Si tratta di un periodo,
quello del tardo-antico, che segna svolte e
momenti decisivi nella storia dell'umanità: la
fine del mondo antico e l'inizio dell'alto
medioevo; l'irrompere e il diffondersi della
nuova religione con tutti i rivolgimenti che ad
essa si accompagnarono nella visione del mondo,
nella cultura, nei fatti politici e sociali; il
sorgere, in Occidente, sul tronco dell'arte
romana dell'arte primitiva cristiana; il
costituirsi in Oriente di quella bizantina e il
ramificarsi di questa nello stesso Occidente.
Ricchissima e del più alto interesse è, quindi,
la problematica che lo studio dell'arte del
tardo-antico solleva; da quello dei termini
cronologici entro i qua li essa può esser
compresa e della sua periodizzazione a quello
degli elementi che agiscono sulle nuove correnti
di gu sto; dal problema del riconoscimento dei
vari indirizzi e dei vari centri di produzione a
quello dei loro reciproci influssi; problemi,
infine, di valutazione e di selezione dei
monumenti che hanno un valore d'arte universale,
il cui riconoscimento ci fa intendere quanto
giusto e fecondo sia stato il superamento del
criterio di decadenza secondo il quale si
giudicò a lungo, senza intenderla, l'arte della
tarda antichità.
L'espressione di arte della
tarda-antichità, che si è andata diffondendo
sotto l'influsso dell'opera del Riegl, comprende
quelle manifestazioni artistiche che già si
indicavano come arte del basso impero, di arte
paleo-cristiana o di arte del primo periodo
bizantino e dell'alto Medioevo. Espressioni,
queste, parziali ed esclusive mentre quella di
arte tardo-antica, intesa nella più, vasta
accezione, le comprende tutte e non ne esclude i
rapporti o la di versità di stile e, assai
spesso, la contemporaneità.
Chiarito, così, brevemente il
concetto di tardo-antico, cerchiamo di chiarire
quello che abbiamo detto essere il problema dei
suoi termini cronologici.
Come spesso accade nella
periodizzazione dei cicli e dei periodi storici,
i pareri sull'inizio e la fine del tardo antico
non sono concordi, e non lo sono per un motivo
ovvio. Il chiudere una fase storica, un
movimento d'arte fra due date, significa
stabilire i momenti in cui si verificano,
all'ini-zio e alla fine, certi mutamenti di
indirizzi, di ideali, di gusti che
caratterizzano quella fase, quel movimento. Ma
poichè quei mutamenti avvengono sempre per
trapassi più o meno graduali, con l'incrociarsi
di spinte innovatrici, di remore conservatrici,
di anticipazioni rivoluzionarie e di conformismi
tradizionalistici, è inevitabile che i pareri
non siano concordi circa il momento in cui quei
trapassi possano esser giudicati definitivi e
determinanti. Nel caso del tardo antico i
caratteri così complessi del clima culturale ai
quali abbiamo accennato, rendono anche più
difficile del solito la identificazione di quei
momenti. Non dimentichiamo, del resto, il valore
relativo e il significato convenzionale che
hanno le date messe abitualmente al confine fra
un periodo e l'altro della storia.
Dopo quanto si è detto non
stupirà se diremo che sul problema dei termini
cronologici del periodo torneremo alla fine del
nostro esame. Quel che urge, ora, è il contatto
e l'interpretazione stilistica delle opere
d'arte. Ci basti dire che a noi sembra giusto il
considerare il periodo del tardo-antico come
largamente compreso fra gli ultimi decenni del
II sec. d.C. e l'età di Giustiniano (565). Altre
date proposte sono state, per l'inizio, già
l'età traianea, o il III sec. o l'età di
Costantino; per la fine la caduta dello impero
di Occidente (476).
Tre
esempi
La
Colonna di Traiano

La Colonna di Traiano
rappresenta, come quella di Marco Aurelio, e
quella di Teodosio I e di Arcadio (entrambe
queste due ultime erette a Costantinopoli) un
tipo di monumento commemorativo, per forma e per
contenuto prettamente romani, è il tipo della
colonna coclide istoriata. Molto si è discusso
sulla genesi di tal tipo di monumento. Si è
parlato di origini orientali andando a cercarne
i lontani precedenti in obelischi assiri a fasce
parallele di rilievi con soggetto storico; di
influssi di rotoli figurati con rappresentazione
continua; di eredità dell'uso antichissimo
romano delle pitture trionfali; di quelle
pitture cioè che accompagnavano i trionfi dei
generali romani reduci da campagne vittoriose;
si è richiamato, come precedente del rilievo a
narrazione continua il c. d. piccolo fregio
dell'Ara di Pergamo, quello relativo al mito di
Telefo.
Taluni di questi richiami
certamente sono pertinenti; lo sono specialmente
da un lato quello delle pitture trionfali quanto
al carattere narrativo di contenuto storico;
dall'altro quello del fregio di Telefo quanto
alla continuità della narrazione e agli
interessi per l'elemento paesistico e per la
rappresentazione spaziale. Ma ci affrettiamo a
precisare che la ricerca e l'identificazione di
questi precedenti ha un interesse che diremo
soltanto filologico, e che è solo un punto di
partenza - neppure indispensabile - per la
valutazione storico-stilistica della Colonna di
Traiano, la quale ha un valore intrinseco
altissimo; rappresenta una delle massime
affermazioni della forza creatrice romana nel
campo delle arti figurative, quali che siano i
precedenti donde essa possa derivare dal punto
di vista tipologico e del repertorio figurativo.
Come al solito, la ricerca delle origini di
un'espressione o di un fatto artistico - che
spesso sembra polarizzare negli studi letterari
e in quelli storico-artistici l'interesse degli
studiosi - è ben lungi dallo esaurire il compito
della critica, il quale, invece, ha inizio
proprio lì dove si tratta di scoprire i
caratteri distintivi, la carica di creatività,
il nuovo che costituiscono la individualità di
un'opera d'arte. Dopo questa divagazione
torniamo alle colonne coclidi istoriate. Esclusa
la colonna neroniana di Magonza che ha una
decorazione a fasce orizzontali e che quindi
solo per il suo contenuto storico può essere
rievocata a confronto, le colonne coclidi
istoriate sono le seguenti:
1) Colonna di Traiano. Eretta
nel foro di Traiano a Roma, fra le due
biblioteche che si fronteggiavano, quella greca
e quella latina, a celebrazione delle Guerre
daciche del 101-2; 105-107. Inaugurata nel 113.
2) Colonna di Marco Aurelio
presso la via Lata a Roma. Celebrava le guerre
contro i Marcomanni (169-172) e i Sarmati
(174-176). Fu terminata dopo la morte di Marco
Aurelio (180).
3) Colonna di Teodosio I.
Eretta nel Forum Tauri a Costantinopoli. Narrava
forse le guerre contro gli Ostrogoti. Votata nel
386, forse inaugurata nel 394, purtroppo è
andata perduta.
4) Colonna di Arcadio eretta
a Costantinopoli nel Foro di Arcadio (404-421) a
commemorazione delle guerre contro i Goti.
Anch'essa è andata perduta. Ne resta lo zoccolo
che, a differenza delle colonne precedenti, era
anch'esso istoriato.
La Colonna di Traiano in un
rilievo che l'avvolge come un nastro per circa
200 m., narra cinque campagne delle due guerre
daciche già ricordate (101-2 e 105-107) in 155
episodi. La narrazione ha inizio con la scena
della partenza (profectio) dell'esercito romano
sul Danubio e termina con quella dell'esodo
delle popolazioni vinte. Fra le due guerre è
inserita una figura di Vittoria nell'atto di
scrivere su uno scudo (è il motivo della "carducciana"
Vittoria bronzea di Brescia, che ritroveremo,
fra l'altro, nella colonna di Marco Aurelio), le
scene che sisseguono ininterrottamente
rappresentano allocuzioni dell'imperatore,
truppe in marcia, passaggi di ponti sul Danubio,
scene di combattimento, di assedio, conquiste di
città, sottomissioni di barbari, campi di
prigionieri, etc.. Gli episodi più salienti per
importanza del soggetto o per vivacità e
pateticità di contenuto sono i paesaggi sul
Danubio, il taglio del bosco; il "consiglio di
guerra" che ci mostra Traiano in assorto
colloquio con uno dei suoi luogotenenti, in cui
si è creduto di identificare L. Licinio
Sura; la resa e più tardi il suicidio di
Decebalo, il re dei Daci; le battaglie di Tapae
e di Sarmizegetusa; i capi daci che si
avvelenano per non cadere prigionieri; l'esodo
verso le terre dell'esilio delle popolazioni
vinte, coi loro armeniti e le loro masserizie.
Questo quanto ai temi; quanto
alle qualità stilistiche esse possono così
riassumersi. Da un punto di vista generale il
gusto per forme chiare e precise nonostante la
vastità della composizione; un rilievo poco
aggettante con figure di proporzioni
relativamente ridotte spesso accompagnate da
linee di contorno che danno al complesso della
composizione un aspetto di chiarezza, precisa e
minuta insieme; di conseguenza uno scorrere
della figurazione di centinaia di figure senza
che ne risulti intaccata la saldezza strutturale
della colonna. Dal punto di vista del rapporto
fra figure e fondo un interesse vivissimo per
rendere l'impressione dello spazio nel quale i
personaggi isolati o gli assembramenti e le
folle di personaggi agiscono.
Si è constatato che le
soluzioni adottate dall'artista per dare
l'illusione spaziale sono varie. Ora una
composizione "a volo di uccelli": le figure sono
come viste dall'alto e tendono a chiudersi in
uno schema circolare; ora un lasciare un ampio
spazio libero al disopra delle figure, con note
di paesaggio; ora un affiancarle
convenzionalmente, riempiendo l'altezza del
rilievo, senza preoccupazione di renderle
prospetticamente in proporzioni gradualmente
digradanti verso il fondo.
Dal punto di vista del
contenuto più propriamente stilistico, ci
colpiscono la mirabile unità della concezione,
un gusto vivacemente naturalistico onde sono
resi i personaggi e gli elementi della natura
esterna; un linguaggio semplice e possente
insieme.
Più volte è stato notato che
accanto all'esaltazione del valore e della
gloria romana v'è nella colonna un rispetto per
il valore dei vinti che, nella scena dell'esodo
diventa pietà per la loro sorte. Su questo
elemento, come elemento peculiare della colonna
di Traiano, si è insistito più del
necessario negli ultimi tempi.
Con buon grado di
attendibilità è stato supposto che il
grandissimo artista ideatore (e certamente anche
direttore e coordinatore nell'esecuzione dei
rilievi) possa essere stato quell'Apollodoro di
Damasco che le fonti ci dicono largamente attivo
come architetto al servizio di Traiano (lungo
ponte sul Danubio presso Dobretae (odierna
Dobrecen, Ungheria); un odeon, un circo e il
grandioso complesso del Foro Traiano, a Roma,
etc).
Il
fornice dell’Arco di Costantino

Ad Apollodoro di Damasco è
stato anche attribuito l'altro grandioso
complesso scultoreo glorificante le imprese di
Traiano, un lungo fregio pervenutoci, sembra,
solo in parte nei quattro grandi frammenti
inseriti nell'attico (lati brevi) e nel fornice
centrale dell'arco di Costantino. E’
questo un altro superbo esempio di rilievo
narrativo continuo. Esso è in gran parte
occupato da una carica di cavalleria con alle
estremità la scena del reditus (Traiano fra Roma
e la vittoria che lo incorona) a sinistra e
gruppi di prigionieri a destra. II fulcro ideale
della composizione, dove l'impeto creativo
dell'artista ha raggiunto il tono più potente è
quello dove appare Traiano a cavallo che incalza
i nemici: lo fiancheggia e lo accompagna la
figura irruenta di un signifer, mentre davanti a
lui è il groviglio - mirabile nella sua ferrea
unità compositiva - dei vinti; che si danno alla
fuga, che si genuflettono o che cadono nella
mischia, morti o feriti. Tralasciando di
approfondire il problema della identità di
questo "Maestro delle imprese di Traiano" con
Apollodoro di Damasco - l'ipotesi ha avuto forse
più fortuna di quanto non meritasse - bisognerà
sottolineare che il complesso delle sculture
traianee (di quelle dell'Arco di Benevento non
abbiamo potuto tener conto), rappresenta il
momento più alto raggiunto dalla scultura romana
della prima età imperiale, il frutto più maturo
e l'espressione più autonoma di quella
trasformazione, dì quella rielaborazione
profonda che subirono le tradizioni figurative
greche che i romani avevano fatto proprie. Noi
non vediamo, quindi, nella scultu ra traianea
caratteristiche e qualità che possano
fondatamente autorizzare a riconoscere in essa
gl'inizii del tardo antico; nel contenuto
ideale, nel suo vivace naturalismo,
nell'equilibrio della forma e dell'espressione
psicologica, nella "correttezza" formale essa è
tutta nella tradizione classica ed ellenistica.
Non pochi elementi dell'arte della colonna
traianea (impiego della linea incisa di
contorno, piegare della figura umana a elemento
decorativo della composizione, altezza della
concezione, rispetto ed esaltazione del valore e
della fierezza dei vinti, sono già in monumenti
più antichi quali p. es. il monumento dei Giuli
a St. Rémy che è strettamente legato a
tradizioni ellenistiche.
La base
della Colonna Antonina

Non espressioni di tradizioni
classiche nel senso che ora abbiamo detto, ma di
veri e proprii gusti accademici neoclassici,
assai spesso freddi nel contenuto quanto nella
forma, si hanno, specialmente nel rilievo, nel
periodo adrianeo. Tali sono gli otto tondi con
scene di caccia inseriti, come vedremo,
nell'arco di Costantino; tali alcuni pannelli
storici destinati alla decorazione di un arco
scomparso, di cui si dà una esemplificazione nel
rilievo del Palazzo dei Conservatori
rappresentante l'apoteosi di Sabina(o di Plotina).
A proposito di esso va qui
ricordato che ci è pervenuta una serie numerosa
di pannelli a rilievo di forma rettangolare,
tutti di contenuto storico, destinati alla
decorazione di archi onorari, che la critica ha
cercato di distinguere e di identificare. Alcuni
apparterrebbero ad un arco cretto nel 118; altri
ad un arco posteriore alla morte di Plotina
(129) il c. d. Arco di Portogallo; altri ancora
(in numero di 12, di cui 3 al Palazzo dei
Conservatori, 8 nell'arco di Costantino e uno a
Palazzo Torlonia) ad un arco che sarebbe stato
eretto sul Campidoglio nel 176 per commemorare
la vittoria di M. Aurelio sui Germani e sui
Sarmati. A questo punto del nostro discorso va
inserito invece un altro monumento molto
significativo. E’ la base di una colonna che era
stata eretta in Campo Marzio in onore di
Antonino Pio. la colonna di granito con la
statua dell'imperatore che la sormontava è
andata perduta; ci resta la grande base
scolpita, che conservasi nel cortile della Pigna
in Vaticano. Mentre sulla faccia è la scena
dell'apoteosi di Antonino e Faustina che nello
stile, nel repertorio della figurazione e nello
schema è strettamente collegata al rilievo con
l'Apoteosi di Sabina; nelle due facciate è
rappresentata una scena di decursio, un
carosello di cavalieri galoppanti intorno ad un
gruppo di fanti che è al centro della
composizione, la quale è espressa in un
linguaggio affatto diverso e nuovo. Una
composizione a volo di uccello, con
figure a tutto tardo piuttosto che ad alto
rilievo, appena attaccate al fondo o poggianti
su mensole e ripiani. Tale composizione, il
linguaggio formale fresco, vivace e ingenuo non
hanno nulla più a che vedere con il freddo
corretto e solenne classicismo dell’Apoteosi.
Nei particolari si avverte, tuttavia, un gusto
per superfici mosse, volto a realizzare effetti
chiaroscurali, che discende dalle tradizioni del
pittoricismo flavio-traianeo. La base è
anteriore al 169, anno della morte di L. Vero
che figura con M. Aurelio come uno dei dedicanti
del monumento.
(da Lezioni di Archeologia di
Achille Adriani)