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La
zona flegrea è così chiamata dal latino «phlegraei» che significa
ardente, pieno di calore e di fuoco. La denominazione latina,
proveniente a sua volta dall'altra greca, vuole indicare una zona
vulcanica. Prendiamo la via Domitiana lasciando a destra Agnano e
dirigiamoci verso
Pozzuoli.

Prima di arrivare in paese troveremo sulla sinistra la Chiesa di San
Gennaro, che fu costruita nel 1580 nel luogo dove si racconta fosse
giustiziato il santo.
Parlando del miracolo di San Gennaro, abbiamo già accennato che in
questa chiesa si conserva la pietra sulla quale il santo fu decapitato,
che ha alcune macchie sbiadite di sangue le quali diventano di color
rubino nello stesso momento in cui nella cappella del tesoro di San
Gennaro nel Duomo di Napoli avviene il miracolo della liquefazione nelle
ampolle. Attualmente questa chiesa è officiata da frati cappuccini.
Prima di entrare nella cittadina di Pozzuoli, l'antica « Puteoli »,
troveremo a destra l'Anfiteatro Flavio della seconda metà del primo
secolo d.C, che, con un asse longitudinale di 149 mt. e il transetto di
mt. 116 poteva ospitare ben 40.000 spettatori.
Tre ordini di arcate costituiscono l'esterno e la cavea ha tre ordini
dei quali due sono divisi da scalette; nei suoi sotterranei c'è una
fitta rete di corridoi e cellette in una delle quali si racconta che
furono imprigionati San Gennaro e i suoi compagni, condannati ad essere
divorati dalle belve feroci : questa cella fu poi trasformata in una
cappella dedicata al santo patrono napoletano. Questo anfiteatro,
costruito al tempo di Vespasiano, è il più grande conosciuto dopo il
Colosseo e quello di Santa Maria Capua Vetere : esso rimase per molto
tempo sepolto sotto i detriti dell'eruzione della Solfatara, finché nel
1839 furono iniziati gli scavi sotto la direzione dell'architetto
Bonucci. Attualmente è ancora in restauro e vi sono stati intrapresi
importanti lavori sin dal 1946.
Pozzuoli ha anche un altro anfiteatro chiamato minore, del
quale sono ancora visibili circa una diecina delle arcate che
sostenevano la curva della cavea:
di età augustea, è anteriore a quello Flavio e si ricorda che vi furono
effettuati spettacoli in onore di Tiridate, re d'Armenia, nel
66 d.C.
Poco
più avanti sulla destra troveremo la Solfatara, che è il cratere di un
vulcano attivo ma allo stato quiescente: il luogo è così chiamato perché
la fase di attività del vulcano è appunto « di solfatara ».
Il
cratere, di forma ellittica, nel suo asse maggiore misura 770 mt: da
numerose buche esce fumo e calore e in alcune si può vedere fango
bollente.
La
cittadina di Pozzuoli non ha opere d'arte sulle quali valga la pena di
soffermarci, mentre vanta monumenti archeologici di inestimabile valore;
questo centro, che si vuole fondato nel VI secolo a.C. da cittadini di
Samo, fu infatti in epoca greca e romana il più importante della zona
flegrea.
Quando la Campania fu conquistata dai romani nel 338 a.C, la cittadina
conservò la sua importanza poiché i romani sfruttarono il suo porto, del
quale rimangono ancora degli avanzi a pilastri e ad archi. Di notevole
interesse è il cosiddetto Tempio dì Serapide, così chiamato dal nome di
una statua di Serapide che vi fu trovata, mentre in effetti sembra che
fosse un mercato pubblico o un « macellum ». Questo monumento è
importante anche perché da esso, che nei secoli alternativamente è
stato sommerso o è emerso dalle acque del mare, si son potuti misurare i
fenomeni di bradisismo della zona. Ne restano alcune colonne in
cipollino grigio ed al centro una cella semi-circolare : costruito al
tempo dei Flavii, si ritiene che misurasse dall'ingresso al fondo 75
metri con una larghezza di mt. 58. Fu restaurato sotto l'impero degli
Antonini o dei Severi, essendo stato danneggiato dal terremoto del 62
d.C.
Di notevole interesse è anche l'Antiquario flegreo, messo a posto nel
1953 in uno stabilimento termale del periodo borbonico. Vi si conservano
sculture, marmi ed epigrafi; attigua ad esso vi è la stazione geofisica
dell'Università per lo studio dei fenomeni bradisismici. Il Museo è
costituito da una sala d'ingresso, da un corridoio e da nove sale di
esposizione, nelle quali le cose più interessanti sono un magnifico
frammento di pavimento scoperto presso l'anfiteatro di Cuma, una testa
colossale di Giunone e tra le epigrafi e le iscrizioni marmoree quella
relativa ai restauri eseguiti nel porto per volere dell'imperatore
Antonino Pio.
Portandoci in piazza della Repubblica, seguiamo la via del Duomo e
quindi un vicolo per visitare la Cattedrale, dedicata a San Proculo,
protettore di Pozzuoli.
Costruita nell'XI secolo sugli avanzi di un tempio pagano edificato
dall'architetto Cocceio in onore di Augusto ed a spese di un ricco
mercante chiamato Lucio Calpurnio, fu rifatta nel 1643, ma conserva
delle interessanti colonne corinzie dell'antico tempio romano. In
questa chiesa è sepolto il musicista Giovan Battista Pergolesi, che morì
a Pozzuoli. L'interno, ad unica navata, vantava alcune opere di
rilevante interesse come un Crocifisso di Cesare Fracanzano nella prima
cappella a destra, una Adorazione dei pastori dello stesso autore sul
coro, una Adorazione dei Magi di Artemisia Gentileschi, e l'Arrivo di
San Paolo a Pozzuoli di Giovanni Lanfranco. A sinistra vi era San
Gennaro sull'arena dell'anfiteatro ancora della Gentileschi e un Santo
che predica di Massimo Stanzione : sull'altare maggiore il Martirio dì
San Gennaro, da alcuni attribuito a Giovanni Enrico Schoenfeld. Vi sono
altre opere di minor valore, ma i dipinti di cui abbiamo parlato sono
temporaneamente in deposito presso il Museo di Capodimonte ed ignoriamo
se e quando verranno riportati ai loro posti.
Per
via Vecchia San Gennaro si può giungere poi alla Piscina Cardito,
un grande serbatoio romano costituito da due cisterne delle quali la più
grande è lunga 55 mt., larga 16 e profonda 15, con la volta sorretta da
30 pilastri, e l'altra è costituita da 14 vasche intercomunicanti che
dovevano servire per ottenere una distribuzione di acqua purificata e
pulita. Molto importante è anche la necropoli di Pozzuoli, che ha inizio
dopo la porta della città: molti colombari a due e a tre piani si
susseguono per la via Campana, che i romani chiamavano « consularis
Puteolis Capuam ». Da notare inoltre in questa cittadina la Torre del
Palatium, nel rione della Torre, la Torretta dì Don Pedro de
Toledo, costruita per desiderio di questo viceré, e la Torre di
Santa Chiara. Per l'antica via Herculanea vi sono i ruderi di un
circo e quelli della Villa di Cicerone;
è interessante poi la visita del Lago d'Averno dove Virgilio nel
suo poema volle porre la porta degli Inferi.
Anche l'alveo di questo lago è un cratere ed il suo nome sembra derivi
da « Aorum », cioè senza uccelli. Vipsanio Agrippa per unirlo all'altro
lago di Lucrino e quindi al mare vi fece scavare un canale che per
effetto del bradisismo nei secoli si alterò; nel 1855, poi, Ferdinando
II ne ordinò la riapertura.
In
questi pressi vi è la Grotta di Cocceio, che portava a Cuma ed
era lunga circa un chilometro. Dal Lago di Lucrino, il cui nome proviene
da « Lucrum », per i guadagni che procurava ai romani la coltivazione
delle ostriche e delle spigole, si possono vedere le famose stufe di
Nerone scavate nel tufo, che si possono anche raggiungere tramite un
fratturo non sempre, però, percorribile. Nei pressi vi è quanto rimane
del Tempio di Venere e della Villa di Gneo Pompeo Magno.
Raggiungiamo quindi
Baia,
che fu così chiamata perché secondo la leggenda vi trovò sepoltura
Baios, un compagno di Ulisse.

Anche questa cittadina è passata alla storia per le sue sorgenti
termali, per le sontuose ville che i ricchi romani vi avevano costruito
e perché fu residenza di Augusto e di Alessandro Severo: essa era unita
a Pozzuoli per un ponte di barche che fu costruito da Caligola. Secondo
la tradizione in questo ameno luogo di villeggiatura, verso le sponde
del Lucrino, Agrippina terminò i suoi giorni tragicamente. I fenomeni
di bradisismo e quelli eruttivi hanno distrutto molti dei monumenti che
vi erano in questa zona; tuttavia i lavori di scavo ripresi nel 1941
hanno potuto accertare che le maggiori opere di questa antica cittadina
erano costituite da stabilimenti termali che erano stati invece
erroneamente ritenuti templi dedicati a Diana, Mercurio e Venere. La
zona archeologica è attualmente sistemata a parco, e a volte di sera è
illuminata. Dietro la piccola stazione ferroviaria, vi sono delle terme
a pianta ottagonale chiamate volgarmente Tempio di Diana: di qui si
possono raggiungere le Terme baiane, di epoca imperiale romana, un
complesso costituito da tre edifici con al centro la terma di Sosandra.
Baia fu un centro termale molto rinomato e l'efficacia delle sue acque
ci è stata tramandata da Livio e da Orazio.
Dove
oggi sono i cantieri navali, poi, Nerone aveva fatto costruire due
grandi vivai per la coltivazione delle ostriche e di pesci pregiati; da
qui, salendo, si giunge al Castello, quadrato, che fu costruito sulle
rovine del Palazzo dei Cesari nella metà del secolo XVI, per
difesa. Attualmente è sede di un orfanotrofio per i figli dei caduti del
mare.
Il
nostro itinerario ci porta poi a
Bacoli
dove verso il mare vi è il Sepolcro di Agrippina.

Il
nome di questa cittadina proviene dall'antico « Bauli », ricco di ville
nell'epoca repubblicana, che vennero demolite durante l'impero.
Ricordiamo le cento canterelle, un insieme di serbatoi costituiti
da due serie di ambienti sovrapposti di epoche diverse che hanno al
piano superiore una grande cisterna del I secolo d.C. costituita da
quattro corridoi paralleli. Sull'altura prospiciente vi era la Villa
dei Flavi, in origine di Quinto Ortensio, poi di Antonia, di Druso e
poi di Nerone. Per una via dedicata a Sant'Anna si giunge alla
Piscina Mirabile, che deve ritenersi la più grande cisterna del
periodo romano, per una capacità di circa 12.000 me di acqua:
questo immenso bacino a torma rettangolare fu scavato nel tufo al
termine dell'acquedotto del Serino perché le navi ancorate a Miseno
potessero approvvigionarsi di acqua.
Riprendendo la nostra strada giungiamo a
Miseno,
dove vi è un lago chiamato Mare Morto che è invece in comunicazione col
piccolo porto, anch'esso un cratere del gruppo « dei crateri di Miseno
», che doverono formarsi dopo quelli insulari di Procida, Ischia e
Vivara.

Miseno è così chiamato dal nome dell'araldo di Enea che si vuole fosse
qui sepolto. Il suo porto sin dall'epoca greca era utilizzato sia per
ragioni miiltari sìa per commercio, tanto è vero che quando nel 214 a.C.
Annibale lo distrusse vi fu grande difficoltà a riprendere i contatti
commerciali. In età repubblicana anche qui furono costruite sontuose
ville, e sotto Augusto il porto riprese importanza e Miseno fu adibita a
base navale : nel IX secolo fu distrutta dai saraceni.
Molto bella è la spiaggia di Miliscola, che ha di fronte Procida ed
Ischia, mentre Miseno non è che un piccolo centro. Anche qui vi sono
delle antiche terme, ed un Teatro romano, interessante per la sua
cavea divisa in due ordini. Si possono fare delle passeggiate alla
Grotta della Dragonara, per mare, alla Grotta dello zolfo ed escursioni
al Monte di Miseno per ammirare un panorama più unico che raro che si
estende sino a Gaeta. Altra escursione può essere fatta al faro di Capo
Miseno, dal quale si possono ammirare le isole, la penisola Sorrentina
ed il Vesuvio. Ritornando sui nostri passi per Bacoli giungeremo a
Torregaveta
dove termina la linea della Ferrovia Cumana che parte da piazza
Montesanto a Napoli. Verso la foce del Fusaro vi sono i ruderi della
Villa di Servilio Vada, della quale ci ha parlato Seneca. Di qui si
può raggiungere Monte di Procida, lungo una strada panoramica dalla
quale si vede tutta la zona flegrea dai Camaldoli a Cuma e sino al Golfo
di Gaeta. Si può raggiungere inoltre l'isolotto di San Martino, poco
più che uno scoglio, e la graziosa insenatura di Acqua Morta, che si
trova davanti all'isola di Procida, di Vivara e di Ischia. Di qui
possiamo giungere al Lago di Fusaro, che comunicava col mare per mezzo
di due canali, dove può interessare la visita al Casino reale,
costruito da Carlo Vanvitelli nel 1782 per volontà di Ferdinando IV di
Borbone. Sulla sinistra del lago vi sono, oltre a un'antichissima
costruzione in tufo chiamata la Grotta dell'Acqua, ruderi di una
costruzione romana. Allontanandoci dal lago, ad alcuni chilometri
possiamo vedere
Cuma,
uno dei più importanti centri archeologici della Campania, in quanto
questa città fu la più avanti Cristo: era probabilmente già abitata in
età preistorica e dagli Eubei e da coloni Calcidesi ed Eretri intorno al
secolo X avanti Cristo: era probabilmente già abitata in età preistorica
e protostorica.

I
cumani nel 524 guidati da Aristodemo sconfissero gli Etruschi, ma la
loro pace non durò a lungo, poiché nelle loro acque giunse la flotta di
Cerone, tiranno di Siracusa. Dai romani fu sottoposta alla giurisdizione
di Capua e durante l'invasione di Annibale restò fedele a Roma
meritandosi il diritto alla cittadinanza municipale. All'avvento del
Cristianesimo Cuma aderì subito alla nuova religione e i suoi templi
pagani furono presto trasformati in chiese cristiane.
Interessanti sono i ruderi dell'Anfiteatro, costruito intorno al I
secolo a.C, più piccolo di quello di Pozzuoli; ne sono visibili archi e
pilastri del perimetro mentre la cavea è in parte sepolta: esso sorgeva
al di fuori delle mura della città. Si può visitare poi il Sepolcro
della Sibilla, quanto rimane del Tempio della Triade Capitolina
e l'Acropoli, dove vi sono ruderi del nucleo primitivo di
Cuma e avanzi di fortificazione greca del V secolo a.C. Interessante è
anche la visita all'Antro della Sibilla cumana, che fu uno dei santuari
più noti dell'antichità pagana: la sua costruzione è del VI secolo a.C.
Questo « antro » è ricordato da Virgilio nella drammatica scena del
vaticinio, e perciò all'ingresso su una epigrafe in marmo vi sono tre
versi dell'Eneide mentre a sinistra vi sono altri versi virgiliani che
descrivono il vaticinio. Si tratta di una galleria rettilinea lunga crea
32 mt. illuminata da sei fenditure, in fondo alla quale vi è una grande
camera che si ritiene il luogo dove la Sibilla dava i suoi responsi.
L'antro fu poi adibito a cimitero cristiano, ma ancora nel IV secolo il
popolo credeva che la Sibilla si recasse a vaticinare sul suo trono.
Dal
fianco di questo Antro parte a sinistra la gradinata che conduce
all'Acropoli dove i resti del basolato della via Sacra ci guidano ai
ruderi del Tempio di Apollo, rappresentati dalla platea in
blocchi di tufo. Nel periodo augusteo furono rifatte le colonne e vi fu
aggiunto il pronao, e nel secolo VI il tempio fu trasformato in
basilica cristiana e in cimitero. Sull'acropoli vi era anche il Tempio
di Giove, che diventò anch'esso basilica cristiana: ne resta la superba
platea, che è però nascosta dalla pavimentazione romana e da quella
cristiana; quindi soltanto dalla parte del mare è visibile qualche
avanzo della costruzione greca. Interessante è anche la visita alla
Necropoli, che si estendeva sino a Licola, della quale la parte più
antica è ancora nel sottosuolo. Per l'antica via « Domitiana » in parte
lastricata con basalto si può raggiungere quanto rimane di Literno, ove
si ritirò il vincitore di Annibale, Scipione l'Africano. Nella zona
flegrea si può visitare ancora il cratere del Gauro, che fiancheggia i
binari della metropolitana. Noto ai romani per i suoi vigneti,
attualmente è rivestito di boschi. Questa gita al cratere del Gauro è
molto interessante poiché si può raggiungere anche, su uno sperone, la
piccola Chiesa di Sant'Angelo. Ci si può inoltre avviare verso il
cratere della montagna spaccata, percorrere questo intaglio e scendere
poi al piano di Quarto, per vedere l'omonimo cratere a forma ellittica:
attraversando Qualiano e Marano si può quindi ritornare a Napoli.

La visita alle tre
isole del Golfo di Napoli si può effettuare partendo dal molo Beverello,
dal quale partono le motonavi per le isole. Poiché Procida ed Ischia
sono sulla stessa linea di navigazione, per visitare queste due isole
si prende lo stesso vaporetto. Quella per Capri è invece una linea
diversa, ma le due isole maggiori sono collegate tra loro direttamente:
da Ischia quindi si potrà raggiungere Capri. Esistono poi linee di
aliscafi, mentre il servizio di elicotteri è temporaneamente sospeso.
Riteniamo tuttavia che questo itinerario non si debba, anche se
possibile, effettuare in un solo giorno e quindi consigliamo di visitare
Procida ed Ischia rimandando ad un secondo giorno la gita a Capri, con
partenza da Napoli o anche direttamente da Ischia.
Se si desidera
fare una passeggiata distensiva e non si ha troppa fretta si può
prendere la motonave, e nel nostro caso dovremo prenderne una che fermi
a Procida.

Procida, Ischia
e Vivara appartengono geologicamente alla zona flegrea: la prima, che fu
chiamata «Prochyta», è legata con la sua storia all'isola d'Ischia sino
al settecento: fu feudo di Giovanni da Procida, amico di Federico II che
prese viva parte ai Vespri Siciliani. Vi è un castello aragonese,
costruito nel secolo XV, che nel 1931 fu scuola militare e divenne poi
stabilimento di pena, nonché diverse torri, delle quali la più bella è
quella in contrada Ponte Vecchio: vi sono poi gli avanzi di un'antica
torre, chiamata degli infernali, che si ritiene fosse l'abitazione dì
Giovanni da Procida. Procida è bella di una bellezza fresca e la sua
piccola rada della Chiaiolella è una spiaggetta dove ancora si possono
fare i bagni di mare in acqua limpida.
Sbarcati alla
Marina Grande, si sale per stradine silenziose e nitide: le strade
principali sono via Roma, via Vittorio Emanuele, il corso Principe
Umberto, e piazza dei Martiri, dove una targa del 1863 ricorda i martiri
del 1799; al centro vi è il Monumento ad Antonio Scialoìa che
morì nell'isola nel 1877, e ancora a sinistra un'altra targa che ricorda
che questo ministro, morto via San Michele si può proseguire per la
Terra Murata, che rappresenta il punto più alto dell'isola.
Da notare la
Chiesa abbaziale di San Michele, che ha un grazioso altare maggiore in
marmi policromi e un bel soffitto in legno con una tela raffigurante San
Michele che abbatte Lucifero, opera del 1699 di Luca Giordano, nonché
un'altra tela del secolo XVII raffigurante San Michele che difende
l'isola. Interessanti anche la Chiesa di Santa Maria delle Grazie e
l'altra della Madonna della pietà, che ci appare con una graziosa
cupola.
Il giro dell'isola
è di circa km 9,500: scendendo verso i ruderi di Santa Margherita
Vecchia si giunge al mare nella deliziosa insenatura di Chiaiolella,
alla quale approdano i pescatori; sulla destra vi è il Lido di Procida.
Per una piccola stradina si può andare poi alla punta della Palombara e
all'antica Chiesa di Santa Margherita, dalla quale si può
ammirare un panorama che abbraccia il golfo di Napoli, i Campi Flegrei e
le isole. Dalla marina di Chiaiolella si può raggiungere anche l'isola
di Vivara, che non offre altro se non una folta vegetazione e la
possibilità di andare, col debito permesso, a caccia di conigli.
L'isoletta è disabitata, tranne che per un guardiano con funzioni di
guardia-caccia che vi abita rifornendosi del necessario a Procida. Dopo
questa passeggiata in barca, ritornati a Procida, per via Belvedere si
può raggiungere un luogo chiamato Belvedere di Centane; si può prendere
poi sulla destra la via del Faro, che guarda verso Capo Miseno, Bacoli,
Baia, Monte di Procida, l'isolotto di San Martino e il monte di Cuma.
Chi volesse fare il periplo dell'isola per ammirarne la costa
frastagliata dovrà fittare un'imbarcazione privata.
Da Procida, sempre
con la motonave, si può raggiungere Ischia, che è la più importante e la
più grande delle isole flegree: essa conta i comuni di Barano,
Casamicciola, Forio, Lacco Ameno e Serrara Fontana. Dominata dal monte
Epomeo, alto 788 mt, è di origine vulcanica ed è sempre andata soggetta
a fenomeni sismici, tanto che anche Plinio e Strabone ricordano eruzioni
avvenutevi nell'antichità; fra quelle più vicine a noi ricordiamo la
distruzione di Casamicciola nel 1883.

L'isola fu
colonizzata dagli Eubei che la chiamarono « Phithecusa », che potrebbe
significare « terra della scimmia », o secondo Plinio ricorderebbe
l'artigianato locale di vasi di creta o il culto di Apollo Pizio:
l'attuale nome di Ischia è invece la corruzione del latino « insula »
trasformato poi in « Ischia ». Nel 474 a.C. Gerone, tiranno di Siracusa,
giunto con la sua flotta per porgere aiuto ai Cumani contro gli
Etruschi, vi stabilì la sua base e vi costruì un castello: l'isola fu
poi occupata dai napoletani nel 370 a.C, divenne romana e fu ancora una
volta restituita alla città di Napoli da Augusto, in cambio di Capri. Le
invasioni barbariche non la risparmiarono, ma nel 588 Bisanzio la pose
ancora una volta sotto il dominio diretto di Napoli. Dopo una terribile
eruzione del secolo XIV fu abbandonata dai suoi abitanti, che ripararono
a Baia e soltanto dopo qualche anno cominciarono a farvi ritorno.
Sbarcati ad Ischia
Porto, ci recheremo innanzitutto a Ponte ad ammirare il cupo castello
che, eretto per la prima volta, come abbiamo accennato, da Gerone, fu
poi attraverso i secoli, trasformato, distrutto, ricostruito e viene
attualmente chiamato Castello Aragonese. Esso era prima isolato dal mare
in quanto fu costruito su un isolotto, ma Alfonso d'Aragona lo fece poi
unire alla terraferma a mezzo di un ponte, dal quale si accede ad
un'ampia galleria. Lungo la stradina che porta al castello vi è una
piccola cappella dedicata a San Giuseppe della Croce, un
santo isolano; vi sono poi i ruderi dell'antica cattedrale costruita
nel 1301 e restaurata nel '700, dove si racconta che furono celebrate le
nozze tra Vittoria Colonna e Ferrante d'Avalos. La famiglia dei marchesi
di Pescara e del Vasto infatti ebbe in feudo il castello e l'isola sino
agli inizi del secolo XVIII.
Dietro il
castello vi è lo Scoglio di Sant'Anna e di fronte a questo una torre che
secondo un'antica leggenda sarebbe appartenuta a Michelangelo, che
essendo innamorato di Vittoria Colonna l'avrebbe fatta costruire per
potersi recare di tanto in tanto vicino alla sua amata.
L'isola d'Ischia
ha molte sorgenti di acque minerali, provenienti da due gruppi,
chiamati Fornello e Fontana, le une e le altre salsoiodiche e
radioattive ed usate per bagni e fangature. Molti alberghi hanno quindi
annesse le Terme; vi sono poi Terme comunali e Terme militari. Ischia,
oltre che stazione termale, è anche ricercata come luogo di
villeggiatura nei mesi estivi, salvo alcune zone, come Ischia Ponte, che
sono abitate per la maggior parte da pescatori. Ischia Porto è sorta
intorno alla sua rada, di forma ellittica, che era probabilmente
anch'essa un cratere vulcanico: nel 1854 Ferdinando II di Borbone fece
scavare un canale che lo mise in comunicazione col mare, rendendolo un
porto. Al centro dell'insenatura si nota lo Stabilimento
balneo-termale militare, che era in origine una palazzina reale
prediletta da Ferdinando II che veniva a soggiornarvi molto spesso; fu
donata ai Borbone da un medico ischitano. La strada principale della
cittadina è via Roma; vi sono poi il corso Vittoria Colonna e la bella
passeggiata Cristoforo Colombo, riservata soltanto ai pedoni, che
costeggia il lido ed ha sulla destra i migliori alberghi e una pineta.
La Cattedrale, dedicata all'Assunta, fu costruita nel secolo XIV
e fu poi rifatta in linea barocca;
nell'interno a
tre navate vi è un Fonte battesimale rinascimentale la cui vasca è
sostenuta da tre cariatidi che rappresentano la Mansuetudine, la
Giustizia e la Prudenza. Da ammirarsi inoltre un'antica tavola
raffigurante la Madonna della Lìbera e un Crocefisso in legno del secolo
XIII, e in sacrestia un'opera in marmo raffigurante la Crocefissione, di
autore ignoto.
Con la funivia si
può fare un'escursione al Montagnone; poi conviene intraprendere il giro
dell'isola per terra o per mare II giro dell'isola via terra ci darà la
possibilità di conoscere gli altri comuni che la costituiscono, mentre
il giro per mare ce ne farà conoscere la costa, le spiagge e le
magnifiche insenature. Il primo è un percorso di circa 31 km che
partendo da Ischia Porto conduce a Casamicciola, Lacco Ameno, Forio,
Serrara Fontana e Barano. Il primo centro dopo Ischia Porto è
Casamicciola, rinomata stazione climatica e termale, divisa in una zona
a monte collinosa e lussureggiante ed una a valle che è poi la parte
moderna, con il suo lido.
Si ritiene che
questo fosse il primo luogo occupato dai colonizzatori e una leggenda
vuole che la Sibilla di Cuma vi annunziasse la nascita di Gesù Cristo.
Casamicciola fu rasa al suolo da un terremoto nel 1883, ma è stata
ricostruita in modo più funzionale e moderno; si dice che le sue acque e
le sue fangature siano di maggiore effetto e comunque vi sono molti
stabilimenti termali.
Le strade
principali sono costituite dal corso Vittorio Emanuele, piazza Bagni,
corso Garibaldi e via Principessa Margherita. Dalla piazza della
Parrocchiale si può a destra per via Castanito raggiungere la
Sentinella, dove vi è un magnifico panorama e l'Osservatorio geofìsico.
Tra Casamicciola e Lacco Ameno vi è la possibilità di fare alcune
escursioni, delle quali le più interessanti sono quelle al Monte
Trippodi che è a 500 mt. sul livello del mare, al Monte Rotaro e al
Monte Epomeo, prendendo una mulattiera da piazza Maio.
Riprendendo la
nostra strada, che poi è la strada principale, si raggiunge Lacco Ameno,
che si annuncia col suo Fungo, uno scoglio dalla forma caratteristica
chiamato anche Pietra del Lacco. Per via Morgera, che è il lungomare
alberato, si giunge alla cittadina; riceve il visitatore la pittoresca
rada di questo piccole comune, che è la stazione termale più elegante,
più ricercata, e più costosa.
Lacco fu
abitata anch'essa da colonizzatori greci nel VII secolo a.C. e vi sono
state rinvenute delle tombe in alcuni scavi fatti recentemente nella
piana di San Montano; vi si praticava il culto di Ercole, tanto che in
epoca romana il suo nome fu « Heraclium ». Dopo l'avvento del
cristianesimo la nuova religione ebbe presa molto rapidamente su questo
popolo e fu costruita una catacomba, che fu poi trasformata in basilica
e dedicata a Santa Restituta, il cui corpo secondo una leggenda in una
tiepida giornata di maggio del 304 sarebbe stato trovato nella rada di
San Montano su una barca sospinta dalle correnti, proveniente dalla
lontana Cartagine. La salma fu quindi inumata in questa basilica e la
Vergine martire fu in seguito canonizzata.
A Lacco Ameno si
possono visitare la Chiesa della Marina, che ha nell'interno una
acquasantiera sostenuta da una statua raffigurante Ercole di epoca
romana e la Chiesa di Santa Restituta, costituita da una chiesa
moderna, che però nell'interno conserva una tavola cinquecentesca, e da
un'altra più piccola costruita nel 1036 su una basilica paleocristiana,
che non è sfuggita però al solito rifacimento settecentesco.
Anni or sono è
stata scoperta la cripta della basilica paleocristiana del IV secolo, a
tre navate su colonne, che fu ricavata da una grande cisterna di epoca
romana. Sotto l'altare vi sono le spoglie di Santa Restituta e nel
corridoio che conduce alla cripta è stato ordinato un piccolo museo di
oggetti di scavo greco-romani di epoca cristiana.
Proseguendo la
nostra passeggiata troviamo sulla destra il grazioso lido di San
Montano, la cui pittoresca rada si affaccia tra due costoni. Si possono
fare inoltre delle brevi escursioni al Monte Vico, dove sorgeva
probabilmente l'Acropoli, mentre nella sottostante valle vi era una
necropoli; oppure andare alla punta Cornacchia, alla punta Caruso e
giunti alla Chiesa di San Francesco di Paola, ammirare la bella
spiaggia di Montevergine che si congiunge alla carrozzabile al di là del
ponte di Spinavolta. Deviando a sinistra per una stradina e poi a destra
si raggiunge la spiaggia di Montevergine donde si può andare anche sul
monte Caruso. La strada continua e ci appare Forio, tutta bianca per il
colore mediterraneo delle sue casette basse; questo piccolo centro, che
ha una importante produzione vinicola, era apprezzato sin dall'epoca
dei romani, che sfruttavano le acque minerali di Citara, dedicata
appunto a Venere Citarea e ad Apollo. Di notevole interesse è la Chiesa
di Santa Maria di Loreto, costruita nel '300 e rifatta in linea barocca
con la facciata tra due campanili a piastrelle maiolicate: l'interno a
tre navate è decorato con bei marmi policromi ed ha un grazioso pulpito
e una bella balaustra.
Nel soffitto a
larghi cassettoni vi sono una significativa Assunta, una Madonna di
Loreto e un San Nicola da Tolentino di Cesare Calise; notiamo inoltre
una Purificazione di Alfonso Spinga e in sacrestia una piccola statua
in marmo raffigurante Santa Caterina da Alessandria.
Si può raggiungere
a destra di piazza Matteotti il Torrione, prima adibito a difesa, poi a
carcere ed ora a museo; vi si conserva un enorme osso di un cetaceo che
fu trovato a Citara nel 1770. Si può visitare poi anche la Chiesa di San
Francesco, con interno ad unica navata, che conserva un grazioso coro in
legno, alcune tele di discepoli di Luca Giordano e una « Crocefissione »
di Evangelista Schiara del 1777. Caratteristica è la Chiesa del
Soccorso, dal cui piazzale si può ammirare un magnifico panorama;
graziosa anche la Chiesa di San Vito, restaurata più volte, la cui
facciata ha ai lati due torri, una con l'orologio e l'altra campanaria,
che alberga una campana donata nel 1852 da Ferdi nando II di Borbone,
fusa col bronzo di pezzi di artiglieria che erano in Castel Nuovo.
L'interno, a
tre navate, contiene un trittico di Cesare Calise raffigurante la
Vergine e i SS. Vito e Caterina, una Pietà della scuola del Soli-mena,
una Sacra famiglia di Anna Maria Manecchia del 1680 e in sacrestia una
statua in argento raffigurante San Vito eseguita su modello di Giuseppe
Sammartino nel 1787 dai fratelli Del Giudice.
Di qui si scende
al mare alla magnifica spiaggia di Citara, dove un moderno complesso
sfrutta le acque calde e fredde che scaturiscono; anche di qui si può
raggiungere la spiaggia di Montevergine e si può fare l'escursione al
Monte Epomeo; per una mulattiera si potrebbe raggiungere Fontana o
andare a Santa Maria del Monte. Riprendiamo la nostra strada lungo il
mare, dal quale emergono alcuni caratteristici scogli chiamati « Pietra
Nera », « Pietra Bianca », « Pietra del cavallone » e « Pietre Rosse »,
e si possono scorgere delle caratteristiche grotte dove si conserva il
vino. Giungiamo così alla frazione di Cuotto, dove vi è una fumarola
molto interessante per il fenomeno della ionizzazione, in quanto emette
gas a 80°; superata la punta Imperatore, un promontorio che si può
anche raggiungere per un sentiero, si arriva alla frazione di Panza,
donde si può fare una escursione a La Guardiola, a 194 mt, con uno
splendido panorama. Sempre continuando il giro dell'isola, ci troviamo
nell'altro versante, che ha di fronte Capri; qui vi è il promontorio di
Sant'Angelo, unito all'isola da un istmo di sabbia. Il paesino omonimo
non è che un piccolo villaggio di pescatori, ma è una stazione balneare
molto ricercata dagli stranieri: più avanti vi è la magnifica spiaggia
dei Maronti. La strada continua giungendo a Serrara Fontana, che è il
comune più elevata dell'isola; esso fu rifugio degli angioini scacciati
dagli aragonesi. Dalla Chiesa di Santa Maria della Sacca, di
costruzione trecentesca, con piccolo campanile a vela, si può salire
alla cima del Monte Epomeo, incontrando lungo la strada in una spianata
la Chiesetta di San Nicola, con un eremo scavato nel tufo
nel 1459, nel quale si rifugiò nel 1754 un governatore fiammingo di
Carlo di Borbone, Giuseppe d'Argut, miracolato da San Nicola mentre
stava per essere giustiziato come disertore. Anche di qui, per una
mulattiera, si può raggiungere la spiaggia dei Maronti. La nostra strada
scende poi rapidamente tra imponenti pareti tufacee fino a raggiungere
Barano, che ci accoglie con un belvedere a picco sulla spiaggia dei
Maronti; di qui si potrebbe andare a Piedimonte e a Testaccio o scendere
ai Maronti. Al quadrivio chiamato « I pilastri » si ammirano gli avanzi
di un antico acquedotto romano e costeggiandoli sulla destra si può
visitare il piccolo centro di Sant'Antuono e, per una mulattiera il
paesino di Campagnano. Ritornati sulla nostra strada e superato
l'acquedotto si passa per una zona tutta di materiale eruttivo formatosi
durante un'eruzione avvenuta nel secolo XIV: giungiamo poi in piazza
degli Eroi, dove non ci resta che scegliere se andare a sinistra verso
Ischia Porto o a destra verso Ischia Ponte.
Abbiamo così
terminato il nostro itinerario via terra, ma ricordiamo che il giro
dell'isola si può effettuare anche per via mare, con un percorso di 30
miglia: si tratta di una deliziosa passeggiata in motobarca che permette
di ammirare in pieno le bellezze della costa, varia e frastagliata.
Partendo dal porto si doppia la punta del Soccorso passando davanti allo
sbocco della cava dell'isola; superata la spiaggia di Citara si
oltrepassa punta Imperatore ed il faro, e dopo lo scoglio La Nave si
possono notare le interessanti stratificazioni della roccia e ammirare i
vigneti di questa parte dell'isola. Appare poi Sant'Angelo; si doppia il
Capo Negro e con il Monte Epomeo sulla sinistra vediamo il villaggio di
Sant'Angelo col suo minuscolo istmo, seguito dalla spiaggia dei Maronti.
Dopo la costa di Barano, da lontano si notano Procida e Capo Miseno e,
oltrepassata l'insenatura chiamata il Ponticello ci troviamo davanti il
castello di Ischia; si passa poi la Grotta di Terra e si raggiunge il
ponte che unisce l'isola al castello, lasciandosi alle spalle gli scogli
di Sant'Anna. Aggirato il castello, si giunge nuovamente ad Ischia
Porto.
Capri si può
raggiungere, come abbiamo detto, da Ischia Porto o da Napoli con
motonave o con aliscafo. Ci sembra superfluo vantare le bellezze di
quest'isola che è considerata uno dei più bei luoghi del mondo: essa fu
abitata sin dall'età paleolitica e conquistata poi dai Fenici e dai
Teleboi che vi fondarono un regno fortificandone la parte alta, che oggi
si chiama Anacapri.

Nel 326 a.C.
l'isola apparteneva a Napoli e nel 29 a.C. i napoletani la cedettero ad
Augusto che vi dimorò molto, si pensa sino al 14 d.C Anche Tiberio vi
trascorse gli ultimi anni della sua vita e altri imperatori la amarono.
Vi dovevano essere sicuramente molte sontuose ville costruite in
quell'epoca, ma a noi non sono rimasti che i ruderi della Villa Iovis,
ricordata anche da Svetonio, sulla collina di S. Maria del Soccorso, di
un'altra villa di epoca imperiale sul piano di Damecuta e di un'altra
dove vi sono i cosiddetti Bagni di Tiberio. Nel 530 Capri passò
all'abbazia di Montecassino; nel VII e nell'VIII secolo fu soggetta a
continui saccheggi da parte dei corsari e dei saraceni, sì che gli
abitanti furono costretti a portarsi nella parte più elevata dell'isola.
Fu dominio longobardo, poi di Roberto il Guiscardo ed infine svevo, fino
a quando non ebbe un feudatario nella persona di Eliseo Arcucci. Nel
secolo XIV Giacomo Arcucci fu segretario di Giovanna I d'Angiò che amò
e protesse molto l'isola. Nel secolo XVI Capri fu saccheggiata e
semidistrutta dalle continue scorrerie dei pirati e può dirsi che
soltanto sotto Carlo di Borbone trovò finalmente un po' di pace.
Seguendo un certo
itinerario, e cioè partendo dalla Marina Grande, troviamo la piccola ma
interessante Chiesa di S. Costanzo, costruita intorno al secolo X su
un'antica basilica ed ingrandita all'inizio del secolo XIV da Giacomo
Arcucci con una graziosa cupola ed un caratteristico campanile.
L'interno ha una
pianta a croce greca con dodici colonne, ma ve ne erano altre di giallo
antico e di cipollino che per ordine di Carlo III furono trasferite
nella cappella del Palazzo Reale di Caserta. Vi sono conservate le
spoglie del santo, che era patriarca di Costantinopoli ed era venerato
come patrono dell'isola.
Nella piazzetta di
Capri vi è la Torre dell'Orologio, che alcuni ritengono fosse il
campanile dell'antica cattedrale. Sembra accertato che questo fosse il
centro dell'isola già nel IV secolo a.C. in quanto vi sono ancora i
resti dì mura in blocchi calcarei visibili verso la terrazza della
funicolare ed alle falde del Castiglione. La Chiesa di S. Stefano fu
costruita sulle rovine di un'antica chiesa e rifatta su disegno del
Picchiatti ad opera di Marziano Desiderio in una discutibile linea
barocca.
Nell'interno,
da notarsi il pavimento policromo proveniente da « Villa Iovis », il
Sepolcro di Giacomo e Vincenzo Arcucci di Michelangelo Naccherino ed
una graziosa tavola raffigurante la Vergine con i santi Michele e
Antonio da Padova. Sulla destra vi era l'antico castello di Giovanna I
d'Angiò, trasformato noi nel Palazzo Cerio.
Molto
interessante è la Certosa di S. Giacomo, costruita per desiderio di
Giacomo Arcucci intorno al 1371: distrutta in parte verso la metà del
secolo XVI durante una incursione, fu rifatta con torri di difesa.
Varie volte
restaurata, tuttavia è ancora oggi un monumento di particolare
interesse per il suo portale ogivale e alcuni affreschi trecenteschi tra
cui uno raffigurante delle donne che pregano, una delle quali si
ritiene che possa essere Giovanna d'Angiò. L'interno della chiesa, ad
unica navata, conserva degli affreschi secenteschi; degni di nota sono
ancora il chiostro quattrocentesco del convento, con grazioso portico
con colonnine con capitelli romani e bizantini e la simpatica torre
dell'orologio. Vi è poi un altro chiostro cinquecentesco, con la sala
capitolare ed il convento dei certosini, con il belvedere nell'alloggio
del Priore.
Dal belvedere
chiamato « Cannone », attraverso una scalinata, si giunge al Castello di
origine medioevale chiamato Castiglione, ritenuto in origine opera degli
amalfitani del secolo IX, e comunque certamente già esistente ai tempi
di Federico II di Svevia, come attestano alcuni documenti dell'epoca.
Subì gli attacchi dei turchi e sotto la dominazione francese l'assedio
degli inglesi.
Una passeggiata
molto interessante è quella che porta all'Arco Naturale, dal quale si
può scendere alla Grotta di Matrornania dove gli antichi romani
probabilmente veneravano Cibele: essa presenta un ninfeo con
decorazioni, stucchi e mosaici. Per visitare Villa Iovis occorre
munirsi di pazienza ed affrontare una lunga passeggiata a piedi, lungo
la quale si incontrano anche le rovine del Faro Romano.
Questo era un
blocco quadrato in mattoni alto circa sedici metri che aveva al centro
una base cilindrica su cui si faceva bruciare un fuoco resinoso per
indicare ai naviganti che si trovavano all'altezza dell'isola: Stazio
lo definì « emulo della luna ». Esso crollò però prima della morte di
Tiberio per un terremoto ed ora non ne restano che pochissimi avanzi.
Dopo il belvedere
del Salto di Tiberio, dal quale la leggenda vuole che il tiranno
facesse precipitare le sue vittime, vi sono i ruderi della grandiosa
Villa Iovis, di cui abbiamo già fatto cenno, ricordata anche da Svetonio
e da Plinio, che occupava tutta la sommità del monte Tiberio per circa
7000 mq.
Vi è ancora
parte del primitivo pavimento a mattoni ed un vestibolo su quattro
colonne, un secondo vestibolo ed un corridoio che porta a tre stanze
delle quali la centrale doveva essere il « calidarium ». Il piano
superiore, detto il « Bagno », è composto da cinque locali che sono in
comunicazione con una delle quattro cisterne esistenti : per una scala
si giunge poi all'appartamento imperiale che è la parte più elevata
della villa, composto di un vestibolo e due locali con magnifica
pavimentazione policroma e da una terrazza belvedere. Si passa quindi
alla loggia imperiale, lunga ben 92 metri, a ridosso dell'appendice del
monte: vi sono anche i resti di uno « Specularium » che doveva servire
per l'osservazione astronomica o per luogo di vedetta.
In questa zona vi
è una statua della Vergine del 1901 e la piccola Chiesa di S.
Maria del Soccorso.
Lungo la strada
che porta da Capri ad Anacapri si vede ancora l'antichissima Scala
Fenicia, che si vuole fosse costruita dai primi colonizzatori
dell'isola per unire Anacapri alla Marina Grande. Verso l'alto essa
raggiunge invece la porta della cittadella detta Porta della
Differenzia, presso la famosa Villa San Michele dello
scrittore svedese Axel Munthe.
Ad Anacapri vi
sono i ruderi di un altro Castello, detto di Barbarossa perché la
leggenda vuole che, preso e incendiato dal condottiero saraceno
Kaireddin Barbarossa nel 1534 durante un'incursione, fosse stato poi da
lui stesso ricostruito. Esso era indubbiamente anteriore a quello di
Capri e dai suoi ruderi, a strapiombo sul mare, si gode una veduta
paradisiaca dei golfi di Napoli e di Salerno.
Interessante è il
Museo della Torre, che raccoglie armi e sculture antiche proprio in una
torre. Oltre alla Chiesa di S. Michele, costruita da Domenico Antonio
Vaccaro nel 1719, che ha una notevole pavimentazione di mattonelle
maiolicate su disegno di Francesco Solimena, nel piccolo centro vi è
anche la piccola Chiesa di S. Sofia, di costruzione medievale, rifatta
nel 1512. Sulla vetta del monte Solaro vi sono gli avanzi di una piccola
fortificazione che fu costruita dagli inglesi nel 1806 sui ruderi di
un'altra costruzione medioevale. Superata una località chiamata
Olivastra si giunge alle rovine della magnifica Villa Imperiale Romana,
che, danneggiata nel I secolo d.C, fu poi devastata durante il periodo
del decurionato francese. Oggi ne rimane soltanto l'« ambulatio »,
alcuni archi e pilastri; all'estremità Est fu costruita nel Medioevo la
Torre di Damecuta. A poco più di 200 m. vi è una vasta cisterna
romana ed altri avanzi in « opus reticulatum ».
Di grotte a Capri
ve ne sono moltissime e le più antiche hanno portato gli studiosi a
conclusioni molto utili per la nostra storia. La più bella è
indubbiamente la Grotta Azzurra, nota sin dall'antichità, come
provano alcuni avanzi di costruzione romana; lunga circa 55 metri deve
la sua meravigliosa colorazione alla luce che vi entra per rifrazione.
Trattasi di una
cavità carsica che abbassatasi per bradisismo ha una apertura alta
soltanto circa 19 mt., unica fonte di luce, separata dall'ingresso da
un ponte di roccia. L'ingresso è largo 2 mt. ed alto un metro; bisogna
quindi entrarvi carponi nella barca, ma l'interno è lungo 54 mt., largo
15 e alto 30 con profondità marina di circa 20 mt.
La grotta prosegue
poi inoltrandosi in una piccola galleria chiamata dei Pilastri suddivisa
in tre zone comunicanti, a cui segue un passaggio piuttosto stretto e
infine una caverna quasi piana. Al di sopra di questa grotta vi sono i
ruderi della costruzione romana chiamata Villa di Gradolà.
Abbiamo accennato
appena alle cose principali da visitare nell'isola, ma per Capri, come
per Ischia, consigliamo il periplo dell'isola per mare, che è soltanto
di 9 miglia. Questa gita dà la possibilità di ammirare la meravigliosa
costa, le grotte, gli scogli più strani, gli antri e le insenature
naturali.
Partendo dalla
Marina Grande e cercando di costeggiare la scogliera, appare una prima
grotta chiamata del Bove Marino; in quanto specialmente
quando il mare è agitato, dal suo interno si odono dei boati: segue la
grotta chiamata della ricotta, seguita dal rudere di un
fortino e dalla Punta del capo.
Doppiando la parte
orientale dell'isola si notano dal mare la Chiesa di S. Maria del
Soccorso e la Villa Iovis e sotto il Salto di Tiberio
l'omonima grotta, non sempre di facile accesso. Prima di giungere ad uno
spazioso anfiteatro roccioso vi sono la Punta del Monaco e quella della
Chiavica, seguite dalla Grotta dei Polpi, chiamata anche della
Seppia perché vi si trovano facilmente questi molluschi cefalopodi e
la grotta dell'arco di Betlemme di difficilissimo accesso. Si
aprono poi altre due grotte, la Bianca e la Meravigliosa;
la prima, di facile accesso, è costituita da due zone di mare che
sembrano due laghetti, mentre la seconda, accessibile da un ingresso
artificiale, è chiamata Meravigliosa per le sue belle stalagmiti.
Seguono la Grotta dei Preti e il piccolo Faraglione di Matromania,
dal quale si può scorgere la grotta omonima e l'Arco Naturale. Si tocca
quindi la Punta Masullo, su cui vi è una villa appartenuta a Curzio
Malaparte e subito dopo i due maestosi scogli chiamati / Faraglioni.
Lungo la costa, su uno scoglio semicircolare chiamato il « Monacone
» vi sono i ruderi di antiche costruzioni; segue la Grotta Tragara
con l'omonimo porto dove si possono notare ruderi di un porto
romano. Dopo il primo Faraglione appare Marina Piccola: il passaggio tra
questi scogli è molto suggestivo. Sempre costeggiando la scogliera si
incontra poi una grotta chiamata Albergo dei marinai che ha un
doppio ingresso e un simpatico effetto di colore, in quanto una parte è
azzurra e l'altra è verde. Passiamo ora sotto la Certosa, dove
incontreremo un'altra grotta chiamata Oscura, con le
macerie di una torre che si vuole costruita nel 1563 dai monaci della
Certosa. Seguono la Grotta della Certosa e quella del
Belvedere, quella dell'Arsenale, che è accessibile dal mare
e quindi la Marina Piccola, che si trova alle pendici dei monti Solaro
e Castiglione. Proprio sotto il Solaro vi è la Grotta dell'Arco,
con avanzi di antiche costruzioni e poi la Grotta delle Felci,
passata alla storia perché vi sono stati trovati oggetti litici di età
neolitica. Aggirando la Punta di Mulo si scorge la Cala Ventrosa, con la
vista retrospettiva di Punta Tragara e dei Faraglioni; raggiungiamo
quindi la Grotta Verde, chiamata anche del Turco, molto
vasta, dove la colorazione dell'acqua si avvicina a quella dello
smeraldo. Vi sono poi la Grotta Rossa e la piccola Grotta
Marmola seguita dalla Cala Marmolata con la Grotta della
Galleria. Vicina è la Grotta del Cannone Krupp seguita dalla
Grotta Brillante, la Grotta dei Santi e la Grotta Vela.
La scogliera diminuisce dalla Punta del Tuono alla Punta Carena, ove
si scorge la costruzione rossa del faro: scapolata la Punta Vetereto si
raggiunge quindi la Grotta Azzurra. Vedremo poi ciò che rimane
dei Bagni di Tiberio in un mare costellato di scoglietti
innumerevoli e infine si ritorna alla Marina Grande, dalla quale con la
pittoresca funicolare si può raggiungere il paese.

Questo itinerario ci porterà a Caserta, a pochi chilometri da Napoli,
per una rapida visita di questa cittadina agricola e di alcuni centri
viciniori. Non intendiamo menomare la nobile città di Caserta
includendola nei dintorni di Napoli, ma piuttosto vogliamo invogliare il
turista a non perdere l'occasione di visitare anche questo centro, che
è soltanto a poco più di 30 km.
Questa gita sarà infinitamente interessante non soltanto perché vedremo
la famosa Reggia vanvitelliana, ma per il graziosissimo borgo medioevale
di
Caserta Vecchia,
poco distante, che vanta una Cattedrale romanica ed altri monumenti di
pregio e riserba al visitatore la piacevole sorpresa di un paesino fermo
nel tempo, intatto nella sua struttura.

Caserta Vecchia fu edificata sulle rovine di alcuni templi dedicati a
Giove, a Diana ed a Venere Giovia col materiale di risulta di queste e
di altre costruzioni romane dell'età imperiale. Esso fu il primo nucleo
urbano chiamato Caserta, quindi la vera e la storica città di questo
nome, mentre l'attuale capoluogo di provincia non sorse che nella
seconda metà del secolo XVIII intorno alla Reggia dei Borbone. Sembra
che il nome di Caserta derivi da una « Casa Irta » che vi era in questo
luogo già nell'860, ovvero il castello del longobardo Pandone il Rapace.
Sino alla fine del secolo XI la storia di Caserta segue quella della
contea di Capua, sotto i discendenti di Pandone; passò poi sotto conti
normanni, e Ruggiero, re di Sicilia, la concesse a Roberto, conte di
Lauro ed al figlio Ruggiero, conte di Tricarico, di Marsico e poi di
Sanseverino. Questa famiglia la tenne pur fra mille insidie e contese
fino all'avvento degli angioini, che la diedero in feudo a baroni devoti
alla loro causa: nel 1303 Caserta fu venduta al conte di Telese
Siginulfo; passò poi ai della Ratta e nel secolo XVI ai Gambacorta, e
nel '600 cominciò ad essere abbandonata dai suoi abitanti, che si
trasferirono man mano in pianura, dove nel 1775 sorse la nuova città.
Anche la sede vescovile, che vi aveva avuto residenza sin dal secolo IX,
si trasferì nel nuovo centro.
Per
visitare Caserta Vecchia dobbiamo innanzitutto raggiungere Caserta, per
l'Autostrada del Sole o con un treno: quindi di qui ci si dirige verso
una frazione chiamata Casolla, non distante dal paesino medioevale.
Questo si annuncia con il rudere dell'antico Castello di Pandone I: il
maniero ebbe sei torri ed un mastio, ma attualmente non resta che il
rudere del mastio, volgarmente chiamato « la torre », di forma
cilindrica su base poligonale. Attraverso stradine che conservano il
loro lastricato medioevale giungeremo quindi nella piazzetta, dominata
dalla Cattedrale romanica dedicata a San Michele Arcangelo.
Questa antichissima chiesa fu iniziata dal vescovo Rainulfo nel 1113 e
terminata entro il 1153: la sua facciata, in marmo e tufo, presenta un
timpano triangolare in corrispondenza della navata mediana e tre portali
centinati, di cui quello destro, che è chiuso, ha una cornice con due
animali, mentre in quello sinistro sulla cornice, con due centauri si
apre una monofora. Il più grande, quello centrale, ha nell'arco una
cornice che posa su due leoni che dominano due tori su graziose mensole;
lo sovrasta una monofora con ai lati due colonne sorrette da due leoni.
Al di sotto del timpano una graziosa cornice gira intorno alle pareti
esterne dove sei colonnine sorreggono gli archi quasi ogivali ma
incrociati e ciechi. L'opera per quanto romanica presenta delle forme
non ortodosse che ricordano quelle sicule, pugliesi, lombarde ed
ispano-musulmane, ma è comunque da ritenersi uno dei monumenti più
importanti della Campania e forse uno dei più interessanti
dell'architettura medioevale dell'epoca. Sulla destra si erge il
campanile, di influsso gotico, posteriore alla cattedrale essendo stato
costruito nel 1234 dal vescovo Andrea. Esso poggia su un arcone ogivale
ed è costituito da tre piani, di cui il primo ha una galleria cieca e
gli altri delle graziose bifore; quattro angoli del coronamento
ottagonale sono arrotondati da torricelle cilindriche. Nella base del
campanile sono incastrati, verso la chiesa, una lapide sepolcrale e un
frammento di fregio romano. Interessantissima è anche la cupola della
cattedrale, costituita da un tamburo ad ottagono con due piani di arcate
cieche di cui il primo poggia su quattro colonnine ed il secondo ne ha
sei in ogni lato che si incontrano con quelle del timpano della
facciata. L'interno è a croce latina, con tre navate divise da 18
colonne monolitiche che si pensa provengano dal tempio di Giove Tifatino:
l'interessante abside centrale è se mi-circolare ed ha ai lati altre due
absidi semicircolari : il transetto è rialzato e la navata centrale
termina in un arcone a sesto acuto. Le volte a costoloni del transetto
ci ricordano un po' quell'architettura araba che ebbe prolifica
espansione in Sicilia. Questa chiesa originariamente fu affrescata dal
Cavallini e dai suoi discepoli ma di queste decorazioni oggi non restano
che alcuni avanzi nella cappellina trecentesca che è sulla destra. Nella
severa e spoglia semplicità dell'ambiente ammireremo due acquasantiere
medievali, la prima sorretta da un leone e l'altra da un leoncino, a
sinistra nei pressi della seconda colonna; il fonte battesimale è del
secolo IX. Di notevole interesse è il pulpito dugentesco su cinque
colonnine sotto il penultimo arco, e particolarmente un pregevole
bassorilievo raffigurante l'Annunciazione che ne costituisce la parte
più antica. In fondo alla navata sinistra vi è un affresco trecentesco
raffigurante la Vergine col Bambino e ai lati del transetto notiamo il
Sepolcro del vescovo Giacomo, da alcuni attribuito a discepoli di Tino
di Camaino, al di sopra del quale un altro affresco trecentesco
rappresenta la Crocefissione. Ammirevole anche il Sepolcro di Francesco
II della Ratta, a sinistra del transetto, che da alcuni è attribuito
alla bottega di Tino di Camaino; esso è decorato da medaglioni e
sorretto da tre figure che rappresentano la Fede, la Fortezza e la
Carità.
Usciti dalla chiesa, consigliamo di fare una passeggiata per il
graziosissimo borgo, fresco e sereno nella sua grazia intatta.
Prenderemo ora la strada del ritorno, verso la città moderna: per
entrare a Caserta città bisogna passare sotto le cascate del parco della
Reggia dopo aver lasciato sulla nostra sinistra San Leucio, una frazione
coronata anche da un castello dislocato sulle pendici dell'omonimo
monte.
Questo piccolo centro prese il nome da una chiesa intitolata al suo
santo, che, nato ad Alessandria d'Egitto, visse a lungo in Italia e morì
su una terra del conte di Benevento, a cui apparteneva anche la diocesi
di Capua; della chiesa che fu qui costruita, purtroppo oggi nulla
rimane.
San
Leucio fu una creazione di Ferdinando IV di Borbone che intorno al 1773
volle raccogliervi una colonia per installarvi un setifìcio; egli
avrebbe voluto che questo agglomerato si chiamasse dal suo nome
Ferdinandopoli e sin dal 1789 volle dargli delle leggi che differissero
da quelle del suo regno, creando per esso un codice a parte la cui
compilazione affidò a Gaetano Filangieri, realizzandovi delle riforme
sociali progressiste che gli furono compilate da Bernardo Tanucci.
S. Leucio fu feudo personale di re Ferdinando: bisogna dargli atto che
fu merito suo se sorsero qui delle belle opere. Il re vi fece costruire
per sé il casino reale, sullo sfondo di un magnifico bosco che fa parte
del parco di Caserta, che come sua proprietà chiuse al pubblico; dopo
averlo popolato di animali selvatici, lo usò anche come riserva di
caccia. Vi fu prescritta l'educazione pubblica, la pubblica
tranquillità, la buona fede, la perfetta eguaglianza fra tutti, il
matrimonio tra la gente dello stesso mestiere, l'abolizione delle doti e
fu vietata l'ingerenza dei genitori nei matrimoni dei figli. Fu imposta
l'istruzione obbligatoria e furono aboliti i testamenti dando il diritto
di successione solo ai figli, ai collaterali di primo piano ed al
coniuge superstite, mentre le altre proprietà dovevano passare al «
Monte » degli orfani: i maschi e le femmine avevano gli stessi diritti
ed ogni operaio era tenuto a dare una parte dei suoi guadagni alla «
Cassa di carità ». Così sorse la manifattura di S. Leucio, che tuttora
eccelle nell'arte della seta. Quest'arte millenaria che nacque
nell'antica Cina e che sembra avesse inizio con la coltivazione del
gelso nel 2800 a.C. ancora oggi è viva a S. Leucio, i cui manufatti si
affermano in tutto il mondo. Il sistema della gestione diretta ebbe
termine nel 1843, e quando, dopo l'unione del Regno di Napoli a quello
d'Italia tutti i beni reali passarono allo stato, le manifatture furono
date in affitto ad industrie private. Le industrie seriche di S. Leucio
ancora usano i vecchi telai a mano e producono preziose stoffe e
damaschi secondo i vecchi disegni del '700 e dell'800.
Oggi S. Leucio interessa principalmente per la sua storia tutta
particolare e per l'opera di Ferdinando IV che volle qui trasferirsi
dopo tante amarezze che gii avevano procurato la moglie e lo stato. La
cura che il re aveva nell'interessarsi di tutti i particolari di questa
colonia era veramente ammirevole anche se non mancarono i maligni che
insinuarono che S. Leucio rappresentava « con le sue manifatturiere un
harem dove le velleità conquistatone del sovrano potevano facilmente
essere soddisfatte ».
La
storia di
Caserta
Nuova è tutta legata alla dinastia borbonica e alla costruzione della
Reggia che fu chiamata Reggia di Caserta dal nome dell'antico
centro.

Nel
1819 la nuova città fu creata capoluogo della provincia. Il capoluogo,
essendo sorto in epoca così recente, non offre opere molto antiche e la
sua importanza artistica si basa principalmente sul lavoro che vi svolse
il Vanvitelli.
In
continuazione della via Appia, su un ampio rettilineo, possiamo vedere
il Palazzo detto delle Quattro Colonne, dove morì nel 1773 il grande
architetto, le cui spoglie furono inumate nella piccola Chiesa di S.
Francesco, costruita intorno al 1605.
Questa chiesetta ha una facciata semplice seguita da un pronao; all'interno
vi sono tre altari di cui quello centrale in marmo e gli altri due in
stucco. Il convento annesso, in uno stile gotico alquanto paesano,
presenta volte a crociera con costoloni. Un'iscrizione in una cella
ricorda che Benedetto XIII nel 1729, mentre da Benevento si recava a
Capua, volle fermarvisi per celebrare la messa e digiunare con i frati.
Luigi Vanvitelli, nipote del grande architetto, nel 1823, confermando il
luogo e la data di sepoltura dello zio si rammaricava « che neppure un
piccolo epitaffio vi indicasse l'esistenza delle fredde sue ceneri », ed
il sovrano borbonico dell'epoca, toccato da questo giusto rilievo, fece
apporre una lapide sepolcrale per la quale furono stanziati 75 ducati,
in cui si ricordava brevemente la vita del cavaliere Luigi Vanvitelli
figlio dì Gaspare che aveva costruito la Reggia di Caserta e vi aveva
portato l'acqua con la perforazione di un monte. Nel 1964, quando il
Comune della città d'accordo con le autorità ecclesiastiche ordinò la
chiusura al culto della piccola chiesa, evidentemente per le sue
precarie condizioni statiche, si effettuarono delle ricerche per
ritrovare la sepoltura del Vanvitelli ed infatti in una cripta fu
trovato uno scheletro di sesso maschile che si ritenne dovesse essere
quello del famoso architetto.
Volgiamo la nostra attenzione alla Reggia che rappresenta, oltre che il
capolavoro di Luigi Vanvitelli, una delle più importanti opere
architettoniche che vanti l'Italia.
Dopo la vittoria di Velletri, nel 1744, Carlo di Borbone pensò alla
costruzione di una nuova reggia che desiderò a simiglianza di quella di
Versailles: si può dire che intorno a questa dimora reale sia stata
concepita la città di Caserta, che doveva rappresentare, nella mente
del sovrano, una seconda capitale monumentale.
Non fu difficile la scelta dell'architetto, in quanto due soli nomi
furono in ballo, quello del Salvi e quello del Vanvitelli e il re
decise per il secondo, che dovè richiedere a Benedetto XIV, essendo
architetto pontificio.
La prima pietra della maestosa costruzione fu posta nel 1752, ed il
Vanvitelli, oltre a fare il disegno della reggia, progettò con due suoi
aiutanti quel condotto lungo 40 Km. che dalle sorgenti del Taburno
doveva portare l'acqua nel parco del palazzo reale.
Naturalmente diversi progetti furono presentati prima che il sovrano si
decidesse, ma il risultato è di tale armoniosa perfezione e grandiosità
da lasciare senza parole.
L'imponente facciata a tre ingressi ad arco e con due porte presenta ben
243 finestre ed un nicchione principale inquadrato da colonne binate nel
quale spicca un'iscrizione in ricordo di Carlo III di Borbone e di
Ferdinando IV, continuatore dell'opera voluta del genitore. Il fianco
ovest ha 198 finestre, 2 porte ed un portone ed il fianco est 201
finestre e 2 porte, mentre la facciata interna, cioè quella verso il
parco, è più ricca della facciata principale ma uguale ed ha le finestre
inquadrate da lesene scanalate. In totale questo grandioso edificio ha
1200 stanze con 1970 finestre e 34 scale.
Meraviglioso l'ingresso, dal quale si accede ad un primo vestibolo che
si collega con quelli del centro e con l'altro terminale attraverso una
gran galleria a tre navi. Colpisce l'arte estrosa e personalissima del
grande architetto nel disegno degli eleganti vestiboli ottagonali a
peristilio coperti da calotte poggianti su colonne: dagli archi della
galleria si scorgono in una profonda prospettiva i quattro spaziosi
cortili laterali. L'imponente scalone è adorno di statue allegoriche,
eleganti balaustre, colonne e di due leoni marmorei che la furia
vandalica degli occupatori del '43 volle in parte profanare. Il
vestibolo è quasi simile al precedente, ma più ricco per la policromia
dei marmi: alcune statue raffiguranti il Merito, la Verità e la Maestà
Regia e affreschi nella volta che rappresentano la Reggia di Apollo
aggiungono calore e movimento all'armonioso insieme.
Dopo l'esecuzione dello scalone, dell'atrio e della cappella, in cui
sull'architetto dovè maggiormente influire il ricordo di quella
esistente a Versailles, vi fu un momento di stasi, in quanto dovendo
Carlo di Borbone salire al trono di Spagna, fu stabilito che la Reggia
ed il parco fossero terminati con una spesa inferiore a quella
prevista. Sopraggiunta poi la morte del Vanvitelli, il palazzo rimase
incompiuto all'interno; in circa vent'anni di lavoro l'architetto aveva
diretto l'esecuzione dil una costruzione di 45.000 mq. di superficie e
vi aveva portato l'acqua dal Taburno attraverso monti e viadotti.
Durante tutto il regno di Ferdinando IV, dei due re francesi e quello di
Ferdinando II, sino al 1845 continuò l'opera di rifinitura e di
arredamento; furono portati a termine l'appartamento reale, costituito
da sei ambienti e sale dell'appartamento per i ricevimenti e le feste.
Luigi Vanvitelli era stato previdente affiancandosi nel lavoro il
figlio Carlo, poiché nella continuazione dell'opera questi rispettò le
sue idee.
Nel 1780 Ferdinando IV volle prendere possesso di quel lato del palazzo
destinato alle famiglie dei principi reali nonostante i lavori
continuassero con evidenti fastidi per coloro che l'abitavano.
L'appartamento occupato dal re era costituito da vaste anticamere e
precisamente da quella chiamata degli Alabardieri, seguita da quella
della Guardia del Corpo, in cui di fronte alle finestre vi è un gruppo
marmoreo portato da Roma che raffigura Alessandro Farnese incoronato
dalla Vittoria e sulla volta un affresco di Girolamo Starace
raffigurante La Gloria del principe con le dodici province del regno. La
quarta anticamera, dedicata ad Alessandro il Grande, fu portata a
termine sotto Gioacchino Murat: nel 1826 vi furono collocate tele di
Vincenzo Camuccini raffiguranti la Morte di Virginia e L'uccisione di
Cesare al posto di alcuni affreschi che erano stati ordinati dal Murat
e che non piacquero al re Borbone, Nel 1840 poi vi furono
disposti alcuni bassorilievi del Niccolini, degli scultori Tito
Angelini e Gennaro Cali, mentre i due quadri del Camuccini venivano
trasferiti a Capodimonte e sostituiti da due tele riguardanti Carlo di
Borbone, da un Ritratto di Alessandro di Lucio Lucchesi e da tele di
dubbio gusto del Guerra e del Maldarelli.
Nelle quattro sale ad oriente vi sono dei dipinti allegorici del
Dominici e di Fedele Fischetti che rappresentano la Primavera,
l'Estate, l'Autunno e l'Inverno. Si giunge poi alla camera dove
Ferdinando II morì il 22 maggio del 1859, seguita dai gabinetti di
toletta della regina e dalle sale di ritrovo e di conversazione e infine
dalla biblioteca. Vale la pena di soffermarsi brevemente su questi «
gabinetti » decorati con specchi veneziani che incorniciavano le pareti
e le finestre, con dipinti del Fischetti raffiguranti Venere, Diana e le
Grazie e con putti modellati da Gennaro Fiore: la vasca di marmo fu
scolpita dal Salomone. Alle spalle di questo appartamento vi sono sale
da gioco e di servizio, cappelle private e camere da letto e poi, come
si è detto, la biblioteca, che consta di tre ambienti con dipinti alle
pareti del Fuger datati 1782. Nell'appartamento seguente, quello del
principe ereditario, riteniamo che esistano ancora delle nature morte di
scuola napoletana, una raccolta iconografica borbonica ed un museo
vanvitelliano.
Gli appartamenti ad occidente furono terminati nel 1807 durante il regno
di Giuseppe Bonaparte sotto la direzione dell'architetto De Simone. Essi
sono in stile neoclassico; la Sala di Marte è di ordine ionico e nella
Sala di Astrea domina una magnifica tela del Berger. Segue la più grande
sala del palazzo, quella destinata alle udienze, lunga ben 35 metri e
larga 13, che fu terminata sotto Francesco I dallo svizzero Pietro
Bianchi, l'architetto che aveva provveduto alla costruzione della
balisica palatina di S. Francesco di Paola in Napoli.
La morte del re, avvenuta nel 1830, causò l'interruzione dei lavori che
furono ultimati soltanto nove anni dopo, si ritiene sotto la direzione
di Gaetano Genovese che nel 1839 dirigeva alcuni lavori nella Reggia di
Napoli; parteciparono all'esecuzione i migliori artisti
dell'epoca..
Dopo aver attraversato la Sala del Consiglio e la Sala del Trono, si
giunge all'appartamento reale, costituito da uno studio, dalla camera da
Ietto, tre sale di conversazione e una nuda cappella privata,
tralasciando gabinetti e bagni, quest'ultimo con una magnifica vasca di
granito egiziano. Riteniamo di dover aggiungere che questo piano nobile,
terminato nel 1822, indubbiamente non raggiunge la bellezza e la
ricchezza degli altri appartamenti. Alle spalle vi era un piano
caricatore con un ascensore che veniva fatto funzionare a mano tramite
alcuni verricelli. Interessante è il Teatro, a ponente della reggia,
quasi quadrato, con tre ingressi di cui uno reale e cinque ordini di
palchi : fu inaugurato nel 1768 sotto il regno di Ferdinando IV.
Crescenzo La Gamba vi dipinse l'Apollo: elegante è il palco reale
sormontato da un baldacchino di stucco.
Il 20 settembre del 1860 Garibaldi, dopo il plebiscito, da questa
reggia scrisse a Vittorio Emanuele II che desiderava consegnargli il «
Supremo Potere » e la nuova provincia della Terra del Lavoro.
Dietro il colossale edificio si apre a perdita d'occhio Io splendido
Parco, che rappresenta parte integrante della Reggia in quanto fu
progettato da Luigi Vanvitelli, per quanto modificato in parte dal
figlio Carlo. Esso, che si estende per ben 3 Km., è ricco di fontane e
statue, sullo sfondo di una deliziosa cascata artificiale, con piani
digradanti dalla collina. Da un rotonda, dove vi è una fontana chiamata
Margherita, si giunge al Ponte di Ercole, il sito più caratteristico del
parco, e poi alla cascata dei Delfini, costruita nel 1779 e alla fontana
di Eolo, ove precipita l'acqua, adorna di 29 statue di Gaetano Salomone,
Paolo Persico, Andrea Violani ed Angelo Brunelli che raffigurano i Venti
e gli Zefiri. A tergo un emiciclo a portico che costituisce una grotta a
quatto bassorilievi, anche opera del Brunelli, che raffigurano lo
Sposalizio di Paride, le Nozze di Teti, il Giudizio di Paride e Giove
con le dee. Vi è poi una seconda cascata la cui acqua scende dalla
Fontana di Cerere, opera di Gaetano Salomone. Al termine vi è la grande
cascata, nel cui bacino si trovano dei gruppi del Solari, del Brunelli
e del Persico raffiguranti scene con Diana e Atteone; seguendone i
fianchi si giunge ad una grotta nella quale giunge l'acqua
dell'acquedotto Carolino, che fu progettato da Luigi Vanvitelli. A
sinistra vi è poi il giardino inglese realizzato nel 1782 appunto da un
inglese, Giovanni Antonio Graefer, per desiderio di Maria Carolina
d'Austria: il disegno del giardino, ricco di piante rarissime e
magnifiche serre, boschetti e viali, di un laghetto con un tempietto
neoclassico, fu attuato sotto la vigilanza di Carlo Vanvitelli. Notevole
è anche la Peschiera grande, scavata nel 1769, con un'isoletta nella
quale vi è un padiglione: anche questa è opera del grande Vanvitelli.
Ingolfandosi nel folto del bosco si incontra poi quell'edificio che
sembra quasi un castello medievale, il Ca-stelluccio, costruito nello
stesso anno della peschiera grande ma rifatto nel 1819. Esso è composto
da una torre ottagonale che man mano diviene cilindrica; vi è una
saletta ad emiciclo al primo piano che ha otto vani profondi, in uno dei
quali vi è una scala: intorno è coronata da dodici bassorilievi
raffiguranti imperatori romani, opera del Foggiani. I lavori per tutto
questo complesso ebbero inizio verso la metà del 1751 e per i terremoti
avvenuti nella zona sino a quello del 1930, si può dire che non siano
ancora terminati.
Vorremmo aggiungere che l'arte presepiale che fu tanto cara ai re
Borbone si sviluppò in questa reggia, poiché si deve appunto a
Ferdinando IV il primo presepe per il quale modellarono opere d'arte
artisti come Matteo e Felice Bottiglieri, Nicola Ingaldi, Francesco
Celebrano, Giuseppe Gori, Lorenzo Mosca e Giuseppe Sammartino, che
avevano studio nel quartiere di S. Eframo, dove spesso Luigi Vanvitelli
amava recarsi. A questi eminenti artisti bisogna aggiungere quelli che
si dedicarono a riprodurre nature morte o animali come Nicola e Saverio
Vassallo, Giuseppe De Luca e Luigi Ardia. Qui la composizione presepiale
si sviluppò ampiamente affiancandosi all'idea del soggetto, cioè di un
racconto nel quale insieme alla nascita del Cristo potessero ammirarsi
i costumi delle province napoletane e quelli isolani.
Dopo
la visita a Caserta Vecchia e a Caserta Nuova riteniamo opportuno, prima
di rientrare a Napoli, proseguire per
Santa
Maria Capua Vetere,
una piccola cittadina, che oltre ad essere un centro agricolo di una
certa importanza, ha un grande interesse storico.

Essa fu costruita sull'antica Capua, che fu abitata in origine dagli
oschi e poi, nel VI secolo a.C. dagli etruschi. Nella metà del secolo V
a.C. apparteneva ai sanniti, ma nel 343 si alleò con Roma e nel 330 fu
creata « cìvitas sine suffragio ». Poiché, però durante la seconda
guerra sannitica si staccò da Roma, fu assediata e saccheggiata dalle
truppe del dittatore Menio. Durante la seconda guerra punica Capua,
impaziente di riconquistare la propria indipendenza, si ribellò di nuovo
a Roma dandosi ad Annibale, che vi si attardò, sedotto dai famosi « ozi
di Capua »; si disse, e gli scrittori latini lo confermano, che la città
volesse diventare allora la capitale d'Italia con l'aiuto dei
cartaginesi, ma il sogno durò poco, perché nel 211 dovè sottomettersi
nuovamente a Roma e fu trattata duramente. Cesare nel 58 decise di
ridarle la cittadinanza e sotto Augusto Capua ebbe il titolo di «
Colonia Iulia Augusta Felix ». Nel IV secolo d.C. era ancora ritenuta la
città più grande d'Italia dopo Roma, ma nel secolo V fu devastata e
saccheggiata da Genserico e nel secolo IX, quando fu ancora distrutta
dai saraceni, gli abitanti l'abbandonarono e costruirono la nuova Capua
sui ruderi di « Casilinum », in posizione più protetta. Col passare del
tempo però intorno all'antico Duomo, dedicato a S. Maria Maggiore, venne
man mano riformandosi un piccolo agglomerato che agli inizi del secolo
XIV veniva chiamato « Villa Sanctae Mariae Maioris » e solo nel 1806
divenne comune autonomo.
La
parte più interessante di S. Maria Capua Vetere è quindi quella
archeologica, con quell'Anfiteatro Campano che è uno dei più importanti
monumenti romani, di gran lunga più grande di quello di Pozzuoli e
leggermente inferiore al Colosseo di Roma: l'asse maggiore misura
infatti circa 170 metri e quello minore 140, ed aveva quattro piani per
un'altezza complessiva di circa 47 metri.
Fu costruito da una colonia dedottavi da Augusto, anche se non si
conosce la data precisa dei lavori e fu rimaneggiato da Adriano nel
119, come ricorda un'iscrizione alquanto mutila che è attualmente al
Museo di Capua.
Durante le devastazioni di Genserico ed il saccheggio dei saraceni
l'anfiteatro fu adibito a centro di difesa e infine al principio del
secolo IX se ne iniziò purtroppo lo smembramento prelevandone marmi,
colonne e massi che furono utilizzati come materiale da
costruzione.
Davanti all'anfiteatro vi è un'area sistemata a giardino dove sono stati
messi sculture ed elementi architettonici, oltre a un mosaico
raffigurante Nereidi e Tritoni: segue l’antiquarium, con tre sale ed un
portico, che contiene avanzi decorativi, statue acefale, terrecotte,
vasi, anfore e ritratti, dei quali è notevole quello di Marco Aurelio)
altro interessante monumento di epoca romana è il Mitreo, del II secolo
d.C. molto ben conservato, che ha nell'interno rettangolare vari
affreschi dell'epoca. Notevoli sono anche gli Archi di Capua o Arco di
Adriano, dove passava la via Appia, opera primitiva a tre fornici, in
cui un'iscrizione ricorda la vittoria dei garibaldini dell'ottobre del
1860.
Interessante anche la visita alla Cattedrale, che si vuole costruita
dal vescovo di Capua san Simmaco nel 432 sulle catacombe di San Prisco,
e fu ingrandita nel 787 per desiderio di Arechi II e nel secolo XVII da
Decio del Balzo che costruì l'abside che vediamo adesso.
Dopo altri rimaneggiamenti e restauri, il duomo si presenta oggi con un
interno a cinque navate divise da ben 51 colonne antiche di forma
dissimile di varia provenienza. Da notare un interessante ciborio
rinascimentale, la cappella di Santa Maria Suricorum, con graziosa
cupoletta di epoca rinascimentale e una Deposizione del De Mura.
Interessante è anche la chiesa di San Pietro in Corpo, che fu
costruita su una basilica e conserva nell'interno due colonne con
capitelli corinzi della costruzione originaria; quella della Madonna
delle Grazie, opera moderna in cui è incorporata l'antica abside
della basilica dei SS. Stefano e Agata con dipinti del XIII
secolo. Sotto l'edificio delle carceri vi sono poi avanzi di un
criptoportico che originariamente era illuminato da ben 80 finestre;
nel secolo XVII vi si passeggiava, poi fu adibito a monastero dei frati
minimi di San Francesco di Paola, in seguito a stalla ed infine a
carcere. Il Teatro, di epoca augustea, è al di là della via
Appia, con altri avanzi emersi in recenti scavi che alcuni ritengono del
II secolo a.C.
I
cittadini di Capua, dopo aver abbandonata nel secolo IX la loro patria
distrutta dai saraceni, si costruirono una nuova città a cui diedero Io
stesso nome di quella di origine, a non grande distanza, su ruderi
dell'antica Casilinum. Questo nuovo centro presto si affermò ed ebbe una
storia insigne; diede i natali ad illustri protagonisti della storia e
dell'arte e divenne il centro culturale della provincia di Caserta.
La
città sorse intorno all'850 ad opera di Landone I, e da allora sino alla
metà del secolo XII fu un principato indipendente, anche se subì
l'occupazione di Guido e poi di Lamberto da Spoleto, fu assediata dai
napoletani e dai bizantini e fu presa dai normanni nel 1076. Fu poi
assediata da Braccio da Montone nel 1421, nel 1437 dalle truppe di
Giacomo Caldora e ancora da Cesare Borgia, che la saccheggiò ammazzando
un gran numero di abitanti, secondo alcuni circa 5.000. La cittadina
subì come Napoli la dominazione austriaca nel secolo XVIII fino a
quando non vi entrarono, nel 1734, le truppe spagnole di Carlo III dopo
ben 8 mesi di assedio. Durante la guerra per l'unità d'Italia subì
ancora gli attacchi delle truppe piemontesi e il 2 novembre del 1860,
costretta ad arrendersi, fu annessa al regno d'Italia.
Capua è ricca di opere d'arte, anche se alcune di esse sono state
danneggiate e distrutte dai bestiali bombardam |