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Origini e diffusione di pratiche magiche e mistiche
nel mondo romano
Roma, fin dalle origini aver conosciuto la magia,
visto che nelle dodici Tavole figura una legge che proibisce il malum
carmen, l'incanto malefico. In questo clima favorevole, le pratiche
della magia orientale non potevano non prosperare. Furono soprattutto le
donne che esercitarono il mestiere - a quanto si dice molto lucroso - di
strega. Grazio ci ha trasmesso il ricordo dell'orribile Canidia, esperta
in negromanzia, che andava nei cimiteri a dissotterrare i cadaveri per
poi squartarli onde procurarsi gli ingredienti necessari ai suoi filtri,
e che non esitava neppure a far morire di fame, sotterrandolo fino al
collo, un fanciullo il cui midollo veniva così ad arricchirsi di virtù
magiche. Come avviene sempre, queste streghe, a cui si andavano a
chiedere filtri di amore, sapevano anche, con veleni nascosti,
sopprimere i mariti incomodi o i padri che non morivano abbastanza
presto.
Astrologhi, streghe, indovini di ogni specie
dominavano, sotto l'Impero, la vita religiosa di tutti i giorni. Si
trattava di veri e propri specialisti ai quali si ricorreva nelle più
svariate circostanze. Sono giunte fino a noi una quantità di tavolette
magiche incise su lamine di piombo che invocano le divinità infernali (i
demoni delle religioni orientali): talvolta si trattava di far
vincere un concorrente nelle corse delle bighe, provocando la sconfitta
di tutti gli altri, ma spesso si chiedevano ai demoni malattia o morte
per un nemico. Su queste tavolette troviamo incisi, in una confusione
inestricabile, e spesso in modo erroneo, i nomi degli dei barbari. Ogni
superstizione vi è rappresentata: demoni mazdei, dei italici, divinità
egiziane e tutto quanto poteva ispirare la fervida immaginazione degli
stregoni. Il vecchio animismo romano rifioriva in queste pratiche: da
tempo infatti tutto ciò che sussisteva della magia primitiva nella
religione ufficiale era stato disciplinato e reso inoffensivo dai
regolamenti dei pontefici. Quindi magia e culti orientali offrivano una
facile soddisfazione e una specie di liberazione da vincoli eccessivi a
questi istinti profondi della razza.
La religione di Stato, controllata dai collegi
sacerdotali ufficiali, era meno rigida di quanto spesso non si creda.
Essa seppe accettare, soprattutto in periodo di crisi, le più ardite
innovazioni. È così, che al tempo di Annibale, si consentì d'introdurre
a Roma il culto della dea frigia Cibele, culto di un carattere
violentemente orgiastico, celebrato da preti eunuchi che,
nell'entusiasmo delle loro danze sacre, si mutilavano a colpi di frusta
e di pugnale e spargevano il proprio sangue. Nessun comportamento più di
questo sembrava opporsi direttamente alle antiche discipline della
virtus. Ma una necessità maggiore impose l'adozione di Cibele, come
se in quegli anni foschi della guerra annibalica le divinità
tradizionali non fossero più state abbastanza cariche di potere sacro, e
apparisse necessario porsi di nuovo in contatto diretto con le forze
orgiastiche. Ci si recò, dunque, in gran pompa a Pessinunte, in Frigia,
a cercare la pietra sacra che rappresentava la dea e la si installò sul
Palatino, proprio nel cuore della città di Romolo. Tuttavia il Senato
non permise che il culto barbaro fosse celebrato in tutta la sua
violenza; fu istituito un clero gerarchizzato, si addolcirono le
pratiche, si solennizzarono le feste: il beneficio del trasferimento si
trovò così acquisito, senza i pericoli che avrebbe potuto far nascere.
Di tanto in tanto una corrente di misticismo
percorreva tutta la penisola. Risorgevano i riti più legati alla natura,
si formavano dei collegi mistici per celebrare in comune cerimonie
orgiastiche. Ma le autorità romane intervenivano immediatamente e con
severe misure di polizia ristabilivano l'ordine. Tale fu il caso,
rimasto celebre, della religione dionisiaca che, all'inizio del II
secolo a.C., si sparse in modo preoccupante nella campagne e nelle
città. Gli iniziati si riunivano in una mescolanza di sessi, e si
abbandonavano alle furie delle Baccanti giungendo forse fino al
sacrificio umano. La reazione del Senato romano fu spietata. Un
senato-consulto proibì, sotto pena di morte, di formare associazioni
dionisiache. Ma il culto stesso del dio non fu interdetto, purché fosse
celebrato apertamente e da un clero sottoposto alla sorveglianza dei
magistrati. Non è tuttavia il caso di parlare, in questa circostanza, di
tolleranza romana. Il sentimento che ispirava i senatori non era affatto
quello del rispetto della libertà di coscienza, ma corrispondeva a una
elementare prudenza di fronte a ciò che consideravano come una
manifestazione evidente del divino. Coscienti della ricchezza infinita
del divino, i senatori non ignoravano che la religione ufficiale non
giungeva ad abbracciarlo interamente ed erano pronti a procurare allo
Stato i benefici di qualsiasi teurgia. In cambio, esigevano che le
pratiche tollerate non fossero pericolose per l'equilibrio e per la
disciplina dell'Urbe.
Questo stato d'animo, che persistette fino alla
caduta di Roma, giustifica in gran parte la politica seguita dagli
imperatori nei riguardi del cristianesimo.
P. GRIMAL

Senatus Consultum de Baccanalibus

Testo originale:
Q MARCIUS L F S POSTUMIUS L F COS SENATUM
CONSOLUERUNTT N OCTB APUD AEDEM
DUELONAI SC ARF M CLAUDI M F L VALERI P F Q MINUCI C F
DE BACANALIBUS QUEI FOEDERATE
ESENT ITA EXDEICENDUM CENSUERE NEIQUIS EORUM SACANAL
HABUISE VELET SEI QUES
ESENT QUEI SIBEI DEICERENT NECESUS ESE BACANAL HABERE
EEIS UTEI AD PR URBANUM
ROMAN VENIRENT DEQUE EEIS REBUS UBEI EORUM VTR A
AUDITA ESENT UTEI SENATUS
NOSTER DECENERET DUM NE MINUS SENATORIBUS CADESENT A
RES COSOLETUR BACAS VIR NEQUIS ADIESE VELET CEIVIS ROMANUS NEVE NOMINUS
LATINI NEVE SOCIUM
QUISQUAM NISEI PR URBANUM ADIESENT ISQUE DESENATOUS
SENTENTIAD DUM NE
MINUS SENATORIBUS CADESENT QUOM EA RES COSOLERETUR
IOUSISENT CENSUERE
SACERDOS NEQUIS VIR ESET MAGISTER NEQUE MELIER
QUISQUAM ESET NEVE PECUNIAM QUISQUAM EORUM COMOINEMHABUISE VELET NEVE
MAGISTRATUR NEVE PRO MAGISTRATUO
NEQUE VIRUM NEQUE MULIEREM QUIQUAM FECISSE VELET
NEVE POST HAC INTER SED CONIOURA SE NEVE COMVOVISE
NEVE CONSPONDISB
NEVE COMPROMESISE VELET NEVE QUISQUAM FIDEM INTER SED
DEDISE VELET SACRA IN DOVOLTOD NE QUISQUAM FECISSE VELEI NEVE IN
POPLICOD NEVE IN PREIVATOD NEVE EXTRAD URBEM SACRA QUISQUAM FECISE VELET
NISEI
PR URBANUM ADIESET ISQUE DE SENATUOS SENTENTIAD DUM NE
MINUS SENATORIBUS CADESENT QUOM EA RES COSOLERETUR IOUSISET CENSUERE
HOMINES PLOUS V OINVORSEI VIREI ATQUE MULIERES SACRA NE QUISQUAM FECISE
VELET NEVE INTER IBEI VIREI PLOUS DUOBUS MULIERIBUS PLOUS TRIBUS
ARFUISE VELENT NISEI DE PR URBANI SENATUOSQUE
SENTENTIAD UTEI SUPRAD SCRIPUTUM EST HAICE UTEI IN CONVENTIONID
EXDEICATIS NE MINUS TRINUM NOUNDINUM SENATUOSQUE SENTENTIAM UTEI
SCIENTES ESETIS EORUM SENTENTIA ITA FUIT SEI QUES ESENT QUEI AVORSUM EAD
FECISENT QUAM SUPRAD
SCRIPTUM EST ESIS REM CAPUTALEM FACIUNDAM CENSUERE
ATQUE UTEI HOCE IN TABOLAM AHENAM INCEDERETIS ITA SENATUS AIQUOM CENSUIT
UTEIQUE EAM FIGIER IOUBEATIS UBI FACILUMED GNOSCIER POTISIT ATQUE UTEI
EA BACANALIA SEI QUA SUNT EXATRAD QUAM SEI QUID IBEI SACRI EST
ITA UTEI SUPRAD SCRIPTUM EST IN DIEBUS X QUIBUS VOBEIS
TABELAI DATAI ERUNT FACIATIS UTEI DISMOTA SIEN IN AGRO TEURANO
Traduzione:
Quinto Marzio (figlio di Lucio) e Spurio Postumio
(figlio di Lucio) consoli, il 7 ottobre, hanno consultato il Senato nel
tempio di Bellona.
Hanno assistito, alla redazione (del senatoconsulto)
Marco Claudio (figlio di Marco), Lucio Valerio (figlio di Publio),
Quinto Minucio (figlio di Caio).
Hanno ritenuto opportuno di ordinare agli alleati
quanto segue riguardo ai baccanali..
Nessuno di loro voglia avere un baccanale. Se vi sono
di quelli che dicono che per loro è necessario avere un baccanale,
vengano a Roma dal Pretore urbano e, una volta ascoltate le loro parole,
decida, intorno a queste cose, il nostro Senato, purché mentre si
discute di ciò siano presenti non meno di cento senatori.
Nessun uomo, cittadino romano o latino, né alcun
alleato voglia accostarsi alle Baccanti se non andrà dal Pretore urbano
il quale delibererà secondo la sentenza del Senato, purché siano
presenti non meno di cento senatori, mentre si discute di ciò. (Hanno
decretato)
Nessun uomo sia sacerdote. Nessun uomo né donna sia
capo dei sacrifici. Né alcuno di loro voglia avere in comune denaro e
nessuno voglia nominare uomo o donna magistrato.
Né oltre a ciò, vogliano vincolarsi con giuramento,
voto, promessa o obblighi né vogliano promettersi aiuto reciproco.
Nessuno voglia celebrare riti sacri in segreto;
nessuno voglia celebrare riti sacri in pubblico o in privato, né fuori
la città se non andrà dal Pretore urbano il quale delibererà secondo la
sentenza del Senato, purché mentre si discute di ciò siano presenti
cento senatori. (Hanno decretato)
Nessuno voglia celebrare riti sacri ai quali assistano
più di cinque persone, due maschi e tre femmine, se non dietro
deliberazioni del Pretore urbano e del Senato, come é stato scritto
sopra.
Il Senato, ha ritenuto opportuno che annunziate queste
cose in assemblea nel termine di ventiquattro giorni, che siate a
conoscenza della sua deliberazione: se vi saranno di quelli che agiranno
in modo contrario a quanto è stato scritto sopra, è stata decretata per
loro la pena di morte, che incidiate ciò su una tavola di bronzo da far
affiggere dove possa essere facilmente conosciuta e che così come è
stato scritto, nel termine di dieci giorni, da quando vi avrà consegnata
la lettera, siano distrutti nell'agro Teurano i Baccanali, se ve ne è
alcuno, eccetto il caso in cui vi sia qualcosa di sacro.
(Tradotta dal Prof. Puccio Giuseppe il 9 novembre 1969
a cura del comune di Tiriolo)

Predizioni oracolari, erbe magiche e talismani
Gli individui e gli stati hanno sempre cercato di
ottenere sanzioni soprannaturali al loro operato. L'epoca imperiale
tuttavia fu un periodo di decadenza per i grandi oracoli greci. Dodona
era stata distrutta dai romani e le sue querce tacevano. Anche Delfo era
muta: Strabene parla della sua decadenza e Giovenale del suo silenzio;
Plutarco, che era sacerdote di Apollo, scrisse un'opera Sul declino
degli oracoli. Erano spariti gli oracoli locali, come quelli di
Apollo a Tegira o Ptoion, e anche Delfo aveva una sola profetessa mentre
in passato ne aveva tre. Ma Plutarco stesso non sembra eccessivamente
preoccupato: la situazione era una conseguenza naturale della
diminuzione della popolazione in Grecia ma egli si limita a dissertare,
molto superficialmente e con varie digressioni, sulle possibili
spiegazioni dell'essiccarsi dei vapori mefitici e del graduale
decadimento degli spiriti intermediari o demoni che agivano sugli
oracoli. Un trattato più tardo, Sull'oracolo pitico, riguarda il
problema del perché i responsi non venivano più dati in versi. Tutto ciò
non testimonia un drastico declino delle consultazioni ma una
trasformazione del valore attribuito a tali usanze. La pace portata dal
dominio romano aveva posto fine alle grandi consultazioni pubbliche del
passato; gli stati erano interessati a problemi economici o di salute
pubblica; i privati chiedevano consigli del tipo « Devo sposarmi? » o «
Devo intraprendere un viaggio? », o « Devo dare i denari a prestito? »,
e domande banali dello stesso genere, che richiedevano risposte concise.
Gli oracoli godettero di un periodo di rinnovata prosperità sotto il
patrocinio di Adriano, anche se l'imperatore non chiese il loro
consiglio per gravi questioni politiche bensì per un indovinello
letterario sulla città natale di Omero e sui suoi genitori: gli fu
risposto in versi pomposi che il poeta era nipote di Odissee ed era nato
a Itaca, notizia davvero sorprendente... Ma tale prosperità ebbe vita
breve anche se gli oracoli intervennero politicamente per sostenere
Severo alla fine del II secolo d.C. ed erano ancora attivi ai tempi di
Origene.
Le piante hanno nella magia un importante ruolo che
deriva loro in parte dal fatto che sono un segno del potere della vita e
in parte dalle reali proprietà curative - o letali - di varie erbe. Così
nell'Africa occidentale il babalawo o il dibia è oggi un
esperto erborista, anche se al suo lavoro sono sempre strattamente
associati incantesimi e riti magici. Nel mondo antico le erbe per uso
magico dovevano essere tagliate con un coltello di bronzo, per le
ragioni dette precedentemente: la sacerdotessa di Didone usava erbe che
erano state tagliate con un bronzo alla luce lunare. Ancora Plinio ci
dice che la reseda (la linneiana reseda alba) cura le
infiammazioni, ma perché la cura abbia effetto il malato deve sputare
tre volte (atto apotropaico). Plinio ci parla di una cura contro il mal
di testa che prevedeva la ricerca di erbe cresciute sulla testa di una
statua da avvolgere poi in una stoffa e legare intorno al collo del
malato con una striscia di nastro rosso.

Gli amuleti magici erano una protezione contro le
malattie. Un medico del calibro di Galeno raccomandava una pietra
intagliata come protezione contro la dispepsia e Caracalla istituì
un'azione legale contro quelli che indossavano amuleti per proteggersi
dalla malaria. La malaria è stranamente poco presente anche se su molti
papiri sono riportati incantesimi contro di essa. I malanni
dell'apparato digerente sono i più frequenti, cosa che costituisce
un'improvvisa rivelazione sulla realtà della vita quotidiana del mondo
antico. Tra gli altri mali compaiono alterazioni della vista, disturbi
ginecologici (simbolizzati da uteri stilizzati), sciatica, idrofobia («
fuggì, demonio dell'idrofobia, da chi porta questo amuleto ») e
consunzione (« liberami dal mal sottile e dai malanni »).
Un bell'esempio relativo a una malattia dell'utero è
costituito da un amuleto di ematite trovato a Welwyn; esso risale al
tardo impero e fu perduto forse durante il regno di Graziano e importato
circa cinquant'anni prima. La parte posteriore è incorniciata da un
ouroboros; nell'interno è ritratta Iside con il sistrum,
una leonessa e la divinità egizia Bes con un copricapo a tre punte,
un ventre ritratto convenzionalmente, una chiave a sette denti e
lettere... che sono state interpretate come un'invocazione a Tifone.
Sulla parte anteriore vi è uno scarabeo con un simbolo uterino...
un'invocazione a Ororiouth, spirito protettore dei mali femminili e una
a Yahweh nominato tre volte in tre forme differenti.
Plinio ricorda alcuni incantesimi e formule magiche
contro mali di vario genere. A quelli contro il mal di testa e le
infiammazioni già citati se ne devono aggiungere altri due: il primo è
una cura per l'impetigine basata su una pietra comune trovata vicino al
fiume e coperta di muschio secco, che deve essere poi bagnata di saliva
umana e strofinata contro un'altra pietra: quest'ultima è posta
sull'impetigine mentre vengono pronunciate parole apotropaiche. Meno
plausibile appare una cura contro il mal di denti: il malato deve stare
in piedi con le scarpe, sotto il cielo, sulla viva terra in un'ora
fortunata di un giorno propizio; deve poi afferrare una rana, aprirle la
bocca e sputarle dentro, chiedendole di portar via il mal di denti, e
poi lasciarla andare.
J. FERGUSON

Sugli amuleti
Sugli amuleti da un quadro dettagliato L. Rocchetti:
« Nel mondo greco e romano, si attribuiva agli amuleti il potere di
preservare dalle malattie e dai malefici e di distornare i cattivi
influssi dalle persone alle quali erano diretti. La parola « amuleto »,
forse di origine orientale, si trova in latino per la prima volta in
Plinio '. L'uso degli amuleti nacque dalla medicina ed ha origine dalla
superstizione che attribuisce a potenze occulte i mali che non possiamo
spiegare. Ad essi si ricorreva per alleviare i mali fisici e per
prevenirli. La maggior parte degli amuleti proviene dall'Oriente: sulle
pietre che avevano una certa influenza abbiamo anche un poemetto orfico,
Litica, che ne celebra le virtù misteriose. Da esso, citato da
Plinio, sappiamo che l'agata, nei suoi vari colori, aveva effetto contro
i morsi degli scorpioni e dei ragni, gettava discordia in famiglia e
rendeva un atleta invincibile;il diamante aveva influenze benefiche e
scacciava la melanconia; il cristallo propiziava la divinità; il corallo
e l'ambra avevano grandi virtù profilattiche. Tra i metalli, il ferro
aveva proprietà magiche e l'oro virtù profilattiche. La maggior parte
degli amuleti è sotto forma di gioielli ed ornamenti di tutte le specie,
di pietra e di metalli preziosi che si portavano in molte maniere,
sospesi al collo o al petto come collane e pendagli isolati o anche
passati in cinture attraverso il capo o in un dito (ànulus), in
braccialetto (armìlla), in orecchino (inàuris).

Gli amuleti che non potevano essere portati in
parure [= come ornamento] come quelli di pietra sopraddetti,
erano fermati in sacchetti o capsule d'oro o di bronzo chiamate
bùllae, che si portavano sospese al collo, ad un braccio o al petto,
attaccati spesso a collane e che contenevano anche formule magiche o
raffigurazioni di vario significato. Oltre le bùllae, vi erano
anche le lùnulae, pendagli lunati; altri oggetti molto vari, che
i bambini portavano al collo, erano i crepùndia. Le pietre,
l'ambra, il corallo, i metalli, portati come amuleti, presentano qualche
figura simbolica ed hanno impressi caratteri, numeri e formule magiche.
Alcuni piccoli amuleti sono decorati con una figura femminile stante,
ignuda, con una mano alla bocca e con l'altra dietro, che doveva
preservare contro ogni parola imprudente che potesse attirare una sorte
malvagia. Si trovano pure figure virili nello stesso atteggiamento ed
altre con una doppia testa rappresentante da una parte una faccia umana,
dall'altra quella di un leone. Era naturale che si pensasse a riunire
intorno ad una divinità preferita gli emblemi di altre, dalle quali
sperare soccorso. Si è chiamata Panthea questa figura nella quale
vediamo raggruppati molti attributi di Arpocrate, della Fortuna, di
Venere, di Amore, di Minerva, tutti attributi che appartengono a culti
differenti. Talvolta questi attributi appaiono soli, senza le figure di
divinità. Molti amuleti hanno forma di teste di animali feroci, come il
leone, il lupo, o inoffensivi, come il cavallo e l'asino.
L. ROCCHETTI |
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