I marinai e i soldati che equipaggiavano le navi non
erano Romani. Erano Greci, Fenici, Siriani, Egizi, Slavi, cioè
appartenenti a quei popoli che per secoli avevano percorso in lungo e in
largo i mari e i fiumi. Entravano in marina generalmente tra i 18 e 23
anni firmavano per una ferma non inferiore a 26 anni e, se completavano
tutto il periodo, al congedo erano premiati con la cittadinanza romana.
Quando Augusto stava disperatamente cercando di allestire una forza
navale per combattere Sesto egli si servì di schiavi, ma li rese liberi
prima di impiegarli come rematori; non vi furono schiavi, allora e dopo,
nella flotta romana. A bordo le cose erano organizzate come nelle flotte
greche, perché la maggior degli ufficiali erano greci, che naturalmente,
tendevano a seguire le tradizioni nelle quali erano stati educati, e
Roma, da parte sua, aveva poco da aggiungere. Generalmente gli ufficiali
provenivano dalla gavetta: un uomo poteva salire nei vari gradi fino a
capitano di una nave da guerra (trierarchus) o persine capo di
una squadra (navarchus). Quest'ultimo grado era generalmente il
massimo raggiungibile in quanto il culmine della carriera, certamente le
cariche di prefetti delle flotte, fu accessibile, per molto tempo, solo
ai cittadini romani.
Noi conosciamo i marinai della flotta romana più
intimamente dei loro predecessori. Prima di tutto, gli archeologi hanno
scoperto i loro cimiteri, le necropoli attorno a Miseno e a Ravenna e
letto le iscrizioni sulle loro tombe; da queste abbiamo appreso i paesi
di provenienza, la durata media del loro servizio, qualcosa sulla loro
carriera e così via. Molti provenivano dall'Egitto. Come i militari
sotto le armi, in tutti i tempi e luoghi, essi scrivevano frequentemente
a casa; gli esperti hanno recuperato dalle sabbie aride dell'Egitto
alcune delle loro lettere. Si tratta di documenti unici, perché
forniscono ciò che è così raro trovare nella storia antica, il calore
dell'esperienza personale.
L'esercito romano aveva una lunga e onorevole
tradizione. Siccome la flotta era relativamente nuova e attirava
principalmente stranieri tra il suo personale, costituiva, per la
maggior parte dei giovani, una scelta forzata.
Augusto e gli imperatori che lo seguirono erano
orgogliosi della flotta che assicurava una tranquilla navigazione.
Coniarono monete raffiguranti le loro navi da guerra e fecero scolpire
le loro unità sui monumenti che erigevano fornendo ai posteri un'idea
abbastanza soddisfacente del loro aspetto. Ciò che colpisce maggiormente
in queste raffigurazioni è il fatto che, dallo sperone sulla prua
all'ornamento sulla poppa, non rivelano niente, ad eccezione di qualche
dettaglio, che non si conoscesse già dai tempi passati. Le triremi, le
quadriremi, le quinqueremi e talvolta le sei negli scali di Miseno e
Ravenna erano poco differenti da quelle che combatterono nelle grandi
flotte ellenistiche; non poteva essere altrimenti in una marina che era
stata costruita attorno ad un nucleo di navi del Mediterraneo Orientale
e che, per tutta la sua storia, era stata comandata da ufficiali
greci. Alcune delle galee raffigurate recano l'artimone, ma questo,
sebbene appaia ora per la prima volta, fu probabilmente ideato in età
ellenistica. La ruota di prora finisce in un complesso arcuato e
sollevato; la poppa alta e ricurva terminava nel caratteristico aplustre
dove era posto un riparo fatto di vimini per il capitano o per i
passeggeri importanti; questo posticcio può essere stato aggiunto dai
Romani. Probabilmente le unità pesanti erano protette dagli speronamenti
da una corazzatura consistente in una cintura in legno ricoperta di
ferro, come nelle unità impiegate ad Anzio.
Un nuovo tipo di nave da guerra appare nella marina
romana, la liburna.

Era una sorta di caccia, una unità leggera, veloce,
molto manovriera, ideale per l'inseguimento dei pirati o per rapide
comunicazioni. Era stata inventata da un gruppo di pirati della costa
orientale dell'Adriatico e i Romani trovandola utile la adottarono come
unità standard, soprattutto per le flotte delle province che infatti
usarono quasi esclusivamente tali imbarcazioni. All'inizio molto
probabilmente era ad un solo ordine di remi, ma i Romani ne crearono una
versione più pesante azionata da due file di rematori. Ed assolse presso
i Romani quegli stessi compiti assolti dalla triemiolia presso i Rodioti.
Sebbene anche questa presentasse lati validi per essere adottata, gli
ammiragli romani preferirono la liburna. Le sue due file di remi erano
più facili da maneggiare che le tre dell'altra e forse anche la sua
stessa attrezzatura: la vela e l'albero, per esempio, potevano essere
abbassati per il combattimento, mentre erano in navigazione, senza
disturbare i rematori. La liburna divenne così popolare nella marina di
Roma che il termine, alla fine, giunse ad indicare la nave da guerra in
generale.
Ad ogni unità era dato un nome e mentre per quelle
greche esso era sempre femminile, le romane lo portavano spesso anche
maschile; questo però non era scritto sullo scafo come è d'uso oggi. In
sua vece c'era sulla poppa una scultura indicativa, per esempio una
scultura raffigurante la divinità di cui la nave portava il nome. Come
spesso accade, molte portavano, con una preferenza comprensibile, i nomi
di divinità marine come Nettuno, Nereide. Tritone o nomi amati dai
marinai come Iside, Castore e Polluce. Ad un certo numero di navi erano
stati dati nomi geografici e c'era tendenza, abbastanza naturale, per
quelli dei fiumi; prima o poi, tutti i grandi fiumi del mondo antico, il
Tigri, l'Eufrate, il Nilo, il Danubio, furono rappresentati nelle due
flotte. Molte unità avevano nomi astratti, e il fatto che fosse una
marina nata in tempo di pace sembra rifletterne la scelta: nomi come
Triumphus o Viatoria sono rari, i Romani preferivano battezzarle
Concordia, lustitia, Libertas, Pax, Pietas e simili.
La flotta romana, come già detto, non era stata
costituita per combattere flotte nemiche; uno dei suoi principali
compiti era quello di sorvegliare le rotte commerciali. Nei duecent'anni
che seguirono la nascita di Cristo, queste rotte furono percorse dalla
più grande marina mercantile che il Mediterraneo abbia mai visto o
doveva vedere per oltre una dozzina di secoli. I vari tipi di navi che
la componevano sono i più conosciuti del mondo antico, esistono infatti
più rappresentazioni di queste navi che non delle contemporanee navi da
guerra. I marinai amavano aver ritratte sulle loro tombe le navi su cui
avevano navigato, gli spedizionieri avevano il debole di far dipingere
sulle loro la nave mentre entrava sana e salva in porto e gli imperatori
romani coniavano monete raffiguranti una nave o una scena in un porto
per ricordare le imprese di quelle che avevano contribuito a rendere
florido il commercio.