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Le ville di Plinio sul lago di Como

«Perciò io sono solito chiamare quella Tragedia e questa Commedia, quella perché si eleva sui coturni, questa quasi sui sandali ».

Per quanto riguarda l'ubicazione di queste ville, una tradizione vuole collocata la Tragedia sul promontorio di Bellagio (dove sorge la villa Serbelloni) perché fu trovata l'epigrafe forse riferita alla madre della terza moglie di Plinio; la Commedia invece avrebbe avuto sede presso Lemno (nel lago di fronte a Lemno furono travati resti di colonne, frammenti di capitelli, etc.) e dove si pensa venisse insediata una villa che godeva di un lungo viale verdeggiante.

«... mentre l'una con un dolce curva comprende un solo golfo (questa descrizione si riferirebbe chiaramente al golfo di Lemno) l'altra, la Tragedia, invece, che « dalla sua erta e scoscesa giogaia ne divide due » si riferirebbe alla punta di Bellagio (che all'origine divide due rami di Como e di Lecco del Lario).

Nella Commedia la passeggiata in lettiga si stende per un lungo percorso rettilineo sulla spiaggia; essendo infatti a Lemno il territorio pianeggiante era possibile l'esistenza della gestatio (il viale per la passeggiata in lettiga). Nella Tragedia si dispone in dolci curve in una spaziosissima terrazza: « Dall'una si possono osservare giù i pescatori, dall'altra si può pescare personalmente e gettare la lenza dalla propria camera e a momenti anche dal proprio letto come da una barca ».

La villa «in Tuscis»

Molte sono state le interpretazioni circa l'ubicazione della villa in Toscana, indicata da Plinio semplicemente con il termine « in Tuscis », ossia in Etruria.

Alcuni la ritengono ubicata nei pressi di Borgo S. Sepolcro a San Giustino situato poco più a nord di Città di Castello, l'antica Tifernum Tiberinum dove tra l'altro Plinio possedeva dei terreni: « Si tratta di terreni fertili, ubertosi, ricchi di acqua e distribuiti in campi, vigne e boschi, i quali forniscono legname e, quindi, l'introito modesto ma fisso... » e dove sorgeva un tempio innalzato forse da Plinio stesso e decorato da statue di imperatori « ... ut statuas principum, quas in longinquis agris per plures successiones traditas mihi quales acceperam, custodiebam... ».

Tale località si trova attualmente in territorio umbro ai margini del confine con la Toscana.

Bisogna tener presente che all'epoca non era segnato un confine esatto tra le due regioni e che, se Tifernum era chiaramente in Umbria, Plinio considera la sua villa situata in Toscana, trovandosi essa più a nord. In questo luogo esiste un'altura ancora oggi denominata colle Plinio dove esistono resti di costruzioni romane in cui sono stati ritrovati tra l'altro embrici in cotto con la sigla C.P.C.S..

La villa sorgeva in una zona collinare con orientamento N.N.O., S.S.E.. Fra il primo gruppo di fabbricati e quello più arretrato vi era una differenza di livello. La parte a sud, costituita da una serie di ambienti, era fronteggiata da un « xystus », tagliato da siepi di bosso che tracciavano numerosi disegni, preceduto dalla gestatio. Il gruppo posto a sud-est comprendeva il triclinium (sala da pranzo), i cubicula (locali da riposo), la cotidiana cenatio (tinello), la areola (cortile alberato a platani), l'« atrium », forse più vecchio rispetto alle altre parti della costruzione.

Una galleria (cryptoporticus), in pendenza, metteva in comunicazione con l'altro gruppo di fabbricati adatti soprattutto alla residenza estiva: i cubicula, una sala da pranzo con servizi di cucina sottostanti e infine un altro porticato (a due piani) collegava questi con altri locali, forse il quartiere degli schiavi, indicati generalmente con il nome di '' dietae ".

Sul lato destro si stendeva l'ippodromus (giardino) in fondo al quale si trovava il cubiculum dotato di zothecula (alcova) dove il proprietario poteva riposarsi o lavorava. La proprietà era interamente cinta da un muro di cui sono state trovate tracce; esso, viene detto anche in un'altra lettera, era d'uso nelle ville romane in quanto muro di recinzione.

Intorno si stende la tenuta agricola, coltivata a prato, a vigneto sulle colline. La villa era infatti sulle prime pendici dei colli, ma la scarsa elevazione consentiva una larga vista sulla valle del Tevere.

I dintorni erano ricchi di boschi e di cacciagione: «... ed inoltre quei boschi che si estendono tutti intorno, quella solitudine e perfino quello stesso silenzio che è richiesto dalla caccia spronano fortemente il pensiero».

« Quanto a me, nella mia villa in Toscana, attendo alla caccia e alla composizione letteraria, occupazioni che talvolta esercito alternativamente e talora contemporaneamente ».

La descrizione della villa da parte di Plinio è sempre fatta in modo da affermare l'amenità e la salubrità, quella atmosfera di riposo, di quiete, rifugio dal frastuono cittadino. Passando comunque ad un'analisi più analitica, osserviamo sul lato sud-est la sala da pranzo che si protende in avanti; dalle sue finestre si poteva vedere una parte della villa dov'erano sistemati i bagni e dalla parte opposta l'ippodromo.

Dalla grande porta-finestra inoltre si vedeva la ultima parte della terrazza e i terreni a prateria (pratum). Sullo stesso lato a metà galleria un gruppo di locali (diaeta I) che circondavano un'areola (cortile) a platani. Quindi due cubicula di cui uno era « dormitorium » (non una stanza per dormire la notte, ma per riposare di giorno essendo vicino al tinello).

L'altro cubiculum era decorato in maniera molto semplice: lo zoccolo adorno di marmo; la decorazione con pitture che raffigurano rami con uccelli. All'interno della stanza una fontana. Il tutto per dare la visione illusionistica di un giardino. Alla parte opposta della galleria, rispetto al corpo di fabbrica contenente il triclinium è sistemata una camera da letto più vasta (« cubiculum » del proprietario) con le finestre sulla terrazza a sud ed altre ad ovest (forse) sui prati. Sotto queste porte-finestre vi era la piscina, con la vasca di marmo che prendeva l'acqua dallo alto e d'inverno conservava una piacevole tepore perché invasa dal sole.

Segue, a questo punto, la descrizione del complesso dei bagni. Accanto alla camera da letto vi è l'hypocauston , descritto anche da Vitruvio.

Con tale termine viene indicato tanto il locale riscaldato quanto il sistema di riscaldamento basato sull’irradiamento del calore attraverso il pavimento. Esso era formato da: una camera di combustione (praefernum propnigeum) in cui una fiamma riscaldava acqua e aria, un canale di conduzione dell'aria calda, celle di riscaldamento poste sotto gli ambienti dai quali erano separati mediante spessi soffitti-pavimenti. Di esso si sono trovati molti esempi nelle ricerche archologiche e corrisponde al calorifero ad aria delle abitazipni di un secolo fa.

Il praefurnium (ossia il locale per l'accensione della legna) era in genere a volte con un'apertura dove veniva accesa la legna e poi l'aria calda veniva inviata attraverso intercapedini nel pavimento o nelle pareti. Secondo Lehmann-Hartleben, hypocaustum non era in Plinio la fornace vera e propria, ma una stanza sovrastante questo, quindi veniva riscaldato dal di sotto, ossia una cameretta aggiunta e riscaldata, una specie di stufa con una finestrina verso il cubiculo attraverso cui veniva regolata l'entrata dell'aria riscaldata dalla cameretta, nei locali adiacenti.

Segue poi lo spogliatoio (apodyterium) con varie finestre da cui si passa nella cella frigidaria con una grande vasca (baptisterium) e verso i prati nella piscina con acqua riscaldata.

Dal bagno freddo si passa nella cella media o « tepidarium » e quindi nella cella calda o «calidarium», quest'ultima esposta al sole. Nell'interno tre descensiones o bagni « alla pompeiana ».

Sullo spogliatoio lo Spheristerium per la ginnastica. A fianco al gruppo dei bagni tre locali (diaetae) cui si accedeva anche dalla galleria con una scala che serviva questi ambienti e la galleria vetrata (cryptoporticus) per la differenza di livello. Al termine di tale galleria una camera da letto ricavata nel corpo stesso della galleria che guarda sul maneggio, le vigne e i monti.

Da un braccio laterale di questa galleria si apre la galleria estiva (vetrata) e una sala da pranzo (triclinium) al centro. Accanto al triclinium una scala portava probabilmente alla cucina e serviva per portare i cibi durante i banchetti. Questa galleria (sopraelevata) doveva avere un corridoio sotterraneo o seminterrato, comunicante attraverso la scala, che dava accesso ai servizi. Dalla galleria estiva si dipartiva un loggiato che da accesso agli appartamenti (indicati come Diaetae VI-VII nella pianta).

Il maneggio o hyppodromus occupa una posizione centrale, è circondato da platani, da rettilineo diventa semicircolare e cinto da cipressi e ricoperto di ombra. La parola hyppodromus usata per un giardino è detta così per analogia con la forma di tale edificio a pianta allungata con estremità ricurva. Alcuni personaggi famosi possedevano giardini simili destinati per passeggiate a cavallo, giardini di tale tipo: lo stadio del Palatino, Villa di Adriano, Villa dei Quintilii.

In certi giardini molto grandi l'hyppodromus poteva servire anche come maneggio scoperto. Quello di Plinio era sistemato obliquamente alla villa con uno spazio in mezzo privo di alberi, sui due lati lunghi rettilinei vi erano da un lato platani e cespugli di bosso, dall'altro alberi da frutto. A questo punto Plinio si sofferma a descrivere le costruzioni nella curva dell'ippodromo: « lo stibadium », un banco semicircolare di marmo che serviva come letto per pranzare al fresco, sopra di esso una specie di pergola formata da quattro colonne di marmo, innanzi un bacino che da la possibilità di mangiare l'antipasto (gustatio) su piatti posti sull'orlo della vasca di marmo e gli altri cibi fatti galleggiare, in piatti, nella vasca.

Di fronte a questa specie di triclinium all'aperto,vi era un ambiente di riposo; un cubiculum aperto con porte e finestre e un'alcova (zothecula) con un letto e delle sedie per la siesta. Plinio accenna a finestre superiori e inferiori: Winnefeld interpreta come finestre che guardano verso il monte o verso l'hyppodromus che sta più in basso, Lehmann invece pensa a due file di finestre l'una sopra l'altra.

Il «Laurentinum»

Le difficoltà incontrate dagli storici ed archeologi sono sorte anche a proposito dell'ubicazione del Laurentinum in quanto, a differenza dalla villa in Tuscis, le notizie sono scarse e imprecise perché Plinio nella sua lettera non fornisce indicazioni topografiche chiare. Van Buren osserva che la descrizione è volutamente lacunosa (non si parla ad es. dei quartieri del personale) in quanto Plinio intendeva soprattutto invogliare l'amico Gallo a trascorrervi un periodo e cerca dunque di evidenziare le comodità, la tranquillità e la piacevolezza dei luoghi.

Il centro più importante e più abitato tra la foce del Tevere e Anzio era Lavinium, poiché non esisteva un luogo chiamato « Laurens », dove lungo la costa i Romani avevano fatto costruire numerose ville tra cui famosa quella costruita da Augusto situata dove è oggi la località Torre Paterno. La villa era costruita in modo tale che tutte le principali stanze potessero essere orientate e a contatto con il mare; casa bassa estesa in lunghezza senza scale né piani tranne che in una di quelle torri riportate dalle piante.

Il nucleo più antico era costituito dalle due torri; con interventi successivi fu ampliata per renderla sempre più confortevole. L'insieme ci da tuttavia la sensazione di minore ordine nell'organizzazione dei vari locali, se si confronta con la villa in Toscana.

La villa secondo quanto dice Plinio poteva soddisfare tutte le necessità pur senza eccesso di sfarzo; era composta da due corpi separati disposti lungo la spiaggia. Il primo formato da ambienti di rappresentanza (con annessi servizi e bagni) con vestibolo, atrio (la disposizione della parte anteriore con l'atrio e il peristilio o porticato dietro è tipica della domus romana) e corte o « area ».

Intorno una serie di camere o « cubicula » con una grande sala da pranzo sporgente dagli altri fabbricati fino al punto da essere lambita dai flutti del mare. Il secondo gruppo era disposto lungo la spiaggia intorno ai giardini e ad i viali ed era riservato al riposo del padrone di casa.

Tra questi due gruppi le due vecchie torri sistemate ad abitazione. Il paesaggio intorno è pieno di boschi e prati a perdita d'occhio: questa parte della campagna era già fuori della coltivazione assumendo l'aspetto pastorale che è durato per molto tempo. I boschi e i terreni intorno alla villa appartengono a Plinio come viene supposto ma egli non ne dà alcuna spiegazione.

La villa era in grado di soddisfare tutte le necessità pur senza eccesso di sfarzo. Era dotata di un atrio sobrio e dignitoso, seguiva un loggiato incurvato a forma di una D che delimita un cortile piccolo ma grazioso (area). Tale ambiente è protetto da invetriate e costituisce un ottimo riposo dalle inclemenze atmosferiche. Fin dai primi tempi dell'età imperiale si erano munite le aperture delle finestre con lastre di talco dette «specularia» (lapis specularis) o con grosse lastre di vetro.

Di fronte si trovava un cortile coperto « cavaedium »; questo è forse un secondo atrio secondo quanto sostiene il Van Buren, usato in Vitruvio come un termine generico per le specie differenti di atrio, infatti egli parla indistintamente ora dell'uno ora dell'altro. Il primo atrio è come a Tifernum « ex more veterum ». Una serie quindi di tre cortili interni allineata lungo un asse che corre dalla finestra occidentale del salone da pranzo fino al vestibolo dell'atrio che taglia la linea di base del D. Che l'asse principale della villa è sugli angoli a destra della costa è suggerito secondo Shervin-White dal fatto che tutte e tre i lati del salone hanno una vista sul mare.

Quindi la sala da pranzo, molto bella, protesa verso la spiaggia sfiorata dai flutti del mare, tutt'intorno porte e finestre, attraverso cui si poteva vedere su tre lati il mare; su un lato invece, attraverso i locali d'ingresso, la vista era verso i monti. Il gruppo delle camere da letto era posto sulla sinistra dell'asse principale ingresso-triclinio e con finestre a est e a ovest ossia verso i monti e il mare: di nuovo, solo se la villa è allineata alla costa può la finestra a sud catturare il sole di mattina. I muri delle camere da letto e della sala da pranzo racchiudevano un angolo che trattiene i raggi del sole. È questo l'hybernaculum (appartamento invernale della casa caratterizzato dalla buona esposizione al sole e dalla presenza di caminetti).

Il triclinium corrisponde secondo Shervin-White all'oecus cyzicenus di Vitruvio. I Romani davano grande importanza all'orientamento stagionale corretto delle stanze e delle case in rapporto al calore molto più che ad un adeguato sistema di riscaldamento. A quest'angolo era adiacente una stanza (il cubiculum è usato per ogni appartamento e contrasta con il dormitorium membrum, ambiente per dormire) a semicerchio con un armadio ad uso di biblioteca, con finestre che presentano un'analogia con la stanza absidata della villa dei Misteri. Questo è l'unico riferimento alla biblioteca e, se si eccettua il padiglione del giardino, non vi è menzione di altri mobili o statue. A fianco il « dormitorium membrum » diviso dal locale precedente da un ambito sopraelevato per far passare sotto il pavimento delle tubazioni per accumulare il calore e poi distribuirlo ai diversi vani.

È questo il sistema ad aria calda filtrata a cui si da il nome di « hypocaustum ». Il riscaldamento proveniva dalla zona dei bagni e la conduttura seguiva il corridoio il cui pavimento era sopraelevato per consentire il passaggio della canalizzazione del calore; esso quindi situato sopra il passaggio di riscaldamento principale faceva sì che i flussi del calore si distribuissero attraverso il muro. Nell'altro lato, ossia il lato destro del fabbricato di rappresentanza si susseguono: un cubiculum politissimum (forse decorato) forse la camera della moglie, un cubiculum più grande ben soleggiato che poteva servire da « cotidiana cenatio » ossia un tinello per coloro che occupavano le successive stanze, una camera da letto con « procoeton » ossia un'anticamera dove dormiva lo schiavo di fiducia del padrone adatta all'estate perché aveva soffitti elevati e all'inverno perché con mura grosse e finestre piccole.

Tutte queste stanze sembrano affacciarsi sul mare compresa la « calida piscina ». La descrizione dei bagni procede da est verso ovest: cella frigidaria con due grandi vasche « più del necessario » dice Plinio in quanto i bagni freddi si potevano fare in mare; segue l'unctorium per i massaggi e i profumi, l'hypocauston ambiente riscaldarle per mezzo del propnigeun (praefurnium) e infine due camerette.

La discussione sui bagni non è abbastanza chiara perché le due stanze da sudore, l'hypocauston e il preopnigeon precedono la stanza del bagno caldo e non c'è accenno alla cella tepidaria o ad una stanza per cambiarsi che non può essere l’unctorium. Nella villa toscana l'ordine era più semplice. Possono esserci due alternative: nei bagni laurentini, il riscaldamento asciutto dell'hypocauston e il riscaldamento umido del propnigeon sostituiscono la cella tepidaria e precedono il bagno caldo. L'hypocauston di Plinio corrisponde al « laconicum sudatio » di Vitruvio. Il termine di solito significa una stanza che contiene aria calda a riscaldamento asciutto. Una piccola laconicum è illustrata nella villa dei Misteri. Da tali ambienti si passava nella grande piscina, forse a ciclo scoperto, lo sphaeristerium (destinato all'attività sportiva) era poco lontano. Esso è vicino all'aphoditerium; questa costruzione qui come a Tiferno potrebbe essere attaccata al blocco principale; nella pianta del Van Buren è un edificio staccato. Presso lo sferisterio si ergono le torri, una che ha tre piani (due soggiorni e la sala da pranzo) da cui si domina un largo tratto di spiaggia e possono vedersi molte altre ville; l'altra contiene un solo cubiculum forse sovrastante a un locale vasto o adibito a servizi. La sala da pranzo dovrebbe affacciare a nord lungo la spiaggia e la torre dovrebbe essere qui nel raggio a nord a meno che essa non sia un edificio come sostiene Van Buren.

In effetti non c'è nessuna indicazione chiara poiché Plinio non usa nessun termine che si riferisce a ciò. Dietro si trovano l'aphoteca e l'horeum (questo, pare, situato al piano superiore) e sotto a entrambi una sala da pranzo per i pranzi al fresco che è lontana dal mare e da sul giardino e sul viale destinato alla passeggiata in lettiga.

La sala da pranzo ha alle sue spalle altre due camere con vista sull'ingresso della villa e verso est su un altro giardino, forse l'orto che serviva a rifornire di generi la mensa.

Depositi nei piani inferiori sono nominati da Columella e altri. Il grande riscaldamento descritto sopra valorizza lo spazio abitativo; secondo Lehman-Hartleben queste turres rappresentano una traccia delle primitive case fattorie.

L'altra torre è lontana dalla linea del mare. La descrizione è poi simile alla villa in Toscana: gestatio (è un sentiero suggestivo tra boschetti spesso connesso a un colonnato, ortus, con largo impiego del bosso. Il giardino è tutto rivestito da gelsi e fichi. Sia i cespugli che il giardino ornamentale sono gli elementi principali qui come nella villa in Toscana. In questa parte un altro triclinium con alle spalle due camere le cui finestre sovrastano l'ingresso della villa e un secondo giardino adibito ad orto. «Tale è il colpo d'occhio per niente inferiore a quello del mare che si gode da questa sala da pranzo che è lontana dal mare; alle spalle è circondata da due camere, le cui finestre sovrastano l'ingresso della villa e un secondo giardino, adibito ad orto e ferti-lissimo... ». Plinio ha completato il rettangolo del suo edificio principale e ha portato il lettore dietro al punto d'ingresso del vestibolo del primo atrio.

Le due diaetae, secondo Shervin-White si trovano sul fronte est della villa riempendo lo spazio tra la torre e il vestibolo; oltre viene il settore dedicato ai servi. Di qui poi viene una galleria vetrata, il criptoportico, in cui le finestre più numerose sono quelle che danno sul giardino. La galleria trattenendo il sole aumenta il tepore e impedisce l'accesso della tramontana e arresta alla stessa maniera il libeccio.

È attraente per questo motivo d'inverno ma ancor più in estate perché con la sua ombra attenua il calore ora su un lato ora sull'altro nelle varie ore del giorno. Nella villa Laurentina il criptoportico superava il livello del giardino per cui su questo lato vi

erano solo poche finestre in alto, mentre sull'altro le finestre erano più numerose e più basse.

Lo xystus era ad un livello più basso dell'ortus. Il criptoportico serviva al collegamento delle varie parti dell'edificio, di solito prendeva luce dalle finestre poste sulle pareti laterali ma ve ne erano anche di sotterranee. Il termine «criptoportico» sembra essere un'invenzione di Plinio ma ricorre in un suo imitatore Sidonio che così lo spiega: « Quia nihil ipsa prospectat etsi non hypodromus saltem criptoporticus meo mihi iure vocitabitur ».

Il corridoio di Plinio ha mura e finestre dove un normale portico ha colonnato ed arcate. Le pitture murali mostrano ville con gallerie coperte e aperte di lunghezza sorprendente. C'è una larga galleria di queste specie ma usata solo come deposito nella villa dei Misteri. Forse Plinio si riferisce a questo criptortico quando dice: « Mediante l'applicazione di tende faccio sì che le camere siano immerse nella penombra, non nella oscurità. Anche la galleria, vetrata, una volta che sono state schermate le finestre più basse offre tanta ombra quanta luce ».

Se le finestre erano chiuse (mediante sportelli di legno) il corridoio era oscuro. Davanti alla galleria il xystus che profuma di viola. Era questo un viale da passeggio con vicoli riparati da cespugli e siepi intrecciate non molto differenti dalla gestatio nel suo sviluppo finale.

A Tiferno Plinio ebbe: « Ante porticum xystus in plurimas species distinctus concisusque buxo ».

E’ associato con la gestatio lì e a Como. « AI termine della terrazza, poi, della galleria e del giardino, si innalza un villino che è la mia passione: l'ho fatto sorgere io ».

Questa costruzione appartata che ricorda l'analoga villa in Toscana è stata costruita da Plinio stesso e ciò confermerebbe il fatto che il Laurentino preesisteva e da lui fu ingrandito e ammodernato. In questa zona esisteva l'« heliocaminus », la stanza che serviva a raccogliere la maggiore quantità possibile di sole. Heliocaminus, parola rara, la ritroviamo in Ulpiano che la equipara a solarium.

Molto diffuso nelle ville romane, ad esempio nella villa romana a Tivoli, l'heliocaminus ha cinque grandi porte che facilitavano l'entrata dei raggi del sole ed è fornito di praefurnia. La legge romana proibiva addirittura di innalzare costruzioni o piantagioni che potessero far ombra all’helicaminus altrui.

Questa zona della villa conteneva poi una camera da letto con al centro una zotheca. Questo termine, e il suo diminutivo zothecula, sembra essere adottato da Plinio con il significato di avvallamento o recesso angolare o curvato. In Sidonio significa nicchia. La villa di Diomede a Pompei ce ne dà un buon esempio. Le pitture di Boscoreale mostrano una notevole alcova svolazzante su un piano inferiore. La zotheca mediante paraventi poteva essere ora separata dalla stanza, aveva finestre su ogni lato in modo da godere di qualsiasi vista; in essa si trovavano il letto e due poltrone (cathedras). Segue una camera da letto più appartata ed isolata da luce e rumori. Ciò dipendeva da un « andron » (andito) che separa questa parete da quella del giardino. Andron è un termine greco corrispondente all'oecus romano, sala destinata a soggiorno degli uomini e situata in fondo al peristilio.

Aderente alla camera, l'impianto di riscaldamento. Qui una specie di stufa con una finestrina mediante la quale si poteva regolare l'entrata dell'aria riscaldata della cameretta nel cubicolo. Il calore veniva prodotto al piano inferiore e veniva immesso attraverso una botola. Sono camere ad aria calda chiamate cellae hypocaustae.

La parola hypocauston significa presso Plinio un ambiente riscaldato dal di sotto, non la fornace stessa. Quindi si tratta di una cameretta aggiunta e riscaldata cioè una specie di stufa con una finestrina verso il cubiculo stesso mediante la quale si poteva regolare l'entrata dell'aria riscaldata dalla cameretta nel cubiculo.

Segue un'anticamera (procoeton) e una stanza. È questa la parte della costruzione che Plinio preferisce se, come egli stesso dice, riesce ad applicarsi ai suoi studi, e a restare lontano dallo schiamazzo e dai divertimenti della villa nei giorni di festa. Plinio chiama il Laurentino Villula « Ut tantisque dotibus villulae nostrae maxime commendatio ex tuo contubernio accedat », perché i suoi pregi non consistevano nella grandezza ma nelle varie comodità indicate. Plinio ribadisce quel carattere di semplicità e di utilità della villa che pur senza sontuosità non trascura le esigenze derivanti dalla posizione sociale del proprietario.

A. REYNAUD – R. ANDRIA


       

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Ultimo aggiornamento:  19-03-07