Fino dai tempi più antichi troviamo in Grecia la
medicina esercitata come professione speciale. Omero ricorda
nell'Iliade, II 732, come valorosi medici Macaone e Podalirio,
figli di Asclepio (Esculapio), principe di Itome in Tessaglia, e
valentissimo medico, che aveva appreso l'arte da Chirone. I medici
erano annoverati tra' professionisti, che esercitavano l'arte loro
per trarne guadagno. Ma poiché le malattie, e le malattie contagiose
o epidemiche soprattutto che menavano strage nella città e
nell'intero paese, erano considerate come punizioni e flagelli
mandati dagli Dei, così agli Dei si chiedevano pure i suggerimenti e
i rimedi per la guarigione. In tal modo l'ufficio del medico venne
in parte a confondersi con quello del sacerdote, e le cure furono
fatte più col mezzo di preghiere, sacrifizi e scongiuri che non con
rimedi terapeutici. S'innalzarono templi agli Dei salutari,
principalmente ad Asclepio divinizzato. Presso il tempio sorsero
edifizi appositi per accogliervi e curarvi gli ammalati, detti 'Asclepiei',
specie di case di cura. Quivi le pratiche igieniche e terapeutiche
s'intrecciavano in modo strano con le superstizioni religiose, e un
rituale simbolico minuzioso, più che una razionale applicazione de'
rimedi regolava la cura. Bagni, diete e digiuni rigorosi, frizioni e
unzioni con sostanze oleose davano principio a questa; seguivano
preghiere e sacrifizi nell'interno del tempio al Dio. Vittime
preferite erano il montone, il gallo, la gallina. Si faceva in modo
che o per semplice suggestione o per esaurimento di forze, o per
altri mezzi, artifizi e incantesimi, a noi ignoti, l'ammalato
cadesse in una specie di sonno ipnotico. I sogni, che durante esso
egli faceva e che raccontava poi ai sacerdoti, venivano da questi
raccolti e interpretati a modo loro. In tale interpretazione era
anche suggerita la cura che avrebbe dovuto rendere la salute
all'infermo. La cura per lo più consisteva in purgativi d'ogni
specie, abbondanti salassi, fregagioni e bagni, non certo privi del
tutto di efficacia terapeutica. Come per gli oracoli, così per
queste case di cura semireligiosa o ieratica riesce a noi
impossibile distinguere quanto vi avesse di buona fede e quanto di
ciurmeria nei sacerdoti-medici di Asclepio. Certo è che gli ammalati
accorrevano sempre in gran numero e che rinomati Asclepiei v'erano
in ogni parte di Grecia: a Epidauro, a Pergamo, a Sicione, nella
Tessaglia soprattutto, e lauti guadagni si ritraevano dalle cure.
Oltre ai sacrifizi, le persone agiate che ne partivano guarite
lasciavano ricchi doni e voti preziosi al tempio, e generosi
compensi ai sacerdoti. Alle colonne e alle pareti del tempio erano
appese tavolette votive, che ricordassero con iscrizioni e con
figure dipinte le guarigioni ottenute miracolosamente per benefizio
del Dio; in luogo delle tavolette si ponevano talvolta figurine in
creta, in legno, in metallo, che riproducessero in piccolo mani,
braccia, piedi, gambe o altre parti del corpo, a perpetuo ricordo
delle lesioni e malattie guarite. Né a questa specie di medicina
ieratica fon-data sugli incantesimi, sulle suggestioni religiose,
sulla fede cieca in un aiuto soprannaturale, miracoloso ricorrevano
solamente le persone superstiziose; possiamo dire che fosse questa
la medicina dei più. Tuttavia accanto ad essa continuava a
svolgersi, a crescere e progredire anche la vera arte medica o
scienza come noi diciamo. Questa, approfittando anche del ricco
materiale di osservazioni e di fatti raccolto nei tempi di Asclepio
e sceverando in esso ciò che era frutto di sicura esperienza da ciò
che era crassa e ignorante superstizione, riuscì a creare una
disciplina terapeutica razionale e positiva degna veramente del nome
di scienza, e una classe di medici meritevole di ogni considerazione
e fiducia. Ippocrate di Cos (circa il 470 a.C.), che apparteneva
appunto a una famiglia sacerdotale dedicata al culto di Asclepio, fu
il primo che compose trattati teorici di scienza medica, e fu il
fondatore di una scuola che fiorì a lungo e godette, meritatamente,
d'un grandissimo credito in tutta la Grecia.

Medici ve n'erano di pubblici, o come noi diremmo
governativi, e di privati, che prestavano l'opera loro solamente a
singole famiglie, ricche o principesche. La medicina e la chirurgia
erano esercitate dallo stesso medico. Di più egli di solito
preparava da sé e vendeva i propri medicinali; e molti di essi
avevano anche loro proprie case di salute, ove davano consulti e
accoglievano in cura gli ammalati. In queste case v'erano e farmacie
e bagni e tutto quanto occorresse per raggiungere meglio lo scopo
per cui erano state fondate.
Non era punto sconosciuta agli antichi Greci
l'efficacia salutare delle acque termali, salse, solforose,
ferruginose, medicinali in generale. Stabilimenti di bagni e luoghi
ove si bevevano acque curative ve n'erano in parecchie regioni del
paese.
Non mancavano nell'antica Grecia, v'erano anzi
numerosi i ciarlatani di mestiere, i ciurmadori, le fattucchiere, e
simil sorta di gente, che esercitavano abusivamente l'arte medica,
facendo a fidanza con la cieca credulità della moltitudine, e
gettando il discredito sulla scienza vera e seria.
V. Inama, Antichità greche pubbliche, sacre e
private, 3a ed., 1924 - ristampa anastatica autorizzata
dall'editore nel 1976