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ORIGINI DEL LATINO
La lingua latina che noi ammiriamo
nei grandi autori, da Plauto a Terenzio, che sono i
primi scrittori dì commedie, a Virgilio, Grazio,
Catullo ecc., che sono poeti raffinati, non s'è
formata di colpo né è stata sempre scritta ed
affidata all'elaborazione letteraria. Anche il
latino, dapprima, era la lingua umile e limitata di
un piccolo popolo di pastori, di contadini, di
lavoratori, di sacerdoti. Si parlava nella regione
del Lazio, sulle rive del Tevere, qualche chilometro
prima che il fiume scendesse al mare. Questi antichi
latini, verso il secolo Vili prima di Cristo,
disponevano di poche parole, adatte alla loro
modesta civiltà e capaci di esprimere il loro
particolare mondo d'affetti, di sentimenti,
d'interessi. Avevano le parole che servivano
all'ambiente familiare, alla vita dei campi e degli
scambi commerciali, alla loro tradizionale fede
religiosa, ad alcune essenziali norme che regolavano
il loro diritto e la loro giustizia. Ma attorno a
loro, per tutta l'Italia c'erano tanti altri popoli
dì nazionalità affine e anche diversissima, che
parlavano linguaggi differenti, alcuni dei quali
assai simili al latino di Roma ed altri invece
lontanissimi e incomprensìbili per i Romani. E a
quell'epoca remota non c'erano scrittori, non c'era
letteratura, non si era ancora diffuso l'uso dei
libri. Tutto si tramandava oralmente, per
tradizione, da padre in figlio; se mai, s'incideva
soltanto qualche iscrizione di carattere religioso,
o funerario o contrattuale, affidata alla resistenza
della pietra o del bronzo; ma si parlava senza
grammatiche, senza vocabolari: la lingua era allora
come un dono spontaneo e generoso della natura,
quasi nata dalle cose stesse e che gli uomini
avevano ereditata assieme al sangue di razza, alla
religione.
I latini erano circondati da popoli
umbri, osci, sabini, sanniti, opici (che
appartenevano alla comune stirpe «italica»); ma via
via che ci si allontanava dalle rive del Tevere, le
divergenze nazionali e linguistiche aumentavano.
C'erano a nord di Roma gli Etruschi, i Liguri, i
Galli, i Veneti ecc. e a sud i Greci, i Siculi ecc.,
che parlavano lingue straniere, nettamente distinte
dal latino. Ma noi sappiamo che i latini, mercé la
loro intelligente intraprendenza, lo spirito
organizzativo di cui erano dotati, la prevalenza
delle loro armi e dei loro guerrieri e condottieri,
s'impadronirono nel corso di pochi secoli di tutte
le regioni e le province d'Italia, della Gallia,
dell'Iberia, dell'Africa settentrionale ecc. E
allora la lingua ch'essi parlavano si allargava,
acquistava un respiro più ampio, s'arricchiva di
parole, di derivati, di forme più precise, di
significati e di valori più vasti, in conformità
alla nuova funzione che i Romani erano chiamati ad
assolvere dal loro destino imperiale. E sorse così
la necessità di scrivere e unificare le leggi, di
affidare i principi religiosi e civili alla memoria
delle lettere, di rinarrare la grande storia della
patria, di fornire alla nuova aristrocrazia, prima
della Repubblica e poi dell'Impero, opere di
pensiero, di scienza, di filosofia, di poesia. A
mano a mano si venne formando e stabilendo la grande
lingua latina: ricca, precisa, solenne. Da lingua
«materna», come la chiama Dante, a lingua
universale.
Dunque, tutte queste popolazioni,
che, come s'è detto, erano di stirpe diversa,
entravano a far parte della vita politica ed
economica di Roma, ne accettavano il dominio, si
uniformavano alle sue leggi ch'erano le migliori
dell'antichità, ne apprendevano necessariamente la
lingua. Poco per volta finivano col dimenticare il
linguaggio dei loro avi sostituendolo con il latino,
che aveva maggior prestigio, non solo perché era
parlato dai vincitori, ma anche perché con esso
erano scritte le leggi e le opere di pensiero:
insomma, perché la lingua di Roma rappresentava
allora la civiltà più evoluta dell'Italia e
dell'Europa occidentale.
E così ben presto tutti i popoli
sottomessi a Roma mutavano la loro nazionalità, si
sentivano romani, perché venivano a godere d'una
organizzazione politica e sociale assai progredita.
Roma lì accoglieva, li educava e assimilava alla sua
tradizione, li faceva partecipi della sua potenza,
che da dominatrice diventava garante di protezione e
di giustizia. Molti scrittori latini, anche tra i
maggiori, non sono nativi di Roma, ma provengono da
ogni parte d'Italia, della Gallia, dell'Iberia ecc.
Essi imparavano la lingua latina dai loro stessi
genitori, la perfezionavano con l'insegnamento
delle scuole, la epuravano con la lettura dei
classici, spesso anche con una lunga dimora a Roma.
Plauto era nato nell'Umbria; Ennio vicino Brindisi;
Terenzio era africano, nativo di Cartagine; Catullo
era di Verona, Orazio di Venosa nella Lucania,
Virgilio di Mantova, Ovidio di Sulmona, Tito Livio
di Padova; Seneca era di nazionalità spagnola,
nativo di Cordova, ecc.
Se noi mettiamo a confronto questi
autori, notiamo che presso a poco scrivono tutti la
medesima lingua, usano le stesse parole, si valgono
d'una grammatica e d'una sintassi identiche. Le
differenze, quando ci sono, dipendono per lo più
dallo stile, cioè dalle caratteristiche individuali
dello scrittore: precisamente come avviene anche
nell'italiano, che è lingua comune, per esempio, a
Leopardi, a Carducci, a Pascoli, a D'Annunzio,
ciascuno dei quali tuttavia ha uno stile proprio che
lo distingue dagli altri, pur adoperando lo stesso
vocabolario e le stesse abitudini grammaticali.
Ma il popolo che parlava la lingua
viva, quella d'ogni giorno, adatta ad esprimere con
immediatezza i rapporti familiari e pratici, non
poteva seguire i modi rigorosi e ricercati degli
scrittori. Anche ai nostri giorni ci accorgiamo di
scrivere in maniera più o meno diversa dal modo di
parlare. Così avveniva per le antiche popolazioni
del vasto impero romano. Anche negli ambienti
popolari si parlava il latino, ma non precisamente
quello che a noi hanno tramandato le opere
letterarie. Lo stesso Cicerone, che fu il più grande
oratore romano, quando scriveva agli amici lettere
private usava un latino più dimesso, d'intonazione
familiare, assai meno studiato di quello che
ammiriamo nelle sue orazioni e nelle sue opere
filosofiche.
Figuriamoci, dunque, quanto dovesse
essere più semplice e più elementare il latino che
sì parlava per le vie e le piazze della stessa Roma,
nei suoi mercati, nei suburbi delle altre città
d'Italia e dell'impero, tra i mercanti, gli
artigiani, i legionari, i contadini ecc. Intanto,
come suole accadere per ogni lingua che s'è formata
una nobile tradizione letteraria, il popolo
adoperava alcune parole che gli scrittori
disdegnavano come troppo volgari, respingeva altre
che sentiva difficili e raffinate, ricorreva a forme
grammaticali e a costruzioni sintattiche più svelte,
brevi, dinamiche, secondo la semplicità e la
rapidità del discorrere familiare e alla buona. Non
solo, ma non tutti parlavano allo stesso modo: via
via che ci si allontanava da Roma, le differenze
dialettali, nell'uso del vocabolario, nella
pronunzia, nell'accento ecc. si facevano sentire più
fortemente. Al di sotto del latino, qual è quello
che noi conosciamo dai suoi scrittori «classici» e
dalle grammatiche e dai dizionari che si sono
formati sulle loro opere, c'erano tanti altri modi
di parlare e di pronunziare il latino. Nelle diverse
province dell'impero romano, attraverso i secoli,
nel trapassare da un popolo all'altro e da una
generazione all'altra, la lingua latina si
differenziava, si evolveva, si alterava. Perdeva
alcune parole e ne acquistava delle nuove;
perpetuava l'uso di molti vocaboli, ma ne modificava
a mano a mano i significati; semplificava la
grammatica, rendeva più spedita la sintassi,
introduceva nuovi modi di espressione, eliminava
quelle raffinatezze a cui era arrivata e in cui
s'era cristallizzata la lingua delle persone colte.
Insomma, accanto al latino che
possiamo chiamare «classico» (quello delle leggi,
della letteratura, della scienza, della religione
ecc.), c'era il latino della gente che non va a
scuola e non legge i libri e usa la parola per
esprimere gli affetti e gl'interessi più elementari:
cioè, la lingua ancora una volta «materna», che si
apprende dalle labbra della nutrice.
(S. Battaglia - Le epoche della
letteratura italiana, Napoli, 1966, pp. 52/58)
Il teatro
Il teatro Greco
Il teatro si sviluppa in Grecia
attorno al VI secolo a.C. con testi che furono
sempre rigorosamente in versi. Gli attori che erano
tutti rigorosamente uomini, utilizzavano maschere
non solo per permettere allo stesso attore di
svolgere più ruoli ma anche per amplificare la voce.
Le opere rappresentate svolgevano una funzione
rituale ed educativa e il finanziamento del teatro
era per i ricchi un utile mezzo per far propaganda
politica. Gli spettacoli venivano concentrati nel
periodo delle festività dionisiache. La tragedia
(che ebbe il suo culmine nel V sec.) prevedeva
vicende eccezionali, terribili e sanguinose che
dovevano concludersi in una catastrofe per i
personaggi che erano sempre di rango elevato. Il
coro nella tragedia svolgeva una funzione precisa
commentando gli avvenimenti della scena e guidando
lo spettatore. Dai fatti rappresentati doveva
derivare una catarsi nello spettatore. Le uniche
tragedie che ci sono pervenute sono di Eschilo,
Sofocle e Euripide. Eschilo (525-456 a.C.) della sua
grande produzione (ottanta e più titoli) ci sono
giunte solo sette tragedie. Il grande significato
del teatro eschileo e quello della somma giustizia e
provvidenza divina. Sofocle (496-406 a.C.) di
Sofocle ci sono pervenuti solo sette scritti sui
centotrenta suoi. Le sue tragedie sono incentrate su
di un eroe mitico costretto a partire accusato
ingiustamente. Dietro a queste ingiustizie ci stanno
gli dei che tramano per motivi all'umanità ignoti.
Euripide (485-407 a.C.) la grande innovazione di
Euripide è che cala i personaggi del mito in una
dimensione più umana analizzando la psicologia e le
emozioni di questi dei. La satira si divide in
satira antica, media e nuova. Quella antica è
caratterizzata dalla satira politica del V secolo e
ha spezzo un linguaggio osceno. Nella commedia nuova
invece si abbandona completamente il tema politico e
si assume quella di voler rappresentare quadri di
vita moderna. Infine il dramma satiresco presenta un
soggetto mitico ma lo interpreta in chiave farsesca.
Il teatro italico e le origini del
teatro latino
Nel mondo greco-italico si assiste a
una gran fioritura di spettacoli teatrali fin dal VI
secolo nei quali prevale l'aspetto buffonesco e
caricaturale. Un esempio può essere la farsa
fliacica in cui gli attori-mimi erano provvisti di
goffi costumi e maschere ridicole. Un altro esempio
è la fabula atellana che era caratterizzata
dall'improvvisazione degli attori su un canovaccio.
Tutte queste commedie insistevano su aspetti
elementari del vivere quotidiano (il cibo ad
esempio). I Fescennini erano altre rappresentazioni
rozze e volgari di origine popolare in cui due
contadini so fronteggiavano lanciandosi battute
feroci. Lo stato addirittura intervenne con la
censura. Nel 240 a.C. viene rappresentato il primo
dramma in lingua latina di Livio Andronico (ex
schiavo greco). I romani si presume tuttavia si
erano già imbattuti nelle forme teatrali italiche.
Il teatro romano tuttavia nasce dopo la prima guerra
punica quando i romani si imbattono nel teatro greco
scritto.
Il teatro romano
Il teatro romano appare fin dalle
origini fenomeno di puro intrattenimento, privo di
una vera e propria connotazione civile o religiosa.
Esso era incluso nei ludi fra tanti altri
spettacoli fra cui i gladiatori. Essi d'altronde
erano censurati dallo stato che impediva riferimenti
alla vita civile o politica. Vi era in calendario in
cui avvenivano i ludi. I teatri in pietra
vengono edificati dopo che il grande teatro latino
si è spento. Esso era nato e si era sviluppato nei
teatri provvisori composti da una cavea, la
scaena sul pulpitum, un altare e un
fondale dipinto. La selezione e la messa in scena
degli spettacoli era affidata ad un edile. Le
compagnie di attori erano composte prima di tre
attori poi mano a mano di più fino ad arrivare a sei
rendendo possibile dare risalto a più personaggi
prima marginali. Anche a Roma gli attori erano
esclusivamente maschi e non si sa se usassero o meno
maschere. Tutto il teatro romano arcaico è tradotto
dal greco, o letteralmente oppure rielaborando
artisticamente il contenuto (vertere). La
contaminatio invece era l'inserimento di scene
provenienti da altre commedie dello stesso autore o
di uno diverso (fatto reso possibile grazie alla
linearità del teatro greco). Tutti potevano entrare
a teatro indiscriminatamente e l'ingresso era
gratuito. dopo il culmine de teatro romano nel II
secolo esso si vede degradare in forme rozze e
volgari e cadere in basso.
La tragedia latina
Della tragedia latina genere
penalizzato nell'ambiente teatrale romano non ci
restano che frammenti. Due sono i tipi di tragedia
che possiamo evidenziare: la fabula cothurnata
e la fabula praetexta. La prima è di
argomento greco (dal nome della calzatura in uso in
Grecia), la seconda si ambienta a Roma. Le prime
hanno soggetto mitologico ispirato ai grandi cicli
quali quello troiano o quello di Tebe (con al centro
il mito di Edipo), le seconde hanno varia hanno un
tono patriottico celebrativo con soggetto sia
mitologico che storico. Scrissero in fabula
cothurnata Livio Andronico, Nevio, Ennio.
Scrissero in fabula praetexta Nevio
(fondatore), Ennio, Pacuvio.
LA TRAGEDIA
Marco Pacuvio
Le poche notizie sulla sua vita ci
sono giunte per il tramite di Girolamo Plinio il
Vecchio.
Il primo tramanda * che Pacuvio
nacque nel 220 a.C. a Brindisi, e...
... fu considerato famoso scrittore
di tragedie; nipote del poeta Ennio, vie Roma, dove
[...] compose opere teatrali.
Ma è il secondo, Plinio il Vecchio *,
a riferire del suo interesse, oltre che per l'arte
scenica, anche per la pittura.
E famoso il quadro del pittore
Pacuvio esposto presso il tempio di Èrcole nel foro
Boario; nato da una sorella di Ennio, costui
contribuì a rendere l'arte pittorica a Roma famosa
quanto la sua fama teatrale.
Nel 140 a.C, ormai anziano, avvertì
molto la rivalità che lo vedeva soccombente rispetto
ad Accio, giovane pieno di audacia e di entusiasmo,
e preferì ritirarsi a Taranto (secondo Girolamo) ed
abbandonare l'arte scenica.
Ma anche qui, afferma Gellio, non
potè evitare di ricevere Accio e di ascoltare la
lettura del suo «Atreo» emettendone un
giudizio, nel complesso, positivo dal momento che si
limitò a giudicare i versi «sonori e grandiosi,
quantunque un po' duri ed acerbi».
Nella città pugliese, novantenne,
morì nel 132 o 130 a.C., non prima di aver composto,
secondo la prassi, il suo epitaffio, che leggiamo
sempre in Gellio *:
Giovane, anche se vai di fretta,
questa lapide ti chiede / di fermarti un poco e,
quindi, di leggere quanto vi è inciso. / Qui
riposano le ossa del poeta Marco Pacuvio./ Volevo
solo che non ignorassi ciò. Addio!
Della sua non feconda produzione ci
restano frammenti (per un totale di quattrocento
versi) che ci permettono di valutare non certo al
meglio le quattordici opere tragiche di cui ci è
giunta notizia.
Gli stessi titoli delle tragedie
dimostrano che il Nostro si ispirava non al più
comune repertorio della tragedia greca, ma agli
episodi secondari in cui egli riscopriva qualcosa di
primordiale e di ingenuo e che alle tragiche vicende
ed alle passioni degli eroi intrecciavano delicati
sentimenti su un colorito sfondo naturalistico.
La produzione
Ma ecco alcuni titoli di sue opere
teatrali: «Antiopa», in cui Anfione difende
contro il fratello Zeto lo studio delle arti e delle
scienze, ammirata e messa sullo stesso piano della
«Medea» enniana da Cicerone *;
Nei due frammenti che seguono è
riportato l'enigma (quello detto «della, tartaruga»)
che Anfione, figlio di Antiope, pone agli Attici, ma
anche in essi si può notare come nella ricca
aggettivazione si vada alla ricerca degli «effetti»,
caratteristica, vedremo, peculiare di questo
tragediografo:
[Anfione]: Un quadrupede lento a
terra, selvaggio e scabro, tozzo il capo e il collo
da serpe, d'aspetto truce, / e quando è vuoto e
senza vita ha suono vivo.
[Attici]: Così accidentato è il tuo
modo di dire / che un acume profetico penetra a
stento. / Non comprendiamo se più apertamente non
parli.
[Anfione]: La tartaruga. (tr.
Fornaro)
«Niptra»,
dove è sublimata la dignità dell'eroe
nel personaggio di Ulisse ferito, giudicato figura
teatrale superiore a quella sofoclea sempre
dall'Arpinate; «Teucer», che coinvolge i
tristi destini di Telamone e di Teucro, tornato da
Troia a Salamina senza il fratello Aiace ed il
nipote Eurisace; «Iliona», ovvero il dramma
di una madre; «Armorum iudicium», commossa
rievocazione del contrasto tra Aiace ed Ulisse per
le armi di Achille, parte della quale, secondo
Appiano, fu letta durante i funerali di Cesare, ed
ancora: «Atalanta», «Chryses», «Doulorestes»,
«Hermiona», «Medus», «Pentheus», «Periboea»,
ecc.
Anche musico e scenografo
Pacuvio, comunque, non si limitò solo
alla composizione delle trame, che pure si rivelano
indipendenti dai modelli, ma curò anche la musica e
la scenografia dei suoi drammi.
La componente musicale e scenografica
doveva certo conferire alle tragedie di Pacuvio
particolari effetti di suggestione, probabilmente
tali da favorire l'accentuazione dei motivi
patetico-sentimentali.
Si immagini l'invocazione di Difilo
alla madre * nella «Iliona» scandita da un
vibrante sottofondo musicale...
Difilo: Te chiamo, o madre! Tu nel
sonno allevii la cupa angoscia, / e non misericordia
di me tu senti! Levati! Al tuo figlio / da'
sepoltura, prima che le fiere e che gli uccelli... /
Non volere che i miei resti mortali già rosi a mezzo
lascin / l'ossa ignude, che a terra, intrisi di
putrido sangue, sian turpemente lacerati.
Iliona: Resta, dunque! Fermati!
Ascoltami! Ridimmi quello che hai detto! (tr.
Vitali)
Il patetico
«Pacuvio», nota il Frassinetti, «è
maestro nei toni patetici e nelle descrizioni di
paesaggi o di fenomeni naturali. Egli godette presso
gli antichi della fama di «doctus», certo per
l'ottima conoscenza del teatro greco e della tecnica
drammatica, ma fu proprio questa dottrina che lo
portò ad attingere a piene mani all'arsenale mitico,
complicando eccessivamente i suoi drammi a mezzo di
una strana «contami-natio» di leggende e
tradizioni disparate [...] non doveva farsi
molto scrupolo della verisimiglianza, pur di
impressionare il pubblico con un caleidoscopio di
miti pittoreschi».
La lingua
E
quel «suo salire in cattedra», quel
suo andare alla ricerca della «magnificenza», di
certo lo portò ad usare una lingua ricca di
assonanze («corpus... maerore, aegrore, maerore
senet»), di strani composti («cornifrontes» /
«incurvicervicum»), di forme e parole mai usate
(«facul» / «topper» / «minitabiliter» /
«paedagogandum»), di termini astratti terminanti
in «-tudo» («anxitudo» I «paenitudo» /
«vastitudo»): una lingua biasimata sia da
Cicerone, che da Marziale e da Tacito.
Compose anche una pretesta,
«Paulus», in onore di L. Emilio Paolo, vincitore
di Perseo a Pidna (168 a.C.) e, secondo Diomede,
avrebbe, come lo zio Ennio, dato il nome di
«Saturae» ad una miscellanea di carmi con
differenti soggetti e versificati con metri diversi.
LA TRAGEDIA
Lucio Accio
Di Accio «sommo poeta tragico», di
Accio «poeta sublime», di Accio «il magniloquente»
non abbiamo testimonianze valide che ci illuminino
sulla sua vita ad eccezione di quella di Girolamo,
che così dice *:
L. Accio, stimato tragediografo,
nacque durante il consolato di Mancino e Serrano da
famiglia di condizione libera e lesse a Tarante le
sue opere al vecchio Pacuvio [...] si dice che il
podere di Accio si trovasse non lontano da Pesaro.
Dunque, sembra sicuro che nacque a
Pesaro nel 170 a.C., essendo conosciuti i consoli
dell'anno; sembra certo che ad Accio, già amico di
Catone, dedicò la sua opera «De antiquitate
litterarum» Varrone, mentre Cicerone, quasi ad
attestarne una fama consolidata, non esitava a
riportare i giudizi letterari da lui pronunziati; si
sa anche che entrò in familiarità con Scipione
Emiliano e con D. Giunio Bruto, il console del 138
a.C., per incarico del quale compose in saturni
l'iscrizione sovrapposta al vestibolo del tempio di
Marte; sembra anche un dato di fatto il suo incontro
con Pacuvio, attestato da più fonti98, in
un periodo più o meno coincidente: invece è
assolutamente incerto l'anno della morte e, forse,
anche il decennio in cui esso si può fissare.
La produzione
Accio si dedicò quasi esclusivamente
al teatro tragico, ma delle sue quarantaset-te
tragedie oggi non restano che circa settecento
versi, i quali permettono di stabilire sommariamente
i caratteri essenziali della produzione.
Anche se i suoi modelli preferiti
furono i tre tragici greci maggiori, egli dimostra
una certa indipendenza dal modello greco, in quanto
rifà romanamente i suoi modelli e li arricchisce con
la sua fantasia ed il suo estro.
Non per nulla il Paratore, dopo aver
attestato lo «spaziare del suo teatro per tutte le
maggiori saghe della mitologia greca», evidenzia
come Accio «si dilungava dalla trama dei modelli
e mirava a rielaborarli per suo conto, spinto
soprattutto dalla sua tipica smania di "épater"
il pubblico e i dotti». Lo studioso aggiunge:
«In fondo egli, per l'età in cui visse, era un
ritardatario, nello stile e nello spirito, salvo che
per l'interesse meramente artistico che recava ai
suoi temi».
I toni macabri
Accio predilesse i toni macabri, le
personalità esuberanti, le leggende truci in cui si
muovono funeste passioni dalle quali gli uomini sono
travolti, per cui lo stesso Paratore arriva a
parlare di «dannunziano-nietzschianesimo
ante litteram».
Le
sue tragedie attingono ai tre grandi
cicli dell'antico mondo eroico: quelli sulle
leggende di Troia, Sparta e Tebe.
IL CICLO TROIANO
Ai ciclo troiano appartengono:
«Achilles seu Myrmidones»,
riguardante l'ambasceria dei Greci ad
Achille, la morte di Patroclo ed il lamento
dell'eroe sul cadavere dell'amico;
«Antenoridae»,
in cui Antenore, accusato di aver
tradito Troia, emigra con i figli verso il paese dei
Veneti;
«Armorum iudicium»,
sull'accordo raggiunto per il tramite
di Ulisse tra Teucro, fratello del morto Aiace, e
gli Atridi;
«Astyanax»,
riguardante l'uccisione del figlio di
Ettore per mano di Ulisse;
«Deiphobus»,
in cui Elena torna da Menelao dopo
aver abbandonato il terzo marito Deifobo;
«Epinausimache»,
ossia «La battaglia presso le navi»,
già descritta nel l. XV dell'
«Iliade»;
«Eurysaces»,
in cui Teucro con il nipote Eurisace
ripone sul trono il padre Telamone (e molti passi di
questa tragedia li dobbiamo a Cicerone" perché
lettigli dall'attore Esopo durante l'esilio);
«Neoptolemus»,
in cui Ulisse conduce alla guerra il
giovane figlio di Achille;
«Nyctegresia»,
ovvero l'uscita notturna di Diomede
ed Ulisse al campo troiano (già descritta nei l. X
dell' «Iliade»);
«Philocteta»,
riguardante Ulisse e Diomede che
portano Filottete all'assalto di Troia (molti suoi
versi li leggiamo in numerose opere di Cicerone);
«Telephus»,
il re dei Misii, ferito in guerra,
rapisce il piccolo Oreste per costringere Achille a
guarirlo.
IL CICLO SPARTANO
Fanno parte del ciclo spartano:
«Aegisthus»,
ovvero la vendetta di Oreste contro
l'uccisore del padre;
«Clytaemnestra»,
sulla morte di Agamennone e di
Cassandra per mano della protagonista (ad imitazione
quasi perfetta della tragedia eschilea);
«Agamemnonidae»,
circa la vendetta di Elettra,
Ifigenia ed Oreste sui figli di Egisto (spesso Accio
è stato criticato per l'abuso di patronimici nei
titoli, segno, per molti critici, di una smania di
magniloquenza);
«Atreus»,
che si articola sulla vendetta contro
Tieste (la tragedia, condannata per la crudezza
eccessiva di scene e di espressioni, fu cara,
secondo Svetonio, a... Caligola);
«Chrysippus»,
sull'uccisione di Crisippo;
«Oenomaus»,
in cui Pelope chiede la mano di
Ippodamia (stupendo il frammento dei contadini che
al sorgere del sole destano i buoi per portarli al
lavoro nei campi);
«Pelopidae»,
con le vicende di Atreo, Tieste ed
Egisto (anche qui il titolo è un patronimico);
IL CICLO TEBANO
Sono da annoverare nel ciclo tebano:
«Antigona»,
in cui lo sconforto per le disgrazie
familiari porta la sventurata giovane a negare la
provvidenza divina;
«Phoenissae»,
con la lotta tra Eteocle e Polinice,
figli di Edipo;
«Epigoni»,
in cui Erifile, colpevole di aver
inviato in guerra il marito per avido desiderio di
un monile d'oro, viene uccisa dal figlio Alcmeone
(la tragedia attesta reminiscenze eschilee);
«Alcumeo»,
in cui proseguono le vicende del
matricida fino alle nozze con Alfesibea;
«Alphesiboea»:
la moglie di Alcmeone vendica la
morte del marito sul proprio fratello.
Meritano ancora d'essere ricordate:
«Medea»,
con il racconto fatto, in senari
giambici, da un pastore scita del rientro dalla
Colchide della nave Argo (la scena ci è stata
tramandata da Cicerone *);
Scivola una così grande mole /
dall'alto mare palpitante di soffi fragorosi / e
flutti volge davanti a sé con violenza e vortici
rovescia; / avanza con foga e spruzzi e schiume
profonde sul mare. / Così si ha l'impressione di
vedere un nembo dilacerato rotolare / o un sasso, in
alto staccato dai venti / o dall'uragano, o turbini
mulinanti / levarsi sferzati da flutti in zuffa, / o
se qualche caduta di terre produce il mare / o con
il suo tridente per caso un tritone scuotendo / il
sotterraneo pavimento dell'antro sul tempestoso
stretto- / rovescia e scaglia dal profondo una massa
di pietre nel cielo. / Come veloci ed alacri coi
rostri sibilano i delfini [...] Simile alla melodia
di Silvano / alle orecchie un canto e un suono
porta. (tr. Fornaro)
«Meleager»,
con l'immagine del cinghiale che
drizza le setole; «Bacchae», con la pittorica
descrizione del Citerone; «Phinides», che si
segnala per la musicalità dei versi;
«Hecuba», «Erigona», «Andromeda»,
«Diomedes».
Abbiamo inoltre di Accio due
«praetextae»:
«Brutus»:
rappresentata nel 136 a.C., prendeva
nome da L. Giunio Bruto, il fondatore della
repubblica (molte parti, tra cui il funesto sogno
del re Tarquinio ed il responso degli interpreti che
preannunciano la sua imminente rovina *, le dobbiamo
ancora a Cicerone);
Tarquinio: Quando già nelle tenebre
notturne abbandonato avevo / alla quiete e posavo
nel sonno il corpo stanco, / io vidi che un pastore
a me spingeva / un lanigero gregge di stupenda
bellezza; / e ch'io ne trasceglievo due consanguinei
montoni, / e che immolavo uno d'essi, il più
splendido; / e che allora il germano sforzava a
cozzarmi contro con le sue corna, / e che a quei
colpi ero a terra gettato; / e che dipoi, tutto
ferito e steso al suoi supino, / io nel cielo
scorgevo un gran prodigio / meraviglioso: a destra
l'orbe / flammeo del sol raggiante in nuovo -corso
volgersi.
Interpreti: Re, se quello che gli
uomini in lor vita sogliono far, pensare, amar,
veder, / se quel che fanno e quel di cui si
crucciano desti, nel sonno a loro appar, / mirabile
cosa non è. Ma non senza consiglio sì strana ed
inattesa visione ti offrono i Numi. / E dunque bada
che colui che tu credi or mentecatto come il montone
/ non racchiuda invece nel petto una grande anima, /
e ti scacci dal regno; giacché quello che mostrato
ti fu del sole / un mutamento an-nunzia prossimo del
tuo popolo. / Felice per il popolo tuo sia questo /
evento! Poiché in questo, che il grande astro si è
volto da manca a destra, / è il fulgido presagio che
sarà grande la romana gente. (tr. Vitali)
-«Aeneadae seu Decius», in cui
il primo titolo allude ai Romani come discendenti di
Enea, il secondo a P. Decio Mure che aveva
sacrificato la sua vita contro i Galli ed i Sanniti
nella battaglia di Semino del 295 a.C..
«Con Accio, l'ultimo grande tragico
romano», ripetiamo con il Bignone, «poeta di grandi,
violente figure, di "vaste anime tragiche", si
chiude la prima età poetica di Roma (le tragedie di
Seneca nell'età imperiale avranno un carattere
libresco, piuttosto che teatrale). Si sente che, con
Accio, è finita l'età eroica e che comincia quella
intima, pensosa lirica epigrammatica, i cui grandi
artisti saranno i nuovi poeti dell'ordine del cuore
e del pensiero [...] La tragedia romana muore con
l'agonia dell'animoso spirito politico della Roma
repubblicana dell'età delle conquiste e delle grandi
passioni civiche».
I giudizi
Questo giudizio su Accio di un
moderno, d'altronde, trova conferma sia in Vell.
Patercolo, che lo giudica all'altezza dei tragici
greci, sia in Cicerone, il quale accomuna nella lode
i componimenti della triade tragica latina (Ennio,
Pacuvio, Accio), pur considerandoli diversi
nell'eccellenza.
Non allo stesso modo Orazio e
Quintiliano i quali, sebbene riconoscano il suo
intenso spirito tragico, non ne giustificano la
trascuratezza del «labor limae»; e lo stesso
difetto, in parte attenuato da una produzione
giuntaci solo frammentariamente e dalla
considerazione del notevole influsso che il Nostro
avrà su poeti di più alto livello, quali Lucrezio e
Virgilio, è evidenziato da un suo commentatore
moderno, il D'Antò.
Lo studioso, comunque, ricorda che
«quando Accio si accinse a produrre anch'egli dei
drammi [...] i mezzi retorici, di cui si servì
largamente, e di cui già s'erano avvalsi Euripide e
i tragediografi del IV sec., erano stati condotti ad
una perfezione che forse oltre non poteva andare
[...]. Non faccia meraviglia questa intrusione della
retorica nella poesia, quando si pensi che il
maggior poeta d'un genere come la togata,
considerata per lo più esente da tale "pecca",
veniva qualificato da Cicerone per «disertus»
(Brut. 167). E se ad Afranio era perdonato l'uso dei
mezzi espressivi forniti dalla retorica, ad Accio
esso era quasi richiesto».
La lingua
Non la pensavano allo stesso modo gli
antichi i quali, invece, biasimavano in Accio i
lunghi composti («tabificabilis» /
«minitabiliter» / «aericrepantes» ...), gli
astratti in «-tudo» («tarditudo» / «sanctitudo» /
«miseritudo» / ...), la frequenza delle figure
retoriche (allitterazione, omoteleuto, poliptoto,
paronomasia, antitesi, giochi di parole,
polisindeto, ...), insomma l'eccessiva tendenza
all'espressione magniloquente, quasi barocca.
La produzione minore
«Didascalica»
o «Didascalicon libri»: almeno
nove, sulla storia della poesia greca e romana,
soprattutto drammatica;
«Pragmatica»
o «Pragmaticon libri»: su
questioni di critica letteraria;
«Annales»:
poema epico in tre libri sulle
antichità religiose romane;
«Praxidica»:
il titolo, da ricondurre a Persefone,
figlia di Demetra, protettrice dell'agricoltura,
riguarda un poema georgico;
Plinio il Giovane lo ritiene anche
autore di versi «poco seri».
La riforma grammaticale le
innovazioni ortografiche
Ad Accio si attribuiscono anche
riforme ortografiche e grammaticali, quali:
- l'introduzione dell'accusativo alla
greca;
- il raddoppiamento delle vocali
lunghe («e» lunga —» «ee», «a» lunga
—» «aa», «u» lunga —» «uu»);
- lo scioglimento di «i» lunga
in «ei»);
-
il passaggio davanti a gutturali di
«n» in «g» («anceps» —> «agceps»,
«angulus» —> «aggulus»), secondo la
grafia greca;
- l'uso di «q» davanti a «u»
(«cura» —> «qura»);
-
l'uso di «k» davanti ad «a» e della
«c» davanti ad «e/i/o».
Le innovazioni ortografiche in
particolare testimoniano un'attitudine pedantesca
che conferma il quadro complessivo della personalità
di questo autore delineato dalle tragedie.
La commedia latina
La commedia latina si divide
anch'essa in fabula palliata e togata.
La prima ha ambientazione greca e nomi greci
(estremizzati in modo da essere buffi) non vi sono
riferimenti a Roma salvo rari casi. Sono pervenute
venti commedie di Plauto e sei di Terenzio. La
seconda è sostanzialmente identica alla prima come
stile, strutture e comicità ma con ambientazione
romana. Tuttavia i censori di Roma limitavano il
tipo di comicità soprattutto riguardo alla figura
dello stato o dei politici. Tre furono gli autori:
Titinio, Afranio e Q. Atta. Nel 115 a.C. un editto
censorio bandiva da Roma gli spettacoli di origine o
ambientazione greca nel tentativo di rilanciare la
commedia italica. Fu così che la fabula atellana
fu trasformata in un vero e proprio testo
letterario. Un altro spettacolo comune nei ludi era
il mimo una sorta di varietà con scenette di vita
quotidiana e imitazione di gesti e di voci. A volte
si concludevano addirittura con spogliarelli (unico
caso in cui le attrici erano donne). I due mimografi
più noti furono Decimo Laberio e Publilio Siro.
LA COMMEDIA
Tito Maccio Plauto
Contemporaneo ma più giovane di
Nevio, Tito Maccio Plauto nacque a Sarsina in Umbria
nel 250 a.C. (ma nel 258 o nel 254 a.C. secondo
altre testimonianze) da famiglia di umile
condizione.
Giovanissimo si recò a Roma dove,
dopo aver messo insieme un piccolo gruzzolo
lavorando presso una compagnia di teatranti, si
diede al commercio, ma per inesperienza perse ogni
cosa in speculazioni sbagliate riducendosi, per
poter vivere, a lavori umilianti quale il far
ruotare la macina di un mulino, come ci attesta Aulo
Gellio, scrittore del sec. II d.C. *.
[...] perso nel commercio tutto il
danaro che aveva messo da parte lavorando presso una
compagnia di attori, avendo fatto ritorno povero a
Roma e, per guadagnarsi il vitto, essendosi prestato
presso un mugnaio a girare le macine che son dette
«trusatiles» (a mano) [...]
Durante le pause dell'ingrato lavoro
trovò il modo, per sbarcare il lunario, di comporre
commedie, secondo Girolamo *, da vendere agli edili.
[...] [Plauto] che per le difficoltà
della vita si era impiegato a girar macine a mano
presso un mugnaio, colà, ogni volta che era in ozio,
prese l'abitudine di comporre commedie per poi
venderle.
Sempre Gallio * ricorda una notizia
di Varrone, riportata pure da altri scrittori, che
rammenta due titoli di commedie da lui scritte
(«Saturio» ed «Addictus» ovvero «II Panciapiena» e
«Lo schiavo per debiti») e ne menziona una terza
senza titolo.
Varrone e molti altri hanno riferito
che quello [Plauto] nel mulino compose «Saturio»,
«Addictus» ed una terza commedia di cui non ricordo
il titolo.
Fu il momento rivelatore di una
grande vocazione che, manifestatasi per caso, portò
Plauto a coltivare maggiormente i suoi interessi
teatrali, destinati non a renderlo ricco, ma a
guidarlo sulla strada del successo e del favore
popolare sino alla morte che avvenne nel 184 a.C.,
secondo la testimonianza ciceroniana, a Roma,
secondo quanto riferisce Girolamo *.
Plauto morì durante il consolato di
P. Claudio e L. Perciò... mentre ricopriva la carica
di censore Catone.
Plauto nativo di Sarsina in Umbria
muore a Roma.
Gellio * riporta dal primo libro del
«De poetis» di Varrone l'epitaffio che lo stesso
Plauto avrebbe composto.
Dopo che Plauto è morto, la commedia
piange / il palcoscenico è deserto, anche riso,
ilarità e facezia / e gli innumerevoli metri si sono
messi tutti insieme a piangere.
L'OPERA
Plauto è stato considerato il
fondatore della commedia moderna, e da molti
studiosi la sua eccezionale fertilità creativa è
ritenuta un vero e proprio miracolo, dati i tempi e
le circostanze.
Le difficoltà superate
Dal Grant così sintetizziamo gli
ostacoli che il Sarsinate dovette affrontare e, per
il successo avuto, di certo superare:
- non esisteva a Roma un teatro
stabile e così la scena era costituita da una pedana
bassa e lunga di legno, provvisoria, senza sipario e
collocata di fronte ad un auditorio formato da
insufficienti panche di legno posate su di un
terreno sconnesso ed a forma di semicerchio: il che
rendeva oltremodo difficile sia la recitazione degli
attori che l'ascolto del pubblico;
- lo scenario, raffigurante la
facciata di alcune case, era fisso e convenzionale,
anche perché la divisione in atti, utile per il
cambiamento delle scene, fu effettuata solo in epoca
tarda;
- le carenze strutturali e
l'impreparazione del pubblico rendevano necessari
espedienti quali il prologo (utile per far conoscere
la situazione iniziale, presentare i personaggi ed
illustrare la commedia), le uscite laterali (quella
di destra convenzionalmente portava al foro, l'altra
al mare), la riconoscibilità dei «tipi» (gli
schiavi, ad es., avevano parrucche rosse, i vecchi
barbe lunghe e bianche), l'esistenza (controversa)
di maschere con caratteri fissi, una tipologia di
gesti catalogata rigidamente per essere d'aiuto allo
spettatore nella comprensione di quanto stava
vedendo, una certa convenzionalità anche
nell'accompagnamento musicale;
- vi era carenza di attori, tanto è
vero che spesso era lo stesso autore a dover
recitare (si ricordi quanto era accaduto ad
Andronico che, persa la voce, era stato costretto a
doppiare se stesso nei gesti mentre era un altro a
pronunciare le battute);
- il popolo, abituato al gusto della
farsa chiassosa e volgare, pretendeva spettacoli di
facile presa e spesso interveniva nel corso della
rappresentazione, se questa non appagava i suoi
gusti;
- la classe dirigente sorvegliava
attentamente a che non ci fossero allusioni
politiche o critiche sociali.
La produzione teatrale
In questa temperie decisamente
negativa Plauto versificò «fabulae» e fece alzare
plaudente un pubblico solitamente schiamazzante e
turbolento.
Vediamo come ci riuscì esaminando la
sua produzione teatrale.
Il catalogo varroniano
Delle molte commedie plautine, tranne
alcune di cui abbiamo solo il titolo («Commorientes»
/ «Coloro che muoiono insieme», «Colax» /
«L'adulatore», «Saturio» / «II panciapiena»,
«Addictus» / «Lo schiavo per debiti», «Gemini
lenones», «Condalium», «Anus», «Agraecus»,
«Faenemtrix», «Archaristio», «Parasitus piger»,
«Artemo», «Frivolaria», «Sitellitergus», «Astraba»),
non ci restano che le ventuno del catalogo
varroniano, cioè quelle che Terenzio Varrone,
filologo del I sec. a.C., indicò come autentiche in
un gruppo di centotrenta «fabulae» all'epoca
attribuite a Plauto (ma l'ultima, la «Vidularia», è
mutila, ed altre commedie mancano di alcune parti).
La datazione
Da quattro opere sicuramente databili
è partito il Della Corte per creare un quadro
d'insieme che ci permette di conoscere, pur
approssimativamente, le date delle commedie
plautine, con logica esclusione di quelle non
giunteci in quanto escluse dal catalogo varroniano:
primo periodo (215/210 ca.)
Menaechmi, Asinaria, Mercator.
secondo periodo (206/200 ca.)
Amphitruo, Rudens, Miles gloriosus, Cistellaria,
Stichus.
terzo periodo (196/194 ca.)
Aulularia, Persa, Epidicus, Curculio [?],
Mostellaria [?].
quarto periodo (191/184 ca.)
Pseudolus, Truculentus, Poenulus, Trinummus,
Bacchides, Casina, Captivi.
di epoca incerta
Vidularia.
Per non annoiare i lettori ci siamo
limitati, pur riportando le caratteristiche di ogni
commedia, a riassumere con maggiore accuratezza
l'intreccio di quelle che maggiormente si
differenziano dalle altre per varietà di caratteri o
di situazioni.
1) Amphitruo: è sconosciuto il
modello greco.
Questa commedia nel tempo fu imitata
da Rotrou («Les Sosies»), Molière («Amphitryon»),
Dolce («II Marito»).
A differenza delle altre, in cui il
prologo ha funzione esplicativa, qui, attraverso le
parole di Mercurio, si evidenzia un'affinità con i
prologhi di tipo polemico che ritroveremo
caratteristici del teatro terenziano (ad es.
«Heautontimoroumenos» e «Phormio»).
La commedia o, forse, più
propriamente la tragicommedia (così al v. 54 del
prologo) si snoda su un motivo che, pur non essendo
di per sé comico, viene dalla notevole abilità del
Sarsinate portato alle conseguenze di una piena
comicità attraverso lo sviluppo ed il progressivo
ampliamento del tema di base, cioè i dubbi di
Anfitrione sulla sua identità.
Plauto, conformemente alle sue
caratteristiche, interviene a mutare con molta
libertà anche le originarie tradizioni mitologiche
come quando, ad es., Alcmena, presa dalle doglie del
parto imminente, rientra precipitosamente in casa
seguita a ruota da Giove stesso intervenuto per...
assisterla. Chiari echi del mito sono peraltro
evidenti nel «canticum» della vecchia Bromia,
l'ancella che narra la prima delle fatiche d'Eracle:
il prodigio del neonato che, ancora in culla,
strozza i due serpenti inviati da Era.
È l'unica commedia plautina di
argomento mitologico. Giove, innamoratosi di
Alcmena, moglie del tebano Anfitrione, in assenza di
questi, partito per la guerra, ne assume le
sembianze, facendo nel contempo assumere a Mercurio
l'aspetto di Sosia, servo di Anfitrione.
L'imprevisto ritorno del vero Anfitrione crea tutta
una serie di situazioni comiche, tra cui soprattutto
l'incontro davanti alla casa tra il vero Sosia e il
suo «doppio» Mercurio. Anche se la commedia manca
del finale, è facile arguire che la soluzione della
vicenda, con lo scontato «lieto fine», era data
dalla «rivelazione» di Giove e dalla accettazione
del fatto compiuto da parte di Anfitrione in
presenza di un simile... rivale.
Il Paratore osserva come nelle mani
di Plauto anche la parodia del mito sia in grado di
attingere le vette della farsa popolare: anche se
Alcmena simboleggia e riflette i casti e severi
costumi delle matrone, sono, comunque, le figure dei
servi quelle rese con maggiore icasticità e,
pertanto, più reali e palpitanti, come Mercurio, il
servo divino, «prepotente, manesco, linguacciuto ed
imbroglione» * e Sosia, il servo terreno, «spaccone,
vigliacco ed ottuso».
vv. 95-115,124-130
Mercurio: Ora, attenti, che vi
espongo l'argomento di questa commedia. Questa città
è Tebe; in quella casa lì abita Anfitrione, nato ad
Argo da padre argivo; ha sposato Alcmena, figlia di
Elettrione. Ora quest'Anfitrione è a capo
dell'esercito: perché il popolo di Tebe è in guerra
coi Teleboi. Ebbene, prima di andarsene a
combattere, questo messere ha ingravidato sua moglie
Alcmena. Ora credo che voi sappiate com'è fatto mio
padre, come in questo campo gli piaccia correre la
cavallina e si accenda al primo sguardo. S'è
innamorato d'Alcmena di nascosto dal marito e se l'è
goduta e l'ha resa gravida pure lui.
Ora, perché voi vi rendiate veramente
conto di come stanno le cose per Alcmena: è incinta
dell'uno e dell'altro, del marito e del sommo Giove.
E ora mio padre è qui dentro, sta a letto con lei e
per questo la notte è così lunga, come succede ogni
volta che vuole godersi una donna, quale che sia. Ma
s'è camuffato in maniera da sembrare Anfitrione.
[...] Io mi son preso l'aspetto di Sosia, che è
partito di qui con Anfitrione per la guerra. Così
potrò rendere un servizio a mio padre innamorato, ed
eviterò che gli schiavi, vedendomi bazzicare qui per
casa, mi domandino «chi sei?». Finché mi crederanno
schiavo e collega loro, non gli verrà in testa di
domandarmi chi sono e perché sono venuto. (tr.
Paratore)
2) Asinaria: fu imitata da Cecchi
(«Martello»).
Argirippo, giovane innamorato della
fanciulla Filenio, per riscattarla decide di vendere
alcuni asini d'accordo con il padre Demeneto,
lasciato sempre senza denaro dall'austera moglie che
si fida solo dello schiavo Sauria, il vero
amministratore dei beni.
Quando giunge il compratore per
pagare le venti mine pattuite, Demeneto, affinchè il
denaro non venga incassato dalla moglie facendo
perdere ogni possibilità di riscatto all'amica del
figlio, presenta al mercante un suo schiavo come
Sauria, mette le mani sul danaro e libera Filenio.
L'imbroglio finisce male perché la
moglie, informata dell'inganno, interviene nel corso
del banchetto e punisce Demeneto per la sua
stoltezza.
LO SCHIAVO PLAUTINO
A proposito della simpatia di Plauto
verso gli schiavi, il Coleiro così inquadra Libano e
Leonida: «[...] Sono essi che combinano tutto
l'intrigo. Essi abilmente prendono in giro l'asinaio
e lo costringono a pagare a Leonida, che impersona
Sauria, il denaro dovuto ad Artemona per gli asini
che questa gli aveva venduto tramite Sauria, suo
amministratore [...] Leonida, parlando con Libano,
si mostra ottimo parlatore [...] Libano e Leonida si
mostrano di nuovo molto abili e spiritosi e riescono
a convincere tanto Filenio quanto Argirippo, che
l'aveva comprata, a concedere a Demeneto, il padre
di quest'ultima, di avere Filenio per un giorno».
3) Aulularia: sconosciuto l'originale
greco; prende nome da «aulula» che è una piccola
pentola; si interrompe al v. 831 e le ultime scene
furono completate dall'umanista A. U. Codro; la
imitarono Lorenzo dei Medici («Aridosia»), G. B.
Celli («La Sporta»), Molière («L'avare»), la
riecheggiò il «Querolus».
Il Paratore così giudica due
personaggi di questa commedia: «Eunomia ed il
fratello Megadoro, il vecchio ruvido ma buono che
chiede in isposa la figlia dell'avaro Euclione, sono
due tipi da cui spira una certa fragranza terenziana
di anime chiuse in sé per effetto delle delusioni e
dei rischi della vita».
Ma ecco in dettaglio la trama: il
prologo è affidato nella recitazione ad un
personaggio allegorico, in questo caso il «Lar
familiaris», caratteristica già presente in altri
lavori plautini.
Il «genio familiare» ricostruisce, a
grandi linee, i caratteri della famiglia che egli
protegge da molti anni,«dai tempi del padre e del
nonno dell'attuale padrone» (v. 5 sgg.),
soffermandosi sulle figure del nonno e del padre di
Euclione, avidi, avari, che spendono poco o nulla
per il suo culto, così come anche lo stesso
Euclione, loro degno discendente.
Ma, dal momento che quest'ultimo ha
una figlia di indole ben diversa, Fedria, il Lare,
benefico, avendo a cuore la sfortunata, fa in modo
che l'avaro padrone di casa scopra la pentola con il
tesoro che dovrà garantire una dote alla ragazza
stessa, violata da un giovane a lei sconosciuto.
Euclione, all'inizio del primo atto,
e come preannunziato nel prologo, urla ed allontana
la vecchia serva Stafila perché, ossessionato
dall'idea di poter essere derubato, intende, al
sicuro da occhi indiscreti, controllare se l'oro sia
regolarmente al suo posto.
Il suo comportamento provoca il
risentimento della serva, stanca delle stravaganze
del padrone, e le ispira, tragicamente, l'idea di
porre fine a tale situazione «rendendosi simile alla
lettera "I"», cioè impiccandosi (vv. 75-77).
L'atto secondo verte sul dialogo tra
i due fratelli Megadoro e Eunomia e culmina, dopo
che Eunomia ha ricordato la sua sincerità ed i buoni
consigli dati disinteressatamente al fratello, nella
richiesta avanzata a Megadoro di condurre in casa
una moglie.
Quest'ultimo, dopo aver obiettato
alle parole della sorella che si dice pronta a
procurargliene una attempata, ma ricchissima,
afferma il suo proposito di richiedere in isposa la
figlia nubile di Euclione e si reca da questo che,
diffidente e sospettoso per sua natura, si dice
disposto a concedergliela a condizione che
l'argomento «dote» non venga neppure sfiorato (vv.
178-267).
Euclione subito dopo comunica alla
serva d'aver promesso la figlia e da disposizione
perché tutto sia pronto per i festeggiamenti al suo
ritorno dal foro.
Queste parole turbano Stafila,
angosciata dalla consapevolezza che lo stato della
sua padroncina non potrà più essere nascosto a lungo
(vv. 269-279).
Segue a questo punto il commento alle
vicende da parte dei servi che danno luogo a poco
benevole valutazioni sul loro padrone, così avaro
che «quando dorme si stringe un sacchetto dinanzi
alla bocca per non perdere... il fiato» (vv.
302-303).
L'atto terzo inizia con Euclione che
scaccia, dopo averli riempiti di percosse, il cuoco
Congrione ed i suoi aiutanti: subito dopo i due
vengono a lite (vv. 415-447), specie quando il cuoco
dice di essere venuto a cuocere il pranzo di nozze.
Alla fine Euclione li riammette in
casa e subito dopo (vv. 460-474) si allontana con la
sua pentola dando luogo ad un monologo in cui
impreca contro Megadoro, accusandolo di avergli
inviato i cuochi allo scopo di derubarlo della
pentola.
Megadoro (vv. 475 sgg.) viene sulla
scena ed esprime le positive valutazioni fatte dagli
amici sul conto della figlia di Euclione ed il suo
monologo è una tangibile dimostrazione offerta
dall'autore della sua esuberante fantasia e della
sua notevole capacità di rendere in maniera quasi
visiva la varia umanità vociante e piebea che si
accalca bussando «a... denari» *. Le parole di
Megadoro, dicevamo, sono ascoltate dallo stesso
Euclione che, non visto, si era appartato al
sopraggiungere di quello.
w. 505-522, 525-535
Megadoro: Oggigiorno, dovunque vai,
vedi più carri nei palazzi che in campagna quando ti
rechi in villa. Ma tutto questo è ancora una delizia
a paragone del momento in cui vengono a chiedere i
soldi per le spese: c'è il lavandaio, il ricamatore,
il gioielliere, il mercante di lana, di colletti, di
sottovesti, i tintori di zafferano, di viola, di
giallo; e fabbricanti di maniche e profumieri,
mereiai, calzolai; i ciabattini, sempre là seduti, e
chi fa pantofole si aggiunge, si aggiunge chi tinge
di malva; e i lavandai che chiedono, i rammendatori
che chiedono, e poi chi vende reggiseni e poi chi
vende cinture.
Quando costoro supponi di averli
ormai liquidati, vengono alla carica altri trecento,
in attesa nell'atrio: cuoiai, merlettai, ebanisti.
S'introducono, li si paga, supponi di averli ormai
liquidati, quando si fanno avanti i tintori di un
giallo diverso o qualche altra maledizione, che non
ne mancano mai e chiedono sempre qualcosa. [...]
Sistemati finalmente tutti i conti con questi
spacciaquisquilie, allora si presenta lo sgherro a
esigere i soldi delle tasse. Si va, si fanno i conti
col banchiere, mentre l'altro aspetta là in piedi,
ancora digiuno, ma convinto d'incassare. Fatti i
conti col banchiere, si scopre che sei tu a doverne
a lui, e così lo sgherro deve tornare l'indomani.
Queste e molte altre sono le seccature e le spese
intollerabili delle grandi doti. Una moglie senza
dote è soggetta al marito; con la dote invece
infligge ai mariti malanni e danni. (tr. Carena)
Segue un dialogo tra i due sui
preparativi delle nozze e del banchetto (vv.
537-586), ed infine Euclione nasconde la pentola nel
tempio della Fede: «fidando, o Fede, nella tua...
buona fede».
Nel quarto atto, Strobilo, servo di
Liconide, nipote di Megadoro, viene inviato ad
apprendere notizie più precise circa queste nozze,
quasi come un... esploratore («speculatum huc misit
me», [vv. 595-607]).
Nascostosi presso l'altare antistante
il tempio della Fede, ascolta le parole che Euclione
rivolge alla «Buona Fede» e si prepara ad agire (vv.
608-625), ma, quasi presagendo qualcosa, l'avaro
Euclione fa ritorno al tempio e, imbattutosi in
Strobilo, dopo averlo duramente ripreso, lo
perquisisce (vv. 625-660).
Il servo, minacciato, dice di voler
andar via («abeo»), ma, rimasto solo sulla scena,
medita sul suo progetto di derubare Euclione.
Questi, non fidandosi ormai più del
nascondiglio, trasferisce la pentola ed il suo
carico nel bosco sacro a Silvano, ma viene visto dal
servo (vv. 667-681).
Frattanto Liconide rivela alla madre
di essere lui responsabile della gravidanza di
Fedria e, mentre è in corso il dialogo tra i due, si
odono le grida della giovane che chiede soccorso, in
preda alle doglie del parto (vv. 682-700).
Dopo il furto della pentola ad opera
di Strobilo (vv. 704-712), si assiste alla
disperazione di Euclione che viene sulla scena e,
comicamente, si rivolge agli spettatori chiedendo di
sapere da questi dove si nasconda l'uomo che
gliel'ha portata via
Si sviluppa a questo punto della
rappresentazione una «commedia degli equivoci» in
quanto Euclione si dispera per la perdita del
tesoro, mentre Liconide ne attribuisce lo scoramento
e le lacrime all'essere ormai al corrente della
violenza subita dalla figlia (vv. 727-801).
All'inizio del quinto atto il servo,
autore del furto, confessa tutto al padrone e,
benché questi dia disposizione affinchè la preziosa
pentola sia subito restituita ad Euclione, Strobilo
appare restio ad obbedire (vv. 810-830).
A questo punto la commedia si
interrompe, ma si può ipotizzare che la pentola
venisse restituita ad Euclione per servire quale
dote alla figlia condotta in isposa da Liconide,
mentre il servo Strobilo, quale ricompensa per il
suo atto di... generosità, acquisiva la condizione
di libero.
4) Captivi: cioè «I prigionieri»;
imitarono questa commedia Rotrou («Les captifs») ed
in parte Ariosto («Suppositi»).
L'«argumentum» di questa commedia è
in forma di acrostico, secondo, cioè, quel sistema
per cui il titolo si desume dall'unione delle prime
lettere di ogni verso.
Pertanto nove sono i versi che lo
compongono, giacché di nove lettere è costituito il
termine «CAPTEIVEI».
Siamo di fronte ad un'opera lontana
dalle caratteristiche e soprattutto dagli
ingredienti tipici del teatro di Plauto ed il
Marchesi arriva a qualificarla «commedia senza donne
e senza amori; un dramma dell'amore paterno, d'esile
orditura e di domestica pateticità».
Tutto si incentra sulla sventurata
vicenda di Egione privato dei suoi figli, uno
portato via e venduto in Elide dallo schiavo
Stalagno, l'altro caduto prigioniero nella guerra
contro gli Elei.
Attirato dalla mai sopita speranza di
poter permutare con altri servi il suo Filopolemo,
Egione viene in possesso di una coppia di servi
elei, Filocrate e Tindaro, e sarà proprio
quest'ultimo che, a seguito delle consuete peripezie
della commedia plautina, verrà indicato da Stalagno
quale figlio perduto di Egione.
Ma, pur nel suo tradizionale lieto
fine, l'opera appare quanto mai avara di situazioni
comiche e, nonostante gli interventi divertenti del
parassita Ergasilo *, non riesce mai a sollevarsi da
un tono di austera gravita, pur senza mai scadere
nel lacrimevole e nel lamentoso grazie alla
consumata abilità dell'autore.
vv. 393-402, 410-420, 424-427
Ergasilo: Misero è chi cerca da
mangiare e trova a stento, ma più ancora è misero
chi a stento se lo cerca e non lo trova; e miserrimo
è poi chi non ha cibo quando ha voglia di cibo! E io
davvero, se lo potessi, gli occhi caverei ben
volentieri a questo giorno: tanto maligna ha fatto
verso me la gente! Non ne ho mai visto un altro più
digiuno né più pieno di fame, ed a cui peggio che a
me riesca tutto quel che tento di fare; in questo
modo e pancia e gola festeggiano la festa della
Fame! E l'arte parassitica, così, può andare ad
impiccarsi, tanto ormai i giovani si tengono lontani
dai buffoni affamati. [...] Quand'io, infatti, son
partito di qui, là sul mercato ho avvicinato certi
giovanotti, e «salute!», lor dico, «dove andiamo
oggi insieme a pranzare?». E quelli zitti! «Non c'è
nessuno che risponda 'andiamo là'?», dico allora;
zitti, come muti! E non ridon neppure. «Dove andiamo
insieme a cena?», dico; e quelli fanno cenno di no.
Metto fuori un bel motto, dei miei migliori, con cui
già solevo buscarmi da scialare per un mese; nessuno
ride. Subito mi accorgo che s'erano accordati. Non
uno solo c'è che mi faccia come fa la cagna
stizzita. Almeno, quando non volevano ridere,
avesser digrignato i denti! Vedendomi così burlato,
parto e corro da altri, e poi da altri: sempre la
stessa cosa! [...] Ma voglio far valere il mio
diritto con la legge romana: tutti quelli che han
congiurato per levarci il vitto e la vita, li cito
in tribunale, e chiedo ch'essi siano multati a darmi
dieci pranzi a mio piacere, quando i viveri costano
più cari! Così farò. (tr. Vitali)
LA CONDIZIONE DEGLI SCHIAVI
In questa commedia, afferma il
Coleiro, «è messa in chiaro fin dall'inizio la dura
condizione degli schiavi [...] Ma quello che
impressiona di più è il carattere nobile e delicato
dello schiavo Tindaro, la sua genuina affezione per
il suo padrone, per cui, invero, egli ha rischiato
tanto. L'energia, poi, l'intelligenza e l'abilità di
Tindaro sono in piena evidenza in tutta l'azione. I
migliori discorsi [...] sono quelli di Tindaro, il
piano stesso per il riscatto di Filocrate è suo, il
dialogo veramente brillante e profondamente
psicologico che Tindaro tiene nella sua situazione
[...] e l'abilità con cui affronta la situazione
quando egli sta di fronte ad Aristofonte, dopo che
questi l'aveva scoperto per lo schiavo che in realtà
era, è veramente brillante e sorpassa ogni altra
azione drammatica della commedia» *.
vv. 448-464
Tindaro: Or sì davvero vorrei esser
morto anziché vivo! Ora speranze, forze,
accorgimenti se ne vanno, si staccano da me! Questo
è il giorno ch'io più sperar non posso salvezza per
la mia vita; non scampo dalla rovina c'è, non c'è
speranza che cacci via da me questa paura; in nessun
luogo non c'è più mantello per le menzogne mie, non
c'è mantello per le mie frodi, per i miei raggiri;
non c'è perdono per le mie perfidie; scampo non c'è
per le mie malefatte, non un rifugio per la mia
fiducia, non scappatoie per i miei tranelli! Quello
ch'era coperto, ecco, è scoperto; è sventata la
trama; tutto è chiaro e più modo non v'è ch'io non
rovini miseramente e non trovi la morte pel padrone
e per me! Mi ha rovinato codesto Aristofonte, che è
venuto qui dentro adesso; bene ei mi conosce; è
compagno e parente di Filocrate! Neppur la dea
Salvezza, se volesse, potrebbe ora salvarmi! Non c'è
scampo, se non giungo a trovar col mio cervello un
qualche imbroglio. Alla malora! E quale? Che
macchinare? Che inventare? Veggo d'aver commesso la
più gran sciocchezza, una vera pazzia. Non so che
fare. (tr. Vitali)
5) Curculio: mancante di prologo;
prende il titolo dal nome di un piccolo verme che
rode il frumento, il curculione, e corrisponde anche
al nome del parassita che organizza gli intrecci
dell'azione. Alla sua base c'è l'amore di Fèdromo
per la fanciulla Planesio, che egli desidera
riscattare da Cappadoce, un turpe lenone. Il
parassita, giunto nella lontana Caria, viene a
sapere che un soldato ha riscattato Planesio e tiene
i soldi depositati presso un banchiere. A questo
punto Curculione, preso con un tranello l'anello con
cui il soldato sigillava tutti i suoi documenti, si
presenta al banchiere per prendere il denaro. Tutto
andrebbe bene se non vi si recasse anche il soldato.
Di qui nasce un tafferuglio ed alla fine si scopre
che l'anello apparteneva al padre di Planesio e,
quindi, il soldato è il fratello della fanciulla che
può, finalmente, sposare il suo Fèdromo.
6) Càsina: una schiava, desiderata
sia dal padre che dal figlio, viene messa a
sorteggio; la imitarono il Machiavelli («Clizia»),
il Belli («L'errore»), il Cecchi («7 rivali»).
7) Cistellaria: così chiamata da una
piccola cesta intorno a cui si sviluppa tutto
l'intreccio; il prologo è situato nella terza scena
dell'atto primo; ne trassero l'ispirazione l'Ariosto
(«Cassarla») ed il Cecchi («Gli Incantesimi»).
8) Epidicus: dal nome del principale
attore, uno schiavo intento a rubare al vecchio
padrone per fornire di denaro Stratippocle, lo
scapestrato padroncino; mancante di prologo.
9) Bacchides: priva di prologo.
Il titolo deriva dalle protagoniste,
due cortigiane di Samo gemelle e con lo stesso nome
(da cui pertanto la distinzione in Bacchis I e II).
La loro somiglianza è talmente
perfetta che le varie vicende che si susseguono
nella trama prendono tutte spunto dall'equivoco
iniziale.
Esse vivono in luoghi differenti, una
a Samo, l'altra ad Atene, ed è di quella che abita
ad Atene che, in occasione di un viaggio ad Efeso,
si innamora Mnesiloco, ma il giovane, avendone
perduto ogni traccia, invita l'amico Pistoclero ad
effettuare ricerche.
Quest'ultimo la rintraccia proprio
presso l'altra sorella, di cui si innamora.
E col vagheggiamento amoroso di
Pistoclero si apre la commedia (anche se la scena è
considerata apocrifa), tra un susseguirsi di residui
scrupoli e resistenze da parte di questo che
finisce, poi, per cedere alle sottili ed ammalianti
lusinghe delle due cortigiane, invano dissuaso dal
suo pedagogo Lido.
Il primo atto verte pertanto su tale
contrasto e sulla convinzione del giovane di aver
reso un servigio all'amico salvandogli l'amante da
un militare verso il quale questa aveva contratto
obblighi.
Dopo tale antefatto la commedia entra
nel vivo: Mnesiloco ritorna, dopo due anni, da
Efeso, dove si era recato a recuperare un'ingente
somma di denaro per conto del padre, col servo
Crisalo.
Ed è proprio quest'ultimo che,
imbattutosi in Pistoclero mentre esce dalla casa
delle Bacchidi, apprende dell'avvenuto ritrovamento
dell'amica del suo padrone, ma anche degli impegni
contratti con un soldato dal quale solo un grosso
quantitativo di denaro potrà salvarlo.
Ed ecco ordita, nella mente
dell'astuto servo, la truffa: egli convince il
vecchio Nicobulo, padre di Mnesiloco, che
milleduecento filippi d'oro, che erano stati
recuperati a fatica ed altrettanto faticosamente
sottratti a pirati, erano stati poi nascosti nel
tempio di Diana in Efeso, dove il vecchio stesso
dovrà recarsi per recuperarli.
E evidente che egli mira a far
consegnare da Mnesiloco al vecchio una parte della
somma riscossa e trattenere quanto occorre per
riscattare Bacchide.
Nell'atto III, che si apre con un
duro attacco del pedagogo Lido all'indirizzo delle
due sorelle che hanno corrotto il suo discepolo,
Mnesiloco, ascoltando non visto le accuse alla
condotta dell'amico, dapprima lo difende, ma, poi,
informato dei fatti e credendo che questi l'abbia
tradito, medita propositi di vendetta *.
vv. 465-494
Mnesiloco: Non so chi debbo credere,
dei due, più traditore, se l'amico o Bacchide. Ella
lo ha preferito? E se lo tenga! Benissimo! Ma giuro
ch'ella ha fatto ciò con suo danno. Che nessuno più
creda ai miei giuramenti se non è vero che in tutti
i modi e acerbamente... io l'amo! Farò in modo che
non possa vantarsi ch'io sia stato il suo zimbello.
A casa vado, e qualche cosa rubo al babbo, e a lei
la porto. In tutti i modi io voglio vendicarmene!
Ridurla voglio a tal punto da ... ridurre il padre a
mendicare! Ma son io ben sano di cervello, che qui
vado cianciando di quello che farò? Ma insomma: io
amo; questo credo, anzi questo so per certo. Ma
pure... prima che colei diventi più pesante sol
quanto è un pò di piuma col mio denaro, voglio
diventare il più mendico di tutti i mendichi. No,
per Polluce! Ridere di me non potrà fin che viva; ho
risoluto di consegnare tutto l'oro al padre. Venga,
quando sarò povero e nudo, a lusingarmi! ed io ne
farò conto come farebbe nel sepolcro un morto di chi
lo ingiurii. Prima che diventi più pesante sol
quanto è un pò di piuma a spese mie, voglio morire
oppresso dalla miseria. Si, sono risoluto a render
l'oro al padre. Al tempo stesso lo pregherò che a
Crisalo non voglia per causa mia far male né
sgridarlo se l'ha ingannato quanto a quel denaro. È
giusto infatti ch'io provveda a lui, che ha mentito
per me. Servi, seguitemi. (tr. Vitali)
Naturalmente l'equivoco nasce dal
fatto che Mnesiloco ignora l'esistenza della seconda
Bacchide.
Un successivo incontro con lo stesso
Pistoclero permette una chiarificazione ed i due
entrano insieme nella casa delle Bacchidi (vv.
465-605).
Crisalo, abilissimo nell'in ventare
nuovi espedienti per sottrarre denaro al suo vecchio
padrone, escogita l'ultima vittoriosa trovata: fa
passare Bacchide, l'amante di Mnesiloco, per la
moglie del soldato Cleomaco e quest'ultimo come
fiero guerriero animato da propositi di vendetta
contro gli adulteri.
Il vecchio cade in trappola: per
evitare danni al figlio acconsente a pagare la somma
di duecento filippi, prezzo richiesto dal soldato
per deporre la sua ira.
Ma non basta: con una finta missiva
Mnesiloco finge di chiedere il perdono paterno ed
afferma di essersi impegnato a fornire alla donna
altri duecento filippi che il vecchio subito sborsa.
Il successo è completo e Crisalo può
a buon diritto celebrare il suo trionfo definendosi
più astuto di Ulisse e più glorioso di Agamennone
(vv. 895-947).
Si ha poi l'incontro tra il padre di
Pistoclero, Filosseno, preoccupato per il proprio
figliuolo, e Nicobulo, che reciprocamente si
confidano le loro angustie.
Ma dalla comune volontà di liberare i
loro figli dalle seduttrici deriva l'inatteso ed
ironico colpo di scena finale: nonostante i loro
fieri propositi, nonostante il loro ostinato
moralismo, essi finiscono per cadere in quegli
stessi lacci in cui erano stati presi i giovani e,
pertanto, rendendo omaggio al fascino ed alla grazia
delle due etere, rientrano nella casa di queste «ut
apud lenones rivales filiis fierent patres» (vv.
1200).
10) Mostellaria: o «commedia degli
spiriti», da «mo[n]st[r]ella», cioè «spiriti».
Tratta dal «Fasma» di Filemone, fu imitata dal
Regnard («Retour impreuu»), da Lorenzo dei Medici
(«Aridosia»), dal Lasca («La Spiritata»), dal
Giannotti («II Vecchio amoroso») e dal Cecchi («Gli
Sciamiti»); è priva di prologo.
Il servo Tranione, per impedire che
il giovane Filolachete venga sorpreso a
gozzovigliare con amici ed etere, fa credere al
vecchio padrone che la casa è infestata dagli
spiriti.
11) Menaechmi: il tema comico è quasi
lo stesso delle «Bacchiai», risultando anch'esso
fondato sugli equivoci generati dalle perfetta
somiglianzà di due gemelli; fu imitata, tra i molti,
dal Trissino («I Simillimi»), dal Firenzuola («I
Lucidi»), dal Cecchi («La Moglie»), dallo
Shakespeare («Comedy of errors»), dal Della Porta
(«I Fratelli Simili»), dal Regnard («I Menechmes»),
dal Dovizi da Bibbiena («La Calandria»); fu tradotta
dall'Ariosto ed una versione poetica fu recitata
alla corte di Èrcole I di Ferrara, mentre un prologo
alla commedia in latino del Poliziano fu recitato a
Firenze il 12 maggio del 1488.
12) Miles gloriosus («II soldato
spaccone»): il prologo è recitato dopo il primo
atto; si ritiene che Plauto attinse a tre o quattro
poeti diversi ed il Bonora, addirittura, pensa che
sia stato autore solo di un quindici per cento
dell'intera rappresentazione; la commedia venne
imitata dal Dolce («II Capitano»).
La vicenda si incentra sul
personaggio di Pirgopolinice («Colui che riporta
vittoria su torri e città»), millantatore di imprese
mirabolanti, come la vittoria su Bumbomachide,
«Neptuni nepos»: uno smargiasso che senza batter
ciglio enumera le sue imprese mai avvenute, che si
trova al centro delle ingegnose astuzie, delle burle
sia del servo Palestrione, considerato dal Coleiro
il motore di tutta la commedia, che delle donne che
fingono di amarlo per poi allontanarsi con l'amante
complice oppure lasciarlo alle bastonate del finto
marito, mentre il parassita Artotrogo
(«Rosicchiatore di pane»), furbo, avido, consapevole
delle bugie del suo signore, per interesse sostiene
le millanterie del padrone, al punto da ricordare
cose... mai accadute *.
vv. 1-19
Pirgopolinice (agli attendenti): Fate
che il mio scudo brilli più lucente di quanto
sogliono essere lucenti i raggi del sole, allorché è
tempo sereno, affinchè, quando verrà il momento del
bisogno, nel mezzo della mischia, esso scudo abbagli
la vista dei nemici in campo. Voglio proprio
consolare questa spada, che non si lamenti più e non
disperi, dato che ormai da lungo tempo la porto
senza usarla. Essa, poverina, che smania di far
polpette dei nemici! Ma Artotrogo dov'è?
Artotrogo: Sta vicino a un valoroso,
a un fortunato, a un uomo di bellezza regale, e poi
un guerriero... Marte non oserebbe vantare né
paragonare il suo valore al tuo.
Pirgopolinice: Intendi alludere a
quello che io risparmiai nei campi Gorgoglianici, là
dove era duce supremo Bumbomachide, figlio di
Clitomestoridisarco e nipote di Nettuno?
Artotrogo: Me lo ricordo.
Evidentemente tu parli di quel guerriero colle armi
d'oro, cui disperdesti le legioni con un soffio,
come il vento disperde le foglie o la paglia dei
tetti.
Pirgopolinice: Ma questo è niente,
per Polluce! (tr. Rosato)
13) Mercator: fu imitata dal
Giannotti («II Vecchio Amoroso»).
Carino, al ritorno da uno dei suoi
viaggi, porta con sé una schiava molto bella di cui
è invaghito e che, mentre il giovane si reca a casa,
è vista al porto da Demifone, padre di Carino, il
quale se ne interessa immediatamente.
Un servo, accortosi delle mire del
vecchio, pensa di far bene affermando che il
padroncino è intenzionato a donarla alla madre.
Demifone subito cerca di dissuadere
Carino da quel proposito folle, gli «consiglia» di
vendere la fanciulla e gli propone, quale
compratore, Lisimaco, un suo vecchio amico... tanto
amico, egli pensa, che non esiterà, una volta
effettuato l'acquisto fittizio, a mettergliela a
disposizione.
A rompere le uova nel paniere a
Demifone è la moglie di Lisimaco la quale, di
ritorno dalla campagna, scoprendo il marito con la
ragazza e credendola una sua amante, costringe
Lisimaco a dire tutta la verità, per cui Demifone
deve rinunziare alla schiava in favore del figlio.
14) Pseudolus: fu rappresentata per
la prima volta nel 191 a.C. durante i «Ludi
Megalenses» banditi per la consacrazione del tempio
della «Magna Mater»; manca del prologo; il titolo
corrisponde al nome dello schiavo astuto intorno al
quale gira l'azione e che non per nulla così si
chiama (Pseudolus = Trappola).
L'azione si snoda secondo i tipici
meccanismi del teatro plautino. Al centro della
vicenda è posta la figura del servo abile tessitore
di inganni, il quale mette questa sua capacità al
servizio del suo giovane padrone Calidoro: la
giovane amata da questi, Fenicio, è stata dal lenone
Ballione, cui appartiene, promessa ad un soldato
macedone per la somma di venti mine, di cui quindici
già versate, mentre le restanti verranno pagate ad
avvenuta consegna della fanciulla.
Dopo una rutilante serie di peripezie
in cui si segnala, per la sua effervescenza, lo
scambio di battute e contumelie tra Calidoro,
Ballione e Pseudolo, il servo (che giustamente è
stato considerato dal Carena il precursore della
maschera Brighella *), riesce ad irretire Ballione
che risulta, di fatto, il vero truffato.
vv. 561-573
Pseudolo (agli spettatori): Ho
sospetto che voi sospettiate che io vi prometto sì
grandi imprese per divertirvi, finché conduca a
termine questa commedia, e che in realtà non farò
quel che ho promesso. Ma io non mancherò. Ma in
realtà anche questo è certo: che non so ancora come
attuerò la mia impresa, ma solo che la attuerò. Chi
si fa innanzi per dare spettacolo, dovrà portare
sulla scena qualche nuova invenzione in un nuovo
stile. Se è incapace di fare ciò, si tiri indietro e
faccia posto a chi ne è capace. Ora mi conviene
ritirarmi un momento in casa, per radunare nella mia
testa le schiere dei miei inganni. Ma subito uscirò,
non vi farò attendere. Nel frattempo il flautista
qui presente vi diletterà. (tr. Rosato)
II lenone farà le spese di tutto
mentre Calidoro avrà la sua Fenicio.
Cicerone, a proposito di questa
commedia, ci attesta come, ancora ai suoi tempi,
venisse particolarmente gustata nell'interpretazione
di Q. Roscio nelle vesti di Ballione.
15) Poenulus («II giovane
Cartaginese»): un personaggio, Annone, all'inizio
del quinto atto parla in pseudo-cartaginese.
Così il Coleiro la riassume: «[...]
sono ancora i due schiavi di Agorastocle
(cartaginese rapito dalla sua città quando era
bambino) i protagonisti della truffa su cui è basata
la commedia e che determina il lieto fine. Lo
schiavo Milfione escogita lo stratagemma a danno del
mezzano Licene ed il servo Collibisco lo esegue.
Vestendosi da forestiero e munito di una buona somma
di denaro, Collibisco si fa introdurre nella casa di
Licone e pretende che per il momento sia la sua
abitazione. Dopo di che Agorastocle, sempre
d'accordo con Collibisco, si presenta con testimoni
a Licone e lo accusa di dare alloggio ad un suo
servo che gli era scappato e di incoraggiarlo a
rubare il suo padrone. Arriva pure Annone (zio di
Agorastocle), riconosce le sue figlie e se le fa
restituire: queste sposano, la maggiore Agorastocle
e la minore un ufficiale che l'ammirava».
16) Persa («II Persiano»): manca il
prologo; sconosciuto il modello.
Anche per questa trama ci viene in
soccorso il Coleiro: «[...] tutta l'azione si basa
sulla furberia e l'audacia dei due schiavi Tossilo e
Sagaristione.
Tossilo vuoi liberare la schiava
Lenniselene che ama, comprandola da Dordalo. Non
avendo il denaro, lo chiede in prestito all'amico
Sagaristione. Questi, non avendo neppur lui il
denaro, se lo fa prestare da un amico.
Tossilo, ricevuto il denaro, compra e
libera Lenniselene. Senonché ricorre ad uno
stratagemma per ottenere il denaro che ora deve a
Sagaristione e persuade questi a prestarsi per
questo stratagemma.
Tossilo persuade Satollone, un
parassita, a permettere che Sagaristione, vestito da
persiano, venda a Dordalo sua figlia, anch'essa
vestita da persiana, come se fosse una schiava.
Dordalo la compra per una grossa somma che consegna
a Sagaristione. Da questa somma Sagaristione
restituisce la somma avuta in prestito per darla a
Tossilo per comprare Lenniselene ed il resto lo
tiene per sé. Dopo questo, il parassita Satollone si
presenta a Dordalo e si fa restituire da lui sua
figlia e ciò senza alcun compenso».
17) Rudens («La fune»): all'inizio
del secondo atto (vv. 290-304) si legge l'unico coro
a noi pervenuto del teatro comico latino *.
vv. 290-302
Pescatori: I poveri vivono
miseramente in ogni aspetto della loro esistenza,
specialmente quelli che non hanno una fonte di
guadagno e non hanno appreso alcun mestiere. È
giocoforza che debbano accontentarsi di quel che c'è
in casa. Già voi sapete a un dipresso da questo
equipaggiamento come noi siamo ricchi: questi ami e
queste canne servono a guadagnarci da vivere.
Ogni giorno dalla città veniamo qui
al mare a cercare il nostro pascolo; come esercìzi
ginnici e di palestra noi questo abbiamo. Cerchiamo
di prendere ricci, patelle, ostriche, datteri
marini, conchiglie, ortiche, arselle, placusie
striate. Dopo attacchiamo la pesca con l'amo e la
pesca tra gli scogli. Cerchiamo di cavare dal mare
il nostro cibo. Ma se non ci è riuscito di pescare
qualcosa, né abbiamo preso neppure una manciata di
pesci, salati e lavati alla perfezione ce ne
torniamo a casa in silenzio e andiamo a letto senza
aver cenato. E dal momento che ora il mare è
fortemente agitato, non abbiamo alcuna speranza. Se
non prenderemo neppure un po' di conchiglie,
certamente abbiamo beli'e cenato. (tr. Rosato)
Le amare riflessioni dei pescatori
che costituiscono il coro ed il senso della
ineluttabilità del destino, che richiama la desolata
malinconia di alcuni epigrammi greci, ben si
riconducono alla vicenda del protagonista,
l'ateniese Demone, che il rapimento della figlia e
la miseria materiale hanno spinto ad isolarsi in un
luogo vicino al tempio di Venere presso la spiaggia
di Cirene. Al turpe rapitore, Labrace, la fanciulla
sarà sottratta grazie al casuale ripescaggio di un
baule che permetterà il riconoscimento della sua
condizione libera.
Il titolo è derivato da una fune a
cui è assicurato il baule.
Anche attraverso il complicato
intreccio della trama è possibile cogliere la
dimostrazione della volontà plautina di piegare lo
spirito dei suoi modelli ai temi delle farse
italiche.
Di certo, all'unisono con il
Castorina, non possiamo disconoscere a questa
commedia di Plauto una insospettata pensosità sicché
«questo nuovo aspetto della sua arte rivela
pienamente l'anima del poeta».
18) Stichus: manca il prologo; fu
rappresentata per la prima volta nei «Ludi plebei»
del 201 a.C.
Anche se la commedia prende il nome
da un suo personaggio, questo appare solo
nell'ultima scena nella sua condizione di schiavo
nel corso di un banchetto di celebrazione: la
vicenda, in effetti, tratta di due sorelle sposatesi
con due fratelli, ormai da tre anni lontani da casa
dopo aver dissipato tutto il guadagno accumulato con
il commercio.
Respinta l'idea di risposarsi, fatta
balenare loro dal padre, le due donne vedono
premiata la loro attesa perché finalmente i mariti,
Epignomo e Pamfilippo, fanno ritorno a casa e, fatto
ben accetto anche dal suocero, dimostrano di essere
diventati assennati e giudiziosi, colmando di
stupore lo stesso Gelasimo, il parassita che tanto
li aveva aiutati a dissipare il patrimonio!
19) Trinummus: «Le tre monete»; venne
imitata dal Cecchi («La Dote») e dall'Alamanni («La
Flora»); prende nome dalla somma data ad un
sicofante perché si presti ad effettuare una
sostituzione di persona.
20) Truculentus: «L'uomo rozzo»; pur
prendendo il nome da un servo violento e brutale,
l'azione si svolge tratteggiando l'astuzia
dell'etera Frenesia, capace di cavar denaro da un
campagnuolo (Strabace), da un cittadino (Diniarco) e
da un soldato (Stratofane).
21) Vidularia: «La commedia del
bauletto»; mutila e frammentaria.
Un giovane perde un baule durante un
naufragio e, successivamente, va a servizio, ma il
ritrovamento del baule contenente anche un anello
gli permette di individuare nel ricco signore, di
cui è diventato servo, suo padre.
Il gioco scenico
Anche se il Sarsinate trasse gli
argomenti e gli spunti delle trame dalla commedia
greca, non si limitò ad una semplice traduzione
letterale, ma soppresse episodi, alterò battute,
mischiò ad usanze greche quelle romane: in altri
termini, la predilezione per un modello non impose
costrizioni alla sua libertà di artista della
parola.
Nelle sue commedie più che il pallio
traspare la toga, e la sua fedeltà ai modelli
dell'Ellade è solo convenzionale e relativa:
notevole è la capacità di «combinare» scene tratte
da più modelli greci e nel ricavare da essi una sola
scena, un solo atto, che, nonostante ciò, sembra
incontaminato e con i requisiti della latinità.
In Plauto, in effetti, è modesto
l'interesse per l'intreccio che, pur avendo la sua
importanza, nelle sue commedie passa in seconda
linea perché allo scrittore importa divertire la
gente con parole allusive, con frizzi, con gags
fondate sull'equivoco e sul doppio senso, piuttosto
che tener desta l'attenzione mediante gli sviluppi
di un intreccio.
E così anche i personaggi, e lo
abbiamo visto in precedenza ad eccezione, forse, di
quello più o meno unico del soldato millantatore
(che raggiunge effetti di insuperabile comicità),
sono tipi comuni, convenzionali: il servo astuto e
ricco di espedienti, il parassita sempre
accattivante pur di sedere alla mensa del padrone,
il figlio del padrone pronto ad ingannare il padre
con l'aiuto di un servo, cortigiane e schiave
disponibili e capaci di sedurre giovani ingenui o
esperti padri.
Non è tanto, dunque, l'introspezione
o lo scavo psicologico dei personaggi che interessa
a Plauto, quanto la vivacità del gioco scenico,
affidata soprattutto alla mirabile versatilità della
lingua e alle continue variazioni metriche («numeri
innumeri»).
Una Poetica della finzione: il
metateatro platino.
Il teatro plautino si basa su
situazioni realistiche ma sono situazioni
convenzionali e spesso ripetitive. Si basa su
personaggi inverosimili o meccanismi comici
ripetitivi come la beffa ingegnosa, l'equivoco, lo
scambio di persona o il travestimento. Plauto è
infatti poco interessato alle trame delle sue
commedie e spezza l'illusione scenica costringendo
lo spettatore non ad immergersi nella vicenda ma a
guardarla dal di fuori. Anche il significato del
teatro plautino che è abbastanza liberatorio e
carnevalesco e tale per coinvolgere meglio il
pubblico e farlo divertire maggiormente.
I giudizi degli antichi
La lingua è così prettamente latina
che Cicerone non esita a proclamarlo, insieme a
Nevio, tra i più puri scrittori latini e a
qualificarlo «voce peculiare della stirpe e della
città di Roma».
Prima dell'Arpinate è L. Elio Stilone
ad asserire che «le Muse, qualora volessero servirsi
dell'espressione umana, parlerebbero con la lingua
di Plauto».
Lo stesso Varrone conferma che «la
superiorità di Plauto è nei dialoghi».
Il solo Orazio risulta molto severo
con il Sarsinate: lo condanna per la sua «voglia» di
far soldi ad ogni costo e non giudica
entusiasticamente le commedie che «i nostri antenati
accolsero con eccessiva tolleranza, per non dire
stoltezza, ammirando troppo i metri ed i frizzi di
Plauto».
La lingua
La tecnica espressiva si basa su
assonanze, allitterazioni, giuochi di parole,
locuzioni metaforiche, modi di dire, grecismi e
riferimenti, quasi sempre in senso traslato, a fatti
sessuali: un linguaggio chiaramente preso da quello
colloquiale e popolare del tempo e, come afferma il
Pennacini, «ricco di colore e sensuale».
Il dialogo
Ne deriva che l'elemento a cui
essenzialmente è dovuta l'eccellenza di Plauto, è il
dialogo: vario, vivace, ricco, allusivo, spiritoso,
arguto, pronto, parodistico.
Nelle commedie plautine, come si è
accennato in precedenza, sogliono distinguersi tre
parti fondamentali: «diverbia» (o «deverbia»),
recitativi, «cantica».
«Deverbium», «Recitativi», «Cantica»
II Portolano così definisce queste
parti: «Si intendeva per "deverbium" il dialogo, ma
rientravano nella definizione anche il prologo ed
eventuali monologhi, purché si trattasse di parti
che dovevano essere recitate con tono di voce
normale, senza intonazione ritmica, forse anche nel
senso che non doveva sentirsi il ritmo del verso
[...] Per "recitativi" si intendevano, invece, le
parti declamate, quelle cioè nelle quali si faceva
maggiormente risaltare il ritmo del verso, anche
attraverso un accompagnamento musicale, a livello di
sottofondo, che veniva eseguito tra le quinte [...]
I "cantica" sono, infine, le parti musicali vere e
proprie, nelle quali il rapporto parola-notazione
musicale è diretto e vincolante. In generale si
trattava di monologhi o, con termine musicale,
monodie».
LA COMMEDIA
Cecilio Stazio
Stazio nacque, come attesta Girolamo
*, nella Gallia Cisalpina, forse a Milano, nel
220 a.C..
Cecilio Stazio, il famoso scrittore
di commedie è considerato, per la nascita, un Gallo
Insubre [...] Alcuni lo vogliono nativo di Milano.
... e fu condotto a Roma
probabilmente tra i prigionieri di guerra
successivamente al trionfo di M. Claudio Marcelle in
quella regione.
Nell'Urbe iniziò gli studi di latino
e di greco facendosi apprezzare tanto da meritare di
essere affrancato dal patrizio Cecilie, che gli fece
anche assumere il nome gentilizio.
Invece così Gellio * trae
l'etimologia del suo nome:
«Statius» fu un nome da schiavi.
Molti schiavi nei tempi antichi ebbero quel nome.
Anche Cecilio, il famoso commediografo, fu schiavo
e, perciò, si chiamò «Statius». In seguito questo
nome passò a cognome ed egli si chiamò Cecilio
Stazio.
Più tardi entrò a far parte del
collegio dei poeti sull'Aventino e, qui, conobbe
Ennio di cui divenne un fidato e stimato amico.
Per nulla demoralizzato dalla non
esaltante accoglienza dei suoi primi tentativi
teatrali, non apprezzati da un pubblico ancora
affascinato dalla commedia plautina, Stazio, non
privo di tenacia e con la valida
collaborazione dell'attore Ambivio Turpione, riuscì
alla fine ad ottenere un successo ben meritato.
Generoso e privo di invidia,
ricevette, verso la fine della sua carriera, un
giovane scrittore sconosciuto che gli fece leggere
la sua prima commedia: a Stazio bastarono pochi
versi per comprendere quanto grande fosse l'ingegno
del giovane che rispondeva al nome di Terenzio.
Stazio morì nel 166 a.C. e, a leggere
Girolamo *, fu sepolto accanto ad Ennio.
[...] e trovò sepoltura accanto a lui
sul Gianicolo.
Autore intermedio, non solo per
ragioni cronologiche, tra Plauto e Terenzio, Stazio
seppe prendere dal Sarsinate il meglio ed
approssimarsi alla perfezione del genere che sarà
raggiunta con Terenzio. Segnò così una fase di
transizione tra la commedia eminentemente comica del
primo e quella sentenziosa e moraleggiante del
secondo.
Anche se inizialmente si limitò ad
interpretare liberamente i modelli greci, non
riuscendo gradito, come leggiamo nel secondo prologo
dell'«Hecyra» terenziana, allo scaltrito
spettatore del tempo, in seguito prese a seguire più
da vicino il commediografo greco Menandro (sono ben
sedici i titoli di sue commedie comuni a quelle
me-nandree, secondo Cicerone), acquistando sempre
più fortuna anche grazie alla notevole bravura di un
Ambivio Turpione, considerato una vera e propria
«star» del palcoscenico.
La produzione teatrale
Delle sue commedie, circa quaranta,
non restano che alcuni titoli (latini, greci e
latini e greci insieme) e quasi trecento versi.
I TITOLI GRECI
Tra i titoli greci, che stanno ad
indicare la fedeltà con cui Cecilie seguì i suoi
modelli, ricordiamo: «Nauclerus», «Epistathmos»
(«II soprintendente»), «Asotus» («II
dissoluto»), «Androgynos» («L'ermafrodito»),
«Andreia» («La donna di Andrò»),
«Synephebi» («I compagni di gioventù»),
«Plocium» («La collana»), «Chalcheia»
(«La festa dei fabbri ferrai»), «Progamos»
(«La vigilia delle nozze»), «Epicleros»
(«L'erede»), «Exchautuhestos» («Chi confida
in se stesso»), «Dardanus» («II Troiano»),
«Aethrio» o «Aetherio» («L'etereo»).
I TITOLI IN LATINO
Quelli in latino si collegano a
Plauto, ma alludono a soggetti ben diversi:
«Exul» («L'esule»), «Portitor» («II
capitano di porto»), «Pugil» («II pugile»),
«Fallacia» («L'inganno»), «Epistula»
(«La lettera»), «Triumphus» («II trionfo»),
«Demandati» («I pupilli»), «Meretrix»
(«La cortigiana»), «Syracusii» («I
Siracusani»).
TITOLI BILINGUI
Dei titoli bilingui ricordiamo:
«Obolostates sive Faenerator» («L'usuraio»),
«Hypobolimaeus sive Subditivos» («II figlio
sostituito»).
Il «Plocium»
L'unica trama di cui abbiamo
soddisfacenti notizie è quella del «Plocium»,
una commedia che si ispira a Menandro. Al centro
della vicenda vi sono due famiglie vicine di casa,
una ricca, l'altra povera: vi è una promessa di
nozze tra un giovane della prima e una fanciulla
della seconda, senonché tutto sembra andare a monte
allorché si scopre che la ragazza, violentata da uno
sconosciuto, è incinta.
II caso è risolto da un ritrovamento:
la collana, donata dal seduttore alla fanciulla, non
è di uno sconosciuto, ma del giovane promesso, padre
del bambino.
Nel frammento che proponiamo,
assistiamo agli sfoghi lamentosi sulle sue infelici
nozze del marito di Crobile, donna ricca, ma vecchia
e brutta, che è riuscita a far vendere dal «coniuge»
una giovane e graziosa ancella sospettando che
questa se la intendesse con il padrone *.
Non poterlo celare, il proprio male,
questa sì ch'è una pena insopportabile! Quanto debbo
patire per mia moglie, per la bruttezza, per il suo
carattere, se pure lo tacessi, apparirebbe in piena
luce meridiana. Tutto quello che non vorresti, essa
l'ha, tutto, fuor che la dote. Chi sol abbia un
briciolo di senno, dal mio esempio deve apprendere!
È la nemica mia, ed io il suo schiavo; io, io, nato
libero, e sebbene la rocca e la città sian salve! E
vivo, mentre sospiro il giorno che la morte la
prenda, come un morto in mezzo ai vivi. Che vi pare?
Perché dovrei serbarmi proprio ciò che mi toglie
tutto quanto mi dia una gioia al mondo? Con
l'ancella, dice lei, di nascosto me l'intendo; e mi
assale, mi assilla; con le lagrime, con preghiere,
con rimproveri, non mi da requie giammai, sin ch'io
vendo quell'ancella. E or, vedete, me l'immagino,
con comari, con parenti, è riunita in conciliabolo;
e d'udirla mi pare:
«Chi di voi, nel primo fiore della
sua bellezza, ottenne dal marito quel che io vecchia
riuscii ad ottener da mio marito; si, rapirgli la
ganza, poco fa!». Tutt'oggi, certo, se la
spasseranno a mie spese. In berlina sarò messo! (tr.
Bignone)
I
«Synephebi»
Anche nei «Synephebi», in una
trama che vede un innamorato lamentarsi
dell'eccessiva generosità di un padre che toglie al
figlio la gioia di cavargli soldi con l'inganno,
spiccano pensose sentenze e riflessioni sulla noiosa
vecchiaia.
La mancanza di «contaminatio»
In queste commedie, pur giunteci
lacunose, si nota, oltre ad un accurato studio dei
personaggi e ad una grazia curata del discorso,
arricchito anche da proverbi e massime filosofiche,
una caratteristica fondamentale: la completa assenza
della «contaminatio» tanto cara a Plauto.
E, ad evitare una facile accusa a
Stazio di avere «tradotto» e non reinterpretato
originalmente le commedie greche, il Riposati a
ragione aggiunge: «se Cecilio abbia evitato la
"contaminatio" solo per amore della novità
oppure per ossequio al mutato gusto letterario del
tempo, amante di una maggiore semplicità dello
sviluppo drammatico, non è facile dire; certo è
comunque che ne risultò un tipo di dramma più
semplice e lineare, più compatto ed organico. Ciò
però non deve indurre a credere che Cecilio sia
stato un freddo "traduttore" degli esemplari greci:
ne fu piuttosto un abile "rifacitore", riducendo al
gusto romano le scene ed immettendovi vivacità di
colori mimici».
LA COMMEDIA
Publio Terenzio Afro
Terenzio rappresenta l'ultima grande
luce della commedia romana e la prima
personalità veramente «moderna» della letteratura
latina.
Nato, forse, a Cartagine all'inizio
del sec. II a.C, di lui non si conosce molto e
quanto ci è pervenuto dalla tradizione indiretta è
oggetto di controversie, a cominciare dallo stesso
prenome «Afer», che fa pensare fosse
africano, ipotesi avvalorata dalla descrizione che
ne fanno Svetonio * e Donato
*, il suo biografo, nativo forse della stessa
Cartagine.
Si dice [...] fosse stato di
carnagione scura.
Affermano che fosse non alto di
statura, di corporatura gracile, scuro di
carnagione.
Si tramanda che fu portato a Roma da
un senatore, Terenzio Lucano, che poi, secondo la
prassi, liberatolo, gli diede il suo nome.
Non si sa bene dove Terenzio abbia
formato la sua cultura; è chiaro, comunque, che egli
cominciò a studiare già nella sua patria, e poi, una
volta venuto o condotto a Roma, ebbe modo di
approfondire le sue conoscenze, tanto che
l'avvenimento più considerevole della sua vita può
essere ritenuta l'amicizia con Scipione Emiliano e
Lelio *, un'amicizia nel bene e nel male ampiamente
documentata dal suo biografo, Donato *.
A Roma entrò in dimestichezza con
molti nobili, ma soprattutto con Scipione Emiliano e
C. Lelio.
C. Memmio in un'orazione tenuta in
propria difesa affermò che P. Africano [...] portò
sulla scena, con il nome di Terenzio, commedie da
lui composte.
Il Circolo degli Scipioni
La famiglia degli Scipioni fu un po'
l'ago della bilancia nel mondo culturale, nonché
storico, del tempo non solo di Terenzio.
Già in precedenza aveva improntato di
sé un'epoca: Scipione l'Africano Maggiore ed il suo
congiunto Lucio Emilio Paolo, infatti, oltre ad
essere stati famosi sui campi di battaglia, non
erano rimasti estranei ad iniziative culturali e,
tra le tante, basti ricordare il trasferimento di
una ricchissima biblioteca dall'Oriente a Roma.
Chi, tuttavia, riuscì ad approfondire
il significato della missione di Roma non solo sui
campi di battaglia, ma anche come guida di tutti i
popoli verso un avvenire di serenità e di pace, fu
Scipione Emiliano che, coadiuvato dal suo amico
Lelio, soprannominato il «sapiens» per
l'impegno e la preparazione filosofica, raccolse
intorno a sé i più valenti ingegni sia greci che
latini.
Anche gli ultimi anni della breve
vita di Terenzio sono oggetto di congetture, per di
più poco attendibili.
Trasferitosi in Grecia dopo aver
rappresentato sei commedie a Roma, lì rese in latino
il greco Menandro e si affrettò a portare in patria
le fabulae ivi composte, ma con poca fortuna:
nel viaggio di ritorno, infatti, a causa di un
naufragio, andarono perdute sia le composizioni che
la vita del commediografo (forse nel 159 a.C).
Da Donato un ultimo «pettegolezzo» *.
Lasciò una figlia che andò in isposa
ad un cavaliere romano ed a cui lasciò venti iugeri
di terra lungo la via Appia.
La produzione teatrale
Terenzio scrisse sei commedie:
«Andria», «Heautontimoroùmenos», «Eunuchus»,
«Phormio», «Adelphoe» «Hecyra» e, almeno sul
loro numero e sull'entusiasmo generato in Stazio
dalla lettura dell'«Andria», ci viene in
aiuto ancora Donato *.
Terenzio scrisse sei commedie e,
dovendo rappresentare la prima di esse, ricevette
dagli edili l'ordine di sottoporla prima al giudizio
di Cecilie: essendosi recato da lui mentre cenava,
iniziò a recitare la commedia stando seduto su uno
sgabello [...] ma dopo pochi versi fu invitato a
sedersi a tavola con lui ed a continuare la lettura
con grande ammirazione di Cecilio.
Una didascalia
Si è detto in altri capitoli
dell'ausilio fornito dalle didascalie per ipotizzare
le date delle rappresentazioni.
Eccone un esempio: quella
dell'«Heautontimoroùmenos»... *.
INCIPIT HEAUTON TIMOROUMENOS TERENTI:
ACTA LUDIS MEGA-LENSIBUS L CORNELIO LENTULO L
VALERIO FLACCO AEDILIBUS CURULIBUS EGERE L AMBIVIUS
TURPIO L ATILIUS PRAENESTINUS: MODO FECIT FLACCUS
CLAUDI: ACTA I TIBIIS INPARIBUS DEINDE DUABUS
DEXTRIS GRAECA EST MENANDRI: FACTAST III M'IUVENTIO
TI SEMPRONIO COS
Rappresentata durante le feste
Megalensi, essendo edili curali Lucio Cornelio
Lentulo e Lucio Valerio Fiacco. L'interpretarono
Lucio Ambivio Turpione e Lucio Atilio di Preneste;
compose la musica di scena Fiacco, liberto di
Claudio, e fu eseguita la prima volta con i flauti a
due tonalità, la seconda con due flauti di destra.
L'originale greco è di Menandro. Una terza
rappresentazione avvenne sotto il consolato di
Manlio Giovenzio e Tiberio Sempronio. (ricostr. tr.
carena)
Il valore dei prologhi
Importanti, oltre alle didascalie,
sono nelle commedie di Terenzio anche i prologhi,
diventati con lui non uno strumento per spiegare
l'antefatto, ma per difendersi da malevole
insinuazioni.
Il prologo terenziano, quindi,
differisce enormemente da quello plautino: mentre in
quest'ultimo sintetizzava l'antefatto, in Terenzio
ha soprattutto un carattere polemico, in quanto in
esso l'autore difende se stesso e la sua arte dalle
non blande accuse mossegli dal rivale d'arte Luscio
Lanuvino, il quale gli rinfacciava di abusare della
«contaminano» servendosi di molti modelli per
una sola commedia, di imitare nell'«Eunuchus»
e negli «Adelphoe» non i Greci ma Nevio e
Plauto, di non essere il vero autore delle sue
commedie che, invece, secondo l'accusatore, dovevano
essere attribuite a Scipione ed a Lelio, i quali si
sarebbero celati dietro il suo nome.
I prologhi
Una nuova consapevolezza
dell'attività letteraria Mentre in Plauto i prologhi
avevano prevalentemente la funzione di spiegare al
pubblico l'antefatto o l'intreccio della commedia in
Terenzio la funzione è diversa eli spiega la sua
poetica e si difende dagli attacchi che gli vengono
rivolti a riguardo. Terenzio ed Ennio furono gli
unici a fare una polemica sul modello della cultura
ellenistica ed alessandrina. Le accuse che gli
venivano rivolte erano:
di non essere il vero autore delle
sue commedie;
di non possedere una vis comica
e di non aver rispettato il modello della
palliata; in effetti il teatro di Terenzio
presentava varie differenze da quello plautino più
ricco di invenzioni sceniche mirabolanti ma povero
riguardo a realisticità delle situazioni;
di aver plagiato altre opere e di
aver usato la contaminatio; tuttavia questo
era già stato usato da altri autori quindi si può
solo presumere che fosse caduto in disuso come
pratica dal fatto che è un attacco verso Terenzio.
Terenzio componeva per un pubblico
più raffinato e colto di quello platino.
L'evoluzione
II Sandbach così commenta il
cambiamento del prologo da una funzione prettamente
espositiva, quale quella di Plauto, ad una di tipo
polemico, quale quella di Terenzio:
«Non conosciamo i motivi per cui
Terenzio abbandonò il prologo espositivo, ed a tale
proposito non si può fare molto di più che provare
ad indovinare. Forse egli trovò poco verosimile che
un personaggio spiattellasse senza remore la
situazione d'apertura al pubblico, ma una tale
spiegazione non appare del tutto convincente, se è
vero che egli non mostra avversione per monologhi
narrativi che siano inseriti nel corpo della trama,
e che negli "Adelphoe" la sua ultima
commedia, gran parte dell'esposizione è contenuta in
un lungo monologo d'apertura composto non come un
momento di riflessione del personaggio, ma in forma
di discorso al pubblico. Forse Terenzio riteneva più
fruttuoso lasciare che gli spettatori condividessero
la sorpresa dei personaggi nel momento in cui la
verità veniva alla luce piuttosto che conceder loro
fin dall'inizio una visione panoramica dei fatti in
grado di abbracciare tutta la situazione. [...] Il
metodo terenziano di strutturare la commedia è
quello che, d'allora in poi, nel teatro ha sempre
predominato».
La fortuna del prologo terenziano
Ed infatti il prologo separato dalla
commedia avrà lunga durata nel teatro europeo, come
si vedrà, con B. Jonson («II volpone», «Ciascuno
nel suo umore»), Dekker («La vacanza del
calzolaio»), Goldsmith
(«Ella si umilia per conquistare»).
LE COMMEDIE
1) Andrìa: «La giovane di
Andrò»; fu tradotta o imitata da Machiavelli,
Fanfani («II Borghini»), Giannini, Cesareo,
Mondo da Capua («Le nozze»), Cecchi
(«Stiava»), Wilder («La
fanciulla di Andrò»).
In breve la trama: il giovane
Panfilo, promesso sposo per volontà paterna a
Filùmena, la figlia di Cremete, è innamorato, al
contrario, della sorella di Criside, una cortigiana
di Andrò, di nome Glicerio.
Tutto farebbe pensare al peggio, ma,
per buona fortuna, si viene a conoscenza che
Glicerio è sorella di Filùmena e che, ritenuta
perita in un naufragio, era stata in realtà educata
da Criside: e così le due sorelle ritrovatesi
possono coronare il loro sogno d'amore, Glicerio
sposando Panfilo, Filùmena Carino, un amico di
Panfilo invaghitosi della giovane.
Questa commedia, risultante per
fusione, in base alla nota tecnica della
«contaminatio», di due opere menandree
(«Andrìa» e «Perinthia»), appare, nonostante il
susseguirsi di situazioni del repertorio comune ed
usuale (quali contrasti, peripezie, beffe ordite da
servi a danno dei padroni e, infine, la consueta
tecnica dell'«agnitio» che permette il «lieto
fine»), una commedia autonoma *.
Prologo, vv. 9-27
Menandro ha scritto un'«Andrìa» e una
«Perinzia». Chi ne conosce bene una, può dire di
conoscerle tutte e due; non hanno una trama molto
diversa; eppure diversamente sono condotte nel loro
svolgimento e nello stile. Ora il nostro poeta
riconosce di aver trasferito dalla «Perinzia»
nell'«Andrìa» i motivi che vi si adattavano e di
averne usato come cose sue. Codesta gente gliene
muove un rimprovero e portano questa ragione: che
non è bello contaminare le commedie. O non fanno
vedere, per voler essere degli intenditori, che non
si intendono di un bel nulla? Costoro, quando
accusano lui, accusano Nevio, Plauto, Ennio, che il
nostro riconosce come suoi predecessori; ma egli ama
imitare piuttosto la disinvoltura di questi che la
involuta pedanteria di certi traduttori. E da ora in
poi li avverto: che se ne stiano quieti e lascino di
dir male degli altri, se non vogliono darsi la zappa
sui piedi. Voi fateci buon viso e assistete alla
commedia con animo spassionato: giudicate da voi e
vi farete un'idea chiara di che cosa ci si può
aspettare dalle commedie che in seguito il Nostro
scriverà di bel nuovo: se meriteranno di esser viste
o piuttosto di essere fischiate. (tr. Ronconi)
Tutto si snoda secondo schemi
coerenti, quasi per naturale susseguirsi dei fatti e
degli stati d'animo dei personaggi, conferendo
pertanto unità all'opera al di là dell'impiego di
abusati artifici.
Già da questa prima commedia è
evidente quanta differenza intercorra tra il teatro
terenziano e quello plautino.
Terenzio non è interessato, come
Plauto, alla ricerca degli effetti comici: il suo
garbo, la sua costante signorilità espressiva fanno
sì che egli si accosti ai personaggi
reppresentandone la dimensione umana, rifuggendo da
ogni cedimento alla volgarità e ai facili gusti del
pubblico: ciò spiega anche lo scarso successo del
«dimidiatus Menander» di ciceroniana memoria,
almeno finché visse Plauto.
Tutti questi caratteri hanno modo di
dispiegarsi particolarmente nei tre personaggi
principali: Davo, Simone e Panfilo.
Il servo ricalca la nota tipologia
plautina dello «Pseudolus», anche se, per
quei caratteri di sobrietà e di equilibrio che
furono propri dell'autore, appare ben lontano
dall'icastico e prosaico realismo del Sarsinate; il
padrone, Simone, risulta tutto teso a cercare di
comprendere il figlio ed i suoi comportamenti in
quell'analisi psicologica ed introspettiva che
costituisce il nucleo del teatro terenziano e che
rivela in questo scrittore un profondo conoscitore
delle passioni e dei più riposti segreti dell'animo
umano; infine Panfilo, contrastato nel suo amore per
una sconosciuta, Glicerio, non è più il solito
giovane scapestrato che inganna il padre per
spassarsela, ma è spinto da un autentico sentimento
amoroso.
2) Hecyra: «La suocera».
Così si sintetizza la trama: è
difficile inizialmente il matrimonio di Panfilo che,
pur amando la cortigiana Bacchide, è costretto dal
padre a sposare Filùmena a cui, però, impara col
tempo a voler bene. Mentre Panfilo è assente, quella
che agli occhi degli altri può sembrare una fuga da
casa di Filùmena a causa di supposti maltrattamenti
ricevuti dalla suocera Sostrata, si rivela motivata
da ragioni ben più profonde: la giovane è in attesa
ed il padre del nascituro non può essere Panfilo,
essendo trascorsi pochi mesi dal matrimonio. Il
figlio di Sostrata, sentendosi tradito nei suoi
affetti, sembra deciso ad abbandonare Filùmena,
quand'ecco apparire Bacchide con un anello che
consente di scoprire la vera paternità: la «colpa» è
proprio di Panfilo che, ubriaco, aveva usato
violenza, in una festa a cui aveva partecipato prima
del matrimonio, a Filùmena; è lui, quindi, il padre
del bambino.
La polemica anticonvenzionale
II Perelli parla, a proposito di
questa commedia, di una polemica anticonvenzionale
il cui aspetto più evidente è il rifiuto della
misoginia tradizionale.
«Questo rifiuto nasce da una
concezione più elevata della donna in confronto
all'uomo e del suo dovere di sottomissione
all'autorità maschile. Il teatro di Terenzio
presuppone l'uguaglianza per natura di tutti gli
uomini e prescinde da differenze di sesso e di
condizione sociale; per questo una cortigiana come
Bacchide è il personaggio più nobile della commedia.
[...] In stretta correlazione con la rivalutazione
della donna è il rifiuto terenziano del matrimonio
concepito come contratto [...] Per Terenzio il
matrimonio deve essere libera scelta di due coniugi
legati dal vincolo dell'affetto. [...] Altri aspetti
innovatori dell'etica familiare e sociale che si
ricavano dall' "Hecyra" sono la polemica
contro il tabù dell'onore, della verginità
femminile, e contro la crudele usanza
dell'esposizione dei fanciulli. L' "Hecyra"
precorre, dunque, il dramma a tesi dell'Ottocento,
che si propone di denunciare le storture, i
pregiudizi, le inique convenzioni della società e
della moralità borghese, in nome di principi più
elevati di umanità».
Ma occorre aggiungere che non meno
anticonvenzionale è la figura di Sostrata: una
suocera accusata a torto, ma in realtà di animo
buono e profondamente umana e benevola nei confronti
della nuora.
3) Heautontimoroùmenos: «II
punitore di se stesso».
Il titolo di questa commedia allude
al vecchio Menedemo che, allo scopo di punirsi per
la severità usata nei riguardi del figlio Clinia,
arruolatosi nei mercenari d'Asia, affronta
volontariamente i disagi e la fatica dei campi per
fare ammenda del motivo che ha spinto il giovane al
suo gesto: il rifiuto paterno di dare il suo
consenso alle nozze con una fanciulla povera,
Antifila *.
vv. 95-117,121-150
Menedemo: Abita qui vicino una
forestiera di Corinto, povera vecchierella, e mio
figlio s'innamorò perdutamente della sua figliola,
da considerarla ormai quasi come una moglie, e tutto
ciò a mia insaputa.
Venuto a conoscenza del fatto, mi
misi a trattare il giovane non come si dovrebbe
trattare un animo sofferente, ma con le maniere dure
proprie dei padri. Ogni giorno erano invettive:
«Ehi, speri di poter fare così ancora per un pezzo,
mentre io sono vivo, tuo padre? Di tenerti l'amica
già quasi come una moglie? Ti sbagli, se lo credi, e
non mi conosci, o Clinia. Io voglio che ti si dica
mio figlio sino a tanto che farai cose degne di te
stesso; ma se non le farai, troverò io cos'è degno
che tu faccia. Questa è la conseguenza di
nient'altro che di un ozio eccessivo. Io alla tua
età non mi occupavo di amore, ma in Asia me ne
andavo, per la miseria, e laggiù trovai fortuna e
gloria combattendo». Andò a finire che il giovane, a
forza di udire sempre gli stessi, pesanti argomenti,
non resistette, pensò che io, un pò per l'età, un pò
per l'affetto paterno, sapessi provvedere al suo
bene meglio di quanto non sapesse lui, e per l'Asia,
o Cremete, partì, per arruolarsi nell'esercito
reale.
[...] Appena informato del fatto dai
suoi confidenti, torno a casa rattristato, con la
mente quasi sconvolta e disperata per l'affanno. Mi
siedo, accorrono schiavi e mi tolgono i sandali;
vedo gli altri affaccendarsi, allestire i divani,
preparare la cena; ognuno, insomma faceva del suo
meglio per alleggerirmi il peso di quella sciagura.
Al vederli, cominciai a riflettere: «Eh, tanta gente
si da da fare per me solo, per soddisfare me
soltanto? Tante ancelle mi vestiranno, tante spese
in casa le farò io solo? E invece il mio unico
figliolo, che avrebbe dovuto godere di questi beni
quanto me, o anche più, perché la sua età è più
fatta per godere, io l'ho scacciato di qui,
poveretto, con la mia prepotenza. Davvero, mi
riterrei degno di qualunque male, se continuassi
così.
Finché vivrà in quel modo, privo di
risorse, senza patria, per colpa della mia
cattiveria, io senza tregua mi tormenterò per lui,
faticando, risparmiando, guadagnando per lui come
uno schiavo». E senz'altro faccio così. Non lascio
nulla in casa, né vasellame né vestimenti: tutto ho
spazzato via. Ancelle, servi, se non quelli che
lavorando la campagna potessero agevolmente ripagare
le spese per il loro mantenimento, li ho portati al
mercato e venduti. Subito diedi in affitto il
palazzo e con quindici talenti, quasi, che
raggranellai, ho comprato questo podere, ove mi
travaglio. Mi misi in capo che tanto minore sarebbe
il male da me inflitto a mio figlio, o Cremete,
finché vivessi miseramente; né mi sarà concesso,
qui, alcun diletto, se lui non ritornerà salvo a
condividerlo con me. (tr. Carena)
La vicenda trova una sua felice
conclusione a seguito dell'ospitalità accordata a
Clinia dal vecchio Cremete (simbolo vivente
dell'ideale terenziano di «humanitas») il
quale, attraverso un anello, scopre che Antifila è
sua figlia che egli aveva fatto esporre da bambina
appunto con quell'oggetto: il giovane Clinia può,
così, in una restaurata atmosfera di serenità e
festosità, coronare il suo amore.
4) Eunuchus: «L'eunuco»; la
commedia fu pagata ben ottomila sesterzi dagli
edili; sarà imitata in parte dall'Ariosto
(«Suppositi»).
Come per \'«Andria», anche
questa commedia nasce dalla sperimentata ed abusata
pratica della «contaminano» da due originali
greci e fu valutata all'epoca come la più felice
espressione dell'arte e dello spirito terenziano.
Queste positive connotazioni,
abbinate ad un'atmosfera serena e nel contempo
ludica, la resero subito ben accetta al popolo, in
genere molto critico e prevenuto nei confronti di
Terenzio, come testimoniano le prime due
rappresentazioni dell’«Hecyra» disertate
dagli spettatori, accorsi in massa, invece, a
spettacoli di saltimbanchi.
L'«Eunuchus»,
riassume il Terzaghi, «è la storia un
po' boccaccesca di un giovane, Cherea, innamorato di
una ragazza affidata alla cortigiana Taide, che,
fingendo di essere un eunuco mandato in dono alla
stessa Taide, seduce la ragazza. Ne nasce un
trambusto, a cui prende parte un soldato, Trasone,
amante geloso di Taide. Finalmente le cose vengono
in chiaro: Cherea sposerà la ragazza riconosciuta
libera cittadina; Trasone acconsentirà di vivere con
Taide e con l'amico del cuore di lei, costituendo un
terzetto, del quale finirà col fare le spese».
5) Phormio: «Formione», dal
nome del parassita che è il protagonista; fu imitata
da Molière.
Commedia «motoria», cioè
caratterizzata da vivacità d'azione e di intreccio,
a differenza dell'«Heautontimoroumenos»,
commedia «stataria», cioè di carattere, con
intreccio essenzialmente lineare.
Ruolo rilevante nell'economia della
commedia occupa il servo Geta al quale, durante una
loro assenza, Cremete e Demifone, due fratelli,
affidano i propri figli.
Geta, contravvenendo al compito
assegnatogli, asseconda i giovani nelle loro
avventure amorose con l'appoggio del parassita
Formione che riesce, invocando addirittura
disposizioni del diritto attico, a far celebrare le
nozze fra Antifonte, figlio di Demifone, e Fanio,
un'orfana senza dote. Dopo le solite peripezie e
tutto il repertorio tipico delle palliate, la
conclusione a lieto fine: Fanio è fanciulla libera,
addirittura figlia di Cremete e pertanto cugina di
Antifonte.
La commedia, anch'essa tratta
liberamente da originali greci, si conclude con la
rappresentazione di un festoso banchetto a cui
intervengono, tra gli altri, Geta e Formione, che
tanta parte hanno avuto nella vicenda.
6) Adelphoe: «I fratelli»; fu
imitata dal Molière («Ecole des maris»), dal
Cecchi («I dissimili») e da Lorenzo dei
Medici («Aridosia»); nel prologo fa sapere di
aver tolto dal modello greco una parte di cui si era
valso Plauto (il soliloquio di San-nione ed il
colloquio di Sannione con Siro).
In essa sono messi a confronto due
diversi modi di educare: Demea e Micione sono due
fratelli, il primo sposato con due figli e l'altro
scapolo.
Micione adotta Eschino, mentre Demea
si dedica all'educazione dell'altro figlio,
Ctesifone; il primo viene educato liberamente,
l'altro con rigore e severa disciplina *.
w. 35-67
Micione: Io, perché mio figlio non
ritorna, a quante cose penso! Quanti crucci mi
tormentano! Forse ha preso freddo... forse è caduto
in qualche luogo e si è fatto male... E possibile
che un uomo si metta in capo di cercare cosa che gli
sia cara più ch'egli non sia caro a se stesso? Pure
quel ragazzo non è nato da me, ma dal fratello mio!
Questo mio fratello, dall'infanzia,
ha gusti ben dissimili dai miei. Io scelsi questa
vita dilettosa e gli ozi cittadini e, gran fortuna,
come si dice, non ho mai avuto moglie. Lui, tutto il
contrario: vita in campagna, misera ed angusta; e
prese moglie, ed ebbe due figliuoli. Questo, il
maggiore l'ho adottato io. L'ho allevato da bimbo,
l'ho tenuto e amato come mio; di questo amore io mi
delizio, nulla mi è più caro. E faccio di tutto
perché anch'egli m'ami di pari affetto: dò denaro,
lascio correre... non ritengo necessario d'agir
sempre secondo il mio diritto. Infine l'ho
avvezzato, il mio figliuolo, a non celarmi quelle
coserelle che gli altri figli fanno di nascosto dal
padre, e che son proprie dell'età. Chi s'è
avvezzato, infatti, a dir bugie e a ingannare suo
padre, non v'è dubbio che osi, tanto più, farlo con
gli altri. Certo che è meglio reggere i figliuoli
con l'odio al male e il senso dell'onore che non con
la paura. Tutto questo non va a genio, non piace a
mio fratello. Spesso viene a gridarmi: «O che,
Micione, vuoi rovinarmi quel nostro figliuolo? E
perché fa all'amore? E perché beve? E perché tu per
tutte queste cose gli dai denaro e lasci che si
vesta con tanto lusso? Tu sei troppo inetto!». Ma
troppo duro è lui, fuori del giusto, oltre misura, e
molto sbaglia, io penso, perché crede più forte e
più duratura l'autorità che poggia sulla forza di
quella che si acquista con l'amore. (tr. Vitale)
La ragione sembra stare dalla parte
di Demea, quando si scopre che Eschino ha rapito una
fanciulla; presto, però, ci si accorge che ha agito
per conto del fratello, mentre egli è deciso a
sposare la giovane Panfila.
Demea non può fare altro che
ritirarsi e riconoscere la validità del sistema
educativo di Micione, fondato sulla libertà e sulla
fiducia.
L’<<humanitas>>
Le notazioni fatte a proposito dell'«Andria»
sono valide per tutto il teatro terenziano.
Alla scoppiettante comicità plautina
si sostituisce in Terenzio un mondo di pacata
pensosità, ove dominano i buoni sentimenti e le
relazioni tra gli uomini sono improntate al
rispetto, alla comprensione delle ragioni altrui,
alle buone maniere.
E il trionfo dell'«humanitas»,
che d'altronde il poeta stesso compendia nel famoso
verso de\l'«Heautontimoroumenos»: «homo sum, nil
Inumani a me alienum puto» («Sono un uomo:
niente che riguardi l'essere umano ritengo a me
estraneo»).
Così Terenzio risulta essere il
prodotto coerente di quel fecondo «humus»
culturale che il filellenismo degli Scipioni aveva
creato.
La fortuna di Terenzio
Poco amato dai suoi contemporanei, la
fortuna di Terenzio è grandissima dopo la sua morte.
Stimato da Accio («Chi mai potranno
giudicare simile a Terenzio?»),Volcacio Sedigito,
Varrone, Cicerone (nel «Limon», riferendo
Cesare, parla di un «dimidiatus Menander»,
«un mezzo-Menandro»; in un epigramma attribuito
all'Arpinate si qualifica Terenzio «un amante della
purezza del linguaggio»), Orazio («Si dice che a
Terenzio spetti la palma per la realizzazione
artistica»), Svetonio («Terenzio: un Menandro in
sedicesimo»), Quintiliano; recensito nei secoli da
V. Probo, Calliopio, Evanzio, Donato, Eugrafio;
famoso durante il Medioevo grazie al fatto di essere
tra gli autori preferiti da S. Agostino.
E così Hrotsvitha (monaca di
Gandersheim) nel sec. X lo imita per contrapporre il
sacro al profano («Pafnutius» = «Eunuchus»),
ed a sua volta sarà imitata da Anatole France e
Massenet.
Anche nel Rinascimento grande è la
sua fortuna: Boccaccio e Montaigne lo preferiscono a
Plauto.
Anche se il Boileau fa nascere di
nuovo il sospetto che Terenzio non sia il vero
autore delle commedie, la sua influenza è presente
in certi toni soffusi del Goldoni, ma, soprattutto,
in Molière («Fourberies de
Scapin» = «Phormio»; «Ecole des maris» =
«Adelphoe»).
Tradotto dall'Alfieri e dal Casti,
ancora negli ultimi due secoli ha trovato ammiratori
entusiastici nel Nota e nel Wilder
(«La fanciulla d'Andro» = «Andria»).
La lingua, lo stile
L'Arnaldi, pur osservando che «i
prologhi, interessantissimi per la storia
dell'oratoria e della retorica romana, mancando del
modello greco, rivelano qua e là immaturità ed
incertezze», trova il termine di confronto dello
stile terenziano «nelle epistole ciceroniane ad
Attico, ma con una letterarietà maggiore, che si
accresce nel recitativo ed è il più sicuro elemento
distintivo dallo stile di Menandro».
«Nella lingua», aggiunge il Terzaghi,
«risultano abolite, o quasi, le freddure, le
allusioni oscene, le grossolanità [...], resta la
parlata delle classi veramente colte. [...] è
abolita la polimetria, con le relative libertà
musicali: i luoghi, in cui non sono usati il senario
giambico ed i settenari o gli ottonari trocaici,
sono rarissimi, perché giambi e trochei rispecchiano
il parlar comune, da cui esulano i più vivaci e
mossi metri lirici. Questo linguaggio è arricchito e
colorito dall'uso larghissimo delle figure
retoriche, allitterazioni, esclamazioni, asindeti,
polisindeti, assonanze, rime, contrapposizioni,
...».
L'Epica
L'epica greca
Il componimento epico presenta le
seguenti caratteristiche:
è ampio;
è una rappresentazione oggettiva;
ha un carattere narrativo;
predilige argomenti guerreschi e
avventurosi;
le gesta sono esemplari, eroiche e
sublimi;
interferisce il divino;
viene utilizzato un linguaggio
elaborato;
I capostipiti dell'epica sono i poemi
omerici. Che tramandati per anni dagli Aedi, furono
scritti verso la fine dell'VIII secolo a.C. Come
sappiamo si tratta di racconti mitici di imprese
eroiche in cui vi era una intensa interazione fra
umano e divino. Queste opere erano un mezzo per
diffondere le conoscenza di quel tempo in diversi
campi (etico, religioso, giuridico ma anche
scientifico e tecnico). Il successo dei due testi
stimolò la fioritura di altri testi pseudo- omerici
modellati sull'Iliade e sull'odissea. Questi
formarono un "ciclo" che ebbe una grande importanza
poiché furono di ispirazione ad autori successivi.
In seguito nel V secolo a.C. con la contrapposizione
fra mythos e logos, si viene a creare
una nuova epica storica in cui (sebbene siano ancora
presenti gli interventi divini) la vicenda è
essenzialmente umana. Fra i primi a scrivere c'è
Cherilo di Samo che narra la vittoriosa guerra delle
città greche contro i persiani. L'epos tuttavia non
scompare ma viene duramente criticato da Callimaco e
dai suoi seguaci che prediligono la forma più breve
dell'Epillio, un poemetto in esametri ricco di
ricercatezze. Essi si rivolgevano infatti ad un
pubblico erudito. Apollonio Rodio, allievo e poi
rivale di Callimaco, rivaluta invece l'epos, e
scrive le Argonautiche di ispirazione omerica anche
se non riferendosi al ciclo di Troia ma ad un altro
ciclo autorevole dell'epica. Esso ha anche influssi
moderni alessandrini tant'è che interviene spesso
nella narrazione contravvenendo alla rigida
oggettività dell'epica e rende i suoi personaggi
umani grazie alla descrizione dei loro sentimenti.
Egli è un raccordo fra l'epica omerica e quella
latina successiva.
Nascita dell'epica in Roma: l'Odiussia
di Livio Andronico
Il genere epico compare a Roma nel
III secolo a.C. con l'Odiussia di Livio
Andronico. Dovevano già esistere dei carmina
convivalia, dei canti epici formatisi in ambito sia
famigliare che aristocratico. L'Odiussia è
una traduzione dell'odissea di cui non ci rimane
altro che una quarantina di versi. Essa era scritta
non più in esametri ma in saturni tipici del metro
italico e più breve dell'esametro. L'autore dovette
procedere ad una vera e propria romanizzazione del
testo, sia lessicale che a livello di concetti
sociali e religiosi. Tuttavia Livio Andronico cerca
di essere il più fedele possibile ad Omero. Con
quest'opera si dimostra che anche il latino è degno
di essere una lingua letteraria e si crea un lessico
e una lingua poetica per le composizioni successive.
LA TRADUZIONE ARTISTICA
LIVIO ANDRONICO
II primo vero rappresentante della
letteratura latina fu un greco della Magna Grecia,
Andronico.
Nato a Tarante forse nel 284 a.C, da
adolescente, quando la sua città fu presa da L.
Papirio Cursore nel 272 a.C., fu condotto a Roma con
altri schiavi e qui accolto nella casa di Livio
Salinatore da cui, più tardi, fattosi apprezzare
anche come precettore, fu affrancato ed ottenne di
poter far precedere il suo nome da quello della
famiglia.
Subito la sua personalità artistica
si stagliò netta ed egli ebbe il merito di proporre
l'Odissea omerica in versione latina, facendone
anche uno strumento educativo per le nuove
generazioni.
Egli fu anche il primo attore ed
autore di «fabulae» tragiche e comiche
ricavate da modelli greci e, tra il 15 ed il 18
settembre del 240 a.C., sotto il consolato di C.
Claudio e M. Sempronio Tuditano, rappresentò nei
Ludi Romani quella che sarebbe risultata la
prima tragedia in lingua latina.
Andronico, comunque, non si limitò
alla sola tragedia, ma, fissando «deverbia»
(dialoghi recitati con il tono della conversazione
familiare, comunemente in senari giambici e senza
accompagnamento musicale) e «cantica»
(intermezzi musicati tra un atto e l'altro cantati
in modi e metri diversi) e attingendo alla nuova
commedia attica personaggi e trame, avviò a forma
artistica anche la
«palliata».
Al tarantino si attribuisce anche un
partenio, un «carmen» propiziatorio per
Giunone Regina, che risale al 207 a.C., anno in cui
Marco Livio Salinatore sconfisse nella battaglia di
Sena Gallica Asdrubale in marcia lungo l'Adriatico
per ricongiungersi al fratello Annibale.
Il partenio, dal greco «parthénos»
(= fanciulla), era un canto corale intonato di
solito da ventisette fanciulle divise in tre gruppi
di nove.
Della produzione letteraria di
Andronico ricordiamo, più che il già citato carme
propiziatorio del 207 a.C. (di cui non abbiamo
testimonianze), la traduzione dell'Odissea e le
tragedie.
L'<<ODYSSIA>>
La prima, in versi saturni (ne
restano circa quaranta frammenti tra versi ed
emistichi), mostra chiaramente quanto si sia
rivelata ardua per l'autore l'impresa, priva anche
di una vera tradizione poetica, di rendere il verso
greco con quello latino *.
Dal I. VIII: Perché non vi è flagello
più grande del mare infuriato / per estenuare un
essere umano: uno ha forze gagliarde, / eppure le
onde prepotenti presto lo fiaccheranno. (tr.
Ronconi)
Dal I. X: Subito veloci giungiamo
alla magione di Circe / [...] nello stesso tempo
portano i loro doni alle navi / e molto altro
introducono in quelle. (tr. Andria)
Dal I. XXII: Ma il veloce dardo
volando si conficca con la punta nel petto. (tr.
Andria)
II saturnio, aspro, lento, pesante,
non poteva rendere l'armonia e lo slancio
dell'esametro e contribuì, con la sua monotonia, a
far poco intendere il gusto ed il vero valore
dell'opera greca, sollecitando così nei posteri
giudizi non tutti positivi sulla resa artistica
dell'opera omerica.
Perché l'Odissea
Ma... perché l'Odissea e non
l'Iliade?
Ciò che spinse Livio a quest'impresa,
oltre ad un vero e proprio interesse artistico, fu
il desiderio di far conoscere più agevolmente alla
gioventù romana il secondo poema attribuito ad
Omero, poema che, più dell'Iliade, egli giudicò atto
a sollecitare l'interesse sia per le singolari
avventure cantate, sia per lo splendido esempio di
virtù e di sapienza pratica offerto dal suo
protagonista.
Anche il Terzaghi, pensando alla
funzione di educatore vantata dal Nostro, non esita
a «giustificare» la scelta di Livio che, «dovendo
istruire dei giovinetti appartenenti a famiglie di
uomini che avevano girato il mondo e conquistato già
tutta l'Italia, e vivevano severamente in una ferrea
disciplina civile e militare, capì come ad essi non
potessero adattarsi le complicazioni psicologiche,
di cui era ricco, p. es. il poema delle Argonautiche
composto in quel torno di tempo da Apollonio Rodio,
e preferì un poema ricco di elementi meravigliosi ed
avventurosi come l'Odissea di Omero».
I giudizi su quest'opera sono stati,
anche nell'antichità, molto vari: Cicerone la
giudica arcaica e la paragona ad una rigida statua
di Dedalo; Orazio consiglia sprezzantemente di
distruggere i versi di Livio che da piccolo egli era
stato costretto ad imparare su «dolce
sollecitazione» del «plagosus Orbilius»; il
solo Girolamo reputa «scriptor clarus»
Andronico, ma solo
«tragoediarum».
Anche tra i moderni non è che i
giudizi siano entusiasti.
Valga per tutti quello del Conte:
«L'importanza di Livio nella storia letteraria sta
nell'aver concepito la traduzione come operazione
artistica: costruzione di un testo che stia accanto
all'originale, e sia da un lato fruibile come opera
autonoma, e dall'altro si sforzi di conservare,
attraverso un nuovo mezzo espressivo, non solo i
nudi contenuti, ma anche la qualità artistica del
modello. [...] Non avendo una tradizione epica alle
spalle, Livio cercò per altre vie di dare solennità
e intensità al suo linguaggio letterario».
La fortuna
Fatta studiare nelle scuole fino al
sec. I a.C. l'Odissea di Andronico fu
successivamente accantonata, ma, nel sec. II d.C., i
grammatici, ignorando anche il giudizio dato da Tito
Livio, scavarono nell'antico dando nuova popolarità
a questa e ad altre opere nella loro mania
dell'arcaico ad ogni costo.
LE TRAGEDIE
Andronico, quale «scriptor
tragoediarum», elevò questo genere «alle soglie
dell'arte»: in effetti, anche per l'esistenza di una
precedente tradizione teatrale, in esse si trovò più
a suo agio per la maggiore libertà del metro
drammatico ed ebbe il grande merito di aver
introdotto a Roma il teatro d'arte con il suo rifare
romanamente i capolavori del mondo greco e con il
suo riandare alle grandi opere di Sofocle e di
Euripide, nonché ai fatti secondari relativi alla
leggenda troiana.
LE INNOVAZIONI
Si pensa che le tragedie di Andronico
dovessero avere il coro sulla scena (ormai
l'orchestra era adibita a primo ordine di posti) e
la presenza di parti cantate.
Quanto detto, comunque, è solo
intuibile o documentato dalla tradizione indiretta
perché delle sue «fabulae» coturnate abbiamo
solo pochi frammenti ed i titoli che qui ricordiamo,
attestanti il suo interesse per il ciclo leggendario
troiano: «Achilles», «Aiax mastigophorus»
(Aiace portatore di sferza), «Andromeda»,
«Danae», «Equos Troianus», «Hermiona», «Ino»,
«Tereus» *.
DaII '«Aegisthus» :
Allora il camuso gregge guizzante di
Nereo / danza attorno alla nave al ritmo del nostro
canto. (tr. Ronconi)
Dall'«Aiax mastigophorus»:
Si rendono lodi al valore, ma si
dileguano molto più presto / che il gelo al primo
scirocco. (tr. Ronconi)
Dall'«Equos Troianus»:
Dammi l'aiuto / che chiedo, che
imploro: / accordalo, soccorrimi! (tr. Monaco)
LE COMMEDIE
Delle sue commedie («fabulae
palliatae») abbiamo solo tre titoli:
«Gladiolus» (Lo spadino), in cui forse è
presentato il tipo del soldato fanfarone o «miles
gloriosus»; «Ludius» (L'istrione) ed un ultimo
di lettura dubbia e di incerto argomento
(«Vir-gus» o «Virgo» o «Vargus»
[Lo storpio] o «Verpus» [II circonciso]) *.
Dal «Gladiolus»:
Pulci? Cimici? Pidocchi? Rispondimi.
(tr. Monaco)
L'unico pregio di queste ultime deve
essere riposto nell'aver contribuito alla nascita
della commedia romana, in quanto Livio, pur molto
apprezzato come attore, non lo fu di certo come
autore, se Cicerone arriva a qualificare «indegne di
una seconda lettura» le sue opere teatrali, facendo
nascere il sospetto in noi moderni che molto
probabilmente Andronico non seppe adattare ad una
mimica accettabile e ad una trama di derivazione
greca una lingua in cui era ancora impacciato.
Il Bellum Poenicum di Nevio
La seconda opera latina non è più una
traduzione ma è un poema epico-storico ambientato
durante la prima guerra punica (264-241 a.C.) anche
se è scritto durante la seconda guerra punica 40
anni dopo. Originariamente l'opera era in un
carmen continuum cioè ininterrotto. Tuttavia
durante il secolo successivo venne diviso in sette
libri. Oggi ne rimane pochissimo, solo qualche
frammento. L'opera di Nevio soprattutto in relazione
con il periodo storico in cui venne scritto il poema
aveva un fine molto chiaro. Esso era
patriottico-celebrativo-propagandistico. Infatti il
libro non si limitava a narrare della guerra ma si
crede vi fosse un ampia digressione riguardante le
origini di Roma. Vi sono diverse ipotesi riguardo a
dove fosse collocata questa digressione all'interno
del testo. Il poema quindi aveva diverse ispirazioni
dal modello omerico. L'intervento divino, presente
nel testo, ha la funzione di legittimare la
battaglia che i romani combattono contro i
Cartagine. Allo stesso modo di Apollonio Rodio anche
Nevio riesce a concentrare moltissime cose in pochi
versi. Il linguaggio è più ricercato e la narrazione
fluida grazie ad espedienti che non rendono pesante
la lettura anche se è un tale concentrato. I versi
sono i saturni.
IL POEMA EPICO
Gneo Nevio
A dirla con Cicerone, alla statua di
un Dedalo si sovrappose la statua di un Mirone, a
Livio Andronico ed al suo poema epico successe Gneo
Nevio ed il suo poema nazionale.
Con Nevio, più ancora che con Livio,
assistiamo, infatti, ad un processo che porta alla
completa acquisizione della lingua letteraria;
Nevio, più di Livio,dà impulso a questo lento
passaggio dalla composizione orale a quella scritta.
Poco più giovane di Andronico, Nevio
nacque, tra il 275 ed il 269 a.C, a Capua, città
latina della Campania, da famiglia sannita e, poco
più che ventenne, militò nella guerra punica del 254
a.C., facendo parte del presidio di Agrigento e
partecipando alla battaglia di Trapani del 249 a.C.:
guerra su cui si soffermerà negli anni della
vecchiaia traendone la sua opera maggiore.
Successivamente prese a scrivere
tragedie e commedie non ricalcando sempre le orme
dei poeti greci, come Livio, ma scostandosene
frequentemente, abbandonando gli argomenti delle
rappresentazioni greche e parlando, in versi, di
uomini e fatti nazionali, il che non attirò sempre
su di lui le simpatie dei nobili.
Spirito battagliero ed aggressivo,
non si piegò mai dinanzi alla volontà delle famiglie
aristocratiche, ma, anzi, lanciò contro di esse
versi mordaci che colpirono non solo il grande
Scipione l'Africano con la narrazione di una sua
disavventura giovanile, ma anche i potenti Metelli
con un verso che, pervenuto, ci dimostra l'abilità
del Nostro nel giocare sulla duplice interpretazione
del termine «fatum» *:
«fato Metelli Romaefiunt consules»
per destino (o sventura) di Roma i
Metelli diventano consoli
Secondo la tradizione indiretta il
verso non fu gradito, ed i potenti Metelli avrebbero
risposto con l'altrettanto famoso «malum dabunt
Metelli Naevio poetae», promessa di una minaccia
poi mantenuta con la prigionia del 204 a.C..
Neanche il carcere, tuttavia, servì a
placare il suo spirito pugnace e, forse, durante la
prigionia scrisse due commedie nelle quali
ritrattava le ingiurie lanciate ai potenti.
L'episodio lo leggiamo in Gellio *:
[...] così anche su Nevio ho saputo
che compose in carcere due «fabulae» [...] quando
dai triumviri fu gettato in prigione a Roma per aver
sparlato degli ottimati della città secondo i modi
dei poeti greci. Di là fu poi lasciato andare dai
tribuni della plebe per aver ritrattato nelle
commedie prima menzionate le sue accuse e la
mordacità delle parole con cui in precedenza aveva
offeso molti.
In seguito a questo suo «pentimento»
ed all'interessamento forse di Plauto fu, dunque,
liberato, ma la vendetta dei Metelli non si placò:
secondo la cronaca di Girolamo egli fu
mandato in esilio ad Utica e qui morì nel 201 a.C.
*:
II poeta comico Nevio, espulso da
Roma per volontà dei nobili e soprattutto di
Metello, muore ad Utica.
A dimostrazione dello spirito
battagliero e superbo del poeta e che l'umiltà non
fosse certo la dote peculiare di Nevio e, in
generale, dei Campani (Livio parla di «superbia
connaturata all'indole campana»), citiamo il noto
epitaffio riportato da Gellio e da Gellio stesso
definito «pieno di campano orgoglio» *:
Se agli immortali fosse concesso
piangere persone mortali / le divine Camene il poeta
Nevio piangerebbero. / Infatti, da quando fu
affidato al regno dell'Orco, / a Roma si è
dimenticato come si parli latino.
IL <<BELLUM POENICUM>>
Di Nevio ricordiamo soprattutto il
«Bellum Poenicum [o Punicum]», che tratta
della prima guerra punica alla quale lo stesso
scrittore aveva partecipato: opera che, pur essendo
della tarda età, data la sua importanza, menzioniamo
per prima.
Mentre Annibale funestava la
penisola, Nevio, a ricordare le passate vittorie sui
Cartaginesi, componeva il primo poema epico
nazionale, uno sprone alle generazioni del presente
a reagire, ad imitare quanti con sacrifici ed atti
di eroismo si erano opposti ai Punici, a tener ben
vivo nella memoria il glorioso passato di Roma che
affondava le sue radici nel mito e nella tradizione
degli antenati.
Il poema, in origine senza alcuna
divisione e costituito da un unico lungo carme di
quattro/cinquemila saturni, fu, mezzo secolo più
tardi, diviso dal grammatico Otta vio Lampadione in
sette libri, secondo la notizia di Svetonio *:
«... Naevii
Punicum bellum [...] uno volumine et continenti
scriptum expositum divisit in septem libros».
Di questo primo poema epico nazionale
ci restano circa sessanta frammenti.
Da varie ipotesi di collocazione dei
frammenti pervenuti, tra cui non ultima quella del
Barchiesi, si può intuire come la narrazione,
partendo dalla caduta di Agrigento e proseguendo con
la descrizione del tempio di Giove sul cui frontone
era rappresentato l'incendio di Troia, doveva
giungere al commento della imprese di Enea fino alla
fondazione di Roma risalendo alle origini mitiche
del popolo romano.
I restanti cinque libri riguardavano,
probabilmente, la trattazione delle vicende della
prima guerra punica in Sardegna, in Sicilia, in
Corsica e in Africa *.
Dal l.I:
Poiché gli uccelli scorse Anchise nel
ciclo, / sull'ara dei Penati si dispongono in ordine
gli oggetti sacri; / immolava una vittima bella
coperta d'oro. (tr. Ronconi)
II vecchio, confidando nella sua
pietà, parlò al dio / Nettuno, fratello del sommo re
degli dei, / a lui che è re dei mari. (tr. Monaco)
Vi erano rappresentate figure, come i
Titani, / i Giganti dalla doppia natura e i grandi
Atlanti, / Ronco e Purpureo, figli della Terra. (tr.
Salvatore)
Dal I. IV:
L'esercito romano / passa a Malta; da
alle fiamme l'intera isola, / saccheggia, devasta,
sistema ben bene le cose dei nemici. (tr. Rosato)
Dal I. VII:
Anche questo pattuiscono: quali siano
i pagamenti che / soddisfano Lutazio e numerosi
prigionieri. (tr. Andria)
Con quest'opera Nevio dimostra di
essere in possesso di un repertorio mitologico
tutt'altro che banale, nonché di un notevole dominio
della tecnica formale, pur rivelando soprattutto un
ingegno vivace ed uno spirito fortemente
patriottico.
Il motivo
«occasionale»
A
tal proposito è sempre il Barchiesi a
fornirci il motivo occasionale del poema neviano:
«Più di qualsiasi altro poema latino, inclusi gli
"Annales" e l'Eneide, il "Bellum Poenicum"
scaturiva dalla realtà e di essa voleva
trasmettere il senso aspro e forte e su di essa
intendeva agire. Il "Bellum Poenicum" è in
primo luogo il messaggio che un "senex"', che
ha già dietro di sé una duplice e travagliata
esperienza di poeta e soldato, manda al suo popolo
giunto ad una svolta decisiva della lotta per
sopravvivere [...] lo spirito romano comincia con
Nevio a costruire la sua "catena". Ma non si tratta,
come sarà con Ennio, di percorrere tutti gli anelli
[...] Nel già lunghissimo passato di Roma il poeta
ritaglia due momenti, il mito ancestrale e la
guerra, e li accosta».
Se la prima guerra punica fu tra i
«materiali primari» che dettero lo spunto per il
poema, di certo tra i «secondari», tra quelli
tramandati e idonei a far rivivere lo stesso presso
i posteri, sono da collocare i «carmina
convivalia», le «laudationes funebres»,
le «tabulae triumphales», gli «elogia»,
tutti elementi che contribuirono al successo di
un genere destinato a rimanere vivo almeno fino a
Virgilio.
I GIUDIZI
Tra gli antichi, entusiasta del
Campano si rivelò Cicerone che, dapprima, equiparò
l'«opus» di Nevio all'«opus» di
Mirone, poi, paragonò il parlar semplice della
suocera Lelia a quello senza affettazione del
Capuano (... ma era un complimento!).
Lo stesso Orazio biasimava chi non
avesse tra le mani e specialmente «in mentibus»
un Nevio e stimava «sanctum» ogni
«vetus poema».
Il «Bellum», decaduto nel
periodo cosiddetto «d'oro» della letteratura latina
e rivalutato nell'età degli Antonini, oggi si fa
ammirare, nonostante l'estrema povertà di frammenti
pervenutici, per l'originalità del suo autore e per
le novità proposte.
Così il Ronconi: «Anche se l'idea di
trattare in poesia argomenti storici non lontani nel
tempo era stata già attuata da poeti greci tardi;
anche se la leggenda di Enea si era certamente già
formata da molto tempo; anche se Nevio non disdegnò
certo l'imitazione, di quando in quando, di modelli
greci famosi, la novità e l'ardimento dell'impresa
poetica di Nevio non sembra possano essere negati».
Nevio, tuttavia, merita di essere
ricordato anche per le tragedie e le commedie.
LE «FABULAE COTHURNATAE»
Per le coturnate derivò in massima
parte i soggetti delle tragedie dal ciclo troiano,
il che è intuibile dai pochi frammenti giunti e dai
titoli pervenuti: «Aesiona» o «Hesiona»,
«Danae», «Hector proficiscens», «Iphigenia»,
«Lycurgus» o «Lucurgus» (il re dei Traci
Edoni), «Equos Troianus», forse rappresentata
insieme alla «Clutaemestra» di Accio
all'inaugurazione del teatro di Pompeo nel 55 a.C..
A proposito di quest'ultima notizia,
si ricordi che esso fu il primo teatro stabile in
pietra, sebbene già un secolo prima, nel 154 a.C., i
censori M. Valerio Messalla e C. Cassie Longino
avessero pensato di costruire alle falde del
Palatino un teatro fisso con vari ordini di sedili,
ma, essendo sembrata l'iniziativa inutile e dannosa
ai costumi romani, per decreto del Senato e su
proposta di P. Cornelio Scipione Nasica, i sedili
vennero venduti all'asta. Nei cento anni circa che
trascorsero fino al 55 a.C., ci si limitò ad
innalzare costruzioni solo di legno che duravano il
tempo di una rappresentazione per essere subito dopo
disfatte.
LE «FABULAE PRAETEXTAE»
Nevio fu anche il primo a trascurare
gli eroi greci per i rappresentanti del mondo romano
facendo assumere a queste sue tragedie storiche il
nome di «fabulae praetextae» o
«praetextatae» (come si legge in Orazio).
Di esse ci restano in maniera molto
lacunosa il «Romulus» o «Lupus», in
cui il poeta si soffermava sull'infanzia di Remolo
allevato dalla lupa assieme a Remo, ed il
«Clastidium», dramma che esaltava la vittoria
del 222 a.C. di M. Claudio Marcello a Casteggio,
nella Gallia Cispadana, su Viridumaro, il capo dei
Galli Insubri *.
Salva la vita lietamente reduce in
Patria.
(tr. Salvatore)
Altro campo in cui Nevio raggiunse
notevole fama e nel quale dimostrò una certa libertà
dai suoi modelli inaugurando il ricorso alla
«contaminatio» (cioè all'utilizzo in una stessa
«fabula» di scene tratte da diversi modelli
greci), fu quello della commedia, sia nella forma
già nota della «palliata» sia in quella,
forse da lui introdotta, della
«togata».
Si citano più di trenta commedie di
cui, però, ci sono pervenuti solo titoli e
frammenti.
«FABULAE PALLIATAE» E «TOGATAE»
Tra le «fabulae palliatae» e
«togatae» ricordiamo: «Hariolus» o
«Ariolus» («L'indovino»; opera della prigionia
[?]), «Leon» («Leonte»; anch'essa composta in
carcere [?]), «Acontizomenos» («II colpito da
dardo»), «Astyologa» («La parlatrice
forbita»), «Colax» («L'adulatore»),
«Commotria» («La pettinatrice»), «Appella»
o «Apella» («La donna di Puglia»),
«Agitatoria» («La commedia del cocchiere»; in
cui si anteponeva la libertà alle ricchezze),
«Carbonaria» («La commedia del carbone»),
«Clamidaria» («La commedia della clamide»),
«Corollaria» («La commedia della corona»),
«Agripnuntes», «Glaucoma», «Stigmatias», «Aridus»,
«Tunicularia» («La sarta da uomo»),
«Personata», «Nautae» («I marinai»),
«Figulus» («II vasaio»), «Gumnasticus»
(in cui si contrapponeva la forza di Cupido alla
piccolezza della sua persona),
«Tarentilla».
Ma è proprio di quest'ultima, della
«Fanciulla di Tarante», probabilmente contaminata
dal greco, che ci sono pervenuti frammenti più
numerosi *.
Come se giocasse a palla / in un
cerchio, è pronta per tutti, è di tutti: / a uno fa
un cenno, a uno strizza l'occhio, un bacio a questo,
un abbraccio a quello, / la mano nelle mani di uno,
con un altro fa a piedino; / a chi da l'anello a
guardare, a chi fa un cenno di richiamo a fior di
labbra, / canta con uno e intanto a un altro parla a
segni, con le dita. . (tr. Ronconi)
Viva e spumeggiante la
rappresentazione di questa fanciulla che evidenzia,
attraverso il suo comportamento, la volontà del
poeta di presentare il contrasto tra i giovani,
facilmente irretiti dal fascino della ragazza, e i
loro padri, severi custodi dei valori tradizionali
della famiglia.
Come acutamente osserva il Lana, il
contrasto maggiore è con «la spensieratezza, la
frivolezza del vivere tarantino che tanto
affascinava i giovani. In qualche modo erano i due
stili di vita, greco e romano, che venivano
contrapposti e la saldezza del costume romano non
risultava certo incrinata, nella commedia, anche se,
per esigenze sceniche, i padri, come pare, nel
finale si lasciavano poi convincere dai figli a
darsi anch'essi alla beata vita a Taranto».
Gli Annales di Ennio
Ennio tenta di scrivere addirittura
l'intera storia della città e il titolo dell'opera,
Annales si riferisce ai documenti che ogni
anno dovevano stilare i Pontifices Maximi.
L'opera richiederà circa 20 anni per essere scritta
in quanto consta di almeno 15000 versi in 18 libri.
Il verso usato è ora l'esametro dattilico, di chiara
imitazione greca. La trattazione cominciava dalla
fondazione di Roma e finiva con la guerra istrica
del 178. Ennio iniziò a scrivere verso il 189 quando
si recò in Etolia mentre la cultura stava diventando
cosmopolita e ellenistica. Egli rievoca e loda la
cultura greca e critica coloro che avevano
utilizzato il saturnio come metro, inoltre si
autodefinisce e autoelegge modello per la poesia
latina. Anche Ennio sotto la copertura greca ha dei
contenuti romani, celebra anche lui il suo popolo
non esaltando la guerra ma sottolineando la grande
virtus portatrice di una concezione morale e
giuridica superiore. Indubbiamente Ennio era un uomo
colto e aperto alla sperimentazione tanto che
abbandona la brevitas caratteristica degli
altri autori e scrive un trattato storico
lunghissimo.
IL POEMA EPICO
Quinto Ennio
Questo scrittore, che sarà chiamato
«semigreco» da Svetonio, nacque nel 239 a.C. da
famiglia, sembra, di rango piuttosto elevato a
«Rudiae», una piccola città messapica presso
Lecce, resa nota, come ci attesta Lucano, solo per
questi illustri natali *.
«Rudiae», un nome ora degno d'esser
ricordato solamente per aver avuto un tal discepolo.
Trovandosi il poeta in un territorio
posto a metà strada tra la cultura greca e quella
romana, non bisogna meravigliarsi della sua profonda
conoscenza, oltre che della lingua osca, anche di
quella latina e greca, cosa di cui egli si vantava
particolarmente affermando, e ce lo attesta Gellio,
di avere tre cuori *.
Q. Ennio diceva di possedere tre
cuori dal momento che sapeva esprimersi in greco,
osco e latino.
Dopo aver trascorso gli anni
giovanili a Tarante, verso la fine della seconda
guerra punica, nel 204 a.C., in qualità di
centurione presso l'esercito romano in Sardegna,
entrò in amicizia con il questore Catone che,
entusiasta dell'eccezionale ingegno rivelato dal
giovane, un anno più tardi, come riferisce Nipote *,
lo condusse a Roma.
Catone in qualità di pretore ottenne
la provincia della Sardegna, da cui in precedenza
come questore [...] aveva portato il poeta Q. Ennìo.
E qui Ennio visse per quattordici
anni in una modesta casa sull'Aventino presso il
tempio di Minerva dedicandosi all'insegnamento ed
alla composizione poetica: la notizia è riferita da
Girolamo che lo considera nativo di Tarante (!) *.
Nasce a Tarante il poeta Q. Ennio
che, portato a Roma dal questore Catone, abitò
sull'Aventino accontentandosi di poco e facendosi
accudire da una sola ancella.
Dopo essersi meritato la stima di
Scipione Nasica, di Scipione l'Africano e di Galba,
benché cinquantenne, fu al seguito del console M.
Fulvio Nobiliore nella spedizione in Etolia del 189
a.C. * quale cantore delle sue imprese ed
assistette alla presa di Ambracia.
... quel console aveva portato in
Etolia, come sappiamo, Ennio.
Ritornato a Roma, più tardi, nel 184
a.C, ebbe *, per volontà di Q. Nobiliore, figlio di
Marco Fulvio, sia la cittadinanza romana (ed il
prenome Quinto), sia un podere presso Potenza nel
Piceno.
Q. Nobiliore, figlio di Marco, [...]
fece dono della cittadinanza anche a Q. Ennio che
aveva militato con suo padre in Etolia.
Era stata da poco rappresentata la
sua ultima tragedia, il Tieste, quando morì
di gotta nel 169 a.C., come ci attestano Girolamo
*...
Il poeta Ennio morì a settanta anni
per una malattia degli arti e fu sepolto nel
monumento degli Scipioni lungo la via Appia ad un
miglio da Roma. Alcuni affermano che i suoi resti
furono traslati dal Gianicolo a Rudiae.
...Cicerone *...
Ennio morì al tempo dei consoli Q.
Marco e Cn. Servilio.
Il nostro Ennio fu caro all'Africano
e così si pensa che sia stato raffigurato nel marmo
nel sepolcro degli Scipioni.
ed Ovidio *.
Ennio nato sui monti calabri ha
meritato / di essere tumulato accanto a te, o grande
Scipione.
Di incerta attribuzione è l'epigramma
sepolcrale attribuito dalla tradizione al poeta
stesso e riportato da Cicerone, epigramma che,
almeno in parte, sarebbe opera del grammatico
Ottavio Lampadione.
Ennio, pur tentando ogni genere di
poesia, raggiunse la fama soprattutto con gli
«Annales».
GLI <<ANNALES>>
Dell'opera (in diciotto libri per
trentamila esametri complessivi: un totale, dunque,
ben più esteso dell'Iliade e dell'Odissea messi
insieme) ci sono pervenuti soltanto frammenti per
circa seicento versi, derivanti da libri diversi e
giunti per tradizione indiretta.
Molte e frequenti sono le citazioni
in Cicerone, che per il suo conservatorismo
letterario l'ammirò moltissimo, ed in Macrobio (sec.
IV-V d.C.), con la finalità, propria della sua
epoca, di un recupero dei valori e delle figure più
rappresentative della cultura «classica».
L'«opus maximum»
di Ennio, ricostruendolo a grandi
linee, riportava nei primi sei libri la preistoria
di Roma fino all'espansione italico-romana, a cui
seguiva la narrazione delle guerre puniche, ad
eccezione della prima, già riportata da Nevio, dei
fatti interni ed esterni risalenti al sec. II a.C,
delle guerre, quindi, contro Antioco, i Calati,
l'Istria e l'Etolia, per concludersi con la
celebrazione di Fulvio Nobiliore.
Dalla trama generale dell'opera si
ricava che in Ennio, diffusore per primo a Roma del
pitagorismo (fiorito precedentemente in Calabria ed
in Puglia e giunto ad una sua fusione con le idee di
Empedocle) la lotta tra Roma e Cartagine è vista
come un momento dell'eterno contrasto tra Amore (=
Roma) e Odio (= Cartagine), con quest'ultimo
destinato a soccombere.
Il poema si rivela, quindi,
espressione di grande religiosità: la vittoria di
Roma giunge a simboleggiare il trionfo dell'ordine
sul disordine, della giustizia sull'ingiustizia.
Ma esaminiamo con maggiore attenzione
quanto pervenutoci.
L'opera si apre con un'invocazione
alle Muse (non più chiamate arcaicamente Camene)
seguita dalla narrazione, nel proemio, di un sogno
in cui al poeta addormentato sull'Elicona sarebbe
apparsa l'ombra di Omero, la cui anima si sarebbe
poi reincarnata in lui (da ciò la qualifica
attribuitagli di «alter
Homerus»).
Dopo il proemio viene affrontato il
tema della venuta di Enea nel Lazio sino alla
fondazione di Lavinio, quindi le vicende di Ilia,
figlia di Enea, che, dopo la nascita dei due famosi
gemelli, sarebbe stata per ordine di Amulio gettata
nel Tevere, ma salvata e sposata dal dio Tiberino *.
Dal l. I:
Non appena, affrettandosi, la vecchia
con le mani tremanti ebbe portato il lume, / allora
[Ilia], atterrita dalla visione avuta nel sonno, tra
le lacrime, fece questo racconto: / «O figlia di
Euridice, che fu amata sposa di nostro padre, / ora
le forze della vita abbandonano interamente il mio
corpo. / Ho visto infatti in sogno un uomo prestante
che mi trascinava con sé per ameni saliceti / e per
rive e luoghi sconosciuti; così / dopo mi sembrava,
o sorella mia [Rea Silvia], di andar vagando sola /
e lentamente seguir le tue tracce cercandoti senza /
riuscire a capire dove tu fossi: non v'era sentiero
su cui sentissi sicuri i miei passi. / Poi mi sembrò
che nostro padre mi parlasse / con tali parole:
«Figlia mia, tu dovrai prima sopportare molte prove
/ dolorose, poi la buona fortuna tornerà a te dal
fiume». / Appena dette queste parole, o sorella, il
babbo rapidamente sparì / né più si presentò alla
mia vista, pur tanto desiderato dal mio cuore, /
sebbene più volte piangendo levassi le braccia verso
gli azzurri / spazi del cielo e con dolci parole lo
chiamassi. / A questo punto il sonno a stento mi
abbandonò col cuore in preda all'angoscia. (tr.
Traglia)
Si narrano, poi, la fondazione
dell'Urbe *, le vicende dei re della città, di
Porsenna, fino alla conclusione della prima guerra
istrica (177 a.C.), argomento che sarà in seguito
trattato da Ostio, abbracciando le vicende della
storia di Roma per oltre seicento anni.
Dal I. I:
Qui Remo, appartato, si dedica a
scrutare il cielo, attento / a vedere se gli uccelli
gli diano un segno favorevole. Ma Remolo, con la sua
prestante figura scruta / il cielo sulla cima
dell'Aventino e osserva gli uccelli altovolanti. /
Era in discussione se dovessero chiamare la nuova
città Roma o Remora. / Tutti erano in ansia quale
dei due dovessero acclamare re. / Sono in attesa:
come quando il console sta per dare il segnale, /
tutti sono in tensione con gli occhi fissi verso il
limite della barriera, / per cogliere il momento
preciso in cui egli darà il via ai carri lanciati
fuori dalla dipinta strettoia, / così era in attesa
la folla coi segni del timore sul volto per ciò /
che stava accadendo, a chi dei due sarebbe toccata
la vittoria. / Frattanto il sole luminoso era
scomparso nelle regioni sotterranee della notte! /
Di poi bianca la luce spuntò, dai suoi raggi
sospinta fuori dalle tenebre, / e insieme con essa
venne dal cielo, volando da sinistra un uccello / di
straordinaria bellezza, veloce; nello stesso tempo
si levò dorato il sole. / Nel cielo appaiono dodici
uccelli dai sacri corpi / e si dirigono volando su
luoghi di buon augurio e favorevoli. / Da ciò Remolo
comprende che per questo auspicio a lui è /
assegnato come cosa propria il seggio regale e il
governo del territorio. (tr. Traglia)
Dal momento che Ennio morì nel 169
a.C., si deve desumere che abbia lavorato al suo
poema fino alla fine; questo non fu scritto di
seguito, né pubblicato unitariamente: lo compose e
lo pubblicò forse per esadi, cioè per gruppi di sei
libri, o per triadi, gruppi di tre.
I frammenti pervenuti appartengono
per lo più ai primi dodici libri e questo non è
casuale, ma attesta che l'autore proprio nei primi
raggiunse più persuasivamente la poesia, peraltro
sorretta da una notevole capacità di trasfigurazione
fantastica, laddove negli ultimi, venendo a contatto
con argomenti più recenti, l'elemento cronachistico
prese necessariamente il sopravvento su quello
poetico.
Dall'esame dei frammenti stessi si
desume che, usando per primo l'esametro nella lingua
latina, Ennio si trovò di fronte a numerose
difficoltà per cui, pur ricorrendo ad artifici ed
abbellimenti quali allitterazioni («O Tite, tute,
Tati, tibi tanta tiranne tulisti»), onomatopee
(«At tuba terribili sonitu taratantara dixit»),
apocopi («cael» = «caelum»; «gau» =
«gaudium»; «do» = «domum»; ...), epiteti
(«suaviloquens» = oratore; «saxifragae» =
onde; «velivolae» = navi; ... ) non ha potuto
realizzare strutturalmente un verso armonioso come
quello virgiliano, ma i suoi esametri appaiono
caratterizzati da una certa durezza proprio per le
difficoltà metriche derivanti dall'adozione di un
verso nuovo per la poesia latina. Tuttavia il suo
merito precipuo consiste nell'aver per primo elevato
il latino parlato, arcaico, a dignità letteraria,
sostituendo il rozzo saturnio con il verso omerico,
destinato a restare definitivamente nella tradizione
epica latina.
Benché gli «Annales» non siano
stati rilevanti dal punto di vista dei valori
poetici espressi ed anche i frammenti non attestino
cifre elevate in tal senso, quest'opera fu
grandemente ammirata dagli antichi.
Lucrezio afferma che Ennio fu il
primo che, scendendo dall'Elicona, meritò l'onore di
una corona di eterne fronde; Cicerone lo definisce
«pater» della letteratura latina e la sua
ammirazione fu condivisa dai poeti augustei:
Virgilio ne desume alcuni emistichi ed Grazio, pur
avanzando alcune riserve, afferma che, anche
rimescolando i termini o variandone il senso, la
poesia enniana rimarrebbe intatta.
Properzio, il Callimaco romano,
frequentemente si rifa al poema enniano ed Ovidio,
che chiude con la sua esperienza poetica la parabola
augustea, lo definisce «grandissimo per capacità, ma
rozzo in quanto all'arte».
Il giudizio ovidiano precorre la
posizione quintilianea: «[...] dinanzi ad Ennio si
prova la stessa riverenza che ci prende nell'entrare
in un bosco di querce antiche».
Riverenza, dunque, più che
ammirazione, e tale fu l'atteggiamento degli antichi
verso questo autore, degno di figurare tra i grandi
soprattutto per aver introdotto nell'epica
l'esametro dattilico e capace di esercitare un
notevole, duraturo influsso sugli epici del sec. II
a.C. quali Ostio e Furio Anziate.
LE TRAGEDIE
Ennio, in quanto scrittore di teatro,
per temperamento fu più portato a comporre tragedie
che commedie.
Della sua produzione tragica la
tradizione ci fornisce testimonianze di titoli in un
numero variabile da diciassette a ventidue, tra cui
ricordiamo «Achilles», «Aiax», «Alexander»,
«Andromeda», «Andromacha aechmalotis» (=
prigioniera di guerra), «Cresphon», «Erectus»,
«Eumenides», «Hecuba», «Hectoris Intra»,
«Iphigenia», «Medea», «Melanippa», «Phoenix»,
«Telamo», «Telephus», «Thyestes», e numerosi
frammenti pervenuti per il tramite della tradizione
indiretta con una prevalenza di toni e contenuti
foschi, lugubri, per evidente influsso del teatro
tragico greco.
Molto in questi drammi è frutto della
sua «vis poetica», ma molto anche si deve
alla tecnica della «contaminatio» (già
ampiamente praticata da Nevio); tuttavia egli fruì
dell'ammirazione di Cicerone che ne lodava la
potenza e l'eleganza del verso, anche se tale
valutazione appare forse esagerata e va posta in
relazione con il conservatorismo dell'Arpinate e con
il suo nazionalismo letterario.
Sappiamo, peraltro, che tali lodi non
erano immuni da critiche, come ci testimonia un
famoso giudizio formulato sempre da Cicerone
sull'«Andromacha aechmalotis».
Ma Ennio possedeva realmente capacità
di poeta tragico?
Forse, in quanto autore epico, fu più
incline verso contenuti drammatici e fornito di
scarsa vena comica, come dimostra la poca
considerazione in cui gli antichi tennero il suo
teatro comico: infatti Volcacio Sedigito lo colloca
al decimo ed ultimo posto nel suo «De Poetis»,
mostrando di ricordarlo solo per la sua
arcaicità e non per un effettivo valore artistico.
Ma le tragedie ebbero successo, come
dimostrano le frequenti citazioni ciceroniane, anche
se la scarsità dei frammenti pervenuti non ci
consente di farci un'idea del loro livello
qualitativo.
LE «PRAETEXTAE»
Abbiamo notizia di due tragedie
«praetextae»: una dal titolo «Sabinae»,
relativa al ratto delle Sabine, ed un'altra
intitolata «Ambracia», sulla conquista della
città ad opera di M. Fulvio Nobiliore.
Ma di esse non ci è giunto alcun
frammento.
LE COMMEDIE
Piuttosto scadente, e lo abbiamo
visto, si presenta l'Ennio comico, se è vero che fu
lui a scrivere le commedie «Caupuncula» o
«Cupuncula» («La piccola ostessa») e
«Pancratiastes» («L'atleta»).
LA PRODUZIONE MINORE
Appartengono alla produzione
cosiddetta «minore» di Ennio alcuni componimenti da
ricondurre alla satira che, perso il suo carattere
scenico, si riduce ad un saggio poetico o prosastico
su qualsiasi argomento.
Di essi restano titoli e pochi
frammenti.
Carattere autonomo presentano i
seguenti componimenti:
- Epicharmus: un trattato di
filosofia morale che prendeva nome dal poeta e
filosofo Epicarmo, in cui le divinità ufficiali
erano ridotte a personificazioni di fenomeni
sensibili;
- Euhemerus sive historia sacra:
opera in prosa che, rifacendosi al mitografo
Evemero di Messina (morto nel 297 a.C.), spiegava
l'origine «terrena» degli dei quali personaggi
insigni divinizzati posi mortem per la loro
fama;
- Praecepta sive Protrepticon:
era uno scritto di intonazione filosofica e di
contenuto educativo;
- Hedyphagetica: poemetto di
tema gastronomico in esametri;
- Scipio: poemetto che
celebrava i meriti del famoso condottiero che aveva
sconfitto Annibale;
- Epigrammata: brevi poesie,
che costituiscono il più antico esempio di lirica
epigrammatica latina;
- Saturae: carmi vari per
metro e contenuto di cui abbiamo molto poco
(Contrasto tra la Vita e la Morte, Apologo
dell'allodola);
- Sota o Sotades: versi
di argomento scherzoso, talvolta spinto.
Annalistica e oratoria
L'annalistica in lingua greca
Verso la fine del III sec. a.C. si
ebbero le prime forme di opere annalistiche da parte
di Quinto Fabio Pittore e Cincio Alimento. Di queste
opere non abbiamo molti dati, ma possiamo affermare
che l'opera più importante è quella di Quinto Fabio
Pittore (Annales). La narrazione negli
Annales parte da Enea fino a giungere agli
avvenimenti della seconda guerra punica (217 anno
della sconfitta subita dai Romani a Canne). Fabio
Pittore scrive la sua opera in greco, ma
probabilmente in passato ne esisteva un'altra
versione in latino; questi scrive la sua opera per
motivi propagandistici infatti occorreva prevenire
le accuse di espansionismo imperialistico
provenienti dal mondo greco. Parlando di Cincio
Alimento si può dire che narrò la storia di Roma fin
dalle origini fino alla seconda guerra punica e la
sua opera aveva gli stessi motivi di quella di Fabio
Pittore, l'unica notizia pervenutaci di lui è quella
secondo la quale fu catturato dai Cartaginesi ed
ebbe un colloquio con Annibale.
L'oratoria in Roma
Fin dall'antichità a Roma la politica
e l'oratoria dovevano avere un gran legame, infatti
le decisioni principali venivano prese in assemblea
attraverso discorsi e orazioni. Sicuramente
l'oratore più insigne dell'età arcaica è Marco
Porcio Catone che fu anche il primo a scrivere e a
far pubblicare i suoi discorsi trasformando
l'oratoria in un vero e proprio genere letterario.
TRA TRATTATISTICA ED ANNALISTICA
M. Porcio Catone
Di origine plebea, nacque a Tuscolo,
l'odierna Frascati, nel 234 a.C. e trascorse
l'adolescenza in Sabina perché, ci riferisce Nepote
*, ...
... aveva un podere lasciatogli dal
padre.
A circa venti anni, nel 216 a.C.,
militò agli ordini di Fabio Massimo nell'assedio di
Capua; fu poi in Sicilia agli ordini di M. C.
Marcello e, quindi, nel 209 a.C., partecipò
all'offensiva contro Taranto, ma, pur condividendo
volentieri le fatiche della guerra, amò dedicarsi
alla vita dei campi alternando la cura della
campagna all'esercizio della professione forense.
Recatosi in seguito a Roma, per
consiglio dell'amico Valerio Fiacco, qui insegnò ed
esercitò con grande successo l'avvocatura.
Nel 204 a.C. partecipò alla battaglia
di Sena Gallica e si recò successivamente, in
qualità di questore, in Sicilia, dove venne a
contatto con Scipione, ma, leggiamo in più parti
anche della «Vita Catonis» di Nepote,
l'incontro era destinato a non esser foriero di
saldi vincoli di amicizia per il clima di
incomprensione subito creatosi tra i due.
Catone, anzi, vedendo che Scipione
premiava molto largamente i suoi soldati, lo invitò
alla moderazione e chiese l'intervento del Senato,
ma la ragione fu dalla parte di Scipione in seguito
alla splendida vittoria di Zama.
Ma seguiamo ancora il suo «cursus
honorum»: nel 199 a.C. fu edile; nel 198 a.C.,
inviato in Sardegna in qualità di pretore, conobbe
Ennio (che poi condurrà a Roma); nel 195 a.C.,
eletto console con L. V. Flacco, dopo aver
partecipato alla guerra contro Antioco, si stabilì
definitivamente a Roma dove si dedicò alla lotta
contro il vizio e le prepotenze dei cittadini più
influenti.
Nel 191 a.C. fu tribuno militare e si
segnalò nella battaglia di Callidromo (Termopili).
A quei tempi Roma era nelle mani di
Scipione l'Africano e Catone indusse il tribuno
Petilio ad accusare gli Scipioni di un grosso
ammanco nelle casse dello Stato: la difesa di
Scipione non fu valida, ma un nobile discorso del
tribuno Gracco lo salvò; cosa che, invece, non
avvenne per Lucio Scipione, accusato di essersi
fatto corrompere dal re Antioco durante le
trattative di pace.
A questi avvenimenti c'è da
aggiungere il fatto che nel 186 a.C. fu scoperta
un'associazione di presunti adoratori del dio Bacco
che si concedevano piaceri e si abbandonavano ad
ogni sorta di «vitia»: fu, in effetti, la
goccia che fece traboccare il vaso ed il popolo
romano si convinse a porre al potere un uomo forte e
dall'assoluta integrità morale: così Catone divenne
censore nel 184 a.C..
In questa carica si battè con
inflessibile severità contro ogni deviazione del
costume dalla rigida morale tradizionale, al punto
da passare alla storia come «il Censore» per
antonomasia.
E così, destituiti sette senatori e
molti cavalieri (in tale circostanza pronunziò le
cosiddette «orationes acerbae»), nel 167 a.C.
appoggiò l'ordinamento libero della Macedonia e nel
155 a.C. fece cacciare da Roma i tre filosofi
Diogene, Critolao e Carneade (d'altronde, egli non
era mai stato particolarmente «sensibile» alla
cultura greca).
Il 149 a.C. è l'anno della morte di
colui che fu da molti stimato, da Plutarco
* ...
Fu, forse senza avvedersene, il più
perfetto ed il più grande tra i prosatori della sua
epoca.
…a Livio *,...
Così notevole fu in quest'uomo la
potenza dell'indole e dell'animo che, in qualsiasi
luogo fosse nato, sembrava essersi forgiato il suo
destino. Non gli mancò nessuna profonda conoscenza
dell'amministrazione né privata né statale; si
distingueva parimenti nelle vicende attinenti la
città e la campagna.
…da Nepote * ...
Fu di singolare laboriosità in ogni
campo.
Infatti [fu] alacre agricoltore,
esperto giureconsulto, notevole comandante, oratore
degno di approvazione ed appassionatissimo di
cultura.
…a Seneca il Giovane * ...
M. Catone il Censore, la cui nascita
fu tanto fruttuosa per lo Stato quanto quella di
Scipione [l'Africano]: questo fece guerra ai nostri
nemici, quello ai costumi.
... da Frontone a Cicerone, a
Quintiliano.
Catone, pur nel fervore della
molteplice attività politica, trovò tempo ed
interesse per gli studi, tanto da lasciarci in
frammenti o in opere quasi complete vasta
testimonianza della sua vita culturale.
Le orazioni
Ai tempi di Cicerone erano note più
di centocinquanta sue orazioni e l'Arpinate lascia
chiaramente intendere quanto ammiri le virtù
oratorie del Nostro, anche se poi consentirà che
Attico corregga quel suo azzardato confronto fatto
col grande oratore greco Lisia.
Catone dal 198 a.C., e per quasi
mezzo secolo, impegnò tutto se stesso ad impedire
che lusso e liberalità di costumi penetrassero
saldamente nella società romana, a combattere la
corruzione sotto ogni forma, e di questa sua opera
instancabile ci sono pervenuti numerosi frammenti di
alcune orazioni:
- De consulatu suo (191 a.
C.);
- In Minucium Thermum
(190 a.C.: in essa accusa Q. Minucio
Termo, di ritorno dalla campagna contro i Liguri, di
chiedere ingiustamente il trionfo in quanto si è
reso colpevole di aver ucciso uomini liberi e di
aver fatto fustigare i legati dei Galli Boi);
- De coniuratione (186 a.C. );
- Pro Rhodiensibus (167 a.C.:
l'orazione, biasimata da Tullio Tirone, il liberto
colto di Cicerone, è difesa da Gellio che ne ammira
la forza e la vivacità);
- De sumptu suo (164 a.C. );
in cui si coglie ulteriormente il contrasto, nella
mutata situazione dei tempi, tra l'austero ed
ostinato difensore del passato ed i nuovi esponenti
della classe politica emergente adusi a
comportamenti poco rigorosi *.
Fatta l'una e l'altra lettura, nel
discorso c'era poi scritto: «Non ho mai elargito né
il denaro mio né quello degli alleati per
competizioni elettorali». Ah, no, gridai, non tirar
fuori, non tirar fuori codesto! Non vogliono
sentirlo. Poi (lo scrivano) lesse: «Non ho mai
imposto, nelle città dei vostri alleati, governatori
che depredassero le loro sostanze, i loro figli».
Cancella anche questo; non vogliono sentirlo.
Prosegui. «Non ho mai fatto parte ad alcuni amici
miei, togliendo a coloro che l'avevano conquistato,
né del bottino né d'altre cose tolte al nemico né
del denaro fruttato dalle vendite». Cancella anche
questo; non c'è cosa di cui meno vogliono che si
parli; non c'è bisogno di metterla. Continua. «Non
ho mai concesso licenze di trasporto per mezzo delle
quali i miei amici col mio nome facessero grossi
guadagni». Cancella subito, al più presto, anche
codesto! «Non ho mai distribuito denaro fra i miei
amici e i miei subalterni sotto pretesto del vino
lor dovuto per la loro mensa, e non li ho mai
arricchiti con danno del popolo». Ah, questo
raschialo via fino al legno! Vedi, ti prego, a che
punto è ridotta la repubblica. (tr. Vitali)
- De Achaeis (151 a.C.) ...
- ... e sia Livio, sia Valerio
Massimo ricordano come, ormai nonagenario, Catone
non si tirasse indietro dall'accusare Galba, resosi
colpevole di saccheggi e stragi in Lusitania.
- Gellio dice che Catone ... *
Fece sfoggio nelle sue orazioni di
tutte le tecniche dell'arte retorica.
... né si dimentichi, ad attestare,
se ce ne fosse ancora bisogno, l'ampio credito
meritato quale «orator» presso i posteri, che
la definizione dell'oratore da lui data («Orator
est [...] vir bonus dicendi peritus», cioè
«L'oratore è [...] un uomo virtuoso esperto nel
parlare») fu giudicata «divina» da Seneca il Retore
, per non sottacere dell'altra, rimasta proverbiale:
«Rem tene, verba sequentur» («Assicurati la
conoscenza del soggetto, le parole ti verranno
spontanee»), presa a modello nel precetto oraziano e
stimata «quasi divina» da Giulio Vittore, un retore
del sec. IV d.C..
I «PRAECEPTA AD FILIUM»
Per educare il figlio Marco, Catone
scrisse una specie di enciclopedia intitolata
«Praecepta ad filium» nella quale trattava di
tutti i rami dello scibile: a proposito della
medicina, ad esempio, affermava «di preferire le
pratiche in uso presso gli antichi contadini italici
all'arte dei medici greci, la cui "cultura"
bisognava conoscere, ma non approfondire» *.
Ti dirò a suo luogo, figlio Marco,
quello che io ho appreso ad Atene su questi Greci, e
come sia bene esaminare la loro scienza, ma non
imbeversene. Ti mostrerò che la loro è una razza
perfidissima e ribelle. E fa' conto che questo te lo
abbia detto un profeta: se codesta gente introdurrà
qui la sua scienza, corromperà tutto, e peggio
ancora se manderà qui i suoi medici. Han giurato fra
loro di sterminare con la loro medicina tutti i
«barbari», e anche si faranno pagare per acquistare
maggior credito e per distruggerci più facilmente; e
chiamano barbari anche noi, e ci vituperano più
sconciamente chiamandoci Opici. Ti fo divieto di
bazzicare coi medici. (tr. Vitali)
IL «DE AGRI CULTURA»
Ci è, invece, pervenuto integro, e
non in frammenti o per il tramite della tradizione
indiretta, il «De agri cultura» che, secondo
alcuni, fa parte dei «Praecepta ad filium»,
mentre, secondo altri, è un'opera a sé, ma che, di
certo, risulta essere il primo manuale di
agricoltura pratica che ci si offra nella storia
dell'economia rurale dei Romani ed anche il più
antico libro di prosa latina che possediamo.
Non si tratta di un'opera organica,
ma, composta per un podere che era tra Cassino e
Venafro, ripercorre una serie di esperienze tratte
dal vivo, un insieme di precetti conformi alle
antiche tradizioni agricole, e, se i primi ventidue
capitoli (dei centosessantadue che compongono il
trattato) presentano una certa armonia di disegno, i
restanti sembrano dettati da cirostanze occasionali
e non da uno schema prestabilito.
La struttura
Dopo un preambolo nel quale Catone
esorta gli uomini a rivolgersi all'attività agricola
piuttosto che ad altre, si tratta della sistemazione
del podere e della casa rustica, dell'allevamento
degli animali, delle coltivazioni e di tutto ciò che
riguarda la conduzione di una azienda agricola
(quali avvertimenti utili, ricette per le malattie
di uomini ed animali *, superstizioni *, ...).
L'opera rivela un fine prettamente utilitaristico ed
appare tale, oltre che per il tono precettistico dei
ricorrenti imperativi futuri, anche per il modo di
sentire la campagna esclusivamente in funzione
economica e di considerare l'uomo servo più che
padrone della terra e legato ad essa per sfruttarla
con il sacrificio del suo lavoro.
cap. CII
Se un serpente ha morsicato un bue o
qualche altro quadrupede, stempera in mezzo litro
scarso di vino vecchio un mezzo quarto di camomilla
che i medici chiamano "smirnea", infila l'intruglio
nelle narici e, sulla morsicatura, fa' un impiastro
di stereo di maiale. E se è il caso, fa' lo stesso
ad un uomo.
cap. CXXXIX
Convien diradare un bosco all'uso
romano così: si offre espiazione con un porco e la
formula della preghiera è questa: «Se sei un dio,
maschio o femmina cui questo bosco è sacro, come tu
hai diritto che si offra espiazione un porco per
restringere quel carattere sacro e per queste cose,
che io o altri per mio ordine abbia fatto, perché
questo sia fatto seconde le regole, per questo
immolando questo porco per espiazione in buona fede
ti prego con queste preghiere, affinchè tu voglia
essere propizio a me, alla mia famiglia, ai miei
figli; per queste cose mostra la tua soddisfazione
per l'offerta di questo porco in espiazione». (tr.
Fornaro)
Giustamente il Terzaghi riconosce che
«in lui tutto nasce dalla pratica [...] Aveva,
dunque, una lunga e concreta esperienza, e sapeva
quanto valga l'occhio del padrone e la disciplina,
che egli solo può mantenere fra i suoi dipendenti e
particolarmente fra le donne della cascina, di cui
temeva la potenza occulta e perciò pericolosa sui
loro mariti, soprattutto per quanto riguardava la
moglie del fattore, a cui prescriveva di non avere
rapporti con le altre donne del vicinato».
Sul carattere economico dell'opera si
sofferma, invece, il Capitani il quale afferma che
essa «riflette la mentalità, i criteri e i
procedimenti tecnici del possidente tipico del II
secolo a.C.; in particolare i capitoli I-IV sono un
vero e proprio 'vademecum' del nuovo
latifondista. [...] Catone indica le regole per un
felice acquisto e una vantaggiosa manutenzione
dell'azienda e infine chiarisce il ruolo del padrone
e i suoi rapporti con la
'familia rustica'».
Catone, Plauto, gli schiavi
Spiace, comunque, in un trattato
dedicato ad un giovane, il figlio Marco, e dalle
caratteristiche che presentano il vanto della
poliedricità, trovare alla fine del secondo
capitolo, accanto agli attrezzi malandati ed agli
animali vecchi, tra gli oggetti da vendere anche gli
schiavi anziani e malati, segno di una mancanza di
«humanitas» confermata, d'altronde, dalla
biografia catoniana di Plutarco.
«Qui viene naturale il confronto»,
soggiunge il Capitani, «non tanto con Seneca che per
la sua impostazione stoica poteva scrivere (Ad
Luc. 95): 'Sono schiavi, anzi sono uomini. Sono
schiavi, anzi compagni di vita. Sono schiavi, anzi
umili amici...', quanto con il contemporaneo Plauto
che nelle sue commedie, pur senza rivoluzionare
l'ordine sociale costituito, presenta lo schiavo
nella sua dimensione umana: egli porta sulla scena
lo schiavo intelligente, lo schiavo complice degli
intrighi del padrone, talvolta più astuto del
padrone, spesso lo schiavo anche minacciato e
punito, comunque sempre considerato uomo e non
oggetto. Ma la realtà storica è quella di Catone,
perché dai documenti letterari risulta che
nell'isola tiberina, presso il tempio di Esculapio,
fino ai tempi di Claudio, si radunavano in attesa
della morte gli schiavi malati abbandonati dai
padroni».
LE «ORIGINES»
Nel 174 a.C. Catone compose le
«Origines», che sono il suo vero capolavoro, la
prima opera storica scritta in latino, la prima
grande realizzazione in prosa della letteratura
latina.
Alla storia Catone arrivò molto tardi
e seguì, lui che in gioventù era stato contrario
alla cultura greca, dopo la «conversione», il
modello degli scrittori greci dell'età alessandrina
che, per narrare i fatti storici, prendevano le
mosse dalle singole città.
La struttura
L'opera in sette libri (nel 1.1 parla
delle imprese dei re di Roma, nei ll.II e III delle
origini delle città e delle genti d'Italia, nel l.
IV della prima guerra punica, nel l. V della seconda
guerra punica, nei ll. VI e VII degli altri fatti
fino al 151 a.C.), apprezzata da Cicerone * ...
L'opera storica di Catone è degna di
essere paragonata a quella di Tucidide (storico
greco).
... è, invece, criticata in parte da
Nepote per i toni rapidi e frettolosi con cui sono
trattati i singoli avvenimenti: Catone, infatti, non
si sofferma sui personaggi che hanno determinato gli
eventi, non nomina né duci, né condottieri; la sua è
«una storia plebea, nobilmente plebea» e ciò è da
attribuire al carattere austero degli antichi Romani
che posponevano la propria fama al compito di far
grande la Patria; non gli uomini, ma Roma fa la
storia; non negli individui, ma negli eserciti è la
gloria delle imprese.
Catone, più di Fabio Pittore e di
Cincio Alimento, amò inserire, soprattutto nelle
parti successive al l. IlI, usi, costumi,
osservazioni geografiche, discorsi: e così leggiamo
notizie sui carmi conviviali (fr. 118), descrizioni
di popoli rozzi, quali i Liguri *, ...
fr.28
(I Liguri) donde siano oriundi s'è
perduto il ricordo; sono illetterati e menzogneri e
poco tengono in mente la verità. (tr. Carena)
...o abili nel combattere e nel
parlare, come i Galli (fr. 31-34) *, la
menzione della pena del taglione (fr. 81), il
percorso tortuoso oppure grandioso del Narenta e
dell'Ebro, e, ancora nel libro quinto, il discorso
per i Rodiesi, nel libro settimo l'orazione contro
Sulpicio Galba, il pretore del 151 a.C..
fr. 31-34
Quasi tutta la Gallia ama con
particolar cura due cose: l'arte militare e il
parlare arguto. (tr. Vitali)
II Goujard, più che parlare di stile
o di considerarlo, come altri, «un maldestro
imitatore di Tucidide» per l'inserzione dei due
discorsi prima menzionati, ama rilevare come in
quest'opera, maggiormente che altrove, spicchi la
sua forte personalità: «qui Catone si propose ancora
il medesimo fine della altre sue opere: questo è
possibile constatarlo nei quattro ultimi libri: le
guerre puniche, infatti, gli permettevano di
ostentare in maniera eclatante la necessità di
salvaguardare le virtù ancestrali che avevano
salvato Roma e l'avevano resa potente [...]». Catone
scrive non in greco, come tutti gli annalisti di
allora, ma in latino, altra innovazione tendente a
consolidare l'importanza anche culturale della
potenza di Roma, con un ampio risalto accordato alla
storia della città e dei popoli di tutta l'Italia,
che permette a queste popolazioni, differenti per
costumi ed origini, di prendere coscienza della loro
comunione di interessi e della loro unità.
LA PRODUZIONE MINORE
1) Carmen de moribus: operetta
di contenuto morale di cui tre frammenti ci sono
stati trasmessi da Gellio;
2) Disticha Catonis:
attribuiti allo scrittore, ma, in effetti, i
pensieri di ispirazione catoniana furono messi
insieme verso il sec. II-IV d.C. da anonimo;
3) Apophthegmata: detti e
sentenze argute, forse di attribuzione catoniana,
destinate a far rinverdire la sua fama di saggezza
nei secoli.
LA RETORICA
Tra le prime opere di retorica, sia
perché fu composta tra l'86 e l'82 a.C., (è quindi
l'unica così antica ad esserci pervenuta per
intera), sia per essere stata presa a modello dal
giovane Cicerone con il «De inventione», è da
annoverare la...
<RHETORICA AD HERENNIUM>
Lo scritto, che nei manoscritti non
riporta il nome dell'autore, anche se venne
attribuito successivamente ad un Q. Cornificio, ha
dato luogo a varie ipotesi sulla sua paternità.
La struttura
II trattato si articola in quattro
libri.
Il primo libro, dopo una iniziale
definizione dei generi dell'oratoria (giudiziale,
dimostrativo e deliberativo), elenca sia le parti
dell'«flrs rhetorica» («inventio», «dispositio»,
«elocutio», «memoria», «pronuntiatio»), sia i
mezzi necessari per raggiungere il fine prefissatosi
(la retorica, l'imitazione, l'esercizio).
Nell'«inventio»,
continua il manuale, si devono
distinguere l'esordio, la narrazione, la divisione
di quanto è sicuro e di quanto è dubbio, la
conferma, la confutazione, la conclusione.
Dopo aver dato consigli per un buon
esordio, raccomandando di accattivarsi l'uditorio
con ogni mezzo e di servirsi di uno stile non
affettato, l'anonimo autore distingue una narrazione
che riguardi cose (e si può utilizzare la favola, la
storia o la fantasia) da una narrazione che riguardi
persone (ed allora si devono evidenziare i
sentimenti), ma in tutte e due i casi occorrono
brevità, chiarezza e verosimiglianza. Definita la
divisione, il trattato conclude descrivendo la
«costituzione della causa» ed i vari procedimenti
quali la discolpa, la confessione, la
recriminazione, ...
Il secondo libro, dando maggiore
importanza all'«inventio» nel genere
giudiziale, spiega come debba essere la narrazione
fatta da un accusatore e quali caratteristiche,
invece, deve possedere quella del difensore *.
31,1
Muoveremo gli uditori a compassione
se dipingeremo le diverse mutazioni della fortuna;
se rammenteremo in quali prosperità fummo già e in
quali disgrazie siamo ora; se enumereremo e
paleseremo quali conseguenze verrebbero a noi dalla
perdita della nostra causa; se supplicheremo e ci
porremo sotto la protezione di quelli dei quali
invochiamo la misericordia; se descriveremo i mali,
che, per la nostra calamità, colpirebbero i nostri
parenti, i nostri figli, e gli altri nostri
congiunti, dichiarando contemporaneamente che ci
addolora più l'abbandono e la miseria di quelli, che
le nostre sciagure; se ricorderemo la clemenza,
l'umanità, la compassione da noi usata verso gli
altri; se lamenteremo i nostri mali senza fine, la
nostra sorte; se prometteremo di essere forti e
pazienti nei mali. Ma bisogna che la commiserazione
sia breve, che s'asciuga più presto che una lacrima.
(tr. Locatelli)
Seguono nella trattazione le varie
tecniche probatorie: confronto, indirizzo,
deduzione, osservazioni sulla tortura,
giustificazione od infondatezza della voce popolare,
contraddittorietà delle leggi, i motivi di un
comportamento, le astuzie da adottare...
Il terzo libro riguarda
l'«inventio» nel genere dimostrativo e
deliberativo e si attarda, nella sua prima parte,
sul difficile compito di chi è chiamato a scegliere
tra pareri diversi o addirittura antitetici; si
considera poi esaminando il genere dimostrativo,
come esso sia finalizzato soprattutto alla lode o al
biasimo.
L'autore completa questa parte della
trattazione approfondendo i concetti di
«memoria», di «immagini» e della varia
somiglianzà di termini e concetti verbali.
Il quarto libro, sull'elocuzione,
esamina accuratamente il problema degli stili
(sublime, mediocre, dimesso) per, poi, completare le
argomentazioni trattate riportando un lungo elenco
di figure retoriche, di certo insegnate nelle scuole
del tempo: ripetizione, antitesi, esclamazione,
interrogazione, sentenza, inciso, parallelismo,
gradazione, transizione, preterizione, asindeto,
onomatopea, antonomasia, metonimia, perifrasi,
iperbato, iperbole, sineddoche, metafora, allegoria,
descrizione, conclusione.
La «Rhetorica», come si vede,
è un trattato eminentemente tecnico; tuttavia da
esso si deduce facilmente quanta importanza fosse
attribuita, in età repubblicana, alla formazione
oratoria, considerata condizione indispensabile per
chi volesse aspirare alla carriera politica.
LA SATIRA
CAIO LUCILIO
II cavaliere C. Lucilio fu originario
di Sessa Aurunca e morì a Napoli all'età di
quarantasei anni, ottenendo, secondo Girolamo, a
dimostrazione dell'importanza acquistata e del suo
rango, l'onore del funerale di Stato.
Sussistono, però, problemi in
relazione alle date di nascita e di morte che qui
citiamo solo a puro titolo indicativo, data
l'approssimazione dei numeri: 180 a.C. la prima (ma
per alcuni 148); 102 a.C. la seconda.
Fu amico intimo di Scipione Emiliano
e di Lelio e la sua alta posizione sociale gli
permise di coltivare gli studi filosofici e di non
essere refrattario all'amore delle lettere e
dell'arte greca.
La personalità di Lucilio maturò
negli anni in cui si ebbe una profonda
trasformazione nel tenore di vita dei Romani
(Cicerone, ad esempio, ricorda un tal P. GalIonio
ridottosi in miseria per comprare storioni), anche
se le ricchezze e gli agi furono da molti
considerati solo strumenti di piacere e di vizio.
L'educazione e il carattere fecero
assumere a Lucilio, di fronte a questi fenomeni un
tono di garbata ironia, la quale appare evidente nei
suoi versi che colpiscono ora personaggi sia
pubblici che privati, ora intere classi sociali.
Il perché di una scelta
II genere letterario di Lucilio è la
«satura» e possiamo, a giusta ragione,
definirlo il genere più adatto al suo temperamento
insofferente, mutevole e scanzonato, in quanto esso
non fissa norme precise né al contenuto, né al tono
della composizione, ed è in grado di accogliere
brani della più disparata intonazione.
La «satura» era, dunque, un
genere vecchio e nuovo insieme, i cui precedenti
così il Paladini individua: «Chi sia l'auctor
che precede Lucilio rimane un mistero (ma non
diremmo che sia un autore di Fescennini, quanto
l'insieme dei poeti "satirici" della fase
preletteraria, se si vuole accogliere
l'interpretazione del Terzaghi; altrimenti uno dei
poeti arcaici anteriori a Lucilio). Non solo i
Fescennini, ma anche l'Atellana e il Mimo, in età
preletteraria, contribuirono a creare dal lato
italico la satira romana. [...] Fu merito di Lucilio
aver disciplinato questa enorme varietà di argomenti
e aver introdotto gradualmente il senso "satirico"
attuale come elemento stabile».
La produzione
L'attività poetica di Lucilio, che
durò circa venticinque anni (dall'epoca della guerra
di Numanzia fino al 107 a.C.), fu raccolta in trenta
libri di satire non ordinati cronologicamente, ma
per sistemi metrici: di essi i più antichi sono i
ll. 26-30, seguiti dai ll. 1-21 composti tra il 126
ed il 106 a.C.: di questa grande produzione ci sono
pervenuti frammenti, per un totale di
milletrecentosettantacinque versi, attestanti tanta
varietà di materia da far pensare che in essi si
specchiasse la vita dei Romani in tutti i suoi
molteplici aspetti.
Le radici culturali
La preparazione di Lucilio fu
notevole (Cicerone non ha dubbi nel definirlo
«homo et perurbanus»), come dimostrano i suoi
rapporti con l'esponente della scuola accademica
Clitomaco, con il grammatico Elio Stilone, maestro
di Varrone, con l'oratore Postumio Albino (divenuto
console forse nel 151 a.C.), e conobbe anche la
filosofia: quella epicurea e, specialmente, la
stoica, come è testimoniato da un frammento,
riportato da Lattanzio, sulla virtù (essa, per
Lucilio, consiste nel giusto apprezzamento delle
cose della vita, nel proporsi come scopo l'utile e
l'onesto, nel tutelare i buoni costumi e nel
difendere prima gli interessi della patria, poi
quelli personali), di chiara ispirazione paneziana
(Panezio, su cui torneremo in seguito, fu il teorico
del circolo scipionico) *.
La virtù, o Albino, è poter stimare
al giusto le persone fra cui ci troviamo, le cose di
cui viviamo; virtù è sapere che valga ogni cosa per
l'uomo; virtù è sapere che cosa per l'uomo sia
onesto, giusto, utile, quali siano beni, e per
converso, quali siano mali, che cosa sia inutile,
turpe, disonesto; virtù è saper porre un termine ed
una misura all'avidità; virtù è poter assegnare il
loro valore alle ricchezze; virtù è dare ciò che si
deve realmente all'onorabilità, esser nemico giurato
degli uomini e dei costumi cattivi, e, invece,
difendere gli uomini ed i costumi buoni, stimarli
molto, amarli, essere loro amico; finalmente mettere
al primo posto il bene della patria; poi quello dei
genitori, in terzo luogo e da ultimo il nostro. (tr.
Terzaghi)
L'ordine metrico
I suoi trenta libri di satire, non
composti nell'ordine in cui essi sono pervenuti,
furono ordinati secondo criteri metrici: prima i
componimenti in esametri (libri 1-21); poi quelli in
distici elegiaci (libri 22-25); quindi i brani in
settenari trocaici e giambi, con un ritorno però
all'esametro negli ultimi brani.
La presenza di settenari trocaici e
giambi, probabilmente relativi alle satire più
datate, attesta il passaggio da un atteggiamento
duro, rigoroso, il cui carattere predominante è il
«biasimo», ad una visione e valutazione più bonaria
dei difetti umani, come è dimostrato appunto dal
mutamento stilistico che si registra nel corso della
sua opera.
Lucilio, infatti, attacca
inizialmente tutto e tutti, senza riguardo per
alcuno, da T. Albucio (fr. 59) *...
Tu, o Albucio, preferivi esser detto
Greco piuttosto che Romano e Sabino e compaesano di
Ponzio o Tritanio, centurioni, uomini insigni,
soldati d'avanguardia e alfieri. Perciò in greco io,
pretore romano, quando in Atene mi vieni incontro,
come preferivi ti saluto: «Chaire, Tito», dico io, e
i littori, i soldati del seguito e la folla in coro:
«Chaire, Tito». Da quel momento Albucio mi è
diventato nemico in pubblico e in privato. (tr.
Lana)
... ad Esernino (fr. 128-136), dai
plebei arricchiti (fr. 378) alle prefiche prezzolate
(fr. 537), alla degenerazione dei tempi ed alla
corruzione dei costumi * ...
Ma ora, dalla mattina alla sera, nei
giorni di festa ed in quelli di lavoro sempre ed
egualmente il popolo e i senatori si agitano tutti
nel foro, non se ne vanno in nessun altro luogo;
tutti quanti si dedicano con zelo alla stessa
occupazione di ingannarsi astutamente, di lottare
fra loro con la frode, di gareggiare in finzioni, di
fingersi galantuomini, di tendersi insidie, come se
tutti fossero nemici fra loro. (tr. Terzaghi)
... dal don Giovanni belloccio (fr.
215) alle false superstizioni (fr. 354), dal ricco
ava-rastro (fr. 185) al ghiottone tutto pancia (fr.
168), anticipando in questo tematiche che saranno
proprie di Giovenale113, come peraltro
viene riconosciuto da Orazio:
«primores populi arripuit populumque
tributim».
Lucilio attacca i singoli nei quali
vede riflessa la corruzione, la decadenza, che
considera, come nel caso di Cornelio Lentulo Lupo
(uno dei bersagli preferiti dalla sua satira),
responsabili di tali situazioni nella loro sempre
più massiccia incidenza sullo Stato *.
... a proposito di Lupo:
Che aspetto, che faccia ha
quell'uomo? (tr. Lana)
...con ironico riferimento, nella
realtà politica romana, a personaggi di spicco, ma
corrotti, disonesti, responsabili della decadenza
morale della città:
Vivete, ghiottoni, mangioni, vivete,
gente tutta pancia! (tr. Terzaghi)
Altro personaggio oggetto del
«biasimo» dell'autore è Q. Cecilio Metello
Macedonico (console nel 143 a.C. e censore nel 131
a.C.), attaccato in quanto nemico acerrimo di
Scipione.
LuciIio e la cultura ufficiale
Sappiamo (è sempre Orazio a
testimoniarlo) che Lucilio visse in rapporto di
grande familiarità con i principali esponenti del
circolo scipionico ed in particolare con C. Lelio e
lo stesso Scipione, anche se la sua posizione
filo-ellenica appare diversa da quelle di Ennio e
Terenzio.
Lucilio, infatti, mira ad intendere
la cultura secondo schemi greci, ma non a
sovrapporre la cultura greca a quella romana; il suo
è, dunque, un atteggiamento che tende a conciliare,
ad armonizzare questi due mondi così diversi nelle
loro manifestazioni e nei loro presupposti.
Abbiamo la riprova dal fatto che,
dando ragione a Giovenale il quale paragonò i suoi
versi ad una spada sguainata pronta a trafiggere il
cuore al colpevole, non risparmiò nemmeno gli uomini
di cultura, scagliandosi contro Pacuvio ed Accio.
Lucilio fu autore di satire anche
allo scopo di poter pienamente realizzare l'ideale
dell'autonomia dell'uomo di cultura nei confronti
dello Stato, delle sue direttive, anche se questo
atteggiamento, in qualche modo, finiva per
disgregare il suo ideale del
«mos maiorum».
Anche Ennio aveva già scritto satire
(quattro libri) e, dunque, la posizione luciliana
non si può considerare, almeno cronologicamente, una
novità, ma fu con lui che avvenne il definitivo
passaggio dalla vecchia «satura» drammatica
alla satira letteraria intesa come critica dei
costumi e fustigazione dei vizi: in tal senso
Lucilio aprì la strada a Orazio, e in tal
senso va intesa la dichiarazione di Quintiliano, che
giudica la satira creazione originale dei Romani.
La libertà delle tematiche
Ma non tutto appare improntato,
nell'opera di questo fustigatore di uomini e
costumi, all'esaltazione di valori e ideali.
Nel terzo libro, per esempio, è
presente il racconto di un viaggio in Sicilia
(«Iter Siculum»), primo esemplare, presso i
Latini, di quella letteratura «odeporica»
(cioè di viaggi) che troverà in Orazio (Serm. 1, 5)
e in Persio («Hodoeporicon») illustri
continuatori.
Sappiamo, inoltre, che il libro XVI è
dedicato al tema amoroso; né dovevano mancare in
Lucilio, se dobbiamo prestar fede a Porfirione,
concessioni all'osceno e al triviale.
Il profilo letterario
Emerge, da quanto detto, un profilo
quanto mai vario di questo scrittore: propenso a
cogliere solo alcuni aspetti del circolo scipionico,
privo dell'«humanitas» e dei vasti orizzonti
di una personalità letteraria quale quella di
Terenzio, ricco e di agiata condizione (il censo
equestre lo si otteneva solo con un patrimonio di
quattrocentomila sesterzi), visse lontano dalla
scena politica, chiuso in un suo mondo, talvolta in
modo egoistico, e tutto questo gli impedì di dare
respiro alla sua opera, al suo sentire.
La lingua
Non conosce il «labor limae»
(anche se la sua lingua, pure dal Vitali, è
riconosciuta «copiosa, arricchita di parole nuove,
spesso composte di un termine latino e di uno greco,
[...] fase di un secolare travaglio interiore di
epurazione e di perfezionamento»). Proteso ad una
finalità eminentemente didascalica della poesia
satirica (come peraltro testimonia l'abbandono
dell'iniziale polimetria a vantaggio dell'esametro),
adegua lo stile alle esigenze del contenuto,
alternando e spesso abbinando termini aulici e
prosaici, raffinatezze e rudezze espressive.
Ha costantemente di mira più la
potenza, l'efficacia espressiva che l'eleganza.
I giudizi
Quanto detto giustifica anche la
disparità di giudizio tra Orazio, poeta augusteo, e
Quintiliano: mentre il primo mira alla valutazione
degli argomenti e dei «sales» presenti
nell'opera luciliana, il secondo rivolge la sua
critica al genere in sé, rilevando dapprima in
Lucilie «eruditio mira et libertas» e poi
«acerbitas et abunde salis». Quintiliano
sostiene altresì che merito precipuo di questo
autore fu l'aver arricchito il famoso «italum
acetum» appunto con questi «sales»,
peraltro non ignoti al mondo romano, al punto da
aver per primo dato origine ad una «satura»
in senso proprio.
E questo gli veniva riconosciuto
dallo stesso Orazio che gli attribuiva, quale
peculiare caratteristica, quella d'aver punzecchiato
con arguti frizzi l'Urbe:
«sale multo urbem defricuisse».
(r. andria) |