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La figura più rappresentativa della vita intellettuale napoletana durante l'età dei Flavi è, senza dubbio, il poeta Papinio Stazio. Nato a Napoli da un modesto litterator o maestro di scuola, che vi si era trasferito dalla celebre colonia greca di Velia per dare un maggiore lancio alla sua promettente attività professionale, il cantore delle Selve, quando parla di sé, delle sue vicende personali, dei suoi affetti domestici è portato naturalmente a narrarci della sua città, ora affascinato dalle sue bellezze, ora colpito dal tarlo del rimpianto e della nostalgia.

Nell'epicedio del padre — un lungo carme pieno di commozione e di ricordi (V 3) — Stazio rievoca la sua prima vittoria poetica, ottenuta appunto a Napoli, nella ricorrenza degli Augustali: le «patrie fronde» della corona concessagli come premio risultavano d'un serto di spighe di grano (vv. 225-7). Di questo successo sappiamo che fu anteriore all'anno 80 d. C, e quindi ebbe luogo nel 74 o nel 78: il poeta che definisce le gare napoletane come le più degne di stare al confronto dei ludi quinquennali capitolini, vi tornò altra volta come spettatore, ad esempio nella prima decade d'agosto del 90 (II 2, 6).

Che quella fosse l'epoca degli Augustali — la cui durata, a detta di Strabone (V 4, 7) si protraeva per diverse giornate —, lo apprendiamo anche da Svetonio (Aug. 98) il quale racconta che Augusto in persona vi intervenne pochi giorni prima della sua morte, avvenuta il 19 agosto del 14 d. C.. Del resto la vittoria nell'agone napoletano era tradizione di famiglia; rivolgendosi al padre nel carme già citato, Stazio (vv. 133-9) gli dice: «e fu a Napoli che, mentre crescevi e salutavi l’aurora della vita, tu ti lasciasti adescare, bramoso di lodi e reso audace pel tuo talento poetico, dai concorsi poetici banditi ogni lustro dalla tua città natale, e in cui. uomini maturi avrebbero a mala pena potuto affermarsi. Il popolo oriundo dall'Eubea ascoltò con ammirazione i tuoi versi dei teneri anni e i genitori ti additarono ai figli. D'allora in poi la tua voce fu assidua nella gara, e non ci fu ricorrenza festiva da cui non uscisse trionfante». In base a queste indicazioni, si può ritenere che le ricorrenze degli Augustali a cui Stazio padre prendeva parte fossero quelle tra il 20 e il 40 d. C.. Il genere poetico coltivato da lui era, a preferenza, l'epopea: «Tu eri avvezzo a dividere con Omero lo stesso giogo, a uguagliare i suoi esametri anche riducendoli in prosa e a non restargli inferiore neanche della durata d'un piede». Forse suggestionato dal recente esempio del Bellum civile di Lucano, il padre di Stazio prese a cantare la lotta tra Vitellio e Vespasiano, che nel dicembre 69 produceva l'incendio del Campidoglio: «D’improvviso l'Erinni della guerra civile agitò la sua torcia dalla vetta del monte Tarpeio e produsse combattimenti degni dei monti di Flegra: il Campidoglio brillò di fiaccole sacrileghe e le coorti latine furono in preda alle furie degli antichi invasori gallici. Le fiamme non erano ancora estinte né quel rogo di numi aveva cessato di brillare che già tu, pieno d'entusiasmo e molto più veloce dello stesso fuoco, intonavi con religiosi accenti un canto propiziatorio ai templi distrutti e deploravi che la folgore di Giove fosse stata cinta d'assedio». Il poemetto diede luogo a una pubblica lettura: vi presero parte i Latii proceres, cioè i notabili latini, un'espressione la quale non esclude che la recitazione avvenisse proprio a Napoli, tra personalità della Campania, cioè tra i genitori di quei giovinetti ai quali l'autore dei versi impartiva lezioni di letteratura, di storia, di cultura generale. Dieci anni più tardi, di fronte alla tragica eruzione vesuviana, il padre del poeta delle Selve sentì l'estro d'un canto destinato a eternare i danni subiti dalla sua città, ma la morte lo colse prematuramente, a pochi mesi di distanza dal grave flagello (80 d. C). È Stazio stesso che sembra raccogliere l'eco dell'ispirazione paterna, quando così invoca Napoli: «Libera, o Partenope, il tuo volto mezzo rovinato dall'improvvisa pioggia di polvere, e deponi sulla tomba del tuo grande figlio la chioma sepolta sotto il monte sconvolto dall'eruzione» (vv. 104-6).

Proprio all'epoca della morte del padre, Stazio si dedicava alla sua principale fatica poetica, la Tebaide. Era anch'essa una epopea, ma si discostava dai soggetti d'attualità, che, come abbiamo notato, solevano far colpo sulla musa paterna, per andare verso una lontana e complicata trama mitologica, le tragiche vicende della discendenza d'Edipo.

Le ambizioni crescenti del poeta lo indirizzavano ormai verso Roma: romana era la moglie Claudia, a poca distanza da Roma Stazio (o suo padre) aveva acquistato una piccola proprietà, la villetta di Alba. Fu appunto nei ludi Albani, istituiti da Domiziano all'inizio della primavera di ogni anno, che Stazio, il 90 d. C. (III 5, 28-31; V 3, 227-30), riportò dall'imperatore il premio d'una corona d'oro: era l'apogeo dei suoi successi letterari, ottenuto con un carme adulatorio, che esaltava i successi militari del principe sul Reno e sul Danubio. Venne poi la volta della sua sconfitta nei ludi capitolini, dell'agosto 94 (III 5, 31-3; V 3, 231-3): punto nella sua maggiore aspirazione, la gloria poetica in quegli agoni che segnavano il più grande concorso di poesia del tempo, Stazio cominciò ad avere in uggia la capitale e fu preso da nostalgia di Napoli. Il terzo e il quarto libro delle Selve sono quelli che più risentono di questo, stato d'animo, il quarto anzi viene definito «il libro di Napoli». Ma il canto in cui il sentimento nostalgico si leva più accorato, e più entusiastico l'elogio della vita napoletana è senza dubbio quello diretto alla moglie, il quinto del terzo libro. Il poeta vuol convincere Claudia a rinunziare, alla gran vita di Roma per seguirlo a Napoli. La città si era probabilmente accresciuta di molti degli abitanti sfuggiti alla rovina di Stabia, Pompei, Ercolano: «Non credere che la cima del Vesuvio e l'ondata fiammeggiante giù pel monte malefico abbiano totalmente spopolato le trepidanti città: abitatori ve ne sono, anzi prosperano e crescono di numero» (vv. 72-4), versi a cui poco dopo Stazio fa seguire un'importante notizia urbanistica: sebbene Napoli fosse già angusta e condensata per la propria popolazione, tuttavia non mancava di aprir le porte a numerosi stranieri.

Segue il vero e proprio elogio di Napoli, che si articola e si snoda su quattro punti essenziali: i vantaggi del clima, il tenor di vita sereno, la bellezza della natura e dei monumenti, e — infine — le attrattive turistiche dei dintorni.

In merito al primo il poeta non fa che una constatazione vera in tutti i tempi: «Colà l'inverno è mite, l'estate temperata dalla frescura, e un'acqua pacifica sfiora il lido con onde tranquille» (vv. 83 s.).

Quanto al genere di vita placido e distensivo, Stazio conferma la tradizione dell'otiosa Neapolis, così cara ai seguaci della scuola d'Epicuro e agli indaffarati personaggi romani dei tempi di Cicerone e di Strabone: «laggiù aleggia una pace serena, la vita è comoda e rilassata, e il riposo, non mai turbato, può protrarsi in sonni tranquilli. Non vi sono accaniti comizi, né le leggi divengono strumento di attaccabrighe: nei cittadini è innato un costume di vita rispettoso della legge, né c'è bisogno della forza per realizzare la giustizia» (vv. 84-8).

Come bellezze naturali Stazio sottolinea quindi i magnifici panorami e la raffinata cura del paesaggio, mentre enumera, tra gli edifici, templi e innumerevoli colonnati che cingono larghe piazze, e mette in particolare rilievo i due teatri, vicini, anzi contigui, di cui l'uno scoperto e coperto l'altro. Trovandosi a parlare di spettacoli, il poeta è indotto a menzionare i famosi Augustali, inferiori soltanto ai ludi Capitolini, e fa il nome del più fortunato tra i commediografi greci, Menandro, maestro di vita gaia e dignitosa allo stesso tempo. I suoi versi peraltro, più che alludere alla rappresentazione sulla scena di commedie menandree, mirano a raffigurare di scorcio l'allegra comicità partenopea, portata a sconfinare nel patetico, della quale il poeta avrà tante volte colto dal vivo lo spettacolo, soffermandosi lungo il litorale davanti a caratteristiche scenette. Del resto la commedia di Menandro, intesa non come forzata caricatura, bensì come specchio della vita reale, affiora da un verso d'un poeta latino quasi contemporaneo di Stazio, Manilio (V 474-6), ed è certo all'humanitas menandrea che intendeva fare omaggio il proprietario d'una casa pompeiana, dedicandovi un posto d'onore alla immagine del commediografo ateniese.

Ed eccoci finalmente alle attrattive dei dintorni: «Né mancano nei luoghi circostanti i diletti d'una varia vita, sia che ti piaccia visitare la vaporifera Baia il cui lido è una delizia, o gli antri ispirati della fatidica Sibilla, o la collina di Miseno, memorabile per il remo troiano, o i vigneti succosi del bacchico Gauro, o Capri, antica dimora dei Telèboi, dove un faro, emulo della luna che vaga di notte, innalza la sua luce propizia a vantaggio dei trepidi naviganti, o i gioghi di Sorrento che producono un vino secco e robusto, o gli stagni salutiferi d'Ischia, o Stabia che rinasce» (vv. 95-104). Il poeta insomma enumera le stesse mete turistiche dei giorni nostri, cioè Capri, Sorrento, Ischia, le acque termali di Baia e di Stabia, il fascino misterioso dei Campi Flegrei, collegato con l'antro della Sibilla e con le tappe del mito troiano.

Terminato il terzo libro delle Selve, Stazio lo dedica con una lettera in prosa al suo prediletto amico napoletano, anzi sorrentino, che più volte l'aveva ospitato nella splendida villa presso il capo di Sorrento: le rovine considerevoli appaiono ancor oggi in località detta appunto Puolo. Siamo nell'estate del 95; lo stato d'animo predominante è lo stesso dell'esortazione rivolta alla moglie: proposito deciso di tornare a Napoli. Pollio è stato il compagno delle ore liete e delle speranze da poco duramente crollate; la sua splendida villa veniva già celebrata dal poeta nell'estate del 90: il patrizio napoletano continua a trascorrervi un ozio beato, a cui Stazio vorrebbe finalmente accomunarsi, ma l'ostacolo, purtroppo, è la volontà contraria della moglie, che vuole restare a Roma: «Alla fine del libro esorto la mia Claudia a ritirarsi con me a Napoli. Per dire la verità, è un predicozzo, e per giunta confidenziale, dato che si rivolge a mia moglie e si propone di convincere più che dilettare. Tu però per questo mio scritto proverai subito una particolare simpatia, sapendo che la futura destinazione del mio riposo punta soprattutto alla tua volta, e che io penso, in questa mia brama di rifugio, più alla tua persona che alla mia stessa città nativa>> (Epist. 1. III).

Che Stazio tornasse effettivamente a Napoli nel corso del 95, lo desumiamo dalla sua lettera all'amico Marcello, la quale segna appunto la dedica del libro quarto. Il poeta, nell’accennare al suo carme sulla via Domiziana, aperta al traffico in quello stesso anno, specifica: «La via Domiziana ha messo fine ai lunghi ritardi provocati dal suolo sabbioso. È per merito dell'imperatore, se anche tu riceverai più sollecitamente la mia lettera poetica che fa parte di questo libro e che ti ho scritta da Napoli».

Gli endecasillabi di Vìa Domitiana non costituiscono uno dei soliti saggi adulatori di Stazio verso il sovrano. Anzitutto, se adulazione c'è, non si può dire spesa male, di fronte a un'opera pubblica di tanta utilità. Inoltre, a parte le apostrofi lunghe e tronfie del Volturno e della Sibilla all'imperatore, il carme si evidenzia per taluni tratti descrittivi, che ancor oggi possono interessarci. Soffermiamoci su due descrizioni che formano un felice contrasto, quella delle difficoltà stradali d'un tempo e quella del viaggio reso sollecito dalla nuova arteria. «Qui una volta il lento viaggiatore, procedendo sopra un veicolo d'un sol asse, traballava secondo il penzolar del timone; la terra maligna ingoiava le ruote, e la plebe latina in aperta campagna provava i malanni dei viaggi di mare. Né il percorso procedeva veloce: le ruote, bloccate nel loro cigolìo, rallentavano l'incedere impacciato, e la cavalla sfinita, incapace di sopportare il peso eccessivo, si accasciava sotto l'alta stadera. Ora invece quel viaggio che impegnava un intero giorno richiede appena due ore. O penne tese degli uccelli, voi non trascorrerete più velocemente la volta celeste, né voi, o navigli, spazi marini» (vv. 27-39). Più oltre Stazio ripiglia a raffigurare il percorso dal ponte sul Volturno, sito presso la diramazione della Domiziana dal tronco dell'Appia: «Alla soglia del ponte un arco apre solennemente l'accesso, adorno dei trofei guerreschi dell'imperatore e rilucente di tutte le varietà marmoree dei Liguri, paragonabile a quello che corona le nubi durante il maltempo. A quel punto il frettoloso passeggero devia il suo cammino, ed è qui che l'Appia si rammarica d'essere abbandonata. È qui che la corsa che si fa più veloce ed accesa e gli stessi cavalli sono presi dal piacere d'uno slancio gagliardo, proprio ciò che capita quando, essendo ormai spossati i muscoli dei rematori, i primi soffi di vento gonfiano le vele. Suvvia, o popoli che sotto i cieli orientali praticate la lealtà verso il padre della patria romana, accorrete in massa per questa via invitante, e voi, o allori delle terre dove nasce il sole, giungete a noi con passo più celere. Nulla si oppone ai vostri desideri, nulla comporta ritardo: chi lascia sul far dell'alba il corso del Tevere, possa di prima sera navigare sul lago Lucrino» (vv. 97-113). Allo stesso libro quarto delle Selve appartiene come penultimo il carme gratulatorio pel napoletano Menecrate, genero di Pollio Felice, in occasione della nascita di un terzo figlio: «Al mio compatriota Giulio Menecrate, giovane d'altro rango e genero del mio Pollio, rivolgo i miei complimenti per aver onorato la nostra Napoli con numerosa figliolanza» (Epist. 1. IV). Stazio si rivolge a Partenope, esortandola a pararsi a festa: la prolificità dei patrizi napoletani può «ristorare le perdite prodotte dai furori del Vesuvio» (vv. 4 s.). Tesse quindi l'elogio della famiglia (non senza una punta di biasimo per Menecrate in persona, che ha trascurato di fargli pervenire direttamente la bella notizia), e chiude con una invocazione alle divinità di Napoli, che merita d'essere riportata: «O Dei della patria, voi che la flotta degli Abanti trasferì oltre il mare con magnifici auspici sino al litorale ausonio, e tu, o Apollo, suprema guida del popolo emigrato di lontano, del quale il beato Eumelo ancora venera la colomba, volgendosi a guardarla teneramente mentr'essa poggia sulla sua spalla sinistra, e tu, o Cerere attica, in onore della quale noi, taciti iniziati, agitiamo sempre la torcia votiva con una corsa anelante, e voi, o Dioscuri, che l'orrendo Taigeto di Licurgo e l'ombrosa Terapne mai maggiormente celebrarono, proteggete con tutti i suoi membri questa famiglia di cui siete penati paterni. Siano essi tra coloro che, con l'eloquenza e le proprie possibilità, rechino giovamento alla città sopraffatta dai molti anni e dalle assidue traversie, e la lascino prosperare nel nome ch'è indice di giovinezza» (vv. 45-56).

Gli Abanti non sono che gli Eubeesi, vale a dire i fondatori di Cuma, ed è certo alle origini di Cuma che si riferisce la partecipazione di Apollo, guida dei coloni attraverso il volo d'una colomba; più incerta la figura d'Eumelo, il cui nome peraltro si collega alla fratria napoletana degli Eumelidi. Dopo i numi della fase calcidese, Stazio mette in rilievo, con Cerere, il sopraggiungere dei coloni attici, e dichiara ancora in uso ai suoi tempi la fiaccolata inaugurata dal navarca ateniese Diotimo: vengono infine nominati i Dioscuri, venerati in un famoso tempio, oggi chiesa di S. Paolo Maggiore, che rappresentano l'elemento spartano. La grecità di Napoli, a giudicare da questa rassegna di culti, si era dunque consolidata col volgere dei secoli, assimilando diversi riti e secondando varie tendenze egemoniche (Cuma, Atene, Siracusa).

Un altro figlio di Menecrate, il più grande, lo ritroviamo con le mansioni di piccolo sacerdote nel tempio di Ercole, che Pollio ha inaugurato presso la sua villa sorrentina nell'estate del 91 e che Stazio ha visitato e celebrato con un lungo carme (III 1). Esso si richiama al soggiorno del poeta negli stessi luoghi durante l'agosto del 90 (quando compose la Selva II 2) traendo profitto da tutti gli accorgimenti della sua tecnica descrittiva, complicata e spesso barocca. Era il cattivo gusto dei tempi. Eppure va messo in evidenza uno squarcio felice, la descrizione delle singole vedute del golfo, come appaiono dalle diverse finestre della villa: «Come passare a rassegna i belvedere innumerevoli e le tante diverse prospettive? Ogni camera comporta un particolare diletto e domina un suo tratto di mare, e a ciascuna finestra, al di là della distesa marina, risponde una singola località: questa guarda Inarime, di là si svela l'aspra Procida, da questo lato si profila lo scudiero del grande Ettore, da quest'altra Nesis, circondata dal mare, emana malefiche esalazioni, più oltre appare Euplea, felice presagio per le navi errabonde, e insieme Megalia, che, ergendosi dai flutti, ne sferza le ondate, mentre il tuo Limon si rammarica che il padrone dorma sulla sponda opposta del golfo e ammira da lontano il tuo palazzo di Sorrento. Peraltro v'è un ambiente che domina di gran lunga su tutti gli altri della casa, quello che ti offre, in linea retta sul mare, la vista di Partenope: qui si ritrovano i marmi più pregiati, tratti dal fondo delle cave greche... tutti questi abbellimenti sono rivolti verso le torri calcidiche, a cui sembrano levare un saluto» (II 2, 72-94). La sequenza panoramica procede da ovest a est: Ischia (Inarime), Procida, il capo Miseno (lo scudiero di Ettore), Nisida, il monte Echia, sopravvivenza del greco, lo scoglio di Megalia o Megaris, vale a dire il Castel dell'Ovo. Seguono ancora un podere di Pollio chiamato «Limon», cioè «il prato», nome che fa pensare a una distesa pianeggiante ad est di Pizzofalcone, e finalmente la vera e propria Napoli greco-romana (che Stazio di norma contraddistingue poco propriamente col nome di Partenope). Essa segna, rispetto ad Ischia, il polo opposto della lunga carrellata panoramica inclusa nell'orizzonte della villa sorrentina, la quale, come le stesse rovine attestano, era piuttosto orientata verso ovest. Stazio ci ha dato coi suoi versi lo spettacolo che si coglie guardando verso Napoli dalle alture di Sorrento, una visione antica e perennemente viva, in cui avvertiamo il suo senso d'artista e insieme l'affetto che lo lega alla terra nativa.

Ma torniamo alle sue vicende del 95. Venuto un'altra volta a Napoli, il poeta, dopo l'insuccesso riportato ai ludi Capitolini, volle fare ritorno all'antica mitologia, iniziando la composizione d'un poema sulla vita e le gesta d'Achille. Se ne parla in alcune Selve del quarto e del quinto libro (IV 7; V 2 e 5), e non va negato che la ispirazione sbocciasse dall'entusiasmo che soltanto il ritorno a Napoli poteva far rinascere in lui. Ma erano ormai gli ultimi mesi della sua non lunga esistenza, e il nuovo poema rimase interrotto al principio del secondo libro.

Per la vita intellettuale di Napoli durante la seconda metà del primo secolo d. C. Stazio rappresenta il testimone più copioso e più significativo. Ed è evidente, malgrado il suo grande amore per la città nativa, che quella vita era andata decadendo, in guisa da non poter sostenere il confronto coi bei tempi dei poeti augustei, formati alle scuole di Sirone e di Filodemo. Oramai la speculazione filosofica dei cenacoli epicurei era venuta meno per sempre: ne è buon testimone anche Seneca, che lamenta la futura prevalenza della vita di teatro su quella del pensiero. I giochi Augustali avevano più interesse sportivo e turistico che culturale. Le opere di Filodemo giacevano abbandonate nei ripostigli della villa di Ercolano, e si deve all'eruzione del Vesuvio d'averle salvate e fatte giungere sino a noi.

Eppure l'incanto naturale di Napoli restava fonte viva di poesia: Stazio che seppe coglierne la più viva e spontanea ispirazione è il legittimo progenitore dei poeti che, attraverso i secoli, ne decanteranno le bellezze.

 

   

 

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Ultimo aggiornamento:  05-04-07