Home
Su
La Cartografia antica
Geografia Campana
Il Lazio antico
Lo Stato
La Magia
Amuleti e talismani
Scienze e Pratica
La Produzione Antica
La produz. in Grecia
Donne e donne
Il matrim. in Grecia
Donne e Dee
Il Tempo Libero
Il Simposio
Il Trucco
L'Urbanesimo
Le classi sociali
Candidati ed Elettori
La Posta
La Domus Italica
Le ville di Plinio
La Casa Pompeiana
Pompei
La Società
La Scuola
Il caso "Lucrezia"
Il Cristianesimo
L'Interiorità
Imperatori
Le navi da guerra
Il Materiale Scrittorio
Papiri & ...
La Pòlis
L'Agorà
L'humanitas
Gare e giochi
Il Calcio di... allora
Gli acquedotti
L'alimentazione
L'alimentaz. in Grecia
Strade e ponti
Viaggi e viaggiatori
I viaggi in Grecia
Le città
Culto e Religione
I funerali in Grecia
Teatri & Circhi
Caccia & Pesca
Le ville di Cicerone
Giocattoli e Giochi
La Medicina
La medicina in Grecia
L'accampamento
Le navi mercantili
L'agricoltura
L'agricoltura in Grecia
L'Architettura
Roma by night
I processi greci
Vita a Roma 1
Vita a Roma 2

 

Mentre le fonti per la conoscenza dell'agricoltura latina sono esclusivamente letterarie - il piccolo numero di attrezzi trovati durante gli scavi non potrebbe permetterci che un'idea molto vaga delle tecniche seguite dal colonus romano — per l'architettura i reperti archeologici hanno un'importanza pari, talvolta superiore, alle opere di specialisti su tale materia. D'altronde la produzione letteraria su questo argomento non è molto vasta: perduto il libro di Varrone che costituiva l'ultima sezione della Disciplinae, una enciclopedia che comprendeva — oltre all'architettura — grammatica, dialettica, retorica, geometria, aritmetica, astrologia, musica, medicina, esaminate monograficamente, a noi è giunto il solo trattato di Vitruvio Pollione in 10 libri e un suo compendio composto da Cezio Paventino (IV secolo d.C).

Il contenuto del De architectura di Vitruvio è il seguente: libro I: la preparazione culturale dell'architetto, l'urbanistica e l'architettura in generale; libro II: i materiali da costruzione; libri III-IV: i templi e i vari ordini architettonici; libro V: gli edifici pubblici; libro VI: gli edifici privati; libro VII: i pavimenti e gli elementi decorativi; libro Vili: gli acquedotti e l'approvvigionamento idrico; libro IX: nozioni di geometria, astronomia e descrizione degli orologi; libro X: le macchine civili e da guerra. Pur essendo il manuale di Vitruvio un unicum nel suo genere, le nostre conoscenze relative agli argomenti discussi negli ultimi tre libri del De architectura possono essere validamente integrate dalla lettura di opere particolari di minore importanza quali il De aquis urbis Romae di Giulio Frontino (I secolo d.C.), l'Epitoma rei militari di Flavio Vegezio (IV secolo d.C.) per le notizie di ingegneria militare sparse un po' dovunque nei quattro libri dell'opera, il De nuptiis Philologiae et Mercurii di Marziano Capella (V secolo d.C.) e il De arithmetica di Severino Boezio (VI secolo d.C.) per quanto concerne l'aritmetica e la geometria nel ruolo loro assegnato da Vitruvio di discipline sussidiarie dell'architettura. Qualche attinenza con l'architettura hanno anche gli ultimi libri della Naturalis bistoria di Plinio il Vecchio, libri che tracciano un quadro della storia dell'arte greca e romana.

Prezioso materiale, perché colma in qualche caso lacune del pur esauriente trattato di Vitruvio, oppure consente una diversa panoramica dei problemi, ci fornisce la letteratura non tecnica: ricordiamo gli Epigrammi di Marziale, le Satire di Giovenale, le Selve di Stazio, le Lettere di Plinio il Giovane e di Sidonio Apollinare (V secolo d.C.). Ad esempio nelle Selve di Stazio e negli epistolari sopra citati troviamo descritta la villa urbana della quale Vitruvio non parla e di cui non ci sono giunti reperti archeologici importanti, e in Marziale e Giovenale si ha notizia delle insulae, i vasti caseggiati popolari a più piani, recentemente messi in luce dagli scavi di Ostia, ai quali nelle cosiddette opere tecniche è fatto solo qualche vago accenno.

Altre informazioni troviamo infine presso gli storici, in particolare Tacito e Svetonio, dal quale derivano le nostre conoscenze intorno a quell'originale complesso architettonico che fu la reggia (domus regia) dell'età imperiale, e nelle fonti del diritto, ad esempio nel Digesto. L'architettura romana «vive» ancora nei numerosi monumenti rimastici: le domus patrizie di Pompei, i ponti, gli anfiteatri, le terme, i vasti tratti di acquedotti, i mercati, le basiliche, i templi; il contatto con queste rovine, con questi resti, è diretto, quindi importantissimo per comprendere la civiltà di Roma. Ma ugualmente indispensabile è la fonte letteraria che costituisce un aiuto valido pel un esatto giudizio storico e - - se tecnica — offre allo studioso in particolare un commento e la storia della gestazione del monumento preso in esame. Quando poi il testo non è tecnico, ma è la voce di uno storico o di un poeta, esso riflette e ci fa comprendere una realtà ben più complessa di quella dei monumenti « ufficiali » dell'antichità. Ammirando il foro romano siamo portati inevitabilmente a « retoricizzare », a vedere nei ruderi disseminati in esso il segno di un destino di grandezza e di potenza; ma i testi letterari non ci documentano soltanto l'esistenza di Roma caput mundi, il cui volto è scolpito nei marmi destinati a impressionare i posteri, ma anche certi aspetti di una città modesta o addirittura povera, una città che costruisce case architettonicamente scadenti in materiale fittile destinato a un rapido deterioramento. Abbiamo così notizia dei fitti quartieri popolari, dove in anguste abitazioni a più piani (ieri come oggi!) viveva la maggior parte della popolazione. Sarebbe un errore di prospettiva storica se noi ritenessimo che Roma imperiale, cioè Roma nel periodo più ricco per noi di documentazione, avesse risolto a tutti i livelli il problema della casa: in realtà questo problema non fu mai affrontato a fondo né risolto se non per una minoranza di privilegiati.

D'altra parte bisogna considerare che la società romana, al contrario del mondo di oggi, pose su due piani diversi l'architettura privata e quella pubblica: i Romani infatti non si preoccuparono troppo dell'abitazione privata né dal punto di vista tecnico né da quello artistico, mentre dettero estrema importanza agli edifici pubblici e militari. Basta riflettere su un particolare sorprendente per la mentalità di noi moderni: la Roma antica fu ricca di acqua, le fontane pubbliche e le terme numerose, la tecnica nel costruire gli acquedotti originale e perfetta; nonostante ciò sappiamo che i piani alti delle case non avevano acqua né un sistema di fognature adeguato. Certo risultano incomprensibili per il lettore di oggi le testimonianze di processi avvenuti per qualche secchio pieno d'acqua sporca o ... d'altro, rovesciato dai piani alti su qualche malcapitato passante! Eppure i Romani già conoscevano e per gli edifici pubblici usavano un sistema di canali di scarico molto moderno ed efficiente.

Un altro mito da ridimensionare è quello di una Roma quieta, adorna di ville sprofondate nel verde degli horti, dei giardini (ricorda i famosi horti sallustiani): il Carcopino ci fornisce a questo proposito dati interessanti che meritano di essere qui ricordati. All'epoca dei Severi a Roma le case di tipo pompeiano erano appena 1790 contro 46.602 insulae, e i frammenti del catasto dell'Urbs redatto sotto Settimio Severo, insieme alle testimonianze di autori, ci fanno comprendere l'abisso intercorrente tra la struttura della domus signorile e le insulae, le « antenate » delle case popolari di periferia industrializzata delle odierne metropoli. Lo sviluppo in altezza di questi edifici a più piani era davvero notevole: gli speculatori edilizi non rispettavano le leggi imperiali che limitavano le costruzioni a uno sviluppo verticale massimo di 60-70 piedi (= 18-21 metri) e già sulla fine della repubblica Cicerone ci parla di una città « sospesa in aria »: « Romam ... cenaculis sublatam atque suspensam » (De lege agraria 2, 96). Per di più sappiamo che un vero e proprio grattacielo si ergeva in pieno centro cittadino: era la famosa insula Felicles (nella zona del circo Flaminio), che nel IV secolo d.C. veniva mostrata come una curiosità ai turisti di allora per la sua mole gigantesca. Leggiamo poi in altri testi come in questa metropoli non esistesse pace per i rumori sempre crescenti e come le strade fossero buie, strette, al punto che gli inquilini dei caseggiati si potevano tranquillamente scambiare dalle finestre strette di mano o... insulti! (cfr. Marziale, Epigr. I 86).

Altro rilievo importante sul piano architettonico è questo: non esistevano nella Roma imperiale nette distinzioni in quartieri ed è difficile individuare le quattordici regioni della città, anche se sappiamo che il centro era: dominato dalla presenza della corte e dagli edifici pubblici. Le insulae erano sparse ovunque e il centro era veramente un intricato gomitolo di strade da cui, già fin dai tempi di Grazio, si tendeva a evadere, almeno chi poteva permetterselo, verso le ville della campagna.

Fin qui ci siamo limitati a tracciare un quadro di Roma-città, quadro che appare estremamente vario e interessante sul piano storico-sociale. Passiamo ora, per esigenza di completezza, a dare una panoramica generale, seppur sintetica, dell'architettura cosiddetta « pubblica », quella dei « monumenti ». Qui il discorso diviene più tecnico e forse questa non è la sede adatta per un « capitolo di storia dell'arte » romana. Ma, mentre rimandiamo chi volesse più esaurienti notizie a opere specifiche — e sono molte — sull'argomento, riteniamo opportuno esporre i lineamenti fondamentali dell'architettura romana e i principali fattori che concorsero alla sua diffusione nel mondo. Porsi il problema dell'esistenza di una architettura « romana » vera e propria, tutta « originale », è del tutto inutile: come è avvenuto nel campo della letteratura, del teatro, del pensiero filosofico, i Romani hanno rielaborato e poi fatto proprie forme d'arte preesistenti. Per il tempio, una delle strutture architettoniche più antiche, essi attinsero agli Etruschi, mediatori tra Oriente e Occidente anche nel campo dell'edilizia. Infatti, finché Roma fu governata dai Tarquinii, nell'ultimo periodo della monarchia, i templi furono costruiti da architetti e maestranze etrusche e abbelliti da artisti etruschi. Basta citare come esempio il Tempio Capitolino edificato intorno al 600 a.C. Il passaggio dalla monarchia alla repubblica segna il declino dell'influenza etrusca nel campo specifico dell'architettura religiosa. È possibile a questo proposito fissare una data precisa: secondo una notizia fornita da Plinio il Vecchio (Nat. hist XXXV 25), che attinge da Varrone, la costruzione dei templi continuò a essere affidata ad architetti etruschi fino al 496 a.C. A partire da quell'anno, in concomitanza con la penetrazione di forme del culto ellenico a Roma, e con la presenza nell'urbe, prima in forma sporadica, poi sempre più numerosa, di artisti greci, il tempio diviene sempre più opera greca. Dopo un periodo di transizione, in cui sembra addirittura essere esistita una forma di collaborazione greco-etrusca, sappiamo con sicurezza che il tempio dei Dioscuri del 485 e quello di Apollo del 431 furono costruiti sotto la guida esclusiva di Greci. Così per tutto il periodo repubblicano troviamo nel territorio romano sempre impiegato lo stile architettonico greco, che rimarrà per tutto l'impero, mentre nessuna traccia è rimasta del tipo di tempio antico italico-etrusco. Una maggiore originalità i Romani rivelarono nella costruzione di opere pubbliche a carattere non religioso, dove, pur rielaborando forme architettoniche etrusche o greche o orientali, seppero esprimere la loro mentalità tipicamente laica, anzi politica, razionale e pratica. Fin dalla prima età repubblicana Roma fu cinta di mura secondo modelli greci e fu percorsa da una rete di canali di scarico (cloache), dove per la prima volta troviamo impiegato il sistema delle volte e degli archi di origine orientale ma comunicato dagli Etruschi. Poco più tardi Roma ebbe il suo primo mercato e il primo circo, il Circo Massimo, sorto nell'area tra il Palatino e l'Aventino, ispirato a modelli greci. Impulso ancor maggiore ricevette l'architettura dopo l'inizio delle campagne orientali: nel 184 a.C., sotto la censura di Catone, sorse la prima basilica, la Basilica Porcia, che riproduceva sia pur vagamente le forme del portico del tribunale dell'Arconte basileus attico. Si trattava di una struttura architettonica consistente in un edificio rettangolare coperto da un tetto, con o senza esedre, che serviva come luogo di riunioni per gli affari e la vita sociale. Questo tipo di costruzione subì negli anni successivi alcune importanti modifiche, particolarmente apprezzabili negli esempi più noti (la Basilica Giulia, la Emilia, entrambe del 50 a.C., ma soprattutto la Basilica Ulpia costruita sotto Traiano e la Basilica Nova di Massenzio terminata da Costantino verso il 313) e influenzò la costruzione delle chiese basilicali cristiane a partire dal IV secolo d.C. Nel II secolo mutano gli ordini architettonici: fino ad allora si era diffuso il capitello dorico e ionico, ma dopo le campagne d'Asia e di Grecia si affermò il capitello corinzio e il composito (uguale al corinzio nella parte superiore, all'ionico in quella inferiore). Al II secolo risalgono anche i primi teatri, dapprima semplici impalcature, poi edifici in legno, e successivamente in pietra, costruiti appositamente in occasione di pubbliche rappresentazioni e poi distrutti. Il primo teatro stabile in pietra fu eretto da Pompeo nel 57 a.C., secondo il modello del teatro di Mitilene.

Anche i primi anfiteatri in origine erano mobili e in legno, ad esempio quello di Scribonio Curione e Cesare del 46 a.C.; il primo anfiteatro in pietra fu costruito da Statilio Tauro per ordine di Augusto, nel Campo Marzio. Il più importante servizio pubblico dell'antichità sono le terme. Avanzi di terme esistono in tutte le province, ma le grandi Thermae della capitale offuscavano tutte le altre per dimensioni e magnificenza. Le più antiche, le Terme di Agrippa (circa 20 a.C.) inaugurarono il tipo di costruzione (al contrario i bagni pubblici esistevano fin dall'epoca della seconda guerra punica), ma le più famose e meglio conservate sono quelle di Caracalla e di Diocleziano; questo tipo di edificio imitava i ginnasi greci, superandoli però di gran lunga per l'ampiezza e la complessità delle strutture. L'influsso greco si fece sentire in modo ben più tangibile nell'edilizia privata: così le lussuose domus patritiae e villae urbanae del I secolo a.C. e delle epoche successive riflettono nella pianta e nelle decorazioni forme ellenistico-orientali.

Dove i Romani furono veramente originali e dettero prova del loro genio, senza essere debitori di idee e di tecniche ad altre culture, fu nella costruzione di ponti e acquedotti (basti qui ricordare l'acquedotto Appio, il più antico, del 312 a.C. e il Marcio del 144 a.C.) e nelle svariate applicazioni dell'arco a tutto sesto, usato fra l'altro per l'erezione di monumenti celebrativi autenticamente romani, quali gli archi trionfali e le portae triumphales. Del resto anche nel campo dell'architettura religiosa, per la quale abbiamo sottolineato una più stretta dipendenza da modelli stranieri, i Romani portarono l'innovazione del tempio a pianta rotonda.

I Romani infine eccelsero, anche in virtù della loro secolare esperienza, nel campo più specifico della ingegneria militare: delle principali macchine belliche, complicate ma estremamente funzionali — la falx muraria, la ballista, la catapulta, l'ariete, il carro falcato — ci sono rimaste esaurienti descrizioni, oltre che in Vitruvio, negli scrittori di cose militari, soprattutto in Vegezio, ma sommarie notizie offrivano già i commentari di Cesare. La documentazione letteraria può essere poi validamente integrata dalla archeologia: raffigurazioni di machinae belliche troviamo infatti nei bassorilievi degli obelischi e delle colonne (in primo luogo la Colonna Traiana) e nelle iscrizioni murali; a ciò si aggiunga il ritrovamento di alcuni frammenti di queste armi nel corso di scavi.

D'altronde, dalle notizie forniteci dalle fonti, soprattutto storiche, risulta che fino al III secolo a.C. gli architetti romani, detti magistri o machinatores, furono ingegneri militari e civili che curarono la costruzione di macchine da guerra e di pubblici edifici. Essi svolgevano le mansioni di veri e propri ufficiali della pubblica amministrazione, e questo ruolo consentiva loro di esercitare una professione non ancora ritenuta degna degli ingenui, cioè di cives nati liberi. Per significare che il monumento era opera e simbolo dell'efficienza dello stato e non doveva essere concepito come prodotto artistico individuale, era consuetudine che gli autori non incidessero il proprio nome negli edifici costruiti, a meno che questi non fossero stati commissionati da privati. Per molto tempo quindi l'architettura, più che una vera arte, fu una professione scientifica al servizio della pubblica utilità. Si guardava alla funzionalità delle opere più che alla raffinatezza esteriore. Il contatto con l'arte greca e la presenza di architetti greci in Roma, per lo più schiavi o liberti, comunque stranieri fino alla concessione della cittadinanza ai peregrini nel 46 a.C. da parte di Cesare, modificò il tradizionale atteggiamento romano. Da un lato ricevette impulso l'architettura civile privata, dall'altro si curò maggiormente l'estetica delle stesse opere pubbliche.

Da Varrone in poi l'architettura fu accolta tra le arti liberali e il termine di origine greca architectus, già in uso ai tempi di Plauto, sempre più si afferma sostituendo l'antico vocabolo del latino puro magister.

U. Capitani

Home | Su | La Cartografia antica | Geografia Campana | Il Lazio antico | Lo Stato | La Magia | Amuleti e talismani | Scienze e Pratica | La Produzione Antica | La produz. in Grecia | Donne e donne | Il matrim. in Grecia | Donne e Dee | Il Tempo Libero | Il Simposio | Il Trucco | L'Urbanesimo | Le classi sociali | Candidati ed Elettori | La Posta | La Domus Italica | Le ville di Plinio | La Casa Pompeiana | Pompei | La Società | La Scuola | Il caso "Lucrezia" | Il Cristianesimo | L'Interiorità | Imperatori | Le navi da guerra | Il Materiale Scrittorio | Papiri & ... | La Pòlis | L'Agorà | L'humanitas | Gare e giochi | Il Calcio di... allora | Gli acquedotti | L'alimentazione | L'alimentaz. in Grecia | Strade e ponti | Viaggi e viaggiatori | I viaggi in Grecia | Le città | Culto e Religione | I funerali in Grecia | Teatri & Circhi | Caccia & Pesca | Le ville di Cicerone | Giocattoli e Giochi | La Medicina | La medicina in Grecia | L'accampamento | Le navi mercantili | L'agricoltura | L'agricoltura in Grecia | L'Architettura | Roma by night | I processi greci | Vita a Roma 1 | Vita a Roma 2

Ultimo aggiornamento:  09-01-07