ov'entra il latte, Fuggir il bere, ed ogni cosa
fredda, Ritirarsi dall'aer nuvoloso, E sol goder il bel sereno del Cielo
Non far moto, perché spesso è nocivo, Ma sol prender quiete temperata.
De musto
(Del mosto)
Il Mosto impelle, e provoca le orine, Presto
discioglie il ventre e i flati genera.
De cerevisia et aceto
(Della birra e dell'aceto)
Nutre gli umori crassi, e forza accresce, Dona
aumento alla carne, e il sangue genera, Le orine muove, e il ventre
molle, e gonfio Rende, e raffredda alquanto la Cervogia Più dissecca
l'aceto, e infrigidisce, Fomenta il malinconico, ed emacera, Sminuisce
lo sperma, e i secchi nervi Molto travaglia, e i pingui corpi dissecca.
De rapis
(Delle rape)
Se giova per lo stomaco, ed a' reni, Cagiona flati,
ed è nociva a i denti, La dolce rapa; e se averrà, che sia Mal cotta, a
te farà tension di ventre.
De visceribus animalium
(Dei visceri degli animali)
Tardi si digerisce il cuore, e tardi Si concuoce il
ventricolo. La lingua È un buon nutrimento, ed il polmone Si digerisce
presto, e poco nutre. Meglio di tutti è di gallina il celabro.
De diaeta
(Della dieta)
Consiglio a tutti l'osservar dieta, Il lor serbando
consueto vivere, Purché necessità non sia mutarlo; La mutazion repente
al dir d'Ippocrate In noi cagiona repentini mali: La dieta poi del
medicar è mèta, E chi lei non apprezza, ancorché sano, Mal regge, e
infermo poi non ben si cura.
De administratìone diaetae
(Dell'ordinazione della dieta)
Nel cibo acciò non erri il dotto Fisico Ciò attento
osservar dee, quando e qual sia, Di che sostanza, e quando deesi
prendere, E quante volte il giorno, e in che luogo.