Home
Su
La Cartografia antica
Geografia Campana
Il Lazio antico
Lo Stato
La Magia
Amuleti e talismani
Scienze e Pratica
La Produzione Antica
La produz. in Grecia
Donne e donne
Il matrim. in Grecia
Donne e Dee
Il Tempo Libero
Il Simposio
Il Trucco
L'Urbanesimo
Le classi sociali
Candidati ed Elettori
La Posta
La Domus Italica
Le ville di Plinio
La Casa Pompeiana
Pompei
La Società
La Scuola
Il caso "Lucrezia"
Il Cristianesimo
L'Interiorità
Imperatori
Le navi da guerra
Il Materiale Scrittorio
Papiri & ...
La Pòlis
L'Agorà
L'humanitas
Gare e giochi
Il Calcio di... allora
Gli acquedotti
L'alimentazione
L'alimentaz. in Grecia
Strade e ponti
Viaggi e viaggiatori
I viaggi in Grecia
Le città
Culto e Religione
I funerali in Grecia
Teatri & Circhi
Caccia & Pesca
Le ville di Cicerone
Giocattoli e Giochi
La Medicina
La medicina in Grecia
L'accampamento
Le navi mercantili
L'agricoltura
L'agricoltura in Grecia
L'Architettura
Roma by night
I processi greci
Vita a Roma 1
Vita a Roma 2

 

I moltissimi non privilegiati, i quali non possedevano mezzi propri, dovevano, se non avevano i mezzi, rivolgersi ad imprese private e noleggiare qualche carrozzino a due o a quattro ruote, ed affrontare così le strade imperiali che, non essendo mai più larghe di cinque metri scarsi, erano spesso ingombre a causa dei difficili scambi.

I meno fortunati erano costretti a servirsi delle loro gambe e di quelle di un mulo o di un cavallo, che portasse il loro bagaglio. E, sopravvenendo la notte, non avevano altra risorsa che rifugiarsi in una taverna, spesso poco confortevole e malsicura, salvo quelle delle località frequentate per motivi di cura o di culto. Certamente i prezzi in questi ostelli modesti non erano molto elevati. Un rilievo di Isernia riproduce un umile viaggiatore che, tenendo il suo mulo a cavezza, sta facendo i conti con l'ostessa. Sopra la scena sono scolpite le cifre: un sestario di vino era gratuito: un asse (un centesimo di oggi) per il pane: due assi per il companatico: due per il fieno...

Il tema delle avventure di viaggio si presterebbe ad un divertente discorso, soprattutto se si prendesse in esame il traffico marittimo, per il quale la maggior parte dei viaggiatori doveva servirsi di navi appartenenti ad armatori singoli o associati che esercitavano trasporti di merci, ma si prestavano ad accogliere qualche passeggero diretto ai porti ai quali facevano scalo. Per valutare l'estensione di questo commercio marittimo durante l'Impero basterà ricordare un aneddoto. Sotto il regno di Claudio si vide giungere a Roma un'ambasciata proveniente dall'isola di Taprobane (Ceylon) guidata da un liberto di Annio Piccano, appaltatore delle dogane del mar Rosso. Questo liberto, durante una navigazione lungo le coste meridionali dell'Arabia, era stato sbattuto da una tempesta su quella di Ceylon: e il sovrano dell'isola era stato sorpreso dal fatto che il denaro trovato sui naufraghi era costituito da monete d'argento (denarii) che, pur recando coni diversi, erano tutte dello stesso peso. Il fatto era apparso tanto meraviglioso, che il re si decise ad inviare un'ambasceria a Roma, perché vi studiasse l'organizzazione di uno Stato che aveva saputo compiere tale prodigio.

Del resto, le tracce dell'ardimento dei navigatori romani, ai quali erano aperti tre continenti, si trovano dappertutto, dalle regioni nordiche, come la Norvegia e la Svezia, fino al mar Nero e a quello di Azov, dai Paesi euroasiatici a quelli africani e lungo le coste dell'Atlantico. Essi non erano certamente meno audaci dei loro successori delle nostre Repubbliche marinare: un Flavio Zeusi aveva compiuto 72 volte la traversata dall'Asia minore all'Italia; un commerciante, ricordato da Grazio, affrontava tre o quattro volte l'anno il tragitto da Cadice a Roma e ritorno.

P. DE FRANCISCI

L’ Itinerarium

L’Itinerarium che si vendeva a quei tempi indicava la distanza tra città e città e i luoghi di sosta, oltre a segnare i fiumi, i relativi ponti, le montagne ed anche i valichi. Una volta in possesso di una mappa del genere, il viaggiatore era in grado di calcolare tutto il tempo che gli sarebbe occorso per portare a termine il viaggio. Probabilmente vi erano anche indicazioni su dove trovare del buon vino oppure un piatto di tartufi, ossia il luogo dove poteva sorgere, lungo il percorso, una buona taverna.

L'Itinerarium più noto, che si trova a Vienna, la Tavola Peutingeriana, si pensa sia una copia dell'XI secolo da un originale forse del III secolo. È una mappa raffigurante tutte le strade militari romane dalla Britannia all'Eufrate, dal Reno all'Africa, comprese l'India e le tre Arabie. I fiumi, le montagne, i laghi ed i mari vi sono riprodotti in sei colori; contiene molti simboli diversi per gli edifici come, ad esempio, il magazzino, chiamato horreum, oppure la taberna, o taverna, dove naturalmente i viaggiatori potevano riposare, mangiare e bere. Vi sono indicate anche le cisterne dove è conservata l'acqua, con la parola aquae: per essere sicuro che fosse possibile riconoscere la presenza del prezioso elemento, l'artista vi aveva riprodotto un grande edificio, nel quale si vedeva una cisterna di colore blu. I fari sono riprodotti così evidentemente, e cioè con torri fiammeggianti nella loro parte superiore ed emananti colonne di fumo, che nessuno si sarebbe potuto sbagliare nell'interpretazione.

V. VON HAGEN

Alberghi, albergatori e... viaggiatori

Gli antichi ignoravano l'industria dei grandi alberghi, che è veramente una conquista moderna. Chi non aveva ospiti presso i quali passar la notte, doveva rassegnarsi a prender posto in una delle tante cauponae che sorgevano lungo le vie di comunicazione o nelle grandi città; locali, come ci è rivelato da Pompei, angusti, disadorni, frequentati da carrettieri, da ubriachi, da facili donne, con letti che dobbiamo pensare pieni di ogni ben di Dio. Dell'educazione di coloro che frequentavano gli alberghi si avrà un'idea se si saprà che i muri delle cauponae erano tutti sgraffiati dai frequentatori che vi incidevano scempiaggini e sconcezze; questa brutta abitudine, se più tardi si è rivolta utilissima sotto tanti aspetti ai nostri studi, non depone favorevolmente sulla levatura mentale di chi ha scritto quei capolavori. L'albergatore è passato nella tradizione come il tipo del perfetto furfante: perfidus hic caupo, dice Orazio; cauponibus... malignis; e il diritto romano nei riguardi degli osti è rigorosamente severo. Tutto ciò non rendeva piacevole il viaggiare; tuttavia si viaggiava senza l'ombra di preoccupazione. Un popolo che ha paura di muoversi non sarà mai un popolo imperiale. Abito da viaggio, di chi viaggiava con un incarico ufficiale che lo costringesse ad indossare la toga, era la tunica sulla quale si poneva un mantello con un cappuccio (paenula); nel caldo dell'estate si portava un cappello a larghe tese. La tunica era adattata in modo che impicciasse i movimenti il meno possibile; cioè ben stretta alla cintura e rialzata sino al ginocchio; dalla cintura pendeva la borsa (marsupium), la valigia di allora. I più viaggiavano su di una bestia da soma che portava il viaggiatore e il suo bagaglio. I viaggi a piedi erano eccezionali, anche più che fra i Greci. A nessuno era ancora venuta la bella idea di far per divertimento lunghe esercitazioni podistiche, come si fa ora, camminando giorni e mesi sotto l'acqua e sotto il sole con un gran sacco sulle spalle; fra i Romani un globe-trotter sarebbe passato per uno scemo. Chi voleva viaggiare con comodità, specialmente se era accompagnato da donne, si faceva portare con un veicolo.

U.E. PAOLI

                                                  

Il modo di viaggiare sulle strade romane dipendeva dal denaro che si aveva nella propria scarsella, oppure dalle conoscenze più o meno buone. Molti Romani, che erano ben imparentati, avevano amici dovunque e viaggiavano quindi da luogo a luogo con le stesse comodità di cui avrebbero usufruito se fossero rimasti nelle loro ville.

Per i meno favoriti vi erano le mansiones, disposte ad intervalli di circa venti miglia. Sembra che esse fossero costruite dalle comunità di zona e mantenute col pagamento delle tasse locali. Per legge, i tenutari delle case di ristoro dovevano preparare le camere per i viaggiatori ed avere sempre cibo a portata di mano. Erano impiegati controllati dallo Stato.

Accanto alle mansiones sorgevano locande chiamate tabernae. Queste, tuttavia, non sempre erano, almeno secondo ciò che ne diceva la gente, i posti migliori per ristorarsi, tenute e frequentate com'erano da elementi di infimo rango, talvolta soldati che avevano servito anni ed anni nell'esercito. Vi erano muli e cavalli nelle scuderie, cibo, vino ed idromele. Vi si poteva incontrare ogni sorta di gente, contadini della zona, vecchi soldati, corrieri postali, conducenti di grossi carri cigolanti, mulattieri e viaggiatori, e si può ben immaginare che genere di luoghi fossero. Ad una estremità della sala vi era un caminetto con sul fuoco una caldaia di minestra oppure di stufato; oppure vi si stava cuocendo del pane, mentre ragazze andavano in giro servendo il vino e gli avventori sedevano ai loro posti intenti a discorsi piuttosto volgari.

Ma non tutte le tabernae erano del tipo appena descritto. Alcune erano famose come quella detta "Le Tre Taverne", ad esempio, sulla Via Appia, rinomata per il pane ed il formaggio che vi si poteva mangiare, e dove soggiornò Paolo di Tarso nel suo viaggio verso Roma. Sempre sulla Via Appia, poi, ma un po' più lontano, ve ne era un'altra ancora più famosa, la Taberna Caedicia, così chiamata dal nome del suo proprietario. Vi si fermarono Orazio e molti altri.

L'importanza di questi posti di ristoro era dovuta al fatto che essi erano di somma utilità per coloro che dovevano percorrere lunghe distanze e davano quindi loro la possibilità di fermarsi per riposare, rendendo il viaggio meno faticoso. Un fatto ancora più importante era quello che intorno alle taverne sorgevano degli agglomerati conosciuti come cabanae. I proprietari vi facevano venire i venditori di vino, i carradori per riparare i carri, i fabbri ed i veterinari. Vi era poi un mulino per macinare il grano. Erano anche frequentati dai rivenditori di bottini di guerra. Molto presto, poi, le cabanae divennero villaggi ed i villaggi città.

V. VON HAGEN

Per quanto si riferisce ai locali veri e propri, mete costanti, specialmente per il popolo minuto, erano quelle che possiamo riassumere sotto l'unico termine generico di «taverne». Anche se la moltitudine dei clienti e la concorrenza avevano portato a una certa differenziazione nel tipo dei locali, riflessa dall'abbondanza dei nomi usati allora per indicarli (caupona, deversorium, popina, thermopolium, ecc.). Tale differenziazione porterebbe a distinguere, grosso modo, due grandi categorie: quella dei locali destinati alla vendita, o, meglio, al servizio dei cibi (una sorta di «trattorie») e quella dei locali che si limitavano alla vendita o alla mescita del vino e di altre bevande (ossia delle «osterie»). Comunque, il nome di taberna serviva spesso a denominare questi locali tutti insieme. Aperti giorno e notte e frequentati da gente che in essi poteva trovare a poco prezzo da mangiare e da bere, da discutere e da giocare, da passare il tempo in tanti modi, ce n'era, a Roma, una incredibile quantità. La loro diffusione era tale che il nome di vicus sobrius dato a una strada della città, era giustificato da Pesto (con una spiegazione di origine popolare, senza dubbio, ma assai significativa) con l'assenza in quella via, di «taberne» di qualsiasi tipo. Un caso questo proprio eccezionale se si pensa all'intervento di Domiziano per far rientrare nei giusti limiti la prolifica espansione di queste «taberne».

[...] I locali erano generalmente dati in affitto dai proprietari a gerenti (tabernari) che erano, in genere, liberti, quindi schiavi affrancati o comunque di origine servile e perciò di provenienza esotica, soprattutto orientale. Essi abitavano quasi sempre nello stesso esercizio, generalmente in una o due stanze poste in un piano superiore

0 in una specie di soppalco e alle quali si accedeva dall'interno mediante una piccola scala. Considerati come appartenenti a una classe inferiore della società e paragonati, nel loro mestiere, ai gladiatori e ai lenoni, godevano di una diffusa cattiva fama (soprattutto quanto ad avarizia e perfidia) riflessa nelle parodie e nei bersagli della satira popolare e letteraria. Ma, se in cattiva fama erano tenuti gerenti e personale maschile in genere, addirittura disprezzate e, dalla fantasia popolare, ritenute vere e proprie streghe e fattucchiere, erano le donne che servivano nelle «taberne». Esse erano, comunque, considerate di assai facili costumi e l'opinione popolare non doveva essere lontana dalla realtà stando a quanto testimoniano numerose fonti scritte e persino i testi di alcune leggi che trattavano come humilis vel abiecta la donna della «taberna» e che, non considerando adulterio la relazione con una di loro, la equiparavano in sostanza alle meretrices.

R.A. STACCIOLI

 

Home | Su | La Cartografia antica | Geografia Campana | Il Lazio antico | Lo Stato | La Magia | Amuleti e talismani | Scienze e Pratica | La Produzione Antica | La produz. in Grecia | Donne e donne | Il matrim. in Grecia | Donne e Dee | Il Tempo Libero | Il Simposio | Il Trucco | L'Urbanesimo | Le classi sociali | Candidati ed Elettori | La Posta | La Domus Italica | Le ville di Plinio | La Casa Pompeiana | Pompei | La Società | La Scuola | Il caso "Lucrezia" | Il Cristianesimo | L'Interiorità | Imperatori | Le navi da guerra | Il Materiale Scrittorio | Papiri & ... | La Pòlis | L'Agorà | L'humanitas | Gare e giochi | Il Calcio di... allora | Gli acquedotti | L'alimentazione | L'alimentaz. in Grecia | Strade e ponti | Viaggi e viaggiatori | I viaggi in Grecia | Le città | Culto e Religione | I funerali in Grecia | Teatri & Circhi | Caccia & Pesca | Le ville di Cicerone | Giocattoli e Giochi | La Medicina | La medicina in Grecia | L'accampamento | Le navi mercantili | L'agricoltura | L'agricoltura in Grecia | L'Architettura | Roma by night | I processi greci | Vita a Roma 1 | Vita a Roma 2

Ultimo aggiornamento:  09-01-07