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L'attività agricola

L'importanza della coltivazione del suolo in Italia fu, ed è ancora oggi, enorme: gli scritti di Catone, Varrone, Virgilio, Columella, Palladio, e le molte feste agricole (Floralia, Vinalia, Fordicidia, Cerealia, Parilia, Robigalia) dimostrano quanta influenza l'agricoltura ebbe sulla formazione della potenza di Roma.

Il clima si prestava, per le sue varietà da regione a regione e per la sua temperatura al più largo sistema di coltivazione. La pianura del Po era favorevole alla semina mentre le pendici delle montagne favorivano i vini e gli oli; la catena dell'Appennino con la sua varia temperatura offriva terreni ottimi per vigneti ed oliveti; le pianure del centro e del meridione ottimi pascoli e campi di frumento.

Le piene dei fiumi erano agevolate da un sistema di argini oggi molto diffuso in India, la malaria nelle terre paludose era combattuta.

Fino al 200 a. C. prevalse la piccola proprietà (Catone chiama ottimo il fondo di 240 iugeri), poiché i possedimenti di oltremare non avevano allora nessuna influenza.

La mancata coltivazione della terra era colpa severamente punita e le 21 tribù rustiche avevano preponderanza notevole sulle 4 tribù della città. Il proprietario sorvegliava direttamente l'agricoltura; egli viveva nella sua villa detta urbana ma accanto a lui era la villa rustica del fattore con le stalle, la tinaia, le tettoie per i carri e per gli strumenti da lavoro, il frantoio, il granaio e diverse stanze per gli schiavi.

Dal 200 in poi la Sicilia e l'Africa gravano nell'agricoltura ed il grano prodotto abbondantemente da quelle regioni determina un forte latifondismo nel continente, cosicché i piccoli proprietari si riducono alla sola coltivazione di vigneti e di oliveti, e all'allevamento del bestiame. Le grandi proprietà sono amministrate dai fattori e sfuggono al controllo dei proprietari i quali non si curano d'altro che della riscossione delle rendite.

Comunque, tanto nel primo che nel secondo periodo, il suolo era grossolanamente classificato a seconda della sua ricchezza e morbidezza. Varrone e Virgilio raccomandano ch'esso sia coltivato a maggese col sistema «a due campi» il primo anno a frumento, il secondo a colture più leggere come la verdura; più tardi invalse anche il sistema a tre campi.

I principali strumenti erano: l'aratrum il quale comprendeva una bure di legno di olmo con sulla parte superiore un timone di otto piedi, e terminante con un giogo. La bure è munita di due orecchie che gettano la terra arata dalle due parti e di due dentali convergenti verso il vomer, una punta di ferro, alla bure è attaccata la stiva che permette all'aratore di guidare l'aratro; il sarculum, una zappa leggera per am-morbidire il terreno; il Ugo o bidens, una zappa pesante per strappar le radici; il rutrum, una vanga con il manico ad angolo retto, con la lama atta a scavare il suolo; il rastrum, uno strumento simile al nostro rastrello; la pala, simile alla nostra vanga; il crates, un graticcio per livellare il terreno; l'irpex, l'erpice.

L'aratura era fatta in tre tempi, la prima nella seconda metà di aprile, la seconda verso il solstizio d'estate, la terza in autunno. La semina avveniva di autunno, ma per le colture meno difficili in primavera; il raccolto lo si faceva dal giugno all'ottobre secondo i distretti; la falciatura la si operava per mezzo della falx stramentaria, un coltello ricurvo a manico corto, o della falx denticulata con lama a sega. La battitura del grano si faceva col tribulum una pala di legno con chiodi che si passava sulle spighe, o anche con la trabia e il plaustellum punicum strumenti dello stesso genere, o finalmente con le perticae.

II vaglio lo si faceva per mezzo del vannus ch'era un largo cesto di vimini nel quale si scuotevano le spighe, oppure con la pala lignea gettando il grano in aria perche il vento portasse via la pagliuola.

Spesso i terreni prossimi alle città erano coltivati a giardino con piante e fiori poiché ne era facile lo smercio. L'allevamento del bestiame, pastio agrestis, era molto sviluppato, così come la pastio villatica cioè l'allevamento dei piccoli animali, come pollame, conigli ecc..

F. H. MARSHALL

   

Varrone, il proprietario terriero

Grande proprietario, a Rieti, a Cassino, a Tuscolo possedeva immense mandrie, che svernavano in Apulia ed evitavano la canicola in Sabina. Piene le sue case di campagna di un personale di servizio, contadini e pastori, agli ordini di un fattore o vilicus, poteva trattare da pari a pari gli altri ricchi agrari come Attilio, Fundanio, Assio, Scio.

La sua era un'economia rurale ad ampio respiro: non lo turbavano le carestie, non le importazioni di grano d'oltremare; la carne dei suoi bovini, dei suoi ovini, dei suoi suini non temeva concorrenza sul mercato romano.

La frequenza delle festività, la necessità di dare sovente cene pubbliche alla plebe per procurare un più largo numero di elettori al candidato, rendeva necessario migliorare anche il tipo di cibo elargito. Non più vinello della penisola, ma buoni, prelibati, alcolici e zuccherini vini greci; non solo carne bovina, ovina o suina, ma tordi, polli, oche e persine pavoni. Era quindi una ricchezza quell'uccelleria piena di uccelli preziosi che finivano sullo spiedo, come i tordi, le beccacce, quei merli e usignoli che andavano ad allietare del loro canto le dorate gabbie delle ville romane, o quei passeri che andavano a posarsi sulle esili dita di Lesbia. E i pesci, prelibati pesci di fiumi, che il vivaio di Cassino alimentava, pesci di acqua limpida dalla finissima carne, contendevano il primato della ghiottoneria alle murene di Lucullo o di Ortensio.

Far rendere le sue tenute era la preoccupazione di Varrone. Per questo bisognava saper tenere a freno la servitù. A cominciare dal fattore per il quale valeva il detto: «quello che i cittadini stimano appena sufficiente, per il fattore è già lauto».

Anche il fattore andava tenuto a freno; non permettendogli di usare il bastone con i servi quando si poteva giungere ai medesimi risultati con i rimproveri; e andava lusingato nel suo amor proprio, premiato di tanto in tanto con manifesti segni di riconoscimento. Questo omaggio, che gli si rendeva, lo innalzava agli occhi e gli dava una palmare prova che il padrone stimava la sua fatica. Trattandolo meglio, lo si incoraggiava nel suo lavoro. Gli si dava un vitto migliore, vesti meno ruvide, di tanto in tanto un certo riposo e persine il permesso di far pascolare sul terreno del padrone un animale di sua proprietà, il suo peculio. Così egli dimenticava qualche ordine piuttosto duro, qualche punizione alquanto severa. Così lo si rendeva più affezionato al padrone e più mansueto.

Ma pur curando le culture pregiate, Varrone non perdeva di vista un'altra fonte di guadagno, la pastorizia. È vero che le riforme agrarie volute dai tribuni della plebe tendevano a diminuire le estensioni dell'agro pubblico, e portavano così una riduzione dei guadagni della pastorizia, ma, in compenso, diminuendo la quantità dei capi di bestiame, se ne migliorava la qualità; si badava alle razze, agli incroci, al nutrimento, all'igiene degli armenti; si toglievano di mezzo gli infecondi muli e si tentava l'allevamento razionale delle migliori razze di cavalli e di asini. Era vanto di Rieti, con i suoi pascoli irrigui, con i frequenti tagli di fieno, di avere la migliore razza di asini della penisola.

Le esperienze fatte sui diversi suoli, dall'Italia all'Iberia e all'Asia, servivano ora per migliorare il rendimento della pastorizia.

F. DELLA CORTE

        

 

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Ultimo aggiornamento:  19-03-07