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Silio Italico ,
il poeta innamorato della Campania dove possedeva magnifiche
ville e tesori d'arte, si compiaceva di descrivere
(Puniche XII 27 ss.) la minacciosa resistenza opposta
dai Napoletani alle armi d'Annibale: «La mite Partenope fu
la prima a provare l'impeto dei suoi attacchi. Non era ricca
di tesori, ma neppure difettava di gagliardia: il duce
cartaginese, che aveva bisogno d'un sicuro approdo per le
navi provenienti dalla sua patria, si sentì attirare dal suo
porto. Oggi la città ospita molli costumanze e ozi cari alle
Muse, e il suo tenor di vita è alieno da problemi più seri.
Una delle Sirene, Partenope, figlia dell'Acheloo, diede alle
sue mura — cosa memorabile — il proprio nome, e i canti di
essa regnarono a lungo nel golfo, mentre intonava, a rovina
dei miseri naviganti, una melodia dolce, capace di dare
morte tra i flutti». Lasciando da parte il seguito, dove il
poeta descrive la pioggia di fuoco e la tempesta di frecce
che dalle mura napoletane si riversano sul nemico, ci piace
sottolineare che Silio è contemporaneo di Stazio e che le
parole con le quali i due poeti descrivono il tenor di vita
della Napoli dei tempi di Domiziano dicono precisamente lo
stesso: i «molles ritus» trovano eco nella «numquam
turbata quies», la riluttanza per le «curae graviores»
si spiega per la serenità in cui la vita pubblica si
svolge («nulla foro rabies aut strictae in iurgia leges»),
e soprattutto lo stesso plurale «otia» condensa la
nota saliente del clima umano di Partenope, salvo che
l'ospitalità concessa di frequente alle Muse (Silio)
aggiunge una chiara allusione al ricorrere degli Augustali.
Quanto poi alla descrizione del canto della Sirena, che
richiama facilmente i versi di Dante (Purg. XIX
19-21):
lo son, cantava, io son dolce Sirena,
che i marinari in mezzo al mar dismago,
sì son di piacere a sentir piena,
è chiaro ch'essa, per Silio,
simboleggiava tutta una tradizione canora e poetica, viva ai
suoi tempi come sempre, fino ai nostri giorni.
La tradizione dell'otium
intellettuale viene confermata e come nobilitata in più d'un
autore nel periodo argenteo.
Marziale,
nell'invitare l'amico Turanio a una gustosa cenetta (V 78),
non dimentica, tra le tante specialità di legumi, ortaggi e
frutta, «le castagne arrostite a fuoco lento, raccolte nei
campi della docta Neapolis» (vv. 14 s.). Sembrerà
forse strana la presenza d'un epiteto del genere in un brano
di contenuto gastronomico: più ancora sorprende la docta
Parthenope, irrigata dalle acque del Sebeto, inclusa in
una lunga serie di località campane che producono cavoli
(l'antica Cuma dal lido erboso, le terre dei Marrucini,
Segni col monte Lepino, la pingue Capua, gli orti delle
Forche Caudine, Stabia celebre per le fonti, le campagne del
Vesuvio, la dolce palude pompeiana con le vicine saline di
Ercole, il Sele dalla vitrea corrente ecc.). L'autore è
Columella,
scrittore di cose agricole vissuto ai tempi di Nerone (X 127
ss.); le due testimonianze sono all'incirca contemporanee ed
attestano, per l'indole assai poco intellettuale del loro
contenuto, la banalizzazione dell'aggettivo «doctus»
ovunque si parlasse di Napoli.
Può darsi che a diffondere quest'epiteto,
oltre la ricorrenza periodica degli Augustali, contribuisse
la presenza canora di Nerone, ampiamente documentata da
Svetonio (Ner. 20); comunque vien fatto di pensare
assai più a spettacoli o a manifestazioni poetiche capaci di
far effetto sul grosso pubblico, anziché al sopravvivere
della tradizione filosofica severa e riservata di cui
abbiamo preso conoscenza durante l'ambito cronologico che
s'aggira tra la maturità di Cicerone e la giovinezza di
Virgilio.
La prova più certa di questo nuovo
indirizzo — meno nobile ma più spettacolare — della cultura
napoletana durante la prima età imperiale si desume da
Seneca,
nell'epistola a Lucilio, dove parla delle sue visite al
filosofo stoico Metronatte: « Per andare a casa di
Metronatte, come sai, bisogna oltrepassare lo stesso teatro
dei Napoletani (lungo l'asse dell'attuale via Sapienza).
Quello è sempre colmo, e con grande impegno si giudica chi
sia un valente suonator di flauto; anche intorno al tibicine
greco e al banditore si fa la folla, mentre pochissimi si
trovano seduti in quel luogo in cui s'indaga sull'uomo
virtuoso e dove s'impara ad essere tali; e costoro alla
moltitudine sembrano non aver nulla di buono da fare, e son
chiamati inetti e perdigiorno » (76, 4).
Questa testimonianza è preziosa in un
senso e nell'altro: documenta la decadenza, forse accentuata
dal tono amaro con cui Seneca la pone in risalto, di quei
convegni filosofici presso autorevoli rappresentanti delle
varie scuole, ch'erano stati un privilegio della Napoli dei
tempi di Cicerone e di Virgilio, e insieme attesta
l'interesse per le esibizioni musicali; una nota questa che
sopravvive nei secoli, così come perdura l'abitudine degli
sfaccendati a fare campanello intorno ai banditori, val
quanto dire ai venditori ambulanti. |
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