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LETTURE 2

Le ville di Plinio sul lago di Como

« Perciò io sono solito chiamare quella Tragedia e questa Commedia, quella perché si eleva sui coturni, questa quasi sui sanda­li ».

Per quanto riguarda l'ubicazione di queste ville, una tradizione vuole collocata la Trage­dia sul promontorio di Bellagio (dove sorge la villa Serbelloni) perché fu trovata l'epigrafe forse riferita alla madre della terza moglie di Plinio; la Commedia invece avrebbe avuto sede presso Lemno (nel lago di fronte a Lemno furono travati resti di colonne, frammenti di capitelli, etc.) e dove si pensa venisse inse­diata una villa che godeva di un lungo viale verdeggiante.

«... mentre l'una con un dolce curva com­prende un solo golfo (questa descrizione si riferirebbe chiaramente al golfo di Lemno) l'altra, la Tragedia, invece, che « dalla sua erta e scoscesa giogaia ne divide due » si rife­rirebbe alla punta di Bellagio (che all'origine divide due rami di Como e di Lecco del Lario).

Nella Commedia la passeggiata in lettiga si stende per un lungo percorso rettilineo sulla spiaggia; essendo infatti a Lemno il territorio pianeggiante era possibile l'esistenza della gestatio (il viale per la passeggiata in lettiga). Nella Tragedia si dispone in dolci curve in una spaziosissima terrazza: « Dall'una si possono osservare giù i pescatori, dall'altra si può pescare personalmente e gettare la lenza dalla propria camera e a momenti anche dal proprio letto come da una barca ».

La villa «in Tuscis»

Molte sono state le interpretazioni circa l'ubicazione della villa in Toscana, indicata da Plinio semplicemente con il termine « in Tuscis », ossia in Etruria.

Alcuni la ritengono ubicata nei pressi di Borgo S. Sepolcro a San Giustino situato po­co più a nord di Città di Castello, l'antica Tifernum Tiberinum dove tra l'altro Plinio possedeva dei terreni: « Si tratta di terreni fertili, ubertosi, ricchi di acqua e distribuiti in campi, vigne e boschi, i quali forniscono legname e, quindi, l'introito modesto ma fis­so... » e dove sorgeva un tempio innalzato forse da Plinio stesso e decorato da statue di imperatori « ... ut statuas principum, quas in longinquis agris per plures successiones traditas mihi quales acceperam, custodiebam... ».

Tale località si trova attualmente in terri­torio umbro ai margini del confine con la Toscana.

Bisogna tener presente che all'epoca non era segnato un confine esatto tra le due regioni e che, se Tifernum era chiaramente in Umbria, Plinio considera la sua villa situata in Toscana, trovandosi essa più a nord. In questo luogo esiste un'altura ancora oggi denominata colle Plinio dove esistono resti di costruzioni romane in cui sono stati ritrovati tra l'altro embrici in cotto con la sigla C.P.C.S..

La villa sorgeva in una zona collinare con orientamento N.N.O., S.S.E.. Fra il primo gruppo di fabbricati e quello più arretrato vi era una differenza di livello. La parte a sud, costituita da una serie di ambienti, era fronteggiata da un « xystus », tagliato da siepi di bosso che tracciavano numerosi disegni, preceduto dalla gestatio. Il gruppo posto a sud-est comprendeva il triclinium (sala da pranzo), i cubicula (locali da riposo), la cotidiana cenatio (tinello), la areola (cortile albe­rato a platani), l'« atrium », forse più vecchio rispetto alle altre parti della costruzione.

Una galleria (cryptoporticus), in pendenza, metteva in comunicazione con l'altro gruppo di fabbricati adatti soprattutto alla residenza estiva: i cubicula, una sala da pranzo con servizi di cucina sottostanti e infine un altro porticato (a due piani) collegava questi con altri locali, forse il quartiere degli schiavi, indicati generalmente con il nome di '' dietae “.

Sul lato destro si stendeva l'ippodromus (giardino) in fondo al quale si trovava il cubiculum dotato di zothecula (alcova) dove il proprietario poteva riposarsi o lavorava. La proprietà era interamente cinta da un muro di cui sono state trovate tracce; esso, viene detto anche in un'altra lettera, era d'uso nelle ville romane in quanto muro di recinzione.

Intorno si stende la tenuta agricola, coltivata a prato, a vigneto sulle colline. La villa era infatti sulle prime pendici dei colli, ma la scarsa elevazione consentiva una larga vista sulla valle del Tevere.

I dintorni erano ricchi di boschi e di cacciagione: «... ed inoltre quei boschi che si estendono tutti intorno, quella solitudine e perfino quello stesso silenzio che è richiesto dalla caccia spronano fortemente il pensiero».

« Quanto a me, nella mia villa in Toscana, attendo alla caccia e alla composizione lette­raria, occupazioni che talvolta esercito alternativamente  e talora contemporaneamente ».

La descrizione della villa da parte di Plinio è sempre fatta in modo da affermare l'ameni­tà e la salubrità, quella atmosfera di riposo, di quiete, rifugio dal frastuono cittadino. Pas­sando comunque ad un'analisi più analitica, osserviamo sul lato sud-est la sala da pranzo che si protende in avanti; dalle sue finestre si poteva vedere una parte della villa dov'erano sistemati i bagni e dalla parte opposta l'ippo­dromo.

Dalla grande porta-finestra inoltre si vede­va la ultima parte della terrazza e i terreni a prateria (pratum). Sullo stesso lato a metà galleria un gruppo di locali (diaeta I) che circondavano un'areola (cortile) a platani. Quindi due cubicula di cui uno era « dormitorium » (non una stanza per dormire la not­te, ma per riposare di giorno essendo vicino al tinello).

L'altro cubiculum era decorato in maniera molto semplice: lo zoccolo adorno di marmo; la decorazione con pitture che raffigurano rami con uccelli. All'interno della stanza una fontana. Il tutto per dare la visione illusionistica di un giardino. Alla parte opposta della galleria, rispetto al corpo di fabbrica contenente il triclinium è sistemata una camera da letto più vasta (« cubiculum » del proprieta­rio) con le finestre sulla terrazza a sud ed altre ad ovest (forse) sui prati. Sotto queste porte-finestre vi era la piscina, con la vasca di marmo che prendeva l'acqua dallo alto e d'inverno conservava una piacevole tepore perché invasa dal sole.

Segue, a questo punto, la descrizione del complesso dei bagni. Accanto alla camera da letto vi è l'hypocauston , descritto anche da Vitruvio.

Con tale termine viene indicato tanto il locale riscaldato quanto il sistema di riscal­damento basato sull’irradiamento del calore attraverso il pavimento. Esso era formato da: una camera di combustione (praefernum propnigeum) in cui una fiamma riscaldava acqua e aria, un canale di conduzione del­l'aria calda, celle di riscaldamento poste sotto gli ambienti dai quali erano separati median­te spessi soffitti-pavimenti. Di esso si sono trovati molti esempi nelle ricerche archologiche e corrisponde al calorifero ad aria delle abitazipni di un secolo fa.

Il praefurnium (ossia il locale per l'accen­sione della legna) era in genere a volte con un'apertura dove veniva accesa la legna e poi l'aria calda veniva inviata attraverso interca­pedini nel pavimento o nelle pareti. Secondo Lehmann-Hartleben, hypocaustum non era in Plinio la fornace vera e propria, ma una stanza sovrastante questo, quindi veniva riscaldato dal di sotto, ossia una cameretta aggiunta e riscaldata, una specie di stufa con una finestrina verso il cubiculo attraverso cui veniva regolata l'entrata dell'aria riscaldata dalla cameretta, nei locali adiacenti.

Segue poi lo spogliatoio (apodyterium) con varie finestre da cui si passa nella cella frigidaria con una grande vasca (baptisterium) e verso i prati nella piscina con acqua riscaldata.

Dal bagno freddo si passa nella cella media o « tepidarium » e quindi nella cella calda o «calidarium», quest'ultima esposta al sole. Nell'interno tre descensiones o bagni « alla pompeiana ».

Sullo spogliatoio lo Spheristerium per la ginnastica. A fianco al gruppo dei bagni tre locali (diaetae) cui si accedeva anche dalla galleria con una scala che serviva questi am­bienti e la galleria vetrata (cryptoporticus) per la differenza di livello. Al termine di tale galleria una camera da letto ricavata nel corpo stesso della galleria che guarda sul maneg­gio, le vigne e i monti.

Da un braccio laterale di questa galleria si apre la galleria estiva (vetrata) e una sala da pranzo (triclinium) al centro. Accanto al triclinium una scala portava probabilmente alla cucina e serviva per portare i cibi durante i banchetti. Questa galleria (sopraelevata) do­veva avere un corridoio sotterraneo o semin­terrato, comunicante attraverso la scala, che dava accesso ai servizi. Dalla galleria estiva si dipartiva un loggiato che da accesso agli appartamenti (indicati come Diaetae VI-VII nella pianta).

Il maneggio o hyppodromus occupa una posizione centrale, è circondato da platani, da rettilineo diventa semicircolare e cinto da cipressi e ricoperto di ombra. La parola hyp­podromus usata per un giardino è detta così per analogia con la forma di tale edificio a pianta allungata con estremità ricurva. Alcu­ni personaggi famosi possedevano giardini si­mili destinati per passeggiate a cavallo, giar­dini di tale tipo: lo stadio del Palatino, Villa di Adriano, Villa dei Quintilii.

In certi giardini molto grandi l'hyppodromus poteva servire anche come maneggio scoperto. Quello di Plinio era sistemato obliquamente alla villa con uno spazio in mezzo privo di alberi, sui due lati lunghi rettilinei vi erano da un lato platani e cespu­gli di bosso, dall'altro alberi da frutto. A que­sto punto Plinio si sofferma a descrivere le costruzioni nella curva dell'ippodromo: « lo stibadium », un banco semicircolare di mar­mo che serviva come letto per pranzare al fresco, sopra di esso una specie di pergola formata da quattro colonne di marmo, innan­zi un bacino che da la possibilità di mangiare l'antipasto (gustatio) su piatti posti sull'orlo della vasca di marmo e gli altri cibi fatti gal­leggiare, in piatti, nella vasca.

Di fronte a questa specie di triclinium all'aperto,vi era un ambiente di riposo; un cu­biculum aperto con porte e finestre e un'alco­va (zothecula) con un letto e delle sedie per la siesta. Plinio accenna a finestre superiori e inferiori: Winnefeld interpreta come finestre che guardano verso il monte o verso l'hyppodromus che sta più in basso, Lehmann invece pensa a due file di finestre l'una sopra l'altra.

Il «Laurentinum»

Le difficoltà incontrate dagli storici ed ar­cheologi sono sorte anche a proposito del­l'ubicazione del Laurentinum in quanto, a differenza dalla villa in Tuscis, le notizie so­no scarse e imprecise perché Plinio nella sua lettera non fornisce indicazioni topografiche chiare. Van Buren osserva che la descrizione è volutamente lacunosa (non si parla ad es. dei quartieri del personale) in quanto Plinio intendeva soprattutto invogliare l'amico Gal­lo a trascorrervi un periodo e cerca dunque di evidenziare le comodità, la tranquillità e la piacevolezza dei luoghi.

Il centro più importante e più abitato tra la foce del Tevere e Anzio era Lavinium, poiché non esisteva un luogo chiamato « Laurens », dove lungo la costa i Romani avevano fatto costruire numerose ville tra cui famosa quel­la costruita da Augusto situata dove è oggi la località Torre Paterno. La villa era costruita in modo tale che tutte le principali stanze potessero essere orientate e a contatto con il mare; casa bassa estesa in lunghezza senza scale né piani tranne che in una di quelle torri riportate dalle piante.

Il nucleo più antico era costituito dalle due torri; con interventi successivi fu ampliata per renderla sempre più confortevole. L'in­sieme ci da tuttavia la sensazione di minore ordine nell'organizzazione dei vari locali, se si confronta con la villa in Toscana.

La villa secondo quanto dice Plinio poteva soddisfare tutte le necessità pur senza eccesso di sfarzo; era composta da due corpi separati disposti lungo la spiaggia. Il primo formato da ambienti di rappresentanza (con annessi servizi e bagni) con vestibolo, atrio (la dispo­sizione della parte anteriore con l'atrio e il peristilio o porticato dietro è tipica della domus romana) e corte o « area ».

Intorno una serie di camere o « cubicula » con una grande sala da pranzo sporgente da­gli altri fabbricati fino al punto da essere lam­bita dai flutti del mare. Il secondo gruppo era disposto lungo la spiaggia intorno ai giardini e ad i viali ed era riservato al riposo del padrone di casa.

Tra questi due gruppi le due vecchie torri sistemate ad abitazione. Il paesaggio intorno è pieno di boschi e prati a perdita d'occhio: questa parte della campagna era già fuori del­la coltivazione assumendo l'aspetto pastorale che è durato per molto tempo. I boschi e i terreni intorno alla villa appartengono a Plinio come viene supposto ma egli non ne dà alcuna spiegazione.

La villa era in grado di soddisfare tutte le necessità pur senza eccesso di sfarzo. Era do­tata di un atrio sobrio e dignitoso, seguiva un loggiato incurvato a forma di una D che deli­mita un cortile piccolo ma grazioso (area). Tale ambiente è protetto da invetriate e costi­tuisce un ottimo riposo dalle inclemenze atmosferiche. Fin dai primi tempi dell'età im­periale si erano munite le aperture delle fine­stre con lastre di talco dette «specularia» (lapis specularis) o con grosse lastre di vetro.

Di fronte si trovava un cortile coperto « cavaedium »; questo è forse un secondo atrio secondo quanto sostiene il Van Buren, usato in Vitruvio come un termine generico per le specie differenti di atrio, infatti egli parla in­distintamente ora dell'uno ora dell'altro. Il primo atrio è come a Tifernum « ex more veterum ». Una serie quindi di tre cortili in­terni allineata lungo un asse che corre dalla finestra occidentale del salone da pranzo fino al vestibolo dell'atrio che taglia la linea di base del D. Che l'asse principale della villa è sugli angoli a destra della costa è suggerito secondo Shervin-White dal fatto che tutte e tre i lati del salone hanno una vista sul mare.

Quindi la sala da pranzo, molto bella, pro­tesa verso la spiaggia sfiorata dai flutti del mare, tutt'intorno porte e finestre, attraverso cui si poteva vedere su tre lati il mare; su un lato invece, attraverso i locali d'ingresso, la vista era verso i monti. Il gruppo delle camere da letto era posto sulla sinistra dell'asse prin­cipale ingresso-triclinio e con finestre a est e a ovest ossia verso i monti e il mare: di nuovo, solo se la villa è allineata alla costa può la finestra a sud catturare il sole di mattina. I muri delle camere da letto e della sala da pranzo racchiudevano un angolo che trattie­ne i raggi del sole. È questo l'hybernaculum (appartamento invernale della casa caratte­rizzato dalla buona esposizione al sole e dalla presenza di caminetti).

Il triclinium corrisponde secondo Shervin-White all'oecus cyzicenus di Vitruvio. I Romani davano grande importanza all'orien­tamento stagionale corretto delle stanze e del­le case in rapporto al calore molto più che ad un adeguato sistema di riscaldamento. A que­st'angolo era adiacente una stanza (il cubiculum è usato per ogni appartamento e contra­sta con il dormitorium membrum, ambiente per dormire) a semicerchio con un armadio ad uso di biblioteca, con finestre che presen­tano un'analogia con la stanza absidata della villa dei Misteri. Questo è l'unico riferimento alla biblioteca e, se si eccettua il padiglione del giardino, non vi è menzione di altri mobi­li o statue. A fianco il « dormitorium mem­brum » diviso dal locale precedente da un ambito sopraelevato per far passare sotto il pavimento delle tubazioni per accumulare il calore e poi distribuirlo ai diversi vani.

È questo il sistema ad aria calda filtrata a cui si da il nome di « hypocaustum ». Il ri­scaldamento proveniva dalla zona dei bagni e la conduttura seguiva il corridoio il cui pavi­mento era sopraelevato per consentire il pas­saggio della canalizzazione del calore; esso quindi situato sopra il passaggio di riscalda­mento principale faceva sì che i flussi del calore si distribuissero attraverso il muro. Nell'altro lato, ossia il lato destro del fabbri­cato di rappresentanza si susseguono: un cubiculum politissimum (forse decorato) forse la camera della moglie, un cubiculum più grande ben soleggiato che poteva servire da « cotidiana cenatio » ossia un tinello per co­loro che occupavano le successive stanze, una camera da letto con « procoeton » ossia un'anticamera dove dormiva lo schiavo di fiducia del padrone adatta all'estate perché aveva soffitti elevati e all'inverno perché con mura grosse e finestre piccole.

Tutte queste stanze sembrano affacciarsi sul mare compresa la « calida piscina ». La descrizione dei bagni procede da est verso ovest: cella frigidaria con due grandi vasche « più del necessario » dice Plinio in quanto i bagni freddi si potevano fare in mare; segue l'unctorium per i massaggi e i profumi, l'hypocauston ambiente riscaldarle per mezzo del propnigeun (praefurnium) e infine due camerette.

La discussione sui bagni non è abbastanza chiara perché le due stanze da sudore, l'hypocauston e il preopnigeon precedono la stanza del bagno caldo e non c'è accenno alla cella tepidaria o ad una stanza per cambiarsi che non può essere l’unctorium. Nella villa tosca­na l'ordine era più semplice. Possono esserci due alternative: nei bagni laurentini, il riscal­damento asciutto dell'hypocauston e il riscal­damento umido del propnigeon sostituiscono la cella tepidaria e precedono il bagno caldo. L'hypocauston di Plinio corrisponde al « la­conicum sudatio » di Vitruvio. Il termine di solito significa una stanza che contiene aria calda a riscaldamento asciutto. Una pic­cola laconicum è illustrata nella villa dei Mi­steri. Da tali ambienti si passava nella grande piscina, forse a ciclo scoperto, lo sphaeristerium (destinato all'attività sportiva) era poco lontano. Esso è vicino all'aphoditerium; que­sta costruzione qui come a Tiferno potrebbe essere attaccata al blocco principale; nella pianta del Van Buren è un edificio staccato. Presso lo sferisterio si ergono le torri, una che ha tre piani (due soggiorni e la sala da pran­zo) da cui si domina un largo tratto di spiag­gia e possono vedersi molte altre ville; l'altra contiene un solo cubiculum forse sovrastante a un locale vasto o adibito a servizi. La sala da pranzo dovrebbe affacciare a nord lungo la spiaggia e la torre dovrebbe essere qui nel raggio a nord a meno che essa non sia un edificio come sostiene Van Buren.

In effetti non c'è nessuna indicazione chia­ra poiché Plinio non usa nessun termine che si riferisce a ciò. Dietro si trovano l'aphoteca e l'horeum (questo, pare, situato al piano su­periore) e sotto a entrambi una sala da pran­zo per i pranzi al fresco che è lontana dal mare e da sul giardino e sul viale destinato alla passeggiata in lettiga.

La sala da pranzo ha alle sue spalle altre due camere con vista sull'ingresso della villa e verso est su un altro giardino, forse l'orto che serviva a rifornire di generi la mensa.

Depositi nei piani inferiori sono nominati da Columella e altri. Il grande riscaldamento de­scritto sopra valorizza lo spazio abitativo; se­condo Lehman-Hartleben queste turres rap­presentano una traccia delle primitive case fattorie.

L'altra torre è lontana dalla linea del mare. La descrizione è poi simile alla villa in To­scana: gestatio (è un sentiero suggestivo tra boschetti spesso connesso a un colonnato, ortus, con largo impiego del bosso. Il giardino è tutto rivestito da gelsi e fichi. Sia i cespugli che il giardino ornamentale sono gli elementi principali qui come nella villa in Toscana. In questa parte un altro triclinium con alle spal­le due camere le cui finestre sovrastano l'in­gresso della villa e un secondo giardino adibi­to ad orto. «Tale è il colpo d'occhio per niente inferiore a quello del mare che si gode da questa sala da pranzo che è lontana dal mare; alle spalle è circondata da due camere, le cui finestre sovrastano l'ingresso della villa e un secondo giardino, adibito ad orto e ferti-lissimo... ». Plinio ha completato il rettango­lo del suo edificio principale e ha portato il lettore dietro al punto d'ingresso del vestibo­lo del primo atrio.

Le due diaetae, secondo Shervin-White si trovano sul fronte est della villa riempendo lo spazio tra la torre e il vestibolo; oltre viene il settore dedicato ai servi. Di qui poi viene una galleria vetrata, il criptoportico, in cui le fi­nestre più numerose sono quelle che danno sul giardino. La galleria trattenendo il sole aumenta il tepore e impedisce l'accesso della tramontana e arresta alla stessa maniera il libeccio.

È attraente per questo motivo d'inverno ma ancor più in estate perché con la sua ombra attenua il calore ora su un lato ora sull'altro nelle varie ore del giorno. Nella villa Laurentina il criptoportico superava il livello del giardino per cui su questo lato vi

erano solo poche finestre in alto, mentre sul­l'altro le finestre erano più numerose e più basse.

Lo xystus era ad un livello più basso dell'ortus. Il criptoportico serviva al collega­mento delle varie parti dell'edificio, di solito prendeva luce dalle finestre poste sulle pareti laterali ma ve ne erano anche di sotterranee. Il termine «criptoportico» sembra essere un'invenzione di Plinio ma ricorre in un suo imitatore Sidonio che così lo spiega: « Quia nihil ipsa prospectat etsi non hypodromus saltem criptoporticus meo mihi iure vocitabitur ».

Il corridoio di Plinio ha mura e finestre dove un normale portico ha colonnato ed arcate. Le pitture murali mostrano ville con gallerie coperte e aperte di lunghezza sor­prendente. C'è una larga galleria di queste specie ma usata solo come deposito nella vil­la dei Misteri. Forse Plinio si riferisce a que­sto criptortico quando dice: « Mediante l'ap­plicazione di tende faccio sì che le camere siano immerse nella penombra, non nella oscurità. Anche la galleria, vetrata, una volta che sono state schermate le finestre più basse offre tanta ombra quanta luce ».

Se le finestre erano chiuse (mediante spor­telli di legno) il corridoio era oscuro. Davanti alla galleria il xystus che profuma di viola. Era questo un viale da passeggio con vicoli riparati da cespugli e siepi intrecciate non molto differenti dalla gestatio nel suo svilup­po finale.

A Tiferno Plinio ebbe: « Ante porticum xystus in plurimas species distinctus concisusque buxo ».

E’ associato con la gestatio lì e a Como. « AI termine della terrazza, poi, della galleria e del giardino, si innalza un villino che è la mia passione: l'ho fatto sorgere io ».

Questa costruzione appartata che ricorda l'analoga villa in Toscana è stata costruita da Plinio stesso e ciò confermerebbe il fatto che il Laurentino preesisteva e da lui fu ingrandi­to e ammodernato. In questa zona esisteva l'« heliocaminus », la stanza che serviva a raccogliere la maggiore quantità possibile di sole. Heliocaminus, parola rara, la ritrovia­mo in Ulpiano che la equipara a solarium.

Molto diffuso nelle ville romane, ad esem­pio nella villa romana a Tivoli, l'heliocaminus ha cinque grandi porte che facilitavano l'entrata dei raggi del sole ed è fornito di praefurnia. La legge romana proibiva addirit­tura di innalzare costruzioni o piantagioni che potessero far ombra all’helicaminus al­trui.

Questa zona della villa conteneva poi una camera da letto con al centro una zotheca. Questo termine, e il suo diminutivo zothecula, sembra essere adottato da Plinio con il significato di avvallamento o recesso angola­re o curvato. In Sidonio significa nicchia. La villa di Diomede a Pompei ce ne dà un buon esempio. Le pitture di Boscoreale mostrano una notevole alcova svolazzante su un piano inferiore. La zotheca mediante paraventi po­teva essere ora separata dalla stanza, aveva finestre su ogni lato in modo da godere di qualsiasi vista; in essa si trovavano il letto e due poltrone (cathedras). Segue una camera da letto più appartata ed isolata da luce e rumori. Ciò dipendeva da un « andron » (an­dito) che separa questa parete da quella del giardino. Andron è un termine greco corri­spondente all'oecus romano, sala destinata a soggiorno degli uomini e situata in fondo al peristilio.

Aderente alla camera, l'impianto di riscal­damento. Qui una specie di stufa con una finestrina mediante la quale si poteva rego­lare l'entrata dell'aria riscaldata della came­retta nel cubicolo. Il calore veniva prodotto al piano inferiore e veniva immesso attraver­so una botola. Sono camere ad aria calda chiamate cellae hypocaustae.

La parola hypocauston significa presso Plinio un ambiente riscaldato dal di sotto, non la fornace stessa. Quindi si tratta di una cameretta aggiunta e riscaldata cioè una spe­cie di stufa con una finestrina verso il cubi­culo stesso mediante la quale si poteva rego­lare l'entrata dell'aria riscaldata dalla came­retta nel cubiculo.

Segue un'anticamera (procoeton) e una stanza. È questa la parte della costruzione che Plinio preferisce se, come egli stesso dice, riesce ad applicarsi ai suoi studi, e a restare lontano dallo schiamazzo e dai diver­timenti della villa nei giorni di festa. Plinio chiama il Laurentino Villula « Ut tantisque dotibus villulae nostrae maxime commendatio ex tuo contubernio accedat », perché i suoi pregi non consistevano nella grandezza ma nelle varie comodità indicate. Plinio ri­badisce quel carattere di semplicità e di uti­lità della villa che pur senza sontuosità non trascura le esigenze derivanti dalla posizione sociale del proprietario.

A. REYNAUD – R. ANDRIA

Le strade

«Le strade [...] avevano questi caratteri: tracciate specialmente a scopo militare, avevano spesso andamento rettilineo e affrontavano forti pendenze [...] Piccola era la sezione stradale, tra m. 2,50 e 4, ma lateralmente alla carreggiata principale correva­no parallelamente altre due vie a fondo naturale, che servivano per gli usi comuni. L'impianto della sede stradale dimostra chiaramente l'intenzione di rendere pressoché nulla la manutenzione con una costruzione iniziale di grande resistenza e di spessore sovrabbondante. Talvolta (come nelle vie sul Reno) apparteneva al tipo delle vie in­ghiaiate (glareatae), e presentava allora una serie di strati di massicciata, parte a secco, parte murati, di calcestruzzo e di ghiaia, di uno spessore complessivo variabile tra 0,80 e 1 m. Più spesso si trattava di strade selciate (stratae) come, esempio massimo, la Via Appia; ed anche allora si avevano ben quattro strati, lo statumen e il rudus composti di piccoli sassi messi con poca malta, il nucleus che era un vero calcestruzzo, ovvero conteneva anche creta e terra battuta, il summum dorsum, che era il vero pavimento, costituito da grossi blocchi di pietra basaltica, aventi da m. 0,50 a 0,60 di altezza, foggiati a figure poligonali combacianti, secondo un tipo analogo a quello indicato per i muri nell'opera cosiddetta poligonale o ciclopica».

G. GIOVANNONI

Tra i tanti provvedimenti del tribunato di C. Gracco (123 a.C.) si ricorda una legge in virtù della quale egli fece tracciare molte nuove strade e codificò l'usanza - già attestata in epoca più antica — di indicare la distanza da Roma con delle colonnine poste a distanza di un miglio l'una dall'altra. Al tempo di Augusto si collo­cò nel Foro il Miliarium Aureum, sul quale lettere di bronzo dorato indicavano le distanze da Roma delle maggiori città dell'impero.

Nelle province la viabilità si sviluppò di pari passo con l'espansione romana. In età repubblicana le strade più importanti fuori d'Italia erano la via Domizia, che attra­versando la Gallia meridionale portava in Spagna, e la via Egnazia, che attraverso l'Illiria e le regioni balcaniche arrivava al Bosforo.

Gli imperatori migliorarono incessantemente la rete viaria. La via Postumia, che da Genova arrivava ad Aquileia, fu collegata con l'Istria e con la rete del Norico, della Pannonia, della Dalmazia. Attraverso il Piccolo e il Gran S. Bernardo l'Italia era in comunicazione con le reti viarie dell'Europa transalpina. In Africa settentriona­le una strada da Alessandria arrivava a Cartagine e continuava fino in Marocco. Altre importanti strade coprivano la Numidia e la Mauritania Cesarense.

La tecnica di esecuzione delle strade era accuratissima e questo spiega la loro otti­ma conservazione. Si cominciava col delimitare tra due piccoli fossati paralleli lo spazio della carreggiata. Per le strade militari questa variava tra i 4 e i 5 metri, in modo da permettere la marcia di veicoli nei due sensi (la distanza tra le ruote dei carri era in media di m. 1,5). Ma la via Appia fino a Terracina era larga non meno di 10 metri. Si scavava quindi in profondità, tendenzialmente fino alla roccia. Si consoli­dava poi il fondo (a volte vi si piantavano dei pali per aumentare la stabilità del terreno), e su una preparazione di sabbia e calce si mettevano quattro strati sovrappo­sti (per un'altezza che arrivava fino a m. 1-1,5) in quest'ordine: una massicciata di pietre di grosse dimensioni (statumen); uno strato di pietre più piccole con cocciame e calce (rudus); sabbia e pietrisco (nucleus); lastre di selce levigate e fatte combaciare con molta cura (summum dorsum). La superficie della carreggiata era leggermente convessa per facilitare lo scolo delle acque. Due marciapiedi (margines) la fiancheggia­vano. Le strade minori erano ricoperte di ghiaia o di terra battuta.

Nella misura del possibile le strade romane erano rettilinee ed evitavano le valli profonde e tutti i luoghi dai quali non fosse dato controllare il terreno circostante; e ciò per ovvi motivi di sicurezza militare.

G. PUCCI

Importanza dei ponti

Nel 98 d.C. Traiano costruì la strada rialzata che attraversava le Paludi Pontine, un'arteria lunga venti miglia. I suoi ingegneri radunarono una grossa flottiglia di vec­chie imbarcazioni, le riempirono di rocce e poi le affondarono mantenendole in fila. Prendendo queste come base, furono eretti grossi piloni ai margini e tra questi inserita ancora roccia, in modo che la strada emergesse dal livello dell'acqua della palude di circa sei piedi.

Sulla Via Flaminia, sul fiume Nera, nella città di Narni, Augusto fece costruire nel 16 a.C. uno dei più autorevoli ponti d'Italia, a sei arcate, la più grande delle quali era ampia centotrentanove piedi.

Agrippa, il grande architetto di Augusto, costruì il famoso ponte del Gard, sul quale passava il grande acquedotto che attraversava la vallata omonima, nella Francia meridionale. È composto di un porticato con sei archi, si erge per centosessanta piedi ed è lungo circa novecento. È ancora del tutto integro e non solo è molto utile, ma è anche molto bello.

La Tunisia, nell'Africa settentrionale, semideserta eppure famosa per essere stata la fornitrice di grano a Roma, aveva trenta ponti, alcuni delle dimensioni di quelli eretti in Italia, mentre in Francia ed in alcune parti della Jugoslavia i ponti romani sono ancora in uso.

Nel 24 a.C., l'imperatore Augusto fece ritorno dalla Spagna. Un anno prima, nel 25, aveva ordinato che si chiudessero le porte del tempio di Giano, a Roma. Que­sto significava un lungo periodo di pace, l'inizio della Pax Romana. Durante il suo regno, fece costruire molte delle principali strade. Delle trecentosettantadue presenti nel mondo alla fine del IV secolo d.C., più di trentaquattro si trovavano in Spagna, una terra montagnosa come l'Italia e nella quale era difficile costruire e conservare strade. La principale di queste, che correva lungo la costa oggi chiamata Costa Brava, che partiva dalla Francia e si inoltrava in Spagna, fu ricostruita da Augusto e lungo tutto il suo percorso dovette essere attraversata da otto grandi ponti.

V. VON HAGEN

Le navi mercantili

Sappiamo per un caso fortuito com'erano le navi onerarie, cioè i mercantili. Un giorno, nel sec. II d.C., una di queste navi s'imbattè in un tempo particolarmente cattivo, fu portata molto lontano dalla sua rotta e finì addirittura nel porto di Atene, il Pireo. Questo era assai diverso da come era stato un tempo: Atene era adesso una tranquilla città di studi e la sua attività, una volta assai estesa, era ora limitata al movimento marittimo locale. L'arrivo di una nave della famosa flotta adibita al tra­sporto del grano fece colpo: l'intera città si precipitò per vederla; fra la folla, fortuna­tamente per i posteri, si trovava Luciano, uno degli scrittori più prolifici e famosi dell'epoca. Egli ed un gruppo di amici percorse le 5 miglia da Atene al Pireo per dare un'occhiata a ciò che causava tutto quell'eccitamento. Egli ne fu stupefatto e scrisse:

«Com'era grande la nave! Il carpentiere [di questa nave] mi disse che era lunga 55 metri, larga più di un quarto di tale misura e 13 metri e mezzo dal ponte al punto più basso della stiva. E che dire dell'altezza dell'albero, e del pennone e dello strallo che dovevano usare per tenerlo su! E il modo come la poppa si ergeva in una lenta curva terminante in una testa zoomorfa dorata, contrapposta all'altra estremità, la prua, dalla linea più rigida con le rappresentazioni di Iside, la dea di cui la nave portava il nome su ogni lato! Tutto era incredibile: il resto delle decorazioni, le pittu­re, la vela rossa principale e ancor di più le ancore con gli argani e i verricelli e le cabine nella parte posteriore. L'equipaggio era come un esercito: mi dissero che la nave portava sufficiente grano da sfamare tutti, ad Atene, per un anno. Ed essa dipende per la sua sicurezza da un piccolo, vecchio uomo che manovra quei grandi remi di governo con una barra che non è più grande di un comune bastone! Essi me lo indicarono: un piccoletto, dai capelli crespi, mezzo pelato: Heron era il suo nome, almeno credo».

Anticamente non c'erano navi adibite esclusivamente per i passeggeri. Il passegge­ro, generalmente, saliva a bordo di una qualsiasi nave oneraria e compiva il suo viag­gio passando da un porto all'altro, fino a destinazione. Il viaggio da Roma ad Alessandria e ritorno era un'eccezione: le grandi navi addette al trasporto del grano forni­vano un eccellente servizio passeggeri. «Se devi andare da Roma alla Palestina», disse l'imperatore Caligola ad Agrippa, un giovane signorotto ebreo, «non preoccuparti di salire su una galea seguendo le rotte costiere, ma prendi una delle nostre navi onera­rie dirette dall'Italia ad Alessandria». Persino gli imperatori romani le usavano. Quan­do Vespasiano volle ritornare a Roma dall'Egitto, nella primavera del 70 d.C., aveva a sua disposizione tutte le galee della flotta, ma preferì fare il tragitto su una nave granaria. Le grandi navi, solcando il mare aperto, non perdevano tempo in fermate giornaliere lungo il percorso (fu questo il motivo che, molto probabilmente, spinse Vespasiano a fare la sua scelta); egli giustamente pensava che con la galea il viaggio sarebbe durato un paio di mesi, inoltre i grossi mercantili offrivano cabine che erano di lusso se paragonate ai locali ristretti che si trovavano a poppa di una nave da guerra. C'era molto spazio a bordo: quando Giuseppe, lo storico ebreo, fece una traversata nel 64 d.C., viaggiò con non meno di seicento persone.

Un passeggero dall'Italia poteva, in primavera, salire su una nave a Pozzuoli op­pure nel porto di Roma (dopo che Claudio e Traiano Io ebbero finito), quando la flotta, che era rimasta lì durante l'inverno, faceva vela per Alessandria; le navi sareb­bero arrivate in poche settimane e perciò avrebbero avuto praticamente l'intera estate per il viaggio di andata e ritorno in Egitto. Il resto della flotta, che aveva svernato ad Alessandria, aveva un programma molto più complesso. Queste navi partivano cariche di grano e di passeggeri, appena iniziava la stagione propizia, e giungevano in porto verso la fine di maggio o in giugno. Si notavano facilmente quando si avvici­navano al porto e il loro arrivo era un grande evento.

Una volta arrivate a Pozzuoli o al nuovo porto di Roma, le navi dovevano augu­rarsi una veloce discarica, perché dovevano ancora fare un viaggio fino ad Alessandria e, quindi, ritornare a Roma, prima che terminasse la stagione propizia alla navigazione.

L. CASSON

Le navi da guerra

I marinai e i soldati che equipaggiavano le navi non erano Romani. Erano Greci, Fenici, Siriani, Egizi, Slavi, cioè appartenen­ti a quei popoli che per secoli avevano per­corso in lungo e in largo i mari e i fiumi. Entravano in marina generalmente tra i 18 e 23 anni firmavano per una ferma non infe­riore a 26 anni e, se completavano tutto il periodo, al congedo erano premiati con la cittadinanza romana. Quando Augusto stava disperatamente cercando di allestire una for­za navale per combattere Sesto egli si servì di schiavi, ma li rese liberi prima di impie­garli come rematori; non vi furono schiavi, allora e dopo, nella flotta romana. A bordo le cose erano organizzate come nelle flotte greche, perché la maggior degli ufficiali era­no greci, che naturalmente, tendevano a se­guire le tradizioni nelle quali erano stati educati, e Roma, da parte sua, aveva poco da  aggiungere. Generalmente  gli  ufficiali provenivano dalla gavetta: un uomo poteva salire nei vari gradi fino a capitano di una nave da guerra (trierarchus) o persine capo di  una  squadra  (navarchus).  Quest'ultimo grado era generalmente il massimo raggiun­gibile in quanto il culmine della carriera, certamente le cariche di prefetti delle flotte, fu accessibile, per molto tempo, solo ai citta­dini romani.

Noi conosciamo i marinai della flotta ro­mana più intimamente dei loro predecessori. Prima di tutto, gli archeologi hanno scoper­to i loro cimiteri, le necropoli attorno a Miseno e a Ravenna e letto le iscrizioni sulle loro tombe; da queste abbiamo appreso i paesi di provenienza, la durata media del loro servizio, qualcosa sulla loro carriera e così via. Molti provenivano dall'Egitto. Co­me i militari sotto le armi, in tutti i tempi e luoghi, essi scrivevano frequentemente a casa; gli esperti hanno recuperato dalle sab­bie aride dell'Egitto alcune delle loro lettere. Si tratta di documenti unici, perché forni­scono ciò che è così raro trovare nella storia antica, il calore dell'esperienza personale.

L'esercito romano aveva una lunga e ono­revole tradizione. Siccome la flotta era rela­tivamente nuova e attirava principalmente stranieri tra il suo personale, costituiva, per la maggior parte dei giovani, una scelta for­zata.

Augusto e gli imperatori che lo seguirono erano orgogliosi della flotta che assicurava una tranquilla navigazione. Coniarono mo­nete raffiguranti le loro navi da guerra e fecero scolpire le loro unità sui monumenti che erigevano fornendo ai posteri un'idea abbastanza soddisfacente del loro aspetto. Ciò che colpisce maggiormente in queste raffigurazioni è il fatto che, dallo sperone sulla prua all'ornamento sulla poppa, non rivelano niente, ad eccezione di qualche det­taglio, che non si conoscesse già dai tempi passati. Le triremi, le quadriremi, le quinqueremi e talvolta le sei negli scali di Miseno e Ravenna erano poco differenti da quelle che combatterono nelle grandi flotte ellenistiche; non poteva essere altrimenti in una marina che era stata costruita attorno ad un nucleo di navi del Mediterraneo Orientale e che, per tutta la sua storia, era stata coman­data da ufficiali greci. Alcune delle galee raffigurate  recano  l'artimone,  ma questo, sebbene appaia ora per la prima volta, fu probabilmente ideato in età ellenistica. La ruota di prora finisce in un complesso ar­cuato e sollevato; la poppa alta e ricurva terminava nel caratteristico aplustre dove era posto un riparo fatto di vimini per il capitano o per i passeggeri importanti; que­sto posticcio può essere stato aggiunto dai Romani. Probabilmente le unità pesanti era­no protette dagli speronamenti da una co­razzatura consistente in una cintura in legno ricoperta di ferro, come nelle unità impiega­te ad Anzio.

Un nuovo tipo di nave da guerra appare nella marina romana, la liburna. Era una sorta di caccia, una unità leggera, veloce, molto manovriera, ideale per l'inseguimento dei pirati o per rapide comunicazioni. Era stata inventata da un gruppo di pirati della costa orientale dell'Adriatico e i Romani trovandola utile la adottarono come unità standard, soprattutto per le flotte delle pro­vince che infatti usarono quasi esclusiva­mente tali  imbarcazioni. All'inizio molto probabilmente era ad un solo ordine di re­mi, ma i Romani ne crearono una versione più pesante azionata da due file di rematori. Ed assolse presso i Romani quegli stessi compiti assolti dalla triemiolia presso i Ro­dioti. Sebbene anche questa presentasse lati validi per essere adottata, gli ammiragli ro­mani preferirono la liburna. Le sue due file di remi erano più facili da maneggiare che le tre dell'altra e forse anche la sua stessa attrezzatura: la vela e l'albero, per esempio, potevano essere abbassati per il combatti­mento, mentre erano in navigazione, senza disturbare i rematori. La liburna divenne così popolare nella marina di Roma che il termine, alla fine, giunse ad indicare la nave da guerra in generale.

Ad ogni unità era dato un nome e mentre per quelle greche esso era sempre femminile, le romane lo portavano spesso anche maschile; questo però non era scritto sullo scafo come è d'uso oggi. In sua vece c'era sulla poppa una scultura indicativa, per esempio una scultura raffigurante la divinità di cui la nave portava il nome. Come spesso accade, molte portavano, con una preferenza com­prensibile, i nomi di divinità marine come Nettuno, Nereide. Tritone o nomi amati dai marinai come Iside, Castore e Polluce. Ad un certo numero di navi erano stati dati nomi geografici e c'era tendenza, abbastanza natu­rale, per quelli dei fiumi; prima o poi, tutti i grandi fiumi del mondo antico, il Tigri, l'Eufrate, il Nilo, il Danubio, furono rappresenta­ti nelle due flotte. Molte unità avevano nomi astratti, e il fatto che fosse una marina nata in tempo di pace sembra rifletterne la scelta: nomi come Triumphus o Viatoria sono rari, i Romani preferivano battezzarle Concordia, lustitia, Libertas, Pax, Pietas e simili.

La flotta romana, come già detto, non era stata costituita per combattere flotte nemiche; uno dei suoi principali compiti era quello di sorvegliare le rotte commerciali. Nei duecent'anni che seguirono la nascita di Cristo, queste rotte furono percorse dalla più grande marina mercantile che il Mediterra­neo abbia mai visto o doveva vedere per oltre una dozzina di secoli. I vari tipi di navi che la componevano sono i più conosciuti del mondo antico, esistono infatti più rap­presentazioni di queste navi che non delle contemporanee navi da guerra. I marinai amavano aver ritratte sulle loro tombe le navi su cui avevano navigato, gli spedizio­nieri avevano il debole di far dipingere sulle loro la nave mentre entrava sana e salva in porto e gli imperatori romani coniavano monete raffiguranti una nave o una scena in un porto per ricordare le imprese di quelle che avevano contribuito a rendere florido il commercio.

L. CASSON

Le dimore di Cicerone

Oltre alla casa di città Cicerone fa accenno alle sue ville di Pompei, Cuma, al Laterium, presso Arpino, e all'Arcanum, (a sud di Arpino) del fratello, dove erano in corso grandi lavori di abbellimento. Nel vasto territorio a sud di Arpino vi era Arcis dove probabilmente è da localizzare l’Arcanum ricco di acqua e non lontano dal Manlianum, il cui nome forse deriva da Magnene, cioè dalla via che passava dalle pendici del colle Carino e conduceva a Carnello, di cui appaiono tuttora rari tratti. Nel Laterium, da cui forse deriva il toponimo S. Eleuterio, più a nord, tra Arce e Fontana Liri, era la villa meno sfarzosa di Cicerone (Ad Q. 3, 1).

Con Santopadre si può forse identificare il Fufidianum, acquistato per il fratello, da un certo Fufidio Arpinate, sicuramente concittadino di Cicerone, come dimostrato dalla presenza nel municipium di Arpino di una gens Fufidia che, con quella Tullia e Cesia, è considerata originaria della zona, come attestato da iscrizioni rinvenute sulla parete del convento degli Antoniani.

Altri accenni alle ville di Cuma e di Pompei: «Nel Cumanum e nel Pompeianum me la passo abbastanza bene e faccio conto di rimanere fino al 1° giugno», «... Ho cercato ristoro alla soffocante calura... nella casa di Arpino e nel suo delizioso fiume (il Fibreno, affluente del Liri)... Il 10 settembre sono andato nel tuo Arcanum. Vi ho trovato Mecidio e Filossero ed ho visto l'acqua che essi stanno derivando da un punto non lontano dalla villa, abbondante senza dubbio tanto più tenendo conto della grandissima siccità. Nel Manliano mi sono imbattuto in Difilo, più pacifico di... Difi­lo. Tuttavia gli rimangono da finire solo i bagni, la passeggiata e l'uccelliera. La villa mi piace assai: il portico lastricato ha l'aspetto molto signorile, come ho potuto con­statare finalmente, ora avendolo tutto aperto, con le colonne ben levigato angolo dello spogliatoio, la stufa per il vapore, perché, così com'era collocata, la camera distribu-trice del vapore stesso si trovava sotto le camere da letto. Invece ho pienamente appro­vato la camera da letto abbastanza grande e quelle invernali; sono signorili, ben collo­cate sul lato della passeggiata, quello più vicino ai bagni. Difilo ha rizzato le colonne che non sono né dritte né allineate: le dovrà quindi demolire e imparerà ad adoperare un'altra volta il filo a piombo e la funicella. Spero però che in pochi mesi il compito di Difilo sarà finito».

La zona intorno ad Arpino doveva essere molto amata dai ricchi patrizi perché ombreggiata, soleggiata, ricca di acque. Confinante con l’Arcanum era infatti il Man­lianum, il fondo di Manlio acquistato da Cicerone. Raffinato ed esigente ordinatore di lavori, dell'Arcanum, che pure non è residenza principale, Cicerone ci dà un quadro abbastanza preciso che unisce eleganza e razionalità. Un architetto moderno forse fa­rebbe le stesse osservazioni circa la distribuzione degli ambienti interni ed esterni. Nel­l'acquisto di nuovi fondi per la costruzione di altre ville, Cicerone afferma, e lo dimo­stra, di avere molta competenza. Trattandosi di una villa per l'estate, tiene conto del posto ombreggiato, dell'abbondanza di acqua. Non esita a dare consigli, sempre in modo molto discreto, come in casi tanto più delicati, al fratello circa questioni pratiche, come acquisti e vendite. Continua, infatti: «Di là per la via Vitularia andai direttamente al fondo di Fufidio che io comprai da Fufidio per te ad Arpino all'ultima vendita per un milione di sesterzi (Cicerone, come si vede, non bada a spese!). Non vidi mai un posto più ombreggiato anche nell'estate: l'acqua vi fluisce da molte parti, e abbondante. Vuoi saperlo? Cesio calcola che potresti benissimo irrigare cinquanta iugeri ed io ti assicuro — ed in questo il competente sono io — che avrai una villa piacevolissima, sol che tu vi aggiunga una piscina, alcuni getti di acqua ed una palestra tra il verde di un boschetto. Sento dire che hai intenzione di conservarti la proprietà del Fufidianum (o Bovillanum)». Su tali termini si sviluppa una questione. Se rivol­gendosi a Quinto dice: audio te hunc velle retinere, porta ad escludere chiaramente che possa trattarsi del Fufidianum di cui Cicerone scrive: emeramus tibi Arpini decies centena milia, acquisto eseguito indubbiamente con il consenso di Quinto. Cesio assi­cura che, «tolta l'acqua con cui si potrebbe conservare la proprietà, imponendo una servitù nel fondo, noi potremmo ricavare, vendendolo, il prezzo dell'acquisto. Mescidio che era con me, diceva di aver convenuto con te in tre sesterzi per piede e che, secondo la sua misurazione si tratta di 4.000 passi (6 Km): a me pare di più, ma posso garantire che ne vale largamente la spesa».

La presenza di una fons nella villa è considerata un elemento assolutamente neces­sario da Cicerone, il quale avanza a Quinto la possibilità di ricavare l'equivalente del prezzo di acquisto conservando legalmente la proprietà dell'acqua. Ciò è sottoli­neato dal fatto che Cicerone vi ritorna anche in seguito: M. Taurum de aqua per fundum eius ducenda rogabo. Vien qui evidenziata da parte dell'Autore la preoccupa­zione di essere in regola con le leggi e, dunque, viene affrontato il problema della derivatio illegale d'acqua che, già presente ai suoi tempi, andò sempre più accentuan­dosi in seguito, come testimonia chiaramente un passo di Frontino, e che consisteva in diramazioni illegali presso privati delle condutture pubbliche. Infatti, solo quando sovrabbondava dalle vasche delle fontane, poteva essere attinta per usi privati. Che la presenza della fons fosse un elemento distintivo per una villa, è evidenziato dal fatto che Cicerone, dopo un riferimento alla proprietà di Fufidio acquistata da Quinto ed in cui l'acqua, legalmente derivata, poteva irrigare 50 iugeri, riferisce dell'accordo intercorso tra il fratello ed un certo Mescidio per la costruzione addirittura di un acquedotto di ben 4.000 passi, da cui si deduce facilmente la raffinatezza della costru­zione e particolarmente della piscina quale suo elemento non accessorio, ma struttural­mente di primo piano. Infatti, riferendosi alla villa di Arcano, proprietà dove erano in corso grandi lavori di abbellimento, definita «opera degna di Cesare», ravvisa quali elementi di maggiore attrattiva imagines et piscina et Nilus. Da notare come qui ricor­ra il termine Nilus per «canale, fosso d'acqua», che si incontra in Cicerone, oltre che in questo passo, solo nel De legibus (2,2).

La piscina è invece assente in costruzioni di più modeste proporzioni. Infatti par­lando subito dopo della villa di Laterio, Cicerone la definisce aedificatiuncula, che, nel suo stato attuale, sembra una villa da filosofi che condanna le pazzie delle altre costruzioni. Qui l'elemento più valido è il topiarium. Tale termine, come sostantivo neutro, è usato da Cicerone solo in questo passo, e mai in riferimento ad altre ville o costruzioni. Altrove, invece, per indicare i giardini, usa il termine tradizionale hortus (Ad Q. 2, 7, 3, 4).

Anche di un'altra proprietà di Quinto, il Laterium, Cicerone si occupa e, certo, con molta più competenza del fratello ed impegno. In materia di valutazione dei fon­di, di organizzazione di interni ed esterni e di giardinaggio anche oggi Cicerone ci appare espertissimo. Continua infatti la lettera Ad Q. 3, 1: «II tredici settembre sono andato al Laterium, ne ho esaminato le strade e le ho trovate magnifiche; sembrano un'opera pubblica, fatta eccezione di cinquanta passi. Li ho misurati io stesso dal ponticello dove sorge il tempietto di Furina verso Satrico, nel qual tratto hanno getta­to terra invece di ghiaia, ma si rimedierà».

A. REYNAUD

L'alimentazione

L'alimentazione dei Romani era basata prevalentemente sui vegetali. Tra questi il primo posto va ai cereali. Il grano tenero (triticum sativum) non si diffuse che a partire dal V secolo a.C. Precedentemente si coltivavano il farro (di valore nutritivo molto modesto) e l'orzo. Mancavano il riso e il granturco. I vari tipi di farina, bolliti in acqua, costituivano la puls (sorta di polenta) che veniva poi condita con formaggio, miele o altro.

Il pane era di solito fatto in casa, anche se esistettero, a partire dall'età repubblica­na, numerose botteghe di fornai. Qualcuno di questi commercianti si arricchì con gli appalti statali, come M. Virgilio Eurisace che nel suo monumentale sepolcro volle ricordata l'attività svolta in vita.

Il pane in origine non era lievitato, e anche in epoca più tarda la galletta rimase l'alimento dei ceti più modesti e dei militari.

C. Gracco nel 123 a.C., sancì con una legge la prassi — prima seguita solo occa­sionalmente — di vendere i cereali al popolo a bassissimo prezzo, ma già nella prima età imperiale le distribuzioni alla plebe romana divennero addirittura gratuite.

Dopo i cereali, gli alimenti più comuni erano i legumi, che venivano mangiati freschi o secchi, crudi, bolliti o tostati.

Si consumavano grandi quantità di lupini, lenticchie, ceci, piselli e, soprattutto, fave. Di queste si mangiavano anche i baccelli cotti. Il fagiolo non era conosciuto e la parola phaselus indicava un altro legume, il dolico. Apprezzatissimi erano gli ortaggi e le verdure, in primo luogo la lattuga e i cavoli, di cui esistevano molte qualità. Mancavano la patata e il pomodoro. Aglio e cipolla entravano quasi dapper­tutto. Molto diffusi erano i porri. Per condire si usavano anche i semi di lino, del sesamo, del papavero. Si mangiavano anche i bulbi del gladiolo e dell'asfodelo.

Per conservare i vegetali non c'erano che due sistemi: lasciarli seccare o metterli in salamoia (cioè in una soluzione di sale).

Per quanto riguarda la frutta, il primo posto spetta, per tutta l'antichità classica, al fico. Venivano poi mele, pere, mele cotogne, prugne, melograni, uva. Lucullo importò le ciliege dall'Oriente. In età imperiale erano abbastanza comuni pesche, albi­cocche, nespole, susine. Erano conosciuti anche il melone, il popone, il cedro. Cono­sciuto, ma poco diffuso, il limone. È dubbio se fosse noto l'arancio. Oltre che cruda, la frutta era mangiata cotta con miele, vino e altri aromi. La si usava molto per gli intingoli che accompagnavano le carni. La frutta secca — uva passa, noci, mandor­le, castagne, datteri, pistacchi — entrava nella composizione di molti dolci. [...]

L'abilità dei cuochi stava nel manipolare tutti questi sapori e soprattutto nel dare ai piatti un'apparenza diversa da quella che ci si poteva aspettare.

Nel Satyricon di Petronio, Trimalcione, rivolgendosi agli ospiti e indicando la mensa imbandita, così elogia il suo cuoco: «II mio cuoco ha fatto tutto questo che vedete con un maiale. Non c'è uomo più prezioso di lui. Non hai che da dirlo, e di un ventre di scrofa ti fa un pesce, di un pezzo di lardo un colombo, di un prosciutto una tortora, di uno zampone una gallina».

G. PUCCI

La carne

Veniva la carne dei volatili — da cortile e da voliera — prodotta intensivamente nelle ville rustiche. La cacciagione offriva molte carni saporite: oltre ai cinghiali, erano prede abbastanza comuni i cervi, i daini, i caprioli. Nelle regioni montagnose si caccia­va anche l'orso. Gli uccelli selvatici si catturavano con le reti o con la pania: una sostanza vischiosa che veniva spalmata su rami o su bastoncini.

Accanto alle specie più comuni si mangiavano anche la gru, il fenicottero, certi pappagalli, il pavone e altri uccelli rari, oggetto di ostentazione, come lo struzzo.

Le lepri erano molto considerate, ma più ancora lo era il ghiro, ingrassato in appositi contenitori di terracotta.

Venendo alla carne macellata vera e propria, bisogna dire che la dieta dei Romani era molto più povera della nostra. I bovini non venivano macellati che in ricorrenze solenni. Normalmente erano impiegati come animali da lavoro e, solo quando erano troppo vecchi, venivano uccisi e mangiati, dopo una bollitura adeguata.

La carne di cavallo non fu mai alimento usuale. La carne ovina era certamente più diffusa, anche se non tutti potevano permettersi l'agnello o il capretto.

La carne forse più presente sulla tavola dei Romani era quella del maiale, del quale si era imparato a sfruttare tutte le parti. Enorme era il consumo di insaccati. Aureliano istituì delle distribuzioni gratuite di carne porcina alla plebe.

G. PUCCI

Le suppellettili

[...] sul piano [della tavola] venivano poste le vivande e un recipiente col vino (lagoena): i commensali si potevano servire a piacimento. Rimaneva sempre a loro disposizione anche la saliera (salinum) e l'ampolla dell'aceto (acetabulum). Per soste­nere i piatti con le vivande, si usava un mobile speciale detto repositorium. Questo sistema era comodo, ma poteva dar motivo a contestazioni se tutti non mostravano nel servirsi un senso di discrezione. Nei grandi banchetti, dove le pietanze offerte erano molte e i camerieri in gran numero, i cibi venivano rapidamente sostituiti; c'è anzi chi ritiene che fossero solo offerti senza essere posati sul repositorium. La tovaglia (mantele) fa la sua comparsa nel I sec. d.C. Il tovagliolo (mappa) era fornito dall'anfitrione, ma alcuni lo portavano con sé per metterci dentro gli avanzi del pran­zo, secondo un [...] uso che la società romana tollerava [...] Il piatto (patina, patella, o, se fondo, catinus) era tenuto (dai commensali) con la mano sinistra, il cibo si prendeva con le dita, non essendovi in questa età l'uso della forchetta. Era eleganza mangiare con la punta delle dita, badando a non impiastricciarsi mani e faccia [...] Prima di esser serviti, i cibi erano preparati da uno schiavo (scissor, carptor, structor), che li tagliava in piccole porzioni (pulmenta). [...]

Essendo uso dei Romani bere caldo e annacquare il vino — che veniva servito puro solo per le libazioni — ,nel triclinio vi erano il recipiente del vino (oenophorus), quello dell'acqua calda (caldarium) e il cratere (creterra). Era questo un grosso vaso dove si mescolava, in determinate proporzioni, l'acqua col vino e dal quale si attingeva il liquido, per mescolarlo nelle coppe, mediante un piccolo recipiente a lungo chiamato cyathus. Usuale era anche il filtro (sacculus, colum), perché gli antichi, per difetto di tecnica, non arrivarono mai a produrre del vino perfettamente limpido; perciò li­quare «filtrare» è adoperato dai poeti come sinonimo di «mescere».

U.E. PAOLI

Tablinum, cenaculum, triclinium

Quando la casa divenne più ricca, dispose di locali specialmente costruiti per la mensa, di solito più di uno nella stessa casa, per l'estate e per l'inverno, nell'apparta­mento interno a pian terreno o al primo piano, al coperto o in giardino, per l'uso delle cene familiari o più ampi per i banchetti sontuosi. Triclinio, con parola di origine greca, si dissero questi locali dal nome dei tre divani su cui stavano sdraiati i convitati durante i banchetti.

I triclinio comunemente erano locali piccoli, dove appena entravano tre letti, ciascuno dei quali era fatto per tre persone: nove era dunque il limite massimo dei pre­senti; se non che, più tardi, si allestirono sale più ampie con più di un apparato tricliniare o si usarono letti di diversa forma adatti per un maggior numero di convitati. Il lectus triclinaris non è né letto, né divano, ma una larga panca, talvolta in muratu­ra, tal'altra di legno artisticamente lavorato, più bassa dalla parte esterna che dalla parte della tavola, coperta da un materasso o da cuscini, sicché il commensale vi si disponeva in modo da sdraiarsi un po' di sbieco, coi piedi rivolti verso le pareti e si appoggiava col gomito del braccio sinistro a un cuscino in modo da aver libero il braccio destro per portare i cibi alla bocca. I tre lecti erano disposti lungo tre lati del triclinio e nel vano interno era posta la mensa che in origine era quadrata; per chi guardasse i letti ponendosi dal lato della mensa rimasto libero, summus era il letto alla sua sinistra, medius quello che aveva in faccia, imus quello alla sua destra; così pure i tre posti di ogni letto erano chiamati summus, medius, imus. Il medius era considerato il letto di onore e l'imus riservato all'anfitrione [ = padrone di casa] e alla sua famiglia. Il posto d'onore, cioè il locus consularis, è probabile che fosse il terzo del lectus medius. Naturalmente, talvolta si danno cene in cui i convitati sono meno di nove; qualche volta sul medesimo letto se ne facevano stare più di tre, special­mente se si trattava di umbrae, cioè di quei compagni, che o l'anfitrione o i convitati più ragguardevoli aggiungevano alla mensa per aumentare il decoro. Col tempo inval­se l'uso che anche le donne prendessero parte ai banchetti sui letti tricliniari; i fanciulli di solito erano seduti ad pedes. Alla fine della Repubblica, si introdussero anche men­se circolari con letti a forma del greco sigma, detti stibadici.

A. CALDERINI

L'attività agricola

L'importanza della coltivazione del suolo in Italia fu, ed è ancora oggi, enorme: gli scritti di Catone, Varrone, Virgilio, Columella, Palladio, e le molte feste agricole (Floralia, Vinalia, Fordicidia, Cerealia, Parilia, Robigalia) dimostrano quanta influen­za l'agricoltura ebbe sulla formazione della potenza di Roma.

Il clima si prestava, per le sue varietà da regione a regione e per la sua temperatura al più largo sistema di coltivazione. La pianura del Po era favorevole alla semina mentre le pendici delle montagne favorivano i vini e gli oli; la catena dell'Appennino con la sua varia temperatura offriva terreni ottimi per vigneti ed oliveti; le pianure del centro e del meridione ottimi pascoli e campi di frumento.

Le piene dei fiumi erano agevolate da un sistema di argini oggi molto diffuso in India, la malaria nelle terre paludose era combattuta.

Fino al 200 a. C. prevalse la piccola proprietà (Catone chiama ottimo il fondo di 240 iugeri), poiché i possedimenti di oltremare non avevano allora nessuna influenza.

La mancata coltivazione della terra era colpa severamente punita e le 21 tribù rustiche avevano preponderanza notevole sulle 4 tribù della città. Il proprietario sorve­gliava direttamente l'agricoltura; egli viveva nella sua villa detta urbana ma accanto a lui era la villa rustica del fattore con le stalle, la tinaia, le tettoie per i carri e per gli strumenti da lavoro, il frantoio, il granaio e diverse stanze per gli schiavi.

Dal 200 in poi la Sicilia e l'Africa gravano nell'agricoltura ed il grano prodotto abbondantemente da quelle regioni determina un forte latifondismo nel continente, cosicché i piccoli proprietari si riducono alla sola coltivazione di vigneti e di oliveti, e all'allevamento del bestiame. Le grandi proprietà sono amministrate dai fattori e sfuggono al controllo dei proprietari i quali non si curano d'altro che della riscossione delle rendite.

Comunque, tanto nel primo che nel secondo periodo, il suolo era grossolanamente classificato a seconda della sua ricchezza e morbidezza. Varrone e Virgilio raccoman­dano ch'esso sia coltivato a maggese col sistema «a due campi» il primo anno a fru­mento, il secondo a colture più leggere come la verdura; più tardi invalse anche il sistema a tre campi.

I  principali strumenti erano: l'aratrum il quale comprendeva una bure di legno di olmo con sulla parte superiore un timone di otto piedi, e terminante con un giogo. La bure è munita di due orecchie che gettano la terra arata dalle due parti e di due dentali convergenti verso il vomer, una punta di ferro, alla bure è attaccata la stiva che permette all'aratore di guidare l'aratro; il sarculum, una zappa leggera per am-morbidire il terreno; il Ugo o bidens, una zappa pesante per strappar le radici; il rutrum, una vanga con il manico ad angolo retto, con la lama atta a scavare il suolo; il rastrum, uno strumento simile al nostro rastrello; la pala, simile alla nostra vanga; il crates, un graticcio per livellare il terreno; l'irpex, l'erpice.

L'aratura era fatta in tre tempi, la prima nella seconda metà di aprile, la seconda verso il solstizio d'estate, la terza in autunno. La semina avveniva di autunno, ma per le colture meno difficili in primavera; il raccolto lo si faceva dal giugno all'ottobre secondo i distretti; la falciatura la si operava per mezzo della falx stramentaria, un coltello ricurvo a manico corto, o della falx denticulata con lama a sega. La battitura del grano si faceva col tribulum una pala di legno con chiodi che si passava sulle spighe, o anche con la trabia e il plaustellum punicum strumenti dello stesso genere, o finalmente con le perticae.

II  vaglio lo si faceva per mezzo del vannus ch'era un largo cesto di vimini nel quale si scuotevano le spighe, oppure con la pala lignea gettando il grano in aria perche il vento portasse via la pagliuola.

Spesso i terreni prossimi alle città erano coltivati a giardino con piante e fiori poiché ne era facile lo smercio. L'allevamento del bestiame, pastio agrestis, era molto sviluppato, così come la pastio villatica cioè l'allevamento dei piccoli animali, come pollame, conigli ecc..

F. H. MARSHALL

Varrone, il proprietario terriero

Grande proprietario, a Rieti, a Cassino, a Tuscolo possedeva immense mandrie, che svernavano in Apulia ed evitavano la canicola in Sabina. Piene le sue case di campagna di un personale di servizio, contadini e pastori, agli ordini di un fattore o vilicus, poteva trattare da pari a pari gli altri ricchi agrari come Attilio, Fundanio, Assio, Scio.

La sua era un'economia rurale ad ampio respiro: non lo turbavano le carestie, non le importazioni di grano d'oltremare; la carne dei suoi bovini, dei suoi ovini, dei suoi suini non temeva concorrenza sul mercato romano.

La frequenza delle festività, la necessità di dare sovente cene pubbliche alla plebe per procurare un più largo numero di elettori al candidato, rendeva necessario miglio­rare anche il tipo di cibo elargito. Non più vinello della penisola, ma buoni, prelibati, alcolici e zuccherini vini greci; non solo carne bovina, ovina o suina, ma tordi, polli, oche e persine pavoni. Era quindi una ricchezza quell'uccelleria piena di uccelli prezio­si che finivano sullo spiedo, come i tordi, le beccacce, quei merli e usignoli che anda­vano ad allietare del loro canto le dorate gabbie delle ville romane, o quei passeri che andavano a posarsi sulle esili dita di Lesbia. E i pesci, prelibati pesci di fiumi, che il vivaio di Cassino alimentava, pesci di acqua limpida dalla finissima carne, con­tendevano il primato della ghiottoneria alle murene di Lucullo o di Ortensio.

Far rendere le sue tenute era la preoccupazione di Varrone. Per questo bisognava saper tenere a freno la servitù. A cominciare dal fattore per il quale valeva il detto: «quello che i cittadini stimano appena sufficiente, per il fattore è già lauto».

Anche il fattore andava tenuto a freno; non permettendogli di usare il bastone con i servi quando si poteva giungere ai medesimi risultati con i rimproveri; e andava lusingato nel suo amor proprio, premiato di tanto in tanto con manifesti segni di riconoscimento. Questo omaggio, che gli si rendeva, lo innalzava agli occhi e gli dava una palmare prova che il padrone stimava la sua fatica. Trattandolo meglio, lo si incoraggiava nel suo lavoro. Gli si dava un vitto migliore, vesti meno ruvide, di tanto in tanto un certo riposo e persine il permesso di far pascolare sul terreno del padrone un animale di sua proprietà, il suo peculio. Così egli dimenticava qualche ordine piut­tosto duro, qualche punizione alquanto severa. Così lo si rendeva più affezionato al padrone e più mansueto.

Ma pur curando le culture pregiate, Varrone non perdeva di vista un'altra fonte di guadagno, la pastorizia. È vero che le riforme agrarie volute dai tribuni della plebe tendevano a diminuire le estensioni dell'agro pubblico, e portavano così una riduzione dei guadagni della pastorizia, ma, in compenso, diminuendo la quantità dei capi di bestiame, se ne migliorava la qualità; si badava alle razze, agli incroci, al nutrimento, all'igiene degli armenti; si toglievano di mezzo gli infecondi muli e si tentava l'alleva­mento razionale delle migliori razze di cavalli e di asini. Era vanto di Rieti, con i suoi pascoli irrigui, con i frequenti tagli di fieno, di avere la migliore razza di asini della penisola.

Le esperienze fatte sui diversi suoli, dall'Italia all'Iberia e all'Asia, servivano ora per migliorare il rendimento della pastorizia.

F. DELLA CORTE

L ' accampamento

[...] Era necessario altresì avere in prossimità immediata un rifornimento di acqua (un fiume o, in mancanza di questo, una fontana abbondante di acqua), di accesso sicuro e facile, nonché prati per il foraggio dei cavalli. Una volta soddisfat