Le ville di Plinio sul lago di
Como
«Perciò io sono solito chiamare quella Tragedia e
questa Commedia, quella perché si eleva sui coturni, questa quasi sui
sandali ».
Per quanto riguarda l'ubicazione di queste ville, una
tradizione vuole collocata la Tragedia sul promontorio di Bellagio (dove
sorge la villa Serbelloni) perché fu trovata l'epigrafe forse riferita
alla madre della terza moglie di Plinio; la Commedia invece avrebbe
avuto sede presso Lemno (nel lago di fronte a Lemno furono travati resti
di colonne, frammenti di capitelli, etc.) e dove si pensa venisse
insediata una villa che godeva di un lungo viale verdeggiante.
«... mentre l'una con un dolce curva comprende un
solo golfo (questa descrizione si riferirebbe chiaramente al golfo di
Lemno) l'altra, la Tragedia, invece, che « dalla sua erta e scoscesa
giogaia ne divide due » si riferirebbe alla punta di Bellagio (che
all'origine divide due rami di Como e di Lecco del Lario).
Nella Commedia la passeggiata in lettiga si stende
per un lungo percorso rettilineo sulla spiaggia; essendo infatti a Lemno
il territorio pianeggiante era possibile l'esistenza della gestatio (il
viale per la passeggiata in lettiga). Nella Tragedia si dispone in dolci
curve in una spaziosissima terrazza: « Dall'una si possono osservare giù
i pescatori, dall'altra si può pescare personalmente e gettare la lenza
dalla propria camera e a momenti anche dal proprio letto come da una
barca ».
La villa «in Tuscis»

Molte sono state le interpretazioni circa
l'ubicazione della villa in Toscana, indicata da Plinio semplicemente
con il termine « in Tuscis », ossia in Etruria.
Alcuni la ritengono ubicata nei pressi di Borgo S.
Sepolcro a San Giustino situato poco più a nord di Città di Castello,
l'antica Tifernum Tiberinum dove tra l'altro Plinio possedeva dei
terreni: « Si tratta di terreni fertili, ubertosi, ricchi di acqua e
distribuiti in campi, vigne e boschi, i quali forniscono legname e,
quindi, l'introito modesto ma fisso... » e dove sorgeva un tempio
innalzato forse da Plinio stesso e decorato da statue di imperatori «
... ut statuas principum, quas in longinquis agris per plures
successiones traditas mihi quales acceperam, custodiebam... ».
Tale località si trova attualmente in territorio
umbro ai margini del confine con la Toscana.
Bisogna tener presente che all'epoca non era segnato
un confine esatto tra le due regioni e che, se Tifernum era chiaramente
in Umbria, Plinio considera la sua villa situata in Toscana, trovandosi
essa più a nord. In questo luogo esiste un'altura ancora oggi denominata
colle Plinio dove esistono resti di costruzioni romane in cui sono stati
ritrovati tra l'altro embrici in cotto con la sigla C.P.C.S..
La villa sorgeva in una zona collinare con
orientamento N.N.O., S.S.E.. Fra il primo gruppo di fabbricati e quello
più arretrato vi era una differenza di livello. La parte a sud,
costituita da una serie di ambienti, era fronteggiata da un « xystus »,
tagliato da siepi di bosso che tracciavano numerosi disegni, preceduto
dalla gestatio. Il gruppo posto a sud-est comprendeva il triclinium
(sala da pranzo), i cubicula (locali da riposo), la cotidiana cenatio
(tinello), la areola (cortile alberato a platani), l'« atrium », forse
più vecchio rispetto alle altre parti della costruzione.
Una galleria (cryptoporticus), in pendenza, metteva
in comunicazione con l'altro gruppo di fabbricati adatti soprattutto
alla residenza estiva: i cubicula, una sala da pranzo con servizi di
cucina sottostanti e infine un altro porticato (a due piani) collegava
questi con altri locali, forse il quartiere degli schiavi, indicati
generalmente con il nome di '' dietae ".
Sul lato destro si stendeva l'ippodromus (giardino)
in fondo al quale si trovava il cubiculum dotato di zothecula (alcova)
dove il proprietario poteva riposarsi o lavorava. La proprietà era
interamente cinta da un muro di cui sono state trovate tracce; esso,
viene detto anche in un'altra lettera, era d'uso nelle ville romane in
quanto muro di recinzione.
Intorno si stende la tenuta agricola, coltivata a
prato, a vigneto sulle colline. La villa era infatti sulle prime pendici
dei colli, ma la scarsa elevazione consentiva una larga vista sulla
valle del Tevere.
I dintorni erano ricchi di boschi e di cacciagione:
«... ed inoltre quei boschi che si estendono tutti intorno, quella
solitudine e perfino quello stesso silenzio che è richiesto dalla caccia
spronano fortemente il pensiero».
« Quanto a me, nella mia villa in Toscana, attendo
alla caccia e alla composizione letteraria, occupazioni che talvolta
esercito alternativamente e talora contemporaneamente ».
La descrizione della villa da parte di Plinio è
sempre fatta in modo da affermare l'amenità e la salubrità, quella
atmosfera di riposo, di quiete, rifugio dal frastuono cittadino.
Passando comunque ad un'analisi più analitica, osserviamo sul lato
sud-est la sala da pranzo che si protende in avanti; dalle sue finestre
si poteva vedere una parte della villa dov'erano sistemati i bagni e
dalla parte opposta l'ippodromo.
Dalla grande porta-finestra inoltre si vedeva la
ultima parte della terrazza e i terreni a prateria (pratum). Sullo
stesso lato a metà galleria un gruppo di locali (diaeta I) che
circondavano un'areola (cortile) a platani. Quindi due cubicula di cui
uno era « dormitorium » (non una stanza per dormire la notte, ma per
riposare di giorno essendo vicino al tinello).
L'altro cubiculum era decorato in maniera molto
semplice: lo zoccolo adorno di marmo; la decorazione con pitture che
raffigurano rami con uccelli. All'interno della stanza una fontana. Il
tutto per dare la visione illusionistica di un giardino. Alla parte
opposta della galleria, rispetto al corpo di fabbrica contenente il
triclinium è sistemata una camera da letto più vasta (« cubiculum » del
proprietario) con le finestre sulla terrazza a sud ed altre ad ovest
(forse) sui prati. Sotto queste porte-finestre vi era la piscina, con la
vasca di marmo che prendeva l'acqua dallo alto e d'inverno conservava
una piacevole tepore perché invasa dal sole.
Segue, a questo punto, la descrizione del complesso
dei bagni. Accanto alla camera da letto vi è l'hypocauston , descritto
anche da Vitruvio.
Con tale termine viene indicato tanto il locale
riscaldato quanto il sistema di riscaldamento basato sull’irradiamento
del calore attraverso il pavimento. Esso era formato da: una camera di
combustione (praefernum propnigeum) in cui una fiamma riscaldava acqua e
aria, un canale di conduzione dell'aria calda, celle di riscaldamento
poste sotto gli ambienti dai quali erano separati mediante spessi
soffitti-pavimenti. Di esso si sono trovati molti esempi nelle ricerche
archologiche e corrisponde al calorifero ad aria delle abitazipni di un
secolo fa.
Il praefurnium (ossia il locale per l'accensione
della legna) era in genere a volte con un'apertura dove veniva accesa la
legna e poi l'aria calda veniva inviata attraverso intercapedini nel
pavimento o nelle pareti. Secondo Lehmann-Hartleben, hypocaustum non era
in Plinio la fornace vera e propria, ma una stanza sovrastante questo,
quindi veniva riscaldato dal di sotto, ossia una cameretta aggiunta e
riscaldata, una specie di stufa con una finestrina verso il cubiculo
attraverso cui veniva regolata l'entrata dell'aria riscaldata dalla
cameretta, nei locali adiacenti.
Segue poi lo spogliatoio (apodyterium) con varie
finestre da cui si passa nella cella frigidaria con una grande vasca
(baptisterium) e verso i prati nella piscina con acqua riscaldata.
Dal bagno freddo si passa nella cella media o «
tepidarium » e quindi nella cella calda o «calidarium», quest'ultima
esposta al sole. Nell'interno tre descensiones o bagni « alla pompeiana
».
Sullo spogliatoio lo Spheristerium per la ginnastica.
A fianco al gruppo dei bagni tre locali (diaetae) cui si accedeva anche
dalla galleria con una scala che serviva questi ambienti e la galleria
vetrata (cryptoporticus) per la differenza di livello.
Al termine di tale galleria una camera da letto ricavata nel corpo
stesso della galleria che guarda sul maneggio, le vigne e i monti.
Da un braccio laterale di questa galleria si apre la
galleria estiva (vetrata) e una sala da pranzo (triclinium) al centro.
Accanto al triclinium una scala portava probabilmente alla cucina e
serviva per portare i cibi durante i banchetti. Questa galleria
(sopraelevata) doveva avere un corridoio sotterraneo o seminterrato,
comunicante attraverso la scala, che dava accesso ai servizi. Dalla
galleria estiva si dipartiva un loggiato che da accesso agli
appartamenti (indicati come Diaetae VI-VII nella pianta).
Il maneggio o hyppodromus occupa una posizione
centrale, è circondato da platani, da rettilineo diventa semicircolare e
cinto da cipressi e ricoperto di ombra. La parola hyppodromus usata per
un giardino è detta così per analogia con la forma di tale edificio a
pianta allungata con estremità ricurva. Alcuni personaggi famosi
possedevano giardini simili destinati per passeggiate a cavallo,
giardini di tale tipo: lo stadio del Palatino, Villa di Adriano, Villa
dei Quintilii.
In certi giardini molto grandi l'hyppodromus poteva
servire anche come maneggio scoperto. Quello di Plinio era sistemato
obliquamente alla villa con uno spazio in mezzo privo di alberi, sui due
lati lunghi rettilinei vi erano da un lato platani e cespugli di bosso,
dall'altro alberi da frutto. A questo punto Plinio si sofferma a
descrivere le costruzioni nella curva dell'ippodromo: « lo stibadium »,
un banco semicircolare di marmo che serviva come letto per pranzare al
fresco, sopra di esso una specie di pergola formata da quattro colonne
di marmo, innanzi un bacino che da la possibilità di mangiare
l'antipasto (gustatio) su piatti posti sull'orlo della vasca di marmo e
gli altri cibi fatti galleggiare, in piatti, nella vasca.
Di fronte a questa specie di triclinium all'aperto,vi
era un ambiente di riposo; un cubiculum aperto con porte e finestre e
un'alcova (zothecula) con un letto e delle sedie per la siesta. Plinio
accenna a finestre superiori e inferiori: Winnefeld interpreta come
finestre che guardano verso il monte o verso l'hyppodromus che sta più
in basso, Lehmann invece pensa a due file di finestre l'una sopra
l'altra.
Il «Laurentinum»

Le difficoltà incontrate dagli storici ed archeologi
sono sorte anche a proposito dell'ubicazione del Laurentinum in quanto,
a differenza dalla villa in Tuscis, le notizie sono scarse e imprecise
perché Plinio nella sua lettera non fornisce indicazioni topografiche
chiare. Van Buren osserva che la descrizione è volutamente lacunosa (non
si parla ad es. dei quartieri del personale) in quanto Plinio intendeva
soprattutto invogliare l'amico Gallo a trascorrervi un periodo e cerca
dunque di evidenziare le comodità, la tranquillità e la piacevolezza dei
luoghi.
Il centro più importante e più abitato tra la foce
del Tevere e Anzio era Lavinium, poiché non esisteva un luogo chiamato «
Laurens », dove lungo la costa i Romani avevano fatto costruire numerose
ville tra cui famosa quella costruita da Augusto situata dove è oggi la
località Torre Paterno. La villa era costruita in modo tale che tutte le
principali stanze potessero essere orientate e a contatto con il mare;
casa bassa estesa in lunghezza senza scale né piani tranne che in una di
quelle torri riportate dalle piante.
Il nucleo più antico era costituito dalle due torri;
con interventi successivi fu ampliata per renderla sempre più
confortevole. L'insieme ci da tuttavia la sensazione di minore ordine
nell'organizzazione dei vari locali, se si confronta con la villa in
Toscana.
La villa secondo quanto dice Plinio poteva soddisfare
tutte le necessità pur senza eccesso di sfarzo; era composta da due
corpi separati disposti lungo la spiaggia. Il primo formato da ambienti
di rappresentanza (con annessi servizi e bagni) con vestibolo, atrio (la
disposizione della parte anteriore con l'atrio e il peristilio o
porticato dietro è tipica della domus romana) e corte o « area ».
Intorno una serie di camere o « cubicula » con una
grande sala da pranzo sporgente dagli altri fabbricati fino al punto da
essere lambita dai flutti del mare. Il secondo gruppo era disposto lungo
la spiaggia intorno ai giardini e ad i viali ed era riservato al riposo
del padrone di casa.
Tra questi due gruppi le due vecchie torri sistemate
ad abitazione. Il paesaggio intorno è pieno di boschi e prati a perdita
d'occhio: questa parte della campagna era già fuori della coltivazione
assumendo l'aspetto pastorale che è durato per molto tempo. I boschi e i
terreni intorno alla villa appartengono a Plinio come viene supposto ma
egli non ne dà alcuna spiegazione.
La villa era in grado di soddisfare tutte le
necessità pur senza eccesso di sfarzo. Era dotata di un atrio sobrio e
dignitoso, seguiva un loggiato incurvato a forma di una D che delimita
un cortile piccolo ma grazioso (area). Tale ambiente è protetto da
invetriate e costituisce un ottimo riposo dalle inclemenze atmosferiche.
Fin dai primi tempi dell'età imperiale si erano munite le aperture delle
finestre con lastre di talco dette «specularia» (lapis specularis) o con
grosse lastre di vetro.
Di fronte si trovava un cortile coperto « cavaedium
»; questo è forse un secondo atrio secondo quanto sostiene il Van Buren,
usato in Vitruvio come un termine generico per le specie differenti di
atrio, infatti egli parla indistintamente ora dell'uno ora dell'altro.
Il primo atrio è come a Tifernum « ex more veterum ». Una serie quindi
di tre cortili interni allineata lungo un asse che corre dalla finestra
occidentale del salone da pranzo fino al vestibolo dell'atrio che taglia
la linea di base del D. Che l'asse principale della villa è sugli angoli
a destra della costa è suggerito secondo Shervin-White dal fatto che
tutte e tre i lati del salone hanno una vista sul mare.
Quindi la sala da pranzo, molto bella, protesa verso
la spiaggia sfiorata dai flutti del mare, tutt'intorno porte e finestre,
attraverso cui si poteva vedere su tre lati il mare; su un lato invece,
attraverso i locali d'ingresso, la vista era verso i monti. Il gruppo
delle camere da letto era posto sulla sinistra dell'asse principale
ingresso-triclinio e con finestre a est e a ovest ossia verso i monti e
il mare: di nuovo, solo se la villa è allineata alla costa può la
finestra a sud catturare il sole di mattina. I muri delle camere da
letto e della sala da pranzo racchiudevano un angolo che trattiene i
raggi del sole. È questo l'hybernaculum (appartamento invernale della
casa caratterizzato dalla buona esposizione al sole e dalla presenza di
caminetti).
Il triclinium corrisponde secondo Shervin-White
all'oecus cyzicenus di Vitruvio. I Romani davano grande importanza
all'orientamento stagionale corretto delle stanze e delle case in
rapporto al calore molto più che ad un adeguato sistema di
riscaldamento. A quest'angolo era adiacente una stanza (il cubiculum è
usato per ogni appartamento e contrasta con il dormitorium membrum,
ambiente per dormire) a semicerchio con un armadio ad uso di biblioteca,
con finestre che presentano un'analogia con la stanza absidata della
villa dei Misteri. Questo è l'unico riferimento alla biblioteca e, se si
eccettua il padiglione del giardino, non vi è menzione di altri mobili o
statue. A fianco il « dormitorium membrum » diviso dal locale precedente
da un ambito sopraelevato per far passare sotto il pavimento delle
tubazioni per accumulare il calore e poi distribuirlo ai diversi vani.
È questo il sistema ad aria calda filtrata a cui si
da il nome di « hypocaustum ». Il riscaldamento proveniva dalla zona dei
bagni e la conduttura seguiva il corridoio il cui pavimento era
sopraelevato per consentire il passaggio della canalizzazione del
calore; esso quindi situato sopra il passaggio di riscaldamento
principale faceva sì che i flussi del calore si distribuissero
attraverso il muro. Nell'altro lato, ossia il lato destro del fabbricato
di rappresentanza si susseguono: un cubiculum politissimum (forse
decorato) forse la camera della moglie, un cubiculum più grande ben
soleggiato che poteva servire da « cotidiana cenatio » ossia un tinello
per coloro che occupavano le successive stanze, una camera da letto con
« procoeton » ossia un'anticamera dove dormiva lo schiavo di fiducia del
padrone adatta all'estate perché aveva soffitti elevati e all'inverno
perché con mura grosse e finestre piccole.
Tutte queste stanze sembrano affacciarsi sul mare
compresa la « calida piscina ». La descrizione dei bagni procede da est
verso ovest: cella frigidaria con due grandi vasche « più del necessario
» dice Plinio in quanto i bagni freddi si potevano fare in mare; segue
l'unctorium per i massaggi e i profumi, l'hypocauston ambiente
riscaldarle per mezzo del propnigeun (praefurnium) e infine due
camerette.
La discussione sui bagni non è abbastanza chiara
perché le due stanze da sudore, l'hypocauston e il preopnigeon precedono
la stanza del bagno caldo e non c'è accenno alla cella tepidaria o ad
una stanza per cambiarsi che non può essere l’unctorium. Nella villa
toscana l'ordine era più semplice. Possono esserci due alternative: nei
bagni laurentini, il riscaldamento asciutto dell'hypocauston e il
riscaldamento umido del propnigeon sostituiscono la cella tepidaria e
precedono il bagno caldo. L'hypocauston di Plinio corrisponde al «
laconicum sudatio » di Vitruvio. Il termine di solito significa una
stanza che contiene aria calda a riscaldamento asciutto. Una piccola
laconicum è illustrata nella villa dei Misteri. Da tali ambienti si
passava nella grande piscina, forse a ciclo scoperto, lo sphaeristerium
(destinato all'attività sportiva) era poco lontano. Esso è vicino
all'aphoditerium; questa costruzione qui come a Tiferno potrebbe essere
attaccata al blocco principale; nella pianta del Van Buren è un edificio
staccato. Presso lo sferisterio si ergono le torri, una che ha tre piani
(due soggiorni e la sala da pranzo) da cui si domina un largo tratto di
spiaggia e possono vedersi molte altre ville; l'altra contiene un solo
cubiculum forse sovrastante a un locale vasto o adibito a servizi. La
sala da pranzo dovrebbe affacciare a nord lungo la spiaggia e la torre
dovrebbe essere qui nel raggio a nord a meno che essa non sia un
edificio come sostiene Van Buren.
In effetti non c'è nessuna indicazione chiara poiché
Plinio non usa nessun termine che si riferisce a ciò. Dietro si trovano
l'aphoteca e l'horeum (questo, pare, situato al piano superiore) e sotto
a entrambi una sala da pranzo per i pranzi al fresco che è lontana dal
mare e da sul giardino e sul viale destinato alla passeggiata in
lettiga.
La sala da pranzo ha alle sue spalle altre due camere
con vista sull'ingresso della villa e verso est su un altro giardino,
forse l'orto che serviva a rifornire di generi la mensa.
Depositi nei piani inferiori sono nominati da
Columella e altri. Il grande riscaldamento descritto sopra valorizza lo
spazio abitativo; secondo Lehman-Hartleben queste turres rappresentano
una traccia delle primitive case fattorie.
L'altra torre è lontana dalla linea del mare. La
descrizione è poi simile alla villa in Toscana: gestatio (è un sentiero
suggestivo tra boschetti spesso connesso a un colonnato, ortus, con
largo impiego del bosso. Il giardino è tutto rivestito da gelsi e fichi.
Sia i cespugli che il giardino ornamentale sono gli elementi principali
qui come nella villa in Toscana. In questa parte un altro triclinium con
alle spalle due camere le cui finestre sovrastano l'ingresso della villa
e un secondo giardino adibito ad orto. «Tale è il colpo d'occhio per
niente inferiore a quello del mare che si gode da questa sala da pranzo
che è lontana dal mare; alle spalle è circondata da due camere, le cui
finestre sovrastano l'ingresso della villa e un secondo giardino,
adibito ad orto e ferti-lissimo... ». Plinio ha completato il rettangolo
del suo edificio principale e ha portato il lettore dietro al punto
d'ingresso del vestibolo del primo atrio.
Le due diaetae, secondo Shervin-White si trovano sul
fronte est della villa riempendo lo spazio tra la torre e il vestibolo;
oltre viene il settore dedicato ai servi. Di qui poi viene una galleria
vetrata, il criptoportico, in cui le finestre più numerose sono quelle
che danno sul giardino. La galleria trattenendo il sole aumenta il
tepore e impedisce l'accesso della tramontana e arresta alla
stessa maniera il libeccio.
È attraente per questo motivo d'inverno ma ancor più
in estate perché con la sua ombra attenua il calore ora su un lato ora
sull'altro nelle varie ore del giorno. Nella villa Laurentina il
criptoportico superava il livello del giardino per cui su questo lato vi
erano solo poche finestre in alto, mentre sull'altro
le finestre erano più numerose e più basse.
Lo xystus era ad un livello più basso dell'ortus. Il
criptoportico serviva al collegamento delle varie parti dell'edificio,
di solito prendeva luce dalle finestre poste sulle pareti laterali ma ve
ne erano anche di sotterranee. Il termine «criptoportico» sembra essere
un'invenzione di Plinio ma ricorre in un suo imitatore Sidonio che così
lo spiega: « Quia nihil ipsa prospectat etsi non hypodromus saltem
criptoporticus meo mihi iure vocitabitur ».
Il corridoio di Plinio ha mura e finestre dove un
normale portico ha colonnato ed arcate. Le pitture murali mostrano ville
con gallerie coperte e aperte di lunghezza sorprendente. C'è una larga
galleria di queste specie ma usata solo come deposito nella villa dei
Misteri. Forse Plinio si riferisce a questo criptortico quando dice: «
Mediante l'applicazione di tende faccio sì che le camere siano immerse
nella penombra, non nella oscurità. Anche la galleria, vetrata, una
volta che sono state schermate le finestre più basse offre tanta ombra
quanta luce ».
Se le finestre erano chiuse (mediante sportelli di
legno) il corridoio era oscuro. Davanti alla galleria il xystus che
profuma di viola. Era questo un viale da passeggio con vicoli riparati
da cespugli e siepi intrecciate non molto differenti dalla gestatio nel
suo sviluppo finale.
A Tiferno Plinio ebbe: « Ante porticum xystus in
plurimas species distinctus concisusque buxo ».
E’ associato con la gestatio lì e a Como. « AI
termine della terrazza, poi, della galleria e del giardino, si innalza
un villino che è la mia passione: l'ho fatto sorgere io ».
Questa costruzione appartata che ricorda l'analoga
villa in Toscana è stata costruita da Plinio stesso e ciò confermerebbe
il fatto che il Laurentino preesisteva e da lui fu ingrandito e
ammodernato. In questa zona esisteva l'« heliocaminus », la stanza che
serviva a raccogliere la maggiore quantità possibile di sole.
Heliocaminus, parola rara, la ritroviamo in Ulpiano che la equipara a
solarium.
Molto diffuso nelle ville romane, ad esempio nella
villa romana a Tivoli, l'heliocaminus ha cinque grandi porte che
facilitavano l'entrata dei raggi del sole ed è fornito di praefurnia. La
legge romana proibiva addirittura di innalzare costruzioni o piantagioni
che potessero far ombra all’helicaminus altrui.
Questa zona della villa conteneva poi una camera da
letto con al centro una zotheca. Questo termine, e il suo diminutivo
zothecula, sembra essere adottato da Plinio con il significato di
avvallamento o recesso angolare o curvato. In Sidonio significa nicchia.
La villa di Diomede a Pompei ce ne dà un buon esempio. Le pitture di
Boscoreale mostrano una notevole alcova svolazzante su un piano
inferiore. La zotheca mediante paraventi poteva essere ora separata
dalla stanza, aveva finestre su ogni lato in modo da godere di qualsiasi
vista; in essa si trovavano il letto e due poltrone (cathedras). Segue
una camera da letto più appartata ed isolata da luce e rumori. Ciò
dipendeva da un « andron » (andito) che separa questa parete da quella
del giardino. Andron è un termine greco corrispondente all'oecus romano,
sala destinata a soggiorno degli uomini e situata in fondo al
peristilio.
Aderente alla camera, l'impianto di riscaldamento.
Qui una specie di stufa con una finestrina mediante la quale si poteva
regolare l'entrata dell'aria riscaldata della cameretta nel cubicolo. Il
calore veniva prodotto al piano inferiore e veniva immesso attraverso
una botola. Sono camere ad aria calda chiamate cellae hypocaustae.
La parola hypocauston significa presso Plinio un
ambiente riscaldato dal di sotto, non la fornace stessa. Quindi si
tratta di una cameretta aggiunta e riscaldata cioè una specie di stufa
con una finestrina verso il cubiculo stesso mediante la quale si poteva
regolare l'entrata dell'aria riscaldata dalla cameretta nel cubiculo.
Segue un'anticamera (procoeton) e una stanza. È
questa la parte della costruzione che Plinio preferisce se, come egli
stesso dice, riesce ad applicarsi ai suoi studi, e a restare lontano
dallo schiamazzo e dai divertimenti della villa nei giorni di festa.
Plinio chiama il Laurentino Villula « Ut tantisque dotibus villulae
nostrae maxime commendatio ex tuo contubernio accedat », perché i suoi
pregi non consistevano nella grandezza ma nelle varie comodità indicate.
Plinio ribadisce quel carattere di semplicità e di utilità della villa
che pur senza sontuosità non trascura le esigenze derivanti dalla
posizione sociale del proprietario.
A. REYNAUD – R. ANDRIA