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Teofìlatto Simocata, nato in Egitto, visse al tempo dell'imperatore Eraclio (610-641), poco prima, dunque, dell'invasione araba. Fozio c'informa che fu segretario imperiale e prefetto.

La sua opera principale è una storia del regno di Maurizio (582-602) in otto libri. Il titolo è, nei manoscritti, Storia Universale; secondo Fozio, Istorie. Lo stile è un fuoco d'artificio di immagini ricercate, di allegorie, di sentenze, di rarità mitologiche: si è parlato, ben a ragione, di marinismo avant-lettre. L'influenza sullo svolgimento della lingua d'arte è stata larga e profonda.

Le sue 85 lettere i sono una raccolta di pezzi di bravura in forma epistolare. Nella maggior parte di esse manca lo studio della natura, la rappresentazione schietta della vita, la verisimiglianza nella descrizione dei sentimenti.

Dalle "Questioni naturali"

Trad. L. Torraca

[…]

SULLE PENNE DELLE AQUILE

Antistene — Chiedi tutto ciò che vuoi.

Policrate — Diceva che le penne delle aquile, sovrapposte per avventura e intrecciate alle penne degli altri uccelli, le corrompono, come se anche in questo l'aquila volesse essere regina degli altri volatili, ed anche denudata del suo piumaggio cercasse nondimeno di esercitare la sua regia potestà. Quale ne è la ragione, o Antistene? Spiegami le opere della natura.

Ant. — Oh il Corinzio! Che illustre maestro di una mistica scienza! Or bene, o Policrate, ti dirò qualcosa. Ma tu porgimi docile l'orecchio, e ascolterai la voce di una Sirena, come un Itacense appressatosi a quelle melodie che superano il canto del cigno.

Pol. — Dimmi, dunque, ottimo amico!

Ant. — L'aquila è un uccello molto male odorante. Per questo mai si accosterebbe un'altra volta ai resti della sua preda ne toccherebbe, o amico, la preda del giorno precedente. Ma nemmeno gli altri uccelli mangerebbero quei resti. Infatti, imputridiscono nello stesso giorno, come se fossero i resti del pasto di un Fineo e di un'Arpia. Per tale causa anche producono, in certo modo, corruzione le penne delle aquile. Partecipano, infatti, di una natura putredinosa. E non si salverebbero quelle penne degli altri uccelli che venissero a contatto con il piumaggio delle aquile. Ben presto, infatti, marciscono.

Pol. — Molto saggiamente, o amico.

[…]

SUGLI ELEFANTI

Ma guarda, o Antistene, i quadri di Apelle. Ho ammirato, o caro, lo splendore della pittura. Guarda questo animale indiano, come l'autore della pittura lo ha ottimamente raffigurato! Si dice che l'elefante non beva prima di avere intorbidato le correnti con la proboscide.

Ant. — Non è inventato ciò che si dice. L'elefante si spaventa vedendo nell'acqua la propria ombra. Perciò anche aspettano gli Indiani, come si racconta, una notte senza luna, quando vogliono far passare questo animale attraverso un corso d'acqua. L'elefante insegni al Narciso del mito a detestare la propria ombra e ad astenersi da amori estranei alla natura.

Pol. — Ammiro la potenza della speculazione, come sei perfettamente abile a spiegare le ragioni della natura!

[…]

SUI CERVI

Ma ora il discorso desidera passare dal mare sulla terra ferma e trasferire sul continente la speculazione. Il Corinzio non mentì dicendo che i cervi, quando perdono le corna, fuggono i luoghi consueti, come se avessero vergogna della privazione dell'ornamento che per qualche tempo li colpisce.

Ant. — Forse, o Policrate, qualcuno potrebbe credere che Pericle scherzi, o che in qualche modo deliri come un coribante e sia invasato, proponendo questo futile quesito. Io l'ammiro e altamente stimo il suo amore della conoscenza. Ma non ti sembra opportuno sedere un po' sotto questo platano? « Il platano, infatti, copre molto spazio, e molto bella è l'altezza e l'ombra dell'agno-casto ».

Pol. — Procedi, dunque.

Ant. — Credi, o figlio di Sossio, credi che il cervo perda le corna?

Pol. — Lo affermo, certo. Infinite volte ho osservato questo fatto, quando ero ragazzo di età e più incolto d'ingegno, nel tempo in cui l'attività venatoria mi sembrava interessante, allora che ammiravo spelonche e colli, e le ombrose vette dei monti erano le mie dimore.

Ant. — Or bene, ti dirò anch'io perchè i cervi fuggano le consuete sedi, quando, per così dire, sono tosati delle corna. Anche gli animali irragionevoli hanno un'intelligenza, o Policrate, con la quale hanno conoscenza dei mezzi della propria salvezza. La seppia conosce l'espediente del suo inchiostro, e spesso ai pescatori rese in tal modo invisibile la preda. Gli uccelli con le unghie adunche conoscono la difesa mediante gli artigli. La lepre sa sfuggire alle insidie del cacciatore con la corsa e la velocità dei piedi. Il cervo, tosato delle corna, sa che la sua natura è più debole a respingere quelli che lo attaccano. Perciò si nasconde come un soldato disarmato, che teme di scontrarsi e desidera stare altrove lontano dalla battaglia. Oltre a queste cose, l'animale in certo modo ha dolori acutissimi alla testa. La natura sa queste cose e la filosofia ci ha iniziati ad esse.

Pol. — Che buon cacciatore sei, o amico! Una profondissima scienza hai predato al Peripato!

[…]

SULL’ADAMANTE

Il Corinzio affermò che l'adamante è ammollito dal sangue di capro. Questo sembra essere un fatto divino e segreto. Orsù, principio e fine di questo incontro siano i discorsi sull'adamante.

Ant. — Già ti abbiamo mostrato, o Policrate, che la natura dell'adamante è secca, fredda e arida. Onde, con ogni verisimiglianza, l'adamante diventa obbediente ai contrari, Quella del sangue è una natura calda e umida. Perciò, ciò che è secco e arido, si piega a ciò che è umido; ciò che è freddo, è ammollito dal calore.

Pol. — E perchè mai l'adamante non è ammollito da ogni specie di sangue?

Ant. — Il sangue di capro è il più caldo; perciò, in certo modo, vince anche l'adamante. Ora, alcuni ammolliscono l'adamante anche col sangue di leone, vincendo la sua durezza con l'eccesso di calore.

Pol. — V'è, adunque, una differenza anche fra sangue e sangue.

Ant. — Certamente. Ha il sangue di cervo una sua proprietà; anche il sangue di toro ha una sua propria energia.

Pol. — Questo discorso, o Antistene, ci porta la verità.

[…]

SULLE LEPRI

Ma guarda il figlio di Aristone, con quanto ardore il giovanetto cavalcai Ed invero, come vedi, si trascina dietro anche una coppia di cacciatori. Il suo cavallo dalla cervice eretta, con la criniera adorna di certi aurei monili, insuperbisce, in certo modo, e freme orgoglioso nell'incesso, come se si gonfiasse di alterigia. Il giovanetto in sella, stringendo le briglie nella destra, stimola il cavallo con i piedi e dirige la corsa verso la città. E gode, in certo modo, il giovanetto: non gli è toccata, infatti, una sterile caccia. Guarda che grande lepre porta sospesa! E di qui mi è balzata l'occasione di una nuova speculazione.

Ho udito dire da un uomo, in cui non alberga vanagloria dì mitiche finzioni, che le lepri per alcuni feti hanno le doglie del parto, altri feti hanno già generato, altri portano ancora incompiuti nel ventre.

Ant. — Quella delle lepri è una natura fecondissima, o Policrate. A confermare pienamente ciò ad uno, basta quel che si dice. Il caglio leporino, dato ad una donna priva di figli, subito la rende gravida e dona un figlio lattante a chi era sterile. Il concepimento, adunque, non ha limiti per le lepri, ma mentre ancora i primi feti sono portati a maturazione, sopravviene ad esse, per così dire, una superfetazione. E così, la lepre alcuni feti ha già generati, di altri ha le doglie del parto, altri porta ancora incompiuti nel ventre. I poeti celebrano come fecondissimi di figli Egitto e Danao, ma a quelli superiore è la lepre, come diceva l'Abderita, e si può impunemente credere ciò.

Pol. — Ci hai convinto, o Antistene, con necessità naturali, esponendomi intorno alle lepri qualcosa di ben fermo.

[…]

SUI CORVI

Ma il discorso, non so come, è volato ai generi dei corvi e si è levato in alto: ed infatti, apprendo che i corvi nella stagione estiva si astengono dall'abbeverarsi.

Ant. — Nella stagione estiva i corvi soffrono un'affezione: l'affezione è il flusso di ventre, o Policrate. Onde i fiumi, le fonti e le paludi non si addicono ai corvi d'estate, perchè il loro flusso di ventre non sia aggravata dal liquido. Conoscono, adunque, l'arte della dieta anche i coni, sebbene non abbiano studiato Ippocrate né appreso i medicamenti di Macaone o di Chirone. I corvi, nella stagione estiva, vedono la fonte Aretusa, vedono anche le correnti dell'Istro ed il Nilo che inonda l'Egitto; ma tuttavia ad essi non è consentito bere, ma castigati come Tantali subiscono questa acerbissima pena.

Pol. — Te beato, per la tua scienza! Evviva il platano! Come dolcemente le canore cicale friniscono fra i rami spuntati di recente!

[…]

SULLE CICALE

E di qui mi è venuto in mente un discorso sulle cicale: ho in animo di investigare le opere della natura. La cicala femmina è per natura affatto muta, come se per modestia avesse vergogna della loquacità. Non vedi questa cicala compostamente posata sul ramo, del tutto silenziosa, come se avesse appreso i precetti di Pitagora?

Ant. — Le cicale sono fredde per natura. Perciò dopo il solstizio d'estate cominciano a cantare, e quando sorge il sole, emettono il loro canto, ma nell'ora di mezzogiorno sono più canore. Pertanto, la cicala femmina è di molto più fredda del maschio, e la natura le impone il silenzio dandole un eccesso di freddo. Percò la cicala femmina non è loquace, ma, come una Teano che tace i segreti, mi sembra quasi obbedire ad Omero che insegna: « Il discorso sarà affare degli uomini ».

Pol. — Il discorso mi è piaciuto.

[…]

SUGLI IBIS

« Ma orsù, passa oltre », ti dirà il discorso. Recentemente, infatti, mi è pervenuta dall'Egitto la speculazione che apporta un discorso non indotto. Dicono che gli Egiziani tessano insidie alle uova degli ibis, perchè i loro feti non producano qualche male. Gli Egiziani, infatti, vanno ripetendo in giro che di lì per avventura trae origine un certo terribile animale. E' forse una favola o un'invenzione quel che si dice?

Ant. — Non mi sembra. Il ritrovato è, in verità, saggio ed egiziano. Se per avventura desideri ascoltare anche il discorso, ho qualcosa da dirti, o amico. Questo uccello si compiace di nutrirsi di cibi puzzolenti: essendo un animale molto vorace, gode massimamente anche di far preda degli animali velenosi. Ma anche ai serpenti è nemico l'ibis, come il basilisco. Perciò anche le penne degli ibis sono nemiche ai serpenti. Si rimpinza di carni di serpenti e di scorpioni, e si diletta di questa cacciagione. Pertanto, come da un purulento embrione nasce un terribile male: il basilisco. Perciò gli Egiziani distruggono, ovunque le vedano le uova degli ibis, quasi falciando in anticipo una peste che in seguito li colpirebbe. Se dunque Priamo avesse imitato gli Egiziani2 o Laio avesse ucciso Edipo, né Troia sarebbe stata conquistata né a Tebe sarebbe accaduto l'incesto con la madre.

Pol. — Che io abbia molta gratitudine a Pericle, o Antistene: infatti, egli è stato per noi autore di una grandissima conoscenza. Poiché il nostro discorso recita la parte di Proteo d'Egitto, poco fa sostenendo le speculazioni sui corvi, un'altra volta quelle sull'adamante, poi passando alle speculazioni sugli ibis, ora s'insinua fra i pascoli dei caradri.

[…]

SUL CARADRIO

Orsù, dunque, cambia la conversazione. Dicono che gli itterici subito guariscano del loro male, se un caradio volga gli occhi su di loro. Pertanto, il caradrio invidioso chiude le pupille degli occhi, come se avesse un sentimento di astio contro la concessione della salute.

Ant. — Va' là, che assurdità, o Policrate, va' là! Gli animali irragionevoli non hanno alcun sentimento di invidia. Né Prometeo è castigato da quelli, perché ha reso gli uomini partecipi di un bene, del fuoco. Il caradrio chiude gli occhi perchè prende in cambio l'affezione e la malattia subito si trasmette all'uccello.

Pol. — Grandissimo bene in piccolissimo essere è la scienza nella natura umana!

[…]

SUI MANDORLI

Ma ora qui, sotto questo mandorlo, fermiamoci un po', o amico. Che dolce canto mi sussurra e che miti aure vi spirano intorno!

Ant. — Guarda il mandorlo gravato dal frutto : poco manca che dal peso di ciò che ha generato sia incurvato e inclinato a terra. Ed invero, o Policrate, questo è grandissimo segno di buona annata.

Pol. — Da che mai [lo argomenti], o carissimo?

Ant. — Questo albero ama la moderata temperie dell'aria, e fiorisce in fecondità, quando questa terrestre dimora abbia un clima mite. Perciò il mandorlo diventa preannunzio di buona annata, perchè non annuncia né scoppio di tempesta né inondazione di piogge.

Pol. — Ma, se ti sembra opportuno, andiamo più svelti verso questo portico qui. Infatti, come vedi, comincia a gocciolare, e che la presenza dei venti sia minaccia di piogge, lo intuisco dai loro movimenti.

[…]

SULLE ACQUE

Ho tratto anche qualche vantaggio a ricordare la meteorologia.

Ant. — Che potrà essere quel che mediti?

Pol. — Le acque bollite sul fuoco sono per natura più incorruttibili, come se fosse stata sottratta ad esse la loro sostanza terrestre. Pertanto, le acque che ci vengono dalle piogge, dovrebbero, sì dovrebbero in certo modo essere più incorruttibili delle altre acque, perchè il sole filtra ciò che è sottilissimo e lo attira in alto. Invece si può vedere tutto il contrario: infatti, le acque derivanti dalle piogge si corrompono più presto.

Ant. — O tu, la natura delle piogge è quanto mai mista: il sole, infatti, fa esalare liquidi di ogni specie. Pertanto, la composizione varia ed ineguale è instabile, ed inclina più facilmente alla corruzione. Infatti, agli elementi discordanti è estremamente connaturale la dissoluzione. Ed inoltre, la parte più pesante di ciò che il sole attira in alto, di nuovo precipita in basso, poiché ciò che è pesante, ha sortito il movimento naturale verso il basso. Infatti, la parte più sottile dell'esalazione diventa natura di venti.

Pol. — Ottimamente.

[…]

SULLE RANE DI SISIFO

Ma mi scioglierai dall'accusa di ignoranza, portandomi a compimento i discorsi sulla natura, o Antistene. Lisimaco, figlio di Falaride, diceva di avere visto mute le rane di Serifo.

Ant. — La natura delle aeque è causa della loro mancanza di voce, o Policrate,. per la sua eccessiva freddezza. Onde, se uno trasferisca altrove questo animale, lo rende subito loquace e lo riporta alla sua propria natura, come se fosse disciolto dai legami di Circe. L'amarezza delle acque rende muta la rana di Cirene.

Pol. — Molto dottamente [hai parlato], o amico.

[…]

SULLE MOSCHE

Che è questo che ci accade? Mi sembra di stare insieme con gli altri in Attica e di richiamare, in certo modo, alla memoria il convito di Teagene : (infatti, Teagene di Salamina convitò me e Dositeo, figlio di Clinia; ci offrì cibi delicati e focaccia melata. Io, intanto, avendo detto addio al bere, mi volsi a certi discorsi con fervore, come era naturale). Mi sembra, adunque, di udire Teagene dirmi : « Non vedi, o Policrate, come le mosche non possano corrompere le fatiche dell'ape attica? ». Ed io mi meravigliai di ciò che aveva detto: infatti la comprensione [di quel fatto] era per noi molto diffìcile.

Ant. — O Policrate, si può vedere come l'Attica sia ricoperta di timo, su cui le api attiche si posano più spesso. Per questo <il miele> ha anche un odore più pungente. Perciò la mosca non si posa sul miele attico come se fosse sacro. Pur ronzandovi intorno, tuttavia si astengono dal saccheggiare le fatiche dell'ape attica. Dov'è Dario, che si armò contro l'Ellade? Insegni la mosca alla tracotanza di Serse che non è lecito mettere piede sul suolo dell'Attica.

Pol. — Molto splendidamente mi hai convitato, o Antistene, descrivendomi l'apicultura attica a mo' dì pospasto alla fine della speculazione. Ma in te da se stessa si è costituita la conoscenza di queste cose?

Ant. — No, di certo, o Policrate. Già da tempo anche dagli antichi sono state sostenute molte e famose dispute e ricerche faticose, sulle quali posandoci con la mente come delle api, le abbiamo raccolte in una sola trattazione generalissima, col nostro discorso svolgendola quanto più accuratamente fosse possibile. Infatti, non usurperò le fatiche di Democrito, né mi ornerò della gloria di Aristotele, né mi approprierò di alcuno dei meriti di Platone; né io lasci senza corona Giamblico, né Proclo, né Galeno, profondamente versati nella scienza, né Plotino, né Sozione, né Alessandro, né Teofrasto, mare di sapere, né Bolo, né Eliano, né Plutarco, tesoro di scienza, né Ambrogio, o il Damasceno, o Ierocle, figlio di Timagene.

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Ultimo aggiornamento:  19-03-07