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I moltissimi non privilegiati, i quali non
possedevano mezzi propri, dovevano, se non avevano i mezzi,
rivolgersi ad imprese private e noleggiare qualche carrozzino a due
o a quattro ruote, ed affrontare così le strade imperiali che, non
essendo mai più larghe di cinque metri scarsi, erano spesso ingombre
a causa dei difficili scambi.
I meno fortunati erano costretti a servirsi delle
loro gambe e di quelle di un mulo o di un cavallo, che portasse il
loro bagaglio. E, sopravvenendo la notte, non avevano altra risorsa
che rifugiarsi in una taverna, spesso poco confortevole e malsicura,
salvo quelle delle località frequentate per motivi di cura o di
culto. Certamente i prezzi in questi ostelli modesti non erano molto
elevati. Un rilievo di Isernia riproduce un umile viaggiatore che,
tenendo il suo mulo a cavezza, sta facendo i conti con l'ostessa.
Sopra la scena sono scolpite le cifre: un sestario di vino era
gratuito: un asse (un centesimo di oggi) per il pane: due assi per
il companatico: due per il fieno...
Il tema delle avventure di viaggio si presterebbe
ad un divertente discorso, soprattutto se si prendesse in esame il
traffico marittimo, per il quale la maggior parte dei viaggiatori
doveva servirsi di navi appartenenti ad armatori singoli o associati
che esercitavano trasporti di merci, ma si prestavano ad accogliere
qualche passeggero diretto ai porti ai quali facevano scalo. Per
valutare l'estensione di questo commercio marittimo durante l'Impero
basterà ricordare un aneddoto. Sotto il regno di Claudio si vide
giungere a Roma un'ambasciata proveniente dall'isola di Taprobane (Ceylon)
guidata da un liberto di Annio Piccano, appaltatore delle dogane del
mar Rosso. Questo liberto, durante una navigazione lungo le coste
meridionali dell'Arabia, era stato sbattuto da una tempesta su
quella di Ceylon: e il sovrano dell'isola era stato sorpreso dal
fatto che il denaro trovato sui naufraghi era costituito da monete
d'argento (denarii) che, pur recando coni diversi, erano
tutte dello stesso peso. Il fatto era apparso tanto meraviglioso,
che il re si decise ad inviare un'ambasceria a Roma, perché vi
studiasse l'organizzazione di uno Stato che aveva saputo compiere
tale prodigio.
Del resto, le tracce dell'ardimento dei
navigatori romani, ai quali erano aperti tre continenti, si trovano
dappertutto, dalle regioni nordiche, come la Norvegia e la Svezia,
fino al mar Nero e a quello di Azov, dai Paesi euroasiatici a quelli
africani e lungo le coste dell'Atlantico. Essi non erano certamente
meno audaci dei loro successori delle nostre Repubbliche marinare:
un Flavio Zeusi aveva compiuto 72 volte la traversata dall'Asia
minore all'Italia; un commerciante, ricordato da Grazio, affrontava
tre o quattro volte l'anno il tragitto da Cadice a Roma e ritorno.
P. DE FRANCISCI

L’ Itinerarium
L’Itinerarium che si vendeva a quei tempi
indicava la distanza tra città e città e i luoghi di sosta, oltre a
segnare i fiumi, i relativi ponti, le montagne ed anche i valichi.
Una volta in possesso di una mappa del genere, il viaggiatore era in
grado di calcolare tutto il tempo che gli sarebbe occorso per
portare a termine il viaggio. Probabilmente vi erano anche
indicazioni su dove trovare del buon vino oppure un piatto di
tartufi, ossia il luogo dove poteva sorgere, lungo il percorso, una
buona taverna.
L'Itinerarium più noto, che si trova a
Vienna, la Tavola Peutingeriana, si pensa sia una copia dell'XI
secolo da un originale forse del III secolo. È una mappa
raffigurante tutte le strade militari romane dalla Britannia
all'Eufrate, dal Reno all'Africa, comprese l'India e le tre Arabie.
I fiumi, le montagne, i laghi ed i mari vi sono riprodotti in sei
colori; contiene molti simboli diversi per gli edifici come, ad
esempio, il magazzino, chiamato horreum, oppure la taberna,
o taverna, dove naturalmente i viaggiatori potevano riposare,
mangiare e bere. Vi sono indicate anche le cisterne dove è
conservata l'acqua, con la parola aquae: per essere sicuro
che fosse possibile riconoscere la presenza del prezioso elemento,
l'artista vi aveva riprodotto un grande edificio, nel quale si
vedeva una cisterna di colore blu. I fari sono riprodotti così
evidentemente, e cioè con torri fiammeggianti nella loro parte
superiore ed emananti colonne di fumo, che nessuno si sarebbe potuto
sbagliare nell'interpretazione.
V. VON HAGEN



Alberghi, albergatori e... viaggiatori
Gli antichi ignoravano l'industria dei grandi
alberghi, che è veramente una conquista moderna. Chi non aveva
ospiti presso i quali passar la notte, doveva rassegnarsi a prender
posto in una delle tante cauponae che sorgevano lungo le vie
di comunicazione o nelle grandi città; locali, come ci è rivelato da
Pompei, angusti, disadorni, frequentati da carrettieri, da ubriachi,
da facili donne, con letti che dobbiamo pensare pieni di ogni ben di
Dio. Dell'educazione di coloro che frequentavano gli alberghi si
avrà un'idea se si saprà che i muri delle cauponae erano
tutti sgraffiati dai frequentatori che vi incidevano scempiaggini e
sconcezze; questa brutta abitudine, se più tardi si è rivolta
utilissima sotto tanti aspetti ai nostri studi, non depone
favorevolmente sulla levatura mentale di chi ha scritto quei
capolavori. L'albergatore è passato nella tradizione come il tipo
del perfetto furfante: perfidus hic caupo, dice Orazio;
cauponibus... malignis; e il diritto romano nei riguardi degli
osti è rigorosamente severo. Tutto ciò non rendeva piacevole il
viaggiare; tuttavia si viaggiava senza l'ombra di preoccupazione. Un
popolo che ha paura di muoversi non sarà mai un popolo imperiale.
Abito da viaggio, di chi viaggiava con un incarico ufficiale che lo
costringesse ad indossare la toga, era la tunica sulla quale si
poneva un mantello con un cappuccio (paenula); nel caldo
dell'estate si portava un cappello a larghe tese. La tunica era
adattata in modo che impicciasse i movimenti il meno possibile; cioè
ben stretta alla cintura e rialzata sino al ginocchio; dalla cintura
pendeva la borsa (marsupium), la valigia di allora. I più
viaggiavano su di una bestia da soma che portava il viaggiatore e il
suo bagaglio. I viaggi a piedi erano eccezionali, anche più che fra
i Greci. A nessuno era ancora venuta la bella idea di far per
divertimento lunghe esercitazioni podistiche, come si fa ora,
camminando giorni e mesi sotto l'acqua e sotto il sole con un gran
sacco sulle spalle; fra i Romani un globe-trotter sarebbe
passato per uno scemo. Chi voleva viaggiare con comodità,
specialmente se era accompagnato da donne, si faceva portare con un
veicolo.
U.E. PAOLI

Il modo di viaggiare sulle strade romane
dipendeva dal denaro che si aveva nella propria scarsella, oppure
dalle conoscenze più o meno buone. Molti Romani, che erano ben
imparentati, avevano amici dovunque e viaggiavano quindi da luogo a
luogo con le stesse comodità di cui avrebbero usufruito se fossero
rimasti nelle loro ville.
Per i meno favoriti vi erano le mansiones,
disposte ad intervalli di circa venti miglia. Sembra che esse
fossero costruite dalle comunità di zona e mantenute col pagamento
delle tasse locali. Per legge, i tenutari delle case di ristoro
dovevano preparare le camere per i viaggiatori ed avere sempre cibo
a portata di mano. Erano impiegati controllati dallo Stato.
Accanto alle mansiones sorgevano locande
chiamate tabernae. Queste, tuttavia, non sempre erano, almeno
secondo ciò che ne diceva la gente, i posti migliori per ristorarsi,
tenute e frequentate com'erano da elementi di infimo rango, talvolta
soldati che avevano servito anni ed anni nell'esercito. Vi erano
muli e cavalli nelle scuderie, cibo, vino ed idromele. Vi si poteva
incontrare ogni sorta di gente, contadini della zona, vecchi
soldati, corrieri postali, conducenti di grossi carri cigolanti,
mulattieri e viaggiatori, e si può ben immaginare che genere di
luoghi fossero. Ad una estremità della sala vi era un caminetto con
sul fuoco una caldaia di minestra oppure di stufato; oppure vi si
stava cuocendo del pane, mentre ragazze andavano in giro servendo il
vino e gli avventori sedevano ai loro posti intenti a discorsi
piuttosto volgari.
Ma non tutte le tabernae erano del tipo
appena descritto. Alcune erano famose come quella detta "Le Tre
Taverne", ad esempio, sulla Via Appia, rinomata per il pane ed il
formaggio che vi si poteva mangiare, e dove soggiornò Paolo di Tarso
nel suo viaggio verso Roma. Sempre sulla Via Appia, poi, ma un po'
più lontano, ve ne era un'altra ancora più famosa, la Taberna
Caedicia, così chiamata dal nome del suo proprietario. Vi si
fermarono Orazio e molti altri.
L'importanza di questi posti di ristoro era
dovuta al fatto che essi erano di somma utilità per coloro che
dovevano percorrere lunghe distanze e davano quindi loro la
possibilità di fermarsi per riposare, rendendo il viaggio meno
faticoso. Un fatto ancora più importante era quello che intorno alle
taverne sorgevano degli agglomerati conosciuti come cabanae.
I proprietari vi facevano venire i venditori di vino, i carradori
per riparare i carri, i fabbri ed i veterinari. Vi era poi un mulino
per macinare il grano. Erano anche frequentati dai rivenditori di
bottini di guerra. Molto presto, poi, le cabanae divennero
villaggi ed i villaggi città.
V. VON HAGEN

Per quanto si riferisce ai locali veri e propri,
mete costanti, specialmente per il popolo minuto, erano quelle che
possiamo riassumere sotto l'unico termine generico di «taverne».
Anche se la moltitudine dei clienti e la concorrenza avevano portato
a una certa differenziazione nel tipo dei locali, riflessa
dall'abbondanza dei nomi usati allora per indicarli (caupona,
deversorium, popina, thermopolium, ecc.). Tale differenziazione
porterebbe a distinguere, grosso modo, due grandi categorie: quella
dei locali destinati alla vendita, o, meglio, al servizio dei cibi
(una sorta di «trattorie») e quella dei locali che si limitavano
alla vendita o alla mescita del vino e di altre bevande (ossia delle
«osterie»). Comunque, il nome di taberna serviva spesso a
denominare questi locali tutti insieme. Aperti giorno e notte
e frequentati da gente che in essi poteva trovare a poco prezzo da
mangiare e da bere, da discutere e da giocare, da passare il tempo
in tanti modi, ce n'era, a Roma, una incredibile quantità. La loro
diffusione era tale che il nome di vicus sobrius dato a una
strada della città, era giustificato da Pesto (con una spiegazione
di origine popolare, senza dubbio, ma assai significativa) con
l'assenza in quella via, di «taberne» di qualsiasi tipo. Un caso
questo proprio eccezionale se si pensa all'intervento di Domiziano
per far rientrare nei giusti limiti la prolifica espansione di
queste «taberne».
[...] I locali erano generalmente dati in affitto
dai proprietari a gerenti (tabernari) che erano, in genere,
liberti, quindi schiavi affrancati o comunque di origine servile e
perciò di provenienza esotica, soprattutto orientale. Essi abitavano
quasi sempre nello stesso esercizio, generalmente in una o due
stanze poste in un piano superiore
0 in una specie di soppalco e alle quali si
accedeva dall'interno mediante una piccola scala. Considerati come
appartenenti a una classe inferiore della società e paragonati, nel
loro mestiere, ai gladiatori e ai lenoni, godevano di una diffusa
cattiva fama (soprattutto quanto ad avarizia e perfidia) riflessa
nelle parodie e nei bersagli della satira popolare e letteraria. Ma,
se in cattiva fama erano tenuti gerenti e personale maschile in
genere, addirittura disprezzate e, dalla fantasia popolare, ritenute
vere e proprie streghe e fattucchiere, erano le donne che servivano
nelle «taberne». Esse erano, comunque, considerate di assai facili
costumi e l'opinione popolare non doveva essere lontana dalla realtà
stando a quanto testimoniano numerose fonti scritte e persino i
testi di alcune leggi che trattavano come humilis vel abiecta
la donna della «taberna» e che, non considerando adulterio la
relazione con una di loro, la equiparavano in sostanza alle
meretrices.
R.A. STACCIOLI

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