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Gli Arii protolatini
I Protolatini occuparono un territorio notevolmente
esteso: alla vigilia della penetrazione osco-umbra sono stanziati, per
lo meno, lungo tutta la costa tirrenica e nel relativo entroterra
appenninico dal Lazio alla Sicilia orientale. Di questo gruppo compatto,
che presenta caratteristiche abbastanza ben definite, fanno parte Latini
(fra cui i Falisci), Ausoni, Opici, Enotri, Itali, Siculi e, forse,
Morgeti e Coni. È verosimile che allo stesso gruppo appartenga anche
quello strato di Liguri che contribuirono, coi posteriori Celti, ad
indoeuropeizzare il linguaggio anario (=non ario) dei loro
predecessori e, secondo quanto pensano alcuni glottologi, anche dei
Piceni. È chiaro, dunque, che in età storica i Protolatini hanno già
subito varie pressioni e, conseguentemente, non costituiscono più quel
gruppo compatto che parrebbe lecito supporre sulla base della loro
distribuzione geografica in età posteriore. Non mi pare assurda
l'ipotesi che, oltre alla penetrazione osca di cui dovremo discorrere,
abbia contribuito a questo smembramento anche una presumibile
penetrazione « pirenaica » e la costituzione dello Stato etrusco. Ma
questa che abbiamo sommariamente descritta non fu verosimilmente l'unica
area italiana abitata da genti parlanti linguaggi indoeuropei: quando si
tenga presente che, provenendo certamente da est, queste genti si
ritrovano quasi esclusivamente nella parte occidentale della Penisola, è
giocoforza ammettere che a nord o a sud si debba trovare traccia, se non
altro, di un loro passaggio. Una di queste tracce sarebbe offerta dalle
tombe «sicule» del Salento", anche se la maggior parte degli studiosi,
cerca la « via » dei protolatini piuttosto a nord, attraverso i passi
delle Alpi orientali.
Quando poi il fenomeno si sia realizzato è ancora
questione aperta come tutte le questioni preistoriche. Si tende oggi ad
abbassare la data fino al XV secolo, e in realtà la datazione
desanctisiana - il De Sanctis considerava presenti i Protolatini nella
valle del Po anteriormente al 2000 a.C. in piena età neolitica - è posta
in dubbio dal fatto che proprio nel periodo neolitico sembra ora
collocabile una penetrazione di civiltà pirenaica anche nella Valle
Padana e in Emilia. Conviene dunque rifarsi, per averne un punto di
riferimento ormai abbastanza sicuro, alla penisola balcanica. Qui gli
Achei (« Micenei ») sono presumibilmente giunti in epoca notevolmente
anteriore al XV secolo, nel quale li troviamo già insediati in Creta e
già capaci di elaborare una scrittura come la lineare B con la quale
esprimono un linguaggio «eolico», parente stretto, secondo l'opinione
dei glottologi, dei dialetti osco-umbri. Quando poi cedesti «Eoli»
vengono incalzati dai Dori per la tradizione siamo, col « ritorno degli
Eraclidi », nel XII secolo e l'archeologia sembra suffragare la data -
se ne ha, quasi come contraccolpo o come parallela, la penetrazione in
Italia degli Osco-Umbri, databile forse verso l’XI secolo.
Risalendo all'indietro, si potrà - per analogia - far
corrispondere la penetrazione protolatina in Italia ad un'epoca press'a
poco corrispondente a quella della «eolizzazione » della penisola
ellenica: terminus ante quem quel XV secolo in cui troviamo Achei
a Creta. In Italia abbiamo, del resto, la « ausonizzazione » delle
Lipari durante il XIII secolo, documentata dai sicuri reperti degli
scavi eseguiti da Luigi Bernabò Brea, e la « siculizzazione » della
Sicilia verso l'XI secolo. Pare dunque verosimile e necessario ammettere
che, se non si vuole considerare quasi istantanea la prima
in-doeuropeizzazione di tutta la Penisola, occorra risalire, per lo
meno, al XVI o anche al XVII secolo per la prima penetrazione dei
protolatini...
Avviene, infatti, per la penisola italica un fenomeno
analogo a quello che avviene nella penisola ellenica ma, se l'indoeuropeizzazione
della Grecia proprio può farsi risalire grosso modo all'inizio del II
millennio (fine dell'Elladico I)", anteriore dovrà essere considerata l'indoeuropeizzazione
della parte settentrionale della penisola balcanica da chi ritenga
nordica l'invasione e anteriore, sia pure di poco, potrà essere anche la
penetrazione in Italia, ma converrà tener presente che questi
Protoindoeuropei di Grecia e d'Italia non sono facilmente distinguibili
dai popoli che li hanno preceduti: in Italia, almeno, nessuna frattura
sensibile si nota nello svolgimento delle culture preistoriche, e lo
stesso fenomeno si manifesta in Grecia se tuttora è in discussione la
data da attribuire all'inizio dell'indoeuropeizzazione... Così, come
avvenne in Grecia, anche in Italia si può ritenere che la fusione fra
Indoeuropei e «Mediterranei» sia stata press'a poco perfetta: ne
nacquero idiomi indoeuropei su basi largamente mediterranee, ne nacquero
forme artistiche che non siamo più in grado di distinguere, ne nacquero
culti e riti che, sorti in gran parte da un sostrato nettamente «
mediterraneo », sono stati in parte «interpretati» e concertati con
altri di origine più chiaramente «indoeuropea».
E. MANNI

Una comunità laziale
Sappiamo ancora poco degli abitanti delle antiche
comunità sviluppatesi agli inizi del I millennio a.C. in Italia, e in
particolare nel Lazio: gran parte delle nostre informazioni ci derivano
quindi dallo studio delle loro necropoli. A meno di 20 Km da Roma, in
una località detta Osteria dell'Osa, è stato messo in luce negli ultimi
anni un importante sepolcreto. Sono state studiate circa 200 tombe, che
consentono agli archeologi di condurre analisi approfondite sulle
popolazioni che abitavano quei luoghi ancor prima della fondazione di
Roma.
Il sepolcreto si trova ai margini del cratere di un
antico vulcano, trasformatosi poi in lago, ora prosciugato. Ma al tempo
in cui si formò quella necropoli, le condizioni climatiche dovevano
essere assai diverse dalle attuali: la zona era infatti solcata da corsi
d'acqua, mentre laghi e paludi riempivano le depressioni. Gli abitati e
le necropoli preferivano in genere le zone più elevate: non conosciamo
ancora il luogo preciso dove sorgeva il villaggio da cui dipendeva la
necropoli. Le 200 tombe scavate non appartengono tutte alla stessa
epoca, ma sono distribuite in un periodo di oltre tre secoli, dal 900 al
580 a.C. circa. Ciò significa che nel sepolcro non esistono sepolture
relative alla prima fase della cultura laziale (1000-900 a.C.).
Inizio del sepolcreto (fase
laziale II A - ca. 900-830 a.C.)
Almeno 80 tombe appartengono a questo momento più
antico della vita della comunità. Si notano due tipi di sepoltura: uno,
più diffuso, consiste in una fossa rettangolare dove viene adagiato il
cadavere del defunto (inumazione) insieme con un corredo di
oggetti; l'altro consiste in un pozzetto, dentro al quale è posto un
dolio (una specie di giara) che contiene sia l'urna con le ceneri del
defunto (incinerazione) che il corredo. La quantità di tombe
scavate ed una stima di quelle ancora da scavare può far ritenere che al
tempo del suo primo sviluppo la comunità fosse composta da circa un
centi-laio di persone.
Comunità ristrette di questo tipo, in età
protostorica (ma l'archeologo per le sue ricostruzioni si serve anche
dei confronti con le società primitive odierne studiate dagli etnologi),
dovevano essere organizzate secondo i vincoli di parentela. Questi
legami a volte sono evidenti anche nel modo stesso in cui sono disposte
le tombe. Quando infatti una nuova deposizione viene a lambire o a
sovrapporsi ad una più antica, dobbiamo supporre che tra i due defunti
dovesse esistere un qualche vincolo familiare.
Il rito dell'inumazione è molto più diffuso di quello
dell'incinerazione, che dobbiamo quindi ritenere riservato a persone in
certo senso particolari. Notiamo, ad esempio, che le tombe ad
incinerazione sono tutte maschili, anche se non tutti gli uomini sono
incinerati, che le armi sono presenti solo nei corredi degli uomini
incinerati e che l'urna che raccoglie le loro ceneri è a forma di
capanna, che riproduce con fedeltà l'aspetto delle case di abitazione.
Possiamo quindi ritenere che l'uso di quelle urne speciali volesse
indicare che il morto era il rappresentante della casa, il «capo» della
famiglia, probabilmente quindi un uomo adulto o anche un anziano. Anche
la presenza delle armi induce ad attribuire quelle tombe particolari a
uomini adulti, cui la comunità ha assegnato il ruolo di difensori e di
cacciatori.
Le tombe degli altri uomini, delle donne e dei
bambini, tutte a inumazione, sono assai simili tra di loro, sia per
forma che per corredi: da esse si ricava che le differenze di ruoli, e
quindi di rango, all'interno della comunità dovevano essere assai lievi.
Pochi capi-famiglia «governavano» su una comunità di eguali, in cui i
diversi ruoli venivano attribuiti in base al sesso e all'età degli
individui. La ricchezza probabilmente era distribuita in modo abbastanza
egualitario. L'abitato doveva essere costituito da un insieme di
capanne, di forma ovale o rotonda; le pareti erano fatte di rami o canne
e intonacate con l'argilla; il tetto era costruito con una intelaiatura
di rami coperta di paglia. Nella capanna viveva un intero nucleo
familiare. Gran parte della vita e delle attività comunitarie si
svolgevano però all'aperto, venendo riservato l'uso della capanna
prevalentemente alle ore della notte e alla difesa dalle intemperie.
I vasi rinvenuti nei corredi ci informano circa gli
oggetti di uso più quotidiano e quelli riservati a occasioni
particolari, come il banchetto. Si distinguono i recipienti per i cibi
solidi e per i liquidi, brocche e tazze per l'acqua e per il latte. La
ricostruzione dell'abbigliamento è più difficile: sia le pelli che le
stoffe sono infatti molto deperibili e giungono assai di rado fino a
noi. Nelle tombe si rinvengono numerose fibule di bronzo, oggetti
analoghi alle nostre spille di sicurezza, che allacciavano sul petto un
mantello che doveva coprire il vestito vero e proprio, probabilmente una
semplice tunica. Il tessuto principale era la lana, lavorata nell'ambito
delle attività domestiche, come sappiamo dai tanti oggetti relativi alla
filatura ed alla tessitura che si incontrano nei corredi delle tombe
femminili. In queste tombe si trovano spesso anche piccoli anelli,
collane e fermagli per le trecce, che ci aiutano a ricostruire a grandi
linee gli ornamenti personali e le acconciature delle donne del
villaggio.
La comunità produceva tanto quanto era necessario al
proprio sostentamento: praticava l'agricoltura seminando i cereali e i
legumi (specie le fave ed i piselli) e raccogliendo qualche frutto
selvatico. Allevava alcuni animali, specie le capre, le pecore ed i
maiali, affidati probabilmente alle cure dei più giovani. Integrava
l'allevamento con la pesca di pesci di acqua dolce e la caccia di
animali selvatici (affidata agli uomini adulti della comunità). Ognuno
era continuamente impegnato nella produzione dei beni necessari alla
vita; la terra per le colture e il pascolo era patrimonio collettivo ed
è assai probabile che non si fossero ancora sviluppate forme di
proprietà privata del suolo.
La comunità era autosufficiente anche nella
produzione artigianale dei manufatti: la ceramica, eseguita a mano da
ogni singolo gruppo familiare; i tessuti, di cui si è già detto; i
mobili in legno, noti attraverso alcuni modellini di terracotta. La
fabbricazione degli oggetti di metallo, assai più complessa, richiedeva
l'intervento di un artigiano specializzato: è possibile che la comunità
si accollasse le spese del mantenimento di questi artigiani in cambio
del loro prezioso lavoro. Poiché il Lazio è privo di metalli,
l'approvvigionamento della materia prima era una condizione molto
importante, che implicava la necessità di numerosi contatti e scambi con
popolazioni diverse. È probabile che gli abitanti del Lazio si
rifornissero di metalli dalla vicina Etruria e dalle più lontane regioni
dell'Italia meridionale. Ma, a parte questi contatti con l'esterno, le
comunità, pur vivendo prevalentemente nell'ambito del villaggio,
dovevano avere occasioni di contatti frequenti con i propri vicini. Le
comunità laziali sorgevano spesso a pochi chilometri di distanza l'una
dall'altra: festività religiose e matrimoni tra membri di villaggi
diversi dovevano contribuire ad una continua circolazione di persone e
di prodotti.
Seconda fase (fase laziale II B
- ca. 830-770 a.C.)
Il quadro sin qui delineato non subisce modificazioni
significative tra la fine del IX e l'inizio dell'VIII secolo. A questo
periodo sono state attribuite quasi 60 tombe. In questi anni il rito
della incinerazione si fa più raro e poi scompare: è un fenomeno che si
riscontra anche in Etruria e in Campania, al di fuori dell'ambito della
cultura laziale.
Lo studio dei corredi lascia intravedere un certo
impoverimento della comunità, che sembra in questo momento più chiusa in
se stessa. Si sono probabilmente affievoliti i rapporti, prima più
frequenti, con le popolazioni dell'Italia meridionale, e fatti più
intensi quelli con la vicina Etruria. Si pongono le premesse di contatti
che si faranno col tempo sempre più stretti.
Terza fase (fase laziale III -
ca. 770-730/720 a.C.)
Solo 6 tombe sono attribuibili a questa fase, assai
importante, dello sviluppo della necropoli. Molte altre tombe, troppo
superficiali, devono essere andate distrutte nel corso dei lavori
agricoli. Nelle tombe femminili si nota una propensione a deporre una
grande quantità di oggetti ornamentali, in quelle maschili compaiono
quasi sempre accanto al defunto la spada e la lancia, che è costruita
ormai prevalentemente in ferro. In ferro, e non più in bronzo, sono
adesso sempre più spesso fabbricati gli strumenti di lavoro.
La presenza di una certa quantità di ricchezza nei
corredi tombali fa ritenere che sia cominciato quel mutamento sociale,
di importanza enorme, che lentamente introduce elementi di
differenziazione nella comunità. È una tendenza che si farà più evidente
verso la fine di questa fase, allorché alcune tombe (il fenomeno è
esteso a tutto il Lazio) ci mostreranno che alcuni individui eccellono
sugli altri per la possibilità che hanno di portare con sé nella tomba
dei « beni di prestigio » che conferivano loro una posizione
privilegiata in seno alla comunità.
Nella produzione agricola, nell'allevamento,
nell'artigianale le strutture economiche appaiono ancora inalterate.
Viene introdotta però una grande conquista tecnica: il tornio per la
fabbricazione dei vasi. È probabile che questa innovazione abbia preso
piede in un primo tempo a Roma stessa, il villaggio laziale sorto,
secondo la mitica tradizione, proprio in questi anni (753 a.C.).
D. MANACORDA

II Lazio e il sito di Roma
In origine, il territorio del popolo latino si
limitava alla parte meridionale della valle inferiore del Tevere, una
regione piuttosto povera dominata dai Colli Albani. La piatta linea
costiera, senza insenature né porti, offriva scarsa possibilità sia di
attività che di comunicazioni marittime. Il limite nord del paese, oltre
il quale si stendeva l'Etruria, era costituito a tutti gli effetti dal
Tevere. Ma i Falisci, un popolo etnicamente apparentato ai Latini,
risiedevano sulla riva destra del fiume, a nord del Lazio: a partire
dall'epoca storica, le loro principali città furono Falerii, Capena e
Narce. La storia politica e culturale dei Falisci, circondati com'erano
dagli Etruschi, sfuma impercettibilmente in quella etrusca; ma la loro
lingua, nota da varie iscrizioni, era di origine latina, pur rivelando
numerose contaminazioni sabine ed etrusche.
Subito accanto, ad est del Lazio, le colline
preappenniniche erano abitate nella parte settentrionale dai Sabini, una
tribù semplice e rude, e nella parte meridionale dagli Ernici. In
seguito, il territorio latino fu ulteriormente ridotto dall'arrivo dei
Volsci, fra i Colli Albani e gli Aurunci, all'inizio dei tempi storici.
Essi si impadronirono delle antiche città latine di Velletri, Segni,
Satrico e Anzio.
In confronto alla penisola in generale, che catene
montuose dividono in aree ristrette, la valle inferiore del Tevere gode
di un notevole vantaggio geografico, che è stato spesso e giustamente
rilevato: quello d'essere un punto d'incontro di diverse vie naturali di
traffico. Due altre regioni italiane godono, sebbene in grado minore,
dello stesso privilegio: il tratto centrale della valle dell'Arno, che
dà accesso a importanti valichi appenninici e dove crebbero Pistoia e
Firenze, e la piana della Campania, che è facilmente e comodamente
raggiungibile da sud. Molte e grandi vie naturali di comunicazione
convergono nella pianura del Lazio e, dopo gli inizi dell'era storica,
furono adottate dalle principali strade romane: l'Appia, che correva a
sud lungo la costa; la Latina, che portava in Campania per la valle del
Sacco; la Valeria, che seguiva il corso dell'Aterno verso l'Adriatico;
la Salaria, che, dopo aver seguito il corso del Tevere, si addentrava
fra le montagne in direzione del Piceno; l'Ostiense, che congiungeva
Roma ad Ostia; l'Aurelia, che costeggiava il Tirreno verso nord; la
Cassia, che attraversando i Sabatini, di non molto diffìcile accesso,
portava in Etruria; la Flaminia, che lasciava Roma a nord sullo stesso
percorso, ma poco dopo se ne staccava per seguire la valle del Nera per
dirigersi verso l'Umbria e l'Adriatico.
Tutte queste strade si basavano su più antichi
sentieri esattamente come la rete delle moderne strade di grande
comunicazione è rimasta largamente fedele al tracciato dei costruttori
di strade romani. Così Roma, crebbe in una zona naturalmente dotata di
comunicazioni facili e dirette con le regioni vicine, in particolare con
le due province di civiltà più progredita, l'Etruria e la Magna Grecia.
Questo fattore costituì senza dubbio una delle cause principali del suo
straordinario destino.
I vantaggi dell'insediamento romano erano già
riconosciuti ed enumerati in tempi classici. Cicerone, Livio e Strabone
insistono tutti sull'eccellenza della posizione dell'Urbe e sulla
presenza provvidenziale di un grande fiume navigabile, il Tevere, che
dava rapido accesso così al mare come al centro della penisola. E
avevano ragione, tanto più che, crescendo le dimensioni della città, il
Tevere divenne un'arteria atta al trasporto di materiali da costruzione
e derrate aliementari da ogni parte del mondo. Tuttavia, alcuni geografi
moderni vanno più a fondo del problema analizzando i fattori geografici
che fecero di Roma una sede ambita in tempi preistorici e che senza
dubbio influirono sulla sua fondazione molto prima di contribuire alla
sua ascesa. Uno di questi fattori è certo il fatto che tante strade
convergano nel Lazio. Ma la stessa area sulla quale Roma sorse
presentava ben definiti vantaggi.
I modesti colli tiberini rappresentano le estreme
propaggini di terreni vulcanici provocati dai Colli Albani. Alcuni di
essi, in particolare il Palatino e il Campidoglio, avevano pendii ripidi
che ne rendevano facile la difesa. Senza dubbio le tre vette, l'area
relativamente estesa e i fianchi dirupati del Palatino, ne facevano il
colle propizio ai primi stanziamenti, e non stupisce che qui sorgessero
i primi villaggi di pastori e mandriani. Tuttavia, il luogo opponeva
pure certi ostacoli all'espansione; anzitutto, la natura paludosa di
alcune sue parti, che rendeva necessario un vasto sistema di scarico;
poi l'irregolarità del terreno e il gran numero di piccole alture.
Ma questo gruppo di monti strettamente uniti, che si
spingevano fin quasi al Tevere di fronte all'unica isola dell'intera
zona, facilitava a questa altezza il guado del fiume, che si snodava in
un paludoso fondovalle di origine alluvionale. Il sito di Roma formava
quindi un anello di congiunzione fra il nord e il sud del Lazio e nello
stesso tempo occupava una posizione-chiave sulla strada lungo la quale
il sale affluiva alle montagnose regioni dell'est. Queste
caratteristiche favorirono pure le costruzione dei più antichi ponti sul
Tevere prima della sua foce. Più a valle non vi era nessun posto atto
allo scopo, e in realtà i ponti romani rimasero fino al XIX secolo il
punto più basso in cui si potesse attraversare il Tevere. I vantaggi
commerciali e strategici del luogo erano dunque eccezionali. Con i suoi
ponti, la sua accessibilità dal mare e la sua posizione come incrocio
stradale, la città godette fin dall'inizio dei privilegi non comuni che
dovevano svolgere una parte importante in tutta la sua storia.
In merito ai primissimi tempi di Roma, la povertà di
fonti letterarie e la loro validità discutibile rendono
straordinariamente importanti i reperti archeologici. Essi restano
l'unica base autorevole per qualunque valu-tazione della portata storica
dei testi e perciò l'unico strumento che ci permetta di sostituire la
storia alle leggende. Ma gli scavi della Roma arcaica sono di data
piuttosto recente e, ai fini di una giusta valutazione dei loro
risultati, è necessario sia pur brevemente farne cenno.
Le prime scoperte importanti sulla Roma arcaica - le
tombe dell'Esquilino, e i sacrari e le tombe del Quirinale - risalgono
all'ultimo quarto del XIX secolo. La grande necropoli dell'Esquilino
venne alla luce durante i lavori per un nuovo edificio sulla stessa
area. Il saggio pubblicato dal Pinza nel 1905 ordina questi reperti. I
primi scavi sistematici ebbero luogo all'inizio di questo secolo. Il
Boni e il Vaglieri aprirono vie nuove ed importanti, il primo sul
Palatino e nel Foro, il secondo sul solo Palatino. Valendosi dei metodi
più scrupolosamente scientifici, il Boni portò in luce le tombe del
vasto sepolcreto del Foro, ora conservate ed esposte nell'Antiquarium
del Foro esattamente come furono trovate. I suoi scritti sull'argomento
furono precisi e meticolosi come gli scavi da lui eseguiti.
Vaglieri scoprì sul Palatino tracce di abitazioni
primitive e una notevole quantità di materiale arcaico, ora riunito
nell'Antiquarium del Palatino. Ma lo stato in cui si trovava allora la
ricerca gli impedì di riconoscere tutta la portata e l'estensione delle
sue scoperte, e vivaci polemiche si accesero ripetuta-mente fra lui e il
Pigorini. Una gran parte del materiale trovato nel 1900-1910 è rimasto a
tutt'oggi inedito, sebbene ora vi si stia rimediando.
Tracce dei sacrari arcaici sul Campidoglio e a S.
Omobono furono scoperte prima dell'ultima guerra, nel corso d'importanti
lavori di scavo, da M. A. Colini, e dopo il 1945 il materiale
disponibile si è accresciuto grazie a una ulteriore serie di scoperte.
Prima di tutto, vi fu la ricognizione sistematica del Palatino,
ad opera di eminenti specialisti
della scuola italiana, che fornirono dati di importanza vitale circa la
protostoria del Palatino, e materiale su cui basare non ipotesi ma
fatti. In merito poi a certi aspetti sia del Foro che del Palatino,
recenti scoperte hanno insieme allargato il nostro orizzonte e posto
nuovi problemi. Ricerche metodiche sono tuttora in corso, su basi
rigorosamente scientifiche, in diversi settori della Roma, arcaica.
Grazie ai lavori del Boni all'inizio del secolo e ai
recenti scavi del Puglisi, sappiamo ora di due antichissimi stanziamenti
situati l'uno accanto all'altro sulle due terrazze del Palatino, il
Palatium e il Cermalo. Gli scavi eseguiti dal Boni sotto la Domus
Flaviorum rivelarono nel più basso strato archeologico una serie
completa di fori per l'infissione di pali, ceramiche caratteristiche
della prima età del ferro, cannicciate e rozzi intonaci. È ora chiaro
che si tratta di resti di capanne preistoriche su fondi di argilla. Le
capanne sono scomparse, ma il gran numero di fori per la palificazione e
una notevole massa di intonaco argilloso - in uso fin dal Neolitico per
rivestire le pareti delle capanne di stoppie e di rami -bastano a
provare l'esistenza di un abitato nel periodo romuleo intorno alla metà
dell'VIII secolo a. C.
R. BLOCH

Civiltà contadina
Gli antichi Romani erano stati per lungo tempo dei
campagnoli laboriosi e rozzi, intenti solo a coltivare i loro campi, a
combattere contro i loro nemici, a compiere le pratiche della religione.
Il vecchio Catone, nel suo libro sull'Agricoltura, ci da un'idea dei
loro costumi: « I nostri antenati allorché essi volevano fare l'elogio
dell'uomo, dicevano: - Buon lavoratore, buon agricoltore – e questo
elogio sembrava il più grande che si potesse fare ». Catone cita pure
alcuni dei loro vecchi proverbi: « Cattivo agricoltore è quegli che
compra ciò che la terra non può fornirgli »; « Cattivo economo è quegli
che fa nel giorno ciò che egli può fare nella notte »; « La coltivazione
dei campi è così fatta che, se tu ritardi una sola faccenda, ritarderai
pure tutte le altre ». E Cicerone fa dire a Catone « I diletti che prova
l'agricoltura mi sembra che siano i più conformi alla vita dell'uomo
veramente saggio ».
Duri al lavoro, aspri al guadagno, economi ed
ordinati, questi campagnoli erano stati la forza degli eserciti romani.
Per lungo tempo pure essi erano stati l'elemento prevalente nelle
assemblee del popolo, e avevano così dominato nella repubblica.
Essi abitavano case piccole, a un solo piano,
costruite in maniera assai grossolana. La stanza principale, l’atrium
(ove si trovava il focolare sacro della famiglia) aveva un'apertura
in alto per la quale cadeva la pioggia; tutte le masserizie, le
suppellettili, e gli arredi domestici si riducevano a delle cassapanche
e a degli armadi per riporre la roba, a degli sgabelli di legno, a dei
rozzi lettucci, e a pochissimo altro. Il nutrimento era semplice,
composto in special modo di grano e orzo bollito, pane e legumi; carne
si mangiava soltanto nei giorni festivi; le donne non bevevano mai vino,
gli uomini ne bevevano raramente. Il vestito consisteva in una tunica,
sulla quale (allorché faceva freddo) si sovrapponeva un mantello di
lana; nei giorni festivi e nelle cerimonie solenni i cittadini portavano
la toga drappeggiata attorno alla persona; la calzatura consisteva in
sandali, allacciati con corregge. La vita trascorreva nel lavoro: gli
uomini coltivavano i campi; le donne filavano la lana, tessevano i
panni, macinavano il grano. L'unica distrazione, forse, che avevano
quelle genti primitive era il recarsi al mercato ogni nove giorni, e il
prendere parte alle feste in onore degli dei.
C. GIORNI |
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