SULLA DONNA
I TESTI
Lisia (sec.
V/IV a.C.)
<<Considerate anche il comportamento di Antigene
[che non è il marito della donna
accusata di aborto volontario, ma, forse, un
parente del marito che voleva tutelarne i
diritti]: dopo aver
intentato un'accusa contro nostra madre,
pretende di sposare nostra sorella e vuol
sostenere il processo, per non pagare le mille
dracme che deve versare chi non porta avanti la
causa dopo aver presentato l'accusa...>>
(Contro Antigene
per aborto [di dubbia autenticità], fr. 8, tr.
Medda)
Testimonianze
greche al passo controverso
TEONE:
<<...nell'altro discorso [di Lisia] si discute
se l'embrione sia già un uomo e se le donne
debbano essere libere da controllo relativamente
alle questioni di aborto.>>
(Progymn. 2, I
166 W.)
TEONE:
<<...in questi casi bisogna che chi se ne occupa
attribuisca la responsabilità agli esperti,
come fa Lisia nel discorso "Sull'aborto", dove
giudicando un imputato di omicidio, è costretto
a dimostrare che il feto è un essere vivente, e
più volte dice: "Come hanno dichiarato i medici
e le levatrici".>>
(Proleg. "Tòn
stàseon" VII I, 16)
SOPATRO:
<<E questo è un esempio di
questione medica, di cui anche Lisia si è
occupato: se colui che ha indotto una donna ad
abortire ha commesso un omicidio. Bisogna
infatti stabilire, per prima cosa, se il feto
prima di essere partorito fosse vivo: e questo è
compito dei fisici e dei medici.>>
(Ad Hermog. V
3W.)
SOPATRO:
<<Lisia... nel discorso sul feto
abortito, in cui Antigene accusa sua moglie
[indicazione erronea!], che aveva abortito
volontariamente, di omicidio, sostenendo che
aveva abortito e così aveva negato la paternità
del bambino.>>
("Ek diafòron
tina crésima", <<RhM>> LXIV 576, trad. Medda)
o o o
"L'accusa mossa da Antigene,
afferma il Medda,
(che doveva essere un parente del marito della
donna) alla vedova era quella di aver
volontariamente abortito, ledendo in questo modo
i diritti del marito e dei suoi parenti; la
difesa è sostenuta dai figli che la donna aveva
avuto da un precedente matrimonio.
E' del tutto
improbabile che l'aborto potesse essere di per
sè ritenuto punibile in una società che
ammetteva l'infanticidio e l'esposizione dei
neonati: è difficile però capire quali interessi
cercasse di tutelare la causa per aborto.
Infatti, se a
essere lesi fossero stati solo i diritti del
padre, si sarebbe trattato di un fatto privato,
e la controversia avrebbe dovuto avere un'altra
forma; invece proprio il frammento lisiano, che
allude all'eventuale multa di mille dracme nel
caso che l'accusa fosse ritirata, testimonia
che l'aborto poteva essere anche oggetto di un
processo pubblico.
Questo
potrebbe far pensare che esso fosse sentito come
una lesione dell'interesse collettivo; ma
l'Harrison opportunamente osserva che il
processo pubblico può essere interpretato come
una forma di protezione dei diritti di chi non
poteva difendersi attraverso un procedimento (in
questo caso il feto), e allora anche un padre
che avesse costretto la madre all'aborto sarebbe
stato perseguibile.
Esiste anche
la possibilità che la causa servisse soprattutto
in casi come quello trattato da Lisia, per
tutelare cioè gli interessi di erede del
nascituro, la cui scomparsa, in caso di morte
del padre, avrebbe favorito i parenti più
prossimi.
Per di più nel
discorso lisiano si discuteva se l'embrione
potesse essere già considerato un uomo, e
questa discussione potrebbe essere un indizio
del fatto che fossero proprio i suoi diritti ad
essere tutelati."
Ippocrate (metà sec. V / inizio
sec.
IV a.C.)
<<[...] Mi varrò delle
prescrizioni dietetiche secondo il mio potere e
il mio giudizio per giovare agli ammalati, ma in
modo da astenermi da ogni danno e ingiustizia.
Anche se sollecitato, non propinerò a nessuno un
farmaco mortale nè mi farò autore di un simile
consiglio, parimenti non farò manovre sulle
donne allo scopo di procurare l'aborto. [...]>>
(Giuramento dei
medici, trad. Untersteiner Candia)
<<Purgare le
donne incinte, se vi è eccesso di umori, dal
quarto al settimo mese; le altre di meno, perchè
bisogna avere molta cura del feto che abbia meno
di quattro mesi e più di sette mesi.>>
(Aforismi, IV, 1)
<<Una donna
incinta, se salassata, abortisce, specialmente
se il feto è assai grande.>>
(Aforismi, V, 31)
<<Se una donna
incinta ha copiosa defecazione liquida, vi è il
pericolo di un aborto.>>
(Aforismi, V, 34)
<<Se in una donna
incinta il seno diventa all'improvviso piccolo,
essa abortirà.>>
(Aforismi, V, 37)
<<Se una donna è
incinta di due gemelli, e il seno diventa
piccolo, essa perde un bambino: il maschio, se
si rimpicciolisce quello destro, la femmina, se
il sinistro.>>
(Aforismi, V, 38)
<<Donne incinte
che sono sottili contro natura, abortiscono, a
meno che non si siano ingrossate.>>
(Aforismi, V, 44)
<<Nei casi in cui
donne incinte sono colpite da febbre e diventano
eccessivamente sottili, senza cause evidenti,
esse partoriscono con difficoltà e con pericolo,
o vi è il pericolo che abortiscano.>>
(Aforismi, V, 55)
<<Il tenesmo
[spasmo della vescica o del
colon] che interviene
in donna gravida fa abortire.>>
(Aforismi, VII,
27)
Platone (fine sec. V/metà sec.
IV a.C.)
Le levatrici e le
loro mansioni
<<Socrate:
Rifletti bene a ciò che è tutto
il ministero delle levatrici, e ti sarà più
facile d'intendere quel che voglio dire. Tu
saprai, penso, che nessuna donna, mentre è
tuttora in grado di concepire e di generare, fa
da levatrice ad altre, ma quelle soltanto che
non possono più generare. [...] E di ciò
s'attribuisce la causa ad Artemide che,
quantunque vergine, ebbe in sorte di presiedere
ai parti. Peraltro, alle donne sterili la dea
non concesse di fare da levatrici, giacchè la
natura umana è troppo debole per esercitare
un'arte in cose di cui non abbia esperienza; ma
assegnò quest'ufficio a quelle donne che per età
non potessero più generare, onorando così la
somiglianza che esse hanno con lei. [...] Ed è
naturale, anzi necessario, anche questo: che le
levatrici più delle altre donne siano atte a
riconoscere chi sia incinta e chi no? [...] E
sono anche le levatrici quelle che,
somministrando medicinali e recitando formule
magiche, possono, se vogliono, provocare le
doglie e calmarle, e affrettare il parto a
quelle che stentano; e quando paia bene
sopprimere il feto novello, lo sopprimono
[Platone sembra che voglia dire
che la levatrice poteva procurare l'aborto,
quando ciò fosse necessario e non potesse
riuscire pericoloso, cioè appunto quando il feto
non era ancora maturo].
Teeteto:
Così è.
(Teeteto, 149 b-d, trad.
Martini)
Aristotele (sec.
IV a.C.)
Sulla
colpevolezza dell'abortire
<<[...] bisogna
procurare l'aborto prima che nel feto siano
sviluppate la sensibilità e la vita, perchè sono
la sensibilità e la vita a determinare la
colpevolezza e la non colpevolezza dell'atto.>>
(Pol., VII, 1335 B, trad.
Medda)
Cicerone (inizio
sec. II/metà sec. I a.C.)
Due casi di
aborto
<<Ma non
basta: benchè con l'uccisione del fratello egli
superasse in atrocità ogni altro delitto, è da
notare che a questa nefanda scelleratezza egli
arrivò attraverso altri delitti. Mentre infatti
era gravida Auria, la moglie del fratello, ed il
parto pareva già vicino, uccise la moglie col
veleno per sopprimere con lei un eventuale erede
del fratello. Attaccò poi il fratello che,
troppo tardi ormai, già versata la coppa
micidiale, proprio mentre stava gridando che
erano stati uccisi lui e la moglie e che voleva
mutare testamento, fu colto dalla morte.
Oppianico uccise così la moglie per non essere
escluso, per il parto di lei, dall'eredità del
fratello e privò della vita i figli del fratello
prima che essi potessero venire alla luce.
Questo perchè tutto il mondo capisse che nulla
più di sacro poteva esservi a questo mondo per
un uomo innanzi alla cui audacia neppure il
grembo materno aveva potuto proteggere i figli
del fratello.
Io ricordo
che, quando ero in Asia, una donna di Mileto,
essendosi lasciata corrompere per denaro da
eredi di secondo grado ed avendo ad arte
abortito, fu condannata a morte e non senza
ragione, perchè aveva tolto ad un padre la
speranza di veder continuato il proprio nome ed
aveva tolto un sostegno ed un erede alla
famiglia, un cittadino alla repubblica.
Quando non era
Oppianico, nello stesso delitto, più degno di
castigo!
Quella donna,
almeno, facendo violenza a sè stessa, fu di sè
stessa carnefice; Oppianico, invece, recò lo
strazio e la morte ad un corpo altrui. Pare che
gli altri non possano commettere, su d'un sol
corpo, più di un omicidio: Oppianico solo,
finora s'è trovato che sapesse uccidere più
d'uno in un solo corpo.>>
(Pro Cluentio, XI,
trad. Giovannetti)
Plinio il Vecchio
(sec. I d.C.)
Proprietà del
vino
<<Anche il vino può avere
proprietà prodigiose. Si dice che in Arcadia
viene prodotto un vino che rende fertili le
donne e rabbiosi gli uomini; in Acaia, poi,
soprattutto nei dintorni di Cerinia
[nella parte settentrionale del
Peloponneso], si dice che esiste un vino che
provoca l'aborto, anche nel caso che la donna
gravida abbia mangiato l'uva da cui esso si
ricava, per quanto di sapore non diverso
dall'altra uva [la notizia anche in
Teofrasto IX, 18, 11]. Chi beve il vino di
Trezene diventa - si dice - sterile. [...]
L'Egitto produce anche l'"ecbolas" [altro
tipo di uva] che
provoca l'aborto.>>
(Nat. hist. XIV, 22, 116, 118,
trad.
AA.VV.)
Tertulliano (metà sec. II/inizio
sec.
III d.C.)
"Homo est et qui
est futurus!"
<<In quanto a noi, non solo ci è
vietata ogni forma di omicidio, ma ci è proibito
soffocare una vita appena concepita, quando
ancora il sangue l'alimenta nel seno materno per
formarne una creatura umana.
Impedire di
nascere non è altro che un omicidio anticipato,
e non v'è differenza tra il distruggere una vita
già nata o una vita nascente.
E' già uomo
anche chi diverrà uomo, ed anche nel seme è già
tutto il frutto.>>
(Apolog., IX, 8,
trad. Resta Barrile)
La donna greca
non aveva niente da invidiare alle sue nipoti
d'oggigiorno per quel che riguarda la cura della
persona.
Essa faceva il
bagno in casa, aiutata dalle sue schiave, a meno
che non fosse un'etèra o una donna di bassa
condizione, nel qual caso, almeno in età
recenti, frequentava i bagni pubblici; si
profumava con profumi costosi ed esotici e si
"truccava" con molta cura.
I cosmetici,
infatti, conosciuti forse nell'età più antica,
erano usati in epoca classica anche presso le
madri di buona famiglia, che ne facevano un uso
moderato, mentre le etère ne abusavano; finchè
in età ellenistica divennero l'indispensabile
artificio per la bellezza di tutte le donne,
specie di quelle di città.
Il colorito
pallido, conseguenza della vita chiusa e
sedentaria, la prima ruga, la pelle rilassata e
"stanca" erano inconvenienti da correggere o da
nascondere in ogni modo e a qualunque costo.
Così si
ricorreva al belletto bianco della biacca, al
belletto rosso del minio, dell'ancusa o del
fuco, che si spargevano sulle labbra e sulle
guance con un apposito pennello, mentre si
ombreggiavano le ciglia e le sopracciglia con un
leggero velo di tintura nera di antimonio o di
nerofumo.
Se poi la
tinta naturale dei capelli non soddisfaceva o,
peggio ancora, rivelava qualche filo d'argento,
allora si tingeva tutta la capigliatura in
biondo oro o in nero ebano e, quando, purtroppo,
la natura spietata faceva l'ultimo oltraggio, si
ricorreva all'inganno della parrucca.
D'altronde il
desiderio che esse destavano nei loro amanti era
la ragione stessa della loro importanza,
specialmente in città quali Atene e Corinto.
Generalmente
erano belle, e si servivano soprattutto della
loro bellezza per attirare gli uomini.
Non ignoravano
nessuno dei stratagemmi capaci di renderle
ancora più seducenti, stratagemmi che le vecchie
trasmettevano alle più giovani.
Le donne della
buona società non esitavano a ricorrere a simili
stratagemmi per conservare l'interesse dei loro
mariti.
I belletti, i
vestiti provocanti, le tuniche trasparenti di
cui parla la Lisistrata di Aristofane sono tutte
armi che le donne adoperavano per attirare gli
uomini, mariti o amanti, quando volevano sedurli
o trattenerli presso di sè.
Non c'è da
dubitare sul fatto che tra la condizione sociale
della donna, eterna minorenne che passava dalla
tutela del padre a quella del marito, e la sua
condizione reale ci fosse, anche su questo
piano, una certa distanza: si può notare,
infatti, una realtà quotidiana diversa
dall'immagine un pò troppo incolore che una
semplice analisi della vita delle donne basata
sulla loro condizione sociale e giuridica
farebbe supporre.
A Roma
Nei primi
tempi i Romani non ebbero molta cura della loro
persona e le donne raccoglievano semplicemente
le chiome in un soffice nodo sulla nuca o in
lunghe trecce.
Le donne della
Roma repubblicana probabilmente non usavano i
belletti colorati, tanto è vero che il "Cyprus",
utilizzato da parecchi popoli barbari per
colorare in rosa ed in rosso la pelle, non viene
citato da alcun autore latino prima di Celso e
da questo viene adoperato a scopo non cosmetico,
ma come emolliente.
Dalla fine del
III sec. a.C. cominciarono ad emanciparsi fino a
raggiungere le stranezze dell'età imperiale
dinanzi alle quali anche noi moderni rimarremmo
stupiti.
Le povere
schiave dovevano lavorare ore ed ore per
sistemare l'acconciatura della propria padrona,
che si ergeva sulla testa per 40 o 50 cm., in
strati sovrapposti di riccioli, volute,
posticci, o che ricadeva da un nodo centrale in
riccioli fittissimi, ciascuno fissato da uno
spillone.
Diffuso era
poi l'uso delle tinture, ed il colore preferito
era il biondo-rosso, che si otteneva cospargendo
la chioma di sego di capra misto a cenere di
faggio!
Non parliamo
poi dei cosmetici e di come le donne romane
fossero capaci di impiastricciarsi il viso!
Le labbra
erano tinte di rosso con polvere di ocra; il
volto e le braccia erano imbiancati con gesso e
biacca, le ciglia ed il contorno degli occhi
erano anneriti con fuliggine, ed i denti
lucidati con polvere di corno!
Svariatissime
erano le creme di bellezza, conservate in
cofanetti od in cilindri.
Alcune, a base
di miele, di cera di api, di latte cagliato, di
olio ed altri unguenti sono assai simili a
quelle dei giorni nostri; altre, invece, erano
miscugli così schifosi che solo il proverbiale
coraggio femminile per conservare, o creare la
bellezza, poteva tollerare.
Inoltre le
romane si depilavano accuratamente; si
cospargevano di escrementi secchi di uccelli per
depurare la pelle da macchie o foruncoli, e,
come fondotinta, oltre alla biacca, quando si
volevano nascondere inconvenienti maggiori,
niente era più indicato di un abbondante strato
di creta!
Curavano,
quindi, molto la pulizia della cute, soprattutto
di quella del viso.
Per detergere
la pelle e liberarne i pori dalle impurità,
Dioscoride adoperava estratti di "galle",
escrescenze sferoidali delle foglie che hanno
subìto la puntura di certi insetti.
Molto diffuso
in questo campo fu l'"Hellenium", una
pianta i cui estratti erano ritenuti
efficacissimi nella cura della pelle.
La differenza
tra la cosmesi orientale (Egizi, Micenei, Siri)
e quella romana è che quest'ultima, nonostante
quanto detto sopra, era più rudimentale e spesso
nociva alla salute, mentre l'altra, avendo come
base essenze vegetali, poteva veramente
raggiungere buoni risultati terapeutici.
APPENDICE: La
farmacia cosmetica romana
I medici
romani conoscevano bene pressochè tutte le
malattie della pelle ed avevano una medicina ed
una farmacia dermatologiche. Essi eseguivano
perfettamente la terapia di parecchie di queste
malattie; anche le malattie cutanee venivano
prese in degna considerazione. Così le verruche
erano curate anche applicando alla loro
superficie sostanze caustiche o corrosive, come
i fichi acerbi cotti nell'acqua o la feccia del
vino. Sugli esantemi prodotti dal sudore, sulle
scottature dovute a prolungata esposizione ai
raggi solari, sulle lesioni cutanee prodotte dal
freddo, sulle pustole dei bambini, si
applicavano le lenticchie, prima bollite, poi
impastate con il miele. Contro la vitiligine vi
erano molte preparazioni: quella composta da
Imeneo era a base di foglie secche di fico.
Circa l'acne Celso avverte: <<E' quasi
puerile impegnarsi nella cura dell'acne, delle
lentiggini e delle efelidi, ma è senz'altro
impossibile privare le donne della cura
nell'ornarsi>>. Contro l'acne giovanile si
adoperava una pomata composta in parti uguali da
resina e da allume, con l'aggiunta di una
piccola quantità di miele. Per le lentiggini
occorreva applicare una pasta a base di galbano
e di "nitrum" triturati assieme
nell'aceto. Abbiamo anche la descrizione della
prima maschera di bellezza che la storia
ricordi.
La sua
composizione, elaborata da un medico di nome
Trifone, era a base di argilla azzurra, di
mandorle amare, di farina d'orzo e di molti
altri vegetali più rari polverizzati. Il tutto
veniva amalgamato mediante il miele e l'impasto
si applicava alla sera, in uno strato sottile ed
uniforme; al mattino seguente si detergeva il
viso.
Vi erano anche
detergenti speciali per i denti: i migliori
erano a base di corallo finemente macinato
stemperato nell'acqua solo qualche istante prima
di adoperarli.
I TESTI
Esiodo (sec.
VIII/VII a.C.)
Nelle "Opere e i
Giorni" tra i saggi consigli al fratello Perse
anche...
<<E non far che una
donna dal sedere azzimato ti faccia perdere la
testa,
sussurrando parole
allettatrici, mentre mira alla tua dispensa;
chi presta fiducia a
una donna, presta fiducia ai pirati.>>
<<Cerca di avere
anzitutto una casa, una donna ed un bue per arare,
una donna comperata,
non sposata, che all'occorrenza possa star dietro ai
buoi,
e prepara in casa
tutte le cose adatte,
affinchè non abbia a
chiederle a un altro, [...]>>
<<la fanciulla se ne
sta dentro casa accanto alla diletta madre,
non ancora esperta
delle opere di Afrodite splendida d'oro;
ella dopo avere ben
lavato il tenero corpo ed asperso di olio
in gran copia va a
riposarsi entro casa nella parte più interna,
durante la giornata
invernale, [...]>>
...e ancora, ai vv.
695/705...
<<Conduci a casa tua
una moglie, quando avrai l'età giusta,
non molto al di sotto
dei trent'anni,
nè molto al di sopra;
questo è il tempo opportuno per le nozze;
e la donna abbia
raggiunto la pubertà da quattro anni, e si mariti
nel quinto.
Sposa una vergine,
perchè tu possa insegnarle onesti costumi;
sposa soprattutto
quella che abita vicino a casa tua,
dopo esserti guardato
bene intorno, per non sposarti, ludibrio ai vicini.
Difatti nessuna cosa
può l'uomo acquistare migliore
di una sposa onesta,
come non c'è niente di più triste d'una moglie
cattiva,
piena d'ingordigia,
la quale brucia senza bisogno di torcia il povero
marito,
per quanto gagliardo,
e lo vota ad una crudele vecchiaia.>>
(trad. A. Colonna)
Aristofane (sec. V/IV
a.C.)
Povere donne!
<<Calonica:
Ciao, Lisistrata.
Come sei stravolta: via quella faccia, creatura mia!
A ponte fino le sopracciglia: no!
Lisistrata:
Dentro mi brucia,
Calonica: mi avveleno per noi altre donne, gli
uomini ci credono delinquenti nate...
Calonica:
Hanno ragione,
perdio!
Lisistrata:
L'appuntamento era
qui, dovevamo decidere un affare importante: loro se
la dormono, non viene nessuna.
Calonica:
Verranno, cara:
uscire di casa, è un'impresa per le donne. Noi
altre, chi deve sbattersi per il marito, chi
svegliare lo schiavo, chi mettere a letto il
bambino, chi lavarlo, dargli la pappa...>>
(Lisistrata,
vv. 3/15; trad. Marzullo)
Un attestato di
superiorità
<<Prassagora:
Sono fatte meglio di
noi, ve lo posso dimostrare. Primo: bagnano la lana
nell'acqua calda come gli antichi, nessuna esclusa.
[...] Loro però sedute in cucina, come una volta.
Portano roba sulla testa, come una volta. Fanno le
Tesmoforie, come una volta. Infornano torte, come
una volta. Consumano i mariti, come una volta.
Tengono amanti in casa, come una volta. Si fanno
manicaretti di nascosto, come una volta. Gli piace
il vino forte, come una volta. [...] Amici,
affidiamo a loro la Città, senza troppe
chiacchiere.>>
(Ecclesiazuse,
vv. 879/888; trad. Marzullo)
Screzi
<<1^ vecchia:
Perchè gli uomini non
arrivano? E' passato il momento! E io qua impalata,
con la faccia incipriata, vestita a festa: senza
niente. Canticchio fra me una lagna: faccio la scema
per acchiapparne uno, quando passa.
Ragazza:
Ah, ti sei affacciata
prima di me, mummia! Credevi di attirare la gente
con le canzoni! Se fai così, canto pure io.>>
(Ecclesiazuse,
vv. 908/915; trad. Marzullo)
Eubulo (in Ateneo,
XIII, 557 f)
Che spettacolo!!!
<<Per Zeus, non sono
impiastricciate di biacca nè come voi hanno le
guance spalmate di succo di more. E, qualora usciate
d'estate, due rivoli d'inchiostro scorrono dai
vostri occhi e il sudore grondante dalle guance
traccia sulla gola un solco vermiglio, i capelli
trascinati sul viso sembrano canuti, sono intrisi di
biacca.>>
(Venditrici di
corone, fr. 98 K.; trad. Renna)
Lisia (sec.
V/IV a.C.)
La prova del
tradimento
<< ...mi misi a dormire di gusto,
come fa chi torna dal lavoro in campagna. Sul far
del giorno tornò lei e aprì la porta
[le camere delle donne si trovavano
su un altro piano]. Siccome le chiedevo come mai
durante la notte avevano cigolato le porte, mi
rispose che si era spento il lume che stava accanto
al bambino, e allora lo aveva fatto riaccendere dai
vicini. Io rimasi zitto, pensando che le cose
stessero davvero così. Eppure, giudici, avevo avuto
l'impressione che avesse il viso truccato, sebbene
fosse trascorso meno di un mese dalla morte di suo
fratello [il lutto stretto era di trenta
giorni].>>
(Per l'uccisione
di Eratostene, pr. 14; trad. Medda)
Senofonte (sec.
V/IV a.C.)
Meglio al naturale!
<< Allora Iscomaco
disse: - Una volta, Socrate, la vidi che si era
spalmata con molta crema, per sembrare più bianca di
quanto non fosse, e di molto belletto, per sembrare
più rosea della realtà, e che indossava scarpe alte
per sembrare più alta del naturale. [...] "Credi
pure, moglie - Iscomaco riferì di averle detto - che
io non preferisco il colore della biacca e della
cipria rosa al tuo, ma, come gli dei hanno fatto sì
che per i cavalli la cosa più piacevole fossero i
cavalli, per i buoi i buoi, e per le pecore, le
pecore, così anche gli esseri umani ritengono che la
cosa più piacevole sia il corpo umano senza trucco.
Questi trucchi potrebbero ingannare in qualche modo
gli estranei, ma, per chi sta sempre insieme, è
necessario che la cosa venga alla luce, se cercano
di ingannarsi a vicenda: o sono scoperti quando si
alzano dal letto e prima che si siano truccati, o
sono sbugiardati dal sudore, o denunciati dalle
lacrime, oppure la verità viene rivelata quando
fanno il bagno.>>
(Economico,
10, 2; 7-8; trad. AA.VV.)
Il desiderio di
piacere
<<E l'aspetto di una
padrona quando lo si paragona con quello di
un'ancella, dato che lei è più semplice e
decorosamente vestita, risulta molto attraente,
soprattutto quando si aggiunge il desiderio di
piacere, invece dell'essere costrette ad
accontentare l'uomo. Invece quelle che stanno sempre
sedute dandosi delle arie si espongono ad essere
giudicate artificiose e ingannatrici.>>
(Economico,
10, 12-13; trad. AA.VV.)
Eschine (sec. IV
a.C.)
Una severa punizione
voluta da Solone per le adultere
<<Solone, il più
illustre dei legislatori, ha trattato, con
l'austerità propria dei suoi tempi, dell'onesto
comportamento delle donne. E così egli vieta ogni
forma di abbellimento esteriore in una donna che sia
stata sorpresa in flagrante adulterio, le ordina di
astenersi dal partecipare a funzioni pubbliche, a
che, frequentando donne oneste, non abbia a
corromperne il comportamento. Se, a discapito di
questa difesa, ella continui a prender parte a dette
cerimonie o si ostini ad agghirlandarsi, egli ordina
al primo in cui si imbatterà di strapparle i
vestiti, di far scomparire ogni traccia di
abbellimento e di darle dei "ceffoni", evitando,
tuttavia, di causarne la morte o di "stroppiarla".
Quel legislatore in tal modo colpisce con una pena
vergognosa questo tipo di donne e prepara loro un
modo di vivere per nulla sopportabile.>>
(Contro Timarco,
pr. 183; trad. Martin)
Plauto (metà sec. III a.C./fine sec.
II a.C.)
Ipocrisie o...
confidenze?
<<Baciucchiella:
Dammi subito lo
specchio e la cassetta coi monili, Barcaccia; voglio
acconciarmi per quando arriverà Fiordamore, l'amore
mio.
Barcaccia:
Lo specchio serve
alla donna che non si fida di sè e della sua età: ma
che bisogno hai di specchio tu, che sei lo specchio
più bello per lo specchio? [...]
Baciucchiella:
I capelli - guarda! -
stanno bene a posto?
Barcaccia:
Se sei a posto tu,
puoi star sicura che lo sono anche i capelli. [...]
Baciucchiella:
Dammi il belletto.
Barcaccia:
E che ne hai bisogno?
Baciucchiella:
Ma mi debbo spalmare
le guance.
Barcaccia:
E che vorresti
imbiancare l'avorio con l'inchiostro? [...]
Baciucchiella:
Ma su, ora dammi il
rossetto.
Barcaccia:
Non te lo do, sei già
bella abbastanza. Vuoi impiastricciare quel
capolavoro di faccia ridipingendolo? La tua non è
l'età da ricorrere alle tinture e alle creme, alla
cipria e a qualsiasi altro impiastro.
Baciucchiella:
Ora reggimi lo
specchio. [...]
Baciucchiella:
E non credi che debba
passarmi sopra un pò di pomata?
Barcaccia:
Ma neanche per idea!
Baciucchiella:
E perchè?
Barcaccia:
Perchè la donna odora
bene quando non ha odore addosso. Non vedi le
vecchiacce, che si ungono e credono di rimettersi a
nuovo, slabbrate e sdentate come sono, che le
magagne credono di ricoprirsele col belletto, quando
l'unguento e il sudore hanno fatto tutta una
poltiglia allora fanno lo stesso odore di quando il
cuoco fa un ragù alla cacciatora! Non riesci a
capire di che cavolo odorino, sai solo che è una
puzza.
(Mostellaria,
vv. 248/279 scelti; trad. Paratore)
Properzio (sec. I
a.C.)
Amore non ama
artifici
<<A che giova, vita
mia, recare adorne le chiome
e muovere le pieghe
sottili di una veste coa?
Perchè ti cospargi i
crini di mirra orontea
e ti vendi per doni
forestieri
e sprechi la grazia
naturale con ornamenti comprati,
non consentendo alle
tue membra di splendere dei pregi propri?
Prestami ascolto, non
c'è bisogno di alcun abbellimento per la tua figura:
Amore nudo non ama
artifici esteriori.>>
(I, 2; 1-8;
trad. Sbordone)
Ovidio (metà sec. I
a.C./inizio sec. I d.C.)
I cosmetici per il
viso: ricette
<<Priva della
pellicola e delle reste l'orzo
che i coloni di Libia
su navi ci hanno inviato.
Un'uguale quantità di
lenticchie sia amalgamata con dieci uova,
ma l'orzo mondato raggiunga il peso
di due libbre
[gr. 657,36].
Quando questa
poltiglia esposta ai soffi del vento si sarà
essiccata
falla macinare con la
ruvida mola da un'asina lenta.
E quelle prime corna
che cadranno ad un cervo longevo
tritura assieme ad essa (mettine la
sesta parte di una libbra
[cioè gr. 54,78]),
e quando poi tutti
gli ingredienti si saranno mescolati
alla polvere farinosa
subito vaglia il
tutto con un setaccio molto fitto.
Aggiungi dodici bulbi
di narciso senza tunica
che la mano decisa
dovrà pestare sul liscio marmo
e, poi, pesta insieme un sestante
[gr. 54,78]
di questa sostanza
gommosa col seme etrusco
[la spelta];
a questo punto si
aggiunga nove volte tanto di miele.
Ogni donna che
tratterà il volto con tale cosmetico
risplenderà più
liscia dello specchio suo.
E tu non esitare,
poi, a torrefare i giallastri lupini
e contemporaneamente
tosta i semi di guado selvatico.
I due componenti, con ugual dosaggio,
pesino sei libbre
[kg. 1,972]
e fà macinare
entrambi da mola di pietra scura.
Non ti manchi la
biacca nè la spuma del salnitro rosso
nè il giaggiolo che
viene dalla terra d'Illiria.
Fà impastare il tutto
da braccia vigorose di giovani,
ma il peso giusto di questa poltiglia
dovrà essere un'oncia
[gr. 27,39].
Dovrai aggiungere poi
la sostanza medica che si prende dal nido dei
queruli uccelli
[i gabbiani]:
toglie le macchie dal
viso: la chiamano alcionèa.
Se mi chiedi quale
peso ritenga giusto per essa,
bene: quella di un'oncia divisa in
due parti
[gr. 13,69].
Perchè tutta la
sostanza si rapprenda e possa essere facilmente
spalmata sulla pelle
aggiungi miele
dell'Attica tratto da favi biondi.>>
(Medicamina faciei,
vv. 51-82; trad. Galli)
Le malizie per
conquistare un uomo
<<Già compilai per voi, donne, un
libretto
[il "Medicamina faciei"]
ricco d'ogni
consiglio alla bellezza;
è un piccolo
libretto, ma prezioso.
Rivolgetevi a lui che
vi ristori
dallo sfacelo delle
vostre forme:
sempre per voi è
pronta l'arte mia.
Ma che l'amante non
vi colga mai
con i vasetti delle
vostre creme!
L'arte che vi fa
belle sia segreta.
Chi non vi
schiferebbe nel vedervi
la feccia
[del vino]
sparsa sopra tutto il viso,
quando vi scorre e
sgocciola pesante?
E che fetore
l'esipo
[sudiciume attaccato alla lana di
pecora non lavata, usato anche contro il mal di
testa e l'epilessia] emana,
sozza spremitura
del vello immondo
d'un caprone, fetida
anche se vien da
Atene. E non vi approvo
quando applicate in
pubblico misture
di midollo di cerva,
o vi sfregate
davanti a tutti i
denti. Queste cure
fan belle, ma son
brutte a vedersi.>>
(Ars amatoria,
III, vv. 205-217; trad. Barelli)
Marziale (sec. I
d.C.)
Un severo consiglio a
Massimina
<<Ridi, fanciulla, se
sei saggia, ridi>>
disse - credo - il poeta di Sulmona
[Ovidio]
ma non lo disse a
tutte le fanciulle.
Poniamo pure ch'egli
l'abbia detto
a tutte le fanciulle,
non lo disse per te:
tu non sei più
fanciulla, o Massimina,
e non hai che tre
denti,
che ci mostrano il
nero della pece
o quel del bosso.
Ora, se credi a me ed
allo specchio,
il riso devi tu
temere [...]
quanto Fabulla
imbellettata
teme i rovesci della
pioggia,
quanto Sabella,
bianca di cerussa,
teme i raggi del
sole. [...]
(Epigr., II, 41;
trad. Carbonetto)
Petronio (sec. I
d.C.)
Una bellezza perfetta
<<Qualunque cosa io
dicessi, sarebbe troppo poco col confronto. I
capelli, rialzati sulla fronte piccola e pura, le
scendevan per le spalle, naturalmente ondulati; i
sopraccigli, quasi congiunti sugli occhi, le si
piegavano in arco fin sulla linea del volto; le
pupille brillavan più chiare di stelle in notte
senza la luna; il naso era un pochino ricurvo, e la
bocca adorabile, come Prassitele immaginò che
l'avesse Diana. Il mento, il collo, la mano, il
candore del piede che traspariva fra i sottili
legaccioli d'oro, oscuravano il marmo di Paro.
Allora, per la prima volta, ebbi a disprezzar Dori,
che pur amavo da un pezzo.>>
(Satyricon, 126;
trad. Cesareo/Terzaghi)
Plutarco (sec. I/II
d.C.)
Un espediente
<<La cosa più
incredibile di tutto fu che riuscì a nascondere la
gravidanza, pur facendo il bagno con le sue
compagne. Infatti, il prodotto con cui le donne si
spalmano i capelli e li rendono dorati o rossi
contiene un unguento che rilassa le carni e fa
ingrassare, così da produrre una sorta di
dilatazione e gonfiore; Empona usò questo unguento
con abbondanza su tutte le altre parti del corpo e
nascose la grossezza del ventre.>>
(Sull'amore, 25;
trad. Gigliozzi)
Luciano (sec. II
d.C.)
Una laboriosa
preparazione
<<...esse [sono
fornite] di bacinelle d'argento, brocche, specchi e,
come in una farmacia, di una moltitudine di
boccette, e vasetti pieni zeppi di porcheria, nei
quali sono tenute pronte sostanze capaci di ripulire
i denti o studiate per annerire le palpebre. Il più
del tempo è consumato dalla pettinatura dei capelli:
alcune, mediante preparati capaci di fare che le
loro trecce mandino al sole di mezzogiorno riflessi
rosseggianti, le tingono, come colorassero delle
lane, con fiori fulvi, condannando la propria
natura; quante invece si accontentano della chioma
nera consumano in questa la ricchezza dei mariti
esalando dai loro capelli i profumi, si può dire, di
tutta l'Arabia, ne avvolgono a forza in riccioli su
strumenti di ferro scaldati a fiamma lenta la
naturale crespatura, e la capigliatura, quand'è
minuziosamente curata e fatta scendere fino ai
sopraccigli, lascia in mezzo poco spazio alla
fronte, mentre i ricci posteriori ondeggiano
pomposamente fin sul dorso. Dopo di ciò ci sono i
calzari a più colori, che stringono i piedi entrando
nella carne e la veste dal tessuto velato, che è
veste in apparenza, perchè sembrino non essere nude.
[...] Quando poi l'intero corpo è stato stregato
dalla bellezza ingannevole di una falsa avvenenza,
arrossano le guance svergognate con belletti che vi
spalmano sopra, affinchè il colore purpureo tinga la
loro pelle bianchissima e grassa. Ebbene, qual è la
loro vita dopo tanta preparazione?
(Amor., 39-41;
trad. AA.VV.)
Giovenale (sec.
II d.C.)
Si truccano i
pervertiti...
<<A poco a poco ti accoglieranno tra
loro quelli che in casa portan nastri attorno alla
fronte, gran collane al collo e placano la dea Bona
[dea della castità]
con pancetta di tenero porco e grandi crateri di
vino. Ma con rito perverso, ogni donna è respinta
lontano, non può entrare: soltanto ai maschi s'apre
l'altare della dea. - Via di qui, o profane! - si
grida, - nessuna flautista può far gemere qui il suo
flauto!
Orge come queste le celebravano un
tempo i Bapti
[seguaci del culto orgiastico della
dea Cotitto], al lume
segreto d'una torcia, capaci di disgustare persino
la cecropia Cotitto. Eccone uno che con ago ricurvo
s'allunga le sopracciglia tingendole con fuliggine
inumidita e battendo le palpebre si dipinge gli
occhi levati al cielo. E un altro che beve da un
priapo di vetro, con le chiome rigonfie sotto una
reticella d'oro, vestito d'azzurri quadretti o di
raso giallino: solo in nome di Giunone giura il suo
servo. E quell'altro ancora che tiene in mano uno
specchio, [...]>>
(Satire, II, 83-99;
trad. Barelli)
Svetonio (sec. I/II
d.C.)
...ma anche gli
imperatori!
<<[Ottone] aveva
delle civetterie quasi femminili giacchè si faceva
depilare e, avendo i capelli radi, portava una
parrucca così ben fatta e perfettamente sistemata
che nessuno se ne accorgeva; inoltre si radeva tutti
i giorni e poi si applicava sul viso la mollica di
pane bagnata, abitudine che aveva preso fin da
quando gli era spuntata la prima barba, allo scopo
di non averne mai.>>
(Ottone, 12;
trad. Noseda)
Tertulliano (sec.
I/II d.C.)
Cambiano i tempi!
<<Puoi vedere - cosa che Cecina
Severo
[Tacito, in Ann. II 33, ne segnala la
severità con il "sesso debole"]
bollò severamente davanti al senato - matrone che se
ne vanno in pubblico senza stola. Ma basti dire che
per decreto dell'àugure Lentulo colei che così si
spogliava della sua dignità veniva punita come per
adulterio, poichè alcune avevano a bella posta
smesso di indossare, come impedimento all'esercizio
della seduzione, proprio quelle vesti che sono
indizio e difesa della dignità. Ma ora facendo da
ruffiane a se stesse, per essere avvicinate più
agevolmente, hanno rinunziato alla stola e alla
camicia, alla benda e alla cuffia, e perfino alle
stesse lettighe e alle portantine, dalle quali anche
in pubblico erano protette come nel segreto della
casa. Ma uno spegne i propri lumi, un altro accende
quelli che non sono suoi. Guarda le bagasce, merce
di pubblici mestieri, e le stesse tribadi, e se
preferisci distogliere gli occhi da tali esseri
vergognosi che han fatto scempio in pubblico della
castità, guarda almeno di traverso, e a questo punto
vedrai le matrone.>>
(De pallio, IV, 9;
trad. Costanza)
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