Altro insigne rappresentante
dell'epicureismo in Campania fu Sirone, un maestro austero e
dignitoso, dotato di facoltà così pure da poter fare breccia
nell'animo di Virgilio! Le notizie che abbiamo di lui sono
infatti quasi totalmente collegate col soggiorno napoletano
del poeta di Mantova. Forse un po' più anziano di Filodemo,
Sirone dimorò e tenne scuola a Napoli, lungo la via per
Pozzuoli, ai piedi della collina di Posillipo. Assai
probabile, tra le tante supposizioni contrastanti, mi pare
la tesi del Rostagni, il quale riconosce la ex-villa di
Sirone nella località della tomba stessa di Virgilio, che
era, per testimonianza del suo biografo Donato, sulla via
Puteolana, entro la seconda pietra miliare. Come non
identificare il nome, già etimologicamente euforico, di
Pausilypon, «luogo dove cessano gli affanni», con la
fuga dal dolore, canone fondamentale del pensiero epicureo?
E come immaginare una natura più ridente di quella del
promontorio dal lieve pendio, rivestito di floride vigne e
digradante verso il mare per bearsi della vista del Vesuvio,
della penisola sorrentina e delle isole del golfo? Era certo
questo il fascino del piccolo podere di Sirone, una villa
con annesso campicello che poteva dare, in miniatura, l'idea
del «giardino» di Epicuro in Atene.
Che Virgilio fosse a scuola da Sirone e
da lui apprendesse i canoni del pensiero epicureo ce
l'assicurano la vita di Donato (68 R.), quella di Probo ( 10
p. 73 B), Servio (Ad Ed. VI 13 e Ad Aen. VI
264) e infine lo scolio veronese Ad Ed. VI 10. Queste
medesime testimonianze fanno anche i nomi di Vario Rufo,
Plozio Tucca e Quintilio Varo, tre poeti legati al Mantovano
da un'affettuosa consuetudine di vita. Stando infatti a
Probo, Virgilio «menò per più anni un ozio liberale,
seguendo la scuola di Epicuro e vivendo in un'esemplare
concordia e familiarità con Quintilio, Tucca e Vario». Gli
stessi componenti di questo piccolo cenacolo d'intellettuali
e di poeti riappaiono in due papiri ercolanesi, contenenti
trattati di Filodemo sull'adulazione (pap. 1082, 12) e sulla
avarizia (pap. 253, 12).
Che Filodemo s'incontrasse con gli amici
e scolari di Sirone e che i reciproci convegni si
risolvessero in discussioni filosofiche, lo apprendiamo da
altro papiro ercolanese (319, I 4, 11. 5 ss.): «parve bene
far viaggio con noi alla volta di Napoli dal nostro Sirone e
presso il sodalizio che vive colà intorno a lui, e animare
conversazioni filosofiche, e tenere più assiduamente
soggiorni di studio in Ercolano...».
Di tali conversazioni o diatribe (i
papiri usano il termine greco tradotto in otia, una
occupazione tutt'altro che disdicevole alla otiosa
Neapolis), fanno appunto parte i due trattati suddetti:
Filodemo rivolge la parola a quattro persone di seguito,
quattro vocativi di cui Vario e Quintilio si leggono per
esteso; il nome di Virgilio è quasi certo; l'incertezza più
assoluta permane invece sulla prima metà del quarto nome.
Fissare la data di questi incontri
napoletani ed ercolanesi è cosa che si può facilmente. Siamo
prima della morte di Sirone, avvenuta il 43 a. C. Proprio in
quell'anno Vario, suggestionato forse dallo scritto di
Filodemo sulla morte, riceveva l'ispirazione per un poema
De morte, in cui, come ha dimostrato il Rostagni,
bollava con allusioni roventi il triumviro M. Antonio; è
facile dunque supporre che gli scambi di rapporti
intellettuali tra Filodemo e il sodalizio di Posillipo
s'intensificassero tra l'uccisione di Cesare e la battaglia
di Filippi: una volta morto Sirone, Filodemo stesso, ormai
vecchio e onorato, diveniva naturalmente la più alta
autorità dell'epicureismo nel golfo di Napoli e doveva
determinare un notevole ascendente non solo su Virgilio, ma
anche su Orazio.
Per Virgilio il passaggio da Roma a
Napoli significò il passaggio dall'eloquenza alla filosofia.
Le scuole retoriche frequentate dal giovane mantovano prima
a Cremona e a Milano, poi a Roma, non avevano appagato la
sete del suo animo: pedanteria e paroloni vacui non potevano
generare che insofferenza e fastidio in un cuore aperto ai
più puri ideali del bello e del bene. Fu forse Lucrezio che,
con la sua Musa ispirata, gettò il primo seme della
meditazione nell'animo del giovane poeta, e lo trasse ai
templi sereni della Sapienza, indirizzandolo a Napoli, alla
scuola di Sirone, «in quell'ambiente di pace, di astrazione
e di indifferenza per la vita pubblica, dal quale
sorgeranno, dopo alcuni anni di elaborazione, le
Bucoliche».
La partenza per Napoli trova espressione
poetica nel quinto carme dei Catalepton, che oggi
sono universalmente riconosciuti opera genuina di Virgilio:
«Via di qui, via, vuote ampollosità degli oratori, parole
roboanti di non attico rimbombo e voi, Selio, Tarquizio,
Varrone, genia scolastica madida di grasso; via di qui,
vuoti tamburi alle orecchie dei giovani. A te pure, o Sesto
Sabino, pensiero dei miei pensieri, dico addio; addio, miei
belli! Noi dirigiamo le vele verso i porti della felicità,
cercando i dotti insegnamenti del grande Sirone, e
riscatteremo la vita da qualsiasi affanno. Allontanatevi, o
Muse, voi pure alfine allontanatevi, dolci Muse (se infatti
vogliamo dire la verità, non fummo insensibili alla vostra
dolcezza); e tuttavia tornate a visitare le nostre carte, ma
discretamente e solo di rado».
I beati porti sono la meta del sistema
epicureo, che mira essenzialmente al piacere, ma l'immagine,
nella sua plasticità, richiama certo gli approdi del golfo
di Napoli, anzi della collina di Posillipo, il cui nome
stesso sembra parafrasato nel verso «vitamque ab omnì
vindicabimus cura».
La data esatta del passaggio di Virgilio
a Napoli si può collocare tra il 48 e il 47 a. C. Furono
lunghi e gradevoli soggiorni, interrotti in principio da
permanenze a Roma o nel Mantovano, e poi sempre più assidui,
dopo che la spartizione delle terre ai veterani di Filippi
segnò anche per Virgilio la perdita della casa paterna e del
podere avito. Queste dolorose vicende, che seguirono di
pochi mesi — al massimo d'un anno — la morte di Sirone,
affiorano, con accorato rimpianto, nel carme ottavo degli
stessi Catalepton: «O villetta, ch'eri di Sirone, o
povero campicello, che pure, per un padrone come lui,
rappresentasti ugualmente una ricchezza, affido a te me
stesso e insieme questi miei congiunti che ho sempre amati,
se mai nuove più tristi udrò della mia patria, e prima di
tutti mio padre. Tu ora sarai per lui quel ch'era stata
Mantova e prima ancora Cremona».
Il piccolo podere di Sirone, modesta
realizzazione partenopea del «giardino» ateniese d'Epicuro,
era ormai, dopo la morte del primo proprietario, la sola
cosa di cui Virgilio — non sappiamo se erede o acquirente —
potesse disporre. Il poeta vi trascorse la maggior parte
della sua vita, ed ebbe l'estremo riposo tra le memorie di
quella ch'era stata la scuola epicurea di Napoli. Si pensi
al nome tradizionale di «schola Vergili», rimasta
attraverso i secoli a designare i ruderi romani presso la
punta del capo di Posillipo, lungo la marina della Gaiola.
Il legame spirituale col maestro
scomparso e l'interesse per la filosofia di Epicuro sono
ancora vivi nella sesta Bucolica, composta intorno al
40 a. C. Essa contiene una cosmogonia, ispirata dal quinto
libro del poema di Lucrezio e messa sulla bocca di un mitico
dio dei campi, Sileno. Gli scoliasti, e in particolare
Servio (Ad Ecl. VI 10), asseriscono che sotto questo
nome Virgilio intendeva per l'appunto raffigurare Sirone.
Epicurei sono sensi e concetti del discorso che Sileno
esprime, ma la durezza materialistica, insita nel gioco
degli atomi, appare vivificata da un ameno senso di
leggenda. Il discorso ha fondamenti filosofici, ma chi lo
pronunzia, Sirone o Sileno che sia, è mosso da una piacevole
condizione d'ebbrezza. Siamo ad una nuova fase
dell'evoluzione spirituale virgiliana: la meditazione
filosofica comincia ad attenuarsi fino a rappresentare un
ricordo degli anni giovanili, una patetica rievocazione dei
giorni felici, trascorsi dinanzi al mare di Napoli, alla
scuola d'un maestro mite ed umano, che aveva saputo
alleviare con la panacea del pensiero di Epicuro l'innata
tristezza del suo più grande discepolo.