Mentre le fonti per la conoscenza
dell'agricoltura latina sono esclusivamente letterarie - il piccolo
numero di attrezzi trovati durante gli scavi non potrebbe
permetterci che un'idea molto vaga delle tecniche seguite dal
colonus romano — per l'architettura i reperti archeologici hanno
un'importanza pari, talvolta superiore, alle opere di specialisti su
tale materia. D'altronde la produzione letteraria su questo
argomento non è molto vasta: perduto il libro di Varrone che
costituiva l'ultima sezione della Disciplinae, una
enciclopedia che comprendeva — oltre all'architettura — grammatica,
dialettica, retorica, geometria, aritmetica, astrologia, musica,
medicina, esaminate monograficamente, a noi è giunto il solo
trattato di Vitruvio Pollione in 10 libri e un suo compendio
composto da Cezio Paventino (IV secolo d.C).
Il contenuto del De architectura di
Vitruvio è il seguente: libro I: la preparazione culturale
dell'architetto, l'urbanistica e l'architettura in generale; libro
II: i materiali da costruzione; libri III-IV: i templi e i vari
ordini architettonici; libro V: gli edifici pubblici; libro VI: gli
edifici privati; libro VII: i pavimenti e gli elementi decorativi;
libro Vili: gli acquedotti e l'approvvigionamento idrico; libro IX:
nozioni di geometria, astronomia e descrizione degli orologi; libro
X: le macchine civili e da guerra. Pur essendo il manuale di
Vitruvio un unicum nel suo genere, le nostre conoscenze
relative agli argomenti discussi negli ultimi tre libri del De
architectura possono essere validamente integrate dalla lettura
di opere particolari di minore importanza quali il De aquis urbis
Romae di Giulio Frontino (I secolo d.C.), l'Epitoma rei
militari di Flavio Vegezio (IV secolo d.C.) per le notizie di
ingegneria militare sparse un po' dovunque nei quattro libri
dell'opera, il De nuptiis Philologiae et Mercurii di Marziano
Capella (V secolo d.C.) e il De arithmetica di Severino
Boezio (VI secolo d.C.) per quanto concerne l'aritmetica e la
geometria nel ruolo loro assegnato da Vitruvio di discipline
sussidiarie dell'architettura. Qualche attinenza con l'architettura
hanno anche gli ultimi libri della Naturalis bistoria di
Plinio il Vecchio, libri che tracciano un quadro della storia
dell'arte greca e romana.
Prezioso materiale, perché colma in qualche caso
lacune del pur esauriente trattato di Vitruvio, oppure consente una
diversa panoramica dei problemi, ci fornisce la letteratura non
tecnica: ricordiamo gli Epigrammi di Marziale, le Satire
di Giovenale, le Selve di Stazio, le Lettere di
Plinio il Giovane e di Sidonio Apollinare (V secolo d.C.). Ad
esempio nelle Selve di Stazio e negli epistolari sopra citati
troviamo descritta la villa urbana della quale Vitruvio non parla
e di cui non ci sono giunti reperti archeologici importanti, e
in Marziale e Giovenale si ha notizia delle insulae, i vasti
caseggiati popolari a più piani, recentemente messi in luce dagli
scavi di Ostia, ai quali nelle cosiddette opere tecniche è fatto
solo qualche vago accenno.
Altre informazioni troviamo infine presso gli
storici, in particolare Tacito e Svetonio, dal quale derivano le
nostre conoscenze intorno a quell'originale complesso architettonico
che fu la reggia (domus regia) dell'età imperiale, e nelle
fonti del diritto, ad esempio nel Digesto. L'architettura
romana «vive» ancora nei numerosi monumenti rimastici: le domus
patrizie di Pompei, i ponti, gli anfiteatri, le terme, i vasti
tratti di acquedotti, i mercati, le basiliche, i templi; il contatto
con queste rovine, con questi resti, è diretto, quindi
importantissimo per comprendere la civiltà di Roma. Ma ugualmente
indispensabile è la fonte letteraria che costituisce un aiuto valido
pel un esatto giudizio storico e - - se tecnica — offre allo
studioso in particolare un commento e la storia della gestazione del
monumento preso in esame. Quando poi il testo non è tecnico, ma è la
voce di uno storico o di un poeta, esso riflette e ci fa comprendere
una realtà ben più complessa di quella dei monumenti « ufficiali »
dell'antichità. Ammirando il foro romano siamo portati
inevitabilmente a « retoricizzare », a vedere nei ruderi disseminati
in esso il segno di un destino di grandezza e di potenza; ma i testi
letterari non ci documentano soltanto l'esistenza di Roma caput
mundi, il cui volto è scolpito nei marmi destinati a
impressionare i posteri, ma anche certi aspetti di una città modesta
o addirittura povera, una città che costruisce case
architettonicamente scadenti in materiale fittile destinato a un
rapido deterioramento. Abbiamo così notizia dei fitti quartieri
popolari, dove in anguste abitazioni a più piani (ieri come oggi!)
viveva la maggior parte della popolazione. Sarebbe un errore di
prospettiva storica se noi ritenessimo che Roma imperiale, cioè Roma
nel periodo più ricco per noi di documentazione, avesse risolto a
tutti i livelli il problema della casa: in realtà questo problema
non fu mai affrontato a fondo né risolto se non per una minoranza di
privilegiati.

D'altra parte bisogna considerare che la società
romana, al contrario del mondo di oggi, pose su due piani diversi
l'architettura privata e quella pubblica: i Romani infatti non si
preoccuparono troppo dell'abitazione privata né dal punto di vista
tecnico né da quello artistico, mentre dettero estrema importanza
agli edifici pubblici e militari. Basta riflettere su un particolare
sorprendente per la mentalità di noi moderni: la Roma antica fu
ricca di acqua, le fontane pubbliche e le terme numerose, la tecnica
nel costruire gli acquedotti originale e perfetta; nonostante ciò
sappiamo che i piani alti delle case non avevano acqua né un sistema
di fognature adeguato. Certo risultano incomprensibili per il
lettore di oggi le testimonianze di processi avvenuti per qualche
secchio pieno d'acqua sporca o ... d'altro, rovesciato dai piani
alti su qualche malcapitato passante! Eppure i Romani già
conoscevano e per gli edifici pubblici usavano un sistema di canali
di scarico molto moderno ed efficiente.
Un altro mito da ridimensionare è quello di una
Roma quieta, adorna di ville sprofondate nel verde degli horti,
dei giardini (ricorda i famosi horti sallustiani): il
Carcopino ci fornisce a questo proposito dati interessanti che
meritano di essere qui ricordati. All'epoca dei Severi a Roma le
case di tipo pompeiano erano appena 1790 contro 46.602 insulae,
e i frammenti del catasto dell'Urbs redatto sotto Settimio
Severo, insieme alle testimonianze di autori, ci fanno comprendere
l'abisso intercorrente tra la struttura della domus signorile
e le insulae, le « antenate » delle case popolari di
periferia industrializzata delle odierne metropoli. Lo sviluppo in
altezza di questi edifici a più piani era davvero notevole: gli
speculatori edilizi non rispettavano le leggi imperiali che
limitavano le costruzioni a uno sviluppo verticale massimo di 60-70
piedi (= 18-21 metri) e già sulla fine della repubblica Cicerone ci
parla di una città « sospesa in aria »: « Romam ... cenaculis
sublatam atque suspensam » (De lege agraria 2, 96). Per
di più sappiamo che un vero e proprio grattacielo si ergeva in pieno
centro cittadino: era la famosa insula Felicles (nella zona
del circo Flaminio), che nel IV secolo d.C. veniva mostrata come una
curiosità ai turisti di allora per la sua mole gigantesca. Leggiamo
poi in altri testi come in questa metropoli non esistesse pace per i
rumori sempre crescenti e come le strade fossero buie, strette, al
punto che gli inquilini dei caseggiati si potevano tranquillamente
scambiare dalle finestre strette di mano o... insulti! (cfr.
Marziale, Epigr. I 86).
Altro rilievo importante sul piano architettonico
è questo: non esistevano nella Roma imperiale nette distinzioni in
quartieri ed è difficile individuare le quattordici regioni della
città, anche se sappiamo che il centro era: dominato dalla presenza
della corte e dagli edifici pubblici. Le insulae erano sparse
ovunque e il centro era veramente un intricato gomitolo di strade da
cui, già fin dai tempi di Grazio, si tendeva a evadere, almeno chi
poteva permetterselo, verso le ville della campagna.

Fin qui ci siamo limitati a tracciare un quadro
di Roma-città, quadro che appare estremamente vario e interessante
sul piano storico-sociale. Passiamo ora, per esigenza di
completezza, a dare una panoramica generale, seppur sintetica,
dell'architettura cosiddetta « pubblica », quella dei « monumenti ».
Qui il discorso diviene più tecnico e forse questa non è la sede
adatta per un « capitolo di storia dell'arte » romana. Ma, mentre
rimandiamo chi volesse più esaurienti notizie a opere specifiche — e
sono molte — sull'argomento, riteniamo opportuno esporre i
lineamenti fondamentali dell'architettura romana e i principali
fattori che concorsero alla sua diffusione nel mondo. Porsi il
problema dell'esistenza di una architettura « romana » vera e
propria, tutta « originale », è del tutto inutile: come è avvenuto
nel campo della letteratura, del teatro, del pensiero filosofico, i
Romani hanno rielaborato e poi fatto proprie forme d'arte
preesistenti. Per il tempio, una delle strutture architettoniche più
antiche, essi attinsero agli Etruschi, mediatori tra Oriente e
Occidente anche nel campo dell'edilizia. Infatti, finché Roma fu
governata dai Tarquinii, nell'ultimo periodo della monarchia, i
templi furono costruiti da architetti e maestranze etrusche e
abbelliti da artisti etruschi. Basta citare come esempio il Tempio
Capitolino edificato intorno al 600 a.C. Il passaggio dalla
monarchia alla repubblica segna il declino dell'influenza etrusca
nel campo specifico dell'architettura religiosa. È possibile a
questo proposito fissare una data precisa: secondo una notizia
fornita da Plinio il Vecchio (Nat. hist XXXV 25), che attinge
da Varrone, la costruzione dei templi continuò a essere affidata ad
architetti etruschi fino al 496 a.C. A partire da quell'anno, in
concomitanza con la penetrazione di forme del culto ellenico a Roma,
e con la presenza nell'urbe, prima in forma sporadica, poi sempre
più numerosa, di artisti greci, il tempio diviene sempre più opera
greca. Dopo un periodo di transizione, in cui sembra addirittura
essere esistita una forma di collaborazione greco-etrusca, sappiamo
con sicurezza che il tempio dei Dioscuri del 485 e quello di Apollo
del 431 furono costruiti sotto la guida esclusiva di Greci. Così per
tutto il periodo repubblicano troviamo nel territorio romano sempre
impiegato lo stile architettonico greco, che rimarrà per tutto
l'impero, mentre nessuna traccia è rimasta del tipo di tempio antico
italico-etrusco. Una maggiore originalità i Romani rivelarono nella
costruzione di opere pubbliche a carattere non religioso, dove, pur
rielaborando forme architettoniche etrusche o greche o orientali,
seppero esprimere la loro mentalità tipicamente laica, anzi
politica, razionale e pratica. Fin dalla prima età repubblicana Roma
fu cinta di mura secondo modelli greci e fu percorsa da una rete di
canali di scarico (cloache), dove per la prima volta troviamo
impiegato il sistema delle volte e degli archi di origine orientale
ma comunicato dagli Etruschi. Poco più tardi Roma ebbe il suo primo
mercato e il primo circo, il Circo Massimo, sorto nell'area tra il
Palatino e l'Aventino, ispirato a modelli greci. Impulso ancor
maggiore ricevette l'architettura dopo l'inizio delle campagne
orientali: nel 184 a.C., sotto la censura di Catone, sorse la prima
basilica, la Basilica Porcia, che riproduceva sia pur vagamente le
forme del portico del tribunale dell'Arconte basileus attico. Si
trattava di una struttura architettonica consistente in un edificio
rettangolare coperto da un tetto, con o senza esedre, che serviva
come luogo di riunioni per gli affari e la vita sociale. Questo tipo
di costruzione subì negli anni successivi alcune importanti
modifiche, particolarmente apprezzabili negli esempi più noti (la
Basilica Giulia, la Emilia, entrambe del 50 a.C., ma soprattutto la
Basilica Ulpia costruita sotto Traiano e la Basilica Nova di
Massenzio terminata da Costantino verso il 313) e influenzò la
costruzione delle chiese basilicali cristiane a partire dal IV
secolo d.C. Nel II secolo mutano gli ordini architettonici: fino ad
allora si era diffuso il capitello dorico e ionico, ma dopo le
campagne d'Asia e di Grecia si affermò il capitello corinzio e il
composito (uguale al corinzio nella parte superiore, all'ionico in
quella inferiore). Al II secolo risalgono anche i primi teatri,
dapprima semplici impalcature, poi edifici in legno, e
successivamente in pietra, costruiti appositamente in occasione di
pubbliche rappresentazioni e poi distrutti. Il primo teatro stabile
in pietra fu eretto da Pompeo nel 57 a.C., secondo il modello del
teatro di Mitilene.

Anche i primi anfiteatri in origine erano mobili
e in legno, ad esempio quello di Scribonio Curione e Cesare del 46
a.C.; il primo anfiteatro in pietra fu costruito da Statilio Tauro
per ordine di Augusto, nel Campo Marzio. Il più importante servizio
pubblico dell'antichità sono le terme. Avanzi di terme esistono in
tutte le province, ma le grandi Thermae della capitale
offuscavano tutte le altre per dimensioni e magnificenza. Le più
antiche, le Terme di Agrippa (circa 20 a.C.) inaugurarono il tipo di
costruzione (al contrario i bagni pubblici esistevano fin dall'epoca
della seconda guerra punica), ma le più famose e meglio conservate
sono quelle di Caracalla e di Diocleziano; questo tipo di edificio
imitava i ginnasi greci, superandoli però di gran lunga per
l'ampiezza e la complessità delle strutture. L'influsso greco si
fece sentire in modo ben più tangibile nell'edilizia privata: così
le lussuose domus patritiae e villae urbanae del I
secolo a.C. e delle epoche successive riflettono nella pianta e
nelle decorazioni forme ellenistico-orientali.
Dove i Romani furono veramente originali e
dettero prova del loro genio, senza essere debitori di idee e di
tecniche ad altre culture, fu nella costruzione di ponti e
acquedotti (basti qui ricordare l'acquedotto Appio, il più antico,
del 312 a.C. e il Marcio del 144 a.C.) e nelle svariate applicazioni
dell'arco a tutto sesto, usato fra l'altro per l'erezione di
monumenti celebrativi autenticamente romani, quali gli archi
trionfali e le portae triumphales. Del resto anche nel campo
dell'architettura religiosa, per la quale abbiamo sottolineato una
più stretta dipendenza da modelli stranieri, i Romani portarono
l'innovazione del tempio a pianta rotonda.

I Romani infine eccelsero, anche in virtù della
loro secolare esperienza, nel campo più specifico della ingegneria
militare: delle principali macchine belliche, complicate ma
estremamente funzionali — la falx muraria, la ballista,
la catapulta, l'ariete, il carro falcato — ci sono rimaste
esaurienti descrizioni, oltre che in Vitruvio, negli scrittori di
cose militari, soprattutto in Vegezio, ma sommarie notizie offrivano
già i commentari di Cesare. La documentazione letteraria può essere
poi validamente integrata dalla archeologia: raffigurazioni di
machinae belliche troviamo infatti nei bassorilievi degli
obelischi e delle colonne (in primo luogo la Colonna Traiana) e
nelle iscrizioni murali; a ciò si aggiunga il ritrovamento di alcuni
frammenti di queste armi nel corso di scavi.
D'altronde, dalle notizie forniteci dalle fonti,
soprattutto storiche, risulta che fino al III secolo a.C. gli
architetti romani, detti magistri o machinatores,
furono ingegneri militari e civili che curarono la costruzione di
macchine da guerra e di pubblici edifici. Essi svolgevano le
mansioni di veri e propri ufficiali della pubblica amministrazione,
e questo ruolo consentiva loro di esercitare una professione non
ancora ritenuta degna degli ingenui, cioè di cives
nati liberi. Per significare che il monumento era opera e simbolo
dell'efficienza dello stato e non doveva essere concepito come
prodotto artistico individuale, era consuetudine che gli autori non
incidessero il proprio nome negli edifici costruiti, a meno che
questi non fossero stati commissionati da privati. Per molto tempo
quindi l'architettura, più che una vera arte, fu una professione
scientifica al servizio della pubblica utilità. Si guardava alla
funzionalità delle opere più che alla raffinatezza esteriore. Il
contatto con l'arte greca e la presenza di architetti greci in Roma,
per lo più schiavi o liberti, comunque stranieri fino alla
concessione della cittadinanza ai peregrini nel 46 a.C. da
parte di Cesare, modificò il tradizionale atteggiamento romano. Da
un lato ricevette impulso l'architettura civile privata, dall'altro
si curò maggiormente l'estetica delle stesse opere pubbliche.
Da Varrone in poi l'architettura fu accolta tra
le arti liberali e il termine di origine greca architectus,
già in uso ai tempi di Plauto, sempre più si afferma sostituendo
l'antico vocabolo del latino puro magister.
U. Capitani