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Gli Arii protolatini

I Protolatini occuparono un territorio notevolmente esteso: alla vigilia della penetrazione osco-umbra sono stanziati, per lo meno, lungo tutta la costa tirrenica e nel relativo entroterra appenninico dal Lazio alla Sicilia orientale. Di questo gruppo compatto, che presenta caratteristiche abbastanza ben definite, fanno parte Latini (fra cui i Falisci), Ausoni, Opici, Enotri, Itali, Siculi e, forse, Morgeti e Coni. È verosimile che allo stesso gruppo appartenga anche quello strato di Liguri che contribuirono, coi posteriori Celti, ad indoeuropeizzare il linguaggio anario (=non ario) dei loro predecessori e, secondo quanto pensano alcuni glottologi, anche dei Piceni. È chiaro, dunque, che in età storica i Protolatini hanno già subito varie pressioni e, conseguentemente, non costituiscono più quel gruppo compatto che parrebbe lecito supporre sulla base della loro distribuzione geografica in età posteriore. Non mi pare assurda l'ipotesi che, oltre alla penetrazione osca di cui dovremo discorrere, abbia contribuito a questo smembramento anche una presumibile penetrazione « pirenaica » e la costituzione dello Stato etrusco. Ma questa che abbiamo sommariamente descritta non fu verosimilmente l'unica area italiana abitata da genti parlanti linguaggi indoeuropei: quando si tenga presente che, provenendo certamente da est, queste genti si ritrovano quasi esclusivamente nella parte occidentale della Penisola, è giocoforza ammettere che a nord o a sud si debba trovare traccia, se non altro, di un loro passaggio. Una di queste tracce sarebbe offerta dalle tombe «sicule» del Salento", anche se la maggior parte degli studiosi, cerca la « via » dei protolatini piuttosto a nord, attraverso i passi delle Alpi orientali.

Quando poi il fenomeno si sia realizzato è ancora questione aperta come tutte le questioni preistoriche. Si tende oggi ad abbassare la data fino al XV secolo, e in realtà la datazione desanctisiana - il De Sanctis considerava presenti i Protolatini nella valle del Po anteriormente al 2000 a.C. in piena età neolitica - è posta in dubbio dal fatto che proprio nel periodo neolitico sembra ora collocabile una penetrazione di civiltà pirenaica anche nella Valle Padana e in Emilia. Conviene dunque rifarsi, per averne un punto di riferimento ormai abbastanza sicuro, alla penisola balcanica. Qui gli Achei (« Micenei ») sono presumibilmente giunti in epoca notevolmente anteriore al XV secolo, nel quale li troviamo già insediati in Creta e già capaci di elaborare una scrittura come la lineare B con la quale esprimono un linguaggio «eolico», parente stretto, secondo l'opinione dei glottologi, dei dialetti osco-umbri. Quando poi cedesti «Eoli» vengono incalzati dai Dori per la tradizione siamo, col « ritorno degli Eraclidi », nel XII secolo e l'archeologia sembra suffragare la data - se ne ha, quasi come contraccolpo o come parallela, la penetrazione in Italia degli Osco-Umbri, databile forse verso l’XI secolo.

Risalendo all'indietro, si potrà - per analogia - far corrispondere la penetrazione protolatina in Italia ad un'epoca press'a poco corrispondente a quella della «eolizzazione » della penisola ellenica: terminus ante quem quel XV secolo in cui troviamo Achei a Creta. In Italia abbiamo, del resto, la « ausonizzazione » delle Lipari durante il XIII secolo, documentata dai sicuri reperti degli scavi eseguiti da Luigi Bernabò Brea, e la « siculizzazione » della Sicilia verso l'XI secolo. Pare dunque verosimile e necessario ammettere che, se non si vuole considerare quasi istantanea la prima in-doeuropeizzazione di tutta la Penisola, occorra risalire, per lo meno, al XVI o anche al XVII secolo per la prima penetrazione dei protolatini...

Avviene, infatti, per la penisola italica un fenomeno analogo a quello che avviene nella penisola ellenica ma, se l'indoeuropeizzazione della Grecia proprio può farsi risalire grosso modo all'inizio del II millennio (fine dell'Elladico I)", anteriore dovrà essere considerata l'indoeuropeizzazione della parte settentrionale della penisola balcanica da chi ritenga nordica l'invasione e anteriore, sia pure di poco, potrà essere anche la penetrazione in Italia, ma converrà tener presente che questi Protoindoeuropei di Grecia e d'Italia non sono facilmente distinguibili dai popoli che li hanno preceduti: in Italia, almeno, nessuna frattura sensibile si nota nello svolgimento delle culture preistoriche, e lo stesso fenomeno si manifesta in Grecia se tuttora è in discussione la data da attribuire all'inizio dell'indoeuropeizzazione... Così, come avvenne in Grecia, anche in Italia si può ritenere che la fusione fra Indoeuropei e «Mediterranei» sia stata press'a poco perfetta: ne nacquero idiomi indoeuropei su basi largamente mediterranee, ne nacquero forme artistiche che non siamo più in grado di distinguere, ne nacquero culti e riti che, sorti in gran parte da un sostrato nettamente « mediterraneo », sono stati in parte «interpretati» e concertati con altri di origine più chiaramente «indoeuropea».

E. MANNI

Una comunità laziale

Sappiamo ancora poco degli abitanti delle antiche comunità sviluppatesi agli inizi del I millennio a.C. in Italia, e in particolare nel Lazio: gran parte delle nostre informazioni ci derivano quindi dallo studio delle loro necropoli. A meno di 20 Km da Roma, in una località detta Osteria dell'Osa, è stato messo in luce negli ultimi anni un importante sepolcreto. Sono state studiate circa 200 tombe, che consentono agli archeologi di condurre analisi approfondite sulle popolazioni che abitavano quei luoghi ancor prima della fondazione di Roma.

Il sepolcreto si trova ai margini del cratere di un antico vulcano, trasformatosi poi in lago, ora prosciugato. Ma al tempo in cui si formò quella necropoli, le condizioni climatiche dovevano essere assai diverse dalle attuali: la zona era infatti solcata da corsi d'acqua, mentre laghi e paludi riempivano le depressioni. Gli abitati e le necropoli preferivano in genere le zone più elevate: non conosciamo ancora il luogo preciso dove sorgeva il villaggio da cui dipendeva la necropoli. Le 200 tombe scavate non appartengono tutte alla stessa epoca, ma sono distribuite in un periodo di oltre tre secoli, dal 900 al 580 a.C. circa. Ciò significa che nel sepolcro non esistono sepolture relative alla prima fase della cultura laziale (1000-900 a.C.).

Inizio del sepolcreto (fase laziale II A - ca. 900-830 a.C.)

Almeno 80 tombe appartengono a questo momento più antico della vita della comunità. Si notano due tipi di sepoltura: uno, più diffuso, consiste in una fossa rettangolare dove viene adagiato il cadavere del defunto (inumazione) insieme con un corredo di oggetti; l'altro consiste in un pozzetto, dentro al quale è posto un dolio (una specie di giara) che contiene sia l'urna con le ceneri del defunto (incinerazione) che il corredo. La quantità di tombe scavate ed una stima di quelle ancora da scavare può far ritenere che al tempo del suo primo sviluppo la comunità fosse composta da circa un centi-laio di persone.

Comunità ristrette di questo tipo, in età protostorica (ma l'archeologo per le sue ricostruzioni si serve anche dei confronti con le società primitive odierne studiate dagli etnologi), dovevano essere organizzate secondo i vincoli di parentela. Questi legami a volte sono evidenti anche nel modo stesso in cui sono disposte le tombe. Quando infatti una nuova deposizione viene a lambire o a sovrapporsi ad una più antica, dobbiamo supporre che tra i due defunti dovesse esistere un qualche vincolo familiare.

Il rito dell'inumazione è molto più diffuso di quello dell'incinerazione, che dobbiamo quindi ritenere riservato a persone in certo senso particolari. Notiamo, ad esempio, che le tombe ad incinerazione sono tutte maschili, anche se non tutti gli uomini sono incinerati, che le armi sono presenti solo nei corredi degli uomini incinerati e che l'urna che raccoglie le loro ceneri è a forma di capanna, che riproduce con fedeltà l'aspetto delle case di abitazione. Possiamo quindi ritenere che l'uso di quelle urne speciali volesse indicare che il morto era il rappresentante della casa, il «capo» della famiglia, probabilmente quindi un uomo adulto o anche un anziano. Anche la presenza delle armi induce ad attribuire quelle tombe particolari a uomini adulti, cui la comunità ha assegnato il ruolo di difensori e di cacciatori.

Le tombe degli altri uomini, delle donne e dei bambini, tutte a inumazione, sono assai simili tra di loro, sia per forma che per corredi: da esse si ricava che le differenze di ruoli, e quindi di rango, all'interno della comunità dovevano essere assai lievi. Pochi capi-famiglia «governavano» su una comunità di eguali, in cui i diversi ruoli venivano attribuiti in base al sesso e all'età degli individui. La ricchezza probabilmente era distribuita in modo abbastanza egualitario. L'abitato doveva essere costituito da un insieme di capanne, di forma ovale o rotonda; le pareti erano fatte di rami o canne e intonacate con l'argilla; il tetto era costruito con una intelaiatura di rami coperta di paglia. Nella capanna viveva un intero nucleo familiare. Gran parte della vita e delle attività comunitarie si svolgevano però all'aperto, venendo riservato l'uso della capanna prevalentemente alle ore della notte e alla difesa dalle intemperie.

I vasi rinvenuti nei corredi ci informano circa gli oggetti di uso più quotidiano e quelli riservati a occasioni particolari, come il banchetto. Si distinguono i recipienti per i cibi solidi e per i liquidi, brocche e tazze per l'acqua e per il latte. La ricostruzione dell'abbigliamento è più difficile: sia le pelli che le stoffe sono infatti molto deperibili e giungono assai di rado fino a noi. Nelle tombe si rinvengono numerose fibule di bronzo, oggetti analoghi alle nostre spille di sicurezza, che allacciavano sul petto un mantello che doveva coprire il vestito vero e proprio, probabilmente una semplice tunica. Il tessuto principale era la lana, lavorata nell'ambito delle attività domestiche, come sappiamo dai tanti oggetti relativi alla filatura ed alla tessitura che si incontrano nei corredi delle tombe femminili. In queste tombe si trovano spesso anche piccoli anelli, collane e fermagli per le trecce, che ci aiutano a ricostruire a grandi linee gli ornamenti personali e le acconciature delle donne del villaggio.

La comunità produceva tanto quanto era necessario al proprio sostentamento: praticava l'agricoltura seminando i cereali e i legumi (specie le fave ed i piselli) e raccogliendo qualche frutto selvatico. Allevava alcuni animali, specie le capre, le pecore ed i maiali, affidati probabilmente alle cure dei più giovani. Integrava l'allevamento con la pesca di pesci di acqua dolce e la caccia di animali selvatici (affidata agli uomini adulti della comunità). Ognuno era continuamente impegnato nella produzione dei beni necessari alla vita; la terra per le colture e il pascolo era patrimonio collettivo ed è assai probabile che non si fossero ancora sviluppate forme di proprietà privata del suolo.

La comunità era autosufficiente anche nella produzione artigianale dei manufatti: la ceramica, eseguita a mano da ogni singolo gruppo familiare; i tessuti, di cui si è già detto; i mobili in legno, noti attraverso alcuni modellini di terracotta. La fabbricazione degli oggetti di metallo, assai più complessa, richiedeva l'intervento di un artigiano specializzato: è possibile che la comunità si accollasse le spese del mantenimento di questi artigiani in cambio del loro prezioso lavoro. Poiché il Lazio è privo di metalli, l'approvvigionamento della materia prima era una condizione molto importante, che implicava la necessità di numerosi contatti e scambi con popolazioni diverse. È probabile che gli abitanti del Lazio si rifornissero di metalli dalla vicina Etruria e dalle più lontane regioni dell'Italia meridionale. Ma, a parte questi contatti con l'esterno, le comunità, pur vivendo prevalentemente nell'ambito del villaggio, dovevano avere occasioni di contatti frequenti con i propri vicini. Le comunità laziali sorgevano spesso a pochi chilometri di distanza l'una dall'altra: festività religiose e matrimoni tra membri di villaggi diversi dovevano contribuire ad una continua circolazione di persone e di prodotti.

Seconda fase (fase laziale II B - ca. 830-770 a.C.)

Il quadro sin qui delineato non subisce modificazioni significative tra la fine del IX e l'inizio dell'VIII secolo. A questo periodo sono state attribuite quasi 60 tombe. In questi anni il rito della incinerazione si fa più raro e poi scompare: è un fenomeno che si riscontra anche in Etruria e in Campania, al di fuori dell'ambito della cultura laziale.

Lo studio dei corredi lascia intravedere un certo impoverimento della comunità, che sembra in questo momento più chiusa in se stessa. Si sono probabilmente affievoliti i rapporti, prima più frequenti, con le popolazioni dell'Italia meridionale, e fatti più intensi quelli con la vicina Etruria. Si pongono le premesse di contatti che si faranno col tempo sempre più stretti.

Terza fase (fase laziale III - ca. 770-730/720 a.C.)

Solo 6 tombe sono attribuibili a questa fase, assai importante, dello sviluppo della necropoli. Molte altre tombe, troppo superficiali, devono essere andate distrutte nel corso dei lavori agricoli. Nelle tombe femminili si nota una propensione a deporre una grande quantità di oggetti ornamentali, in quelle maschili compaiono quasi sempre accanto al defunto la spada e la lancia, che è costruita ormai prevalentemente in ferro. In ferro, e non più in bronzo, sono adesso sempre più spesso fabbricati gli strumenti di lavoro.

La presenza di una certa quantità di ricchezza nei corredi tombali fa ritenere che sia cominciato quel mutamento sociale, di importanza enorme, che lentamente introduce elementi di differenziazione nella comunità. È una tendenza che si farà più evidente verso la fine di questa fase, allorché alcune tombe (il fenomeno è esteso a tutto il Lazio) ci mostreranno che alcuni individui eccellono sugli altri per la possibilità che hanno di portare con sé nella tomba dei « beni di prestigio » che conferivano loro una posizione privilegiata in seno alla comunità.

Nella produzione agricola, nell'allevamento, nell'artigianale le strutture economiche appaiono ancora inalterate. Viene introdotta però una grande conquista tecnica: il tornio per la fabbricazione dei vasi. È probabile che questa innovazione abbia preso piede in un primo tempo a Roma stessa, il villaggio laziale sorto, secondo la mitica tradizione, proprio in questi anni (753 a.C.).

D. MANACORDA

II Lazio e il sito di Roma

In origine, il territorio del popolo latino si limitava alla parte meridionale della valle inferiore del Tevere, una regione piuttosto povera dominata dai Colli Albani. La piatta linea costiera, senza insenature né porti, offriva scarsa possibilità sia di attività che di comunicazioni marittime. Il limite nord del paese, oltre il quale si stendeva l'Etruria, era costituito a tutti gli effetti dal Tevere. Ma i Falisci, un popolo etnicamente apparentato ai Latini, risiedevano sulla riva destra del fiume, a nord del Lazio: a partire dall'epoca storica, le loro principali città furono Falerii, Capena e Narce. La storia politica e culturale dei Falisci, circondati com'erano dagli Etruschi, sfuma impercettibilmente in quella etrusca; ma la loro lingua, nota da varie iscrizioni, era di origine latina, pur rivelando numerose contaminazioni sabine ed etrusche.

Subito accanto, ad est del Lazio, le colline preappenniniche erano abitate nella parte settentrionale dai Sabini, una tribù semplice e rude, e nella parte meridionale dagli Ernici. In seguito, il territorio latino fu ulteriormente ridotto dall'arrivo dei Volsci, fra i Colli Albani e gli Aurunci, all'inizio dei tempi storici. Essi si impadronirono delle antiche città latine di Velletri, Segni, Satrico e Anzio.

In confronto alla penisola in generale, che catene montuose dividono in aree ristrette, la valle inferiore del Tevere gode di un notevole vantaggio geografico, che è stato spesso e giustamente rilevato: quello d'essere un punto d'incontro di diverse vie naturali di traffico. Due altre regioni italiane godono, sebbene in grado minore, dello stesso privilegio: il tratto centrale della valle dell'Arno, che dà accesso a importanti valichi appenninici e dove crebbero Pistoia e Firenze, e la piana della Campania, che è facilmente e comodamente raggiungibile da sud. Molte e grandi vie naturali di comunicazione convergono nella pianura del Lazio e, dopo gli inizi dell'era storica, furono adottate dalle principali strade romane: l'Appia, che correva a sud lungo la costa; la Latina, che portava in Campania per la valle del Sacco; la Valeria, che seguiva il corso dell'Aterno verso l'Adriatico; la Salaria, che, dopo aver seguito il corso del Tevere, si addentrava fra le montagne in direzione del Piceno; l'Ostiense, che congiungeva Roma ad Ostia; l'Aurelia, che costeggiava il Tirreno verso nord; la Cassia, che attraversando i Sabatini, di non molto diffìcile accesso, portava in Etruria; la Flaminia, che lasciava Roma a nord sullo stesso percorso, ma poco dopo se ne staccava per seguire la valle del Nera per dirigersi verso l'Umbria e l'Adriatico.

Tutte queste strade si basavano su più antichi sentieri esattamente come la rete delle moderne strade di grande comunicazione è rimasta largamente fedele al tracciato dei costruttori di strade romani. Così Roma, crebbe in una zona naturalmente dotata di comunicazioni facili e dirette con le regioni vicine, in particolare con le due province di civiltà più progredita, l'Etruria e la Magna Grecia. Questo fattore costituì senza dubbio una delle cause principali del suo straordinario destino.

I vantaggi dell'insediamento romano erano già riconosciuti ed enumerati in tempi classici. Cicerone, Livio e Strabone insistono tutti sull'eccellenza della posizione dell'Urbe e sulla presenza provvidenziale di un grande fiume navigabile, il Tevere, che dava rapido accesso così al mare come al centro della penisola. E avevano ragione, tanto più che, crescendo le dimensioni della città, il Tevere divenne un'arteria atta al trasporto di materiali da costruzione e derrate aliementari da ogni parte del mondo. Tuttavia, alcuni geografi moderni vanno più a fondo del problema analizzando i fattori geografici che fecero di Roma una sede ambita in tempi preistorici e che senza dubbio influirono sulla sua fondazione molto prima di contribuire alla sua ascesa. Uno di questi fattori è certo il fatto che tante strade convergano nel Lazio. Ma la stessa area sulla quale Roma sorse presentava ben definiti vantaggi.

I modesti colli tiberini rappresentano le estreme propaggini di terreni vulcanici provocati dai Colli Albani. Alcuni di essi, in particolare il Palatino e il Campidoglio, avevano pendii ripidi che ne rendevano facile la difesa. Senza dubbio le tre vette, l'area relativamente estesa e i fianchi dirupati del Palatino, ne facevano il colle propizio ai primi stanziamenti, e non stupisce che qui sorgessero i primi villaggi di pastori e mandriani. Tuttavia, il luogo opponeva pure certi ostacoli all'espansione; anzitutto, la natura paludosa di alcune sue parti, che rendeva necessario un vasto sistema di scarico; poi l'irregolarità del terreno e il gran numero di piccole alture.

Ma questo gruppo di monti strettamente uniti, che si spingevano fin quasi al Tevere di fronte all'unica isola dell'intera zona, facilitava a questa altezza il guado del fiume, che si snodava in un paludoso fondovalle di origine alluvionale. Il sito di Roma formava quindi un anello di congiunzione fra il nord e il sud del Lazio e nello stesso tempo occupava una posizione-chiave sulla strada lungo la quale il sale affluiva alle montagnose regioni dell'est. Queste caratteristiche favorirono pure le costruzione dei più antichi ponti sul Tevere prima della sua foce. Più a valle non vi era nessun posto atto allo scopo, e in realtà i ponti romani rimasero fino al XIX secolo il punto più basso in cui si potesse attraversare il Tevere. I vantaggi commerciali e strategici del luogo erano dunque eccezionali. Con i suoi ponti, la sua accessibilità dal mare e la sua posizione come incrocio stradale, la città godette fin dall'inizio dei privilegi non comuni che dovevano svolgere una parte importante in tutta la sua storia.

In merito ai primissimi tempi di Roma, la povertà di fonti letterarie e la loro validità discutibile rendono straordinariamente importanti i reperti archeologici. Essi restano l'unica base autorevole per qualunque valu-tazione della portata storica dei testi e perciò l'unico strumento che ci permetta di sostituire la storia alle leggende. Ma gli scavi della Roma arcaica sono di data piuttosto recente e, ai fini di una giusta valutazione dei loro risultati, è necessario sia pur brevemente farne cenno.

Le prime scoperte importanti sulla Roma arcaica - le tombe dell'Esquilino, e i sacrari e le tombe del Quirinale - risalgono all'ultimo quarto del XIX secolo. La grande necropoli dell'Esquilino venne alla luce durante i lavori per un nuovo edificio sulla stessa area. Il saggio pubblicato dal Pinza nel 1905 ordina questi reperti. I primi scavi sistematici ebbero luogo all'inizio di questo secolo. Il Boni e il Vaglieri aprirono vie nuove ed importanti, il primo sul Palatino e nel Foro, il secondo sul solo Palatino. Valendosi dei metodi più scrupolosamente scientifici, il Boni portò in luce le tombe del vasto sepolcreto del Foro, ora conservate ed esposte nell'Antiquarium del Foro esattamente come furono trovate. I suoi scritti sull'argomento furono precisi e meticolosi come gli scavi da lui eseguiti.

Vaglieri scoprì sul Palatino tracce di abitazioni primitive e una notevole quantità di materiale arcaico, ora riunito nell'Antiquarium del Palatino. Ma lo stato in cui si trovava allora la ricerca gli impedì di riconoscere tutta la portata e l'estensione delle sue scoperte, e vivaci polemiche si accesero ripetuta-mente fra lui e il Pigorini. Una gran parte del materiale trovato nel 1900-1910 è rimasto a tutt'oggi inedito, sebbene ora vi si stia rimediando.

Tracce dei sacrari arcaici sul Campidoglio e a S. Omobono furono scoperte prima dell'ultima guerra, nel corso d'importanti lavori di scavo, da M. A. Colini, e dopo il 1945 il materiale disponibile si è accresciuto grazie a una ulteriore serie di scoperte. Prima di tutto, vi fu la ricognizione sistematica del Palatino, ad opera di eminenti specialisti della scuola italiana, che fornirono dati di importanza vitale circa la protostoria del Palatino, e materiale su cui basare non ipotesi ma fatti. In merito poi a certi aspetti sia del Foro che del Palatino, recenti scoperte hanno insieme allargato il nostro orizzonte e posto nuovi problemi. Ricerche metodiche sono tuttora in corso, su basi rigorosamente scientifiche, in diversi settori della Roma, arcaica.

Grazie ai lavori del Boni all'inizio del secolo e ai recenti scavi del Puglisi, sappiamo ora di due antichissimi stanziamenti situati l'uno accanto all'altro sulle due terrazze del Palatino, il Palatium e il Cermalo. Gli scavi eseguiti dal Boni sotto la Domus Flaviorum rivelarono nel più basso strato archeologico una serie completa di fori per l'infissione di pali, ceramiche caratteristiche della prima età del ferro, cannicciate e rozzi intonaci. È ora chiaro che si tratta di resti di capanne preistoriche su fondi di argilla. Le capanne sono scomparse, ma il gran numero di fori per la palificazione e una notevole massa di intonaco argilloso - in uso fin dal Neolitico per rivestire le pareti delle capanne di stoppie e di rami -bastano a provare l'esistenza di un abitato nel periodo romuleo intorno alla metà dell'VIII secolo a. C.

R. BLOCH

Civiltà contadina

Gli antichi Romani erano stati per lungo tempo dei campagnoli laboriosi e rozzi, intenti solo a coltivare i loro campi, a combattere contro i loro nemici, a compiere le pratiche della religione. Il vecchio Catone, nel suo libro sull'Agricoltura, ci da un'idea dei loro costumi: « I nostri antenati allorché essi volevano fare l'elogio dell'uomo, dicevano: - Buon lavoratore, buon agricoltore – e questo elogio sembrava il più grande che si potesse fare ». Catone cita pure alcuni dei loro vecchi proverbi: « Cattivo agricoltore è quegli che compra ciò che la terra non può fornirgli »; « Cattivo economo è quegli che fa nel giorno ciò che egli può fare nella notte »; « La coltivazione dei campi è così fatta che, se tu ritardi una sola faccenda, ritarderai pure tutte le altre ». E Cicerone fa dire a Catone « I diletti che prova l'agricoltura mi sembra che siano i più conformi alla vita dell'uomo veramente saggio ».

Duri al lavoro, aspri al guadagno, economi ed ordinati, questi campagnoli erano stati la forza degli eserciti romani. Per lungo tempo pure essi erano stati l'elemento prevalente nelle assemblee del popolo, e avevano così dominato nella repubblica.

Essi abitavano case piccole, a un solo piano, costruite in maniera assai grossolana. La stanza principale, l’atrium (ove si trovava il focolare sacro della famiglia) aveva un'apertura in alto per la quale cadeva la pioggia; tutte le masserizie, le suppellettili, e gli arredi domestici si riducevano a delle cassapanche e a degli armadi per riporre la roba, a degli sgabelli di legno, a dei rozzi lettucci, e a pochissimo altro. Il nutrimento era semplice, composto in special modo di grano e orzo bollito, pane e legumi; carne si mangiava soltanto nei giorni festivi; le donne non bevevano mai vino, gli uomini ne bevevano raramente. Il vestito consisteva in una tunica, sulla quale (allorché faceva freddo) si sovrapponeva un mantello di lana; nei giorni festivi e nelle cerimonie solenni i cittadini portavano la toga drappeggiata attorno alla persona; la calzatura consisteva in sandali, allacciati con corregge. La vita trascorreva nel lavoro: gli uomini coltivavano i campi; le donne filavano la lana, tessevano i panni, macinavano il grano. L'unica distrazione, forse, che avevano quelle genti primitive era il recarsi al mercato ogni nove giorni, e il prendere parte alle feste in onore degli dei.

C. GIORNI


       

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Ultimo aggiornamento:  19-03-07